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Profezia vaticana
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E-book663 pagine8 ore

Profezia vaticana

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Info su questo ebook

Un autore da oltre 5 milioni di copie nel mondo

Un grande thriller

Dall'autore del bestseller L'enigma di Einstein

Un commando di uomini dello Stato Islamico entra clandestinamente in Vaticano e il papa scompare nel nulla. Qualche ora più tardi comincia a circolare su internet un video nel quale i terroristi mostrano il prigioniero facendo un annuncio sconvolgente: il papa sarà decapitato a mezzanotte in diretta mondiale.
Parte un angoscioso conto alla rovescia, mentre si scatena il caos. Milioni di persone si riversano in strada, le tensioni tra cristiani e musulmani aumentano sensibilmente e alcuni Paesi arrivano addirittura a prepararsi per una guerra imminente.
Tomás Noronha, che sta lavorando ai suoi studi nelle catacombe di San Pietro, viene immediatamente coinvolto nelle indagini per scoprire il luogo in cui è nascosto il papa e si imbatte in un nome enigmatico: Omissis. Che cosa significa?
Seguire questa traccia è l’unica speranza di trovare il pontefice prima che si scateni una crisi globale, ma addentrarsi tra le spire di un segreto così oscuro potrebbe richiedere un prezzo altissimo…

Autore dei bestseller Vaticanum e L’enigma di Einstein

Ai primi posti delle classifiche
Oltre 5 milioni di copie nel mondo

Hanno scritto dei suoi libri:

«È giallo in Vaticano. Le crime stories ambientate nei corridoi della Santa Sede (vere o inventate) funzionano moltissimo..»
la Repubblica

«José Rodrigues dos Santos è il Dan Brown portoghese.»
L’Express

«Una sorta di big bang letterario.»
Diário de Notícias

«José Rodrigues dos Santos mescola cosmologia, thriller, sentimenti, spiritualità, indagini investigative… la formula per attrarre qualsiasi tipo di lettore.»
El Mundo
José Rodrigues dos Santos
È nato in Mozambico nel 1964. I suoi romanzi hanno venduto più di cinque milioni di copie e sono stati tradotti in 22 Paesi. Tra questi ricordiamo: Il tribunale degli eretici, Vaticanum e L’enigma di Einstein, pubblicati con successo da Newton Compton. Tra i volti più noti della TV nazionale portoghese, conduce il telegiornale sul canale RTP. Giornalista, scrittore e reporter di guerra, ha ricevuto diversi premi e insegna giornalismo alla Nuova Università di Lisbona.
LinguaItaliano
Data di uscita14 feb 2018
ISBN9788822718891
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    Anteprima del libro

    Profezia vaticana - José Rodrigues dos Santos

    buio.

    I

    Il tanfo rendeva pesante l’aria calda e umida delle catacombe. Dopo essersi aggiustato il casco antinfortunistico che gli proteggeva la testa, Tomás Noronha fece cenno alla donna che lo accompagnava di seguirlo, poi rivolse la torcia davanti a sé. Il raggio di luce, che fino ad allora aveva danzato nervosamente sulle pareti scrostate dal tempo, si perse di colpo nell’ampio ambiente che si apriva dinanzi a loro.

    Lo storico si fermò per esaminare il luogo a lui sconosciuto: aveva l’impressione di trovarsi in un salone o in un cortile interno pieno di spazzatura.

    «Brrr, che posto sinistro!», si lamentò Maria Flor alle sue spalle, spezzando il silenzio. «Dove siamo finiti?»

    «Sotto le Grotte Vecchie», rispose Tomás. «Precisamente in corrispondenza della parete sud. Man mano che avanziamo, andiamo indietro nel tempo. Qui ci troviamo nel iii secolo, lì in fondo c’è il ii secolo e, dopo, il i secolo».

    Le voci riverberavano nello spazio chiuso, amplificate dalla rete di clivi, le piccole strade, e dalle gallerie che sbucavano tra le pareti e le finestre dei mausolei in cui si trovavano. Sui tetti delle catacombe si erano accumulate gocce invisibili, che stillavano a un ritmo cadenzato, emettendo ora dei plin, ora dei plan bagnati che, a loro volta, riecheggiavano tra le rovine; pareva che le tante cripte dimenticate da secoli sotto la polvere fossero infestate di spettri.

    «Manca ancora molto?».

    Dopo avere attraversato l’ennesimo clivus, il raggio di luce della torcia illuminò una struttura in mezzo alle rovine, davanti a una grande parete intonacata di rosso che si estendeva dall’altro lato della catacomba.

    «Siamo arrivati», annunciò. «Ci troviamo nel i secolo».

    Maria Flor esaminò i ruderi con lo sguardo.

    «Che cos’è?»

    «Il Campo P».

    La luce seguì le linee di una colonna di marmo di ottanta centimetri d’altezza e quelle di una parete perpendicolare, per poi terminare la corsa sul blocco di marmo sostenuto dalla colonna con due nicchie sovrapposte; assomigliava a una veranda di pietra, ma, trattandosi di una necropoli, era di certo un mausoleo a forma di aedicula, ovvero di tempietto. Evidentemente una delle due colonne era andata perduta, ma l’altra era sopravvissuta nel tempo.

    Maria Flor indicò la struttura.

    «Quello è il Campo P?»

    «No», replicò Tomás con lo sguardo fisso sul mausoleo incastonato nella pietra. «Il Campo P è tutto lo spazio ristretto in cui ci troviamo in questo momento, chiuso al pubblico. La struttura davanti a noi è verosimilmente il trofeo di Gaio».

    «Di chi?»

    «Gaio».

    «E chi sarebbe?».

    Lo storico avanzò, percorrendo il Campo P fino ad arrivare vicino alla struttura; l’intero spazio aveva una forma rettangolare, lungo circa sette metri da un lato all’altro, ed era ricoperto di pietre e tumuli di poca importanza, con ogni probabilità di persone più modeste di quelle i cui resti riposavano per l’eternità nei mausolei.

    «È il ritrovamento che sto inseguendo da quando sono arrivato qui a Roma».

    «Credevo che stessi lavorando alla tomba di san Pietro…».

    Dopo aver tirato fuori la sacca di utensili archeologici che aveva con sé, Tomás la depositò con cura davanti alla colonna, ai piedi di una piccola parete.

    «Il trofeo di Gaio è la tomba di Pietro, cara. Il Campo P è la denominazione archeologica del Campo di Pietro».

    Poco convinta, lei analizzò la colonna con aria dubbiosa.

    «Questa è la tomba?»

