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L'anno in cui i nazisti hanno perso la guerra

L'anno in cui i nazisti hanno perso la guerra

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L'anno in cui i nazisti hanno perso la guerra

Lunghezza:
474 pagine
12 ore
Pubblicato:
29 mar 2019
ISBN:
9788822729996
Formato:
Libro

Descrizione

«Fa leggere la storia come se fosse un libro di avventura.» Florida Times Union

Il 1941 è l’anno che ha definito le sorti del mondo

All’inizio del 1941 le armate naziste occupavano gran parte dell’Europa. Il Regno Unito di Churchill era in una condizione di isolamento, ormai ultimo baluardo di resistenza a Hitler, ridotto allo stremo dagli attacchi dei bombardieri e dei sottomarini tedeschi. Stalin, nel rispetto del patto di non aggressione, era ancora un semplice spettatore, mentre Roosevelt si riproponeva di tenere gli Stati Uniti fuori dal conflitto, anche se preparava la famosa legge Affitti e Prestiti. In questa situazione, Hitler era convinto che la vittoria fosse ormai vicina. Quell’anno sarebbe stato decisivo, e lo fu davvero, ma non nel senso in cui sperava il Führer. Alla fine del 1941, lo scenario era completamente diverso. Hitler aveva giocato d’azzardo e aveva ripetutamente perso: invadendo l’Unione Sovietica nella stagione meno opportuna e commettendo una serie di disastrosi errori militari; facendo delle uccisioni di massa e del terrore la sua strategia e affrettandosi a dichiarare guerra agli Stati Uniti dopo l’attacco del Giappone a Pearl Harbor. La Gran Bretagna, così, si era guadagnata due potenti alleati: la Russia e gli Stati Uniti. La Germania era ormai condannata alla sconfitta.

Un grande documento storico

Nel 1941 tutto era ancora in bilico 

Le decisioni, gli errori, le vittorie e le sconfitte che cambiarono la storia

«Nagorski è un giornalista esperto e un autore in grado di fornire un racconto appassionante e approfondito.»
The Washington Post

«Quando la storia si fa leggere come un libro di avventura.»
Florida Times Union

«Questo scrittore ha un dono per il racconto degli aneddoti nascosti nella storia.»
City Journal

Andrew Nagorski
giornalista pluripremiato, è stato vicepresidente e direttore della sezione politiche pubbliche dell’EastWest Institute, un think tank con sede a New York. Nella sua lunga carriera giornalistica, ha lavorato per anni a «Newsweek», guidando le redazioni estere di Hong Kong, Mosca, Roma, Bonn, Varsavia e Berlino. Prima di L’anno in cui i nazisti hanno perso la guerra, la Newton Compton ha pubblicato Hitler. L’ascesa al potere e Sulle tracce dei  criminali nazisti.
Pubblicato:
29 mar 2019
ISBN:
9788822729996
Formato:
Libro

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I protagonisti

GERMANIA

Adolf Hitler (1889-1945): Leader del Partito nazista che divenne cancelliere nel 1933 e assunse l’ulteriore pomposo titolo di Führer nel 1934, dopo la morte del presidente Paul von Hindenburg.

Joachim von Ribbentrop (1893-1946): il ministro degli Esteri che firmò il patto di non aggressione tedesco-sovietico nel 1939, aprendo la strada all’invasione della Polonia che segnò l’inizio della seconda guerra mondiale. Fu il primo dei criminali di guerra nazisti a essere impiccato a Norimberga.

Albert Speer (1905-1981): capo architetto di Hitler e più avanti, dal 1942 al 1945, ministro degli Armamenti e produzione bellica. Processato e condannato a Norimberga per crimini di guerra e contro l’umanità, scontò vent’anni nella prigione di Spandau, nella parte occidentale di Berlino.

Franz Halder (1884-1972): capo di stato maggiore dell’esercito tedesco dal 1938 al 1942. Benché avesse collaborato strettamente con Hitler in quel periodo critico, fu implicato nella congiura del 20 luglio 1944 per assassinare Hitler e quindi mandato nel campo di concentramento di Dachau. Dopo la guerra testimoniò a Norimberga contro i capi nazisti sotto processo. I suoi diari di guerra si sono rivelati una fonte inestimabile per gli storici del Terzo Reich.

Heinz Guderian (1888-1954): comandante delle unità panzer e sostenitore delle tecniche del blitzkrieg (guerra lampo) impiegate con grande successo dalla Germania nella fase iniziale del secondo conflitto mondiale. Benché fosse uno dei pupilli di Hitler, col tempo Guderian si scontrò più volte con lui sulla tattica dell’invasione dell’Unione Sovietica. Nel dicembre del 1941, Hitler lo esonerò ma venne richiamato nel 1943.

Georg Thomas (1890-1946): generale dell’esercito tedesco che fu capo dell’Ufficio economico della Wehrmacht. Esperto di lunga data in approvvigionamenti, Thomas cercò di mettere in guardia Hitler dai pericoli di estendere la guerra, ma in seguito collaborò a organizzare il Piano Fame ai danni dell’Unione Sovietica. Implicato nella congiura del 20 luglio 1944, venne arresto e tenuto prigioniero fino alla fine della guerra. Morì prigioniero degli americani nel 1946.

UNIONE SOVIETICA

Iosif Stalin (1878-1953): segretario generale del Partito comunista e dal maggio 1941 a capo dell’Unione Sovietica.

