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Alla scoperta dei segreti perduti di Torino

Alla scoperta dei segreti perduti di Torino

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Alla scoperta dei segreti perduti di Torino

Lunghezza:
346 pagine
3 ore
Pubblicato:
10 nov 2016
ISBN:
9788854199675
Formato:
Libro

Descrizione

Itinerari per scoprire nuovi scorci, leggende, aneddoti e tradizioni

Ognuno di noi conosce o custodisce qualche segreto, ma se ci allontaniamo dal personale e ci addentriamo nei meandri di una città, scopriamo che anch’essa ne nasconde di infiniti, che riguardano, molto spesso, una sorta di “storia minore”, nota solo a pochissimi. Se poi questa città è Torino, il segreto si trasforma immediatamente in mistero, a volte senza che ce ne sia alcun ragionevole motivo. Questo libro è una passeggiata che parte dalla misteriosa preistoria del territorio sul quale si svilupperà il capoluogo piemontese, si snoda attraversando i millenni impressi, spesso in maniera impercettibile, nelle pietre dei monumenti e nell’evoluzione del tessuto urbano, racconta le vicende segrete di personaggi intriganti, gli avvenimenti che, riempiendo le pagine dei giornali, hanno scosso o emozionato la città, evidenziando come le molteplici anime di Torino si siano plasmate su una Storia che va ben oltre ciò che si conosce ufficialmente. 

Un viaggio nel cuore di una città piena di misteri

Tra i segreti di Torino:

• Gli Anunnaki della Valsusa
• Dove si trovava Taurasia?
• Anche Torino ebbe la sua “corte dei miracoli”
• La figura controversa di una moglie morganatica
• Non solo barocco a Stupinigi
• Più di trent’anni per arrestare il killer del procuratore
Laura Fezia
è nata a Torino, dove vive e lavora. Studiosa del mistero in tutti i suoi aspetti, appassionata di cronaca giudiziaria, fa la consulente e la scrittrice. Con la Newton Compton ha pubblicato 101 misteri di Torino (che non saranno mai risolti), Misteri, crimini e storie insolite di Torino, Il giro di Torino in 501 luoghi e Forse non tutti sanno che a Torino... e Alla scoperta dei segreti perduti di Torino.
Pubblicato:
10 nov 2016
ISBN:
9788854199675
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Alla scoperta dei segreti perduti di Torino - Laura Fezia

circondano.

GLI ANUNNAKI DELLA VALSUSA

La Valle di Susa è certamente uno dei luoghi più misteriosi e più carichi di leggende tra quelli che circondano Torino. Tra le tante, ce n’è una poco conosciuta, che risale a un periodo così lontano nel tempo da essere entrata nella mitologia, ossia in un’epoca in cui la Storia, basata su fatti e date (quasi) certi, ufficialmente non esisteva ancora. I racconti riferiti oralmente hanno un difetto che ne compromette la piena attendibilità: subiscono l’influenza dei narratori e della modificazione dei ricordi, non possono essere verificati e sono soggetti a un vezzo che probabilmente l’uomo ha sempre avuto, quello di ingigantire, deformare, adattare la realtà per meravigliare gli interlocutori o tirare l’acqua al proprio mulino. Sono stati sottoposti a questo trattamento perfino gli eventi storicamente accertati («La Storia viene scritta dai vincitori», si dice), dunque possiamo ben immaginare come siano state tramandate le informazioni appartenenti a un momento che si perde nella notte dei tempi. Certamente, però (o almeno questa è la mia convinzione), nessuna leggenda nasce dal nulla, ma ha le sue radici in una realtà solo in seguito interpretata, accomodata, enfatizzata.

Questo è il caso della postulata esistenza, in Valsusa, di una città ciclopica chiamata Rama, detta l’Atlantide piemontese: nel riferirne, alcuni autori citano, infatti, il mito del misterioso continente perduto di cui parla anche Platone nel Crizia e nel Timeo, sprofondato nell’Oceano per volere degli dèi a causa del comportamento iniquo dei suoi abitanti. Secondo me, invece, è un’altra la leggenda (se di leggenda si tratta…) che emerge dal racconto.

