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Storie segrete della storia di Venezia
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E-book544 pagine7 ore

Storie segrete della storia di Venezia

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Il mito di Venezia nacque nelle nebbie dell'ampia laguna, sulla costa orientale delle terre dei Veneti, durante l'ultimo secolo di vita dell'impero romano d'occidente. La leggenda racconta che i pacifici abitanti delle campagne, vista l'impossibilità di difendersi dalla piaga degli Unni, andarono a rifarsi una vita sugli inospitali isolotti della laguna, riparati da paludi e canneti e protetti da una miriade di canali. La città che prese lentamente forma in quel paesaggio salmastro era destinata a diventare la capitale di uno Stato che attraversò le tempeste della storia medievale e moderna indenne e pressoché immutato nella sua forma istituzionale, fino ad autodissolversi all'alba dell'epoca contemporanea. Le vicende narrate in questo libro svelano l'anima autentica di Venezia, una città unica al mondo che, invece di combattere l'elemento naturale ostile, il mare, è riuscita ad adattarvisi in un rapporto simbiotico, e addirittura a fondarvi la propria fortuna. Queste storie segrete possono aiutarci a capire quello che Venezia è stata e quello che potrebbe, forse, tornare a essere.

Il fascino di Venezia nelle vicende meno note della sua storia millenaria

Tra gli argomenti trattati:

• la difficile nascita della Serenissima, figlia (illegittima) di due imperi
• fortuna e disgrazie di Romano Mairano, mercante veneziano
• Enrico Dandolo e la calda estate del 1203
• il duca dell’arcipelago
• il colpo di stato di Bajamonte Tiepolo
• vite parallele di viaggiatori veneziani
• la corte veneta della regina di Cipro
• vita quotidiana a Venezia ai tempi del viaggio in Italia di Goethe
• la sortita di Forte Marghera
Francesco Ferracin
Nasce a Venezia nel 1973. Dopo studi di germanistica e filosofia comincia una lunga collaborazione con alcune riviste di moda e costume italiane e internazionali. Nel 2004 fonda a Londra la Silk and Steel Productions, dedicata allo sviluppo e alla produzione di progetti cinematografici e transmediali che coinvolgono l'Europa e l'Estremo Oriente. Nel 2008 scrive e co-produce Uneternal City, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Sempre nel 2008 viene pubblicato il suo romanzo Una vasca di troppo. Dal 2010 collabora con Franco Battiato, che ha messo in musica il suo poema L'incubo della farfalla e per il quale ha scritto la sceneggiatura del film Händel (in produzione).
LinguaItaliano
Data di uscita23 ott 2017
ISBN9788822714848
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    Anteprima del libro

    Storie segrete della storia di Venezia - Francesco Ferracin

    editori

    Introduzione

    Il lento procedere del vaporetto attraverso la notte era come il passaggio di un pensiero coerente attraverso il subconscio.

    I. Brodskij, Fondamenta degli Incurabili¹

    Il mito di Venezia nacque nelle nebbie dell’ampia laguna sulla costa orientale delle terre dei veneti, durante l’ultimo secolo di vita dell’Impero Romano d’Occidente, mentre gli unni di Attila mettevano a ferro e fuoco la pianura del Nord-Est della penisola italica, incontrando la scarsa resistenza delle città romane, provate da più di due secoli di incursioni barbariche.

    Quadi, marcomanni, sàrmati, alemanni, jutungi, ostrogoti, visigoti, svevi, alani, vandali e unni, gli uni dopo gli altri, avevano oltrepassato le Alpi orientali, per ripotare il buio dove prima c’era stata la luce, e la miseria e la carestia su terre un tempo fiorenti e popolose.

    La leggenda ci racconta che i pacifici abitanti delle campagne circostanti l’antica città di Altino, vista l’impossibilità di difendersi da quella piaga senza fine, fecero i bagagli e, saliti sulle loro barche a fondo piatto, andarono a rifarsi una vita sugli inospitali isolotti della laguna, al riparo di paludi, canneti e barene marezzate da una miriade di canali: un dedalo d’acqua inaccessibile ai cavalli della feroce orda delle steppe.

    Che l’isola di Torcello fosse, in realtà, abitata da tempo, o che questi disperati fuggiaschi fossero stati i primi a piantare le palafitte lungo il canale di Rivo Alto (l’odierno Rialto) poco cambia: la città che prese lentamente forma in quel paesaggio salmastro sarebbe stata destinata a diventare la capitale di uno Stato in grado di attraversare le tempeste della storia medievale e moderna, indenne e pressoché immutato nella sua forma istituzionale, fino ad autodissolversi all’alba di quella contemporanea.

    Se vogliamo dar credito alla leggenda della fondazione della Serenissima Repubblica di Venezia che, come spesso capita, si serve di archetipi mitici per sacralizzare la propria maestà, fu soprattutto un disperato istinto di sopravvivenza a spingere quei contadini e pescatori romani in un ambiente tanto umido e ostile. Lo stesso tipo di istinto che, all’alba della nostra storia, aveva condotto i profughi troiani sulle rive del Tevere, per fondare la città della quale i veneziani si sarebbero ancora per lungo tempo sentiti sudditi.

    L’istinto di uomini disposti a tutto pur di sopravvivere, consci che per riuscirvi avrebbero dovuto contare più sull’ingegno che sulla forza delle braccia; sul compromesso e, se necessario, sul doppio gioco e il tradimento, piuttosto che su princìpi non negoziabili. Uomini il cui eroismo non si misurava tanto con lo sprezzo della morte, bensì attraverso una inesauribile volontà di vita, in nome della quale affrontarono l’ignoto, spingendosi fin negli angoli più remoti del pianeta.

