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Il Bologna dalla A alla Z

Il Bologna dalla A alla Z

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Il Bologna dalla A alla Z

Lunghezza:
353 pagine
5 ore
Pubblicato:
Nov 16, 2017
ISBN:
9788822715159
Formato:
Libro

Descrizione

Tutto quello che devi sapere sullo squadrone che tremare il mondo fa

108 anni di passione

Un viaggio attraverso fatti celebri e meno noti dei 108 anni di vita di uno dei club italiani più longevi e prestigiosi. Oltre alla vittoria di ben sette titoli di Campione d'Italia, molti sono i numeri, i record e gli eventi indimenticabili della storica società rossoblù. Come non ricordare Cesare Medica, che nei lontani anni Venti mise un annuncio su un quotidiano di Vienna per trovare un allenatore professionista, o il triste giorno di giugno del 1964, quando venne a mancare l'amato presidente Renato Dall'Ara a poche ore dallo spareggio scudetto con l'Inter, i gol di Savoldi negli anni Settanta e l'arrivo del presidente canadese Joey Saputo. L'uscita del libro coincide con le celebrazioni dell'ottantesimo anniversario della vittoria del Bologna al Torneo dell'Esposizione di Parigi del 1937, il primo trofeo internazionale vinto da una squadra italiana, e il primo caso di vittoria italiana su una squadra inglese.
Luca Baccolini
 è giornalista e conduttore radiofonico di programmi sportivi e culturali. Dal 2010 collabora con la redazione bolognese di «la Repubblica». Con la Newton Compton ha pubblicato 1001 storie e curiosità sul grande Bologna che dovresti conoscere e Il Bologna dalla A alla Z.
Pubblicato:
Nov 16, 2017
ISBN:
9788822715159
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Il Bologna dalla A alla Z - Luca Baccolini

530

Prima edizione ebook: novembre 2017

© 2017 Newton Compton editori s.r.l.

Roma, Casella postale 6214

ISBN 978-88-227-1515-9

www.newtoncompton.com

Edizione elettronica realizzata da Pachi Guarini per Studio Ti s.r.l., Roma

Luca Baccolini

Il Bologna dalla A alla Z

Tutto quello che devi sapere

sullo squadrone che tremare il mondo fa

Newton Compton editori

Indice

Introduzione

A

B

C

D

E

F

G

H

I

J

K

L

M

N

O

P

Q

R

S

T

U

V

Z

Introduzione

Ogni storia ha una data d’inizio e una di fine. Ma tutte le storie sono fatte di lettere. E seguirne il corso, dalla A alla Z, può portare sorprese che il rispetto della cronologia talvolta adombra. Il Bologna Football Club ha vissuto di lettere sin dalla sua nascita, ospitando tra i suoi fedelissimi intellettuali e artisti. Ha incollato alla tribuna dello Sterlino poeti come Lipparini, incantato Ungaretti col nuovo stadio Littoriale, sedotto Pasolini con le incursioni a doppio passo di Biavati, appassionato un giornalista rigoroso come Enzo Biagi, travolto Lucio Dalla, che a questi colori ha deciso che sarebbe rimasto abbonato anche dopo la morte. Leggere la storia del Bologna in ordine alfabetico può sembrare un esercizio enciclopedico, ma lo scopo di queste pagine non è questo. Chi sfoglierà queste lettere, trovando nomi sconosciuti o non trovandone altri più noti, avrà una griglia da riempire coi propri ricordi e con le proprie dimenticanze. Perché in fondo il fascino del calcio, nella sua scandita successione di campionati, risiede nella libertà individuale di poter aggiungere nomi e di scoprirne altri, nel sacrario della propria memoria privata. Ribellandosi all’ingiustizia dell’oblio, si può reagire catalogando, una per una, le lettere che hanno innervato le parole chiave della storia rossoblù. Parole alte come squadrone o abiette come tradimento e gestaccio. Cifre, volti, personaggi, manie e ambizioni di una storia individuale e collettiva, che tiene viva una città (e i suoi figli sparsi nel mondo) da più di cent’anni.