Rama si trovava, o per meglio dire, iniziava, secondo la mitologia, nella zona dell’odierno Rocciamelone, il cui antico nome era Roc Maol, forse sul monte stesso e da lì si estendeva lungo tutta la valle, attraverso i territori degli attuali paesi di Bruzolo, Chianocco e Foresto, sulle rive della Dora: aveva mura imponenti, simili a quelle delle città megalitiche del Centro America, delle quali rimangono poche vestigia; la sua origine, secondo alcuni, è legata al mito di Fetonte, secondo altri si intreccia con un’altra storia, che a Torino è frequente ascoltare in tutte le salse: quella del Graal. Spesso i due racconti si fondono tra loro e le figure dei personaggi implicati si sovrappongono, confondendosi e aumentando il mistero. Volendo azzardarne una collocazione nel tempo, possiamo risalire a trentamila anni prima di Cristo, o almeno queste sono le notizie che, confusamente, si evincono dalle molte dicerie che circolano su di essa.

Della vicenda di Fetonte conosciamo quasi tutto, con ampie variazioni nei particolari: era uno dei tanti figli di Apollo, dio del Sole e (forse) della ninfa Climene, ma, non contento di ricoprire un ruolo secondario, per provare di essere davvero un rampollo divino si lasciò convincere dagli amici a rubare il carro paterno. Appropriatosene, non riuscì a governarlo e combinò un mare di guai: salì troppo in alto e incenerì una porzione di cielo, che dopo il suo passaggio divenne la Via Lattea, poi scese troppo vicino alla Terra, così che la Libia si trasformò nella regione desertica che ancora oggi conosciamo. A questo punto intervenne Zeus, che fermò la scorribanda scagliando uno dei suoi fulmini contro l’imprudente auriga, facendolo precipitare in un fiume identificato (non si sa in base a quali elementi) nel Po (allora Eridano). Alcuni esoteristi torinesi si dicono certi che la tomba di Fetonte si trovi al Valentino, dove Carlo Ceppi costruì, nel 1898, la Fontana dei dodici mesi.

Ma esiste un’altra storia che parla di un essere divino capitato (o disceso volontariamente) sulla Terra nei dintorni di Torino: alcuni lo identificano con il figlio di Apollo, affermando che non morì a causa della rovinosa caduta, mentre altri indicano un personaggio diverso, non meglio definito.

Lascio la parola agli amici del sito www.labgraal.org che, dopo aver citato Fetonte, riportano la leggenda di Rama:

La leggenda narra che un Dio anticamente scese sulla Terra, in un luogo oggi conosciuto come la valle di Susa. Il suo aspetto era quello di un drago sapiente, fatto di fiamma, che danzava creando radure nell’erba.

La leggenda riporta che il Dio si pose all’interno di un cerchio di pietre che era stato costruito dai suoi due assistenti di metallo dorato. In questo cerchio di pietre insegnò agli uomini le scienze, l’agricoltura e soprattutto la conoscenza dello Shan che trasmise agli uomini attraverso l’Arte dell’Alchimia.

Quando venne il tempo di accomiatarsi dagli uomini costruì con il metallo del suo carro celeste una grande ruota d’oro, forata al centro, in cui era custodita tutta la conoscenza che lasciava in dono all’umanità.

Dopo che fu ritornato al cielo le sue reliquie e la grande ruota d’oro vennero raccolte dagli Ard-Rì, i suoi allievi, per essere custodite nel Tempio del fuoco, una grotta sulle falde della Montagna Sacra.

Intorno a questo tempio venne edificata la città di Rama. A più riprese eroi leggendari la ampliarono ed estesero la sua potenza a tutte le terre conosciute. Ma la sua grandezza era quella di custodire l’antica conoscenza, lo Shan, l’arcaico nome del Graal; una luce che si irradiò per tutta la Terra e fu la base del sapere dei Druidi del tempo.

La città di Rama era protetta da un grande Drago che interpretava le forze cosmiche dell’universo scaturite dal Vuoto primordiale. Il Drago insegnava ai cavalieri del tempo a lottare e a danzare nel vento e li introduceva alla conoscenza mistica dello Shan.

Il grande cerchio di pietre custodiva al suo interno il segreto dello Shan.

Venivano da ogni parte del mondo per vedere il grande cerchio di pietre e per conoscere il suo segreto.