    «Sì, è qui che Pietro è stato crocifisso e i suoi resti mortali sepolti. Questo è il tumulo di Shimon, il primo degli apostoli, il pescatore a cui Gesù disse che era la pietra sulla quale sarebbe stata eretta la sua Chiesa. La parola pietra ha dato origine al nome con il quale Shimon, ovvero Simone, è conosciuto da tutti. Pietro. Simone, la pietra. Pietro, il primo Papa».

    «Come fai a saperlo?»

    «Come faccio a sapere cosa?», replicò con tono canzonatorio. «Che Pietro era il pescatore Simone che accompagnava Gesù e che in seguito divenne il primo Papa?»

    «No, stupido! Che questo è il luogo in cui san Pietro è stato crocifisso e sepolto. Come fai a saperlo?»

    «Tutti gli storici antichi, come Tertulliano nel 195 ed Eusebio nel 325, attestano che Pietro era il vescovo di Roma che fu crocifisso a seguito delle persecuzioni ordinate dall’imperatore Nerone contro i cristiani nell’anno 64. Un testo apocrifo intitolato Gli Atti di Pietro precisa che la crocifissione è avvenuta a testa in giù, con le gambe in aria, cosa che pare essere indirettamente confermata nel Vangelo di Giovanni e in un’altra fonte citata da Eusebio».

    Maria Flor indicò con insistenza la struttura sorretta dalla colonna.

    «Ho capito, ma come fai a sapere che è avvenuto esattamente qui? C’è forse una qualche iscrizione?»

    «No, ma ci sono vari indizi, a cominciare dalla citazione che il primo storico della Chiesa, Eusebio, fa di un prete, un tale Gaio, che in un testo dell’anno 200 ha scritto che il trofeo di Pietro poteva essere visitato sul Colle Vaticano, a Roma».

    Lei fece un gesto per indicare lo spazio circostante.

    «All’epoca questo era già territorio del Vaticano?»

    «Certamente», confermò. «All’epoca di Nerone questa zona si trovava ai limiti della città di Roma ed era considerata insalubre. Plinio il Vecchio scrive che il Colle Vaticano era infestato di zanzare e serpenti. Pare che ci fosse un giardino. In seguito, Caligola ordinò la costruzione di un circo, le cui fondazioni sono state, tra l’altro, rinvenute nel settore sud. L’obelisco egiziano al centro dell’attuale piazza San Pietro proviene dal circo. Dicono le cronache che, dopo l’incendio di Roma e la persecuzione dei cristiani, Pietro è stato crocifisso proprio nel circo di Caligola».

    «Ma come possiamo sapere con certezza che questo è il punto esatto dell’esecuzione della sepoltura di san Pietro?»

    «Questa necropoli di fianco al circo esisteva già all’epoca, perciò è verosimile che i resti di Pietro siano stati sepolti lì, come dichiarato da Gaio. D’altro canto, come avrai notato, questo mausoleo è incastonato in una parete rossa, che è più antica. Per quale motivo? Non sarebbe stato più semplice costruire un mausoleo a lato della parete rossa piuttosto che ricavare uno spazio in un muro già esistente? È evidente l’intenzione di erigere un mausoleo in questo luogo preciso, indipendentemente dagli ostacoli esistenti. La precisione doveva essere assoluta. Inoltre, bisogna prendere in considerazione la decisione dell’imperatore Costantino di costruire, nel 324, la Basilica di San Pietro proprio in questo luogo. Perché qui? Doveva esserci per forza un motivo. E l’unica ragione plausibile è che Pietro, la pietra sulla quale è stata eretta la Chiesa, sia stato martirizzato qui».

    «Capisco, ma è anche possibile che sia stato crocifisso qui e che i suoi resti mortali siano stati riposti altrove…».

    Lo storico si accovacciò per sfregare il palmo della mano sul terreno umido, sporcandola di rosso.

    «Hai notato la qualità della terra che compone questo suolo?».

    Maria Flor osservò il terriccio rossastro.

    «Argilla?»

    «Esattamente». Sempre accovacciato, le indicò di seguire con lo sguardo una linea per terra. «E hai notato questa pendenza?».

    Lei studiò il terreno. Dopo che il compagno glielo fece notare, si rese conto che effettivamente era inclinato.

    «È vero».

    «C’è un dislivello di undici metri tra l’estremo nord e l’estremo sud della prima basilica. La terra argillosa rende il luogo particolarmente inadatto alla costruzione di un edificio di una tale portata. Esistono problemi di stabilità e di sicurezza a livello strutturale, fatto che gli architetti e gli ingegneri romani non potevano ignorare. Tra l’altro, l’inclinazione è così evidente che sono state gettate delle fondazioni particolarmente profonde e costruiti muri portanti piuttosto spessi. Tenendo conto di tutte queste difficoltà, per quale motivo i cristiani di allora hanno insistito a erigere proprio qui la loro prima basilica? Cosa c’era di così sacro da rendere questo luogo imperativo e inevitabile?»

    «È qui che san Pietro è stato crocifisso, l’hai già detto. Non era questa la mia domanda…».

    «In questo spazio coesistono le rovine di tre costruzioni. Il circo di Caligola, le catacombe cristiane e la prima basilica eretta da Costantino. In cima a tutto questo sorge l’attuale Basilica di San Pietro, la cui costruzione sulle rovine della prima basilica è iniziata nel 1513, e gli altri edifici del Vaticano».

    «Ci troviamo tre strati archeologici più in basso dell’attuale basilica. E allora?»

    «La prima basilica è stata eretta in modo che questa struttura a tempietto si trovasse nel punto focale dell’abside. Non può certo essere una coincidenza. Situando la struttura al centro del santuario, i costruttori volevano enfatizzarne l’importanza. Per quale motivo questo luogo era così importante? Che cosa aveva di speciale?»

    «È il luogo del martirio di san Pietro, ho capito. Insisto che ciò non garantisce che sia stato sepolto dov’è morto».

    «All’epoca, i cristiani avevano l’usanza di seppellire le persone vicino al luogo di morte, una pratica consentita dalla legge romana. Inoltre, va ricordato che i resti mortali venivano venerati più del luogo del martirio, com’è naturale. Ora, l’importanza suprema attribuita a questo monumento dall’architettura della necropoli e dalle due basiliche, la prima e quella attuale, dimostra che di fatto aveva un valore speciale. Oltretutto, malgrado il circo di Caligola si trovasse proprio sul Colle Vaticano, questo punto preciso era situato all’esterno del circo, rendendo improbabile che fosse il luogo esatto della crocifissione. Stando così le cose, perché costruire qui un mausoleo di tale importanza?».