    Non importa di quanta fama lo avessero ricoperto i suoi viaggi, quanti onori gli fossero valsi i suoi trionfi militari, o quanto denaro avessero fruttato i suoi commerci, ogni veneziano sapeva che il proprio destino era legato a doppio filo a quello della città, per la gloria della quale ognuno era chiamato a contribuire, proporzionalmente a quanto da essa aveva ricevuto; costante questa di tutta la storia della Serenissima. Infatti, quando il doge Ludovico Manin, l’ultimo dei centoventi monarchi di Venezia, depose le insegne ai piedi dell’armata napoleonica senza sparare un colpo, non lo fece per aver salva la pelle, né a causa del presunto taedium vitaeche si dice avesse afflitto i rappresentanti dell’Ancien Régime. Il doge fece la scelta che ritenne più giusta per la sua città, obbedendo a quello stesso istinto di sopravvivenza che aveva permesso ai suoi antenati di costruire un impero dal fango.

    Muovendo da queste premesse, ci proponiamo di offrire un diverso punto di vista sulla documentatissima storia di Venezia.

    Alcune Storie segrete della Serenissima che vogliono mostrare come la storia di una città sia sempre, nel bene e nel male, soprattutto la storia degli uomini che la abitarono: un fatto che ci pare necessario ricordare, in quest’epoca che tende a confondere contenitore e contenuto.

    Ci preme dimostrare che l’innegabile fascino della città lagunare non è solo la proiezione delle fantasie dei suoi visitatori, ma soprattutto il risultato di una storia complessa, non sempre gloriosa, spesso spietata, violenta e lasciva: in poche parole umana.

    Ci auguriamo quindi che le vicende che ci apprestiamo a narrare, alcune delle quali poco note al pubblico, siano in grado di svelare l’anima di Venezia, una città unica nel suo genere, trionfo della volontà umana che, invece di combattere l’elemento naturale a lei ostile, il mare, è riuscita ad adattarsi a esso, in un rapporto simbiotico su cui ha fondato la propria fortuna.

    In questo viaggio apriremo delle finestre su eventi e personaggi emblematici dello sviluppo storico della Serenissima.

    Incontreremo i mercanti che, ad Alessandria d’Egitto, trafugarono le spoglie di san Marco, per portarle a Venezia nascoste in ceste di ortaggi e carne di maiale. Seguiremo le avventure di un altro mercante, al tempo delle prime crociate, per poi accompagnare la flotta veneziana fin sotto le mura di Costantinopoli.

    Assisteremo alla nascita di un ducato veneziano nel bel mezzo dell’Egeo e al ritorno in patria della regina di Cipro, interrogandoci sul complesso rapporto della Serenissima con i suoi vicini, che furono sempre, e allo stesso tempo, nemici e partner commerciali.

    Approderemo quindi al secolo libertino, che osserveremo con i casti occhi di un grande poeta tedesco, per scoprire storie di dame e gentiluomini, salottiere e libertini, cortigiane e poeti, mettendo in evidenza la grande vitalità di quella che, negli anni della sua decadenza, era ancora una delle più grandi metropoli europee.

    Giungeremo così all’Ottocento e al Novecento, i secoli durante i quali Venezia cessò per sempre d’esistere, lasciando il posto a una città immaginaria, che si sovrappose progressivamente a quella reale, diventando il palcoscenico su cui noti artisti e intellettuali stranieri misero in scena i loro desideri inconsci.

    Inglesi, tedeschi, francesi, poi russi e americani: le loro opere diedero vita al mito di Venezia, consegnandola così al mondo contemporaneo, al quale Venezia, fino all’ultimo, si era rifiutata di appartenere.

    Una Storia segreta per aiutarci a capire quello che Venezia è stata, e quello che potrebbe, forse, ancora tornare a essere.

    1 Iosif Brodskij, Fondamenta degli Incurabili, Adelphi, Milano 1991, p. 16.

    I. La difficile nascita della Serenissima..., figlia (illegittima) di due imperi

    Non diversamente dagli irati flutti del Signore, i longobardi giungevano come una marea per sommergere i peccatori della penisola.

    F. Borri, Alboino²

    Correva l’anno del Signore 827.

    Dal soglio pontificio papa Pasquale i sperava che il suo nuovo protettore, Lotario re d’Italia, figlio del sacro romano imperatore Ludovico (il Pio), rimettesse finalmente un po’ d’ordine nelle terre italiane dei franchi, rese instabili da quasi vent’anni di beghe familiari carolinge.

    A Bisanzio, l’imperatore Michele ii, un ex generale balbuziente della Frigia, regione dell’Anatolia centrale che aveva dato i natali al mitico Re Mida, era appena riuscito a farsi conquistare Creta dai saraceni del califfo abbaside al-Ma’mūn, il quale, nonostante la sua propensione alla filosofia, non aveva esitato a lastricare di cadaveri le strade di Baghdad, per riunificare l’Umma islamica compresa fra la Persia e il Nord Africa (se escludiamo il califfato omayyade di Spagna di Abd al-Rahman ii).

    Nella laguna veneta era invece tornata a regnare una relativa tranquillità.

    Anche per Venezia, infatti, il secolo era cominciato in modo alquanto burrascoso.

