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I luoghi e i racconti più strani di Napoli
I luoghi e i racconti più strani di Napoli
I luoghi e i racconti più strani di Napoli
E-book523 pagine6 ore

I luoghi e i racconti più strani di Napoli

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Info su questo ebook

Monumenti insoliti e dimenticati, vicoli e anfratti da riscoprire, un viaggio tra i segreti di una città infinita

Napoli è una città che non si finisce mai di scoprire. Osservandola oltre le apparenze è possibile imbattersi nella Grecia di Pericle, nella Roma imperiale, nel Medioevo normanno, nella Francia del gotico provenzale, nella Catalogna dei tempi aragonesi, nella Spagna del secolo d oro e in quella dei fasti borbonici. C’è una città pagana e una città sacra, una di sopra e una di sotto, una città occulta ma soprattutto una città infinita, un pozzo senza fondo al quale non ci stanchiamo mai di attingere. Accompagnati da un narratore che è un vero e proprio esploratore urbano, si va alla ricerca di luoghi dimenticati o scomparsi, cambiati nel tempo o inaccessibili dell’immensa città partenopea per scoprirne la bellezza profonda e riflettere sul nostro passato e sul nostro presente, per preparare il futuro. Perché Napoli è una tela di Penelope che si disfa e si rinnova ogni giorno, di tempo in tempo. E a noi oggi, come aedi dei poemi omerici, di bocca in bocca, tocca cantarla, ricordarla, renderla immortale.

Tra i luoghi e le storie più strane da scoprire:
Virgilio e le teste di Porta Nolana
Santa Chiara e la monaca resuscitata
Santa Luciella e il teschio con le orecchie
I segreti esoterici del tempietto del pontano
La conigliera nascosta del “re di mezzocannone”
Vico Bonafficiata Vecchia e i misteri del lotto
Il pozzo magico di via duomo
Una fattucchiera-vampiro alle fontanelle
Il Sansevero tra rivelazioni dall’aldilà e reincarnazioni
Gli enigmi di Leonardo a san Domenico maggiore
Quando a Napoli c’erano le corride
Il presepe napoletano della Grande Mela
Ultimo saluto alla Napoli di Bellavista

Marco Perillo
È nato nel 1983. Discende da una nobile famiglia partenopea, forse di origine normanna. Ama la sua città come fosse una madre e da sempre nelle sue opere cerca di raccontarne la ricchezza. Giornalista de «Il Mattino», è autore del romanzo Phlegraios / L'ultimo segreto di San Paolo. Con la Newton Compton ha pubblicato Misteri e segreti dei quartieri di Napoli (Premio Tulliola Renato Filippelli e Premio Letizia Isaia), 101 perché sulla storia di Napoli che non puoi non sapere e Storie segrete della storia di Napoli.
LinguaItaliano
Data di uscita15 ott 2019
ISBN9788822738745
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    Anteprima del libro

    I luoghi e i racconti più strani di Napoli - Marco Perillo

    480

    Prima edizione ebook: novembre 2019

    © 2019 Newton Compton editori s.r.l., Roma

    ISBN 978-88-227-3874-5

    www.newtoncompton.com

    Edizione elettronica realizzata da Manuela Carrara per Corpotre, Roma

    Marco Perillo

    I luoghi e i racconti

    più strani di Napoli

    Monumenti insoliti e dimenticati,

    vicoli e anfratti da riscoprire,

    un viaggio tra i segreti

    di una città infinita

    Newton Compton editori

    A Clemente, Sergio, Paolo, Antonio,

    Alessandro, Oscar, Andrea.

    Alle tante avventure insieme

    In memoria di Luciano De Crescenzo e di Francesco Durante

    Ad bene agendum nati sumus

    Motto presente sullo stemma del Sedile di Forcella

    Indice

    Copertina

    Logo

    Colophon

    Frontespizio

    Dedica

    Napoli, come una tela di Penelope

    LA CITTÀ PAGANA

    Se una monetina ci racconta di Partenope

    L’amoroso Sebeto riappare sotto una chiesa

    Una pietra dimenticata, le fratrie e Faustina la fedifraga

    Gli ex voto di oltre duemila anni fa

    Se Iside assomiglia alla Madonna (e viceversa)

    Via Serapide di nome e di fatto

    Un volto di Hermes sulla facciata di un palazzo

    Quel pancrazio sanguinoso di Neapolis

    L’antico porto scoperto grazie al metrò

    Virgilio e le teste di Porta Nolana

    LA CITTÀ SACRA

    Un fallo nel cuore delle catacombe

    San Gennaro spogliamorti e la Napoli ebraica

    Le ossa di Corradino, l’ultimo mistero

    Tre angioini sulla controfacciata del Duomo

    Il destino del beato Nicolò l’eremita

    Donna e regina pagana, fervente cristiana

    Santa Chiara e la monaca resuscitata

    Santa Brigida e quei sogni tormentati di Giovanna

    I Durazzeschi e l’enigma dei coniugi avvelenati

    San Nicola e l’Ordine della Nave

    La cappella dimenticata dei fratelli regnanti

    La fontana del pianto e il dono di Gutenberg all’Annunziata

    C’era una volta Santa Maria di Monserrato

    Saponari a Monteoliveto

    Santa Caterina a Formiello, le monache mandate via a calci... e la maledizione aragonese