Vjačeslav Molotov (1890-1986): stretto collaboratore di Stalin, ricoprì molte cariche di spicco nel Partito comunista e nello Stato. Come ministro degli Esteri divenne famoso per aver firmato il patto di non aggressione tedesco-sovietico, altrimenti noto come Patto Molotov-Ribbentrop. Espulso dal Partito comunista a seguito della destalinizzazione, vi venne reintegrato nel 1984, due anni prima della morte.

Georgij Žukov (1896-1974): capo di stato maggiore e uno dei generali più importanti di Stalin, fu a capo della difesa di Mosca e di altre importanti campagne fino all’attacco a Berlino nel 1945.

Anastas Mikojan (1895-1978): membro del Politburo e, oltre ad altre cariche, membro del Comitato per la difesa di Stato. Malgrado il lungo sodalizio con Stalin, il vecchio bolscevico armeno gli sopravvisse biologicamente e politicamente, prendendo parte alla campagna di destalinizziazione di Nikita Krusciov.

Ivan Majskij (1884-1975): ambasciatore sovietico nel Regno Unito dal 1932 al 1943. Nei suoi dettagliati diari raccontò i rapporti intrattenuti con funzionari inglesi, a partire da Winston Churchill. In seguito partecipò alle conferenze di Yalta e Potsdam. Nel 1952, poco prima della morte di Stalin, venne arrestato e accusato di spionaggio e di partecipazione a una congiura sionista. Venne liberato nel 1955.

GRAN BRETAGNA

Winston Churchill (1874-1965): primo ministro dal 1940 al 1945 e poi dal 1951 al 1955.

Anthony Eden (1897-1977): segretario di Stato per gli Affari esteri dal 1935 al 1938, dal 1940 al 1945 e dal 1951 al 1955. Successe a Churchill come primo ministro dal 1955 al 1957.

Lord Beaverbrook, William Maxwell Aitken (1879-1964): editore anglo-canadese di giornali, fu un sostenitore della prima ora della politica di pacificazione ma poi ricoprì svariati ruoli nel gabinetto di guerra di Churchill: ministro della Produzione aeronautica, dei Rifornimenti e della Produzione bellica. Insieme ad Averell Harriman fu a capo della delegazione anglo-americana che si recò a Mosca nel 1941 per incontrare Stalin.

Lord Ismay, generale Hastings Ismay (1887-1965): principale consigliere militare di Churchill, fu a favore dell’aiuto all’Unione Sovietica pur diffidando delle ambizioni politiche e territoriali di Stalin. Nel 1952 divenne il primo segretario generale della

NATO

.

Harold Nicolson (1886-1968): membro conservatore del Parlamento e fervente sostenitore di Churchill, lavorò anche presso il ministero dell’Informazione. I suoi diari e le sue lettere forniscono un’eloquente testimonianza dell’atmosfera nella Londra in tempo di guerra.

John Colville (1915-1987): impiegato al ministero degli Esteri nel 1939, ventiquattrenne, venne assegnato al numero 10 di Downing Street. Quando Churchill assunse la carica nel 1940, Jock Colville cominciò a lavorare a stretto contatto con lui, divenendone il segretario privato. Anche lui tenne diari dettagliati.

STATI UNITI

Franklin Delano Roosevelt (1882-1945): presidente dal 1933 fino alla morte avvenuta all’inizio del quarto mandato.

Harry Hopkins (1890-1946): stretto e fidato consigliere di Roosevelt, intraprese missioni speciali a Londra e Mosca. Nel ruolo di rappresentante personale del presidente in Gran Bretagna, strinse un forte legame con Churchill. Sovraintese al programma Affitti e Prestiti e fu a favore dell’aiuto incondizionato all’Unione Sovietica di Stalin.

W. Averell Harriman (1891-1986): inviato da Roosevelt in Gran Bretagna per gestire le questioni concernenti il programma Affitti e Prestiti, dal momento che Hopkins vi si recava solo occasionalmente. Insieme a Lord Beaverbrook fu a capo della delegazione inviata a Mosca, dove i due uomini ebbero lunghi colloqui con Stalin.

John Gilbert Winant (1889-1947): ex governatore repubblicano del New Hampshire, venne scelto da Roosevelt come ambasciatore in Gran Bretagna al posto del disfattista Joseph Kennedy. Creò un ottimo rapporto con Churchill.

Raymond E. Lee (1886-1958): popolare e ben introdotto attaché militare presso l’ambasciata americana a Londra. Fermo sostenitore dell’aiuto americano alla Gran Bretagna, il generale ricoprì un ruolo importante dietro le quinte nel preparare l’ingresso in guerra dell’America.

Charles Lindbergh (1902-1974): famoso aviatore che divenne il più importante portavoce del movimento isolazionista America First.

Introduzione

Il 28 giugno 1940, poco dopo l’invasione tedesca della Francia e la capitolazione del Paese, Adolf Hitler visitò Parigi per la prima e unica volta. Nel corso delle appena tre ore trascorse nella capitale francese non venne organizzata nessuna parata per la vittoria. La motivazione addotta era il timore di attacchi aerei inglesi; in seguito tuttavia il leader tedesco diede un’altra spiegazione: «Non siamo ancora arrivati alla fine» ¹.

In quel momento la Germania di Hitler aveva raggiunto il suo apogeo. Aveva già smembrato la Cecoslovacchia, annesso l’Austria, conquistato Polonia, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Belgio e toccato l’apice con la soddisfazione dell’umiliazione inflitta alla Francia. La macchina militare tedesca sembrava inarrestabile.