    I soliti dissidi tra famiglie patrizie – una costante dei primi secoli della storia veneziana – erano degenerati al punto che nell’810 Pipino, re franco d’Italia, aveva portato il suo esercito fin sulle sponde meridionali della laguna, con tutte le intenzioni di mettere fine alla pseudoautonomia degli insediamenti urbani sparsi sulle isole e lungo le coste, e togliersi così, una volta per tutte, l’ultima spina bizantina dal fianco.

    L’impresa franca, tuttavia, si scontrò con la vera ragione che da lì a pochi secoli avrebbe nutrito la mitopoiesi della Serenissima: l’inespugnabilità delle sue acque. Acque salmastre e paludose, protette dalla parte del mare da due lunghe isole sabbiose, Malamocco e Pellestrina: una terra da barene solcate da una miriade di canali in cui solo le popolazioni venete sapevano orientarsi.

    I franchi non erano stati i primi a fare le spese di questa prodigiosa barriera naturale, e non sarebbero stati neppure gli ultimi. Senza nulla togliere all’eroica resistenza degli isolani veneti – che, accantonate le loro differenze di opinioni, si erano riuniti sotto il comando di Agnello Partecipazio, decimo Dux Provinciae Veneciarum –, a salvare Venezia nella sua più delicata fase embrionale furono l’impossibile idrografia della sua laguna, la diplomazia e, soprattutto, la malaria, che pochi mesi dopo avrebbe portato il re franco alla tomba.

    È proprio sul connubio fra geografia e diplomazia che i veneziani fondarono la loro fortuna.

    La geografia dell’ambiente lagunare, che lo stesso Agnello Partecipazio cominciò a modellare in funzione dello sviluppo di grande centro urbano in un ambiente inadatto a ospitarlo, e la diplomazia come arma a uso di un popolo non di guerrieri, ma di mercanti. Sicché, la grande vittoria del doge non fu quella sul campo di battaglia, ma, in absentia, ad Aquisgrana, dove i due imperatori, Niceforo e Carlomagno, firmarono un trattato in cui il primo riconosceva al re franco la dignità imperiale, e il secondo a Bisanzio la sola autorità sulle Venetiae, autorità che da tempo era solo formale.

    La cosiddetta Pax Nicephori segnò la separazione definitiva di Venezia dall’Italia, e, in un certo senso, ispirò la sua futura indipendenza.

    Durante i sedici anni di dogado, Agnello Partecipazio aveva spostato il palazzo ducale da Malamocco a Olivolo, una delle isole dell’arcipelago realtino (il centro dell’odierna Venezia comprendente i sestieri di San Marco, Dorsoduro, Castello e Giudecca), che al tempo altro non erano se non chiazze fangose appena al di sopra del livello del mare, meno attraenti della verde Torcello, ma situate in una posizione strategicamente più vantaggiosa, al centro della laguna. Le opere di bonifica e la successiva espansione edilizia ne trasformarono presto l’aspetto, attirando nella nuova Venezia sempre più coloni provenienti sia dalle altre isole sia, soprattutto, dalla terraferma. Questi ultimi mossi non più dalla paura dei barbari che aveva spinto i profughi fra il v e il vii secolo, ma dal desiderio di entrare a far parte di quello che in poco tempo era diventato il più importante emporio commerciale dell’Italia nord-orientale, porta preferenziale fra l’Europa centrale e il Mediterraneo bizantino, e nuova entità statale formalmente riconosciuta dai due imperi.

    Questa era la Venezia che Giustiniano Partecipazio aveva ereditato da suo padre, nell’827.

    Le sue case, costruite su lunghi pali conficcati nel fango sui quali tutt’oggi poggia gran parte della città, erano ancora per lo più in legno; il palazzo ducale era un castello fortificato, probabilmente non dissimile da quelli delle altre città italiane dell’epoca, e la maggior parte delle chiese, anch’esse soprattutto di legno, non avrebbe superato il passaggio al nuovo millennio.

    La cattedrale era la chiesa di San Pietro, a Olivolo, l’odierno sestiere di Castello; il santo patrono era il soldato bizantino Teo­doro; e il suo patriarca risiedeva a Grado, sulla riva di un’altra laguna a un centinaio di chilometri di distanza.

    Il commercio era tornato a fiorire, sebbene i pirati dalmati continuassero a infestare le acque dell’Adriatico e le navi saracene quelle fra il canale d’Otranto e lo stretto di Messina.

    Più a loro agio su una nave che sulla terraferma, sembrava non ci fossero pericoli in grado di tenere i mercanti veneziani lontani dai mercati dell’Africa e del Levante.

    Ed è proprio grazie al coraggio di due di questi mercanti che Venezia si appropriò della sua identità.

    Due veneziani in Egitto

    Placate le mire espansionistiche dei franchi e tranquillizzati gli alleati bizantini, Giustiniano Partecipazio avrebbe potuto concentrare le proprie energie per terminare le opere ambiziose progettate da suo padre, non fosse che una questione teologica rischiava di riportare l’instabilità politica.

    La questione avrebbe potuto sembrare solo una marginale, nonché oziosa, bega fra due diocesi confinanti, Aquileia e Grado, ma, come sovente accadeva nel Medioevo, religione e politica si trovavano di continuo sullo stesso piano, talvolta con esiti disastrosi.

    Le due sedi episcopali, che distavano qualche decina di chilometri l’una dall’altra, rivendicavano entrambe il titolo patriarcale.

