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I Medici

I Medici

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I Medici

Lunghezza:
649 pagine
31 ore
Pubblicato:
22 set 2017
ISBN:
9788822713278
Formato:
Libro

Descrizione

Potere, denaro e ambizione nell’Italia del Rinascimento

«Un libro eccellente.»
The Sunday Times

La vera storia di una delle dinastie più potenti di sempre

L’incredibile storia di una famiglia che è riuscita a diventare una delle dinastie più potenti d’Europa, I Medici è un vivido affresco sul potere, il denaro e la sfrenata ambizione. Sullo sfondo di un’epoca che ha traghettato l’Occidente dal Medioevo all’inizio dell’età moderna e che ha visto la riscoperta del sapere antico, Paul Strathern esplora l’ascesa e la caduta della famiglia Medici a Firenze, e la parabola del Rinascimento italiano così legato al nome e alle imprese della casata fiorentina. Molti sono gli artisti e gli scienziati incoraggiati dal mecenatismo dei Medici che hanno lasciato un segno indelebile: Leonardo, Michelangelo, Donatello, Galileo, Pico della Mirandola. Senza dimenticare le importanti personalità che hanno fatto parte dell’affollato albero genealogico mediceo: papi, capitani di ventura, condottieri, regine e assassini. Una storia che abbraccia oltre tre secoli e che, nel bene e nel male, ha consegnato un’eredità all’Occidente e al mondo intero.

Un racconto vivido, autorevole e drammatico sulla famiglia più influente della storia italiana

«Strathern ha l’autorevolezza dello storico e la penna del romanziere.»
The Washington Post

«Una storia che comprende diverse generazioni, una famiglia il cui mecenatismo ha regalato immensi capolavori al mondo dell’arte.»
Booklist

«Un libro eccellente. La storia intrigante di un’ambiziosa famiglia di banchieri, dall’ascesa alla caduta.»
The Sunday Times

«Una storia straordinariamente completa che copre tutti gli ambiti di influenza della famiglia Medici: dalla cultura all’arte, dalla politica alla religione.»
Kirkus Reviews
Paul Strathern
è un romanziere pluripremiato, autore anche di saggi storici sul Rinascimento italiano. Vive in Inghilterra.
Pubblicato:
22 set 2017
ISBN:
9788822713278
Formato:
Libro

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I Medici - Paul Strathern

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Titolo originale: The Medici: Power, Money, and Ambition in the Italian Renaissance

Copyright © 2016 by Paul Strathern

All rights reserved

Traduzione dall’inglese di Arianna Pelagalli, Fabrizio Coppola e Nicolina Pomilio

Prima edizione ebook: settembre 2017

© 2017 Newton Compton editori s.r.l.

Roma, Casella postale 6214

ISBN 978-88-227-1327-8

www.newtoncompton.com

Realizzazione a cura di Librofficina

Paul Strathern

I Medici

Potere, denaro e ambizione

Indice

I Medici alla guida di Firenze

Prologo. Mezzogiorno

PARTE PRIMA. GLI ALBORI DELLA DINASTIA

1. Gli inizi

2. Le origini del Banco dei Medici

3. L’eredità di Giovanni

4. L’ascesa di Cosimo

5. Il momento della verità

PARTE SECONDA. FUORI DALLE TENEBRE

6. L’esilio dei Medici

7. L’alba dell’umanesimo

8. L’incontro fra l’Oriente e l’Occidente

9. La rinascita dell’arte: l’uovo dritto e la statua umana

10. Il padre della patria

11. Piero il Gottoso

PARTE TERZA. IL PRINCIPE E IL PROFETA DI SVENTURA

12. Il principe del Rinascimento

13. Omicidio nella cattedrale

14. Platone nelle piazze

15. Una successione di maestri

16. Cambia il vento

17. Il Falò delle vanità

PARTE QUARTA. IL PAPA E I PROTESTANTI

18. Il Gigante, una statua di proporzioni bibliche

19. Roma: la nuova casa dei Medici

20. Machiavelli trova il suo principe

21. Roma e papa Leone

22. Il papa e i protestanti

23. Il papato resta in famiglia

PARTE QUINTA. LA RICERCA DELLA VERITÀ

24. Un fosco avvenire

25. Il potere degli aristocratici

26. I Medici: una dinastia reale europea

27. Promotori di un Rinascimento delle scienze

28. Ultimi Medici: fine del mecenatismo?

29. Epilogo

Ringraziamenti

APPENDICE

Fonti

Illustrazioni

Tavole fuori testo

A Kathleen

A considerare i Medici tutti insieme, si vien presi da reverenza e rispetto da una parte, e da costernazione e orrore dall’altra. Stima e reverenza vengono dalla considerazione della loro generosità, beneficenza, dalla loro politica e dalle loro istituzioni scientifiche. L’orrore invece dall’udire gli oltraggi e le atrocità della loro vita privata.

John Boyle, conte di Cork e Orrery, amico del poeta Alexander Pope e cittadino britannico

che risiedé a Firenze nel 1755

Albero genealogico dei Medici

I Medici alla guida di Firenze

Cosimo Pater patriae 1389-1464

Piero di Cosimo 1464-1469

Lorenzo il Magnifico 1469-1492

Piero il Giovane 1492-1494

[Governo repubblicano, Savonarola] 1494-1512

Giovanni (futuro Leone

X

) 1512-1513

Giuliano, duca di Nemours 1513

Lorenzo, duca di Urbino 1513-1519

Giulio (futuro Clemente

VII

) 1519-1523

Ippolito e Alessandro sotto la guida del cardinal Passerini 1523-1527

[Governo repubblicano, Repubblica di Cristo] 1527-1530

Alessandro 1531-1537

Cosimo

I

1537-1574

Francesco 1574-1587

Ferdinando

I

1587-1609

Cosimo

II

1609-1621

Ferdinando

II

1621-1670

Cosimo

III

1670-1723

Gian Gastone 1723-1737

PROLOGO

Mezzogiorno

È domenica 26 aprile 1478 a Firenze, e nelle torri che sovrastano i tetti della città rintoccano le campane. Lorenzo il Magnifico sta avanzando tra la variopinta folla dei cittadini diretto alla cattedrale di Santa Maria del Fiore insieme a una cerchia di uomini fidati.