A

a (serie) Massima divisione professionistica del calcio italiano, inaugurata nel 1929 nella sua veste a girone unico. Su 86 edizioni, dal 1929-30 al 1942-43 (interruzione bellica) e dal 1946-47 a quella corrente, il Bologna ha partecipato 71 volte, nona squadra italiana per assiduità dopo Inter (86), Juventus e Roma (85), Milan (84), Fiorentina (80), Lazio (75), Torino (74) e Napoli (72). Il piazzamento medio del Bologna, ottenuto nelle sue 70 partecipazioni fino al 2016-17, si colloca tra l’ottavo e il nono posto.

aaltonen, mika Al centrocampista finlandese del Turun Palloseura Mika Aaltonen (Turku, 1965) cambiò la vita il gol vittoria segnato a San Siro contro l’Inter di Giovanni Trapattoni nei sedicesimi di finale di Coppa Uefa. Prima di quest’impresa, Aaltonen ne aveva segnati altri due in casa dell’Admira Wacker. Il presidente Ernesto Pellegrini non trovò soluzione migliore che abbattere il nemico comprandolo. E diede in dote a Trapattoni un oggetto misterioso che fin lì aveva giocato solo nella Mestaruussarja, l’allora prima divisione finlandese. Insensibile all’eroica parabola del finnico, l’allenatore lo deviò in prestito al Bellinzona. E lì s’inserì il Bologna, vestendolo temporaneamente di rossoblù nel 1988. Il suo contributo alla causa fu di quarantacinque minuti in tre partite (e altrettante sconfitte). L’unico acuto si registrò in una gara di Coppa Mitropa (un gol nel 5-2 al Ferencvaros), ma pochi tifosi vi poterono assistere, perché la partita fu giocata a Modena per l’indisponibilità dello stadio di Bologna. A causa del suo esilio dalla cerchia dei titolari, Aaltonen ebbe tempo per dedicarsi agli studi, iscrivendosi alla facoltà di Filosofia e preparando così la seconda parte della carriera, quella più gravida di soddisfazioni. Riposte senza rimpianti le velleità calcistiche, Aaltonen concluse un dottorato in Economia, diventando professore all’università di Turku e al dipartimento di Scienze tecnologiche di Helsinki. Nel suo campo di studio ci sono i macroflussi economici, che lo hanno reso membro dell’American Council for the United Nation’s University Millennium Project di Washington, socio della World Future Society e dello Speakers Forum, consesso d’élite in cui hanno diritto di parola, tra gli altri, Bill Clinton, Henry Kissinger e Benjamin Netanyahu. Non si segnalano rimpianti per il calcio giocato. E viceversa.

abbonamento Pagamento anticipato della quota biglietti di un’intera stagione. In altre parole: atto di fede. La tessera dell’abbonamento per la legge non sostituisce il documento d’identità, ma per alcuni, connotando l’appartenenza sportiva, costituisce il massimo delle credenziali. Privarsene, invece, è l’atto supremo del disprezzo. Il 30 maggio 1965 i rossoblù, campioni d’Italia in carica, si videro disdire un’enormità di abbonamenti dopo essere stati sconfitti 3-1 dal Cagliari (e prima ancora 5-0 dal Torino). Viceversa, nell’estate 1997 si verificò il fenomeno opposto, e la corsa all’abbonamento assunse proporzioni mai viste e mai più ripetute: 27.336 tessere, per un incasso totale di quasi quattordici miliardi di lire, grazie all’arrivo di Roberto Baggio. Nella storia del Bologna non esiste un rapporto statisticamente rilevante tra risultati e numero di abbonamenti. Nell’anno dell’ultimo scudetto, 1963-64, le tessere erano state soltanto 5.081. Nella stagione successiva, campioni d’Italia in carica, appena 3.800 di più. Il più significativo calo di sottoscrizioni è avvenuto nell’estate 1982, con la prima retrocessione in serie B: -6.700. L’incremento maggiore è coinciso con il primo anno in rossoblù di Roberto Baggio: +8.182. Chi invece non ha mai smesso di abbonarsi, nemmeno dall’aldilà, è stato Lucio Dalla, grazie a un patto fatto col suo factotum Tobia Righi: «Il primo di noi due che ci lascia deve giurare all’altro che rinnoverà l’abbonamento al Bologna per entrambi». La sorte ha incaricato del rinnovo Tobia Righi, che dalla stagione 2012-13 perpetua la poltrona di Lucio in tribuna platino, numero 19, ottava fila, pagando regolarmente come se si trattasse di una persona fisica. Come in realtà è ancora percepito da tutti.

