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L'incredibile storia della seconda guerra mondiale

L'incredibile storia della seconda guerra mondiale

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L'incredibile storia della seconda guerra mondiale

Lunghezza:
1.001 pagine
14 ore
Pubblicato:
2 set 2019
ISBN:
9788822737212
Formato:
Libro

Descrizione

La seconda guerra mondiale, grande contenitore di più conflitti distinti ma collegati tra loro, è in realtà un serbatoio di storie incredibili, spesso sconosciute, che vale la pena di approfondire per capire meglio il nostro presente e le cause che hanno contribuito a rendere il mondo come lo conosciamo oggi. Questo libro intende quindi travalicare la tradizionale narrazione cronologica, procedendo per argomenti chiave come le alleanze, la diplomazia, l’economia, gli armamenti, gli oltre sessanta milioni di morti e gli scenari del dopoguerra. Il quadro complessivo è quello di una pagina fondamentale della storia dell’uomo che, nella sua brutale ferocia, esercita ancora oggi grande fascino su tutti gli appassionati di storia. Ogni vicenda, infatti, rappresenta un frammento di quello che è stato uno dei momenti più complessi di tutta la storia contemporanea, nonché lo spartiacque del Novecento.

Storie, aneddoti e curiosità sul conflitto più sanguinoso della storia contemporanea

Dalla prima alla seconda guerra mondiale
Alleanze, non belligeranze e neutralità
La diplomazia di guerra e la geo-strategia
Le ideologie in campo
Popoli e società
La guerra negli imperi
Armi e tecnologia
La fanteria
Le truppe corazzate
La guerra aerea
La guerra sui mari
Le truppe paracadutiste
L’Italia in guerra
Il fronte russo
Il teatro del pacifico
Intelligence e spie
La guerra partigiana
Politici e generali
Crimini di guerra
Prigionieri di guerra e internati militari
Il cinema bellico

Giovanni Cecini
(Roma, 1979) è laureato in Scienze Politiche e in Storia contemporanea. Collaboratore dello Stato Maggiore dell’Esercito, di quello della Difesa, del Museo storico della Guardia di Finanza, dell’Enciclopedia Treccani, dell’Istituto del Nastro Azzurro e di Rai Storia, è studioso di storia militare, politica e diplomatica. È stato cultore della materia in Storia delle istituzioni militari, in Diritto dell’Unione europea e in Diritto internazionale all’Università “Sapienza” di Roma. Attualmente è docente nel Master in Storia Militare Contemporanea 1796-1960 presso l’Università degli Studi “Niccolò Cusano” di Roma. È autore di oltre 50 tra saggi, articoli e recensioni per importanti riviste di ambito storico; ha pubblicato 15 monografie, tra le quali I soldati ebrei di Mussolini (Mursia, 2008), Il Corpo di spedizione italiano in Anatolia (USSME, 2010), La Guardia di Finanza nelle isole italiane dell’Egeo (MSGdF, 2014), I generali di Mussolini (Newton Compton, 2016 e 2019), Generali in trincea (Chillemi, 2017) e Ebrei non più Italiani e fascisti (Nuova Cultura, 2019).
Pubblicato:
2 set 2019
ISBN:
9788822737212
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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L'incredibile storia della seconda guerra mondiale - Giovanni Cecini

667

Prima edizione ebook: settembre 2019

© 2019 Newton Compton editori s.r.l., Roma

ISBN 978-88-227-3721-2

www.newtoncompton.com

Realizzazione a cura di Corpotre, Roma

Giovanni Cecini

L’incredibile storia

della seconda guerra mondiale

Prefazione di Giovanni Giorgini

Newton Compton editori

Indice

Introduzione

Dalla prima alla seconda guerra mondiale

Morire per Danzica?

L’Estremo Oriente

L’Italia da Vittorio Veneto al Patto d’acciaio

Alleanze, non belligeranze e neutralità

Una guerra, più guerre

Dall’appeasement all’intransigenza

L’alleanza franco-britannica

Dall’Asse alla coalizione antiamericana

La coalizione delle Nazioni Unite

Governi in esilio e governi fantoccio

I neutrali

La diplomazia di guerra e la geo-strategia

La coralità delle alleanze

La guerra finta

La roccaforte Europa

La lunga strada verso Berlino

Stalin terzo uomo

La strategia giapponese

Pace di compromesso o resa incondizionata?

Le ideologie in campo

Le idee come motore della storia

L’esoterismo nazista

Roma rivendica l’Impero

La democrazia come ideologia

La crociata anticomunista

La Grande Guerra Patriottica

La resa incondizionata e il crepuscolo degli dèi

Popoli e società

Da guerra di massa a guerra totale

La società civile in guerra

Sesso e cibo

L’economia verso la guerra

La guerra industriale del Reich

L’«arsenale della democrazia»

Propaganda politica e di guerra

Cronaca, memoria, arte e musica

La guerra negli imperi

La fine dell’imperialismo europeo

L’Impero britannico

L’oltremare italiano

Un surrogato di Francia

L’(anti)imperialismo asiatico

Il terzomondismo del Tripartito

Armi e tecnologia

Guerra e scienza

Il riarmo tedesco

Gli armamenti degli Alleati

Le armi italiane

Il Giappone tra antichità e modernità

Le armi chimiche

L’arma atomica

La fanteria

Da martello a incudine

La guerra invernale

I reimbarchi

Gli assedi

Gli sbarchi

Le truppe d’élite

Le truppe corazzate

Dalla cavalleria ai carristi

La Blitzkrieg

La guerra nel deserto

Molto di nuovo sul fronte orientale

I corazzati sul secondo fronte

Colpi di coda tedeschi

La guerra aerea

Teorie aeree

Il supporto tattico

Luftwaffe vs raf

Bombardamento strategico

L’aviazione sui mari

La guerra sui mari

La marina tra bellicismo e diplomazia

La guerra nel Mar Baltico

Il Mar del Nord e l’Atlantico

La guerra nel Mediterraneo

Convogli e sottomarini

Le truppe paracadutiste

Un’occasione colta a metà

Dai fiordi all’Egeo

Come Folgore dal cielo

Dalla Sicilia agli Appennini

«Reggerete finché non vi sostituiranno»

Operazione Market

Bastogne e Varsity

Il paracadutismo indiano

L’Italia in guerra

«Vincere e vinceremo»

Dalla «guerra parallela» a quella «subalterna»

Scontro tra Forze armate italiane

Mal d’Africa

Gli italiani in Russia

La caduta del fascismo e il ribaltamento dell’alleanza

I 600 giorni di Salò

Il fronte russo

Il Lebensraum

Il reciproco inganno

L’operazione Barbarossa

Un fronte totalizzante

Il 1942 tra sogni e incubi

Da Stalingrado a Berlino

Il teatro del Pacifico

Lo scenario asiatico

Il mosaico cinese

Il Giappone tra rischi e opportunità

Da Pearl Harbor alle porte dell’Australia

Da Midway a Okinawa

Quale futuro per l’Asia orientale?

Intelligence e spie

Lo spionaggio in guerra

Guerra di codici

Fedeltà e tradimento

Lo strano caso delle sterline false

L’oss

La guerra partigiana

Come e perché nacquero i partigiani

I partigiani del Tripartito

La Resistenza antifascista: nazionalisti e comunisti

La Resistenza a Varsavia e a Parigi

La Resistenza in Italia

«L’ordine è già stato eseguito»

Due casi di agguati politici

Politici e generali

Politica militare o militarismo politico?

Croce di ferro, croce uncinata

I generali di Mussolini

Il Cremlino in divisa

Il comando supremo anglo-americano

Due France, quattro generali e un ammiraglio

Il militarismo giapponese

Crimini di guerra

Deutschland über Alles

L’eccidio di Katyn

«Si ammazza troppo poco»

Prigionieri di guerra e internati militari

Lo status del prigioniero di guerra

Dalla cattura al lavoro obbligatorio

Brutalità

L’internamento negli Stati Uniti

L’ora delle scelte

Il cinema bellico

Il cinema in guerra, la guerra al cinema

La filmografia di propaganda e coeva

Il cinema patriottico

Il cinema narrativo

Il cinema eroico-ironico

Il cinema antimilitarista

Commedia e grottesco

La cinematografia bellica del nuovo millennio

Il cattivo tedesco

Censura e riduzioni commerciali

Conclusioni

Chi può dirsi vittorioso?

L’epoca della post-verità

Fu vera gloria?

Ringraziamenti

Bibliografia essenziale

A Franco Di Santo,

più con l'esempio che con la dottrina

egli è per me un maestro di cultura militare.

Introduzione

Posso solo essere grato alla Provvidenza per avermi affidato la guida in questa storica lotta che sarà descritta nei prossimi cinquecento anni come decisiva, non soltanto per la storia della Germania, ma per tutta l’Europa e invero per il mondo intero. Una revisione storica di portata unica ci è stata imposta dal Creatore.