Lorenzo ha ventinove anni ed è a capo della famiglia Medici, la quale, grazie a una serie di importanti alleanze e a un potentissimo apparato politico, controlla gli affari di Firenze muovendosi abilmente nelle pieghe di una repubblica democratica che è tale solo nominalmente. Qui, nel cuore della città più progressista e stravagante d’Italia, l’antico mondo teocratico medievale sta pian piano cedendo il passo a un nuovo umanesimo. Il Banco dei Medici è l’istituzione finanziaria più famosa e rispettata d’Europa, con sedi e rappresentanti sparsi nei centri commercialmente più importanti del continente, da Londra a Venezia. Nemmeno la recente perdita dei lucrativi affari papali a beneficio dei Pazzi, la famiglia rivale, ha causato particolari problemi; i profitti del Banco dei Medici hanno trasformato Firenze in una vera e propria perla sia in termini architettonici sia artistici, permettendo ai Medici di reclutare personalità del calibro di Donatello, Botticelli e Leonardo da Vinci. A incarnare il vero spirito rinascimentale è però Lorenzo stesso. Non per niente egli è noto con l’appellativo di magnifico; è il principe di Firenze in tutto e per tutto e i suoi sostenitori lo scelgono addirittura come padrino dei primogeniti maschi. Lorenzo considera il proprio ruolo una celebrazione, e intrattiene i suoi concittadini con ricchi festeggiamenti e lauti banchetti. In fatto di arte è dotato di un gusto impeccabile; capisce e supporta tutti gli artisti che ingaggia, spronandoli a esprimersi e a eccellere nel loro campo, e guadagnandosi in tal modo il loro assoluto rispetto. Inoltre egli è un ottimo musicista, atleta e spadaccino, nonché studioso di filosofia e promettente poeta della scena italiana dell’epoca; ciononostante, si fregia di essere un uomo del popolo e indossa abiti molto meno sfarzosi rispetto alla maggior parte degli altri notabili fiorentini. Eppure, malgrado l’aura di fascino che lo ammanta, ha un aspetto piuttosto anonimo; la sua rappresentazione più nota – il busto in terracotta del Verrocchio – lo ritrae come un uomo accigliato sorprendentemente rozzo, con il naso prominente tipico dei Medici e il mento protruso, grandi occhi a mezz’asta nient’affatto sensuali e labbra sottili. Riesce difficile scorgere la sua eccezionalità dietro tratti tanto insulsi, ma l’innegabile magnetismo della sua dirompente personalità gli infondeva un’irresistibile carica erotica, rendendolo altresì oggetto dell’ammirazione di un gran numero di filosofi, artisti e gente del popolo.

Figura 1. Lorenzo de’ Medici.

Mentre le campane rintoccano sulla città, Lorenzo e il suo entourage percorrono via Larga fino a raggiungere la piazza della cattedrale. Davanti a loro si staglia la cupola del Brunelleschi; quella cupola è senz’ombra di dubbio l’opera architettonica di maggior pregio del primo Rinascimento europeo, superata in bellezza solo da quella del Pantheon di Roma, costruita più di mille anni prima: l’Europa sta finalmente tornando ai fasti del passato. Lorenzo e i suoi amici raggiungono l’interno fresco e ombreggiato della cattedrale.

Qualche centinaio di metri più indietro, su via Larga, Giuliano de’ Medici allunga il passo per raggiungere il fratello maggiore, ma un micidiale attacco di sciatica lo rallenta causandogli una fastidiosa zoppia. Insieme a lui ci sono Francesco de’ Pazzi e il suo amico Bernardo Bandini, il quale cinge amichevolmente Giuliano con un braccio per aiutarlo a camminare. Così facendo, Bernardo si accorge che sotto lo sgargiante farsetto Giuliano non indossa la cotta di maglia. Quando i tre uomini raggiungono la chiesa, Lorenzo si trova già nei pressi dell’altare maggiore circondato dai suoi amici e da due preti, uno dei quali è precettore nella famiglia Pazzi. Giuliano de’ Medici decide di assistere al servizio vicino all’ingresso insieme a Francesco de’ Pazzi, Bernardo Bandini e alcuni altri uomini. Le voci del coro echeggiano sotto l’altissima volta della cattedrale, affievolendosi solo quando il sacerdote si prepara a celebrare la Santa Messa. Il rintocco della campana della sagrestia costringe gli astanti al silenzio e il sacerdote solleva l’ostia davanti all’altare maggiore.

In quel preciso istante, avvengono due episodi simultaneamente. All’ingresso, Bernardo Bandini sfodera un pugnale, si volta di scatto e lo affonda violentemente nella testa di Giuliano de’ Medici, dal cui cranio comincia a sgorgare una cascata di sangue. Subito dopo, Francesco de’ Pazzi infierisce sul corpo esanime di Giuliano pugnalandolo a ripetizione. Accecato dalla follia e dagli schizzi di sangue, si ferisce col suo stesso coltello, conficcandoselo nella coscia.

Nel frattempo, nei pressi dell’altare maggiore, i due preti accanto a Lorenzo hanno estratto i pugnali che tenevano nascosti sotto gli abiti talari. Uno dei due appoggia la mano sulla spalla di Lorenzo preparandosi a colpirlo, ma il Magnifico si gira verso di lui e la lama finisce per sfiorargli il collo. Lorenzo barcolla all’indietro, sconvolto, e sfodera la spada mentre si arrotola la cappa intorno all’altro braccio per usarla a mo’ di scudo. I due preti, sorpresi, battono in ritirata coi pugnali ancora stretti fra le dita. A quel punto scoppia il caos: gli amici di Lorenzo sfoderano le armi, e in mezzo alle grida e al clangore dell’acciaio il Magnifico scavalca la ringhiera dell’altare e si precipita in direzione della sagrestia. Bernardo Bandini ha ormai abbandonato il corpo privo di vita di Giuliano de’ Medici e sta correndo tra la folla con la spada sguainata. Quando intercetta Lorenzo tenta un affondo verso di lui, ma Francesco Nori – amico del Magnifico – si interpone fra i due, morendo sul colpo. Nella confusione resta ferito anche un altro amico di Lorenzo, e quando Bandini riesce a raccapezzarsi, Lorenzo e il suo entourage si sono già rintanati all’interno della sagrestia, chiudendosi le pesanti porte di bronzo alle spalle.