adattamento Condizione di chi, in risposta a stimoli esterni, muta una parte delle proprie attitudini tecniche o caratteriali. L’adattamento può avvenire in maniera graduale, volontaria e condivisa. Oppure può verificarsi attraverso scontro fisico o verbale. Quello del secondo tipo è tendenzialmente destinato a guadagnarsi fama più duratura. Il primo caso di adattamento tattico nella storia del Bologna è quello di Enrico Guardigli, classe 1893, unico calciatore promosso dai pali a un ruolo di movimento (11 gare da portiere, 10 da terzino). Celebre, sebbene inversa, la parabola di Guido Della Valle, che sfilò in tutte le posizioni della difesa per poi disputare da portiere due gare del campionato 1912-13, proprio in sostituzione dell’infortunato Guardigli. Otto gol incassati in una partita col Venezia convinsero Della Valle a non riprovarci più.

addio Saluto finale che esclude l’arrivederci, solitamente condito di sentimenti ostentati. Nel calcio, si dà l’addio alla squadra o direttamente alla professione. Nel primo caso, il commiato sarà accompagnato dalla partecipazione dei soli tifosi interessati; nel secondo, dalla platea tutta del pallone. Nel Bologna, il primo storico addio fu quello dell’allenatore Hermann Felsner, avvenuto il 12 gennaio 1931 dopo dieci anni e tre mesi di lavoro. In realtà, si trattò solo di una pausa: Felsner tornerà a Bologna nel 1938, per colmare il vuoto lasciato da un altro addio, quello di Árpád Weisz, obbligato a lasciare silenziosamente la panchina rossoblù per l’applicazione delle leggi razziali.

aeroplano Aeromobile dotato di ali rigide, piane e fisse, utilizzato per il trasporto di squadra e salmerie per distanze superiori ai cinquecento chilometri. Angelo Schiavio, nel 1934, fu il primo calciatore del Bologna a godere di un servizio aeromobile privato: pur di schierarlo regolarmente a Budapest contro il Ferencváros, il presidente Renato Dall’Ara organizzò un tragitto in tre tappe da Bologna all’Ungheria. Il 14 luglio 1934, alle 11 di mattina, Schiavio fu prelevato dalla bottega di famiglia in cui dava una mano, condotto in auto fino a Venezia, da lì imbarcato su un biposto diretto a Vienna e infine trasportato su un quadriposto a Budapest, in tempo per la cena. Tanta premura non sortì gli effetti sperati: il giorno dopo, Schiavio sbagliò un calcio di rigore, rimandando alla gara di ritorno la qualificazione alla finale di Coppa Mitropa. Un altro aereo, invece, scaricò provvidenzialmente John Charles a Roma due ore prima dell’inizio della sfida di campionato col Bologna, che ben conosceva le doti di quest’ariete gallese, a segno già nove volte contro i rossoblù quando vestiva la maglia della Juventus. Tutti confidavano nel ritardo dell’aereo. Ma Charles arrivò in tempo, si aggiustò i capelli e scese in campo senza batter ciglio. Gli occorsero solo cinquantasette minuti per inquadrare la porta del Bologna e centrarla per la decima volta in carriera.

affare Epilogo positivo di una transazione economica (supportato dal senno del poi). Le cronache calcistiche traboccano di affari presunti, cosicché solo col tempo si ha la certezza di quelli veri, che vanno distinti in almeno tre categorie: gli affari conclusi, gli affari sventati e gli affari insabbiati. Dell’ultimo tipo era maestro il presidente Renato Dall’Ara, che non poche volte ricorse al procrastinamento sistematico per far passare sotto silenzio le proposte sgradite. Come quella che capitò al suo laterale di centrocampo Ivan Jensen (1922-2009), ambito dalla Juventus. Pur di non cederlo, nascose la sontuosa offerta bianconera a tutti, persino allo stesso giocatore. Potere del calcio nella preistoria delle procure sportive e delle telecomunicazioni. Simile strategia fu adottata quando nell’estate 1961 l’Inter andò alla carica per il capitano rossoblù Mirko Pavinato, un’asta – non più così nascosta – che arrivò a toccare i trecento milioni di lire, cifra fuori mercato per il calcio dell’epoca, a maggior ragione per un terzino di ventisette anni. Ma Dall’Ara vide giusto a far saltare la trattativa, perché Pavinato sarebbe diventato il pilastro dello scudetto del 1964.

