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I luoghi e i racconti più strani di Venezia
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I luoghi e i racconti più strani di Venezia
E-book308 pagine3 ore

I luoghi e i racconti più strani di Venezia

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Info su questo ebook

Vicende di uomini e di donne raccontate attraverso i luoghi segreti della serenissima

Nessuna città al mondo sarà mai visitabile, conoscibile, svelabile fino in fondo. Ma ognuno di noi può catturare il più possibile l essenza di un luogo; qualcosa che ci rimanga dentro a dispetto del tempo che trascorriamo tra le strade, nelle piazze o immersi tra la gente. Non qualcosa di effimero: qualcosa capace di rigenerarsi, nutrirsi e crescere a ogni nuova visita, a ogni nuova fotografia trovata su internet o su una rivista, a ogni nuovo e diverso contatto. I luoghi e i racconti più strani di Venezia è un viaggio interiore fatto di riferimenti esteriori; un percorso di continua scoperta destinato a lasciare un segno nei ricordi, nella memoria delle emozioni. Non solo tramonti languidi e monumenti mozzafiato, ma anche e soprattutto storie di uomini e di donne che hanno reso Venezia una città viva e unica nella storia, in ogni epoca che abbia avuto la ventura di attraversare.

Tra gli argomenti trattati nel libro:
La battaglia del castello d’amore
Antonio Foscarini, ovvero come perdere (letteralmente) la testa per una donna
Quando il papa fu eletto sull’isola di San Giorgio
Quando i vetrai muranesi furono attaccati dagli indiani
Maria Tarnowska, la dissolutezza e il castigo
Bedmar, la più strana congiura della storia
Il mago dal cuore di pietra
Ca’ Vendramin Calergi fra templari, bravi manzoniani e Richard Wagner
La campanella della dogaressa
Quando San Francesco venne a Venezia
La cripta di San Zaccaria, trappola mortale
Il dipinto su tela più grande al mondo
Alberto Toso Fei
scrive libri sulla storia segreta delle città più belle d'Italia, tra curiosità ed enigmi, aneddotica e leggenda, recuperando il patrimonio della tradizione orale: i più recenti sono I segreti del Canal Grande, Misteri di Venezia, Misteri di Roma. È fondatore e direttore artistico del Festival del Mistero, interamente dedicato agli enigmi del passato e ai luoghi leggendari. Per la Newton Compton ha pubblicato I tesori nascosti di Venezia, La Venezia segreta dei dogi, Forse non tutti sanno che a Venezia…, Un giorno a Venezia con i dogi e I luoghi e i racconti più strani di Venezia.
LinguaItaliano
Data di uscita5 nov 2018
ISBN9788822726797
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    I luoghi e i racconti più strani di Venezia - Alberto Toso Fei