Adolf Hitler

Quando l’editore Newton Compton mi propose questo progetto, non nascosi le mie perplessità: cosa avrei potuto scrivere di incredibile su un conflitto raccontato, illustrato, filmato, musicato, celebrato, criticato o elogiato migliaia di volte? Quale contributo avrei dato di diverso o di nuovo, rispetto a Winston Churchill, Basil Liddell Hart, Martin Gilbert, Andreas Hillgruber, Alan Taylor, John Keegan, Giorgio Rochat, Ferruccio Botti, Paul Carell, Antony Beevor, David Irving, Max Hastings… solo per citare gli storici più famosi, che si sono occupati in modo anche molto diverso della seconda guerra mondiale?

La risposta a tale domanda non poteva che essere quindi cercata nell’approccio storiografico e logico di come osservare quella guerra. Essa era già stata narrata dall’alto e dal basso, da dentro e da fuori, di lato e di rovescio, usando l’oralità o addirittura attraverso ambientazioni e ambizioni controfattuali. Non mi interessava, del resto, immaginare cosa sarebbe successo se Hitler avesse strappato la pace a Churchill, se avesse vinto il comunismo o se alfine il Führer fosse scappato in Sud America invece di suicidarsi. Da quale approccio incredibile era quindi lecito e necessario iniziare a ragionare?

A quel punto mi è tornato alla memoria il pastiche teatrale Esercizi di stile di Raymond Queneau. Quest’ultima è un’opera letteraria e teatrale, che vidi da ragazzo e poi di nuovo da adulto, periodo intermezzato anche da una mia libera e personale rappresentazione filmica, finalizzata a realizzare un cortometraggio amatoriale, di cui fui regista e protagonista. Conosco quindi l’opera molto bene, tanto da reinterpretarla a modo mio.

In cosa, quindi, e soprattutto come Queneau poteva aiutarmi? Lo scrittore e commediografo francese aveva vissuto gli anni di guerra nella Parigi occupata, ma non si era mai interessato di editoria laica. Tuttavia avrebbe fatto molto di più negli anni a seguire: scrisse una narrazione breve e banale, per poi proporla ai lettori/spettatori in 99 espressioni linguistico-ambientali diverse. La provocazione produsse un’esilarante sperimentazione, che non ha solo del comico o grottesco, ma che evidenzia e dimostra anche la ricchezza soggettiva e l’efficacia di saper raccontare un fatto o un evento, anche il più noto o banale.

Memore di questo approccio, pensai che non era utile o necessario scrivere un altro libro cronologico sulla seconda guerra mondiale. Il lettore ne avrà avuti per le mani moltissimi; perché avrebbe dovuto iniziare a leggere proprio il mio? L’idea da sviluppare si focalizzò quindi sulla pianificazione e sulla stesura di un libro metalogico, dove il conflitto non era tanto raccontato, ma piuttosto scomposto e assemblato di nuovo, sebbene su piani diversi. Era dunque opportuno frantumare il conflitto come uno specchio: avrei così raccontato quel che si vedeva nei singoli frammenti, diversi tra loro per forma e dimensione.

È nata così l’idea di voler narrare e comprendere in modo incredibile un conflitto, che ha provocato la morte di oltre 60 milioni di vite umane e ha sconvolto per sei anni l’intero pianeta, cambiandolo per sempre. A rischio di possibili ripetizioni tra un capitolo e l’altro – comunque funzionali alla diversa prospettiva dei punti di vista – sarebbe venuta fuori una guerra, che molto spesso viene etichettata buona o cattiva, giusta o sbagliata, secondo una comoda logica manichea.

Al di là dei miti e delle banali verità, la seconda guerra mondiale è stato molto più di questo: essa rappresentò un terremoto di proporzioni planetarie, in cui alla fine ci si ritrovò di fronte una società umana completamente sconvolta nei propri precedenti valori o certezze. Si parla spesso – forse anche troppo – del dramma provocato dai bombardamenti a tappeto e s’ignorano invece i frequentissimi casi di cannibalismo tra la popolazione civile e tra le stesse truppe combattenti. Al pari si citano (anche a sproposito) le cosiddette marocchinate, ma si tende a minimizzare come lo stupro fosse un autentico mezzo bellico in tutti gli eserciti, nel Tripartito come tra gli Alleati. Il fatto di portare le insegne di una dittatura o di una democrazia non esentò o rese lecito, a seconda dei casi, gli atti di brutalità, contro chiunque essi fossero destinati o perpetrati.

Questo libro quindi farà riflettere, senza nessuna pretesa di scandalo o di scoperta eccezionale. La circostanza che i fatti possano essere anche incredibili, non significa di per sé che essi siano anche revisionistici. Nessuna scoperta di complotti o simili. In questo libro il lettore non troverà quindi la narrazione di come Hitler riuscì a scampare ai sovietici e di come fece una plastica facciale. Egli non troverà neppure traccia di come Franklin Delano Roosevelt deliberatamente fece attaccare dai giapponesi le Hawaii, solo per calcolo politico. Infine non troverà la narrazione di come la Wehrmacht favorì deliberatamente il reimbarco anglo-francese a Dunkerque, per ottenere in contropartita una salomonica pace con Londra.

Se il lettore cerca conferma a tutto ciò e ad altri argomenti afferenti alla teoria del complotto ha sbagliato libro. Questo è un volume di storia con la S maiuscola, non uno di paccottiglia a buon mercato. Avendo premesso quello che questo libro non è, appare lecito ora precisare meglio l’aspetto incredibile della seconda guerra mondiale, di cui si ha l’ambizione di voler raccontare trasversalmente gli scenari.

Come il lettore comprenderà anche troppo presto, non sono necessarie leggende metropolitane o quelle che oggi chiameremmo fake news per rendere avvincente o intrigante tale conflitto. Continuare a raccontare che gli italiani fossero mandati con le scarpe di cartone in Russia o riferire la falsa affermazione di Rommel – sul fante italiano che ha stupito quello tedesco, quando quest’ultimo aveva stupito il mondo – non rendono la seconda guerra mondiale più affascinante; piuttosto avviliscono lo storico, che vorrebbe comprendere e non ricevere a scatola chiusa delle verità consolatorie o di comodo.

Il punto, da cui partire, deriva piuttosto dalla natura illogica del conflitto. Essendo durato sei anni e avendo investito la quasi totalità del globo terrestre, esso ha reso gli eventi interdipendenti e tra loro condizionanti, secondo regole e costumi incomprensibili in altri momenti storici. Un uomo sano di mente cambia spesso idea e valuta con parametri diversi situazioni anche simili nel tempo e nello spazio. Figuriamoci un uomo con alterazioni della personalità, del proprio io e del rapporto tra singolo e masse. La seconda guerra mondiale ha espresso un grande campionario di uomini sani e di altri con singolari patologie cliniche o devianze caratteriali.

Questo conflitto fu poi imprevedibile nei suoi sviluppi, perché frutto di approssimazioni successive, dettate dall’esperienza o dal mero gioco d’azzardo. Solo chi commise meno errori riuscì a ottenere la vittoria, che del resto non fu mai scontata, perché ogni coalizione aveva al suo interno i germi di un nuovo confronto politico o militare. Si dirà che dall’inizio del 1943 il Tripartito non avrebbe potuto più vincere. Non esisteva però un solo tipo di vittoria, ma piuttosto un’ampia gradazione di essa, che passava dalla vittoria totale a una di compromesso, come era stata per alcuni aspetti quella del 1918.

Sulle cause della mancata vittoria dell’Asse, si parla spesso dell’errore tedesco di aver voluto attaccare la Russia: ciò è valido solo in parte e nessuna decisione militare – anche la più imprevidente – fu valida o fallace in assoluto. All’epoca – anche negli stessi ambienti della Wehrmacht – fu considerato un azzardo l’attacco alla Francia nella primavera del 1940; cinque mesi dopo fu lo stesso per l’Italia con la Grecia, anche se in questo caso lo sviluppo fu diametralmente opposto.

Nonostante ciò, l’esito avrebbe potuto essere diverso in entrambe le campagne, solo se gli errori del perdente fossero stati inferiori alla parte che riuscì alla fine vincitrice. Se le Forze armate italiane avessero attaccato il montagnoso Epiro in estate, con il fattore sorpresa a proprio vantaggio, avrebbero avuto di sicuro più chances di quante ne ebbero in autunno inoltrato con un nemico ormai pronto e arroccato in difesa. Molte delle analisi che faremo saranno quindi su tale presupposto: vinse chi ebbe più fortuna e chi poté esasperare la lunghezza della guerra a proprio favore. I fattori sorte e tempo furono quindi determinanti, considerato che i carri armati tedeschi nel 1940 non erano migliori degli omologhi francesi. Eppure, li travolsero e ne capiremo il perché.

Comunemente la prima guerra mondiale viene anche chiamata Grande Guerra. Questo perché quella combattuta ufficialmente tra il 28 luglio 1914 e l’11 novembre 1918 ebbe risvolti dirompenti, sotto ogni punto di vista: per durata, per intensità del conflitto, per estensione geografica – quanto meno dell’origine dei suoi contendenti – per i mezzi tecnologici, per il numero di combattenti impiegati e infine per la grande brutalità che essa si portò dietro.