Quando le acque si portarono via la civiltà madre, Rama rimase la sola a testimoniare l’antico potere del Drago. I millenni la cancellarono ma la conoscenza che custodiva è ancora viva nelle tradizioni di tutta la Terra.

Ancora oggi si narra che il cerchio di pietre esiste ma è invisibile e si mostra solo nella notte di Samain a chi sa cercare. In quella notte, tutti gli abitanti del posto, umani e non, visibili e non, si incontrano tra le eterne, maestose pietre e celebrano il ritorno alla Terra ancestrale.

Il termine Shan indica la Natura, intesa nella sua globalità, sia sul piano materiale, sia su quello sottile: «Un significato di natura che travalica la dimensione quotidiana e che manifesta un Mistero mistico immanente a tutte le cose. […] Una dimensione invisibile dove tuttavia ha sede la vera realtà delle cose, al di là del sogno illusorio percepito dai sensi e dalla mente»; Samain, invece, è la festa di origine celtica che la cultura moderna ha trasformato in Halloween. Si ritrovano gli echi di questo mito in una leggenda medievale che racconta di un drago d’oro in una caverna del monte Musinè, a guardia di una sfolgorante gemma verde dagli straordinari poteri, che altro non sarebbe se non il Graal.

Non si sa come né perché Rama scomparve, lasciando solo i pochi resti di mura visibili ancora oggi tra la vegetazione: come Atlantide, fu vittima dell’ira degli dèi a causa della malvagità dei propri abitanti e invece di essere sprofondata nell’Oceano, venne sommersa da un diluvio o incenerita con un fulmine, riecheggiando la vicenda di Noè o quella di Sodoma e Gomorra?

Di certo, nella leggenda della città ciclopica presente in Valle di Susa vi sono numerosi rimandi ad altre tradizioni e non solo per il racconto in sé, ma anche in relazione alla sua misteriosa scomparsa, cui nessun autore fa cenno: anche le grandi città maya e inca del Centro America, infatti, vennero improvvisamente abbandonate dai loro abitanti a un certo e imprecisato punto della Storia, restando per secoli sconosciute, avvolte dalla foresta e ritrovate solo casualmente.

E allora possiamo ripensare ai racconti delle civiltà precolombiane, che narrano di Grandi Esseri venuti dalle stelle per portare la Conoscenza all’umanità, ma non solo: anche a quelli degli indiani Hopi, che ancora adesso attendono il ritorno di Blue Star Kachina, dei Sumeri, della Bibbia, dell’Iliade e dell’Odissea, dei Veda, delle Rune, dove troviamo Anunnaki, Elohìm, Theoi, Deva, Asi, personaggi extra-ordinari, solo in seguito divinizzati, dotati di tecnologie allora fantascientifiche, in grado di volare su veicoli minuziosamente descritti, in possesso di armi micidiali. Anche il dio sceso in Valsusa, che si chiamasse Fetonte oppure in altro modo, si spostava, secondo la leggenda, con un carro di fuoco e insegnò agli uomini il «segreto dello Shan», ossia delle leggi che regolano l’universo «così in basso come in Alto», come afferma la Tavola smeraldina di Ermete Trismegisto.

Insomma, nel mito di Rama si intrecciano gli alchimisti e i Grandi Esseri dei maya, degli inca, degli aztechi, Viracocha, Quetzalcóatl, Blue Star Kachina, Enki ed Enlil, Anu, Yahweh, Jupiter, Shiva, Thor, in una confusione solo apparente, ulteriormente complicata dalle traduzioni da lingue antiche, da diverse terminologie, da differenze culturali e dalle manipolazioni che, in alcuni contesti, ne vennero fatte, che però, in buona sostanza, raccontano tutte le stessa storia: quella di un tempo in cui una o più civiltà evolute, provenienti dal Cosmo, scesero sulla Terra e forse addirittura non si limitarono a portare agli uomini la Conoscenza, ma crearono l’attuale genere umano attraverso tecniche di ingegneria genetica. Quando se ne andarono, promisero di tornare, ma forse alcune delle loro creature non si dimostrarono all’altezza e non furono più in grado di utilizzare pienamente la tecnologia insegnata dai Padri Galattici: abbandonarono le città ciclopiche e tornarono a vivere da comuni mortali, conservando, con il trascorrere del tempo, solo più il ricordo sottile di quel momento d’oro della loro storia, che trasformarono in religioni o in miti.