    Indice

    Cover

    Collana

    Colophon

    Frontespizio

    La battaglia del castello d’amore

    Una flotta tra i boschi del Garda

    Bellisandra Maraviglia, indomita veneziana

    1819, un elefante a Venezia

    Antonio Foscarini, ovvero come perdere (letteralmente) la testa per una donna

    Quando il papa fu eletto sull’isola di San Giorgio

    Ida Dalser, Margherita Sarfatti e le altre donne del duce

    La macchina del tempo

    Maria Tarnowska, la dissolutezza e il castigo

    Come l’Uomo di Vitruvio rimase a Venezia

    Giovanni Miani, l’ultimo grande esploratore veneziano

    Francesco Querini e l’esplorazione del Polo

    Marina Querini Benzon, Cecilia Zen Tron e i salotti settecenteschi

    Bedmar, la più strana congiura della storia

    Storie di pozzi veneziani

    Ca’ Vendramin Calergi fra Templari, bravi manzoniani e Richard Wagner

    Lady B e il giovane Rodolfo Valentino

    Il mistero della fossa numero 6

    Quando i vetrai muranesi furono attaccati dagli indiani

    un tempio massonico mascherato da chiesa

    La prima chiesa di San Marco a Torcello

    Antonio e Nicolò Zen, la scoperta dell’America e l’Oratorio dei Crociferi

    I Lazzaretti e l’invenzione veneziana della quarantena

    Quelle donne nei bauli

    Forte Sant’Andrea, invincibile fortezza

    Il primo romanzo della storia

    Il palazzo che uccide

    Gli allegri carnevali di Elena Priuli

    Il veneziano che non può più morire

    Storie attorno al campanile di San Marco

    Jacopo Tintoretto: una Venezia a colori

    San Lazzaro, oasi d’Armenia

    Quando San Francesco venne a Venezia

    La cripta di San Zaccaria, trappola mortale

    Il dipinto su tela più grande al mondo

    Appendice. Il mistero della donna vestita di nero

    Bibliografia

    illustrazioni

    615

    Prima edizione ebook: novembre 2018

    © 2018 Newton Compton editori s.r.l., Roma

    ISBN 978-88-227-2679-7

    www.newtoncompton.com

    Realizzazione a cura di Corpotre, Roma

    Alberto Toso Fei

    I luoghi e i racconti più strani di Venezia

    Vicende di uomini e di donne raccontate attraverso i luoghi segreti della Serenissima

    Newton Compton editori

    Nessuna città al mondo sarà mai completamente visitabile, conoscibile, svelabile fino in fondo. Ma ognuno di noi può catturare il più possibile l’essenza di una città; qualcosa che ci rimanga dentro a dispetto del tempo che ci trascorriamo. E non qualcosa di effimero: qualcosa capace di rigenerarsi, nutrirsi e crescere a ogni nuova visita, a ogni nuova fotografia carpita su internet o su una rivista, a ogni nuovo e diverso contatto.

    Ecco che I luoghi e i racconti più strani di Venezia diventa un viaggio interiore fatto di riferimenti esteriori; un percorso di continua scoperta destinato a lasciare un segno nella memoria, in primo luogo, ma soprattutto nella memoria delle emozioni. Non solo tramonti languidi e monumenti mozzafiato: ma anche e soprattutto storie di uomini e di donne che quel luogo – nel nostro caso Venezia – l’hanno reso vivo e unico nella storia, in ogni epoca la città abbia avuto la ventura di attraversare.

    La battaglia del castello d’amore

    Infrastrutture avanzate, mezzi di trasporto sempre più veloci, legami di studio, di lavoro, di vita; un continuo scambio che sta via via smussando anche le diverse cadenze linguistiche, ultimo diaframma verso una uniformità sempre maggiore. Oggi il triangolo Venezia-Padova-Treviso è questo, e nei secoli passati fu funzionale alla Repubblica di Venezia, che vi aveva rispettivamente il centro del potere, l’Università e le terre più fertili. Eppure le tre province non furono sempre Serenissima, e tanto meno serenissime tra loro.

    L’unificazione sotto la bandiera col leone alato fu anzi relativamente tarda, nel corso della storia: tra il 1344 e il 1405, in forma definitiva. I trevigiani, che già avevano avuto una prima dominazione veneziana nel 1339 dopo alterne vicende che li avevano visti assoggettati al dominio dei Da Romano e dei Da Camino (ma anche del veronese Cangrande della Scala), nel 1344 cedettero a Venezia le città, i castelli, i beni e le giurisdizioni. Quanto a Padova, la sua conquista (che avvenne assieme a quella di Vicenza e Verona, oltre che del Polesine) passò attraverso una guerra che vide lo sterminio dei Da Carrara che l’avevano governata per secoli.

    Prima di queste date fra di loro, veneziani, padovani e trevigiani non si erano fatti mancare le guerre. Uno degli episodi più curiosi risale al 1214, ed è conosciuto come La guerra del Castello d’Amore. Quell’anno i giovani delle tre città – assieme a quelli provenienti da molti altri centri – si riunirono a Treviso per una sorta di gioioso duello cavalleresco che prevedeva la conquista di un castello di legno, ricoperto di stoffe preziose, dove avevano preso posto delle giovani spose e delle ragazze. Le donne, al massimo del loro splendore, imbellettate e adornate di gioielli, dovevano difendere la fortezza dall’assalto dei ragazzi che la assediavano divisi in compagnie, ciascuna sotto l’insegna del proprio Comune.