Tuttavia, lasciando molte incognite ancora sopite negli scenari interni ed esterni dei Paesi interessati, essa diede il pretesto poco più di vent’anni dopo a un nuovo conflitto, anche più terribile di quello precedentemente concluso. La cosa più rilevante e per certi versi incredibile fu che la seconda guerra mondiale perse anche quel residuale retaggio ottocentesco, che tra i conflitti tradizionali poteva vantare invece la Grande Guerra. Nell’agosto 1914 i francesi combattevano ancora con i pantaloni rossi e tutti erano convinti che a Natale la guerra sarebbe stata già archiviata. A parte il ribaltamento d’alleanza dell’Italia – che però si sviluppò prima del proprio ingresso nelle ostilità – e la defezione bolscevica della Russia, nella prima guerra mondiale lo sviluppo bellico e politico fu di fatto lineare.

Al contrario la seconda guerra mondiale generò innumerevoli colpi di scena, tali da poter far sorgere alla sua conclusione la domanda sul vero significato del conflitto ormai concluso. Fu veramente una guerra etica e la vittoria ristabilì la giustizia internazionale contro l’aggressiva prepotenza del Tripartito? Questa domanda se la posero probabilmente i membri del residuale Governo polacco, che in esilio a Londra dal 1939 ritornarono a Varsavia solo nel 1990, dopo la caduta del comunismo. Se essi se la posero, non trovarono di sicuro una risposta univoca e concorde, rispetto a ciò che si pensava altrove.

Con ciò – vale la pena ribadirlo – non si vuole fare revisionismo di nessun tipo. Appare ormai pacifico oggigiorno ritenere la sconfitta militare dei regimi delle potenze tripartite come l’esito preferibile, al pari di un’inevitabile necessità per tutti i popoli del pianeta. Tuttavia, se analizziamo meglio le tappe di questa lunga e densa esperienza globale, si scoprirà che l’obiettivo finale fu di molto diluito, dietro alle pieghe di quello che un po’ ampollosamente viene definita Realpolitik, ossia l’opportunità politica. Per vincere – e farlo con il numero minimo di morti possibile – gli Alleati non si fecero scrupoli ad accettare (quasi subire) una grossa coalizione di Paesi, tra loro diversissimi sotto l’aspetto politico, economico, sociale ed etnico. Similmente si può ragionare a proposito della supposta (a)moralità dei bombardamenti sulle città o addirittura di quelli atomici. Questo ovviamente può essere detto anche per le medesime componenti del Tripartito, che ebbero probabilmente meno scrupoli morali in tante decisioni dal risvolto macabro o drammatico dei singoli eventi.

Detto questo, quella combattuta tra il 1939 e il 1945 non fu tanto una guerra tra il bene e il male, ma piuttosto un conflitto dove il bene e il male – categorie poco chiare e distinguibili in politica come in guerra – serpeggiarono e si svilupparono secondo contingenza e opportunità. Tutto ciò, insomma, permette di valutare con molto più raziocinio sul fatto che la seconda guerra mondiale fu un intreccio di mille contraddizioni e un agglomerato di mille frammenti di specchio, tra di loro appunto incredibili. Proprio per questo motivo il presente libro non può essere definito di guerra, ma un libro sulla guerra in cui quest’ultima è più un contenitore che il contenuto stesso del racconto.

A ottant’anni di distanza, ancora ci si arrovella sul fatto se l’evacuazione di Dunkerque del giugno 1940 sia stata una sconfitta o piuttosto una vittoria per gli inglesi; allo stesso tempo molta della storiografia italiana – anche condizionata da un romanticismo di maniera – valuta con grande concitazione la sfortunata ma valorosa sconfitta nelle battaglie svoltesi a El Alamein nel secondo semestre 1942. Tutti questi elementi pongono quindi l’accento sul fatto che la seconda guerra mondiale è alfine e in realtà un serbatoio non solo di considerazioni trasversali e di comparazioni incrociate, ma anche di infinite chiavi di lettura.

Questo ragionamento acquista ancor più valore se si pensa che nel 1953 Winston Churchill vinse il premio Nobel non tanto per la pace, bensì per la letteratura. Ciò avvenne proprio per aver scritto un’opera monumentale sulla seconda guerra mondiale, non priva tra l’altro di un certo compiacimento celebrativo. Incredibile fu quindi quel conflitto, anche nel modo in cui è stato raccontato, non potendo del resto limitarsi a un approccio solo militare. Sono infatti ormai passati decenni da quando venne superato il concetto esclusivo dell’histoire-battaille come unica essenza della storia militare. Metodi e interpretazioni sono quindi cambiati; pertanto un rinnovo dell’indagine può essere compiuto anche attraversi approcci non necessariamente cronologici, bensì analitici, non potendo del resto dare nulla per scontato.

Sembra infatti paradossale, ma Eric Hobsbawm nel suo Il secolo breve raccontò di quando si sentì chiedere da uno studente americano «se la locuzione seconda guerra mondiale significasse che c’era stata anche una prima guerra mondiale». Al netto del facile umorismo, chi si occupa di storia si rende conto quotidianamente della grande ignavia o ignoranza anche delle più elementari nozioni del nostro passato, comprese quelle più recenti. Politici, calciatori, vacanzieri, concorrenti televisivi e discutibili influencer confondono guerre, personaggi, avvenimenti, non sapendo cosa si debba festeggiare il 25 aprile o il 2 giugno. Tutto ciò rappresenta una mortificazione collettiva, di cui ciascuno per proprio conto dovrebbe riflettere, altrimenti vergognarsi. Nei contesti più disparati si sente parlare di futuro, di progresso, di crescita… dimenticando poi che nessun futuro, nessun progresso e nessuna crescita sono possibili senza la memoria e la riflessione su quello che ci portiamo dietro alle spalle.

In tempi in cui all’esame di maturità è stato tolto il tema di storia, perché ritenuto superato, la missione dello storico è quella di continuare la lotta contro l’indifferenza e l’ignoranza, uniche cause poi di tanti tristi fenomeni sociali, quali la poca lungimiranza politica, l’odio etnico-religioso e l’incapacità di confrontarsi serenamente con gli altri popoli o nazioni.

n.b.

In questo volume il termine Asse viene utilizzato sia nell’accezione di alleanza italo-tedesca, sia talvolta per estensione come sinonimo di potenze afferenti al Tripartito. Analogamente per Alleati occidentali si intendono i franco-britannici fino al giugno 1940 e gli anglo-americani dal dicembre 1941 in poi. I sostantivi e gli aggettivi relativi a Inghilterra, Gran Bretagna e Regno Unito hanno lo stesso significato, al pari di Stati Uniti e America o Russia e Unione Sovietica.

Dalla prima alla seconda

guerra mondiale

Gli Alleati e i Governi Associati affermano, e la Germania accetta, la responsabilità della Germania e dei suoi alleati per aver causato tutte le perdite ed i danni che gli Alleati ed i Governi Associati e i loro cittadini hanno subìto come conseguenza della guerra loro imposta dall’aggressione della Germania e dei suoi alleati.

Articolo 231 del trattato di Versailles

Quello concluso nel 1918 venne interpretato dai contemporanei come il conflitto che avrebbe voluto ristabilire una volta per tutte la pace nel mondo. Fu invece destabilizzante anche per gli stessi Paesi vittoriosi. I trattati di pace si rivelarono infatti dei meri e traballanti compromessi, latori di innumerevoli problemi irrisolti. Anche i più ottimisti si accorsero ben presto di aver commesso gravi errori di calcolo prima e d’esecuzione poi. Tanto per fare un esempio: gli Stati Uniti, dopo aver dettato con supponenza l’agenda della pace, ancor prima di firmare i relativi trattati tornarono al proprio splendido isolazionismo, che in quella circostanza divenne ben presto sinonimo d’irresponsabilità.

Ogni guerra inizia al termine della precedente

La seconda guerra mondiale è unica nel suo genere, soprattutto per la rottura dello schema spazio-temporale della sua evoluzione politico-militare. La Grande Guerra viene definita comunemente anch’essa mondiale, sebbene questa accezione poggi principalmente sul presupposto che la maggior parte dei Paesi del mondo vi partecipò. Tuttavia, in massima parte essa fu combattuta in Europa, per di più per interessi quasi esclusivamente continentali.