    Maria Flor strizzò gli occhi, ragionando sulla questione, quindi si arrese. Alla luce di quanto aveva appena udito, la conclusione era più che evidente.

    «D’accordo… l’unico motivo possibile è che questo sia il luogo di sepoltura di san Pietro».

    «Esatto!», esclamò Tomás. Indicò platealmente le rovine intorno a lui. «Oltretutto, potrai notare con facilità che la prima basilica non è in perfetto allineamento né con la necropoli né con il circo. C’è qualche grado di scarto. Se non si allinea con queste due strutture, con cosa allora?». Puntò col dito la parete rossa. «Con quella, che supporta la struttura mortuaria. Questo prova, mia cara, che la struttura mortuaria a tempietto era di fatto considerata d’importanza assolutamente straordinaria. Vale a dire che questo non può che essere il luogo menzionato da Gaio come il sepolcro di Pietro».

    Maria Flor annuì.

    «Capisco».

    Il suo compagno accarezzò la colonna ancora intatta della struttura e la ripulì dalla polvere che si era accumulata sopra.

    «Del resto, questa struttura funeraria si trova proprio sotto la Confessione di Pietro, la cappella sotterranea dell’attuale basilica nella quale, secondo la tradizione, Pietro è stato sepolto, datata anno 160. Corrisponde, quindi, al trofeo di Pietro menzionato da Gaio. È intorno a questo mausoleo che l’imperatore Costantino ha ordinato di costruire la prima basilica». Indicò in alto. «E, nell’attuale basilica, in cima al trofeo di Pietro e alla cappella della Confessione di Pietro, è stato eretto il baldacchino di Pietro, la bella struttura di bronzo scuro che domina l’altare papale, come viene comunemente chiamato l’altare maggiore della Basilica di San Pietro. Anche ai giorni nostri i Papi celebrano la messa sotto questa struttura funeraria. Non può essere una coincidenza».

    Impressionata, la ragazza rimase a contemplare la colonna dinanzi a sé.

    «Se san Pietro è stato sepolto qui, dove sono le ossa?».

    All’udire quella domanda, Tomás si grattò la testa senza sapere cosa rispondere. I resti mortali del principale discepolo di Gesù esistevano ancora? Dov’erano? Come potevano essere ritrovati? La risposta era complessa.

    II

    Dopo avere ripulito lo spazio intorno al trofeo di Pietro, conosciuto anche come trofeo di Gaio, Tomás ripose alcuni utensili per scavare, due pale e un piccolo piccone in una cavità della parete in corrispondenza della colonna scomparsa; non gli servivano, perciò era meglio liberarsi del peso superfluo per potere circolare nel perimetro archeologico senza ingombri eccessivi.

    Dopodiché, più leggero, tirò fuori dalla sacca gli utensili e s’infilò in un buco aperto al centro della parete rossa.

    «Forza».

    «Dove andiamo?»

    «A lavorare, ovvio», rispose. «Non siamo venuti qui a fare i turisti, giusto? Hai voluto vedere gli scavi archeologici, perciò ora ti tocca aiutarmi».

    A dire il vero, Maria Flor aveva più voglia di camminare per le strade di Roma e fare shopping piuttosto che rimanere tutta la mattinata rinchiusa nelle catacombe del Vaticano, ma aveva preso le ferie per stare con lui, perciò si rassegnò. Aveva deciso di trascorrere una settimana a Roma con il proprio fidanzato, approfittando del fatto che stesse lavorando agli scavi archeologici della Basilica di San Pietro, quindi, tutto sommato, non le dispiaceva avere l’opportunità di trascorrere qualche ora in sua compagnia. Si sarebbe dedicata allo shopping negli altri giorni.

    Si chinò per infilarsi nell’apertura tra le rovine, dirigendosi in una zona piena di piccoli scompartimenti, l’area mortuaria dietro il Campo P.

    «Cosa devi fare?»

    «Catalogare tutte queste camere mortuarie dietro il trofeo di Pietro», le spiegò, indicando i ruderi intorno a loro. «Ci sono molti ossari che devono essere analizzati, ed è proprio per questo che sono stato assunto dal Vaticano. Vogliono dare un nome alle persone sepolte nelle catacombe».

    Maria Flor si guardò attorno. Aveva l’impressione che l’aria fosse più fetida e satura, forse perché erano scesi ancora più in profondità.

    «Qui è tutto così sinistro!», si sfogò. «Com’è possibile che in duemila anni non si siano preoccupati di ripulire le rovine?»

    «Semplice. Le catacombe sono state dimenticate per quasi la metà del tempo».

    Lei spalancò gli occhi, sorpresa.

    «Si sono scordati di questo luogo per più di mille anni?»

    «Proprio così».

    «E quando si sono ricordati che esisteva?»

    «Durante la seconda guerra mondiale. Alla sua morte, nel 1939, Papa Pio xi espresse nel testamento il desiderio di essere sepolto nelle Grotte Vecchie sotto la basilica, situate esattamente in corrispondenza della Confessione di Pietro, la cappella sotterranea dove, secondo la tradizione, si trova la tomba di Pietro. Cosa c’era di meglio che essere sepolto insieme al primo Papa, la pietra sulla quale era stata eretta la Chiesa?»

    «Ah, e così si sono ricordati di tutto questo…».

    «Esatto. Quando scesero qua sotto, si resero conto che non c’era abbastanza spazio per seppellire Pio xi, perciò venne dato l’ordine di esplorare cosa si nascondeva al di sotto della pavimentazione delle Grotte Vecchie. Infilarono una sonda e… tombola! Trovarono i resti delle fondazioni originarie della prima basilica! Fu una grande scoperta. Ma, cosa ancora più importante, individuarono alcune aperture che portavano a una strana stanza piena di massi».

    «Ti riferisci a queste catacombe?»

    «Sì, all’epoca nessuno ne sapeva niente. Il suolo sotto la basilica era avvolto nel mistero. Il nuovo Papa, Pio xii, si prese del tempo per riflettere e alla fine ordinò che venisse esplorata tutta l’area ignota. Evidentemente era a conoscenza della tradizione secondo la quale i resti mortali di Pietro erano stati sepolti in questo luogo e desiderava scoprire se era vero, se erano sopravvissuti al tempo. Al di là dell’importanza archeologica dallo straordinario valore storico, le implicazioni teologiche erano piuttosto evidenti».

    «Certo! Avrebbe potuto provare l’esistenza di san Pietro…».