    Armi di difesa e di offesa erano poesie, canzoni, e poi rose, garofani, gigli, ma anche frutta ed essenze pregiate. Ovviamente su come si svolse il combattimento la leggenda ha sguazzato per secoli: si racconta che per invogliare le ragazze ad affacciarsi i padovani non esitarono a lanciare oltre gli spalti dei polli arrosto allo scopo di prenderle per la gola, mentre i veneziani (probabilmente più scafati) fecero volare dei sonanti ducati d’oro. D’altronde la Serenissima era allora in uno dei suoi momenti di massimo splendore, con scambi commerciali fluviali e marittimi che procedevano alla grande, la conquista di Costantinopoli avvenuta dieci anni prima – che aveva portato ulteriore prestigio e ricchezze enormi – e la recente elezione del potente Pietro Ziani, ricchissimo mercante e figlio d’arte (suo padre Sebastiano, doge a sua volta, era stato l’artefice della pace fra il papato e Federico Barbarossa, alcuni decenni prima).

    Proprio nel momento in cui i giovani veneziani stavano avendo accesso a una delle porte, i padovani – forse invidiosi o forse canzonati dai lagunari – strapparono lo stendardo di San Marco dalle mani dell’alfiere e lo gettarono a terra riducendolo a brandelli. Ne nacque una ostilità armata che nei mesi successivi vide l’alleanza tra padovani e trevigiani nel saccheggiare l’entroterra veneziano e minacciare Chioggia. Fu tentato infine un assalto a un castello (vero, questa volta), quello delle Bebbe, che difendeva i confini della Serenissima verso Padova, Adria e Ferrara.

    Ma il fato fu favorevole ai veneziani che, approfittando di un’alta marea improvvisa che allagò il campo nemico, riuscirono a forzare l’assedio e a sbaragliare gli avversari. La pace si concluse il 9 aprile del 1216 a condizione che Padova consegnasse ai veneziani i quindici ragazzi maggiormente responsabili dei disordini di Treviso. Come tributo ai padovani per riavere incolumi i suoi giovani, il doge Pietro Ziani non chiese denaro, ma due polli bianchi per ogni uomo. Un riscatto che, raccontano le cronache, ferì gli abitanti della città del Santo più che l’esborso di qualsiasi somma. Da quel momento le scaramucce si prolungarono nei due secoli successivi, fino alla definitiva conquista veneziana del 1405.

    Una flotta tra i boschi del Garda

    Qualcuno forse ricorderà le scene di un celebre film del 1982, Fitzcarraldo , interpretato da un magistrale Klaus Kinski e col quale il regista Werner Herzog vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes: è un momento della storia in cui il protagonista – nell’Amazzonia ottocentesca – decide di far scavallare al suo battello una montagna posta tra due fiumi, per raggiungere un luogo impervio, e con l’aiuto degli indios riesce a far passare l’imbarcazione nella foresta.

    Ebbene, per quanto epiche e avvincenti, quelle scene non possono considerarsi parte di una sceneggiatura originale: cinquecento anni fa, più o meno nelle stesse condizioni, la Repubblica di Venezia decise di trasportare via terra una piccola flotta, fino al lago di Garda.

    Era il 1438, e quell’anno prese vita l’operazione Galeas per Montes; Venezia aveva da tempo intrapreso una campagna aggressiva di conquista dell’entroterra, complice il declino apparentemente inarrestabile dei mercati orientali: Brescia si era assoggettata volontariamente alla Serenissima dodici anni prima, il 20 novembre 1426, per sottrarsi al ducato di Milano, e Filippo Maria Visconti già da alcuni mesi era sceso in guerra con l’intenzione di riprendere il controllo delle terre lombarde.

    Le truppe del duca di Milano controllavano Peschiera del Garda e Desenzano e il capitano di ventura Niccolò Piccinino aveva stretto d’assedio Brescia, che chiese aiuto al senato veneziano. La città divenne un simbolo: Visconti la voleva per dimostrare che non era possibile sottrarsi al suo potere; i veneziani non potevano permettersi di perdere quella roccaforte, con tutto quello che ne sarebbe conseguito sui disegni di attestamento in terraferma. Eppure ogni accesso dal lato meridionale – quello più facilmente raggiungibile – era precluso: Erasmo da Narni, il Gattamelata, generale delle truppe veneziane, era attestato a nord del lago, a Torbole e a Riva. Così la Serenissima decise che per vincere avrebbe dovuto combattere come solo lei sapeva fare: sull’acqua, con delle navi.