A differenza di quel conflitto, la seconda guerra mondiale ebbe invece a priori uno sviluppo inedito e incalcolabile. Essa ebbe infatti quattro grandi scenari, potendo ben dire che l’intero conflitto fu la sommatoria di altrettanti scontri distinti e separati: quello che riguardò l’Europa orientale e la Russia; quello che riguardò l’Atlantico e l’Europa nord-occidentale; quello che riguardò il Mediterraneo e l’Africa nord-orientale; infine quello che riguardò l’Asia orientale e il Pacifico. Nonostante ciò, i quattro grandi scacchieri non furono disconessi tra loro, visto che (di massima) sempre gli stessi contendenti si alternavano coppia a coppia in più contesti diversi, spostando in modo ondivago il proprio equilibrio interno ed esterno. L’interdipendenza fu spesso limitata, ma in alcuni casi determinante per autentici contraccolpi. Per usare un eufemismo: un battito d’ali di una farfalla a Pearl Harbor produsse lo sbattere di finestre a palazzo Venezia. Nonostante ciò – a parte i comandi congiunti anglo-americani – quasi mai le strategie dei rispettivi soci di guerra furono concordate anticipatamente. Si può onestamente dire che l’Asse Roma-Berlino e il Giappone combatterono due guerre diverse, spesso neppure contro gli stessi nemici; nel mentre l’Unione Sovietica fece sempre poche congetture sulla propria strategia, salvo quella di ricacciare i tedeschi verso il cuore del Reich.

Anche l’aspetto temporale e cronologico ha elementi di grande rilevanza e complessità. Comunemente l’inizio della guerra viene collocato con l’attacco tedesco alla Polonia del 1° settembre 1939, mentre la fine è fatta coincidere con la resa nipponica nella baia di Tokyo del 2 settembre 1945. In realtà questa è una classificazione temporale di comodo e basata su un concetto anglosassone del corso della storia. Se avessimo chiesto nel secondo dopoguerra a un politico austriaco quando iniziò la guerra, egli avrebbe risposto «nel marzo 1938», quando la Wehrmacht invase l’Austria, volendo considerare Vienna la prima vittima del nazismo invasore. Se avessimo fatto la stessa domanda a un maturo partigiano comunista francese o italiano, egli avrebbe risposto «nel 1937», avendo egli combattuto i fascisti già in Spagna durante la guerra civile. Così discorrendo, un cinese avrebbe potuto dire che la guerra era iniziata «nel 1933», mentre un russo e un americano «nel 1941», quando rispettivamente la Germania attaccò l’Unione Sovietica e il Giappone le isole Hawaii.

Insomma, tutto ciò è la riprova di come nella guerra 1939-45 si fossero coagulati insieme precedenti e diversissimi conflitti, che per forza di cose avevano trovato grosso modo origine nelle pieghe della prima guerra mondiale. Alla conclusione di essa, i successivi consessi diplomatici – nel tentativo di sistemare l’universale società postbellica – inacerbirono solamente molti dei grandi problemi, che si era avuta invece l’ambizione di risolvere con quel conflitto. Per questo motivo è necessario partire proprio dal 1918, per comprendere l’origine della seconda guerra mondiale.

Quella che vide la sua fine con i cinque trattati di pace parigini del biennio 1919-20 fu una guerra lunga, martoriante, rivoluzionaria. Alla fine della stessa, quattro maturi imperi (russo, austro-ungarico, tedesco e ottomano) avevano visto il proprio collasso politico, mentre tra le potenze trionfatrici arrivarono al pettine nodi, fino ad allora ben celati dalla folta chioma del desiderio di vittoria militare. Ecco perché, comunemente, il 1918 non viene posto come anno di chiusura di un conflitto, bensì l’inizio di una lunga serie di recriminazioni incrociate. Al pari del Congresso di Vienna del 1814-15, dove l’abilità del principe Charles de Talleyrand riuscì a mettere in crisi la saldezza dello schieramento dominante, così poco più di cento anni dopo i punti di vista degli alleati e associati dell’Intesa si neutralizzarono tra di loro. La Gran Bretagna – come sua tradizione – avrebbe voluto garantire l’equilibrio europeo, magari mantenendo in piedi simulacri degli imperi austriaco e russo. La Francia, invece, aveva come priorità quella di punire e anestetizzare la Germania il più a lungo possibile, appoggiando fino all’inverosimile gli interessi dei polacchi; tra l’altro, Parigi e Varsavia avevano antichi e cordiali rapporti, che risalivano almeno a quando il duca d’Angiò Enrico di Valois fu eletto re di Polonia nel 1573 con il nome di Enrico iii.

Per motivi diversi venne quindi creata una rete di Stati cuscinetto nell’Europa orientale: da nord a sud videro luce la Finlandia, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Polonia, la Cecoslovacchia, l’Austria, l’Ungheria e il Regno dei serbi-croati-sloveni (Jugoslavia), oltre all’ingrandimento della Romania e della Grecia e di riflesso la mortificazione della Bulgaria e della Turchia europea. Lo spauracchio di una possibile alleanza tra la Russia bolscevica e la Germania post-imperiale – entrambe vittime eccellenti del conflitto e quindi politicamente sottodimensionate – creò agitazione nelle democrazie occidentali, che tra l’altro imposero il divieto assoluto verso una possibile unione politica (il cosiddetto Anschluss) tra le nuove repubbliche di Weimar e di Vienna.

Tuttavia, i nuovi Stati dell’Europa centro-orientale, sorti per volontà esterna e con confini fragili sotto l’aspetto etnico-sociale, erano di fatto dei vasi di coccio tra vasi di ferro, in una lotta tra il concetto di nazionalità e quello d’interesse strategico. La lungimiranza non fu dote dei potenti riuniti alla conferenza della pace di Parigi, visto che l’obiettivo principale si risolse nell’indebolimento generalizzato della Germania e nel contenimento della rivoluzione comunista.

A differenza delle sue recenti alleate, l’Italia si pose invece subito in antagonismo con la Francia, che con ambizioni neo-napoleoniche voleva imporsi in Europa centrale e nel Mediterraneo. Il reciproco sospetto tra Roma e Parigi si fece lampante sin dalle battute iniziali del dopoguerra, quando l’incomprensione fu totale a proposito della città di Fiume o di possibili compensi italiani oltremare. Per di più la Piccola Intesa – duttile coalizione filofrancese, costituita dalle neonate o ingrandite Romania, Cecoslovacchia e Jugoslavia, con l’appoggio esterno della Polonia – era considerata un pericolo per l’Italia, non meno che per gli ex Imperi centrali ormai sconfitti. Questo stato di cose comportò un graduale slittamento di Roma verso il desiderio di revisionare il sistema sorto a Versailles, trovando più interessante invece ergersi a madrina delle nazioni mutilate come l’Austria, l’Ungheria, la Turchia o la stessa Germania.

Con questi presupposti l’insoddisfazione si sviluppò in molte realtà nazionali: nel 1922 in Italia salì al potere il fascismo; a partire dal 1925 in Germania la repubblica di Weimar fu schiacciata dai debiti, mentre in tutti gli altri Stati la crisi economico-finanziaria del 1929 non fece che inacerbire gli animi verso il sistema internazionale fissato a Parigi. Del resto, la Società delle Nazioni – organo sovranazionale ispirato dal presidente americano Woodrow Wilson, ma subito dopo sconfessato dal medesimo Congresso statunitense – iniziò a mostrare la propria più completa inefficacia, se il suo obiettivo principale avesse dovuto essere la risoluzione pacifica delle controversie tra i popoli e gli Stati.

La situazione iniziò a complicarsi ancora di più a partire dal gennaio 1933, quando il partito nazionalsocialista di Adolf Hitler ottenne la guida del governo tedesco. All’inizio gli altri esecutivi nazionali non compresero adeguatamente il pericolo rappresentato dal dittatore d’origine austriaca, ritenendolo uno dei tanti ideologi che volevano riaffermare in modo più o meno coreografico la sufficiente dignità del popolo tedesco. Per le democrazie occidentali e per il fascismo italiano il pericolo principale rimaneva sempre il comunismo. Per di più, dopo oltre 15 anni dalla resa del 1918, sarebbe stato anche possibile discutere qualche revisione dei confini tedeschi, nonostante l’uscita della Germania dal novero della Società delle Nazioni appena nove mesi dopo l’ascesa di Hitler al potere. L’unico ben determinato allora a contenere la Germania, soprattutto nelle sue ambizioni austriache, sembrava Benito Mussolini. Tuttavia, il duce non riuscì a trovare un’adeguata collaborazione militare neppure con la Francia – tecnicamente la più interessata a non fare nessuna concessione al risorto Reich – viste le reciproche riserve a proposito del ruolo da attribuire alla Jugoslavia. Belgrado andava protetta al pari di Vienna secondo Parigi, andava strangolata invece secondo Roma.

Questo accadeva mentre ampi strati della politica e della società britannica già da tempo reputavano il diktat di Versailles come una pena eccessiva e sproporzionata contro la Germania. Fu così che a partire dalla metà degli anni Trenta a Londra vi fu ben più che accondiscendenza verso le mire germaniche d’espansione verso i popoli di lingua tedesca. Lungo il Tamigi, la preoccupazione maggiore rimaneva rivolta sempre verso Mosca, il cui governo invece temeva l’isolamento quanto la peste del Cinquecento. Per paradosso e nonostante tutto, la Germania, seppur considerata da molti il pericolo più grande, diveniva allo stesso tempo un interlocutore obbligato, se si voleva evitare il suo reiterato tramutarsi in una bomba a orologeria. Così era nata già nella metà degli anni Venti, con i governi di Weimar, un’intensa collaborazione militare tra la Germania e l’Unione Sovietica. Se le rigide norme contenute nel trattato di Versailles imponevano ai tedeschi un esercito ridotto (100.000 uomini) e l’impossibilità di sviluppare nuove armi, gli strateghi tedeschi vennero inviati in Russia, così da poter collaborare con le locali autorità militari. I primi avrebbero potuto continuare i propri studi, aggirando le restrizioni imposte nel 1919, mentre per i sovietici diveniva la rottura di un indotto isolamento. Del resto – almeno all’inizio – sia il grande riformatore tedesco Hans von Seeckt sia il ministro sovietico Lev Trockij (fondatore dell’Armata Rossa) avevano obiettivi comuni: recuperare prestigio ed efficienza militare, non trascurando la comune volontà d’annichilire la baldanza della risorta Polonia.