    Per comprendere il motivo della contesa è necessario fare di nuovo un breve salto indietro nel tempo.

    La tradizione tramanda che san Pietro avesse inviato l’evangelista Marco in un viaggio apostolico nelle Venetiae romane. Giunto ad Aquileia «convertì una moltitudine innumerevole alla fede di Cristo […]»³, fondò la diocesi locale e «mise per iscritto il suo Vangelo»⁴. Nei secoli successivi Aquileia divenne una delle più floride metropoli romane dell’Italia settentrionale, e dal Trecento in poi i suoi metropoliti si ersero a bussola morale contro le eresie diffuse nel corso delle prime ondate di invasioni barbariche. Essendo la diocesi stata creata dall’evangelista in persona, il metropolita di Aquileia si foggiò del titolo di patriarca divenendo così, di fatto, la suprema autorità religiosa dell’Alto Adriatico, in Italia seconda solo al pontefice romano. Quando però, nel 568, i longobardi di Alboino saccheggiarono Aquileia (che da Alarico in poi era diventata tappa d’obbligo per i barbari invasori), l’arcivescovo e i suoi concittadini furono costretti a emigrare a Grado, il porto di Aquileia, dove trasferirono, nella cattedrale di Santa Eufemia, la sede della cattedrale di San Marco.

    Quando anche i longobardi divennero sedentari e Aquileia tornò a essere sicura, la città ospitò nuovamente la sede patriarcale, questa volta orientata sugli interessi dei nuovi sovrani germanici prima, e franchi poi.

    Grado, tuttavia, non volle rinunciare al suo status e si mise sotto la protezione degli imperatori bizantini e dei duchi veneziani, sui quali già faceva valere la propria autorità spirituale dal momento che era il patriarca di Grado a scegliere il vescovo di Olivolo.

    Ragion per cui, pur avendo i bizantini imposto come patrono alle genti delle lagune san Teodoro, i veneziani avevano sempre avuto un rapporto molto particolare con san Marco.

    Nell’827 la situazione si era fatta più confusa che mai, sia a causa dell’instabilità politica del regno d’Italia sia, più probabilmente, per l’improvviso desiderio di autodeterminazione dei venetici.

    Papa Pasquale i si vide così costretto a convocare un concilio, a Mantova, per dirimere definitivamente l’annosa questione.

    Gli argomenti a favore di Aquileia parvero prevalere, ma Venezia si stava preparando a un coup de théâtre.

    Bono era un tribuno⁵ nativo di Malamocco, l’antico porto della Padova romana, situato alla foce lagunare del fiume Brenta⁶, presumibilmente sull’estremità sud-occidentale dell’odierna isola del Lido.

    Malamocco era stato un importante insediamento sulla costa adriatica settentrionale, nonché sede del potere dogale dal 742 all’810, dopo la conquista e distruzione di Eraclea, la piccola città alla foce del fiume Piave, in cui la leggenda narra che il popolo venetico avesse dichiarato la sua indipendenza da Bisanzio. L’isola che prendeva il suo nome era una lunga striscia di terra sabbiosa esposta a oriente alle bizze dell’Adriatico e a occidente all’aria malsana della laguna.

    Anche Rustico era un tribuno e veniva invece da Torcello, probabilmente il più antico insediamento urbano lagunare, noto già in epoca romana e spesso associato alla vicina Altino, una cittadina sulla costa della terraferma, a pochi chilometri in linea d’aria dall’isola. La Cronaca Altinate ci tramanda come la popolazione di Altino, in fuga dai barbari, si fosse insediata a Torcello su indicazione del proprio vescovo, il quale, salito su una torre per ordine divino, aveva visto come le stelle riflesse sull’acqua della laguna gli mostrassero il luogo in cui i suoi concittadini avrebbero potuto rifarsi una vita: pare che il toponimo dell’isola derivi dalla piccola torre sulla quale era salito il vescovo. Anche se, probabilmente, non andò proprio così, rimane il fatto che i primi coloni provenienti da Altino riuscirono presto a trasformare l’isola in un fiorente centro spirituale e amministrativo, sede vescovile e del magister militum⁷ bizantino.

    All’epoca di Rustico, Torcello era presumibilmente più ricca e popolosa di Malamocco e delle isole realtine, e i suoi abitanti, oltre al commercio del sale e del pesce, si prendevano cura dei campi coltivati a ortaggi, dei numerosi frutteti e dei vigneti nutriti dal ricco humus lagunare.

    Bono e Rustico giunsero in vista di Alessandria d’Egitto, presumibilmente nell’estate dell’827⁸, dopo un viaggio di alcune settimane. Approfittando del vento a favore⁹, entrarono nel porto alla testa di dieci navi cariche di mercanzie.

    Anche se solo ombra del suo glorioso passato, Alessandria d’Egitto era ancora la città più importante del Nord Africa. Caduta in mano araba nel 640, era rimasta un crogiolo di fedi e culture. Ovviamente la cultura islamica era quella prevalente, ma, fatta eccezione per gli anni successivi alla conquista, durante i quali la leggendaria biblioteca fu costretta da un incendio (doloso) a chiudere definitivamente i battenti, i califfi avevano sempre garantito l’esercizio delle altre religioni, in particolare quella cristiana, mantenendo in funzione i luoghi di culto. Il più importante tra questi era la chiesa di San Marco, meta di pellegrinaggio, poiché vi erano conservate le reliquie dell’evangelista che aveva conosciuto il martirio proprio sulle strade di Alessandria. Marco non era tuttavia l’unico santo sepolto in città, dal momento che l’Egitto era stato una delle culle della cristianità dei primi secoli.