Dunque, se avrete voglia di andare a scovare, nei boschi intorno al Rocciamelone e oltre, i pochi resti che, si dice, appartennero alla favolosa città di Rama, sappiate che non solo terre mitiche e lontane, ma anche la Valle di Susa fu visitata dagli Anunnaki o da loro parenti stretti.

O almeno questo è quanto suggerisce la leggenda.

LE MOLTE LEGGENDE SULL’ORIGINE DI UN NOME

Esistono molte storie che spiegano perché Torino si chiami così, alcune leggendarie, altre più fondate: in quasi tutte, però, spunta, quasi come logica conseguenza, il richiamo al toro, che se, come è assodato, non le diede il nome, non di meno entrò a fare parte dello stemma della città. Anche in questo caso, come spesso avverrà nella storia del capoluogo piemontese, le leggende popolari e la concretezza dei documenti si intrecciano così fittamente che spesso è difficile (e a volte addirittura impossibile) imboccare un sentiero che porti a una certezza, o almeno a una sua buona imitazione, senza contare che i fautori di questa o quella versione sono molto restii a confrontarsi pacificamente e ingaggiano, a volte, battaglie tanto furibonde quanto sterili per difendere le loro tesi.

Una delle più note leggende in cui si sente parlare del fiero animale, paziente e tranquillo finché non lo si stuzzica, è legata alla vera o presunta origine egizia di Torino. A parlarne (quasi) per primo o almeno a conferirle quell’enfasi che la trasformò in mito, fu Emanuele Filiberto Pingone (detto monsù Pingon); il pacifico gentiluomo, discendente da una famiglia originaria di Aix en Provence, habitué di corte a Chambéry, avvocato e letterato con il pallino della Storia, maniaco collezionista di anticaglie, nel 1560 fu invitato in Piemonte da Emanuele Filiberto di Savoia e ricevette l’incarico di valorizzare quel grosso borgo dove, per motivi puramente strategici, il vincitore della battaglia di San Quintino aveva stabilito di trasferire la capitale del ducato sabaudo, nobilitandone i natali in modo da tacitare altri centri molto più importanti, quali, per esempio, Chieri e Vercelli, irritati da una scelta che appariva scandalosa.

Pingone, preoccupato soprattutto di soddisfare le esigenze del proprio illustre sponsor, scartabellando nei suoi archivi si imbatté in un certo Beroso (o Berosso) il Caldeo, che l’Enciclopedia Treccani presenta come «Sacerdote babilonese di Bēl-Marduk degli inizî del III secolo. a.C., autore di una storia di Babilonia in tre libri, di cui restano solo frammenti»; vi giunse scambiando, forse, lucciole per lanterne, attraverso la presunta traduzione di ben cinque libri di Beroso realizzata da tale Annio da Viterbo, vissuto tra il 1437 e il 1502 e non si sa se il barone non si accorse che si trattava di un apocrifo o se fece finta di ignorare che l’attendibilità di Annio non era a prova di bomba, poiché l’uomo, nonostante fosse un frate domenicano molto stimato da papi quali Sisto IV e Alessandro VI (il che la dice lunga!), era stato un millantatore e un abile falsario e tra le tante imprese aveva dovuto, a sua volta, arrampicarsi sugli specchi per inventarsi un’epopea che rendesse lustro alla monarchia spagnola. In ogni caso, fu tra le carte di Annio/Beroso che Pingone andò a pescare la storia di Fetonte-Eridano, dalla quale nacque la leggenda delle origini egizie di Torino, collocate nell’anno 1529 a.C. Intendiamoci: «Philiberti Pingoni Sabaudi», nello scrivere la sua opera Augusta Taurinorum, pubblicata nel 1577, non inventò tutto di sana pianta! La presenza di Iside in città è una realtà confermata da numerosi documenti, da un ritrovamento cinquecentesco avvenuto durante gli scavi per la costruzione della Cittadella e da molte altre testimonianze, oltre che dal Museo egizio, non a caso il secondo al mondo dopo quello del Cairo: diciamo che esagerò un po’ e circondò di realismo particolari racconti che avrebbero dovuto essere riferiti come leggende. Come sempre accade ancora ai giorni nostri, le notizie fornite da un autore che in modo più o meno originale inizia a occuparsi di un argomento, fanno, in qualche modo, scuola e le informazioni contenute negli scritti di Pingone vennero riprese successivamente da altri, tra i quali Emanuele Tesauro (o Thesauro), nella sua Historia della Città di Torino – la cui pubblicazione avvenne nel 1678, tre anni dopo la morte del gentiluomo – e da Luigi Cibrario, che nel 1846 diede alle stampe i due volumi della Storia di Torino, nei quali mitigò un po’ i voli pindarici di Pingone e dei suoi emuli, pur senza riuscire a staccarsi del tutto dalle ipotesi intriganti diffuse nel XVI secolo.