Con questi presupposti, dopo un quindicennio di escalation nazionalista e liquidata completamente l’eredità weimariana, a partire dal 1935 la progressione dell’azione espansiva tedesca fu costante: Hitler occupò la Renania (smilitarizzata dopo la Grande Guerra) al confine con la Francia, dove vennero iniziati anche i lavori di un vallo fortificato lungo 600 e largo 30 km, la meglio nota linea Sigfrido, da porre in antitesi all’omologa francese Maginot. Vinta con facilità questa debole resistenza, nel marzo 1938 Hitler occupò poi l’Austria (il già citato Anschluss), questa volta anche con il gradimento di Mussolini, a questo punto sempre più vicino al dittatore nazista. Del resto, l’affinità elettiva tra Roma e Berlino non si doveva solo alla comunanza ideologica, ma anche per via della lenta e costante separazione che i due regimi stavano solcando con le democrazie occidentali. Anzi, si può ben dire che la Germania, l’Italia e persino il lontano Giappone cercassero la propria amicizia nella comune condizione di voler operare negli anni Trenta continue forzature diplomatico-militari, imbaldanzite dalla timidezza dei tutori dell’ordine internazionale. L’imbelle Società delle Nazioni – con la Gran Bretagna e la Francia in primis – fu alfine spinta ad ampie concessioni, pur di evitare fino all’ultimo lo scatenarsi di una nuova guerra mondiale.

Nonostante i tentativi diplomatici anglo-francesi per salvaguardare le forme – se non proprio la sostanza – la guerra italiana contro l’Etiopia del 1935-36 e la partecipazione congiunta nazi-fascista al sovvertimento dello Stato democratico spagnolo durante l’omologa guerra civile del 1936-39 furono tutti episodi che portarono a continui atti d’impunità. D’altro canto, l’esempio giapponese in Cina a partire dal 1933, anno in cui Tokyo iniziò la sua lenta e nefasta penetrazione nel continente asiatico, evidenziava sin troppo bene la debolezza delle democrazie occidentali verso la garanzia dell’ordine costituito a Parigi nel 1919.

Assuefatti a dover fare buon viso a cattivo gioco, gli anglo-francesi si trovarono ben presto nell’avvilente ruolo di vittime del gioco tedesco. In quei mesi Hitler infatti, rialzando sempre più la posta, cercò di convincere l’opinione pubblica interna ed esterna che egli volesse solo la giustizia internazionale e la pace fra i popoli. Erano invece Gran Bretagna e Francia le vere intenzionate a ricorrere alla guerra, perché invidiose dell’inevitabile affermazione della Germania sulle genti di lingua tedesca. Di fronte a questo clima d’esasperazione nazionalista e di deformazione propagandistica, Londra e Parigi erano ancora incerte sul grado di risolutezza da imprimere alla congiunta politica estera, soffrendo della sindrome di dover iniziare esse una guerra generale. Le proprie decisioni politiche erano infatti condizionate dalle rispettive opinioni pubbliche, dalla stampa, dagli elettorati e infine dalle minoranze interne dei singoli parlamenti. Queste ultime non aspettavano altro che un passo sgradito agli elettori da parte degli esecutivi allora al potere e – soprattutto in Francia – la polarizzazione partitica diventava un’autentica iattura diplomatica.

Hitler, che invece poteva contare su un’opinione pubblica artefatta e accomodante, irrobustì la propria posizione negoziale; molto abile nella sua propaganda, sapeva cadenzare con abilità minacce, promesse, bugie e rassicurazioni. Nel marzo 1938, a Vienna, il popolo austriaco lo acclamò come un liberatore, risvegliando nei suoi connazionali gli onori e la gloria dell’Impero asburgico. Questo successo mediatico non poté che essere il pretesto per proseguire un articolato cammino di rivendicazioni. Solo guardando la carta geografica, tra l’Austria e la Germania si collocava la Cecoslovacchia, prodotto artigianale e artefatto della pace di Parigi, che sommava insieme la Boemia, la Moravia, la Slesia sudeta, la Slovacchia e la Rutenia subcarpatica. Senza ulteriori esitazioni Hitler pretese per sé subito i Sudeti, una regione montana e ben fortificata, che costeggiava i confini sud-orientali della Germania; vi abitava una significativa componente tedesca, che secondo i nazisti era vessata dalla maggioranza ceca. Il pretesto era quindi pronto: tuttavia il Führer volle preparare l’annessione con la sua solita astuzia. La Germania continuò nelle minacce, pronta per la guerra, ma altrettanto galvanizzata d’ottenere quanto richiesto ancora con l’inganno negoziale. La Cecoslovacchia era uno Stato membro della Società delle Nazioni e aveva l’assoluta garanzia francese dell’inviolabilità dei propri confini. Anche l’Unione Sovietica avrebbe volentieri sostenuto i diritti cecoslovacchi d’autodeterminazione; tuttavia si vide negare la condizione di far passare le proprie truppe attraverso la Polonia o la Romania, entrambe timorose delle annesse possibili complicazioni militari dell’operazione.

A queste condizioni la Francia e la Gran Bretagna – non intenzionate a scendere in guerra per i Sudeti – preferirono iniziare un articolato gioco diplomatico, affinché Berlino ottenesse la regione senza spargimento di sangue. I tentativi occidentali di portare Praga a un salomonico negoziato tuttavia fallirono. Il premier britannico Neville Chamberlain stabilì d’agire per primo e di soddisfare le richieste germaniche, prima ancora che fossero poste in maniera ufficiale. In buona sostanza, nel corso della primavera e dell’estate 1938 la diplomazia britannica si batté affinché il governo francese abbandonasse il suo alleato cecoslovacco e ripiegasse su posizioni più malleabili. Del resto a Londra si credeva che Parigi fosse al sicuro dietro la linea Maginot e che lo fosse in eguale misura la Gran Bretagna dietro alla protezione della Royal Navy. Il premier britannico era poi convinto che perfino la Germania hitleriana fosse un male minore rispetto alla Russia sovietica. Pertanto, il predominio nazista sull’Europa orientale, per quanto sgradito, avrebbe comunque costituito una solida barriera contro la tanto temuta avanzata bolscevica e ricreato quel bilanciamento di potenze, tanto auspicato lungo il Tamigi. Secondo questa logica la Germania non andava mortificata, ma quasi incoraggiata a procedere ordinatamente nelle sue rivendicazioni nazionali. Si credeva insomma che Hitler potesse essere utilizzato, acconsentendo il ripristino di una parte della situazione tedesca del 1914, ritenendo la quarantena politica di Berlino ormai finita. Così Chamberlain e l’omologo francese Édouard Daladier si macchiarono del rinnegamento della legalità internazionale, pur di accontentare il Führer, appellandosi alla causa della pace. Dall’alto della loro missione storica fecero tutto senza consultare – a parte Mussolini – altre rappresentanze nazionali, primi tra tutti gli stessi cecoslovacchi, il cui governo fu messo di fronte al fatto compiuto dai propri stessi protettori francesi. In quel modo la conferenza di Monaco (29-30 settembre 1938), in cui venne deciso lo scorporo dei Sudeti a favore della Germania, si ridusse a un gioco degli inganni, in cui il ruolo di innaffiatori innaffiati fu appunto interpretato dai delegati inglesi e francesi. Chamberlain tornò a Londra inorgoglito dello scampato pericolo, facendosi vanto di aver salvato la pace, non accorgendosi di aver egli stesso fornito a Hitler una tanica di benzina per il futuro falò. Si era sancita e certificata l’arbitrarietà di far mutare i confini internazionali in ragione del diritto della forza in luogo della forza del diritto; così, non solo la Polonia si sentì autorizzata ad annettersi a sua volta la Slesia sudeta; si offrì pure il pretesto a Mosca di accordarsi per proprio conto anch’essa con Berlino a proposito delle proprie pendenze ancora esistenti, relative ai confini europei dell’Unione Sovietica. Tutti si erano insomma autoconvinti di poter credere alle rassicurazioni dell’intimidatorio Hitler, quando in realtà era la deliberata disgregazione del sistema integrato d’alleanze, creato dalla Francia a partire dal 1918.

