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Le incredibili curiosità di Milano
Le incredibili curiosità di Milano
Le incredibili curiosità di Milano
E-book542 pagine7 ore

Le incredibili curiosità di Milano

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Info su questo ebook

Storie, leggende, aneddoti del passato e del presente

Milano e la moda, Milano e il design, Milano e il lavoro: tanti sono i luoghi comuni che di volta in volta pretendono di sottolineare alcuni aspetti eclatanti della città. Eppure Milano ha molto altro da offrire, ben al di là di ciò che alimenta l'immaginario comune. Quelle che compongono questo libro sono curiosità “straordinarie”. Dalla casa nella quale dimorava il diavolo a quella in cui abitava il rivoluzionario vietnamita Ho Chi Minh, dal chiodo usato per crocifiggere Gesù alla scultura che ispirò la celebre Statua della Libertà, dalla bocciatura di Verdi al conservatorio alla causa intentata per santificare Alessandro Manzoni, dalla tomba di Evita Perón a quella dei Re Magi. Decine di storie che apriranno uno spiraglio su una Milano diversa, magica, leggendaria.

Milano ha tante storie da raccontare. Basta saperla guardare con occhi diversi

• La statua della libertà tra Milano e New York
• l’eremita sul tetto del Duomo
• Mago Merlino alla corte dei Visconti e degli Sforza
• il figlio segreto della Callas
• Buffalo Bill contro una bicicletta
• la bicicletta di Leonardo da Vinci
• la papessa Maifreda
• Isabella da Lampugnano, la mangiatrice di bambini
• Corso di Porta Romana, 3: l’indirizzo del diavolo
• sant’Alessandro Manzoni

...e tante altre storie curiose
Gian Luca Margheriti
Nato a Milano nel 1976, è fotografo e scrittore. Ha curato la rubrica “Milano segreta”, sulle pagine del «Corriere della Sera». Con la Newton Compton ha pubblicato 101 tesori nascosti di Milano da vedere almeno una volta nella vita, I personaggi più misteriosi della storia, 1001 cose da vedere a Milano almeno una volta nella vita, Le incredibili curiosità di Milano e, con Francesca Belotti, Milano segreta e 101 storie su Milano che non ti hanno mai raccontato. Ha scritto Lettere dall'Inferno, la storia di Jack lo Squartatore.
LinguaItaliano
Data di uscita14 set 2017
ISBN9788822713261
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    Anteprima del libro

    Le incredibili curiosità di Milano - Gian Luca Margheriti

    Eco

    PREFAZIONE

    Io odio Gianlucamargheriti.

    Oddio, forse odiarlo no, io sono ossessionato da Gianlucamargheriti.

    No, ripensandoci, io odio davvero Gianlucamargheriti.

    Quando mi ha proposto di scrivere la prefazione al suo nuovo lavoro, ho accettato di buon grado perché, essendo lui ignaro del mio diabolico piano, non sa che userò questo spazio per boicottarlo e sobillare il popolo contro Gianlucamargheriti.

    Perché odio Gianlucamargheriti?

    Perché Gianlucamargheriti è bello, colto, affabile, perché ogni libro di Gianlucamargheriti è un’esplosione di informazioni curiosità e misteri su Milano, perché ogni conferenza di Gianlucamargheriti ti prende e ti porta per mano facendoti camminare per via Torino nel 1500 o ti fa mescolare la malta per cementare i mattoni di un lavatoio o ti fa dialogare con mago Merlino alla corte degli Sforza.

    Insomma, io odio Gianlucamargheriti perché ti fa sentire inadeguato.

    Spiego: tu stai camminando per Milano con tua moglie e tua figlia, quando ti ritrovi per caso in un angolo bellissimo della città e loro, con gli occhi ancora pieni di meraviglia, ti guardano e ti chiedono: «Chissà cosa direbbe Gianlucamargheriti di questo posto?».

    E tu sui libri di Gianlucamargheriti hai letto di questo posto, e tu hai sentito Gianlucamargheriti raccontare di questo posto, ma in quel preciso momento non ricordi nulla e ti chiudi in un laconico «Mah».

    Così insaccocci le tue inadeguatezze e tornando a casa decidi di fare l’unica cosa possibile per la tua felicità: non portare mai più tua moglie e tua figlia a spasso per Milano.