    Essendo le scarse fonti altomedievali piuttosto avare di dettagli sul soggiorno ad Alessandria di Bono e Rustico, ci permettiamo di immaginare come si svolsero i fatti.

    Ormeggiate le loro navi, i veneziani cominciarono a scaricare le mercanzie sulle banchine trafficate del porto. All’epoca i marinai in forza nelle navi veneziane erano quasi esclusivamente provenienti dalle lagune venete e, se vogliamo dare fede ad alcuni racconti, non avevano né i modi né l’eleganza dei bizantini. Era gente dura, temprata da un ambiente umido, malsano e ostile. Un ambiente in cui avevano imparato a vivere in una simbiosi che, dal punto di vista bizantino, poteva sembrare quasi animalesca ma che, due secoli prima, aveva spinto il ministro di re Teo­dorico, Cassiodoro, a scrivere ai tribuni veneti:

    Perché voi vivete come uccelli di mare, con le vostre case sparse, come le Cicladi, sulla superficie dell’acqua. La terra su cui esse posano è rassodata soltanto con vimini e canne. Eppure voi non esitate ad opporre un baluardo così fragile alla forza selvaggia del mare. […] In mezzo a voi non c’è differenza tra ricchi e poveri; il vostro cibo è lo stesso per tutti, tutte uguali sono le vostre case. […]¹⁰

    Pare quindi ovvio pensare che quel folto gruppo di abitanti delle lagune non passasse del tutto inosservato da quelle parti, soprattutto perché, cosa non secondaria, l’imperatore bizantino non permetteva ai cristiani di intrattenere contatti commerciali col nemico saraceno.

    Bono e Rustico stavano apertamente contravvenendo agli editti veneti¹¹ dell’imperatore bizantino. E non erano i primi a farlo, né, vedremo in seguito, era la prima volta che lo facevano. Dandolo ci narra di come Bono e Rustico, dopo essersi presumibilmente presi cura delle pratiche burocratiche, si recarono alla chiesa di San Marco per portare i loro omaggi al santo evangelista, tanto caro alle genti venete, «secondo il solito costume»¹².

    Era evidente che, coerentemente al proprio carattere, i veneziani se ne fossero infischiati dei divieti che ostacolavano i loro commerci, sempre ben disposti com’erano a scendere a patti anche con i nemici qualora questo fosse tornato a vantaggio loro e dell’economia della città. Che questo fosse poi sotto gli occhi di tutti pareva non far perdere il sonno né ai nostri mercanti né al doge, il quale probabilmente aveva autorizzato quel viaggio, off-the-record. Venezia poteva ormai permettersi di agire in modo sfacciatamente indipendente, essendo diventata una potenza navale con la quale non era possibile non fare i conti. L’abilità dei marinai veneziani era temuta e rispettata ovunque nel Mediterraneo, e le loro navi avevano più di una volta dimostrato la propria efficacia bellica: Venezia era in possesso della flotta più potente del Mediterraneo centro-orientale e questo le dava la facoltà di decidere chi fossero i suoi amici e i suoi nemici, a seconda della convenienza del momento, in barba agli imperatori bizantini.

    Sistemati quindi gli affari, Bono e Rustico andarono a portare i loro devoti omaggi alla cattedrale di San Marco, dove incontrano il monaco Staurazio e il prete Teodoro, entrambi greci ed entrambi preoccupati a morte per il destino della loro chiesa e delle spoglie del martire evangelista là venerato. Era tanto che nel califfato non tirava buona aria.

    Prima una guerra civile lunga dieci anni, poi un’altra decina d’anni di ribellioni sedate nel sangue. A farne le spese furono soprattutto le regioni occidentali del califfato, in particolar modo l’Egitto, geograficamente e culturalmente molto distante da Baghdad. Le purghe di al-Ma’mūn furono seguite da una pesante politica tributaria che in pochi anni aveva messo il Paese in ginocchio, ottenendo addirittura l’effetto di conciliare cristiani e musulmani sulla necessità di ribellarsi. Quello che però faceva perdere il sonno a Staurazio e Teodoro era una delle conseguenze del rinascimento artistico e culturale messo in moto da al-Ma’mūn, che voleva dimostrare al mondo la superiorità della cultura araba sulla retrograda barbarie del vicino cristiano bizantino. Simbolo di questo rinascimento doveva essere la restaurazione di Baghdad, innalzata a simbolo dell’Umma. In particolar modo, il palazzo del califfo doveva essere ostentatamente ampliato, e per farlo servivano marmi, pietre, materiali preziosi e molto denaro, che il califfo andò a cercare fin negli angoli più remoti del suo impero. E quali luoghi potevano essere più adatti degli antichi templi pagani e delle sfarzose chiese cristiane, sparsi un po’ ovunque nei territori che fino a pochi secoli prima erano appartenuti all’Impero Romano?

    Staurazio e Teodoro sembravano quindi molto più preoccupati per il destino delle colonne e delle lapidi di marmo della loro cattedrale che non per le spoglie mortali del martire là custodite, immaginando che non ci sarebbe stato nulla che avrebbero potuto fare per salvarle, se il califfo avesse deciso di rottamarle. Probabilmente questo fu anche ciò che pensarono i due tribuni veneziani, seppure ci permettiamo di avanzare un ragionevole dubbio sul fatto che, da buoni mercanti, non avessero riflettuto sul fatto che il valore monetario delle reliquie fosse di gran lunga superiore a quello di tutte le pietre della cattedrale.