La situazione da grottesca tuttavia si fece presto tragica: il Führer si spogliò degli abiti presentabili, per indossare quelli a lui più congeniali di pirata diplomatico. Infatti, il 1939 si sarebbe risolto nello sviluppo di un’escalation di nuove azioni arbitrarie, suffragate dalla generale impunità, che proprio alla conferenza di Monaco aveva visto la propria apoteosi. Quasi inebetiti, i governi di Londra e Parigi fecero ancora da spettatori, nonostante si fossero posti a paladini delle nuove frontiere stabilite a Monaco. Così iniziò un lungo percorso di impunite aggressioni: nel mese di marzo Hitler occupò anche la Boemia e la Moravia, lasciando la Slovacchia – amputata pure della Rutenia subcarpatica, annessa unilateralmente dall’Ungheria grazie al 1° arbitrato di Vienna – come mero Stato fantoccio; poi fu la volta della città confinaria di Memel, sottratta con la minaccia da Berlino alla Lituania; contemporaneamente Francisco Franco poteva nominarsi capo assoluto in Spagna, ormai vinta qualsiasi resistenza democratica anche a Madrid e a Barcellona; ad aprile Mussolini occupò invece l’Albania, coronando un sogno che risaliva all’epoca dell’Italia liberale. Infine, il 23 agosto le delegazioni nazi-sovietiche – capeggiate dai due ministri degli Esteri Joachim von Ribbentrop e Vjačeslav Molotov – sottoscrissero un patto di non aggressione tra i due Paesi. Il trattato fu visto a Occidente generalmente come una grave minaccia, perché legava i destini delle due nemiche storiche della Polonia, che si trovava quindi non solo geograficamente, ma anche politicamente e fatalmente accerchiata. Nel timore di una guerra su due fronti, Hitler nel gennaio 1934 aveva sottoscritto un omologo patto di non aggressione proprio con Varsavia: egli si era convinto che la Polonia, timorosa del pericolo sovietico, sarebbe divenuta presto una remissiva satellite di Berlino, come avrebbero fatto dal 1939 in poi Slovacchia, Ungheria e Romania. Tuttavia, il Führer aveva fatto male i propri calcoli: la Polonia si dimostrò orgogliosa delle proprie indipendenza e autodeterminazione. Ancora una volta Hitler smentì sé stesso, dimostrando che i trattati da lui sottoscritti non valevano neppure la carta sui quali vennero redatti. Così i successivi obiettivi tedeschi sarebbero stati quindi la città libera di Danzica e il cosiddetto corridoio polacco, ossia quella striscia di terra, che permettendo alla Polonia uno sbocco al mare, divideva geograficamente sin dal 1919 la Prussia dal resto della Germania.

Rimandando i risvolti diplomatici dell’accordo Ribbentrop-Molotov al capitolo sulle alleanze, qui si può analizzare un ulteriore particolare: ad aggravare la situazione vi fu infatti l’annessa sottoscrizione di un protocollo segreto nazi-sovietico, che assicurava ai due Paesi la soddisfazione delle rispettive rivendicazioni territoriali. Oltre alla commisurata spartizione della Polonia, l’Unione Sovietica si garantiva mano libera sulla Finlandia, sull’Estonia, sulla Lettonia oltre alla romena Bessarabia (grossomodo l’attuale Moldavia), regione ex zarista, assegnata nel 1919 a Bucarest. Secondo quegli stessi protocolli la Lituania sarebbe inizialmente toccata invece alla Germania. In questo modo Berlino avrebbe recuperato il proprio prestigio territoriale e consolidato un rilevante ruolo continentale, mentre Mosca avrebbe riconquistato la propria piena dominazione dal Mar Nero all’Artico, dopo le reiterate e infruttuose trattative con Helsinki. Fino ad allora quest’ultima aveva infatti rifiutato uno scambio di territori, tale da avvantaggiare la protezione interna di Leningrado e un migliore accesso sovietico al mare. Di fronte al reiterato rifiuto, la risposta di Stalin sarebbe stata la presa militare di quello che non aveva ottenuto diplomaticamente.

Al cospetto di questa lunga serie di gravi minacce – segrete, ma intuibili – come reagirono gli altri tre sottoscrittori del patto di Monaco? Potevano accusare l’Unione Sovietica di essersi accordata con la Germania, per mettere in crisi il sistema di Versailles, quando essi stessi avevano fatto lo stesso undici mesi prima, senza essersi curati d’interpellare Mosca? Danzica valeva più dei Sudeti sul lato prettamente diplomatico? Come vedremo – a parte Roma che tre mesi prima aveva sottoscritto un’alleanza vincolante con Berlino – Londra e Parigi si sarebbero trovate alfine nell’imbarazzante situazione di essere rimaste con il proverbiale cerino in mano.

Morire per Danzica?

Nonostante la situazione fosse di fatto grave, i governi francese e inglese erano ancora portati a cercare un’indolore via d’uscita, che scongiurasse la tanto temuta ripetizione della Grande Guerra. Se il nuovo obiettivo dichiarato da Hitler – sperando che rimanesse l’ultimo – fosse solo il raccordo tra Prussia e Germania, lungo la Senna e il Tamigi si pensò che una soluzione compromissoria potesse ancora trovarsi. Esponenti francesi e inglesi sognavano una nuova Monaco, convinti che non sarebbe stato possibile, né tantomeno utile spingere Varsavia verso l’intransigenza. Del resto, nonostante le garanzie territoriali che Francia e Gran Bretagna avevano rivolto in precedenza senza riserve all’indirizzo della Polonia, ora erano tutti tornati sui propri passi: qualora Varsavia fosse stata investita da un attacco congiunto nazi-sovietico, le democrazie occidentali avrebbero potuto fare poco o nulla, mentre le difese polacche si sarebbero fatte distruggere.

Tale insomma fu il nodo della politica congiunta anglo-francese in quegli ultimi giorni di pace e a dire il vero anche dei primi mesi di guerra. I due governi si erano infilati in un vicolo cieco – il cosiddetto appeasement – avendo concesso sino ad allora troppi crediti diplomatici a Hitler, proprio per evitare la guerra. Ora si trovavano nell’odiosa situazione di non poter rinunciare a opporsi militarmente alla Germania. Nonostante ciò, essi non potevano neppure perdere la faccia sotto il peso della propria impreparazione operativa e strategica verso un evento così traumatico. A tal proposito è sin troppo nota la frase di Churchill, che amaramente fotografa quel clima: «Regno Unito e Francia potevano scegliere tra la guerra e il disonore. Hanno scelto il disonore. Avranno la guerra». Mussolini – che come è stato detto aveva deciso di vincolarsi con un’alleanza offensiva al fianco di Hitler – continuò invece nel suo ambiguo ruolo di disonesto sensale, convinto che più la Germania fosse stata percepita come una minaccia da Gran Bretagna e Francia, più l’Italia avrebbe potuto lucrarci.

In questo clima sul filo del rasoio, dopo aver atteso due giorni dall’aggressione nazista alla Polonia, il 3 settembre Parigi e Londra dichiararono congiuntamente guerra a Berlino per pura forza d’inerzia. Per molti mesi sarebbe stato un atto del tutto formale, visto che a parte qualche scaramuccia aero-navale e la fallimentare esperienza norvegese, non vi fu nessuna azione concreta contro la Germania in territorio metropolitano.

La Gran Bretagna aveva del resto la consapevolezza d’essere una potenza invecchiata male. L’esercito inglese era un dispositivo adatto a guerre periferiche o di grande coalizione. La partecipazione britannica alla Grande Guerra aveva avvilito la saldezza del proprio impero e arrugginito il proprio timone di comando mondiale. Le diverse amministrazioni coloniali avevano iniziato a scricchiolare proprio in concomitanza con la precedente guerra mondiale e Londra si era vista soppiantata dalla sempre più ingombrante concorrenza americana. Pertanto, l’Inghilterra non si poteva permettere una nuova guerra, non tanto perché non fosse pronta militarmente, ma piuttosto perché non era nelle condizioni sociali di reggere a un nuovo terremoto internazionale. Il governo britannico era pienamente consapevole di non essere più l’asse dell’equilibrio internazionale e ciò lo rendeva fragile internamente ed esternamente. Dopo aver dovuto concedere l’indipendenza all’Irlanda, all’Egitto e all’Iraq, le prossime devoluzioni avrebbero potuto essere nei confronti dei già recalcitranti dominions Canada, Sud Africa e Australia o della colonia indiana, quest’ultima ancora ritenuta perla dell’impero vittoriano.

Discorso analogo può essere fatto per la Francia. Dopo l’affronto prussiano del 1870, quando l’esercito del Reich aveva marciato a Parigi, era avvenuto il riscatto del 1918 con il quale i francesi erano arrivati all’erronea convinzione di aver vinto la guerra da soli. Ne erano talmente certi che avevano paura di loro stessi e di non essere più in grado di ripetere quel primato. Ecco quindi sorgere la paura verso la Germania e verso le sue rivendicazioni, che in parte – come si è visto – apparivano persino fondate o condivisibili. Per di più rispetto alla Gran Bretagna, in cui il regime monarchico non permetteva grandi oscillazioni politiche, la Francia aveva una polarizzazione partitica molto accentuata, che minava l’interna stabilità sociale. Trovandosi nel 1939 con i fascisti lungo i Pirenei e le Alpi e i nazisti lungo il Reno, il governo radical-socialista di Daladier si sentiva accerchiato come non mai. A condizionare questa delicata situazione vi erano poi le spinte interne al parlamento nazionale, dove i comunisti avrebbero comunque contestato l’esecutivo, qualsiasi azione impegnativa esso avesse preso, sia a favore sia contro Hitler.