Fulgido esempio di affare alla rovescia, in tempi più recenti, il caso Robert Acquafresca. Il meccanismo delle buste rendeva obbligatorio per i comproprietari del giocatore (nella fattispecie Bologna e Genoa) la presentazione di un’offerta sigillata. Perdere l’attaccante, per il bilancio del Bologna, sarebbe stato sanguinoso, dopo aver investito 2,5 milioni per metà del suo cartellino. Rilevarlo, d’altro canto, rischiava di essere un salasso. Si decise così di scrivere la cifra di 750.000 euro. Affare fatto: Acquafresca, all’apertura dei sigilli, diventò un calciatore del Bologna. Ma il Genoa, nella sua busta, aveva scritto un numero tondo e beffardo: zero.

Caso esemplare di affare concluso è stato quello di Amadou Diawara, acquistato dal San Marino nell’estate 2015 per 400.000 euro. Undici mesi dopo, il Napoli lo ha rilevato per 14 milioni, 35 volte il valore originario. Parametrando la plusvalenza sulle partite giocate in rossoblù, il valore di Diawara è raddoppiato ogni 90 minuti. Nella storia del Bologna non è mai stata raggiunta una plusvalenza più alta in un tempo più breve.

adailton Martins Bolzan Adailton, trequartista brasiliano classe 1977, ha coperto per un triennio un ruolo ibrido, a metà tra la seconda punta, l’esterno e il fantasista puro, veste in cui è nato e per indole cresciuto, sebbene l’abilità nei calci piazzati gli abbia consentito di avvicinarsi a numeri realizzativi da attaccante puro. Arrivato a Bologna nella stagione 2007-08, come pezzo pregiato di una campagna acquisti votata esplicitamente alla promozione in Serie A, Adailton ha contribuito alla causa con otto reti, gran parte delle quali segnata a inizio campionato. Il ritorno in A, sei anni dopo la sua ultima esperienza a Verona, lo ha relegato ai margini. Ma senza cedere d’un passo, con un atteggiamento esemplare riconosciuto da tutti, Adailton ha difeso il posto anche nella stagione successiva, riuscendo, per la prima volta in carriera, a sfondare il muro dei dieci gol in Serie A, primato personale ottenuto anche grazie alla tripletta segnata a Marassi contro il suo ex Genoa. Di letture e frequentazioni non banali, il sorriso malinconico e cordiale di Adailton è ricordato anche per la presenza della fidanzata Emilia, che durante un allenamento ha ricoperto il fuoristrada del compagno con qualche migliaio di adesivi a forma di cuore. Ha chiuso la carriera in Romania, continuando a segnare e a rimpiangere un’occasione adatta al suo talento.

adani, amos Amos Adani, portiere modenese classe 1946, in rossoblù per quasi un decennio, dal 1968 al 1977, arrivò in un’annata partita in un clima di dismissioni: Haller era appena stato venduto alla Juventus per pareggiare il rosso di bilancio, il Bologna aveva ceduto le proprie ambizioni in cambio della sostenibilità economica. Adani era una rivelazione sbocciata a Modena in Serie B e si accodò dietro Vavassori in attesa di succedergli. Non accadrà mai del tutto, complice un rendimento altalenante che lo ha issato al ruolo di titolare e declassato a quello di riserva senza soluzione di continuità. Un episodio marchiò dall’inizio la sua parabola: alla sua prima stagione in rossoblù, Adani prese quattro gol in trentadue minuti dal Verona. Oronzo Pugliese, tecnico di allora, non ci pensò due volte e richiamò Adani in panchina, contravvenendo alla regola non scritta che vorrebbe evitare l’umiliazione dell’uscita a scena aperta, almeno per i portieri. Adani fu considerato invece il capro espiatorio di quell’avvio mortificante. E non rivide più la porta per tutto il campionato.