    Visiteremo insieme Venezia, Roma, Firenze, Parigi, con la certezza di non trovare sul nostro cammino un altro Gianlucamargheriti.

    Pericolo scampato.

    Così ti trovi da solo a camminare per Milano, senza questo enorme fardello che ti attanaglia, quando resti stupito da un angolo che scorgi per caso e non avevi mai visto e immediatamente pensi: Chissà cosa direbbe Gianlucamargheriti di questo posto?.

    E in quel momento capisci.

    Capisci che il male va estirpato alla radice.

    amici, vi prego, esiliate Gianlucamargheriti da Milano, confinatelo in un luogo ameno e grazioso come Busto Garolfo, Caronno Pertusella o Cernusco Lombardone.

    Fatelo per le vostre famiglie.

    Fatelo per voi.

    Ma forse è già tardi.

    Se state sfogliando questo libro, indecisi sull’acquisto, siete già stati contagiati e dunque mi restano poche righe per immolarmi in un estremo tentativo di salvezza.

    Quindi ascoltate quest’ultimo disperato appello: amici, non comprate questo libro!

    Anzi, amici, non comprate nessun libro, non leggete nulla di nulla!

    Solo l’ignorantezza ci potrà salvare.

    Cosa c’è di più bello che camminare in una città con la leggerezza di chi non sa nulla sulla storia della stessa? Muoversi libero ignorando chi secoli prima ha calpestato quelle strade?

    Cosa c’è di più bello che guardare un dipinto senza conoscere l’ardore e la sofferenza che hanno spinto l’artista a crearlo?

    Cosa c’è di più bello che arrivare davanti ad una cattedrale e pensare: Sì ma è solo una chiesa e io in chiesa non ci entro!.

    amici non leggete!

    amici non comprate libri!

    Hasta l’ignorantezza siempre!

    Perché se solo cedete, anche solo per un attimo, al lato oscuro della voglia di conoscere, siete fottuti.

    Per sempre.

    Non cedete.

    Perché così facendo finireste in una spirale maledetta che vi spingerà a voler leggere sempre di più, a sentire quella implacabile sete del voler conoscere sempre più cose.

    Non è curiosità, è qualcosa di più subdolo (sin dall’inizio dell’introduzione sognavo di usare la parola subdolo, perché mi fa impazzire l’idea di accostare la b e la d senza vocali in mezzo).

    È qualcosa che vi spingerà a rinunciare alla nuova cover dello smartphone per acquistare un altro libro o peggio ancora sareste spinti ad entrare, spontaneamente, in un museo e forse chiedere addirittura un audioguida.

    amici i libri occupano spazio e accumulano polvere, sono dannosi per la salute!

    amici salvatevi, non cadete nel tranello teso da tutti questi Gianlucamargheriti in agguato in ogni angolo, perché correte il rischio di ritrovarvi, in brevissimo tempo e vostro malgrado, ad essere voi stessi dei Gianlucamargheriti.

    E io odio Gianlucamargheriti, ma ho tempo per odiarne uno solo, non fate scherzi.

    Carlo Negri

    1. La Statua della Libertà tra Milano e New York

    La Statua della Libertà si trova a New York. E a progettarla fu un architetto francese, Frédéric-Auguste Bartholdi. Il sostegno interno della struttura fu ideato da un altro francese, Gustave Eiffel. E allora cosa c’entra la Statua della Libertà con Milano?

    Per capirlo è necessario andare a dare un’occhiata alla facciata del Duomo. Ai margini della balaustra della balconata che si trova sopra al portale maggiore ci sono due statue che assomigliano in maniera impressionante a Lady Liberty (l’affettuoso nomignolo che i newyorkesi danno alla loro amata statua). Le sculture sono però molto più vecchie del simbolo della Grande Mela. Ma procediamo con ordine.

    Si dice che lo scultore Frédéric-Auguste Bartholdi ebbe l’idea di una gigantesca statua dedicata alla libertà nel 1865, durante una cena a casa dello scrittore e politico Edouard René de Laboulaye. Proprio de Laboulaye, seduto a tavola, cominciò a parlare della recente guerra di secessione americana e di come, secondo lui, sarebbe stato bello creare un monumento che, oltre a ricordare la lotta per la libertà intrapresa da quel popolo, dimostrasse l’amicizia e l’affetto reciproco che legava americani e francesi. Ispirandosi al Colosso di Rodi, Bartholdi cominciò a riflettere in maniera più concreta sulla sua idea, coinvolgendo lo stesso de Laboulaye.