    Maria d’Ayerba, gli Incurabili e il glorioso passato... che crolla

    Il cavaliere giovannita e un ospedale per i Pellegrini

    Donnaromita e la suora che s’ispirò a Ulisse

    Le paparelle della Scorziata

    Scale sante, mummie e susamielli nella Sapienza... ridotta a discarica

    La Madonna della Sanità e le accuse di idolatria

    Un luogo di culto per i vermicellari

    La prodigiosa immagine di Visitapoveri

    La peste del 1656 e i frati di San Martino

    Santa Luciella e il teschio con le orecchie

    Sacrileghi amori a Sant’Agostino alla Zecca

    Strani simboli nell’Augustissima Confraternita... della Disciplina della Santa Croce

    Sant’Onofrio, l’anacoreta tra i musicisti

    Il Gesù Vecchio e un voto per una congiura

    Sant’Egidio e la vaccarella Catarinella

    La chiesetta sulle scale e una grazia ricevuta

    Palle di cannone per la Madonna di Marechiaro

    Bussare don Dolindo

    LA CITTÀ DI SOPRA

    Una divinità fluviale in bagno

    Il tesoro di Federico II nel refettorio sul mare

    L’ultimo angioino di Napoli e il priorato di Sion

    I segreti esoterici del tempietto del Pontano

    La dimora di De Scorciatis, l’astuto voltagabbana

    La conigliera nascosta del re di Mezzocannone

    L’amore di Sannazaro e gli enigmi dell’Arcadia

    L’ospedale di Cola di Fiore fatto chiudere dal diavolo

    Il prodigio di Sant’Anna nel palazzo di Sergianni

    Il balcone dell’inquisizione a San Domenico Maggiore

    Maramaldo, tu uccidi un uomo morto

    La fine del poeta e un difficile seppellimento

    Via Toledo e un nobile impertinente

    Il rocambolesco salvataggio del conte di Mola

    Cosimo Galilei e le enigmatiche carte del nonno

    Il seminario dei nobili e il principe massone

    Vico Bonafficiata Vecchia e i misteri del lotto

    Un omicidio al Conservatorio dei poveri di Gesù Cristo

    Filangieri, Franklin e il sogno di emigrare

    La fontana del leone e la leggenda del principe triste

    L’equazione del tempo a piazza Dante

    La prima donna astronomo nel cimitero abbandonato

    Il Salone Margherita e un matrimonio finito in tragedia

    Storia d’amore oltre le bombe

    Il vicolo dei gelsi e la passione della Tarantina

    LA CITTÀ DI SOTTO

    Il pozzo magico di via Duomo

    Il sottopassaggio delle croci templari

    Due sconosciute chiese gotiche sotterranee

    Il pantheon borbonico nel ventre del Plebiscito

    Una fattucchiera-vampiro alle Fontanelle

    L’Acquaquiglia del pozzaro

    Un misterioso ipogeo nel giardino dedicato a un gatto

    La caverna dei fucili delle Quattro Giornate

    I prodigi del grottino e l’inestinguibile incendio ai Quartieri

    LA CITTÀ OCCULTA

    La principessa che si trafisse sul ponte a Natale

    Palazzo Petrucci e le teste dei nobili decapitati

    Il Sansevero tra rivelazioni dall’Aldilà e reincarnazioni

    L’ultimo ballo di Maria Carolina e Ferdinando

    Il fantasma della bambina del Gambrinus

    L’ombra sinistra di Villa Ebe

    San Gennaro, il sangue e le onde fotoniche

    LA CITTÀ INFINITA

    La Divina Commedia che parla napoletano

    Gli enigmi di Leonardo a San Domenico Maggiore

    Beatrice, una napoletana sovrana d’Ungheria

    Il sepolcro partenopeo del viceré in Catalogna

    Quando a Napoli c’erano le corride

    Ribera e la sorprendente donna barbuta

    Una grande chiesa partenopea nel cuore di Roma

    Il presepe napoletano della Grande Mela

    La penicillina nel pozzo (prima di Fleming)

    Il ritorno delle anime pezzentelle

    Ultimo saluto alla Napoli di Bellavista

    Bibliografia essenziale

    Napoli, come una tela

    di Penelope

    «Prima odiavo Napoli, devo confessarlo. Credevo di vivere in un luogo insulso, pieno di problemi, che non avesse nulla da raccontarmi. Adesso invece lo guardo con occhi diversi, ho scoperto la sua profondità, la sua ricchezza storica, in ogni angolo ci sono radici antichissime e sono orgogliosa di viverci».

    Mi parla così una ragazza al termine della presentazione di uno dei miei libri dedicati alla città. Mi ringrazia per ciò che ho scritto, per ciò che inconsapevolmente le ho regalato. Un altro punto di vista, un cambiamento di mentalità, attraverso quelle che in primo luogo sono state le mie scoperte e poi le sue. Ho capito una volta per tutte a cosa è servito scrivere su Napoli, argomento sul quale apparentemente già è stato scritto tutto e che invece continua a sorprendere, a sedurre, a interessare. Una tela di Penelope che si disfa e si rinnova ogni giorno, di tempo e in tempo. E a noi narratori, come aedi dei poemi omerici, di bocca in bocca, tocca cantarla, ricordarla, non dimenticare il suo irripetibile passato.