Sembra superfluo ripetere nei dettagli il racconto ormai noto sulle origini egizie di Torino: lo riassumerò per sommi capi a vantaggio di quei pochi che ancora non lo conoscono. Un principe, figlio di un non meglio identificato faraone, stanco dell’insopportabile calura del patrio Egitto, si imbarcò un bel dì insieme a una piccola corte su di una nave e iniziò a solcare i mari alla ricerca di una terra più adatta ai suoi gusti. Approdò in Liguria, varcò gli Appennini e alla vista della pianura che si estendeva oltre quei monti, percorsa da un grande fiume che gli ricordava il Nilo, si fermò a riposare. In quel momento, vide un maestoso toro intento a dissetarsi, che gli confermò la somiglianza di quel luogo con la sua terra, dove veniva adorato il dio Api. In quattro e quattr’otto decise di fondare una città dove istituì il culto del toro-Api. Il principe, da qualcuno chiamato Eridano, da altri Fetonte (legato al mito molto più fantasioso del carro del Sole), e ancora in modi diversi, morì poco dopo annegando nel Po e fu sepolto in città con grandi onori. Secondo Pingone, cui si ispirarono, in seguito, Tesauro e Cibrario, ciò sarebbe avvenuto nel 1529 a.C., ma altri autori indicano come data della fondazione di Torino il 1454 a.C., quando in Egitto regnava Thutmosi III, di cui il museo sabaudo conserva numerosi reperti. Il più celebre è l’imponente statua che nel 1824 Champollion vide nel cortile della facoltà di Medicina, in via Po, rimanendone folgorato. Due anni prima, lo studioso aveva iniziato a lavorare sulla stele di Rosetta e a comprendere come la lingua egizia fosse una combinazione tra fonemi e ideogrammi. Si racconta che di fronte alla bellezza e all’intensità della statua di Thutmosi ebbe l’intuizione che gli consentì di portare a termine l’impresa, esclamando: «La strada per Menfi e Tebe passa da Torino». Questo aneddoto, secondo alcuni, confermerebbe, non si sa per quale arcano motivo, la leggenda del principe vagabondo e delle origini egizie della città.