Tuttavia Hitler era consapevole che la realizzazione del suo sogno messianico di un nuovo impero germanico non era ancora completa: sulla sua strada c’erano tre capi di Stato. L’inglese Winston Churchill, che alla capitolazione della Francia aveva sostituito Neville Chamberlain in qualità di primo ministro, andava proclamando la sprezzante determinazione del suo Paese a rispondere agli attacchi. In Unione Sovietica il patto nazi-sovietico stipulato meno di un anno prima rendeva Iosif Stalin un alleato di fatto, anche se incerto dal momento che nessuno dei due dittatori era del tutto certo che l’altro non lo avrebbe attaccato. Dall’altra parte dell’Atlantico, infine, il presidente Franklin D. Roosevelt pur promettendo di tenere gli Stati Uniti fuori dal conflitto non nascondeva la sua simpatia per una Gran Bretagna sempre più isolata.

Perciò anziché prendere parte a festeggiamenti militari, Hitler sfruttò la sua breve visita a Parigi per dare una rapida occhiata alle principali attrazioni culturali della città.

Accompagnato da Albert Speer, il suo architetto preferito, e da altri assistenti, si diresse in macchina direttamente all’Opéra, dove fece una visita guidata dell’edificio vuoto e sontuosamente decorato. Secondo Speer, Hitler «andò in estasi di fronte alla sua bellezza». A seguire, la delegazione tedesca visitò la chiesa della Madeleine, gli Champs-Élysées e il Trocadero, prima di fare un’altra rapida sosta, questa volta davanti alla Tour Eiffel.

Il luogo più significativo del giro tuttavia fu il complesso Les Invalides, dove Hitler si attardò sulla tomba di Napoleone. Pierre Huss, dell’International News Service, faceva parte del ristretto gruppo di inviati da Berlino ai quali era stato concesso di essere presenti alla scena. Il leader nazista sembrava perso nei propri pensieri. «Incrociò le braccia e mormorò qualcosa che non riuscimmo a sentire» ², ha ricordato Huss. «Muoveva le labbra, come se stesse parlando tra sé e sé, e scosse il capo una o due volte».

Uscendo «dal suo stato di trance», Hitler si piegò sulla balaustra per osservare la tomba di Napoleone. «Napoleone, mein lieber, hanno compiuto un terribile errore». Huss ha ammesso: «Trovarmi davanti a un dittatore vivo e un imperatore morto fu un’esperienza inquietante». L’inviato non comprese cosa avesse voluto dire Hitler.

Fu il leader tedesco a spiegarlo senza indugi a chi gli stava intorno: «Lo hanno deposto in un buco. Le persone devono abbassare lo sguardo su un sarcofago molto sotto di loro… al contrario dovrebbero alzare gli occhi su Napoleone, sentendosi piccoli di fronte alla grandezza del monumento e del sarcofago sopra le loro teste. Non puoi impressionare le persone se tu cammini per la strada e loro sono in cima a un edificio. Devono alzare gli occhi verso qualcosa che si trovi al disopra di loro: devi essere il centro della scena e il punto focale della loro attenzione, al di sopra del livello dei loro occhi».

Erano gli stessi principi di messa in scena che avevano dimostrato la loro devastante efficacia nei raduni che lo avevano portato al potere. Parlando di Napoleone parlava anche di sé stesso. «Io non commetterò mai un errore del genere», continuò. «So come conservare il mio potere sulle persone dopo la mia morte. Io continuerò a essere il Führer che ammireranno, del quale parleranno nelle loro case e che ricorderanno. La mia vita non terminerà nella mera forma della morte: al contrario comincerà proprio allora». H.R. Knickerbocker, un altro inviato americano di stanza a Berlino, scrisse che sarebbe stato un errore ignorare le analogie tra Napoleone e Hitler. «Hitler è la cosa più simile a Napoleone dopo Napoleone» ³, argomentava nel suo libro Is Tomorrow Hitler’s?, pubblicato nel 1941, dopo che aveva lasciato la Germania. Oltre a citare l’ammirazione di un colonnello francese per «il prodigioso tempismo di Hitler» spiegava ai lettori americani che i successi militari del leader tedesco erano dovuti al fatto che «aveva sempre ragione». Poi, come per un ripensamento, concludeva con una puntualizzazione: «Be’, quasi sempre».

Quanto a Hitler, non erano necessarie qualifiche. La sera, tornando da Parigi ai suoi alloggiamenti in un villaggio nel nord della Francia, invitò Speer a cenare con lui. «Parigi era bellissima, vero?», commentò. «Berlino però deve diventare ancora più bella». Poi aggiunse in tono noncurante: «In passato mi sono chiesto spesso se non avremmo dovuto distruggere Parigi. Ma quando avremo finito con Berlino, Parigi non sarà che un’ombra. Dunque perché mai dovremmo distruggerla?».

Anche se era consapevole di non aver ancora ottenuto la vittoria definitiva, il messaggio era che sarebbe accaduto presto e Speer doveva quindi cominciare a progettare una capitale degna di un nuovo impero e del suo geniale imperatore contemporaneo. Stando alle parole del feldmaresciallo Wilhelm Keitel subito dopo la campagna di Francia, Hitler si era dimostrato «il più grande comandante di tutti i tempi» ⁴. Secondo lo psichiatra svizzero Carl Jung, a quel punto il popolo tedesco si era convinto che Hitler fosse il loro messia o quantomeno l’equivalente di un profeta dell’Antico Testamento destinato a «guidarli alla terra promessa» ⁵.