    Cosicché i veneziani pregarono i preti di «consegnare loro il corpo del santo, per trasportarlo a Venezia, promettendo che avrebbero ricevuto grandi onori dal doge […]»¹³. I custodi, turbati alla proposta, rammentarono, pro forma, che san Marco apparteneva di diritto ad Alessandria e che là avrebbe dovuto per sempre rimanere. Iniziò così una sorta di dibattito teologico che, a ben vedere, assomigliava molto a una trattativa commerciale. I veneziani raccontarono ai greci del viaggio compiuto dall’evangelista ad Aquileia, delle sue predicazioni, traendo la logica conclusione di essere loro stessi, e non gli alessandrini, i veri primogeniti di Marco, avendo ricevuto da lui per primi l’annuncio del Vangelo. Tesi che tuttavia non convinse i preti levantini, i quali rilanciarono, in un dibattito che, con l’esagerazione tipica di certe fonti, si protrasse per tutta la notte. Solo quando uno dei due preti fu fustigato dai saraceni per essersi rifiutato di consegnare loro una lapide di marmo, Staurazio e Teodoro acconsentirono alle richieste dei veneziani.

    Il piano che prepararono non fu privo di ingegno: l’unico modo per spostare le reliquie dalla cattedrale senza destare sospetti era di sostituirle con quelle di un altro santo, in questo caso santa Claudia, martirizzata ad Amiso, in Anatolia, sotto l’imperatore Diocleziano.

    Ci vollero alcuni giorni di preparazione, giusto il tempo per i veneziani di allestire le loro navi al ritorno in patria.

    Durante la notte, Staurazio, Teodoro, Bono e Rustico riesumarono san Marco dalla tomba. I resti del santo erano racchiusi in una clamide di seta, un corto mantello solitamente usato dai viandanti, «chiuso al capo e ai piedi da molti sigilli»¹⁴. Quando i sigilli vennero rotti, una soave fragranza invase tutta la città; l’odore divino, riflesso degli aromi sublimi del paradiso, una delle prove di santità citate nei processi di canonizzazione. Gli effluvi celesti emanati dalla cattedrale misero in allarme la cittadinanza di Alessandria che, insospettita, si recò in massa a vedere cosa stesse accadendo, supponendo, ovviamente, che il corpo del santo fosse stato rimosso.

    Per fortuna i trafugatori erano riusciti a concludere con successo la sostituzione e, quando i diffidenti alessandrini pretesero che venissero loro mostrate le sacre reliquie, non poterono che constatare che la clamide era bella e sigillata come era stata negli ultimi settecento anni.

    A questo punto i due veneziani si trovarono di fronte all’ostacolo più grande per il successo del sacro furto, ossia far passare il macabro carico alla dogana.

    Avvezzi agli usi e costumi islamici – a dimostrare che quello non era di certo il loro primo viaggio nel Levante saraceno – pensarono che il posto più sicuro per nascondere le reliquie fosse all’interno di una cassa, coperte di carne di maiale ed erbe aromatiche.

    Come si può ancora vedere nei mosaici sul transetto meridionale della basilica di San Marco a Venezia, vicino alla cappella di san Clemente, il piano ottenne un grande successo.

    Quando, nel corso dell’ispezione, i doganieri arabi si trovarono di fronte alla cassa di carne impura, si ritrassero inorriditi urlando «Kanzir! Kanzir!», parola araba (latinizzata) che significa maiale.

    Non volendo rimanere un minuto di più su quella nave contaminata, permisero ai due tribuni di alzare le vele in direzione di Venezia.

    Da lì il viaggio di ritorno in laguna non fu privo di pericoli.

    Una volta giunti in mare aperto, i resti del santo furono tolti dalla cassa e sistemati al sicuro sotto l’alberatura. Non fosse stato per l’intercessione dell’evangelista, che in persona aveva svegliato il capitano della nave addormentato, il bastimento e il suo prezioso carico si sarebbero schiantati contro alcuni scogli non segnalati, e la storia di Venezia, senza il suo futuro patrono, avrebbe preso un altro corso.

    Le fonti ci descrivono come il rientro in patria di Bono e Rustico fosse stato salutato alla stregua di quello di due eroi di ritorno da un’impresa epica, e in questo vogliamo assecondarle e riportare il racconto in tutta la sua forza espressiva, caratteristica dei miti migliori: ad attenderli c’era la cittadinanza al completo, raccoltasi attorno al doge, al patriarca di Grado e al suo clero; dalla nave dei tribuni l’odore floreale proveniente dalle sante reliquie si spandeva sulle isole della laguna e il cuore dei veneziani era gonfio d’orgoglio: un orgoglio che, da allora, non li avrebbe più abbandonati.

    La questione del primato patriarcale di Aquileia su Grado fu così risolta a favore di quest’ultima, che divenne pertanto la sede arcivescovile di maggior prestigio dell’Italia nord-orientale.

    Ora Venezia era entrata in possesso dell’ultimo elemento che le mancava per dichiarare al mondo la sua indipendenza: un simbolo sacro che la guidasse.

    «Pax tibi Marce, Evangelista meus. Hic requiescet corpus tuum», pare avesse detto un angelo a san Marco quando, nel suo viaggio per Aquileia, si era trovato a passare per le lagune venete.

    Così era stato.