    «Molto di più, fiorellino. Ricordati che Lutero aveva messo in dubbio che il Vaticano fosse il custode della tomba di Pietro e la Chiesa ortodossa contestava il primato di quella cattolica in ambito cristiano. Ritrovare la tomba di Pietro al di sotto del Vaticano avrebbe stabilito una volta per tutte che la Chiesa cattolica era l’erede legittima della cristianità, la detentrice della vera fede creata da Simone, la pietra sulla quale Gesù aveva detto che sarebbe stata eretta la sua Chiesa. Sarebbe stata una pesante sconfitta teologica per i protestanti e gli ortodossi. Non avrebbero potuto più negare che la Chiesa cattolica era davvero la Chiesa di Pietro, il più importante discepolo di Gesù».

    Avanzarono lentamente con la torcia puntata dritta davanti a loro per illuminare il cammino tra le rovine, i piedi esitanti per il timore di essere traditi da una pietra smossa o da un buco.

    «Ma non ha corso un bel rischio? E se non avesse trovato nulla? Sarebbe stata la prova definitiva che in effetti i protestanti e gli ortodossi avevano ragione…».

    «Proprio per questo le ricerche sono state condotte nella segretezza più totale», le spiegò Tomás. «Inoltre, le probabilità che i resti mortali di Pietro fossero sopravvissuti per duemila anni, in mezzo alle macerie, con un tasso di umidità così elevato da minare la conservazione delle ossa, dopo tanti episodi violenti come, ad esempio, l’invasione di Roma da parte dei visigoti, dei vandali, degli ostrogoti e dei musulmani, erano piuttosto ridotte».

    «Eppure hanno provato lo stesso a cercare i resti mortali di san Pietro», ribadì Maria Flor. «Poco fa ti ho chiesto dove sono le ossa, e tu non mi hai risposto».

    Lo storico esitò per la seconda volta.

    «Be’… ovviamente lo scopo principale delle ricerche era ritrovare le ossa del discepolo più importante di Gesù».

    «Ma è possibile che siano sopravvissute?», espresse il dubbio ad alta voce, indicando le catacombe in cui si trovavano. «Tu stesso hai detto che è molto difficile che un corpo esposto a queste condizioni si sia preservato per duemila anni. E poi, che cosa cercavano di concreto? Una tomba con su scritto qui giace san Pietro

    «Perché no?».

    Maria Flor lo guardò con aria perplessa.

    «Stai scherzando?»

    «Affatto. Sono serio», rispose Tomás. «Senti, sappiamo che il secondo successore di Pietro, Papa Anacleto, ordinò che venisse fatto un reliquario, cioè un bauletto di terracotta o di pietra, con lo scopo di custodire le ossa del vecchio discepolo di Gesù. Grazie alla testimonianza di Gaio, riportata da Eusebio, sappiamo che il reliquario è stato riposto nel trofeo di Pietro, la struttura a forma di tempietto che abbiamo appena visto».

    «E… il reliquario è stato ritrovato?».

    Tomás attese prima di rispondere.

    «Non lì».

    «Che significa? Il reliquario non è stato ritrovato nel trofeo di Pietro? Era da un’altra parte?»

    «La risposta non è così semplice, perché il reliquario ha attraversato tempi duri. Sappiamo che durante le persecuzioni dei cristiani, i resti mortali di Pietro vennero nascosti nelle catacombe della via Appia. Quando la situazione tornò alla normalità, le ossa furono di nuovo trasferite nella necropoli del Colle Vaticano. Il problema è che la città venne poi saccheggiata diverse volte dai barbari e dai musulmani, che sottrassero ogni oggetto di valore ritrovato sul loro cammino. Stando così le cose, è molto probabile che abbiano preso anche il reliquario di Pietro».

    «Ah, capisco. Quindi è andato perduto…».

    Tomás fece una smorfia.

    «Non proprio. Durante la seconda guerra mondiale, gli esperti inviati da Papa Pio xii fecero delle perforazioni in profondità, aprendo gallerie nelle pareti spesse e togliendo tonnellate di terra, detriti e acqua. Dopo un anno di lavori, concentrarono le ricerche nel settore al di sotto della Confessione di Pietro, dato che, come ti ho già detto, era l’area in cui, in base alla tradizione, si trovavano i resti mortali del fondatore della Chiesa, rinvenendo questa rete di tumuli e mausolei. Penetrarono in luoghi dove nessuno aveva più messo piede per più di mille anni e scoprirono sarcofagi, pitture murarie, urne, ossari e frammenti di ceramica. Fu così che vennero portati alla luce il Campo P e il trofeo di Pietro menzionato da Gaio».

    «Ma non le ossa di san Pietro…».

    Tomás contrasse il viso in un’espressione d’incertezza.

    «Non si sa».

    «Come non si sa? O le hanno trovate o non le hanno trovate, è molto semplice».

    Sapendo di doverle dare una spiegazione più esauriente, lo storico cercò di riordinare i pensieri.

    «Durante la seconda guerra mondiale venne costituita una squadra guidata da monsignor Ludwig Kaas con lo scopo di esplorare l’area sotto le Grotte Vecchie. I lavori andarono avanti per dieci anni, ma il problema è che monsignor Kaas non era uno del mestiere, non aveva la minima idea di come si dovesse condurre uno scavo archeologico. Non conosceva nemmeno le cose più elementari, come ad esempio la necessità di tenere un quaderno su cui registrare quotidianamente le scoperte fatte».

    «E allora?», intervenne lei, spazientita. «I resti mortali di san Pietro sono stati ritrovati, sì o no?».

    Lo storico indicò l’apertura alle loro spalle che conduceva al Campo P.

    «La squadra ha effettivamente ritrovato delle ossa nel trofeo di Gaio, in una nicchia del muro rosso».

    Lo sguardo di Maria Flor s’illuminò.

    «Davvero?»

    «Le ossa erano mescolate a resti di tessuto e di legno, oltre ad alcune monete. Furono fatte delle radiografie e degli esami chimici, i resti furono analizzati al microscopio e si concluse che si trattava di uno scheletro quasi completo di un essere umano di sesso maschile, con una statura superiore alla media e di età avanzata».

    Lei non riusciva più a contenere l’entusiasmo.

    «Cioè… san Pietro!».

    «Sì, fu la conclusione a cui si giunse», confermò Tomás, vagamente divertito dal coinvolgimento della compagna. «I resti di Pietro erano stati finalmente ritrovati».

    Maria Flor quasi saltò per l’eccitazione.

    «Grandioso!».

    Lo storico alzò la mano per calmarla.

    «Peccato che un’indagine più approfondita sugli stessi resti concluse, poi, che si trattava di ossa provenienti da tre individui diversi, tra i quali una donna, con caratteristiche che non corrispondevano a ciò che sappiamo su Pietro».