alberti (fratelli) Guido (1897-1918) e Cesare Alberti (1904-1926), mezzala e attaccante, sono stati fratelli nel calcio e nella morte, avvenuta per entrambi al ventunesimo anno d’età. Guido è stato un pioniere del Bologna del primo anteguerra, dal 1912 al 1915, per poi essere risucchiato dalle trincee. Sopravvissuto al fronte, non resistette a un’epidemia diffusasi nell’ospedale di Padova in cui era ricoverato e morì il 25 settembre 1918, poco prima dell’armistizio. Il fratello minore Cesare, rossoblù dal 1920 al 1923, aveva i numeri per diventare il più grande attaccante della storia del Bologna. Riuscì a segnare 32 reti in 45 partite di campionato, prima di procurarsi una lesione al menisco che nessun chirurgo bolognese si sentì di operare. Trasferitosi a Genova per tentare di salvare il ginocchio, incontrò un dottore che, pioniere in quest’intervento, lo riportò all’attività agonistica. Per gratitudine decise di rimanere a giocare nel Genoa, e da avversario incontrò il Bologna, segnando in una delle cinque finali della Lega Nord del 1925. Trovò la morte l’anno successivo, a ventidue anni non compiuti, per gli effetti di un’infezione batterica causata, forse, da frutti di mare avariati.

allasio, federico Federico Allasio (1914-1987), bandiera granata dal 1932 al 1941 (gli anni d’anticamera del Grande Torino), a fine carriera era diventato subito allenatore, raccogliendo a Genova l’eredità dei tre lustri di William Garbutt, l’Alex Ferguson dei primi vent’anni del Novecento italiano. Il cognome Allasio divenne in seguito più popolare per via di Marisa, la celebre Giovanna di Poveri ma belli, risposta italiana a Brigitte Bardot, prorompente e curvilinea, sogno proibito degli italiani per un’intera decade. Allasio senior ha allenato il Bologna dal 1959 al 1961, ottenendo un quinto e un nono posto. Erano quelli gli anni d’oro della figlia, che a quell’epoca aveva ventitré anni e aveva già girato tutti i film che l’avevano resa famosa, da Susanna tutta panna a Carmela è una bambola fino a Venezia, la luna e tu. Per questo motivo, nello spogliatoio del Bologna era tassativamente vietato ogni riferimento a Marisa. Pena l’esclusione dalla partita.

america Terra dell’emisfero occidentale associata al Nuovo Mondo, calcisticamente rilevante quanto più si scende a sud, economicamente quanto più si sale a nord. Il primo contatto con l’America, per il Bologna, avvenne nell’estate 1929, in occasione di una tournée tra Brasile, Argentina e Uruguay. La conquista del secondo scudetto, unita alle imprese di Schiavio e al gioco europeo di Felsner, valsero ai rossoblù un invito per questa imponente traversata del Sudamerica, lunga cinquanta giorni e sedici partite dislocate tra Buenos Aires, San Paolo, Rio de Janeiro, La Plata, Montevideo, Santa Fe, Rosario e Bahía Blanca (per un incasso lordo, a beneficio del club, di 671.594 lire, da cui si dovettero togliere le spese generali e un premio di 10.000 lire a calciatore). In Sudamerica il Bologna, fondato sul calcio danubiano, scoprì la rapidità e l’atletismo del mondo brasiliano, venendone felicemente soverchiato. Ma laggiù i bolognesi scoprirono anche il lato più spettacolare del nascente sport di massa, con partite in notturna e impianti di gioco di proporzioni inimmaginabili per l’Europa.

Il Bologna tornò in America nel 1971, tra il 23 e il 30 giugno, questa volta per una tournée tra Stati Uniti e Canada. Furono fissate tre amichevoli, tutte con il Santos di Edson Arantes do Nascimento, per brevità e fama Pelé, lo stesso che aveva trionfato un anno primo ai Mondiali in Messico. Il tour si concluse il 30 giugno a Montreal, città da cui, nel 2014, giunse l’attuale presidente del Bologna, il magnate Joey Saputo, figlio di Emanuele Lino, tra i cinque uomini più ricchi del Canada e tra i primi trecento del mondo. A New York, invece, è nato Joe Tacopina, l’avvocato che con Saputo resse la presidenza per un anno, da ottobre 2014 a settembre 2015, prima di defilarsi lasciando il timone al solo Saputo, che con più di cento milioni di euro investiti nel primo triennio aveva mostrato di poter gestire da solo i destini del Bologna. Tacopina era lo stesso che nell’estate 2008 aveva tentato per la prima volta la scalata al Bologna di Alfredo Cazzola: trattativa presentata a beneficio di telecamere, ma fallita in poche settimane. Sei anni dopo, al secondo tentativo, il Bologna è diventato a tutti gli effetti americano, per la prima volta nella sua storia senza imprenditori bolognesi (né, più in generale, italiani) a dividersi le percentuali azionarie.