Lorenzo si porta la mano al collo: la ferita sanguina copiosamente ma non è troppo profonda. Vedendo il taglio, Antonio Ridolfi si precipita a succhiare il sangue e sputarlo a terra: la lama del pugnale del prete potrebbe essere stata cosparsa di veleno. Al di là delle porte bronzee si ode il clamore del parapiglia esploso fra gli astanti, che urlano e corrono da tutte le parti. «Dov’è Giuliano? Sta bene?», domanda allora Lorenzo. I presenti si scambiano occhiate pregne di significato, ma nessuno ha il coraggio di rispondergli.

Nel frattempo, i due preti e gli assassini di Giuliano sono scomparsi mimetizzandosi tra la folla, e fuori dalla cattedrale hanno cominciato a circolare le voci più disparate. Alcuni sostengono sia crollata la cupola e corrono alle proprie case in cerca di riparo, altri tentano di entrare in chiesa per vedere coi propri occhi, mentre la maggior parte delle persone si raccoglie in piccoli capannelli, confortando i più impauriti o piangendo. Dopo aver lasciato trascorrere alcuni minuti, gli amici di Lorenzo lo scortano fuori da una porta laterale, intenzionati a condurlo a Palazzo Medici.

Sennonché, a meno di mezzo chilometro di distanza, l’arcivescovo Salviati sta portando avanti la seconda parte del piano. Col pretesto di recapitare al gonfaloniere Cesare Petrucci – il podestà di Firenze – un messaggio da parte di papa Sisto

IV

, è riuscito a entrare al Palazzo della Signoria insieme a un altro manipolo di congiurati, tra i quali anche Jacopo Bracciolini. Mentre l’addetto comunale si assenta per informare il gonfaloniere della visita, i valletti dell’arcivescovo entrano silenziosamente dall’ingresso principale. Tuttavia, a ben guardare, quegli uomini non hanno affatto l’aspetto innocuo delle persone al seguito di un arcivescovo: nessun travestimento al mondo riuscirebbe a mascherare i loro volti arcigni e le espressioni torve. Si tratta infatti di mercenari provenienti da Perugia, armati e pronti a battersi.

In quel momento il gonfaloniere Petrucci sta pranzando insieme agli altri otto membri eletti della Signoria, e ordina all’addetto di condurre l’arcivescovo nella Sala delle Udienze e lasciare i suoi accompagnatori in corridoio; il resto dell’entourage può invece accomodarsi nella Cancelleria. Ciò stabilito, il gonfaloniere termina il suo pasto, udendo solo vagamente l’insolito clamore per la strada al di là delle finestre chiuse.

Quando Petrucci raggiunge l’arcivescovo nella Sala delle Udienze e gli stringe la mano, si accorge che l’uomo è scosso da brividi: Salviati sembra essere eccessivamente teso. L’arcivescovo si appresta a riferire al gonfaloniere il messaggio papale, ma dopo alcune brevi frasi comincia a balbettare e a scagliare delle occhiate preoccupate verso la porta. Quando Petrucci, insospettito, chiama le guardie, Salviati si precipita alla porta gridando ai suoi accompagnatori di chiamare i mercenari perugini.

Quello che Salviati non sa è che i perugini non possono raggiungerlo: le porte della Cancelleria, infatti, non si aprono dall’interno ma solo dall’esterno, e in quel momento i mercenari le stanno colpendo forsennatamente nel tentativo di sfondarle. Non appena Petrucci raggiunge il corridoio, il complice dell’arcivescovo, Jacopo Bracciolini, gli si fa incontro a spada sguainata, ma il gonfaloniere lo afferra per i capelli sbattendolo a terra e impugna uno spiedo da cucina brandendolo come un’arma. Un frastuono improvviso informa Petrucci e i suoi colleghi che i perugini sono riusciti ad abbattere le porte della Cancelleria, e dunque i membri della Signoria si vedono costretti a precipitarsi nella torre e sprangare l’uscio. Una volta salite di corsa le scale, cominciano a suonare le campane per dare l’allarme e convocare la cittadinanza in Piazza della Signoria, come previsto in caso di emergenza.

I rintocchi delle campane chiamano a raccolta un gran numero di persone, già agitate per quanto avvenuto poco prima presso la cattedrale. Pochi minuti più tardi, uno degli organizzatori della congiura, Jacopo de’ Pazzi, sbuca da una viuzza laterale alla guida di una colonna di uomini armati al grido di «Popolo e libertà!», il consueto slogan fiorentino delle rivolte contro i governi dispotici. I rivoltosi prendono a girare per la piazza tentando di convincere i presenti a unirsi a loro, ma la gente li osserva con diffidenza. A quel punto, dalle finestre più alte della torre, il gonfaloniere e i suoi colleghi cominciano a tirare delle pietre addosso a Jacopo de’ Pazzi e ai suoi, i quali si rendono presto conto che la diffidenza della folla si sta trasformando in aperta ostilità.

Nel frattempo, dal lato settentrionale della piazza – quello da cui si snoda la strada che conduce a Palazzo Medici – sopraggiungono alcune dozzine di uomini armati a cavallo, che attraversano la piazza di gran carriera e smontano dai destrieri per precipitarsi all’interno del Palazzo della Signoria. Quegli uomini, che altri non sono se non gli alleati dei Medici, si avventano sui perugini e nel giro di una manciata di minuti riemergono dal palazzo impugnando picche alla sommità delle quali svettano le teste grondanti sangue di alcuni rivoltosi. A quel punto, a Jacopo de’ Pazzi e ai suoi uomini non resta che battere in ritirata alla volta di Palazzo Pazzi.

La città è in preda al caos più totale e i pettegolezzi si sprecano: c’è stato un complotto, Lorenzo è stato pugnalato, la famiglia Pazzi è alla guida di un esercito intenzionato a invadere Firenze… L’orrido spettacolo delle teste dei perugini alimenta la sete di sangue del popolo. Alcuni gruppetti infervorati prendono a scorrazzare per le strade della città alla ricerca dei Pazzi e dei loro alleati, aggredendo nemici veri e immaginari, mentre altri si dirigono frettolosamente a Palazzo Medici. Lorenzo è vivo o morto? Chi li governerà adesso? Chi salverà la città in pericolo? Per acquietare la folla, Lorenzo si affaccia alla balconata di Palazzo Medici, accolto da applausi e grida di giubilo. Tuttavia, il collo fasciato e le vesti imbrattate di sangue allarmano gli astanti.