    Il presente, soprattutto questo in cui viviamo, è una spugna che cancella i ricordi, i perché, ci affastella con i problemi del quotidiano, ci affligge con le sue dinamiche economiche e sociali, c’impaurisce con la violenza di una malavita che mai è stata estirpata, ci umilia con il razzismo antimeridionale che ascoltiamo negli stadi, ci spaventa con l’inneggiare alla furia distruttiva del Vesuvio, colui che rende unico, da ogni punto di vista, il posto in cui viviamo. Forse perché per Napoli, essendo una città fuori dagli schemi, si possono provare soltanto sentimenti contrapposti. Amore incondizionato oppure odio becero. Forse perché si ha paura della sua forte identità, così radicata da solcare le burrasche del tempo, così ostinata e poco omologata da suscitare attacchi continui. Forse perché si sa che Napoli, se fosse andato diversamente il corso della storia, avrebbe potuto essere ancora una grande capitale europea, dato che in passato era una città che si poteva paragonare a Parigi, Londra o Vienna.

    E allora ecco il perché di un altro libro su Napoli. Ecco perché la ricerca della memoria, la riscoperta dei luoghi e delle storie non termina qui e forse non terminerà mai. È un assoluto bisogno, proprio oggi, quando la riscoperta del passato rende senso a un presente asfittico, vorace, foriero di cambiamenti e distrazioni.

    Napoli è una città che non finisce mai di farsi scoprire. Osservandola oltre le apparenze è possibile imbattersi nella Grecia di Pericle, nella Roma imperiale, nel Medioevo normanno, nella Francia del gotico provenzale, nella Catalogna dei tempi aragonesi, nella Spagna del secolo d’oro o in quella dei fasti borbonici. Napoli è questione internazionale, dunque. Per nulla affatto un discorso locale. Come scriveva il compianto Francesco Durante nel suo I napoletani (Neri Pozza, Vicenza 2011), «Napoli è un luogo comune – un’idea ricevuta – ma talmente comune da essere patrimonio universale dell’umanità».

    Una cosa è certa. Se parliamo di patrimonio dell’umanità non possiamo tralasciare la questione del decoro e del rispetto storico, della tutela per il nostro passato e per i nostri tesori. Si è fatto tanto, negli ultimi anni, per il riscatto turistico e culturale della città. Eppure lo sappiamo: non basta. Ci sono ancora tanti siti storici in abbandono, posti incredibili da valorizzare, tante e tante potenzialità da esprimere al meglio per tornare a far brillare, come merita, una metropoli unica. Paradossalmente il racconto strano è proprio questo. È strano che vi siano ancora tanti luoghi in degrado, tanti scrigni gettati alle ortiche. Ancor più strano sarebbe non accorgersene, tralasciarli.

    Non è facile. Forse proprio perché Napoli è una città infinita, un pozzo senza fondo. Non basteranno migliaia di libri a raccontarla, né tante braccia operose per risollevarla a pieno. I luoghi e i racconti più strani di Napoli è un lavoro in cui provo a scandagliare ciò che è ancora misconosciuto, inesplorato e talvolta colpevolmente offeso della millenaria storia partenopea. La prima parte del volume è dedicata alla città pagana, quella dei miti fondativi, delle prime famiglie che governavano Neapolis, del porto antico riscoperto negli scavi della metropolitana. Si passa così alla città sacra, quella delle mille chiese, caratterizzata dall’avvento di un cristianesimo che tutto sconvolse e che tutto esasperò, fonte di storie indimenticabili. Niccolò l’eremita, le fughe delle suore da Santa Chiara, il convento dell’Annunziata che sfidò Gutenberg e molte altre vicende forse troppo presto obliate. Entreremo così nell’anima della città esplorando tutto ciò che oggi può celarsi agli occhi perché trasformato, oltraggiato dal presente o addirittura scomparso: palazzi in cui si celarono intrighi e amori, congiure e tombe misteriose di poeti. Il negativo di tutto ciò è la città di sotto, quella Napoli del sottosuolo foriera di storie eclatanti e appassionanti: una sconosciuta chiesa gotica sotterranea, la fattucchiera delle Fontanelle. Il passo successivo è la città occulta, popolata di fantasmi e affastellata di fenomeni strani e inquietanti, dalle rivelazioni del principe di Sansevero ai messaggi segreti di san Gennaro. La città infinita è quindi l’ultimo capitolo, nel quale si parla di Napoli al di fuori di essa, del suo carattere internazionale, collegata con i grandi personaggi o le opere d’arte sparsi per il mondo. Solo attraverso queste storie sarà possibile, ancora una volta, osservare con occhi diversi la città, al di là di ogni suo stereotipo. Solo così torneremo a sorprenderci e a capire il senso profondo di una realtà complessa come Napoli.

    Marco Perillo

    La città pagana

    La chiesa di Santa Maria della Pietrasanta intorno al 1920: sono visibili il frontone, demolito in seguito ai bombardamenti della seconda guerra mondiale che ne avevano compromesso la stabilità, e una costruzione addossata al campanile abbattuta negli anni Settanta del Novecento.