In realtà nel settembre 1939 i comandi anglo-francesi sopravvalutarono la forza militare tedesca, che disponeva sul fronte occidentale di pochi effettivi, rispetto a quel che la Francia avrebbe potuto mobilitare in attesa delle avanguardie britanniche. Tuttavia, la condizione attendista e difensivista, sviluppata sin dagli anni Venti, portò Parigi a non prendere nessuna iniziativa, per rimanere piuttosto passiva rispetto agli eventi al di là del Reno.

In questa apatia generalizzata la Polonia sopravvalutò sé stessa e gli alleati occidentali, convinta che essi avessero ancora gli eserciti determinati e vittoriosi del 1918. Londra e Parigi incoraggiarono questa illusione, persuasi che le minacce hitleriane si sarebbero rivelate un bluff, simile a quello che essi stessi stavano perpetrando, rassicurando disonestamente Varsavia. Commettendo peccato mortale d’accidia, gli anglo-francesi ebbero torto due volte, tanto da portare preterintenzionalmente la Polonia al disastro. La situazione si rese ancora più tragica, perché nessuno a Occidente si fidò dell’Unione Sovietica. Convitato di pietra alla conferenza di Monaco di un anno prima, Mosca avrebbe potuto essere – prima del patto Ribbentrop-Molotov – l’ultima ratio nel tentativo di ostruire politicamente la Germania.

Tuttavia, numerose incognite portarono le democrazie occidentali a diffidare di Stalin anche in questa circostanza. Innanzitutto, la Polonia non gradiva sul proprio territorio l’eventualità di un intervento militare dei russi, avendo essa al suo interno forti componenti ucraine e bielorusse; far entrare i sovietici nelle vecchie province zariste, per farsi difendere dai nazisti, avrebbe poi comportato la difficile necessità di farli ritornare a casa loro, una volta scampato il pericolo germanico. In ogni caso, Mosca avrebbe fatto tutto ciò senza contropartita e per puro spirito di filantropia? In quelle circostanze il maresciallo Edward Smigly-Rydz (allora comandante in capo delle forze armate polacche) commentò: «Con i tedeschi rischiamo di perdere la nostra libertà; con i russi, la nostra anima». A tutto ciò si aggiungeva poi quella sottile diffidenza che nelle liberali Londra e Parigi si aveva verso la dittatura comunista, poco appetibile a livello ideologico come possibile alleata per ostruire il nazismo. Paradossalmente il «patto di non aggressione» tolse dall’imbarazzo gli anglo-francesi: il lumicino di un’intesa militare con Mosca venne archiviato del tutto nell’estate 1939, salvo essere riesumato a condizioni estremamente più onerose solo due anni dopo. Ma questo verrà esaminato a tempo debito.

L’Estremo Oriente

Unica potenza asiatica vittoriosa della Grande Guerra, il Giappone aveva visto il successo militare nel conflitto mondiale come l’ennesima occasione per ribadire il proprio primato in Estremo Oriente. La Russia, all’opposto, aveva visto rifluire il proprio espansionismo orientale sin dal 1905; infine, la Cina segnava ormai il passo sotto al crollo del suo impero millenario, avvenuto nel 1912. La politica della porta aperta – iniziata nell’Ottocento – aveva visto la sua acme nella dura repressione della rivolta cinese dei cosiddetti Boxer, in cui le potenze europee e appunto il Giappone imposero condizioni ancora più draconiane alla già martoriata Pechino. La successiva proclamazione della repubblica nazionalista non migliorò le cose; anzi gli anni Venti furono la consacrazione dell’inconsistenza cinese come Stato non più autonomo e indipendente. Di fronte a questo vuoto imperiale autoctono, l’obiettivo di Tokyo era quindi imporsi in modo totale in Asia orientale. Se il Lebensraum (spazio vitale) tedesco era inevitabilmente da trovarsi in direzione degli Urali, quello nipponico si sarebbe sviluppato lungo la fascia rivierasca e insulare che dal Mar Giallo raggiungeva quello dei Coralli. In questo modo, obiettivo giapponese – partendo dai propri avamposti in Corea e a Formosa – era da principio assoggettare del tutto la frazionata repubblica di Nanchino e contemporaneamente incalzare la concorrenza dell’espansionismo coloniale di inglesi, francesi, olandesi e americani.

Interessante prendere in esame proprio la politica imperiale della Casa Bianca. Dal 1920 gli Stati Uniti si erano completamente disinteressati delle sorti europee, ma guardavano con apprensione gli scenari del Pacifico, ritenuto in quel momento sempre più il proprio giardino di casa. Pertanto, sin dal 1922 avevano vincolato il Giappone a un rapporto a esso svantaggioso per quanto riguardava la produzione di naviglio militare. Nella conferenza di Washington venne prescritto che Tokyo non potesse mettere in linea più del 60% del corrispettivo naviglio americano o di quello britannico. La cosa aveva infastidito non poco i nipponici, tanto che – percorrendo una strada di fiere rivendicazioni diplomatico-militari – Tokyo arrivò nel 1933 a uscire dalla Società delle Nazioni. Ciò accadeva in concomitanza con l’affermazione di un maggior spirito navalista, confluente nel rifiuto dei limiti imposti nel 1922 e che porterà al rifiuto nel 1936 del trattato navale di Londra.

Queste decisioni segnarono il punto di non ritorno della questione orientale e potremmo dire che le analogie storiche tra il Giappone e la Germania non finivano qui. Grazie a intraprendenti caste militari, entrambe le nazioni emersero nell’Ottocento come efficienti Stati nazionali e allo stesso tempo videro da vicino il crollo progressivo di due vicini retaggi imperiali del passato: la Turchia e la Cina. Le affinità poi proseguirono copiose: come Berlino aveva mortificato Parigi nel 1870, Tokyo fece lo stesso con Pietroburgo trentacinque anni dopo. In questo modo si erano create le condizioni per affermare il proprio primato in ancora più ampi contesti. Nell’epoca guglielmina il Reich si era rivolto verso il contesto extraeuropeo, che per ironia della sorte venne nella parte orientale a essere ereditato nel 1919 proprio dal Giappone, collocatosi nel frattempo nel campo dell’Intesa durante la guerra mondiale.

Gli anni Trenta furono così la prosecuzione di questa politica: Tokyo volle consolidare la propria presenza continentale, facendo leva sulle spinte centrifughe cinesi. Il primo atto ufficiale di questa tragica escalation fu nel 1931 l’attacco nipponico in Manciuria, azione che accelerò la disgregazione cinese e la penetrazione militare del Giappone verso l’entroterra asiatico. Nel 1937 si realizzò poi l’ulteriore fase di questa dominazione: la seconda guerra sino-giapponese dimostrò – per il momento – il completo isolamento politico della Repubblica cinese, che infatti fino al termine del 1941 si collocò come unica ostruzione allo strapotere nipponico nell’intero Oriente. Questo fu ancora più sorprendente quando, nell’agosto 1939, si trovò un completo e definitivo accomodamento tra Tokyo e Mosca a proposito del più che trentennale scontro tra le due potenze asiatiche.

Come si vedrà nel capitolo relativo alle alleanze, a partire dall’autunno del 1940 il Giappone trovò conveniente poi associarsi all’Asse Roma-Berlino, ma con peculiarità proprie. Non vi sarebbe stata mai reciproca coordinazione militare e la persistente neutralità tra Tokyo e Mosca fu una significativa mancanza per la fratellanza d’armi tra i tre popoli, visto che Hitler e Mussolini dichiararono guerra a Washington appena dopo Pearl Harbor. Il tutto si risolse sostanzialmente nella maggiore violenza operata dai nipponici a partire dal 1937 contro la Cina, di cui occuparono persino la capitale nazionalista Nanchino. A parte ciò, le vittorie giapponesi contro le roccaforti britanniche dell’Estremo Oriente, per quanto avvilenti per Londra, risultarono meno pericolose per Churchill dei ripetuti smacchi inglesi in Grecia o in Egitto.