Lorenzo si rivolge allora ai propri concittadini informandoli che la famiglia Pazzi ha ordito una congiura per rovesciare il legittimo governo della città ma ha fallito. I rivoltosi sono riusciti nell’intento di uccidere suo fratello Giuliano, ma lui è sano e salvo, solo lievemente ferito. Lorenzo invita quindi a non lasciarsi prendere dal panico e a mantenere la calma: nessuno deve farsi giustizia da solo o cercare vendetta, poiché saranno le autorità a occuparsi dei nemici della città. Tuttavia, le parole del Magnifico non sortiscono l’effetto sperato e i fiorentini si raggruppano in piccole bande assetate di vendetta e determinate a scovare ed eliminare il capro espiatorio: i cospiratori, i loro amici o uno qualsiasi dei loro alleati.

Francesco de’ Pazzi viene prelevato direttamente dal suo letto a Palazzo Pazzi, dove si era rifugiato per medicare la ferita che si era inavvertitamente procurato pugnalandosi alla coscia. La folla inferocita lo trascina fuori nudo e con le gambe sporche di sangue e lo porta immediatamente al Palazzo della Signoria, nell’ufficio del gonfaloniere. Qui, Petrucci assume il controllo della situazione e ordina che Francesco de’ Pazzi venga giustiziato seduta stante. E così egli viene impiccato fuori dalla finestra, appeso a un cappio legato direttamente a una trave. Dalla folla accorsa in piazza per assistere allo spettacolo si levano grida di scherno e giubilo. Subito dopo è il turno dell’arcivescovo Salviati, che viene trascinato al cospetto del gonfaloniere con l’abito color porpora ancora addosso e spinto fuori dalla finestra con le mani saldamente legate dietro la schiena e una briglia da cavallo stretta intorno al collo. Mentre penzola in fin di vita sotto lo sguardo soddisfatto dei presenti, l’arcivescovo compie un ultimo, disperato tentativo di salvarsi cercando di aggrapparsi con i denti al cadavere che gli dondola accanto.

Esecuzioni sommarie e tremendi atti di violenza vengono perpetrati anche nei giorni seguenti. I due preti attentatori di Lorenzo che si erano rifugiati nella Badia – l’abbazia benedettina che sorge nei pressi di Palazzo Pazzi – vengono trascinati di peso in mezzo alla strada, denudati, castrati e impiccati. I vincitori danno libero sfogo alla propria furia, approfittandone per eliminare i rivali di sempre e sistemare le vecchie questioni in sospeso. Gli esempi della ferocia collettiva di quei giorni sono numerosissimi, tanto che nelle sue Istorie Fiorentine Machiavelli scrisse che vi furono talmente «tante morti […] che avevono piene di membra di uomini le vie».

La notizia dell’esito fallimentare della congiura dei Pazzi giunge fino alle orecchie di papa Sisto

IV

a Roma, il quale, avendo dato il proprio sostegno ai cospiratori, va su tutte le furie quando apprende che uno dei suoi arcivescovi è stato impiccato sulla pubblica piazza con indosso le vesti ecclesiastiche. È un vero e proprio sacrilegio! Sisto decide allora di pubblicare una bolla pontificia con cui scomunica Lorenzo, descritto come «figlio dell’iniquità e allievo della perdizione», e interdice la celebrazione della Santa Messa in tutte le chiese della Repubblica di Firenze. Dopodiché, appellandosi al trattato che lo lega al re di Napoli, dichiara che Napoli e lo Stato Pontificio intendono muovere guerra contro Firenze.

A Firenze, nel frattempo, Lorenzo il Magnifico ha deciso di festeggiare la sconfitta dei Pazzi nel suo consueto stile e ha chiesto agli Otto di Guardia e Balia (la magistratura che si occupa della pubblica sicurezza) di celebrare il trionfo con un’opera permanente. Gli Otto convocano allora Sandro Botticelli, il pittore preferito di Lorenzo, e gli propongono una generosa commissione: per quaranta fiorini d’oro dipingerà sulla facciata laterale del Palazzo della Signoria un affresco in memoria dell’evento. Com’è costume, il dipinto conterrà i ritratti degli otto uomini a capo della congiura dei Pazzi: quelli che sono stati giustiziati verranno raffigurati con un cappio intorno al collo, mentre Bernardo Bandini, l’uomo che ha accoltellato Giuliano de’ Medici ed è riuscito a fuggire, verrà rappresentato a testa ingiù, appeso per un piede. Sotto ciascuno di quei ritratti Botticelli trascriverà un verso composto appositamente da Lorenzo. Sotto l’effigie di Bandini verrà scritto:

Un fuggitivo, che però non fuggirà al suo destino,

Perché al suo ritorno lo attende una morte ancor più crudele.

La realizzazione di quei ritratti richiedeva doti pittoriche eccellenti, in quanto il costume dell’epoca imponeva che fossero estremamente realistici: i soggetti dovevano essere immediatamente riconoscibili e raffigurati con vesti dello stesso colore e foggia di quelle che indossavano abitualmente per la città. Naturalmente, l’arcivescovo Salviati sarebbe stato ritratto con l’abito color porpora. A Botticelli, che a quel tempo aveva ormai raggiunto l’apice della sua tecnica, sarebbero occorse ben dodici settimane per completare l’opera, il cui risultato sarebbe stato un autentico capolavoro.

Tuttavia, sette mesi più tardi il ritratto dell’arcivescovo Salviati sarebbe stato rimosso su richiesta di papa Sisto

IV

, che inserì questa clausola nel trattato di pace firmato fra Firenze e lo Stato Pontificio. Alcuni mesi dopo si dovette eliminare anche il ritratto di Bandini. Dopo il fallimento della congiura, Bernardo Bandini si era dato alla fuga imbarcandosi su una galea veneziana diretta a Costantinopoli. Lorenzo, però, non poteva permettere che l’assassino del suo amato fratello la facesse franca, e inviò una richiesta diplomatica al sultano turco, il quale spiccò l’ordine di arresto. Bandini venne acciuffato e rispedito a Firenze per direttissima, dove infine venne condannato all’impiccagione. Dipingere nuovamente il ritratto di Bandini non era questione da poco, e dal momento che Botticelli non poteva occuparsene, venne chiamato nient’altri che Leonardo da Vinci. Nei quaderni dell’artista si è rinvenuto uno schizzo di Bandini impiccato, quasi sicuramente uno studio preliminare per la realizzazione del dipinto.

Quanto all’affresco, esso non avrebbe più subìto alcuna modifica, e sarebbe rimasto in Piazza della Signoria affinché tutti potessero ammirare la celebrazione del potere e della supremazia dei Medici, oltre che le doti artistiche di due dei più grandi pittori della storia, Botticelli e Leonardo. L’affresco rimarrà al suo posto fino alla caduta dei Medici.