Per un numero sempre crescente di convinti sostenitori, la vittoria non era più questione di se ma di quando.

Già prima della visita di Hitler a Parigi e del successivo ritorno a Berlino, dove il Führer era stato accolto da acclamazioni, lancio di fiori e campane a festa, cominciava a prendere forma una narrazione diametralmente opposta ⁶, accuratamente creata da Churchill prima nei suoi discorsi e poi nelle sue memorie. Dopo la caduta della Francia e la spettacolare evacuazione da Dunkerque di 338.000 soldati inglesi e alleati operata dalla Royal Navy e da una flotta di piccole imbarcazioni, il primo ministro fece appello ai suoi connazionali nel famoso discorso del 4 giugno 1940. Di fronte alla possibilità di un’invasione tedesca, si impegnò solennemente a «difendere la nostra isola costi quel che costi, combatteremo sulle spiagge, sui luoghi di sbarco, nei campi e nelle strade; non ci arrenderemo mai» ⁷.

A dispetto di tutte le immagini di resistenza via terra, fu nei cieli inglesi che si svolsero le battaglie successive. Fu lì, in quella che divenne nota come la Battaglia d’Inghilterra, che la Germania subì la sua prima sconfitta. La Luftwaffe non fu in grado di distruggere la Royal Air Force, rafforzata da un contingente di aviatori polacchi, cecoslovacchi e provenienti dal Commonwealth. Hitler perse così la possibilità di conquistare la superiorità aerea necessaria perché le sue forze potessero lanciarsi all’invasione dell’isola. «Da questa battaglia dipende la sopravvivenza della civiltà cristiana», dichiarò il 18 giugno Churchill alla Camera dei comuni, esortando i suoi connazionali e tutti coloro che volevano liberare i loro Paesi dall’occupazione a fare di quel momento la «loro ora più bella».

Numerosi resoconti indicano questo come il momento di difficoltà che segnò la fine della successione di vittorie di Hitler e la prima avvisaglia del rovescio di fortuna che avrebbe portato alla sconfitta della Germania. «A quanto pare l’esito della seconda guerra mondiale è stato deciso prima di quanto si pensi – non nel maggio del 1945, ma dopo meno di un anno, nel giugno del 1940» ⁸, scrisse lo storico tedesco Christian Hartmann. Entro certi limiti, è un’affermazione corretta. La Battaglia d’Inghilterra fu il primo punto di svolta – ma non quello decisivo.

Malgrado Churchill sostenesse con insistenza di aver sempre creduto nella vittoria, non fu immune a momenti di dubbio. Nelle sue memorie, peraltro ingiustamente trascurate, W.H. Thompson, detective di Scotland Yard e a lungo guardia del corpo dello statista, svela uno di questi momenti. Il 10 maggio 1940, tornando dall’incontro con il re, Giorgio

VI

, dopo che Chamberlain aveva rassegnato le sue dimissioni e le truppe tedesche avevano cominciato l’invasione della Francia, Churchill era insolitamente tranquillo e silenzioso.

«Sa perché mi sono recato a Buckingham Palace, Thompson?» ⁹, gli chiese.

Thompson rispose che aveva appreso che «finalmente» il re gli aveva chiesto di formare un nuovo governo. «Avrei solo auspicato che questa posizione le fosse stata conferita in tempi più felici, perché si è assunto un impegno enorme».

Con le lacrime agli occhi Churchill replicò: «Dio solo sa quanto sia grande. Spero che non sia troppo tardi ma temo lo sia. Possiamo solo fare del nostro meglio».

Nella successione di eventi che seguirono non ci fu nulla di inevitabile. Come osservò John Winant, il quale si recava spesso a Londra e nel 1941 sarebbe diventato l’ambasciatore americano in Gran Bretagna: «In quei primi anni non era possibile vivere a Londra e non rendersi conto di quanto fosse esile il margine di sopravvivenza. Sarebbero stati sufficienti pochissimi errori per provocare la disfatta… Durante i primi anni di guerra in molte occasioni si aveva la sensazione che la sabbia sarebbe scivolata via e tutto sarebbe finito» ¹⁰.

In effetti, Joseph Kennedy, che aveva preceduto Winant come ambasciatore, non solo era stato fautore di una politica di pacificazione ma aveva anche espresso ai quattro venti l’opinione che la Gran Bretagna non sarebbe riuscita a fronteggiare l’assalto dei nazisti. Dopo la caduta della Polonia, nel settembre del 1939, Kennedy riferì che gli esperti militari non avrebbero scommesso «un centesimo» ¹¹ sulle possibilità degli inglesi, coadiuvati dall’alleato francese, contro la Germania. Considerato un «disfattista» ¹² tanto a Washington quanto a Londra, continuò a predire la fine della Gran Bretagna anche dopo essere tornato negli Stati Uniti.

Un altro ambasciatore straniero a Londra, il sovietico Ivan Majskij, scrisse nel suo diario il 20 maggio 1940, mentre la Francia cadeva: «La borghesia dirigente anglo-francese sta ricevendo quello che si merita… Stiamo assistendo alla caduta della più grande civiltà capitalista, una caduta la cui importanza è simile a quella dell’impero Romano» ¹³. Pur intrattenendo strette relazioni sociali con molti funzionari britannici di alto grado, Majskij godeva di quella che ai suoi occhi era la giusta punizione dell’Inghilterra e, per estensione, di tutto il mondo capitalista.