    Se una monetina ci racconta di Partenope

    C’è una testa di fanciulla, i cui capelli pettinati alla greca maniera sono adornati da un ramo d’ulivo. Ha lo sguardo fiero, i tratti gentili, ma contemporaneamente forti. Ha gli occhi aperti a fissare un possibile orizzonte, ad ammirare con nobiltà il presente ma, perché no, anche a scrutare un barlume di futuro. È lei, Partenope, il mitologico essere femminile che feconda, che dà vita e senso, da migliaia di anni, alla città. Il suo volto di madre e di vergine è raffigurato sul dorso di una moneta antica, oggi conservata nelle sale del Museo Archeologico Nazionale. Una moneta piccola, ma al tempo assai preziosa, poiché d’argento. E lei, Partenope, sta lì, a marcare la sua presenza, la sua importanza, a farci capire come la monetazione sia stata adottata quasi contemporaneamente alla fondazione della "città nuova di Neapolis, intorno al 470 a.C. quando i Cumani, stando al racconto di Lutazio, distrussero la città vecchia di Partenope – la Palepolis che sorgeva nei luoghi di Monte Echia e dell’istmo di Megaride, vicino al mare – furono, per volontà dell’oracolo di Delfi, non solo indotti a ricostruire la città in una zona più interna ma anche a ripristinare il culto della sirena.

    No, non si poteva perdere il contatto con il mito sacro fondante, con quella ultraterrena creatura spiaggiata, morta di dolore per non essere riuscita a sedurre il più grande, Ulisse. Partenope, anche se la città vecchia non esisteva più, non doveva in alcun modo essere dimenticata. E così sulle prime monete adottate, quelle dal conio più nobile, vi finì proprio lei, rappresentata sul diritto del didramma più antico. Sul rovescio della moneta, invece, la protome di un toro androprosopo, dal volto umano, natante. È la personificazione del dio fluviale Acheloo, padre delle sirene, coronato da una figura alata. Ecco il motivo per cui, intorno alla tomba della venerata sirena si sacrificavano proprio i buoi, al termine di quelle corse con le fiaccole in onore della divinità.

    Il rapporto con Partenope non fu interrotto in alcun modo, né si doveva interrompere. Era lei la protettrice, la garante di prosperità e benessere. Dal suo corpo corrotto, dalla sua morte, era nata la vita. Guai a non onorarla, a dimenticarla. Nonostante si fosse coscienti che si trattasse di un essere ctonio, infero, vampiresco. Sotto la sua meravigliosa testa di donna il corpo proseguiva prosperoso di seni fino alla cinta, quando al posto delle gambe spuntavano piume e artigli d’uccello. Sulle dolci spalle spiccavano due ali apparentemente soavi, capaci di diventare rapaci dopo aver addormentato i naviganti col carezzevole canto. Figlia del fiume Acheloo in Tracia, sì, ma anche della musa Melpomene – o, secondo altri eruditi, Calliope. Ecco il perché di cotanta bellezza canora. Ecco il perché delle chiavi della conoscenza e della coscienza, attraverso la melodia.

    Vieni, celere Odisseo, grande gloria degli Achei,

    e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce.

    Nessuno mai è passato di qui con la nera nave

    Senza ascoltare dalla nostra bocca il suono di miele,

    ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose.

    Perché conosciamo le pene che nella Troade vasta

    Soffrirono Argivi e Troiani per volontà degli dèi;

    conosciamo quello che accade sulla terra ferace».

    Così dissero cantando con bella voce: e il mio cuore

    Voleva ascoltare e ordinai ai compagni di sciogliermi,

    facendo segno con gli occhi: ma essi curvi remavano¹.

    E ben fece, il buon Ulisse, al cospetto delle sirene. Perché si trovava davanti esseri duplici, ibridi come la loro contrastante figura, incantevoli in apparenza, come belle fanciulle, ma che invece erano mostri pericolosissimi. Creature capaci di far innamorare, sì, ma che, come mantidi, ammazzavano, facevano schiantare le navi trucidando interi equipaggi, riducendoli a una montagna di teschi. Esseri inferi, le sirene, non dimentichiamolo; femmine che furono le compagne di Proserpina, regina dell’Oltretomba, figlia di Demetra costretta a sposare Ade, che l’aveva sottratta alla madre.

    Disegno tratto da un antico vaso raffigurante Ulisse e le sirene.

    […] ma perché voi, Sirene,

    avete penne zampe d’uccello, con volto di fanciulla?

    Forse perché, quando Proserpina coglieva fiori in primavera,

    voi, sapienti figlie di Acheloo, foste fra le sue compagne?

    Dopo averla cercata invano per tutta la terraferma,

    perché anche il mare sapesse quanto eravate angosciate, ecco che

    desideraste di potervi reggere sui flutti remigando

    con le ali e, trovati ben disposti gli dèi, d’un tratto

    vi vedeste gli arti farsi biondi di penne.

    Ma perché al vostro famoso canto, fatto per ammaliar l’udito,

    perché al talento delle vostre labbra non mancasse l’espressione,

    vi rimasero volto di fanciulla e voce umana…²

    Stando ad Apollonio Rodio, più che una benevolenza degli dèi si trattò di un’atroce vendetta di Demetra, signora delle messi. Siccome le sirene non avevano vigilato su sua figlia, che dal momento del rapimento ella poté vedere soltanto nei mesi dell’estate – ovvero quando riemergeva dalle profondità portando la luce e il calore – esse dovettero subire la trasformazione in mostri animali, dai caratteri ornitoformi. A Partenope e alle sorelle Leucosia e Lighea non restò altro che andarsi a posare su tre invitanti scogli al largo di Positano, vicino alle perigliose bocche di Capri, per scontare la maledizione e ammazzare quanti più marinai possibile.

    Spiegazioni più razionali? Ci sono. Probabilmente, come qualche studioso ha riscontrato, il mito di questi esseri demoniaci sarebbe la sublimazione di quanto spesso e volentieri accadeva ai naviganti estenuati dai lunghi viaggi, ovvero quando nell’ora meridiana il vento si attenuava e la calura assopiva corpi e menti, il silenzio assordante faceva in modo di lasciarsi andare e loro, vinti dalla sonnolenza, si andavano a schiantare sugli scogli³.