    I resti mortali di san Marco, invece di trovare la loro dimora nella chiesa patriarcale di Grado, o nella cattedrale di San Pietro, sede del vescovo di Venezia a Olivolo, vennero collocati in una cappella all’interno del castello ducale, sotto la tutela personale del doge: un gesto che oggi potrebbe apparirci provocatorio ma che invece voleva mettere in chiaro la gerarchia del potere, gettando così le basi per la futura Costituzione veneziana, nella quale lo Stato avrebbe sempre avuto il controllo sulla Chiesa.

    San Teodoro, il soldato venerato dagli eserciti bizantini, che si era preso cura dei veneziani fino ad allora, venne messo in soffitta, e il martire di Alessandria divenne il nuovo patrono di Venezia.

    Non era ancora il leone alato, armato di spada e con il libro aperto sotto la zampa, su cui si può leggere la profezia dell’angelo: quello avrebbe fatto la sua comparsa più o meno tre secoli più tardi, alla fine del xii. Era però già il simbolo che avrebbe guidato Venezia nella sua rapida ascesa lungo la storia dell’Occidente medievale.

    Un anno dopo, nell’829, il doge abbandonò il titolo di Dux Provincie Veneciarum per diventare Dux veneticorum, quindi non più un funzionario dell’Impero Bizantino ma duca di un popolo indipendente.

    Quattro anni dopo, Giovanni Partecipazio, fratello di Giustiniano, consacrò al santo la cappella palatina – nucleo originario della futura basilica di San Marco, e così facendo si fece custode del simbolo stesso della sua cristianità¹⁵.

    San Pietro Orseolo

    Fin dai tempi di Orso Ipato, primo dux (doge) dei venetici lagunari, nel 726, il tentativo di garantire la trasmissione del potere ducale all’interno della famiglia, e possibilmente in linea diretta, aveva rappresentato l’aspirazione di tutti i nobili saliti al potere – pur essendo considerato una pratica malsana dal popolo, che tramite l’assemblea generale aveva ancora una certa voce in capitolo. Dagli anni oscuri della sua fondazione, infatti, Venezia aveva sempre nutrito un’avversione verso la monarchia, e qualsia­si forma di governo che la ricordasse, non tollerando l’accentramento di poteri nelle mani di un uomo solo, per quanto nobile e meritevole fosse (e, per dirla con Giacomo Casanova, all’epoca i titoli nobiliari venivano conquistati in punta di spada, o per meriti universalmente riconosciuti), e ancora meno l’ereditarietà all’interno della stessa famiglia.

    Probabilmente questa purezza repubblicana primordiale è stata applicata a posteriori sui primi confusi secoli altomedievali, quando è difficile credere che nell’aria malsana della laguna veneta i princìpi morali antimonarchici tipici della prima repubblica romana fossero occasione di dibattito. Tuttavia, come ci dimostra l’alta moria di dogi fra l’viii e l’xi secolo, gli abitanti delle isole veneziane avevano la tendenza a non sponsorizzare le dinastie.

    Una di queste, forse la più controversa, è quella dei Candiano, iniziata nell’887 dallo sfortunato Pietro Candiano, morto in battaglia contro i pirati dalmati dopo neppure sei mesi dalla sua nomina, il primo doge caduto in guerra per la Repubblica¹⁶. Suo figlio, Pietro ii, salì al potere a quarantacinque anni dalla morte del padre, dopo che Pietro Tribuno e Orso ii Partecipazio avevano regalato alle popolazioni lagunari decenni di crescita e prosperità – il primo fermando l’assalto dei magiari a Malamocco con lo stesso astuto eroismo che, quasi un secolo prima, aveva allontanato il pericolo franco, grazie all’utilizzo dell’ambiente lagunare, impenetrabile a tutti tranne che ai suoi abitanti. Il terzo Pietro Candiano, nipote del primo, dedicò il suo dogado a combattere i pirati dalmati, come suo nonno, e a dirimere militarmente l’ennesima disputa con il patriarca di Aquileia. Nel 942 fu costretto dal popolo ad associare al dogato suo figlio Pietro, ma se ne pentì immediatamente. Il giovane Pietro iv si dimostrò fin da subito un autentico ribelle, in totale disaccordo col padre, del quale mal sopportava la tradizionale equidistanza politica di Venezia dai due imperi. Pietro iv propendeva decisamente verso l’Italia di re Berengario ii, con cui intratteneva rapporti più che cordiali. Va detto, per inciso, che nel corso degli anni i Candiano erano riusciti ad accumulare un enorme patrimonio terriero che, in effetti, non li rendeva molto diversi da altri signori feudali. Il disaccordo prese presto le vie di fatto, spaccando la cittadinanza in due. Suo padre riuscì, anche con l’uso delle armi, ad assicurarsi l’appoggio della maggioranza, schiacciando sul nascere la rivolta capeggiata dal figlio.

    Discostandosi dall’usanza del tempo, invece di giustiziare il ribelle lo fece esiliare.

    Anche questa fu una decisione improvvida. Pietro iv prese le armi e servì come soldato di ventura sotto Guido, marchese d’Ivrea, figlio di re Berengario. Una carriera fatta di successi e amicizie importanti, che culminò al comando di una flotta corsara che batteva le acque del delta del Po, a caccia soprattutto di navi veneziane.

    Probabilmente fu proprio questo il motivo che, dopo la morte del padre nel 959, lo fece richiamare a Venezia, dove il popolo lo elesse doge per acclamazione.