PARTE PRIMA

GLI ALBORI DELLA DINASTIA

1

Gli inizi

Si narra che la famiglia dei Medici discenda da Averardo, un cavaliere vissuto nell’

VIII

secolo che combatté per Carlo Magno durante la conquista della Lombardia. Secondo la leggenda, mentre Averardo stava attraversando la valle del Mugello sentì parlare di un gigante che terrorizzava gli abitanti della zona e decise di sfidarlo a duello. Quando si fronteggiarono, il gigante roteò il mazzafrusto, costringendo Averardo a nascondersi dietro lo scudo, sul quale rimasero i solchi delle due palle dell’arma, ma alla fine fu Averardo ad avere la meglio, eliminando il gigante. Carlo Magno rimase talmente impressionato dalla prodezza di Averardo che gli consentì di utilizzare l’immagine dello scudo ammaccato come insegna personale.

Si ritiene che lo stemma dei Medici raffigurante una serie di palle rosse su sfondo dorato derivi proprio dai segni sullo scudo di Averardo. Altri, invece, sostengono che in origine i Medici fossero – come suggerirebbe il nome – dei farmacisti, e le palle dell’insegna rappresentino in realtà delle pillole. I Medici hanno sempre respinto questa versione, e i riscontri storici sembrano dar loro ragione, in quanto la diffusione dei medicinali sotto forma di pasticche si verificò in epoca posteriore alla comparsa dello stemma dei Medici. La spiegazione più accreditata circa l’origine dello stemma è quella che lo riconduce al simbolo medievale dei cambiavalute, cioè delle monete. In origine il mestiere della famiglia dei Medici era infatti proprio quello di cambiavalute.

Il leggendario cavaliere Averardo si stabilì nella regione del Mugello, la fertile vallata del fiume Sieve, a una quarantina di chilometri da Firenze. La zona, caratterizzata da un paesaggio idilliaco ricco di vigne, oliveti, dolci colline boschive e montagne, non ha dato i natali solo alla talentuosa famiglia dei Medici, ma anche a geni del calibro del Beato Angelico, Galileo e Giotto. La famiglia dei Medici era originaria di Cafaggiolo, un paesino della zona, e ha sempre mantenuto un legame molto forte col territorio.

Come molti altri abitanti delle campagne, intorno al

XIII

secolo i Medici lasciarono Cafaggiolo per cercare fortuna a Firenze: si stima che fra la metà del

XII

e la metà del

XIII

secolo la popolazione di Firenze sia quintuplicata, raggiungendo i 50.000 abitanti. Naturalmente conoscere la cifra esatta è pressoché impossibile: nel Medioevo i censimenti erano effettuati con metodi quantomeno bizzarri, e quello utilizzato a Firenze ne è un esempio emblematico. Nella città toscana, infatti, il conto delle nascite veniva effettuato attraverso i fagioli: quando una donna dava alla luce un figlio, la famiglia doveva inserire un fagiolo nel contenitore del censo cittadino, nero per i maschi e bianco per le femmine.

Possiamo comunque affermare con una certa sicurezza che in quegli anni a Firenze si assisté a un sostanzioso incremento demografico, che la rese perfino più popolosa di Roma e Londra, ma comunque più piccola dei maggiori centri dell’epoca, quali Parigi, Napoli e Milano.

I Medici si stabilirono nel quartiere di San Lorenzo, nei pressi della chiesa omonima – che era stata consacrata addirittura nel

IV

secolo. San Lorenzo divenne così il santo patrono dei Medici, e proprio in suo onore venne scelto il nome di alcuni dei più illustri membri della famiglia. La chiesa si trovava a pochissimi minuti di cammino dal Mercato Vecchio, il cuore pulsante del commercio cittadino (l’attuale piazza della Repubblica), dove le persone si recavano da tutta la regione al fine di acquistare le celebri stoffe fiorentine; gli sgargianti scampoli di tessuto colorato venivano tagliati direttamente addosso al cliente durante la contrattazione del prezzo. All’alba le strade che conducevano al mercato brulicavano di carri colmi di prodotti agricoli e l’aria si riempiva dei grugniti dei suini, dei belati delle pecore e dei muggiti delle mucche. Fra le grida degli ambulanti e i versi degli animali, v’erano poi i venditori di pesce pescato nell’Arno, di fette sanguinolente di carne appesa a ganci d’acciaio, formaggi o botti di vino. Lungo il perimetro della piazza, contro le pareti degli edifici, erano ordinatamente disposti coloratissimi cumuli di frutta e verdura: cipolle e taccole in primavera; finocchi, fichi e arance d’estate; tuberi in inverno. In mezzo alla calca cittadina, i monaci mendicanti chiedevano l’elemosina e allo squillo della tromba del messo la folla si riversava all’imbocco di via del Corso per assistere alla pubblica fustigazione dei criminali che venivano condotti al Bargello per essere impiccati l’indomani.

Il primo Medici di cui abbiamo testimonianza è tale Chiarissimo, il cui nome compare su un documento datato 1201. Non sappiamo molto sulle vicende dei membri della famiglia in quegli anni, l’unica cosa certa è che i Medici divennero cambiavalute e prosperarono, tanto che sul finire del

XIII

secolo erano una delle famiglie più in vista della città. Ciononostante, la guida di Firenze era ancora nelle mani di proprietari terrieri o mercanti particolarmente facoltosi. Fu solo nel 1296 che un Medici venne scelto per ricoprire il ruolo di gonfaloniere: Ardingo de’ Medici.

Firenze era una repubblica indipendente, almeno in linea teorica democratica. Era governata da un comitato di nove uomini chiamato Signoria, a capo dei quali stava il gonfaloniere, che ricopriva la carica per un periodo di due mesi. Il gonfaloniere e la Signoria venivano scelti per sorteggio fra tutti i membri delle gilde, ma col passare del tempo i sorteggi divennero sempre meno casuali e di fatto la Signoria iniziò a rappresentare la famiglia o le famiglie più importanti del momento. Il secondo Medici a essere nominato gonfaloniere fu Guccio, nel 1299. Con tutta probabilità egli seppe dimostrare ai suoi benefattori che la famiglia dei Medici era degna di fiducia, e così nel 1314 venne insignito della nomina di gonfaloniere anche un altro Medici: Averardo.