    La decisione non fu immediata; ci vollero alcune settimane perché l’idea iniziale del Gattamelata, che aveva appena sperimentato l’itinerario montano con una parte delle sue truppe allo scopo di evitare il blocco meridionale dei milanesi, divenisse realtà. A dar corpo all’ipotesi fu Blasio de Arboribus, ingegnere a servizio della Repubblica, coadiuvato da un marinaio originario di Creta, Nicolò Sorbolo. Dopo una lunga battaglia interna al Maggior Consiglio sull’opportunità o meno di dare vita a una operazione così complessa e costosa, arrivò il via libera: era il 1° dicembre del 1438.

    Il tempo di adattare all’Arsenale un buon numero di navi per affrontare l’inedita traversata e già nel gennaio successivo una flotta imponente – almeno venticinque navi grosse: due galee, sei fuste e altre imbarcazioni minori – prese così la via dell’Adige. Oltre Verona la risalita si fece dura, e fu organizzato un traino formato da centinaia di uomini (marinai, sterratori, carpentieri, persone del luogo) e duemila buoi, che permise ai bastimenti di percorrere una ulteriore quarantina di chilometri. Fu allora che il fiume fu abbandonato – all’altezza di Rovereto – e le navi furono trascinate tra i monti sfruttando i letti di torrenti riempiti di terra e sassi e forniti di tronchi su cui far scorrere i legni, per un percorso lungo circa una ventina di chilometri.

    Oltre la valle del Loppio e il valico di Nago iniziò la ripida discesa verso il Garda: le due sole galee erano lunghe circa quaranta metri e pesavano diverse tonnellate; per frenare la discesa, si ricorse all’accorgimento di attendere il forte vento che soffia da sud nel pomeriggio e di spiegare le vele per alleggerire il peso dei navigli. Dopo tre mesi (e quindicimila ducati di spesa) le navi raggiunsero finalmente Torbole e furono varate e armate: era l’aprile del 1439.

    Condurre un’operazione di questa portata, con una tale movimentazione di uomini e di mezzi e in un tempo così prolungato, non poteva rimanere affare segreto (come si era invece illuso di poter fare Piero Zen, capitano della flotta veneziana). Niccolò Piccinino ha preso le sue contromisure, la flotta viscontea sta aspettando quella veneziana al varco: lo scontro avvenne al largo di Desenzano e la vittoria milanese fu schiacciante; solo le due galee veneziane riuscirono a riparare nel porto di Torbole. Tutte le altre furono catturate o distrutte.

    Ma lo scopo, malgrado tutto, è raggiunto ugualmente: grazie al controllo navale della parte settentrionale del lago di Garda, i veneziani riuscirono ad approvvigionare Brescia e appoggiare le azioni di terra, permettendo alla città di resistere all’assedio. Intanto la strada era tracciata, e dove erano passate navi intere si potevano far facilmente transitare materiali per costruire altre navi, da assemblare sulle rive del lago; e nessuno era più veloce e competente nella costruzione di navi, allora. Bastarono pochi mesi: il 10 aprile del 1440 la nuova flotta, comandata da Stefano Contarini, si scontrò con quella milanese al largo del Ponale e questa volta vinse la battaglia, acquisendo il completo dominio del lago.

    Con la pace di Lodi, nel 1454, Venezia non ebbe più bisogno di mantenere la flotta attiva; fu dunque disarmata e ricoverata nell’arsenale di Lazise. Almeno fino al 1508, quando le potenze europee unite nella lega di Cambrai contro la Serenissima (l’Austria, la Francia, il papato e il regno delle Due Sicilie, Ferrara, Mantova, il ducato di Savoia e il regno d’Ungheria) dichiararono guerra a Venezia.

    Zaccaria Loredan prese il comando di ciò che restava della vetusta flotta gardesana; il 20 maggio 1509 inviò un dispaccio a Venezia annunciando «di aver butà la galia et fusta in acqua, et va scorendo il lago». Ma le forze in campo sono troppo sbilanciate. Dieci giorni più tardi, su ordine della Repubblica, è necessario ritirarsi; prima di farlo, le navi vanno affondate per sottrarle al nemico. Appena fuori Lazise, il 30 maggio Loredan incendia e affonda una galea; poco più in là fa subire la stessa sorte a una fusta carica di armi e raggiunge infine con un’altra fusta Garda, per proseguire per Venezia.