Quanto ai francesi sconfitti, la maggior parte dei comandanti non vedeva altra scelta se non accettare l’armistizio di Hitler, che altro non era se non una resa. Non soltanto prevedevano che la Gran Bretagna avrebbe seguito il loro esempio, ma sembravano attendere con ansia che ciò avvenisse. Il generale francese Maxime Weygand si lanciò in una fosca previsione: «Nel giro di tre settimane tireranno il collo all’Inghilterra come se fosse una gallina» ¹⁴.

Anche i più accaniti sostenitori di Churchill non potevano fare a meno di disperare mentre la guerra lampo dei tedeschi percorreva la Francia. Il deputato conservatore Harold Nicolson strinse un patto suicida con la moglie, la poetessa e scrittrice Vita Sackville-West, impegnandosi ad assumere delle pillole di veleno se avessero corso il rischio di essere catturati dagli invasori tedeschi. In una lettera alla moglie, Nicolson scrisse di non temere una «morte onorevole» ¹⁵, mentre a spaventarlo era la prospettiva di essere «torturato e umiliato».

Churchill riuscì rapidamente a risollevare gli animi di Nicolson e di molti dei suoi connazionali grazie anche all’eroismo e all’abilità dei piloti che vinsero la Battaglia d’Inghilterra. Il loro successo obbligò a rimandare a tempo indeterminato l’Operazione Leone Marino, il piano tedesco per invadere la Gran Bretagna in settembre. Ciononostante, per il resto del 1940 la guerra sembrò arrestarsi in quella che può essere descritta come una discontinua situazione di stallo. L’Inghilterra non era caduta, ma ondate di bombardieri tedeschi presero parte al Blitz, scaricando il loro carico letale su Londra, Coventry e altre città. Durante la Battaglia dell’Atlantico, i sottomarini e altre imbarcazioni tedesche presero di mira le navi inglesi, allo scopo di isolare sempre di più il solitario baluardo di resistenza contro la torma nazista. I nuovi dominatori tedeschi regnavano incontrastati sulla maggior parte del continente, dove avevano instaurato un regime di terrore al di là di ogni immaginazione allo scopo di assoggettare le popolazioni locali. I momenti decisivi che avrebbero portato alla svolta non erano ancora arrivati.

Ma sarebbe accaduto nel 1941.

Quanto avvenne in quell’anno cruciale determinò la parabola che avrebbe portato alla disfatta della Germania nazista. Fu l’anno di quello che lo scrittore tedesco Joachim Käppner definì «l’attacco a tutto il mondo» ¹⁶ da parte della Germania. Al termine del 1941, Hitler aveva preso tutte le decisioni sbagliate possibili. L’iniziale successo dell’Operazione Barbarossa, ossia l’invasione dell’Unione Sovietica avviata alla fine di giugno, si era tramutato nella prima sconfitta dell’armata tedesca alla periferia di Mosca. Le uccisioni di massa e il terrore da lui scelti come strategia, non solo nelle prime fasi dell’Olocausto ma anche nei confronti dei prigionieri di guerra sovietici e degli altri territori conquistati, stavano cominciando a rivolgerglisi contro.

Il leader che sembrava così «gloriosamente nel giusto», come scritto in precedenza dal corrispondente americano H.R. Knickerbocker, a quel punto era disastrosamente in errore.

Che cosa spiegava questo incredibile capovolgimento avvenuto nello spazio di un solo anno? Che cosa spingeva Hitler a continuare a giocare d’azzardo alzando ogni volta la posta in gioco? Una volta chiaro che non avrebbe potuto aggiungere la Gran Bretagna al suo elenco di rapide conquiste, aveva lanciato la scommessa di mettere fuori combattimento l’Unione Sovietica con un attacco lampo. Quando questo era fallito non solo aveva accolto con tripudio l’attacco giapponese a Pearl Harbour, il 7 dicembre 1941, ma si era affrettato a dichiarare guerra agli Stati Uniti, ponendo così fine agli sforzi degli isolazionisti come Charles Lindbergh e il movimento America First di tenere il loro Paese fuori dal conflitto. Come risultato, la Gran Bretagna di Churchill poteva vantare due nuovi, potenti alleati: l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti.

E che cosa aveva spinto il Führer a perseguire una politica di terrore e asservimento nel momento in cui le sue armate avevano riportato il successo iniziale nella parte occidentale dell’Unione Sovietica, dove molti prigionieri di guerra e le stesse popolazioni locali avrebbero invece salutato con gioia qualsiasi invasore che avesse promesso di liberarli dalla tirannide di Stalin? Un ruolo chiave in quell’approccio basato sul terrore fu giocato dalla «Shoah delle pallottole» alla quale erano deputate le Einsatzgruppen, squadre speciali che avevano il compito di eliminare ebrei, zingari e altri «nemici» dell’egemonia nazista. Non è casuale che il 1941 sia l’anno in cui venne dato avvio alla politica dell’Olocausto, anche se la coordinazione degli aspetti logistici fu delegata alla conferenza di Wannsee, che ebbe luogo il 20 gennaio 1942.

Viste dall’esterno, ma anche per alcuni membri della sua cerchia più ristretta, le iniziative di Hitler nel 1941 sembrarono spesso frutto di pazzia. Con il senno di poi appare chiaro che il cammino da lui intrapreso avrebbe potuto portare solo alla distruzione del suo Paese, del suo partito e di lui stesso. Ma la teoria di un «mostro squilibrato» non basta a spiegare la rotta fatale che scelse o la distruzione perpetrata nel suo nome. E non spiega il ruolo dei leader alleati, che beneficiarono dei suoi fondamentali errori di calcolo e li sfruttarono elaborando la strategia che li portò alla vittoria nel 1945.