    Più anticamente, pare che le sirene fossero state soltanto due. Almeno, stando a quel che ci è tramandato da Omero, il quale, come abbiamo forse notato, ne parla al duale. Eppure in Licofrone e in tutti gli altri scrittori susseguenti troviamo le sirene in numero triplice, probabilmente rifacendosi a una tradizione addirittura precedente a quella omerica. Anche perché proprio tre – il numero perfetto, già anticamente associato al divino – sono i luoghi della Magna Grecia che prenderebbero nome dalle sirene suicide, portate sulle sponde dalle correnti marine.

    Eppure, come ci narra Giulio De Petra ne Le origini di Napoli, i corpi delle annegate non furono celebrati nello stesso tempo nei rispettivi luoghi di arrivo. Mentre la fede sul sepolcro di Leucosia, nei pressi di quella Posidonia che divenne Paestum, e di Lighea, a Terina, sulle coste calabresi, si sviluppò soltanto successivamente e nell’ambito di città già fondate, per Partenope le cose andarono diversamente. Strabone ci racconta che i Rodii, prima del cominciamento delle Olimpiadi, ovvero quando potevano navigare liberamente e per lungo tempo, fondarono nell’Opicia un luogo chiamato Partenope. Un nome che, come nota il De Petra, presupponeva un posto già precedentemente battezzato nel nome delle sirene.

    Possibile? Sì, se si considerano alcuni ritrovamenti archeologici nella zona di Santa Lucia di età neolitica e preellenica. Probabile, secondo il De Petra, che gli Egei di Rodi, attratti dalle bellezze naturali del golfo di Napoli e dalla fertilità del suolo, decisero di stabilirsi accanto agli abitatori originari, gli Opici, che vivevano in grotte scavate dal mare e dal vento, sui fianchi dell’aspro promontorio di Monte Echia – quello che nel Medioevo sarebbe divenuto Pizzofalcone, a causa dell’abbondanza di falchi utili alla caccia, e in epoca vicereale Monte di Dio per la presenza di numerosi monasteri.

    Prima dei Rodii altri Greci, i Teleboi, avevano localizzato tra Capri e le coste sorrentine le sirene dell’epos omerico, abitanti di luoghi lontani da casa loro e così simili, dai racconti, alla natura campana. Furono loro, quasi sicuramente, ad aggiungere al mito originario l’epilogo del suicidio e della dispersione in mare, tanto che i Rodii si persuasero del fatto che una di queste sirene fosse andata a spiaggiarsi proprio lì, nel luogo che essi avevano occupato, non a caso chiamato Partenope, lì dov’era già presente un’importante tomba-cenotafio dedicata al personaggio. Il sepolcro non è affatto casuale. Soltanto con la morte le sirene potevano essere riscattate; sublimate. E forse, proprio a causa del loro sacrificio estremo, si liberarono finalmente dalla maledizione di Demetra e, da esseri ctonii e negativi quali erano, divennero madri venerabili⁴.

    Il grande archeologo Mario Napoli nel suo testo Napoli Greco-Romana (Colonnese editore, Napoli 1996) ci ricorda che il culto di Partenope negli anni che seguirono la fondazione della città nuova, non fu pienamente accettato dagli elementi siracusani che abitavano Neapolis ma fu rinvigorito durante il successivo predominio ateniese dal navarco Diotimo. Fu lui, per esempio, a instituire in onore della divinità le corse lampadiche: colui che per primo fosse arrivato al sepolcro della sirena con la fiaccola ancora accesa sarebbe risultato vincitore.

    Sull’ubicazione esatta della tomba di Partenope si dibatte da tempo e tuttora la sua ricerca, per quanto sia realisticamente fattibile, resta una delle grandi utopie degli archeologi napoletani e non solo. Come abbiamo già raccontato in precedenti libri, studiosi dei secoli scorsi individuano il monumento o sull’altura di Sant’Aniello a Caponapoli – lì dove fu rinvenuta la statua femminile denominata Donna Marianna ’a capa ’e Napule, identificata col volto di Partenope, molto simile a quello raffigurato sulla moneta – oppure sul colle di San Giovanni Maggiore, vicino al porto e con vista mare, tesi tra l’altro supportata da una descrizione del poeta Stazio, che certamente quel sepolcro lo ha visto con i suoi occhi.

    Eppure, come osserva Mario Napoli nel suo libro, se prendiamo per affidabili queste tesi, ciò vorrebbe dire che il luogo di culto della sirena, dalle sponde di Palepoli, tra il mare e la foce del fiume Sebeto, sarebbe traslocato e ricostruito in Neapolis, una volta ripristinato il culto. Una spiegazione che non convince l’archeologo, il quale, in nome dell’unità civile e religiosa che univa Neapolis con Palepoli, ritiene che la tomba non abbia mai cambiato sede.

    Pertanto – scrive Mario Napoli – crediamo logico dover ubicare questa tomba tra Neapolis e Partenope, e, naturalmente, lì dove sorgeva il più antico approdo della città rodia e della città cumana […]. La tomba di Partenope doveva sorgere lì dove, all’incirca, oggi si erge Castel Nuovo o, poco più ad occidente, lì dove oggi si eleva la mole del Palazzo Reale.

    Il teatro di San Carlo, in una stampa del 1896.