    Improvvisamente, la delusione s’impadronì del volto di lei.

    «Oh!».

    «Di fatto, siamo tornati al punto di partenza».

    «Quindi… i resti di san Pietro non esistono? È così?».

    Non volendo rispondere direttamente a quella domanda, Tomás respirò a fondo, augurandosi che quel respiro equivalesse a una risposta o le facesse trarre la conclusione inevitabile al posto suo, quindi raddrizzò la schiena. La fidanzata lo stava fissando con aria sconsolata, tanto che sentì la necessità di doverla confortare. Si avvicinò a lei per abbracciarla.

    «I resti di san Pietro non sono mai stati ritrovati», ammise in un mormorio affettuoso. «E allora? Perché t’interessa così tanto?».

    Le diede un bacio sulle labbra, prima con dolcezza, poi con maggiore entusiasmo e passione. I baci, il calore emanato tra le sue braccia, ridestarono improvvisamente la sua mascolinità.

    «Ehi!», esclamò lei staccando le labbra, dopo essersi accorta dell’eccitazione di lui. «Il mio amico si è svegliato!».

    «Eh già!», confermò Tomás con un sorriso malizioso. «Siamo qui soli e… insomma…».

    Maria Flor lo guardò di traverso.

    «Insomma cosa?».

    Lui indicò con lo sguardo le rovine in cui si trovavano.

    «Non pensi che questo luogo abbia un non so che di romantico? È romantico e… eccitante, no? Perché non approfittarne?»

    «Tomás Noronha, non starai mica suggerendo che… noi…».

    Non riuscì a concludere la frase, perché lui la zittì con un bacio impetuoso. Tomás sprofondò in quella bocca morbida, assaporando la lingua irrequieta, il corpo sinuoso che gli premeva contro, la morbidezza dei seni accostati al suo petto, e incominciò goffamente a slacciare la cintura per abbassare i pantaloni…

    «Non ci credo!», lo bloccò lei, allontanandolo bruscamente. «Non è possibile!».

    Maria Flor indietreggiò, rischiando quasi di cadere su una tomba.

    «Perché?», si stupì lui, trattenendola con le mani. «Che c’è?»

    «Non qui! Siamo in una necropoli, Tomás! E per di più nel Vaticano!».

    «E allora?».

    Il suo atteggiamento la scandalizzò.

    «E allora?». Indicò l’area delle catacombe dove si trovava il trofeo di Gaio. «Lì c’è il mausoleo dove è stato sepolto san Pietro!». Puntò il dito verso l’alto. «Qui sopra ci sono la Basilica di San Pietro, il Vaticano e il Papa!». Quindi additò tutto l’ambiente intorno a loro. «Questo è un luogo sacro! Non possiamo farlo qui!».

    Tomás inclinò la testa da un lato e, incrociando le braccia, l’affrontò con aria beffarda.

    «E da quando in qua sei una santa?»

    «Lo sai benissimo che non sono affatto una santa, ma sono cattolica e, a quanto pare, ho molto più giudizio di te! Voi uomini siete tutti uguali! Pensate solo a quello!».

    «Ma, fiorellino, che male c’è se approfittiamo di un momento in cui siamo soli e…».

    La donna lo zittì subito.

    «Non hai del lavoro da fare?»

    «Be’… sì».

    «Allora mettiti sotto».

    «Ci sto…».

    «Al lavoro!», insistette lei con fermezza. «Subito!».

    Le spalle di Tomás si abbassarono di colpo. Sapeva riconoscere una sconfitta, e quella era proprio una disfatta.

    «D’accordo», disse con rassegnazione. Prese la sacca con gli utensili. «E tu? Che fai?»

    «Esploro un po’. Hai una torcia da prestarmi?».

    Lo storico ne tirò fuori una dalla sacca e gliela porse.

    «Fa’ attenzione. Non danneggiare nulla», l’avvertì. «Non ti dimenticare che siamo in uno scavo archeologico. Non toccare niente».

    «Va bene, ho capito. Tu dove vai?».

    Tomás le diede le spalle e si incamminò con il raggio di luce puntato a illuminare i suoi passi nella necropoli sotterranea.

    «Mi hanno chiesto di catalogare le camere mortuarie e tutto quello che c’è qua sotto», rispose. «Vado lì, dove c’è la famiglia Valerius».

    Scomparve tra le rovine. Maria Flor riuscì a malapena a individuare il chiarore della torcia e il suono dei passi che si allontanavano, riecheggiando nelle vecchie catacombe.

    III

    Era già da più di un’ora che Tomás stava lavorando a un’iscrizione incisa su una struttura funeraria. Da quando si era diretto in quella zona della necropoli sotterranea, aveva passato il tempo in un mausoleo vicino a quello dei Valerii, attirato dall’iscrizione cristiana che aveva rinvenuto. I familiari del defunto, di sicuro persone importanti nella società dell’epoca, chiedevano a Pietro d’intercedere per le anime dei morti sepolti vicino a lui.

    «Vicino a lui…», mormorò, riflettendo sulle parole dell’iscrizione. «Mmm… interessante».

    Era l’ennesimo indizio che il principale discepolo di Gesù era stato effettivamente sepolto nelle vicinanze, altrimenti quella preghiera non avrebbe avuto alcun senso. Era incisa sul frontespizio della struttura con la seconda più antica raffigurazione conosciuta di Gesù, il che rendeva quel luogo ancora più speciale.

    Tirò fuori il quaderno degli scavi archeologici e vi trascrisse le sue annotazioni. Bisognava datare con precisione quelle iscrizioni. Comunque, qualsiasi fosse l’epoca, era ovvio che allora le ossa di Pietro erano ancora custodite nel trofeo di Gaio; solo così si spiegava la richiesta d’intercessione rivolta all’apostolo a favore delle persone sepolte vicino a lui.

    «Tomás?».

    Il lavoro di un archeologo dev’essere minuzioso. Molte informazioni si ricavano da indizi indiretti che si raccolgono durante gli scavi. Cose che a prima vista paiono insignificanti, o addirittura innocue, in realtà sono piste che spesso portano a scoperte importanti. Incrociando le varie informazioni…

    «Che c’è?»

    «Puoi venire qui?».

    Sbuffò per la frustrazione. Di sicuro non era stata una buona idea portarla con sé al lavoro. Gli piaceva scavare per ore concentrato sul compito, perché solo così era efficiente, pertanto le interruzioni lo disturbavano parecchio.

    «Arrivo».