La seconda guerra mondiale fu molto più che lo scontro di due opposte alleanze militari e politiche. Si trattò fondamentalmente di una battaglia su scala mondiale scatenata da un uomo e da un partito la cui ideologia razzista e intrinseca convinzione nella propria infallibilità costituivano una sfida al senso comune. Una concezione alimentata da una perversa logica interna fondata su una visione del mondo che aveva perfettamente senso per il suo creatore e i suoi devoti seguaci.

Nel 1941 la guerra si sarebbe estesa fino a diventare realmente un conflitto mondiale e, con Hitler che nel breve termine avrebbe dimostrato di essere capace di ottenere grandiose vittorie mentre al contempo destinava il suo Terzo Reich alla disfatta. Le sue iniziative ebbero inoltre come conseguenza che la politica sanguinaria del Terzo Reich facesse sentire il suo peso fino alla fine del conflitto, condannando milioni di persone. Infine permisero all’altro pluriomicida, Iosif Stalin, ex alleato divenuto nemico, di ridisegnare il mondo postbellico, spezzando l’Europa in due parti antagoniste. La divisione della Guerra fredda rimase cristallizzata per quasi mezzo secolo e rappresenta a sua volta un’eredità del 1941.

A questo punto è necessaria un’osservazione personale. Nel corso dei molti anni in cui ho lavorato per il «Newsweek» come corrispondente estero in città come Bonn, Berlino, Mosca e Varsavia, la seconda guerra mondiale non è mai sembrata qualcosa di astratto e distante. Ha lasciato un’eredità che continua a suscitare dibattiti, così come i suoi orrori mantengono il loro potere di fascinazione, ponendo tra l’altro interrogativi cruciali non solo su come uno come Hitler abbia potuto conquistare il potere ma anche sui fondamenti stessi della natura umana. Per questo motivo i libri che ho scritto da allora affrontano i vari aspetti dell’ascesa al potere di Hitler, la guerra, l’Olocausto e il successivo tentativo di fare giustizia.

Ognuno di questi progetti, insieme a un vasto numero di articoli scritti in precedenza, mi ha permesso di condurre ricerche e interviste dalle quali ho potuto attingere per questo libro. In particolare, le interviste fatte mentre lavoravo a The Greatest Battle, il libro che ho scritto sulla battaglia per conquistare Mosca, mi sono state molto utili per mettere in evidenza la fondamentale differenza tra Hitler e Stalin nel 1941: ovvero come la megalomania di Hitler lo abbia spinto, con il passare dei mesi, a moltiplicare i suoi errori, mentre la megalomania di Stalin non gli abbia impedito di pianificare una linea d’azione più calcolata che gli permise di salvare il suo Paese e il suo regime.

Dato il lungo tempo trascorso, molti di coloro che avevano preso parte direttamente a questi avvenimenti non sono più con noi, il che ha reso le interviste fatte in precedenza ancora più preziose. Tuttavia sono riuscito comunque a rintracciare e intervistare alcuni superstiti che non ero stato in grado di trovare allora. Nel frattempo la letteratura sulla seconda guerra mondiale si è arricchita e io ho potuto giovarmi di molti nuovi studi e di nuove prospettive.

La mia esperienza come inviato estero durante gli ultimi anni della Guerra fredda e gli sconvolgimenti che hanno portato alla caduta dell’impero sovietico mi hanno spinto a tornare spesso su un tema centrale: il ruolo dell’individuo nella storia. La storia appare inevitabile solo a posteriori: in realtà è definita dalle scelte sia dei leader politici sia dei loro sudditi, dai potenti e dai dissidenti – e, a volte, dal semplice caso.

Quando scrivo di eventi contemporanei e della storia recente, mi sforzo sempre di rintracciare i momenti cruciali, le azioni e le decisioni che hanno prodotto i risultati che noi adesso diamo per scontati. Un esame di quei momenti, soprattutto quando comprende uno sguardo ravvicinato alle motivazioni dei protagonisti, può contribuire a gettare una nuova luce su eventi spesso compresi solo in parte.

Nel ben più ampio contesto delle storie relative alla seconda guerra mondiale, il peso di un singolo anno può sfuggire: questo libro altro non è che il tentativo di mettere in luce l’importanza del 1941.

¹ Qui e per il resto del racconto della visita a Parigi: Albert Speer, Inside the Third Reich: Memoirs, pp. 171-173.

² Qui e per il resto del racconto di Huss: Pierre J. Huss, The Foe We Faced, pp. 210-212.

³ H.R. Knickerbocker, Is Tomorrow Hitler’s? 200 Questions on the Battle of Mankind, pp. 17-19.

⁴ Ian Kershaw, The Hitler Myth: Image and Reality in the Third Reich, p. 153.

⁵ Knickerbocker, op. cit., p. 48.

⁶ Qui e per il racconto dell’accoglienza di Hitler a Berlino, Joachim C. Fest, Hitler, p. 636.

⁷ Simon Heffer, Great British Speeches, p. 171.

⁸ Christian Hartmann, Operation Barbarossa, Nazi Germany’s War in the East, 1941-1945, p. 4.

⁹ W.H. Thompson, Sixty Minutes with Winston Churchill, pp. 44-45.

¹⁰ John Gilbert Winant, Letter from Grosvenor Square: An Account of a Stewardship, p. 4.

¹¹ Ronald Kessler, The Sins of the Father, Joseph P. Kennedy and the Dynasty He Founded, p. 201.