ambizioni Traguardi sportivi da raggiungere, vagheggiati a inizio stagione. Il Bologna ha trascorso quasi mezzo secolo della sua storia – indicativamente tra il 1920 e il 1965 – a concorrere per la prima posizione, riuscendo sette volte a centrare l’obiettivo. Trascorso un interludio di tre lustri, con l’apparire degli anni Ottanta è cominciata la grande crisi delle ambizioni: la prima caduta in Serie B e C, la risalita in massima serie e di nuovo la doppia caduta in terza divisione. La seconda metà degli anni Novanta ha riportato in alto non solo le ambizioni ma anche i risultati, molto più alti dei programmi fissati a inizio campionato (in trentasei mesi, dal 1996 al 1999, il Bologna si è ritrovato dalla Serie B alla semifinale di Coppa Uefa). Con la retrocessione del 2004-05 il club si è riposizionato nel novero delle squadre ascensore, in bilico perenne tra le due categorie. Da un decennio, ripresa due volte la Serie A, l’obiettivo dichiarato di ogni stagione incipiente è la salvezza. Soltanto nel 2011-12, con Stefano Pioli in panchina, è arrivato un nono posto che ha restituito un’illusione di accresciute ambizioni.

amichevole Incontro, ufficiale o informale, che non assegna punti alla classifica. Contrariamente al suo nome, l’amichevole non ha sempre condotto a esiti concilianti, né tra giocatori né tra tifoserie opposte. In ogni caso, nello sterminato catalogo di incontri non competitivi, il primo di un livello superiore spetta al Bologna-Inter organizzato ai Prati di Caprara il 15 maggio 1910. Era quella l’Inter appena diplomatasi campione d’Italia e molti ne pronosticarono la goleada. La sfida, dicono le cronache, fu invece caratterizzata da un vivace equilibrio, rotto soltanto da una svista del portiere rossoblù Orlandi, che non respinse a dovere un tiro di Peterly, pare per la sua predilezione per il gioco della palla al bracciale, che nel 1910 godeva ancora di un discreto numero di praticanti e di spettatori. Per poter prender parte all’amichevole, l’Inter aveva ottenuto dalla Federazione di anticipare al 23 aprile lo spareggio scudetto con la Pro Vercelli. Un caso diplomatico risolto con una protesta inedita: i piemontesi, stizziti da quel placet così frettoloso, mandarono in campo le leve giovani e persero 10-3, regalando di fatto lo scudetto all’Inter.

La prima amichevole in terra straniera arrivò un anno dopo, il 30 aprile 1911, quando il Bologna si recò nell’Impero austroungarico, a Trieste, per affrontare le Black Star fondate da Emilio Arnstein, cofondatore a sua volta del Bologna fc. Del 1921, invece, la prima storica amichevole contro una squadra campione in carica: si trattava del Rapid Vienna, ospite a Bologna a pochi mesi dalla fine della prima guerra mondiale. Un incontro di pace voluto da Hermann Felsner, che andò a prendere gli austriaci direttamente al confine italiano, a pochi mesi dalla firma dell’armistizio.

andersson, kennet Lo svedese Kennet Andersson, classe 1967, è stato un centravanti dotato di considerevoli mezzi fisici (193 centimetri per 92 chili) giunto al Bologna nel 1996, al termine di una fase chiaroscurale della sua carriera: due retrocessioni consecutive con Caen e Bari e un terzo posto con la Svezia al Mondiale Usa 1994. L’intuizione del Bologna, neopromosso, fu chiara fin da subito: nel 4-3-3, Andersson avrebbe dovuto dirigere come una torre di controllo tutti i palloni aerei e far ripartire la squadra attraverso lo smistamento dei lanci lunghi. Lo svedese divenne fulcro del gioco e collettore dei falli sistematici degli avversari, che approfittavano volentieri della sua eccessiva correttezza in campo. Quasi immune al cartellino, fu inspiegabilmente espulso dall’arbitro Nicchi durante una partita col Vicenza per essersi lamentato con l’allenatore per i troppi falli ricevuti. Chiuse in rossoblù con quattro anni e trentotto gol all’attivo tra campionato e coppe, resistendo anche a un’offerta della Juventus.