    Una via di mezzo, davvero suggestiva, giusto a metà tra il Castel Nuovo e piazza del Plebiscito, è rappresentata dal teatro di San Carlo, sede per antonomasia della musica e della lirica. E allora sì che tutto avrebbe senso, in nome di quel canto che nei secoli avrebbe contraddistinto una delle capitali della melodia di tutto il mondo. La mitica patrona di Napoli che con la sua immortale presenza avrebbe donato note sempiterne ai suoi abitanti, capacità canore che avrebbero deliziato l’udito di ogni epoca. Come sottolinea Agnese Greco nel suo Atlante delle sirene (Il Saggiatore, Milano 2017), dal

    xvi

    secolo in poi vi fu una vera e propria schiera di sirene che popolarono la città-palcoscenico per antonomasia. Si parte da Giovannella Sancia, che nel Cinquecento, per la sua voce da contralto, era nota come sirena di Napoli; un talento che inizialmente intonava soltanto arie profane, per poi redimersi e votarsi al patrono cristiano partenopeo, san Gennaro, e decidere di cantare soltanto composizioni religiosi. Per non parlare di Adriana Basile, la sirena di Posillipo, sorella di quel Giambattista che fu il più grande ideatore di fiabe della modernità, cui attinsero tutti, da Perrault ai fratelli Grimm. Ebbene Adriana, era, nel Seicento, la cantante più richiesta dalla corte vicereale e dai nobili dell’epoca, da Napoli fino ai Gonzaga a Mantova e ai dogi di Venezia.

    I soavi respiri, gli accenti discreti, il gorgheggiar moderato, le portate felici, le ardite cadute, l’elevate salite, gli interrotti camini, lo sospingere, il morir d’una voce, onde usciva il ristoro d’un’altra che andava alle stelle à fermar quelle sfere, l’erano à punto meraviglie celesti⁵.

    Fu descritta così la bella Adriana da un testimone dell’epoca, le cui parole non bastavano a dare un’idea della sua bravura. Una Partenope rediviva a tutti gli effetti, già; una donna privilegiata prima dell’avvento di quelle voci bianchi dei castrati che, come il noto Farinelli, da Napoli in particolare avrebbero spopolato in tutta Europa.

    Tornando alla nostra sirena di origini greche, alla sua mitica presenza non sono legati soltanto l’ancestrale rapporto col mondo dei morti e il connubio con la tradizione musicale, ma vi sarebbe anche un sotterraneo contatto con un aspetto più fisico ed epicureo, derivante dagli antichi culti del grano. Parliamo di una favola che riguarderebbe le origini mitiche di uno dei dolci napoletani più noti e amati. Si racconta infatti che i padri della città, per propiziare la benevolenza e la protezione della sirena, offrissero ogni anno al mare, nei pressi del sepolcro, sette doni portati da sette fanciulle, presumibilmente vergini come Partenope. I doni consistevano esattamente in farina, uova, ricotta, acqua di arancio e rosa, grano, spezie e zucchero. Leggenda vuole che la sirena restituisse ai cittadini questi doni rimescolati e che avrebbe creato così una pietanza rimasta ancor oggi unica e inimitabile. Stiamo parlando della dolcissima pastiera.

    L’immaginario collettivo ha poi fatto il resto. Si è immaginato che la decorazione a grata sulla pastiera con sette strisce – quattro in un senso e tre nel senso trasversale – a croce greca stiano a simboleggiare la planimetria di Neapolis con i tre decumani e con i cardini che li attraversano in senso trasversale. Anche gli ingredienti di cui è composto il dolce avrebbero significati profondi e precisi: la farina, simbolo di forza e abbondanza; la ricotta, omaggio dei pastori e delle pecore che pascolavano libere nei campi; le uova, simbolo di vita; il grano tenero, bollito nel latte come simbolo della vita germogliante e rafforzato dal primo alimento della vita; l’acqua di fior d’arancio, come l’omaggio più profumato della terra; le spezie come omaggio dei popoli più diversi che a Neapolis sempre trovavano accoglienza; lo zucchero, per esprimere la dolcezza che il canto di Neapolis dona all’universo.

    Chissà se è davvero così o è soltanto una favola; una suggestione. Chissà se davvero la pastiera è l’essenza stessa della città e della sua atavica fondatrice. E chissà se tutto questo non nasconda significati più esoterici, magari alchemici. Fatto sta che questo dolce così antico fu riscoperto secoli dopo dalle suore di San Gregorio Armeno che, nel loro monastero fondato lì dove probabilmente sorse il tempio di Cerere, il cui culto – dove il grano la faceva da padrone – fu associato a un certo punto a quello della sirena. Qui, nel luogo che sarebbe stato dedicato alla Partenope cristiana santa Patrizia, l’irresistibile dolce sacrale fu riprodotto ed è arrivato, intatto, fino ai giorni nostri.

    1 Omero, Odissea, Libro

    xii

    , vv. 184-194.

    2 Ovidio, Metamorfosi, Libro

    v

    , vv. 550-563.

    3 Nelle Argonautiche Orfiche le sirene, dopo aver ascoltato il canto di Orfeo, si gettarono in mare e i loro corpi furono trasformati proprio in scogli.