¹² Michael Beschloss, Kennedy and Roosvelt: the Uneasy Alliance, p. 196.

¹³ Gabriel Gorodetsky (a cura di), The Maisky Diaries: Red Ambassador to the Court of St. James’s 1932-1943, p. 279.

¹⁴ Winston S. Churchill, Their Finest Hour, p. 213.

¹⁵ Nigel Nicolson (a cura di), Harold Nicolson, The War Years 1939-1945, vol. 2 di Diaries and Letters, p. 90.

¹⁶ Joachim Käppner, 1941: Der Angriff Auf Die Ganze Welt.

Uno

«Una logica folle»

Il primo gennaio 1941, Ivan Majskij, l’ambasciatore sovietico che da tempo prestava servizio a Londra, spesso irritando e insieme intrigando i padroni di casa, si lanciò in uno spavaldo pronostico. «Questo sarà l’anno decisivo della guerra» ¹⁷, scrisse nel suo diario. «Hitler dovrà compiere uno sforzo supremo (con ogni probabilità in primavera o in estate) per portare a conclusione la guerra – a suo vantaggio, ovviamente». Per la Germania il protrarsi della guerra nel 1942 sarebbe stata una «catastrofe», aggiunse, perché a quel punto la produzione bellica di Gran Bretagna e Stati Uniti avrebbe funzionato a pieno regime e gli alleati anglo-americani sarebbero stati in grado di «tempestare la Germania di bombe e granate». Era perciò necessario che Hitler sferrasse un «colpo durissimo, finale e decisivo» nel 1941. Benché Majskij scrivesse il suo diario in russo, di tanto in tanto inseriva parole inglesi per dare maggior enfasi, come nel caso di «sforzo supremo» e «colpo durissimo».

«Ma dove? In quale direzione?», rimuginava. «Penso che sarà diretto verso l’Inghilterra, perché un attacco in una qualsiasi altra direzione non potrebbe produrre un effetto decisivo».

Per quanto riguarda la prima parte della sua previsione, Majskij era nel giusto: il 1941 sarebbe stato l’anno che avrebbe deciso la guerra. Quello su cui il diplomatico sovietico si sbagliava di grosso era la direzione che avrebbe preso il colpo scagliato da Hitler. Al pari del suo capo, Iosif Stalin, Majskij rifiutava di credere alla crescente evidenza che i piani tedeschi per l’invasione dell’Unione Sovietica fossero già in corso.

Dal punto di vista strategico si trattò di una valutazione profondamente sbagliata – e non fu certo l’unica. L’evolversi degli eventi del 1941 rese palese che i due dittatori erano pessimi giudici del carattere e del modo di pensare dell’altro. Il primo a fare la figura dello sciocco fu Stalin, ma Hitler lo avrebbe seguito a breve.

L’aspetto ironico è che i due avrebbero dovuto capirsi meglio di chiunque altro. Malgrado le differenze ideologiche, infatti, avevano moltissimo in comune: il cinismo, la scaltrezza e la sconvolgente crudeltà. Quando stipularono il famigerato patto di non aggressione, firmato il 23 agosto 1939 dai rispettivi ministri degli Esteri, Joachim von Ribbentrop e Vjačeslav Molotov, permettendo alla Germania di invadere la Polonia da ovest il primo settembre e all’Armata Rossa di attaccarla da est il 17, erano entrambi perfettamente consapevoli di scatenare una nuova guerra. Erano ansiosi di sconfiggere lo Stato polacco e di dividersi il bottino – e, nel farlo, sembrarono riallinearsi contro due nuovi nemici comuni, la Gran Bretagna e la Francia.

Il 31 ottobre, nel proclamare la nuova era di collaborazione tra Mosca e Berlino, durante un discorso di fronte al Soviet Supremo, Molotov dichiarò: «Un breve attacco sferrato alla Polonia dall’esercito tedesco, seguito da un altro a opera dell’Armata Rossa, è stato sufficiente per distruggere questo mostruoso prodotto del trattato di Versailles. Adesso la Germania vuole la pace mentre l’Inghilterra e la Francia vogliono continuare la guerra. Come potete vedere, i ruoli si sono invertiti» ¹⁸. Aggiunse inoltre che era «non solo privo di senso ma anche criminale continuare una guerra allo scopo di distruggere l’Hitlerismo sotto la bandiera fittizia di una lotta per la democrazia».

In seguito, quando le due nazioni si trovarono in guerra l’una contro l’altra, la propaganda sovietica ovviamente smentì che i leader del Cremlino avessero espresso opinioni del genere.

Hitler e Stalin avevano molto in comune anche dal punto di vista biografico. Entrambi erano nati lontano dal centro politico dei Paesi che avrebbero governato – Hitler in Alta Austria e Stalin in Georgia – e ambedue avevano un padre che credeva in una dura disciplina. Il genitore di Stalin era un ciabattino, probabilmente analfabeta. «Percosse ingiuste e crudeli resero il figlio duro e spietato come il padre» ¹⁹, ricordò un amico del giovane Stalin. Il genitore di Hitler, morto quando il figlio aveva tredici anni, era un collerico funzionario doganale che a sua volta non si faceva scrupolo nel picchiare il figlio ²⁰.