Firenze non era grandiosa o florida come Parigi o Milano, ma ben presto colmò le proprie lacune prosperando in ricchezza. Nel corso del

XIII

secolo si sviluppò un settore sino ad allora poco considerato, quello bancario. Il termine banco indicava il tavolo al quale sedevano i banchieri per espletare i loro affari. A quei tempi l’Italia era la principale potenza economica del continente europeo, grazie sopratutto ai genovesi e ai veneziani che controllavano l’importazione della seta e delle spezie dall’Oriente.

Marco Polo racconta che nell’ultimo decennio del

XIII

secolo navi mercantili genovesi giunsero sino al Mar Caspio; nel 1291 due galee genovesi scomparvero cercando una rotta per l’Oriente che passasse per l’Africa occidentale. Il commercio internazionale fioriva vertiginosamente, a dispetto dei balzelli e dei pirati che infestavano le principali rotte mercantili.

Coprire una distanza di circa 1100 chilometri per andare da Firenze alle Fiandre, attraversando le Alpi per arrivare a Bruges, richiedeva dalle due alle tre settimane di viaggio. La rotta marittima meno pericolosa, quella dal porto di Pisa al Golfo di Biscaglia, imponeva un viaggio lungo addirittura il doppio.

A beni come tessuti, lana e grano si aggiunsero quelli di lusso provenienti dall’Oriente, destinati perlopiù alle corti e all’aristocrazia. La nascita delle banche diede un ulteriore impulso agli scambi internazionali, permettendo ai banchieri di accumulare enormi somme di denaro che presto cominciarono a prestare a interesse nonostante il severo divieto di usura emanato dalla Chiesa. Molte banche aggirarono il problema adducendo come pretesto che il rincaro da loro praticato fosse semplicemente un’assicurazione contro il rischio insito in quel genere di affari, e pertanto non potesse considerarsi usura. Altre affermarono di non praticare alcun tipo di interesse sui prestiti: il rincaro che si verificava durante la restituzione del denaro dipendeva esclusivamente dalle fluttuazioni dei tassi di cambio. Nonostante la palese inconsistenza di tali giustificazioni, le attività bancarie divennero rapidamente una pratica largamente accettata.

Alla fine del

XIII

secolo il centro bancario più importante era rappresentato da Siena, una cittadina al di là delle montagne distante una sessantina di chilometri da Firenze. Tuttavia, nel 1298 i Bonsignori, i banchieri più potenti di Siena, finirono in bancarotta a causa delle ingenti somme di denaro prestate agli aristocratici e alle corti più influenti della zona. Negare un mutuo ai notabili era praticamente impossibile, ma non esisteva alcun mezzo per costringerli a saldare i debiti: all’epoca – come i Bonsignori dovettero apprendere a caro prezzo – i potenti dettavano letteralmente legge. Siena non riuscì a riprendersi dal crack e l’egemonia nel settore bancario passò nelle mani di Firenze, dove a dominare erano tre famiglie: i Bardi, i Peruzzi e gli Acciaiuoli. In pochissimo tempo, quelli fiorentini divennero gli istituti bancari più potenti d’Europa, con i Peruzzi che gestivano una rete di quindici filiali, da Cipro a Londra.

In quei primi anni di fulgore uno dei simboli di Firenze era il leone, che di tanto in tanto compariva su alcune medaglie commemorative al posto del tradizionale giglio. Ma il leone era destinato a essere ben più di un semplice simbolo: fu proprio in questo periodo, infatti, che Firenze acquistò i suoi primi leoni in carne e ossa, probabilmente grazie agli agganci commerciali che intratteneva con il Levante. Le bestie, motivo di orgoglio e meraviglia per la popolazione, vennero rinchiuse in un’ampia gabbia nei pressi della cattedrale in piazza San Giovanni e i cittadini più superstiziosi cominciarono a considerare e interpretare i loro ruggiti come auspici. Verso la metà del

XIV

secolo i leoni vennero trasferiti alle spalle del Palazzo della Signoria, in quella che oggi si chiama, appunto, via dei Leoni. Tuttavia, la popolarità non valse ai leoni di assurgere a simbolo ufficiale della città, che restò il giglio.

Grazie alla supremazia finanziaria fiorentina e all’affidabilità dei suoi banchieri, nel giro di poco tempo la valuta cittadina divenne una vera e propria istituzione.

Il fiorino d’oro era stato coniato nel 1252, pesava 3,54 grammi ed era in oro 24 carati. Proprio per via della quantità d’oro che conteneva (una rarità, per l’epoca) divenne la valuta utilizzata per gli scambi commerciali in tutta Europa. I banchieri ne trassero un notevole beneficio, poiché altrimenti avrebbero dovuto barcamenarsi fra molteplici tassi di cambio e monete.

Fu in questo periodo storico che furono gettate le basi del moderno capitalismo e le attività bancarie si affinarono trasformandosi in un vero e proprio mestiere. Vennero inventate la partita doppia (che fece la sua prima apparizione nel 1340) e la moneta a circolazione fiduciaria (ossia il credito basato sulla fiducia anziché sul patrimonio), e i pagamenti effettuati tramite lettere di cambio e trasferimenti bancari crebbero notevolmente. Nonostante i progressi nel campo, i banchieri fiorentini finirono per commettere gli stessi errori dei colleghi senesi, concedendo prestiti a Roberto re di Napoli e a Edoardo

III

d’Inghilterra. Nel 1340 l’Europa venne colpita da una profonda crisi economica e i sovrani divennero insolventi. All’epoca Edoardo

III

si era imbarcato in quella che sarebbe passata alla storia come Guerra dei cent’anni contro la Francia e si stima che dovesse alla banca Peruzzi «il costo di un intero regno». Di conseguenza le tre banche più importanti di Firenze finirono in bancarotta una dopo l’altra in rapida successione.

All’inizio del

XIV

secolo, anche prima del tracollo finanziario, la Repubblica fiorentina attraversava un periodo di instabilità politica caratterizzato da repentini, e spesso violenti, cambi di governo. Il popolo era scisso in due fazioni principali, i guelfi e i ghibellini, a loro volta suddivise in ulteriori sottogruppi interni. I ghibellini avevano il sostegno dei nobili locali, mentre i guelfi erano appoggiati dai mercanti più facoltosi e dal cosiddetto popolo minuto. (Oltre ad avere una connotazione fondamentalmente dispregiativa, l’espressione popolo minuto conteneva anche un elemento di verità, poiché i membri delle classi meno abbienti, che potevano contare su una dieta molto povera, erano fisicamente più minuti rispetto a quelli delle classi più ricche.)