In ogni caso, è nell’ambito di questi presunti natali che il primo toro, sotto forma del dio Api, fa la sua comparsa nelle vicende del capoluogo piemontese. Compiendo un balzo nel tempo, sfogliando vecchi libri e polverose carte, ecco che troviamo un’altra storia che riguarda un toro e a riferirla, nell’Almanacco di Torino per l’anno 1881, è il salesiano Antonio Ghirardi, zelante collaboratore di don Bosco, che racconta come, in un tempo che preferisce non precisare, un enorme e feroce serpente dalle molte teste abitasse i boschi nei dintorni di quello che era ancora solo un villaggio, terrorizzando gli abitanti e i viandanti e divorando chiunque avesse la sventura di incontrarlo. Ma non basta: l’infernale creatura era in grado di ammaliare le sue prede con un solo sguardo. Si tratta del mito del basilisco, presente in molte altre tradizioni, di cui il Ghirardi fornisce una versione sabauda: «Il mostro appena affissava un cotale, il meschinetto era spacciato; se invece il viandante fosse stato il primo a mirar la brutta bestiaccia, questa perdeva tutta la sua potenza e ferocia». Un grosso problema, perché l’orribile rettile, sbucando all’improvviso, era sempre più veloce a fissare negli occhi il «meschinetto» di turno. Ma nella zona viveva anche un enorme toro: il salesiano afferma che non si sa a chi appartenesse né chi lo nutrisse, lasciandone intendere l’origine soprannaturale. Fu proprio il possente animale a sconfiggere il serpente dalle molte teste: aizzato contro il mostro, lo affrontò e lo uccise a cornate, liberando la città «ove fu ricevuto con grandi feste, e per riconoscenza lo si inchiodò nello stemma». Altre fonti popolari riferiscono che un normalissimo toro di notevoli dimensioni fu fatto ubriacare da un astuto contadino e, in preda ai fumi del vino, si scagliò contro il drago, lo sconfisse, ma ne rimase a sua volta ucciso; così, in segno di gratitudine per quel sacrificio, gli abitanti del villaggio scelsero per sé il nome di Taurini. Quest’ultima affermazione è del tutto falsa e vedremo il perché in un prossimo capitolo; nonostante l’asserzione secondo la quale gli abitanti del villaggio dove sarebbe sorta Torino raffigurarono l’animale-eroe nel loro stemma, ciò avvenne dopo molti secoli, forse addirittura più di un millennio. È, infatti, negli statuti del Conte Verde che troviamo il primo toro, non ancora rampante, come simbolo della città. Questa raccolta di norme è datata 1360 e riguarda una storia che ha come protagonisti due rappresentanti dei Savoia. Si sa che nel medioevo le leggi in vigore erano poche e soggette a repentini mutamenti a seconda dei capricci del signore di turno che – anche lui – poteva essere licenziato da un giorno all’altro in base agli esiti di una battaglia o agli interessi di un monarca o di un papa. Giacomo d’Acaja, appartenente a un ramo cadetto della dinastia, non contento di essersi accaparrato il marchesato di Saluzzo e deciso a rendersi indipendente dal resto dell’ingombrante famiglia, della quale era vassallo, a un certo punto esagerò con le pretese cercando di ottenere una dichiarazione di autonomia e l’assegnazione in esclusiva del feudo di Torino da Carlo IV, imperatore del sacro romano impero, scontrandosi con il cugino Amedeo VI di Savoia, che in breve tempo lo rimise al posto suo, facendogli abbassare le penne. Il Comune di Torino passò, quindi, sotto l’ala protettrice del Conte Verde, che nel 1360 concesse alla città uno statuto per stabilire le regole del vivere civile. L’imponente volume in pergamena, finemente miniato, fu posto in piazza delle Erbe, a disposizione dei sudditi. Dalla sua lettura, emerge un’immagine viva e pittoresca della Torino medievale, dedita alle attività rurali, ricca di orti e terreni nei quali gli animali pascolavano liberamente, fatta di casupole affastellate nelle stradine strette, concentrata attorno alle aree mercatali e all’odierna via Garibaldi, tortuosa, con il selciato in terra battuta e un rivolo di acqua sporca nel centro, priva di marciapiede, i lati punteggiati da tettoie di paglia, dove spesso i maiali si rotolavano nel fango. In questo clima di completa anarchia, le liti erano frequenti e lo statuto di Amedeo riuscì a mettere un po’ di ordine, stabilendo regole, obblighi, divieti e sanzioni. La raccolta assunse il nome di Codice della catena (o del cavalletto o del pilastrino) nel 1492: infatti, per evitarne il furto, il volume fu assicurato a un pilastro con due catene di ferro. Oggi è conservato presso l’Archivio storico, al civico 32 di via Barbaroux.

Tra le tante ipotesi che vogliono a tutti i costi attribuire a un toro la responsabilità del nome della città, ve ne sono altre, tra le quali quella di Alberto Viriglio, instancabile e facondo cantore della tradizione piemontese, vissuto tra il 1851 e il 1913, autore di libri quali Torino e i torinesi, Torino Napoleonica, Voci e cose del Vecchio Piemonte: egli afferma che i primi colonizzatori del territorio furono affascinati dal punto in cui il Po e la Dora si uniscono, che evocò in loro l’immagine delle corna di un possente toro. C’è, infine, la versione zodiacale, che non può mai mancare: Torino avrebbe visto i propri natali sotto il segno del Toro, mentre esistono autori che collocano il suo Sole in Acquario, con il Toro come ascendente; questo calcolo, ovviamente, è stato eseguito su dati presuntivi, poiché è piuttosto difficile stilare un tema astrologico in assenza di alcuni elementi indispensabili, quali non solo il giorno, il mese e l’anno, ma addirittura l’ora precisa della nascita.