    L’epopea di Galeas per montes durò dunque settanta anni esatti. E se il costo pagato dalla Serenissima fu immenso, l’operazione rimase nella storia come tra le più grandi opere ingegneristiche della storia militare di ogni tempo, contribuendo a mitizzare ancor di più le già eccellenti prestazioni in campo navale dei veneziani. Sul soffitto della sala del Maggior Consiglio, a Palazzo Ducale, un dipinto di Jacopo Tintoretto celebra da allora il durissimo scontro con i milanesi.

    Nel corso del Settecento un naturalista di Lazise, Francesco Fontana, oltre a lasciare memoria di quei fatti straordinari (che mai avevano abbandonato il racconto popolare delle genti del lago) indica con precisione i luoghi dell’autoaffondamento. Sulla base di quegli scritti negli anni Sessanta del Novecento lo scafo della galea fu individuato e si iniziò a liberarlo del fango. Oggi ciò che rimane della flotta che superò le montagne può essere ammirato nel Castello di Malcesine, sulla sponda veronese del lago di Garda, nella Sala delle Galee.

    Bellisandra Maraviglia, indomita veneziana

    Il biennio 1570-1571 fu un periodo difficile, per Venezia e per l’Europa in generale. Gli equilibri del mondo stavano mutando ma – come è spesso accaduto, nel corso della storia – mentre ogni cosa avveniva non si ebbe il sentore della reale portata degli eventi. Per la verità tutto accadde in uno spazio di tredici mesi, dal settembre del 1570 all’ottobre del 1571, quando con la celebre (e celebrata) battaglia di Lepanto tutto sembrò momentaneamente ritornare in una sorta di equilibrio, per quanto precario.

    Da tempo era in corso l’avanzata dell’impero Ottomano verso occidente, con la conquista di caposaldi che per secoli – o decenni – avevano visto la presenza cristiana, soprattutto veneziana. Già, Venezia: la Serenissima aveva tutto da perdere, con quello scontro, ma era una lotta che non riguardava solo lei; riguardava anche nazioni con le quali era comunque in perenne conflitto. La situazione iniziò a precipitare quando Selim ii, figlio e successore al trono di Solimano il Magnifico, decise che l’isola di Cipro doveva entrare a far parte dei possedimenti della Sublime Porta. Intimò quindi a Venezia di cedere l’isola; altrimenti, l’avrebbe conquistata con la forza.

    Il regno di Cipro era veneziano da poco meno di un secolo, da quando Caterina Corner, vedova di Giacomo da Lusignano, aveva posto l’intera isola sotto la protezione della Serenissima. Cipro era cantata dai poeti come il «regno degli amori, albergo delle Grazie e dominio di Venere»; vi si produceva zafferano, cotone, riso e sale che i veneziani esportavano ovunque.

    Venezia respinse le richieste del sultano, e si preparò a difendere l’isola, chiedendo l’aiuto di altre potenze europee; ne sortirono lunghi mesi di attesa e indecisione, conditi con litigi e dispetti tra il capitano da mar veneziano Girolamo Zane e il comandante genovese della flotta spagnola, Gian Andrea Doria – acerrimo nemico dei veneziani – che inanellò una serie di pretesti fino a che le pressioni del papa furono tali da non poter più essere ignorate. Nel frattempo gli ottomani non erano rimasti a guardare, ma avevano accelerato i tempi della conquista: dopo aver assaltato Cipro – senza incontrare particolare resistenza – si spinsero decisi verso la capitale Nicosia. Quando la flotta della lega cristiana lasciò finalmente Candia, era già troppo tardi.

    L’onda d’urto degli ottantamila uomini comandati da Mustafà Pascià fu retta finché fu possibile, dai mille e cinquecento soldati asserragliati tra le mura, ma ben presto l’esercito ottomano riuscì a irrompere a Nicosia, dando vita al copione violento e scontato che tristemente si ripete nei secoli in ogni guerra: saccheggi, stragi, stupri. In poche ore furono massacrati ventimila abitanti della città, mentre una buona parte di loro – soprattutto le donne e i bambini – fu fatta prigioniera in massa.