    Il suo esordio sullo scranno ducale consisté nel cavare gli occhi al vescovo di Olivolo (Castello), accusato di simonia, e nel vietare il commercio degli schiavi. Una partenza da buon cristiano che, durante il suo lungo dogado, fece il possibile per correggere. Prima di tutto ripudiando la prima moglie, una tale Giovanna che costrinse a farsi monaca; poi facendo subire una simile sorte al figlio avuto da lei, Vitale, il quale alla fine venne consolato col titolo di patriarca di Grado – la carica ecclesiastica più importante di Venezia. I suoi sforzi politici furono invece rivolti alla rottamazione del mos maiorum rappresentato dalla virtù repubblicana, dall’austerità dei costumi, dalla moralità dei funzionari e dal disprezzo per il fasto e l’ostentazione. Il primo di questi pilastri, la virtù repubblicana, lo abbatté sposando in seconde nozze Gualdrada, figlia del duca di Spoleto e sorella di Ugo il grande, marchese di Toscana, tra i più potenti feudatari italiani. Le nozze fecero di lui uno dei più influenti proprietari terrieri del Nord Italia, con terre che andavano dal Friuli al Ferrarese. Terre che, sempre in riferimento al primo pilastro, erano di sua proprietà, non di Venezia. Ecco che, quindi, il doge divenne privatamente anche feudatario e vassallo di Ottone i, già questa una ragione sufficiente per spingere la cittadinanza a sbarazzarsi di lui, essendo ben note le mire dell’imperatore sulla laguna veneta.

    Pietro iv invece si premurò di aggiungerne delle altre. Aveva disimparato l’austerità dei costumi e il disprezzo per fasto e ostentazioni durante i suoi anni d’esilio. Il castello ducale sembrava sempre di più una corte imperiale dove il doge, agghindato e profumato come un aristocratico bizantino, era protetto da guardie mercenarie, non fidandosi, a ragione, del popolo che avrebbe dovuto rappresentare, un popolo vessato dall’imposizione di decime sempre più esose e dai mancati introiti del commercio degli schiavi. La sua amicizia con Ottone i gli fece guadagnare ulteriori privilegi per gli ecclesiastici veneti, di cui approfittò tramite il figlio patriarca; oltre al rinnovamento – in cambio di tributo, pagato dai veneziani – del patto con l’Impero d’Occidente e al riconoscimento, da parte di papa Giovanni xiii, di Grado quale patriarcato di Venezia. Padre e figlio divennero così signore feudale e metropolita di una città che era riuscita per secoli a preservarsi dalle pretese del Sacro Romano Impero e dell’Impero Bizantino. Quest’ultimo poi, apertamente ostile alla svolta continentale dei veneziani, arrivò a minacciare di guerra l’incauto doge se Venezia non avesse cessato immediatamente l’odiato commercio di guerra¹⁷ con i saraceni. Pietro iv fu costretto ad accettare e nel luglio del 971 ai veneziani fu tolta anche questa importante fonte di rendita.

    La misura fu colma quando, nel 976, Pietro iv pretese che i veneziani scendessero in armi per difendere le sue terre personali nel Ferrarese. Il popolo scese sì in armi, ma contro di lui.

    Venne lanciato un primo assalto al castello ducale che era però solidamente fortificato e difeso dalle esperte truppe mercenarie al servizio di Pietro iv. Si decise così di stanare il doge traditore per mezzo del fuoco. L’unico modo per appiccarlo era quello di incendiare le case adiacenti al castello. Il fuoco si propagò rapidamente, come previsto, anzi, più del previsto, dal momento che l’incendio acquistò proporzioni bibliche inghiottendo, oltre al castello ducale, anche le chiese di San Marco, di San Teodoro e oltre trecento edifici, compresi gli archivi pubblici. In poche ore fu così cancellata una buona parte di Venezia e della sua storia¹⁸.

    Il doge scappò dal castello in fiamme attraverso la chiesa di San Marco, con il figlioletto ancora in fasce, e una scorta di mercenari che non fu sufficiente a salvarlo dalla folla inferocita che lo stava aspettando, alla testa della quale c’era il plotone dei nobili congiurati che avevano orchestrato la sollevazione popolare. A nulla valsero le preghiere del doge. Il popolo trucidò lui, le guardie e il figlioletto (che si chiamava, ovviamente, Pietro) e ne gettarono i corpi in pasto ai maiali, al macello di Rialto, dove sarebbero rimasti se Giovanni Gradenigo ­– che incontreremo di nuovo fra poco ­– non avesse interceduto per loro, facendoli inumare nell’abazia di Sant’Ilario, sulla terraferma, vicino all’odierna Fusina¹⁹.

    Fu così che nel 976, con le ceneri dei simboli del potere cittadino ancora calde, l’assemblea popolare elesse il nuovo doge: il quarantottenne Pietro Orseolo, di nobilissima famiglia che vantava, probabilmente a torto, legami di parentela con l’antica Gens Ursia di Roma.

    Poco o nulla si sa di lui prima della sua elezione al dogado. Le tre fondi principali che ce ne parlano sono il Chronicon Venetum di Giovanni Diacono, unica contemporanea ai fatti, la Vita di san Romualdo di san Pier Damiani²⁰, di poco successiva ma con notizie apparentemente di prima mano – ma non prive di intenti didascalici –, e la classica trecentesca Chronica brevis del dogestorico Andrea Dandolo. Tre fonti che non potrebbero essere

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