    4 Tutto questo, stando alla versione di Partenope come sirena e non a quella di Partenope come figlia del re Eumelo di Fera, in Tessaglia, promessa sposa a un nobile greco. Eppure ella amava ardentemente il giovane Falero, con il quale fuggì su una barca prendendo il largo. Sognavano una meta lontana dove poter vivere felici e il fato li condusse sulle fertili coste della futura Napoli. Qui gli amanti decisero di stanziarsi, eleggendo Demetra e Afrodite come loro dee protettrici, in nome dell’amore. Quando Partenope morì, toccò a Falero onorarla e perpetuare la sua memoria.

    5 Alessandro Felice Ademollo, La bella Adriana a Milano (1611), Milano 1885.

    L’amoroso Sebeto riappare sotto una chiesa

    Effondi il tuo amor Sebeto,

    lo corrisponde la Sirena Partenope.

    Sono i versi che l’umanista Giovanni Pontano dedicò al mitico fiume scomparso di Napoli, il Sebeto. Un corso d’acqua che doveva certamente lambire la città partenopea dall’epoca greca fino a un certo periodo del Medioevo, cantato da illustri letterati di ogni tempo. Nella sua raccolta poetica giovanile intitolata Parthenopeus sive amorum libri, l’intellettuale di spicco della corte aragonese, umbro ma napoletano d’adozione, rese omaggio a quel fiume divenuto ormai sotterraneo immaginandone una metamorfosi. In perfetto stile pastorale e arcadico, il Pontano scrisse della prodigiosa conversione del giovane pastore Sebeto in un fiume – e dunque in una divinità. Dopodiché, al termine del carme, il letterato annunciò un’opera, la Lepidina, in cui avrebbe cantato le nozze di Sebeto con Partenope. La sirena, manco a farlo apposta, doveva giacere nel suo sepolcro proprio in prossimità della foce del fiume, lì dove le acque dolci sfociavano nel mare.

    Eppure il piacente Sebeto non dovette amare solo lei. Vi è un’altra importante passione attribuita a questa divinità fluviale che, sonnacchiosa, barbuta e sdraiata su un letto di delfini – così come la vediamo raffigurata sulla fontana in largo Sermoneta realizzata da Carlo Fanzago nel 1635 su progetto del suo grande padre, Cosimo – fa ancora parlare di sé. Secondo una leggenda ben più antica dei tempi del Pontano, Vesevo e Sebeto erano due giganti – il primo raffigurante il vulcano, il secondo il fiume – che spesso e volentieri si scontravano su una spiaggia. Una lotta a suon di sbuffi di fuoco e pietre scagliate cui dovettero assistere i primi coloni greci, i quali capirono anche il motivo del loro contendere: conquistare la bellissima ninfa Leucopetra, figlia di Nettuno. Non si sa bene chi poi l’avesse vinta, ma probabilmente fu il Vesuvio, vista la sua continua, seppur intermittente, attività lavica a discapito di un fiume che finì interrato e dimenticato.

    Un’altra vecchia leggenda ci racconta invece di un Sebeto nelle sembianze di un ricco signore che abitava in una lussuosa dimora di campagna alle porte di Napoli insieme con la bellissima moglie Megara. Un giorno accadde che la fanciulla, desiderando conoscere il golfo partenopeo, andò a esplorarlo navigandolo a bordo di una feluca. A un certo punto, a causa delle onde nella zona delle grotte Platamonie – l’odierna via Chiatamone – l’imbarcazione di Megara si capovolse e la povera donna annegò, trasformandosi magicamente in uno scoglio che prese il nome di Megaride. Preso dalla più cupa disperazione, il povero Sebeto si sciolse in un pianto talmente lungo e intenso che liquefece l’intera sua persona e si trasformò in fiume. Corse così verso quel mare in cui Megara era morta e decise di collocare lì la sua foce, accanto alla sua amata mutata in scoglio, nello stesso luogo in cui Partenope suicida sarebbe, dopo qualche tempo, giunta ad arenarsi.

    Al di là dei miti, delle storielle e delle leggende, cosa ne fu davvero di questo importante fiume spesso chiamato Rubeolo dai poeti – o confuso con esso – resta un mistero. Sappiamo solo che, scendendo dal Monte Somma, di fianco al Vesuvio, attraversava le campagne di Casalnuovo, Volla e Ponticelli per poi dividersi probabilmente in due rami, uno sfociante al ponte della Maddalena e un altro dalle parti del Castel dell’Ovo. Terremoti, eruzioni e cataclismi causarono la sua sventura – ed ecco perché, probabilmente, si tramandò che sterminator Vesevo avesse avuto la meglio su di lui.

    Un primo colpo al cuore fu con ogni probabilità la terribile eruzione del 79 d.C., quella che seppellì le città di Pompei, Ercolano, Oplonti e Stabia, colmando le valli del Sarno. Nel caso di Ercolano, come ci spiega Ferdinando Ferrajoli nel suo Napoli e il golfo tra vestigia e storia (Edizioni del delfino, Napoli 1977), la cittadina era anch’essa attraversata da un corso d’acqua, il quale fu a sua volta coperto da una lava di fango che arrivava fino a ventun metri di altezza. Le acque del fiumiciattolo riapparvero solo nel 1938 quando, durante lo sterro di un pozzo presso le terme suburbane, riaffiorarono violentemente, per essere poi incanalate verso il mare attraverso un condotto di quattrocento metri scavato nella lava. Una cosa del genere potrebbe essere accaduta anche al nostro Sebeto, sconvolto dagli avvenimenti geologici. Prima di finire i suoi giorni, definitivamente, col tremendo maremoto del 25 novembre del 1343, lo stesso che spaventò il poeta Petrarca e che provocò morte e distruzione in tutta la città e nei suoi dintorni.