    I primi problemi da risolvere erano di ordine tecnico. Nella mente di Bartholdi infatti stava già prendendo forma una statua colossale (per l’epoca), un titano in grado di raddoppiare l’altezza della statua più alta mai realizzata: il Colosso di San Carlo di Arona (che tutti chiamano San Carlone). Lady Liberty avrebbe dovuto essere alta 46 metri, ben più del doppio dei 20 metri del San Carlo che domina il Lago Maggiore.

    Fortunatamente a questo punto entrò in scena l’ingegner Gustave Eiffel, non ancora famoso in tutto il mondo, visto che la sua celebre torre sarebbe nata solo alcuni anni dopo la Statua della Libertà. Fu proprio Eiffel a risolvere i problemi strutturali di un’opera così alta, allontanandosi dall’originaria idea di un’ossatura interna in mattoni a favore di uno scheletro a struttura reticolare. Ma il vero tocco di genio fu l’idea di creare un collegamento elastico tra la struttura di rivestimento e l’armatura interna, così che la statua potesse sfogare tutte le tensioni che si creavano per le differenti dilatazioni termiche della parte esterna (più sollecitata al caldo d’estate e al freddo d’inverno) rispetto a quella interna (che mantiene temperature più stabili). Inoltre, una struttura più malleabile avrebbe anche assecondato i capricci del vento senza spezzare la statua.

    Ora che tutti i problemi tecnici erano stati risolti, era arrivato per Bartholdi il momento di progettare la statua vera e propria. L’idea di fondo era quella di realizzare un’effigie della Libertas, la dea romana che personificava la libertà, con una torcia in una mano e una tabula ansata (una tavoletta incisa, caratterizzata da un ornamento a coda di rondine), a rappresentare la legge, nell’altra. L’opera finita si sarebbe intitolata La libertà che illumina il mondo.

    La prima ispirazione dello scultore francese fu probabilmente la più famosa immagine della libertà, quella dipinta da Eugène Delacroix nel celebre quadro esposto al Louvre, La libertà guida il popolo. Bartholdi aveva però bisogno di un’ispirazione un po’ più chiara per comporre la sua opera. Fu allora che entrò in gioco la città di Milano, uno dei luoghi favoriti dallo scultore francese.

    Mentre Bartholdi si trovava a Milano per l’ennesima vacanza, fu folgorato dalle sculture della facciata del Duomo. A colpirlo furono in particolare le figure femminili che adornano il grande balcone sopra alla porta principale. Si tratta di due opere marmoree di Camillo Pacetti, uno scultore di Roma che a lungò insegnò all’Accademia di Brera e che viene ricordato soprattutto per aver scolpito alcuni dei rilievi che ornano l’Arco della Pace che si trova in cima a corso Sempione. Nel 1810 Pacetti fu invitato a dare il suo contributo anche alla cattedrale di Milano. Per il Duomo lo scultore realizzò due statue. Se le osservate con attenzione la somma di queste due opere è a tutti gli effetti la Statua della Libertà. La statua di sinistra ha il braccio alzato esattamente come la statua newyorkese, mentre quella di destra regge una stele in maniera molto simile alla statua di Bartholdi. Impressionante anche la corona della statua di sinistra, che nella Libertà americana ha soli sette raggi che rappresentano i sette mari. Simile anche la posizione dei piedi, che a New York calpestano una catena simbolo dell’oppressione dei popoli.

    L’unica ispirazione non milanese della Statua della Libertà fu il volto: Bartholdi decise infatti di ritrarvi l’amata madre Charlotte.

    Apportati tutti i disegni preparatori, la costruzione della statua vera e propria iniziò solo nel 1877. Per prima cosa Bartholdi realizzò il volto della statua e la grande torcia retta dalla mano destra. Era una sorta di mossa di marketing, diremmo oggi: infatti i due colossali pezzi di Lady Liberty furono esposti all’Esposizione Centenaria di Philadelphia e all’Esposizione Universale di Parigi per cominciare a far parlare i giornali della nuova statua e agevolare così la raccolta fondi necessaria alla costruzione del monumento.