    Si mise in piedi, abbozzando una smorfia di dolore; era rimasto accovacciato a lungo ad analizzare i resti archeologici, cosa che, al di là di essere stancante, gli provocava un fastidio alla schiena. Prese la torcia e, illuminando i suoi passi, s’incamminò nella direzione della voce di Maria Flor, dalle parti del Campo P.

    Proseguì zigzagando tra le rovine finché non vide il chiarore della torcia della compagna provenire dall’apertura nella parete rossa; a quanto pareva, si trovava proprio nel Campo P, davanti al trofeo di Pietro.

    «Vieni qua», disse Maria Flor non appena si accorse della sua torcia. «Devi vedere una cosa».

    Lo storico attraversò l’apertura per tornare al Campo P. Trovò la fidanzata dentro al trofeo di Pietro, ripiegata su una piccola parete situata vicino alla colonna andata perduta; il muro era alto quasi un metro e aveva uno spessore di cinquanta centimetri.

    «Che c’è?»

    «È pieno d’iscrizioni. Guarda».

    Tomás si avvicinò alla compagna per esaminare le scritte scolpite sulla parete.

    «Ah, è il muro dei graffiti».

    «Come?», si stupì lei. «Non mi dire che dei vandali hanno rovinato la tomba di san Pietro!».

    «No, no. Viene chiamato muro dei graffiti perché è pieno di iscrizioni fatte dai cristiani nel iii secolo. La presenza inusuale di così tanti graffiti tutti insieme dimostra l’importanza che gli antichi cristiani avevano attribuito a questo mausoleo. Inoltre, le iscrizioni sono criptate, in modo che il loro contenuto fosse accessibile soltanto agli iniziati, il che è piuttosto interessante e ci dà un’idea delle credenze dell’epoca». Indicò una delle iscrizioni. «Vedi questi due simboli? Sono un chi e un ro, due lettere greche che insieme rappresentano Cristo».

    «Ah, capisco. Come questo ciottolo qui sul pavimento».

    «Quale ciottolo?».

    Maria Flor si chinò per mostrargli un frammento isolato.

    «Questo. Ha dei simboli scolpiti sopra».

    Lo storico lo prese in mano, rendendosi conto che non si trattava di un ciottolo, bensì di un pezzo di gesso simile a quello della parete rossa. Puntò la torcia sulla superficie del frammento per studiare l’iscrizione.

    «Curioso…».

    Pareva talmente assorto che lei si preoccupò.

    «Che c’è?».

    Tomás rimase a lungo in silenzio, analizzando i contorni dell’iscrizione e riflettendo sul significato con un’espressione incredula dipinta sul volto.

    «Possibile?», mormorò. «Possibile che… che…».

    «Che cosa? Cos’hai, Tomás?»

    Per la prima volta dopo oltre un minuto, distolse lo sguardo dal frammento per fissarla.

    «Dove l’hai trovato?».

    Lei indicò un punto sul pavimento tra la parete rossa e il muro dei graffiti.

    «Qui. Perché?».

    Dopo avere aperto con foga il quaderno, Tomás ricopiò su un foglio le due parole scolpite sul frammento, una sopra l’altra, e meditò. Il secondo carattere della prima parola, quella in cima, era una E e l’ultimo era una I. Dopodiché, quasi timoroso, completò la E con un accento, in modo che risultasse una È, e la I con un cerchio chiuso, cosicché divenne una specie di P. Mettendo alla prova l’ipotesi che si era formata nella sua testa, aggiunse due nuovi caratteri: una O e una S.

    Spalancò gli occhi e sobbalzò.

    «Eureka!».

    «Come? Cosa?»

    «Non vedi quel che c’è scritto?».

    Girò a suo favore il foglio con le lettere scritte sul frammento e la parola in alto completata da POS.

    Peétjrov

    e"ni

    Maria Flor rispose con un’espressione d’incomprensione.

    «Non capisco».

    «Petrus eni!», esclamò lui. «Non è straordinario?»

    «Sarà, ma che significa?».

    Lo storico era talmente eccitato che impiegò un attimo a rendersi conto che la donna non era un’archeologa e che, quindi, non era in grado di seguire i suoi ragionamenti.

    «Petrus è Pietro in caratteri greci. Ed eni è una contrazione di un verbo greco che significa è qui. Petrus eni vuole dire Pietro è qui! Ora hai capito?».

    La fidanzata continuò a fissarlo con aria smarrita.

    «Qui? Qui dove?».

    Tomás indicò la colonna che sosteneva il trofeo di Pietro.

    «Qui, nel mausoleo!».

    Lei impallidì, comprendendo finalmente le implicazioni di quella scoperta.

    «Ah, ho capito!», esclamò. Poi strizzò gli occhi, assalita da un dubbio improvviso, e indicò il foglio con l’annotazione. «Qui dice che san Pietro è qua? Ma dove di preciso?».

    Domanda legittima, pensò lo storico. Pietro era lì, ma dove? Studiò di nuovo il frammento di gesso e dal colore e dalla consistenza dedusse che proveniva dalla parete rossa. Dato che era preesistente alla costruzione del mausoleo, ne risultava che l’avessero usata per segnalare il luogo, come se fosse stata una tavoletta. Pertanto, i resti di Pietro si trovavano dentro a qualcosa nascosto nella parete o nelle sue vicinanze. Era lì che bisognava cercare.

    Dopo avere riposto il frammento in un sacchetto di plastica per l’esame di laboratorio, si avvicinò al punto in cui la parete rossa incrociava il muro dei graffiti e studiò l’area finché non si accorse di un’apertura in quest’ultimo; pareva più un nascondiglio che un reliquario

    «Guarda qui!».

    «Cosa?»

    «Un loculus», commentò. «Qui c’è un loculus».

    «Che cos’è?».

    Infilò la mano nella fessura che aveva appena scoperto. Il loculus pareva una specie di bauletto in marmo senza coperchio; lo tastò alla cieca.

    «È una nicchia».

    «C’è qualcosa lì dentro?».

    Dopo aver esplorato il loculus del muro dei graffiti, prima lentamente e poi quasi con frenesia, Tomás ritrasse la mano con espressione delusa.

    «Niente».

    «Allora dove è finito san Pietro?».

    Dopo aver esaminato la parete rossa, lo storico setacciò le rovine intorno al mausoleo senza ricavarne nulla. Frustrato, si fermò a riflettere sulle varie ipotesi. Gli occhi verdi vagarono tra l’iscrizione Petrus eni incisa sul frammento di gesso rossastro e il loculus del muro dei graffiti nella speranza di risolvere il mistero. Possibile che il loculus fosse davvero vuoto? Si mise a meditare sulla questione. L’iscrizione diceva che Pietro era lì, ma dentro al loculus non c’era nulla. Come si spiegava?