Nonostante l’instabilità politica, dal punto di vista culturale la Firenze del primo Trecento visse un periodo particolarmente florido, grazie soprattutto alle opere di tre degli scrittori più importanti di tutta la storia della letteratura italiana: Dante, Petrarca e Boccaccio. Rompendo con la tradizione in auge fino ad allora, questi autori scelsero di scrivere in lingua toscana invece che in latino, togliendo in questo modo alla Chiesa l’egemonia sulla lingua della letteratura. Questa sorta di umanesimo secolare si rifletteva anche nei temi che decisero di affrontare nelle proprie opere. Petrarca, ad esempio, diventerà famoso per aver riportato alla luce manoscritti di autori classici per secoli dimenticati all’interno dei monasteri europei. Boccaccio, invece, dovrà la propria notorietà al Decameron, una raccolta di novelle in cui si narrano episodi talvolta scandalosi o impertinenti, ma che offrono uno spaccato della vita realmente condotta dalla gente dell’epoca (e non quella imposta dalle autorità, soprattutto dalla Chiesa). Anche i due più grandi artisti del tempo, Giotto e Pisano, vissero a Firenze e dimostrarono delle inclinazioni umanistiche, rompendo con il formalismo medievale per concentrarsi su uno stile più moderno e realistico, attento alle espressioni dei soggetti ritratti. Geni di tale calibro condussero Firenze verso il Rinascimento, ma prima che la trasformazione potesse ultimarsi, sull’Europa si abbatté uno dei disastri peggiori della sua storia.

Alla crisi economica del 1340, infatti, seguì la catastrofe della cosiddetta Peste Nera. Sopraggiunta dalla Cina nel 1347 tramite le navi genovesi che attraversavano il Mar Nero, imperversò per quattro anni in tutta Europa mietendo migliaia di vittime. Si stima che alla fine dell’epidemia la popolazione del continente si fosse ridotta di circa un terzo. Le pessime condizioni igieniche e l’incapacità di stabilire come avvenisse il contagio resero la situazione particolarmente tragica nelle città, dove le famiglie sospettate di aver contratto la malattia venivano murate vive all’interno delle proprie abitazioni e lasciate morire. Coloro che potevano permetterselo fuggirono da Firenze per cercare riparo nelle campagne toscane, mentre circa la metà di quanti rimasero in città andò incontro a una fine impietosa. Comprensibilmente, con l’epidemia si assisté a una recrudescenza delle antiche superstizioni, ma il ristagno della società medievale aveva cominciato a mostrare i primi segni di cedimento e il cambiamento era ormai inevitabile.

La famiglia Medici, nel frattempo, si era allargata e includeva fra i venti e i trenta nuclei familiari. I rapporti che intercorrevano fra queste varie famiglie erano più deboli di quelli che avrebbero legato i membri di un’unica casata, e assomigliavano più a quelli di un clan, con le inevitabili inimicizie e rivalità interne. A quanto pare i Medici approfittarono del vuoto lasciato dalla bancarotta delle tre famiglie più potenti del panorama bancario fiorentino ed entrarono nel settore aprendo piccole imprese individuali. Fratelli e cugini cominciarono a unire le forze agglomerando quote di capitale e gestendo insieme gli affari quotidiani della banca, che comprendevano il cambio della valuta estera, l’amministrazione di piccoli depositi e i prestiti stagionali a mercanti di lana, tessitori e simili. Almeno due di queste neonate imprese individuali furono sufficientemente astute – o fortunate – da sopravvivere alla falcidia della Peste Nera consolidando così il potere dei Medici, la cui importanza in città continuò a crescere. Nel 1343 Giovanni de’ Medici (discendente diretto di Chiarissimo) decise di intraprendere la carriera militare e convinse i fiorentini a muovere guerra al minuscolo Stato di Lucca, una sessantina di chilometri a ovest di Firenze. Non essendo riuscito a espugnarla, Giovanni pose Lucca sotto assedio, ma la campagna si rivelò un colossale fiasco e al suo ritorno in città Giovanni venne giustiziato. Dopo questo episodio, i Medici decisero di dedicarsi esclusivamente alla vita politica – benché a volte anch’essa potesse rivelarsi insidiosa quanto quella militare.

Figura 2. Firenze intorno al 1480.

Nel 1378, mentre la carica di gonfaloniere era ricoperta da Salvestro de’ Medici, cugino di Giovanni, scoppiò il cosiddetto Tumulto dei Ciompi.

I ciompi erano i lavoratori della lana, chiamati così per via del rumore prodotto dai loro zoccoli di legno quando camminavano sul lastricato delle strade. Pare che a capo della sollevazione ci fosse Michele di Lando, il quale si fece portavoce di un manipolo di colleghi artigiani che pretendevano il diritto di formare la propria Arte – ossia una propria corporazione – e dunque di votare e concorrere, almeno in via teorica, alla formazione della Signoria alla guida della città. Sembra che Salvestro simpatizzasse coi rivoltosi e vedesse nel tumulto un’opportunità per incrementare il potere dei Medici. Pertanto, con l’intento di creare subbuglio e intimidire i nobili che osteggiavano la sua famiglia, Salvestro aprì in gran segreto i cancelli delle prigioni, trasformando quella che era nata come una semplice protesta in una vera e propria sommossa popolare. Salvestro e gli altri otto membri della Signoria si videro costretti a barricarsi all’interno del Palazzo della Signoria mentre i rivoltosi mettevano la città a ferro e fuoco, saccheggiando e incendiando i palazzi di nobili e mercanti e malmenando i membri delle corporazioni. Nelle Istorie Fiorentine, Machiavelli commenterà così l’evento: «Non sia alcuno che muova un’alterazione in una città per credere poi o fermarla a sua posta, o regolarla a suo modo».