Tutte le ipotesi fin qui descritte sono certamente molto romantiche, alcune perfino intriganti, ma possiamo considerarle tranquillamente solo leggende: è un’altra l’origine, ben più concreta e fondata, del suo nome e la scopriremo nel prossimo capitolo.

DOVE SI TROVAVA TAURASIA?

C’è una data fondamentale per Torino, più importante di tutte le altre che hanno costellato la sua storia: è il 58 a.C., anno in cui l’allora proconsole Giulio Cesare, in marcia con il proprio esercito alla conquista della Gallia, dove Vercingetorige dormiva ancora sonni tranquilli e non si preoccupava di una città chiamata Alesia, decise di porre un accampamento nella pianura al di qua delle Alpi per consentire ai soldati di riposarsi prima di affrontare ulteriori fatiche e scelse il territorio sul quale, in seguito, si sarebbe sviluppato il capoluogo piemontese. Qualche autore afferma che tale insediamento fu innalzato sui resti della preesistente città di Taurasia, capitale dei Taurini, ma probabilmente ciò non è del tutto esatto. Del castrum romano, infatti, restano concrete tracce, di cui il decumano massimo (direzione est-ovest) e il cardo massimo (da nord a sud) sono le linee portanti. Il primo si chiama, oggi, via Garibaldi, anche se ai tempi in cui era una delle due perpendicolari che dividevano l’accampamento in quattro settori non aveva l’estensione che conosciamo, ma correva dalla zona dove si trova Palazzo Madama fino all’attuale via della Consolata, mentre il secondo, l’odierna via di Porta Palatina, andava da quella che ora è via Santa Teresa a corso Regina Margherita. Intorno a quest’area, non vi erano che campi, forse boschetti e ciò che restava di Taurasia si trovava, a quanto pare, nella zona dove la Dora si getta nel Po, dunque extra moenia, in quello che è, oggi, il parco della Colletta, nel quartiere Vanchiglietta. In realtà, gli storici sono ormai (quasi) concordi nell’affermare che i Taurini non fossero un vero e proprio popolo, ma che il termine venisse genericamente usato dai Romani per indicare quelle popolazioni di origine celto-ligure che si erano stanziate tra la Valsusa e la pianura. Per giungere a parlarne, nel primo capitolo della sua Storia di Torino, Luigi Cibrario prende una lunga rincorsa, partendo addirittura dalla Bibbia, che definisce ingenuamente «il libro delle più antiche tradizioni storiche»:

Là si dee cercare la genealogia de’ popoli, di que’ figli e nipoti di Noè, cui fu data dopo il diluvio ad abitar la terra vacua e senza nome, e che scompartiti prima in famiglie, poi in tribù, poi in genti, ai luoghi in cui ebbero stanza temporaria o perenne, ne lasciarono la traccia spesso inavvertita nelle appellazioni che ricordano appunto la varietà di quelle primitive razze. Seguivano esse la legge principale della creazione crescendo e moltiplicandosi, e migravano a mano a mano che crescevano lunge dalla cuna dell’umana stirpe a cercar nuove sedi; e dai popoli sopravvegnenti erano sempre spinti ad allontanarsi dalla originaria loro stanza, finché i nuovi arrivati fossero alla loro volta da nuove generazioni di migranti risospinti e ricacciati; il che non potea seguire e non seguiva senza mescolanza delle varie genti fra loro.

L’autore prende poi in esame le varie genti di cui ha parlato:

Se il genio ardito ed avventuriero era una necessità per quelle schiatte Noetiche, tra le altre si segnalò per altro notabilmente per siffatte qualità la discendenza di Giapeto, audax Iapeti genus. Furono i suoi figliuoli, come quelli de’ fratelli, ceppi di altrettanti popoli; e fra gli altri v’ebbe Thiras, o come altri leggono Tirsas, onde la gente Tirrena o Tirsena, che migrando dalla Lidia [antica regione dell’Asia Minore, localizzata nell’attuale parte asiatica della Turchia, n.d.a.] e dalle ricche sponde del Pattolo e dell’Erno, fu verosimilmente la prima che venisse in Italia. Occupata per quanto è

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