    Anche se non possiamo stabilire con certezza l’esistenza storica del Sebeto, una cosa è molto plausibile. Difficilmente i Greci, come tutti i popoli antichi, avrebbero fondato una città in un luogo in cui non ci fosse stato un corso d’acqua. Lo diceva persino Aristotele, nel settimo libro della sua Politica:

    La città, bisogna che sia fornita naturalmente di acque e di fonti, altrimenti è mestiere di provvedervi costruendo abbondevoli e grandi recipienti per accogliervi le acque piovane.

    In epoca romana è lo stesso vate Virgilio a narrarci della presenza del Sebeto, attraverso la figura di una ninfa, nel vii libro dell’Eneide (vv. 1104-1107):

    Né tu senza il tuo nome a questa impresa,

    Ebalo, te n’andrai, del gran Telone

    e de la bella ninfa di Sebeto

    figlio onorato.

    In età greca, almeno fino all’epoca imperiale, il nostro fiume divenne persino oggetto di culto. La sua effigie fu presente sulla monetazione proprio come quella di Partenope e del toro androprosopo. A confermarcelo è un’iscrizione latina rinvenuta nelle fondamenta di una casa in zona piazza Mercato, proveniente da un sacello:

    P. Moevius Eutychus

    aediculam

    restituit Sebetho

    Il fiume Sebeto, in un’incisione del 1841.

    Moevio Eutico, secondo lo studioso Giovanni Grutero, era un facoltoso romano che venne a Napoli con l’intento di restaurare i templi e i luoghi sacri della città. In tale progetto, a quanto pare, era coinvolto anche un monumento dedicato al Sebeto, forse lo stesso ricordato nel Seicento dal Summonte. Nel Rinascimento, invece, Jacopo Sannazaro parlò del fiume scomparso nel suo capolavoro Arcadia:

    O liquidissimo fiume, o Re del mio paese, o piacevole e grazioso Sebeto, che colle tue chiare e freddissime acque irrighi la mia bella patria. Dio ti esalti. Non aveva ancor io fornito il mio dire, quando da quella mesta schiera due Ninfe si mossero, e con lagrimosi volti ver me venendo mi posero in mezzo tra loro. Dalle quali una, alquanto che l’altra col viso levato prendendomi per mano mi menò verso l’uscita, ove quella piccola acqua in due parti si divide, l’una effondendosi per le campagne, l’altra per occulta via andandosene e commodi, ed ornamenti della città.

    Pensando e ripensando al Sebeto, viene da domandarci: c’è oggi un luogo a Napoli che può parlarci direttamente della sua presenza? Ebbene sì, ed è la chiesa di origine angioina di San Pietro Martire, situata accanto alla facoltà universitaria di Lettere, la quale ne occupa quel che fu il chiostro. L’edifico sacro era situato nell’antica zona detta Calcaria, poco lontano da quella Porta di Massa nella quale provenivano navi e merci da Massa Lubrense e dalla penisola sorrentina. Fu nei suoi sotterranei, molto probabilmente, che nel Medioevo Boccaccio e Petrarca ammirarono ciò che restava del fiume sparito. Lo studioso Felice Abate, in un suo scritto sull’acquedotto Claudio del 1842 citato dal Ferrajoli, scrisse chiaramente:

    Il sotterraneo Sebeto esistere talvolta, e condursi al mare per occulto speco, e presentare le sue acque, in molti pozzi, posti, uno nel chiostro di San Pietro Martire, altro nella strada dei Calzettari; altro nella via vicinale presso la strada dei Zagarellari; altro nel fondaco dei Barbati; altro grandissimo capo d’acqua fluente esistere nel monastero di San Marcellino; altro sotto l’edificio delle scuole del Salvatore, presso il luogo appellato Monterone e l’ultimo finalmente nell’indicato luogo detto Pendino Moccia, over forse il fiume aveva il suo capo.

    Uno dei motivi per cui la chiesa di San Pietro Martire è stata chiusa nel 2010 e ha avuto numerosi problemi necessitando un accurato intervento di restauro sarebbe proprio da ricercare nella presenza invisibile del Sebeto. Il tempio voluto da Carlo ii d’Angiò, rimaneggiato in epoca aragonese – vi è, tra le altre, la tomba di Isabella Chiaromonte, consorte di re Ferrante – e successivamente in epoca barocca, ha subìto negli ultimi anni una sorprendente risalita d’acqua dal sottosuolo. Si sono infatti allagate tutte le cripte sotterranee a causa di una falda acquifera in risalita.

    Nell’Ottocento la creazione del Rettifilo, con il Risanamento, avrebbe generato, secondo gli esperti, una differenza di quota della falda acquifera, facendo scaturire pian piano quell’acqua che avrebbe generato danni sempre più ingenti alla muratura e alle pavimentazioni. Quale spiegazione migliore se non la risalita del mitico Sebeto, dormiente ma sempre presente, umiliato ma non domo?

    Una pietra dimenticata,

    le fratrie e Faustina

    la fedifraga

    All’angolo tra via San Biagio dei Librai e vico San Nicola al Nilo, nel cuore di quel che fu un tipico incrocio tra il decumano inferiore e un cardo, inserito in quello schema perfetto pseudo-ippodameo di una città strutturata come una griglia e orientata verso il sole e le stelle, vi è una dimenticata stele di marmo. Talmente dimenticata che negli ultimi

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