    E se…

    «Ho capito!».

    Si voltò di scatto e, indicando con la torcia l’apertura che conduceva al clivus più vicino, si diresse in quella direzione con il passo determinato di un uomo che ha una missione da compiere. Sarebbe riuscito a ritrovare le ossa di Pietro?

    IV

    Il vecchio, un uomo calvo con la pelle raggrinzita e la barba bianca a punta, era seduto a godersi il sole mattutino vicino alla finestra che affacciava sulla grande nicchia, mentre osservava con sonnolenza i turisti scattare fotografie dinanzi alla grande pigna di bronzo, che ornava il centro del Cortile della Pigna, e i prelati attraversare il patio verdeggiante. La mano ossuta stringeva un bastone e tremava leggermente, senza sosta, sintomo del Parkinson che si stava diffondendo, mentre le palpebre erano sempre più pesanti, tanto che si addormentava per poi svegliarsi di colpo quando la testa ciondolava in avanti.

    Al percepire un movimento proprio quando si stava di nuovo appisolando, girò la testa assonnata per vedere chi c’era.

    «Signor Sigone?».

    Il vecchio si stiracchiò, svegliandosi completamente e riconoscendo l’uomo che lo aveva interpellato.

    «Ah, professor Noronha!», lo accolse. «Meno male che è passato da me. Sua eminenza la sta cercando».

    Quell’informazione colse Tomás di sorpresa. Era andato con Maria Flor da Giovanni Sigone per scoprire di essere a sua volta cercato da qualcuno.

    «Chi?»

    «Sua eminenza, il cardinale Barboni. È passato a chiedere di lei».

    L’espressione sul volto dello storico si trasformò: da timorosa a intrigata. Che onore. Angelo Barboni era il segretario di Stato, una specie di presidente del Consiglio della Santa Sede, il che lo rendeva la persona più potente dopo il Papa nella gerarchia ecclesiastica. Va sottolineato che era così in teoria, perché in pratica aveva più potere del sommo pontefice, dato che, in qualità di segretario di Stato, era lui che teneva le redini delle attività quotidiane della curia, il governo del Vaticano, mentre il Papa si dedicava alle grandi questioni spirituali della Chiesa.

    «Il cardinale Barboni? Che cosa desidera da me?»

    «Non saprei». Alzò la mano in direzione di un ragazzino che proveniva dal museo Pio-Clementino. «Fabio!», chiamò. «Avverti sua eminenza che il professor Noronha è qui! Subito!».

    Dopo avere risposto affermativamente, il giovane funzionario del museo scomparve nei corridoi del Vaticano, lasciando Sigone di nuovo da solo con Tomás e Maria Flor.

    «Come sa, signor Sigone, sono stato incaricato dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra di catalogare le tombe che si trovano nella necropoli e di cercare i resti mortali di Pietro», gli ricordò lo storico portoghese. «Voi siete stato coinvolto nelle ricerche di monsignor Kaas, dico bene?»

    «Sì, è così», confermò Sigone. «All’epoca ero un giovane e ingenuo sampietrino e venni scelto per fare parte della squadra di monsignor Kaas, incaricato di presiedere gli scavi archeologici ordinati da sua santità. Ah, che tempi gloriosi!».

    I sampietrini, come ben sapeva Tomás, erano gli addetti alla manutenzione ordinaria della Città del Vaticano.

    «Non dubito che sia stata una vera epopea scavare nella necropoli e, soprattutto, portare alla luce il trofeo di Pietro», commentò. «Dev’essere stata un’emozione indescrivibile!».

    «Oh, professore, non si immagina quanto! Quel giorno ho pregato la Vergine per ringraziarla della grazia concessaci!».

    Tomás si schiarì la gola, preparandosi a entrare nel vivo dell’argomento che l’aveva portato lì.

    «Senta, signor Sigone, ho una domanda da porle sul muro dei graffiti. Non so se ha presente, è quello che si trova vicino al trofeo di Pietro…».

    Lo sguardo del vecchio si perse nel vuoto, mentre richiamava alla mente l’immagine della parete. Erano passati decenni da quando l’aveva vista, ma si era impresso nella memoria ogni singolo dettaglio del Campo P, incluso il muro dei graffiti.

    «Sì, so a cosa si riferisce. È la parete ricoperta di iscrizioni attaccata al mausoleo».

    «Proprio quella. Presumo che sappia che al centro ospita una nicchia».

    «Una nicchia?»

    «Sì, un loculus… è una specie di buco aperto nella parete, rivestito da lastre di marmo. Si ricorda di averlo visto?».

    Lo sguardo cadaverico del vecchio si rianimò.

    «Ah, sì! Me lo ricordo!».

    «Il loculus è vuoto».

    «Sì, infatti».

    «Ma, signor Sigone, non lo trova strano? Se i cristiani dell’epoca si erano presi la briga di rivestire il loculus di marmo, è perché aveva una certa importanza, soprattutto se si tiene conto del luogo in cui era collocato. Perché sostenere i costi del marmo e della manodopera per poi lasciarlo vuoto?»

    Il vecchio sampietrino annuì.

    «Sì, è strano».

    «Quando avete scoperto il mausoleo, il loculus nel muro dei graffiti era già vuoto?».

    Sigone rispose di nuovo affermativamente.

    «Sì, sì».

    La risposta deluse Tomás. L’incisione sul frammento di gesso caduto dalla parete rossa, trovato ai piedi del muro dei graffiti, era chiara: diceva Petrus eni, ovvero che Pietro era lì. Ma dentro a cosa? Poteva essere solo il loculus. Eppure, l’ultimo dei sampietrini della squadra originaria degli scavi nella necropoli, che aveva portato alla luce il trofeo di Pietro, affermava che la nicchia era già vuota all’epoca.

    «Capisco», mormorò lo storico, «non c’era niente».

    Il vecchio esitò.

    «Intendevo dire che c’erano soltanto dei detriti».

    A quella risposta, Tomás inarcò un sopracciglio.

    «Detriti? Quali detriti?»

    «Niente di che. Spazzatura». Scrollò le spalle per sottolineare l’irrilevanza del contenuto del loculus. «Davvero nulla di speciale».

    Il cuore dell’accademico portoghese si mise a battere forte all’udire quella novità. Possibile che…

    «Che n’è stato di quella… spazzatura?»

    «Monsignor Kaas l’ha buttata».

    Lo storico sussultò e quasi si mise a gridare.

    «L’ha buttata?!».