andreolo L’uruguaiano Miguel Ángel Andriolo Frodella (1912-1981), detto Andreolo, è stato dal 1935 al 1943 l’anima del centrocampo del Bologna, con cui ha vinto quattro scudetti e il Torneo Internazionale dell’Expo Universale di Parigi. Campione del Mondo con gli azzurri nel 1938, approdò in Italia su segnalazione del connazionale Francisco Fedullo. Al suo arrivo a Bologna non aveva ancora un contratto, era basso di statura e la sua unica credenziale era la garanzia di Fedullo. Ma appena messo piede in campo, non ebbe bisogno di presentazioni. I suoi lanci di cinquanta metri rifornivano le ali, i suoi interventi difensivi erano una garanzia di protezione per la retroguardia. Difficile credere che a un calciatore capace di vincere quattro scudetti e una Coppa del Mondo risultasse ostica la battuta dei rigori. Eppure era così: «La porta è troppo piccola da undici metri: a centrocampo respiro meglio». E faceva sospirare gli avversari.

Nel 1938 il Milan fece carte false per averlo: 480.000 lire per il cartellino e 80.000 di ingaggio netto fu la proposta che arrivò al presidente Dall’Ara e al giocatore. Ma le carte false, alla lettera, le aveva preparate prima il Bologna: «Al termine della stagione successiva, la società calcistica Bologna Foot Ball Club ha il diritto di riacquistare il giocatore per 240.000 lire». In pratica, si trattava di un prestito con controriscatto. Il Milan s’appellò alla Federazione denunciando la postilla postdatata, ma la questione ormai si era arenata. Il direttivo della Federazione multò il giocatore con 5.000 lire, imputandogli di aver taciuto il dettaglio, ma il presidente Dall’Ara, fregandosi le mani, se lo sarebbe goduto fino al 1943. Con la guerra, Andreolo si spostò a Roma, giocando e vincendo il campionato bellico con la Lazio. A trentatré anni, dopo l’armistizio, finì al Napoli, dove fino al 1948 disputò 93 partite, e poi ancora un anno a Catania, prima di chiudere nel Forlì, alla soglia dei 39 anni.

anticonformismo Atteggiamento di avversione o di rifiuto nei confronti dei princìpi dominanti, che trova applicazione sul piano del comportamento e del costume. L’anticonformismo nel calcio ha sempre trovato le sue nicchie di espressione. Amato dalle folle, incoraggiato dai media, ostacolato da tecnici e dirigenza, guardato con pubblico sospetto (e privata ammirazione) dagli atleti. Chi è anticonformista sa che la sua vita di calciatore sarà spesso stritolata dentro la gabbia di un soprannome. Qualcuno ha la fortuna di ricevere quello giusto, altri ne vengono sopraffatti. Differire dal dettato di uno spogliatoio, di una società, di un ambiente sportivo equivale quasi sempre a prendere una posizione contro. Chi ha il favore popolare sopravvive. Chi ne è privo passa i guai peggiori, come capitò al portiere piacentino Astutillo Malgioglio, che ha giocato solo dieci minuti con la maglia del Bologna, nella stagione 1976-77. La sua vocazione era la carità, questa sconosciuta nel mondo del calcio: era volontario in un ricovero per bambini invalidi. Torna dai tuoi mostri fu costretto a leggere su uno striscione durante una partita tra Lazio e Vicenza (complice anche il suo passato romanista). Indifferenza e ostilità lo accompagnarono a lungo, ma non riuscirono mai a distoglierlo dalla sua missione.