A quei tempi questo tipo di educazione era comune a molti ragazzini, che dopo aver vissuto esperienze analoghe avevano condotto da adulti esistenze normali. Nel caso di Hitler, a fomentare il suo risentimento furono probabilmente gli anni alla deriva dopo la morte del padre, compreso il tentativo fallito di essere ammesso all’Accademia delle Belle Arti, piuttosto che i maltrattamenti subiti durante l’infanzia. Ciononostante è verosimile che all’inizio il carattere dei due uomini fosse stato plasmato dal dispotismo dei padri. Come scrisse nella sua epica biografia di Stalin il generale Dmitri Volkogonov, ex capo della propaganda dell’Armata Rossa, il risultato fu una persona che mostrava «spregio per i valori umani» ²¹ e «disprezzava la pietà, l’empatia e la compassione». Una descrizione che ben si adattava a entrambi i dittatori.

Sia l’uno che l’altro inoltre arrivarono a guidare i loro movimenti politici facendo leva sul rancore della collettività. Hitler accusò gli ebrei, i comunisti, il governo di Weimar e chiunque altro biasimasse per la disfatta tedesca nella prima guerra mondiale, le condizioni umilianti imposte dal trattato di Versailles e il disordine economico e politico che ne era seguito. Stalin si autoproclamava rappresentante del piccolo popolo della Russia zarista, comprese «le etnie oppresse e le fedi religiose» ²², ovvero gli stessi gruppi che appena conquistato il potere perseguitò tacciandoli di essere nemici della rivoluzione bolscevica. Esattamente come Hitler, non si fece mai scrupolo nel promettere l’esatto opposto di quello che poi avrebbe fatto.

Una volta ottenuto il potere, entrambi trovarono rapidamente dei pretesti per eliminare ogni possibile rivale. Com’è ben noto, sul letto di morte Vladimir Lenin mise in guardia dal permettere a Stalin di succedergli. «Stalin è troppo rozzo e questo difetto, tollerabile tra noi comunisti, diventa intollerabile in un segretario generale» ²³, dettò il 4 gennaio 1923. «Suggerisco perciò ai compagni di trovare la maniera di allontanare Stalin da quella posizione». Il partito avrebbe dovuto trovare qualcuno che fosse «più tollerante, più leale, più educato e sollecito verso i compagni, meno capriccioso ecc…». Quel monito tuttavia, trasmesso dalla moglie di Lenin dopo la morte del marito l’anno successivo, giunse troppo tardi. Potenziali rivali come Nikolaj Bucharin e Lev Trockij non solo persero malamente nella lotta per il potere ma ci rimisero anche la vita. Bucharin venne travolto dalle purghe del 1930, messo in mostra durante un tendenzioso processo politico e condannato a morte senza indugio; Trockij fuggì in Messico, dove nel 1940 venne ucciso da un agente stalinista con una piccozza. Hitler dal canto suo si assicurò che il suo unico possibile rivale, Gregor Strasser, perdesse la lotta per il comando del partito subito prima che i nazisti salissero al potere nel 1933. Il 30 giugno 1934, Strasser fu tra le vittime della Notte dei lunghi coltelli, un primo assaggio del regime di terrore attuato dal nuovo leader tedesco.

A quel punto Stalin, che aveva preso il potere una decina d’anni prima di Hitler, poteva vantare un curriculum di terrore ben più nutrito di quello della sua controparte tedesca, con milioni di vittime. Il grande terrore staliniano colpì non soltanto i contadini ucraini che si erano opposti alla collettivizzazione forzata, insieme ad autocrati e intellettuali, ma anche l’intero apparato del potere: il Partito comunista, il Commissariato del popolo per gli affari interni o

NKVD

(come era noto il precursore del

KGB

) e le forze armate. In molti casi i carnefici finirono per trovarsi tra le vittime delle esecuzioni: com’era stato per la rivoluzione francese, la rivoluzione bolscevica divorò i suoi stessi figli.

Nel solo biennio 1937-1938 le retate del

NKVD

portarono alla cattura di circa un milione e mezzo di persone, di cui solo intorno alle 200.000 liberate in seguito ²⁴. Molti vennero mandati nei gulag, ma all’incirca 750.000 vennero fucilati immediatamente – i loro corpi gettati in fosse comuni vicino alle città di tutto il Paese. Tra le vittime c’erano alti ufficiali, spesso accusati di tramare con i nazisti in un momento in cui i due eserciti collaboravano con la benedizione ufficiale dei loro governi. Molti degli accusati vennero torturati in modo spietato allo scopo di far loro confessare crimini immaginari durante i processi farsa.

Stalin passava in rassegna di persona molte delle liste di esecuzione, respingendo con la consueta violenza le suppliche per la grazia. «Carogna e puttana», scrisse sull’appello del generale Iona Jakir ²⁵. I suoi scagnozzi seguivano il suo esempio. Un membro del Politburo, Lazar Kaganovič, aggiunse: «Per un bastardo, feccia e prostituta c’è una sola punizione: la pena di morte». Per le famiglie delle vittime spesso i verdetti e le esecuzioni dei mariti e dei padri erano solo l’inizio dei problemi. Alcune «mogli dei nemici del popolo» ²⁶ vennero sottoposte a processo a loro volta, condannate e in alcuni casi fucilate come i loro congiunti.

Non c’è quindi da stupirsi che Stalin accogliesse con ammirazione le notizie sulla Notte dei lunghi coltelli. «Grand’uomo, Hitler» ²⁷, dichiarò. «È così che si trattano gli avversari politici». Hitler dal canto suo era altrettanto impressionato dal regno di terrore instaurato da Stalin e in un’occasione nel corso della guerra dichiarò: «Dopo la vittoria sulla Russia sarebbe una buona idea far sì che sia Stalin a governare il Paese, ovviamente con

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