    L’italiano si spaventò per la reazione che gli pareva spropositata. Che cosa aveva detto di così grave, s’interrogò Sigone, da giustificare una tale frenesia nel suo interlocutore?

    «È forse un problema, professore?»

    «È una catastrofe!», sbottò Tomás, afferrando il vecchio per le spalle e scuotendolo come se non fosse altro che una manciata di ossa. «Avete idea di ciò che avete fatto? Vi rendete conto del crimine che… che…».

    Il sampietrino tremava dalla testa ai piedi e, per paura di essere colpito, alzò le mani a protezione del viso.

    «Professore, cosa ho fatto?».

    Non appena si rese conto di aver perso il controllo e che in pratica stava maltrattando un vecchio, il portoghese lo lasciò all’istante. Si guardò intorno e scorse diversi turisti che lo fissavano, cercando di valutare se fosse il caso di chiamare la gendarmeria e le guardie svizzere o se, invece, la situazione non richiedesse un loro intervento.

    Tomás esibì il suo sorriso migliore, accarezzando la spalla di Sigone per tranquillizzare i presenti. Notando che la situazione era tornata alla normalità e che si era trattato di un equivoco, i curiosi proseguirono per la loro strada.

    Sollevato, lo storico tornò dal suo agitato interlocutore.

    «Senta, signor Sigone, monsignor Kaas ha almeno informato gli archeologi dell’accaduto?».

    L’italiano pareva in preda al panico, ma riuscì comunque a rispondere.

    «Si trattava di spazzatura, professore».

    «Ha informato gli archeologi, sì o no?»

    «Certo che no, professore. Perché mai avrebbe dovuto informarli di avere rinvenuto dei detriti?».

    Tomás fece un gesto di disperazione, perché non valeva neanche la pena spiegare quello che era scontato per qualsiasi archeologo serio e responsabile. Aveva di nuovo voglia di scuoterlo, di insultarlo, di maledirlo apertamente.

    Si contenne.

    «In uno scavo archeologico tutto è importante, signor Sigone. Anche la spazzatura. Soprattutto se proviene da una nicchia in cui c’è scritto Petrus eni, chiaro?»

    «Petrus… cosa?».

    Sentendo l’irritazione crescergli dentro e rendendosi conto che quella conversazione lo stava mandando fuori di testa, lo storico ritenne che era meglio andarsene, anche perché al vecchio sampietrino non si poteva attribuire alcuna colpa per l’incompetenza di monsignor Kaas, un uomo chiaramente ignorante che giocava all’archeologo, distruggendo uno dei più grandi ritrovamenti della storia dell’archeologia biblica. E anche se Sigone avesse avuto delle responsabilità in quella faccenda, la verità era che non c’era più rimedio. Non si poteva tornare indietro.

    Rassegnato, Tomás alzò i tacchi per andarsene.

    «Lasci stare, signor Sigone», disse prima di congedarsi. «È un abominio gettare via dei reperti archeologici di un sito così importante, ma… che si può fare? Quel che è fatto è fatto. Le auguro una buona giornata».

    Tomás si allontanò dalla grande nicchia del cortile della Pigna con Maria Flor al suo fianco, sentendo la disperazione divorargli le budella. Inforcò il lungo Corridore di Bramante in direzione del Palazzo Medievale, con la voglia pressante di lasciare al più presto il Vaticano per dimenticare quel fiasco. Com’è possibile una tale stupidità, s’interrogò. Come si può essere così….

    «Non li ha buttati».

    Le parole provenienti dal vecchio in lontananza fecero fare dietrofront al professore.

    «Mi scusi?»

    «I detriti. Monsignor Kaas non li ha buttati via».

    A quella frase, Tomás si girò completamente per fissare il volto del vecchio sampietrino con un’espressione colma di speranza e incredulità.

    «Come?».

    Aggrappandosi al bastone con la mano tremolante, l’anziano si tirò su e si incamminò lentamente nella direzione dei due portoghesi. La punta del sostegno produceva suoni metallici cadenzati ogni volta che toccava il pavimento di marmo.

    «So dov’è custodito il contenuto del loculus».

    V

    Dopo aver spalancato l’anta del vecchio armadio del magazzino, Giovanni Sigone sprofondò la testa calva all’interno, mentre setacciava il primo ripiano a partire da terra. Non avendo trovato nulla, passò al secondo ripiano e così via, grugnendo d’insoddisfazione. L’armadio non conteneva quel che cercava.

    Richiuse le ante e passò a un secondo armadio, di fianco al primo, dove riprese le operazioni. Quando giunse al terzo ripiano, si fermò.

    «Eccolo!».

    Morendo di curiosità, Tomás e Maria Flor si avvicinarono alle spalle dell’italiano per cercare di sbirciare il contenuto del terzo ripiano.

    «Ha bisogno di aiuto?».

    Il vecchio sampietrino si chinò sullo scaffale e, facendo appello a tutte le sue energie, afferrò un oggetto appoggiato sul ripiano.

    «Porca miseria!», si lasciò sfuggire tra i denti. «Potrò anche essere vecchio, ma ho ancora abbastanza forza per farcela da solo. Che diavolo!».

    I due portoghesi non ne dubitavano, anzi, erano inteneriti dalla forza di volontà dell’anziano, che voleva dimostrare la sua vitalità, ma, osservando il modo in cui quel corpo minuscolo tremava per lo sforzo, era impossibile non mettere in dubbio la sua capacità di sostenere l’oggetto misterioso.

    «Senta, lasci che…».

    Con enorme difficoltà nel mantenere l’equilibrio a causa del peso, Sigone girò su se stesso e, procedendo come un ubriaco, trasportò un enorme vassoio fino al tavolo al centro del magazzino.

    «Ughhh…», gemette mentre avanzava con il volto rosso e gonfio per lo sforzo, finché non si liberò del fardello con un sospiro di sollievo. «Uff!».

    Non si poteva certo dire che fosse il modo più adeguato di trattare dei reperti preziosi, ma Tomás preferì tacere e non innervosire chi stava cercando di aiutarlo. Con lo sguardo famelico, i due portoghesi si avvicinarono al contenuto del vassoio: un sacco di plastica ricoperto di polvere con un contenuto misterioso. Così, a prima vista, sembrava davvero che il responsabile della direzione lavori della necropoli avesse avuto ragione a catalogare come spazzatura qualsiasi cosa ci fosse dentro al sacco.

    «È ciò che monsignor Kaas ha recuperato dal loculus nascosto nel muro dei graffiti?».

    Con il respiro affannato per lo sforzo, il petto che si muoveva su e giù e il battito

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