Il fatto che l’abitazione di Salvestro venisse risparmiata, insinuò il dubbio che a istigare la rivolta fosse stato proprio lui. Tuttavia quest’ipotesi appare quantomeno improbabile, specialmente alla luce degli eventi successivi. All’indomani dell’agitazione, infatti, Salvestro venne destituito e la carica di gonfaloniere passò a Michele di Lando, il quale trovandosi in seguito in difficoltà sempre maggiori, cominciò a chiedere segretamente consiglio a Salvestro. Quando i ciompi e i loro sostenitori ne vennero a conoscenza scesero in strada temendo il ritorno al potere dei vecchi governanti e si dissero disposti a tutto pur di evitarlo, anche a radere al suolo la città. In preda al panico, Michele di Lando corse a chiedere aiuto a Salvestro de’ Medici, il quale propose di sfruttare le loro conoscenze per radunare una banda armata. Tuttavia non vi fu alcuno scontro: la folla finì per disperdersi e tornare alle proprie abitazioni. La rivolta era finita.

I tumulti dei ciompi avevano sconvolto tutti, dai bottegai ai membri delle corporazioni, dai nobili ai ricchi mercanti; la nuova Arte dei lavoratori della lana venne abolita e la vecchia oligarchia riguadagnò il controllo della città. Salvestro e Di Lando vennero esiliati, anziché giustiziati come avrebbero previsto le consuetudini del tempo, poiché avevano contribuito a sedare la rivolta. L’esilio di Salvestro rappresentò comunque un duro colpo per gli affari dei Medici, che videro svanire le possibilità di diventare una delle famiglie più influenti della città e subirono delle ingenti perdite finanziarie.

Alla morte di Salvestro, avvenuta nel 1388, l’attività bancaria della famiglia passò nelle mani di suo cugino Vieri, il quale non nutriva alcuna velleità politica e aveva come unico scopo quello di consolidare gli affari. A tal fine aprì degli uffici di cambio sia a Roma che a Venezia e avviò un commercio di import-export attraverso il porto fluviale di Pisa.

Vieri fu il primo Medici che riuscì ad ampliare gli affari della famiglia al di là dei confini della città, tanto che Machiavelli scrisse: «Accordansi tutti quelli che di questi tempi hanno lasciata alcuna memoria, che se messer Veri fusse stato più ambizioso che buono, poteva senza alcuno impedimento farsi principe della città». Naturalmente le affermazioni di Machiavelli non sono sempre del tutto attendibili (dopotutto lo scrittore fu attivo solo 130 anni dopo il Tumulto dei Ciompi), e in questo caso particolare stava palesemente cercando di celebrare la famiglia. Ciononostante l’integrità dei Medici e la loro lealtà nei confronti del governo di Firenze furono messe a dura prova in quegli anni, a prescindere dall’effettivo potere politico che esercitavano.

Poco più di dieci anni dopo il Tumulto dei Ciompi scoppiò un’altra rivolta, stavolta fomentata dal popolo magro – il volgo urbano incolto e denutrito – e da tutti quegli strati della popolazione esclusi dagli incarichi di potere e insoddisfatti della propria posizione. Siccome la famiglia Medici si era sempre dimostrata solidale verso il popolo e le sue rimostranze, Vieri fu chiamato a guidare la sommossa, ma egli declinò astutamente il pericoloso invito. Stando a quanto riportato da Machiavelli, Vieri consolò la massa delusa esortandola a «fare buono animo, perciocché voleva essere loro difensore, purché si lasciassero da lui consigliare». Detto ciò, li condusse al cospetto della Signoria, dove si esibì in un ossequioso discorso diretto ai membri del consiglio. «Pregava pertanto loro Signorie che la ignoranza della moltitudine non fusse a suo peccato imputata, perché quanto apparteneva a lui, come prima aveva potuto, si era rimesso nelle forze loro». Miracolosamente, il suo intervento parve soddisfare tutte le parti coinvolte: i rivoltosi si dispersero e la Signoria permise a Vieri di fare ritorno a casa senza alcuna ritorsione. L’evento dovette comunque segnarlo profondamente perché pochi mesi più tardi Vieri si spense, e insieme a lui si estinse il primo ceppo della famiglia Medici.

2

Le origini del Banco dei Medici

I beni dei Medici passarono nelle mani di Giovanni di Bicci de’ Medici, capostipite del ramo di Cafaggiolo della famiglia, così chiamato per via delle terre che possedeva nell’originario paesino dei Medici nella regione del Mugello. Giovanni era nato nel 1360, quarto figlio di Averardo detto Bicci. Averardo, proprietario di un piccolo appezzamento a Cafaggiolo, non era ricco, eppure il suo status sociale gli permise di convolare a nozze con una discendente degli Spini, una famiglia appartenente all’aristocrazia locale. Tuttavia, quando Averardo morì nel 1363 i suoi beni dovettero essere divisi tra la moglie e i cinque figli, non permettendo a nessuno degli eredi di arricchirsi.

Giovanni di Bicci era appena diciottenne all’epoca del Tumulto dei Ciompi e si trovava quasi certamente a Firenze durante l’estate in cui la città fu guidata dalla comune cittadina segretamente sostenuta dal suo lontano parente Salvestro de’ Medici. Forse fu proprio per questo che Giovanni simpatizzò con il popolo minuto per tutta la vita, benché il clima politico dell’epoca rendesse tali inclinazioni quantomeno audaci. Quando il potere tornò nelle mani dei vecchi notabili, a Firenze si instaurò un’oligarchia guidata dalle famiglie Albizzi, Cappoli e Uzzano, sotto l’autorità di Maso degli Albizzi. Tale regime durerà per i successivi trent’anni, e a dispetto degli sporadici disordini – come quello che Vieri de’ Medici collaborò a sedare – sarà un periodo caratterizzato da una relativa stabilità politica e prosperità economica. L’oligarchia usava il pugno duro ma non era particolarmente impopolare.

Le potenti famiglie oligarchiche erano decisamente l’opposto dei Medici e dei loro alleati, che nei confronti della carriera politica dimostravano la stessa ritrosia che aveva caratterizzato anche Vieri. Nemmeno Giovanni di Bicci, infatti, sembrava incline a dedicarsi alla cosa pubblica. È impossibile stabilire se questa riluttanza dipendesse dalla loro indole schiva o fosse semplicemente una questione di lealtà familiare o addirittura di politica familiare. Sul finire del

XIV

secolo la modestia era ancora considerata una virtù particolarmente apprezzabile: le persone avevano la tendenza a vedersi come membri di una famiglia piuttosto che come individui indipendenti. Perciò per Vieri e Giovanni sarebbe stato del tutto normale anteporre il bene della famiglia alle proprie ambizioni politiche, accettando l’idea che essa avrebbe raggiunto il potere in tempi più propizi; nel frattempo era meglio consolidare la propria posizione e porre delle fondamenta solide accumulando più ricchezza possibile.

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