L’Italia da Vittorio Veneto al Patto d’acciaio

Dopo tre e anni e mezzo di guerra mondiale, nel 1918 l’Italia non poteva vantare un esercito quantitativamente e qualitativamente confrontabile a quelli tedesco o francese. Tuttavia, nel corso dell’ultimo anno di guerra, il Regio Esercito vinse di fatto da solo l’omologo austro-ungarico e impose una discreta ipoteca su molti degli obiettivi strategici fissati dal proprio governo come scopi di guerra. La conferenza della pace di Parigi tuttavia mortificò le ambizioni nazionaliste, tanto da far riaffiorare nella debole società e nella frazionata classe politica liberale il grande scontro duale, consumato già nel 1914 tra interventisti e neutralisti. La guerra aveva scatenato notevoli masse popolari, trasformandole in coscienze politiche contrapposte, mentre la corona temeva ripercussioni irreversibili, dopo aver finalmente imposto sul campo una comune identità nazionale. Nello scontro ideologico prevalse il fascismo, che venne giudicato dal re Vittorio Emanuele iii come il male minore in un ginepraio di incognite. A salvare le forme arrivarono le nomine a ministri della Guerra e della Marina rispettivamente del generale Armando Diaz e dell’ammiraglio Paolo Thaon di Revel, i due fautori della vittoria militare del 1918. Mussolini sapeva come parlare ai reduci e al sovrano, sommo rappresentante degli stessi valori in cui si era rafforzato il fascismo, essendo nato di fatto in trincea.

Nonostante ciò, la gestione politica del futuro duce, una volta divenuto capo del governo, fu contraddittoria e votata alla mera opportunità. L’esaltazione delle glorie militari doveva fare il paio con la necessità ancora più impellente di consolidare internamente il regime. Fu così che gli anni Venti passarono in modo abbastanza calmo in politica estera e militare, dovendo rimandare di almeno un decennio la realizzazione degli obiettivi sinora mancati d’espansione mediterranea. Vennero così rinviate le vendette contro il Regno dei serbi-croati-sloveni, la Francia, la Grecia e l’Etiopia. Se la battaglia per Vittorio Veneto era stata l’esaltazione dei ragazzi della classe 1899, Mussolini voleva preparare la generazione nata appunto durante gli anni della guerra mondiale, grazie a un’educazione votata al nazionalismo. Il «numero è potenza» ripeteva la propaganda fascista e, a forza di ripeterlo, anche i vertici militari si erano convinti: in tal senso per il futuribile conflitto non era necessario altro che una grossa aliquota di volontari e coscritti.

Durante la Grande Guerra, l’Italia aveva mobilitato oltre 5 milioni di soldati; secondo un discorso di Mussolini al momento dello scoppio della nuova guerra mondiale Roma poteva schierare «8 milioni di baionette». Si è molto ricamato sul termine baionette, come sintomo dell’impreparazione bellica del Paese. Al netto dell’effettivo depauperamento causato dalle imprese etiopica, spagnola e albanese e dalla cronica mancanza di risorse economico-industriali della nazione, il concetto di baionette all’epoca era sinonimo di uomini. Per quando imprudente e intempestivo fosse Mussolini, egli non si sarebbe mai sognato di mandare i propri uomini a combattere con le sole armi bianche. Persino una nota canzone degli arditi prima e degli squadristi poi parlava di «pugnal fra i denti [e] le bombe a mano».

Ma torniamo alla preparazione delle Forze armate italiane. Il 4 novembre 1918, con la vittoria sull’Austria-Ungheria l’Italia si era ormai affrancata dalle ricorrenti e umilianti sconfitte dello Stato unitario: Custoza, Lissa, Adua e Caporetto. Una nuova stagione militare poteva dirsi aperta e questa fu cavalcata con soddisfazione da Mussolini, a cui – al momento dell’incarico governativo offertogli da Vittorio Emanuele iii – viene attribuita la frase: «Porto a Vostra Maestà l’Italia di Vittorio Veneto, riconsacrata dalla Vittoria». Nonostante i buoni propositi, il futuro duce non garantì l’efficienza bellica promessa. Mandati in pensione i citati Diaz e Revel, la politica militare del fascismo fu sempre in bilico tra il risparmio finanziario e l’effimera esaltazione militare. Il risultato fu un cauto rinnovamento, indirizzato più alla forma che alla sostanza. Dopo l’esperienza nella guerra d’Etiopia, conflitto vinto in chiaroscuro, e la partecipazione nella guerra civile spagnola, in cui Mussolini sperava di ottenere un ampio credito politico anche nel Mediterraneo occidentale, il capolavoro del lungo percorso di artifizio fascista fu la riforma Pariani del 1939. Riducendo l’organico delle divisioni di fanteria da tre a due reggimenti ciascuna, con lo stesso complesso totale di effettivi potevano dirsi a disposizione circa 1/3 di divisioni in più! In tutto ciò, se l’Esercito piangeva, la Marina e l’Aeronautica non ridevano affatto, intente a stuzzicarsi a vicenda per contendersi fondi e competenze. Mussolini si compiacque del grande circo equestre da egli stesso creato: il divide et impera era sempre stato il suo forte, come pure i roboanti slogan da incallito giornalista di grido. Il matrimonio d’interessi contratto tra regime e Forze armate aveva suscitato tante riserve mentali in entrambi gli sposi, ma ciascuno per proprio conto sapeva di essere complementare all’altro, almeno fino a quando Mussolini non avesse fatto il passo di abolire la monarchia oppure il re non avesse deciso che il governo fascista fosse arrivato al capolinea. Come vedremo, la seconda guerra mondiale riuscì a produrre simultaneamente entrambe queste opzioni con sdoppiamento del Paese e delle proprie istituzioni politiche, tra l’altro assoggettate in modi e forme diverse da altrettante occupazioni straniere.

Questi scenari apocalittici tuttavia nel 1939 erano mera fantapolitica e Mussolini aveva imboccato un nuovo viaggio di nozze verso Berlino, come aveva fatto nel 1882 il ministro Pasquale Stanislao Mancini. All’epoca, la futura Triplice Alleanza obbligò Roma a trovare un accomodamento con la nemica storica Vienna. Nel marzo 1938, con l’Austria sotto soggezione nazista, questo problema non si poneva più a Mussolini. Era stato proprio lui a far cadere gli ultimi indugi, tanto da concedere a Hitler la coabitazione della frontiera del Brennero e del Tarvisio. Rimasto a metà del guado tra la fine della guerra d’Etiopia e la firma del patto di Monaco, il duce si era ormai convinto che – pur rimanendo disponibile a possibili nuovi giri di valzer – il cavallo su cui puntare fosse senza esitazione quello germanico.

Si arrivò quindi al citato Patto d’acciaio del 22 maggio 1939. Come si è detto, fino ad allora Mussolini aveva giocato su più tavoli, perseverando in quella politica diplomatica che era stata del conte Camillo Benso di Cavour prima e del barone Sidney Sonnino poi: interloquendo contemporaneamente con Berlino, Londra e Parigi, egli – usando le calzanti parole dell’ambasciatore francese a Roma André François-Poncet – faceva l’incendiario, convinto di essere poi chiamato come pompiere. Insomma, nella mente di Mussolini il Patto d’acciaio sarebbe servito solo per ritardare la guerra almeno di tre anni, giusto il tempo di prepararsi allo scopo. Vista da Berlino, l’alleanza acquisiva invece tutta un’altra prospettiva: per Hitler la fraternità militare con il fascismo diveniva piuttosto un ulteriore strumento di minaccia, da sfoggiare di fronte alle democrazie occidentali. Il ministro degli Esteri italiano Galeazzo Ciano, credendo di aver portato ormai la Germania dalla propria parte, non dovette neppure far asciugare l’inchiostro con cui aveva firmato il patto, per accorgersi che i ruoli in realtà si erano completamente rovesciati. Si preoccupò quindi di indurre il suocero a far inviare una specie di lettera di rettifica, in cui venne precisato che per onorare l’impegno bellico le Regie Forze armate avrebbero avuto bisogno di un quantitativo impressionante di materiali e armamenti. La lista della spesa era pesante: «tale da uccidere un toro se la potesse leggere», come scrisse in privato lo stesso genero del duce.

Di fronte a questo malcelato equivoco, la Germania comprese quindi che in caso di guerra europea, la Wehrmacht non avrebbe immediatamente potuto far affidamento militare sull’Italia; tuttavia, già aver tolto dal campo uno dei vincitori della Grande Guerra, per Berlino poteva considerarsi una vittoria militare. Al netto delle possibilità diverse, Hitler avrebbe avuto comunque, fino all’ultimo suo giorno di vita, una stima e un rispetto incommensurabili per Mussolini; non avrebbe infatti mai dimenticato quanto egli avesse fatto – seppur in modo omissivo – a favore della Germania nel corso dell’anno 1938.

Se nel 1934 Roma si era opposta con risolutezza all’annessione nazista dell’Austria, quattro anni dopo il duce non aveva fatto nessuna obiezione, oltre a essere stato anche il miglior alleato possibile della Germania nell’affaire Sudeti. Per il momento questo sarebbe bastato, attendendo che la condizione italiana di non belligeranza si fosse sbloccata. Rimanendo la guerra finta contro Parigi e Londra un punto interrogativo per il futuro, il ruolo deterrente di Roma svolgeva – volente o nolente – una funzione terza altrettanto funzionale all’affermazione egemonica tedesca in Europa centrale.

Alleanze, non belligeranze

e neutralità

Non bisogna fidarsi di ciò che dicono i

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