L’anticonformismo calcistico, però, trova i suoi campi d’espressione preferiti nella scelta delle automobili, il mezzo che anche a occhi disattenti rivela la natura più intima dell’atleta. Rinunciare al bolide può essere il primo passo verso un atteggiamento anticonformista. Davide Fontolan, classe 1966, al Bologna dal 1996 al 2000, ci riuscì in cinque giorni, il tempo di vendere la Lamborghini con cui s’era presentato al campo d’allenamento. «Ci tieni a giocare? Dalla subito via» gli suggerì il tecnico Renzo Ulivieri. E così fece Fontolan, garantendosi un posto da protagonista nel Bologna della seconda metà degli anni Novanta.

antonioli, francesco Francesco Antonioli, portiere classe 1969, come tanti calciatori della seconda metà degli anni Novanta transitati in rossoblù, trovò nel Bologna l’occasione per riscattare la carriera. Nel 1992-93 partì titolare nel Milan di Fabio Capello, dove perse il posto in favore di Sebastiano Rossi. Due stagioni di purgatorio tra Pisa e Reggio Emilia, con altrettante retrocessioni. Sembrava la fine. Bologna fu il suo secondo inizio. Vi arrivò in Serie B nel 1995, conquistando subito la promozione senza saltare neanche una partita. Titolare inamovibile anche nella stagione successiva e in quella della cavalcata Uefa, lasciò l’Emilia per la Roma, dove avrebbe vinto lo scudetto da titolare. Un triennio alla Sampdoria e poi nuovo ciclo a Bologna, dove ritornò a 37 anni per ripartire dalla Serie B, come aveva fatto dodici anni prima. C’era Antonioli anche nella promozione in serie A del 2007-08, e nella travagliata stagione successiva, che chiuse tra i pali sempre da titolare, prendendosi il record di calciatore più vecchio a scendere in campo nella storia del Bologna (39 anni e 8 mesi). Carriera finita? Niente affatto. C’era ancora tempo per altri tre anni a Cesena, anche qui col solito schema, ripartendo dalla B per guadagnare subito la promozione, la terza della sua infinita carriera.

arbitro Ufficiale di gara che dirige le competizioni sportive garantendo il rispetto del regolamento e convalidando il risultato finale, solitamente contraddistinto da una casacca nera (in passato) o dai colori fluorescenti (in tempi moderni). Da sempre, e per paradosso, la longevità di un arbitro nella memoria collettiva è affidata ai suoi errori, più che alle sue decisioni corrette. È destino che l’arbitro conviva con la damnatio memoriae. Così funziona, sin dagli albori del calcio. Tolta qualche scaramuccia di poco conto, il primo episodio in cui un arbitro fece parlare di sé, nella storia del Bologna, si verificò il 17 aprile 1910, quando Giano Brivio di Verona, in un’amichevole contro il Modena, convalidò una rete, la terza dei rossoblù, nata dalla deviazione di un bambino a bordocampo. Tutto si risolse in una cena al Caffè dei Cacciatori, ma così s’era inaugurata una fertile letteratura di personaggi ibridi, improvvisati, riciclati, perennemente passibili di errore, a seconda dei punti di vista. Non ne fu esente Emilio Arnstein, fondatore del Bologna calcio e arbitro per un giorno, il 30 aprile 1911, durante la prima partita del Bologna fuori dai confini nazionali. Quel giorno furono fischiati tre rigori a favore dei rossoblù. Poca cosa rispetto a quello che capitò al vero arbitro Giovanni Battista Vagge, che nel 1921, durante la finale della Prima Divisione settentrionale tra Bologna e Pro Vercelli, non fu in grado di annullare il gol vittoria della Pro Vercelli per l’invasione festosa del pubblico locale: partita finita e tanti auguri all’autorità della divisa. Chi, invece, assunse il ruolo col massimo senso del dovere fu Achille Da Gama Silva Malcher, socio fondatore dell’Inter oltre che valente attaccante fino al 1914. Dismessi quei panni, Gama divenne arbitro, dirigendo molte volte anche il Bologna, di cui sarebbe diventato anche allenatore. Destino analogo per Nereo Bertoli, bandiera del Vicenza, solo una comparsa a Bologna tra il 1919 e il 1920. Bertoli, come Gama, proseguì la sua carriera sull’opposta barricata, finendo per arbitrare anche un Bologna-Triestina nel 1930. I tempi passano e le persecuzioni agli arbitri si affinano. Per sfuggire a una sassaiola dei tifosi della Fiumana (la futura Riejka croata), il 20 gennaio 1929 l’arbitro Ferro dovette imbarcarsi su un motoscafo. Peggio andò a Tassini di Verona, che nel 1952 immolò otto denti, tra arcata superiore e inferiore, all’ira dei tifosi del Legnano per un rigore assegnato al Bologna a pochi

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