    Nell’ultimo baluardo rimasto, il castello di San Teodoro, un manipolo di uomini guidato da Pietro Pisani, dal governatore dell’isola Nicolò Dandolo e dal vescovo Francesco Contarini, tentò disperatamente di resistere per ore; ma quando anche la cavalleria del pascià di Aleppo intervenne a dare manforte alla fanteria turca, fu immediatamente chiaro che tutto era perduto. Mustafà Pascià fece pervenire ai veneziani un’offerta di resa, in cambio della vita, ma quando gli assediati deposero le armi furono inesorabilmente passati a fil di spada, uno a uno. La testa del governatore Dandolo fu fissata su una picca ed esposta sui bastioni, perché tutto l’esercito potesse vederla.

    Arrivata che fu la notte, dopo che i festeggiamenti si erano protratti a lungo, cadde il silenzio sull’accampamento e sul porto di Nicosia, rotto solo dal lamento dei feriti. Sulla nave ammiraglia le donne di maggior lignaggio aspettavano di partire per Costantinopoli, l’indomani: sarebbero state esibite al sultano come tributo di vittoria, prima di essere avviate al mercato degli schiavi. Tra loro si trovava Bellisandra Maraviglia, sorella di Giovanni – segretario del senato veneziano – e moglie di Pietro Albino, il Gran Cancelliere di Cipro, rimasto ucciso nel corso della battaglia.

    Notato un allentamento nei controlli, la donna si consultò concitatamente con la contessa di Tripoli e con altre donne cipriote, poi prese la sua decisione: impadronitasi di una torcia ed elusa la sorveglianza, raggiunse la polveriera della nave e prima di poter essere fermata diede fuoco ai munizionamenti. L’esplosione che ne seguì fu terrificante, e investì altre due navi piene di marinai e prigionieri che stavano ormeggiate ai lati dell’ammiraglia. Dall’incendio che ne scaturì, racconta lo storico della Serenissima Andrea Morosini, si salvarono il solo scrivano dell’ammiraglia e sei marinai. Assieme ai suoi aguzzini, si narra che Bellisandra Maraviglia portò con sé un migliaio di donne destinate alla schiavitù.

    Fu un gesto che destò grande impressione, e la macchina propagandistica antiottomana vi attinse nei decenni successivi. Ancora nel Seicento il poeta Girolamo Preti, nato diversi anni dopo quell’avvenimento, nel suo Oronta di Cipro ne cantava le gesta in questo modo: «[…] La magnanima Donna il tempo, il loco / Quivi scorge opportuni ad alta impresa. / L’ira avvampa nel cor, negli occhi il foco, / Hor’è tutta di ghiaccio, hor tutta accesa. / Dunque i Traci, dicea, Trionfo, e gioco / Havran di Oronta incatenata, e presa? / Ah non ancor la libertà m’han tolta: / Che, se ’l corpo legar, l’anima è sciolta. […]».

    Ma l’atto estremo di Bellisandra Maraviglia, sebbene riuscì a risparmiare a lei e alle sue compagne di sventura un destino da schiave, non mutò l’esito di quella campagna militare ottomana, né ridusse minimamente la gravità della perdita della capitale cipriota, preludio alla definitiva perdita dell’isola, poco prima che i destini incrociati di veneziani e turchi si incontrassero a Lepanto per un momentaneo epilogo di quel biennio.

    La sola Famagosta rimaneva ancora veneziana, mentre Nicosia cadeva; e non arriverà nessuna provvidenziale tempesta a spazzare via la flotta turca, come Shakespeare immaginò qualche anno più tardi nello scrivere il suo «Moro di Venezia», il cui dramma letterario si consuma proprio nella Cipro veneziana. Il governatore della fortezza di Famagosta, Marcantonio Bragadin, si preparava ad affrontare un lungo assedio, ancora inconsapevole che di lì a qualche mese la sua pelle, strappatagli a vivo, finirà impagliata a fare mostra di sé all’arsenale di Costantinopoli. Ma questa, seppure all’interno di un’unica concatenazione di eventi, è davvero un’altra storia.

    Il secolo successivo, sebbene con modalità e tempi diversi (ai

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