    Alla fine la statua fu interamente realizzata e assemblata in Francia, poi smontata, divisa in quasi duemila casse e trasportata via nave fino a New York. Nell’agosto del 1884 Lady Liberty approdò sulle coste della piccola Bedloe’s Island, in seguito ribattezzata Liberty Island. Il monumento fu terminato nell’ottobre del 1886, con dieci anni di ritardo rispetto alle celebrazioni del primo centenario dell’Indipendenza degli Stati Uniti, occasione per la quale era stato progettato.

    Il primo modello che Bartholdi realizzò della sua Statua della Libertà, una piccola Lady Liberty alta appena una decina di metri, oggi si trova ancora a Parigi, sull’isola Aux Cygnes, vicino al ponte Grenelle, a poche decine di metri da dove lo scultore aveva il suo laboratorio. La statua è rivolta verso l’Oceano Atlantico come se guardasse in direzione della sua sorellona.

    Una curiosità: il giorno dell’inaugurazione, a tutti i presenti furono distribuite delle miniature della Statua della Libertà realizzate dalla ditta francese Gaget, Gauthier & Co. Vista la difficoltà per i newyorkesi di pronunciare il nome Gaget, fu inventata, per identificarli, la parola «gadget», che oggi fa parte non solo della lingua inglese ma anche della nostra.

    Le statue realizzate da Camillo Pacetti per la facciata del Duomo. Foto di Giovanni Dall'Orto (pubblicata su licenza Creative Commons).

    2. La statua di San Napoleone

    Nel corso della sua lunga vita, spesso la storia di Milano si è incrociata con quella della Francia. Uno dei momenti più significativi di questo intreccio riguarda senza ombra di dubbio l’arrivo di Napoleone Bonaparte a Milano.

    Napoleone fa il suo ingresso trionfale in città il 15 maggio del 1796. È ancora un giovane e abile generale che, alla testa delle truppe dei rivoluzionari francesi, ha sgombrato parte dell’Italia dagli austriaci e preso il controllo di Milano che, dopo pochi mesi, sarà nominata capitale della Repubblica Cisalpina.

    Qualche anno dopo, nel 1804, Napoleone viene prima incoronato imperatore dei francesi e poi si autoincorona re d’Italia. La cerimonia si svolge a Milano, in Duomo, il 26 maggio 1805. È allora che avviene uno degli episodi più celebri e significativi della vita di Napoleone, quando l’imperatore afferra la Corona Ferrea e se la pone in capo da solo pronunciando la celebre frase: «Dio me l’ha data, guai a chi la tocca». Il sontuoso mantello verde che il francese indossa in quell’occasione, insieme allo scettro che stringe in pugno, sono oggi esposti in una teca del Museo Civico del Risorgimento. La Corona Ferrea, usata per l’incoronazione, è invece custodita nel Duomo di Monza.

    A Milano, città che Napoleone considera per importanza seconda solo a Parigi, l’imperatore francese lascia notevoli tracce del suo passaggio; a lui si devono innumerevoli edifici cittadini tra cui è giusto ricordare l’Arena Civica e l’Arco della Pace. Ma Napoleone desidera anche magnificare la sua grandezza di uomo e di statista facendosi erigere una statua.

    A compiacere questo suo desiderio pensa Eugenio de Beauharnais, viceré d’Italia, nonché figlioccio dello stesso Napoleone, che nel 1807 incarica Antonio Canova di realizzare una monumentale statua che celebri l’imperatore. Lo scultore veneto realizza allora un possente originale in marmo, oggi conservato alla Apsley House della Wellington Collection di Londra, da cui, nel 1811, Francesco e Luigi Righetti fondono la statua in bronzo. Nel monumento un Napoleone dal fisico scultoreo è ritratto nudo come Marte Pacificatore.

    Va detto che Napoleone odia a morte questa statua. A mandarlo in bestia è anzitutto la nudità. Nonostante la passione per l’antichità classica, Napoleone predilige i ritratti in abiti contemporanei e non le rappresentazioni ispirate alla mitologia. Ma per l’imperatore ancora più fastidiosa è la piccola Vittoria alata che il suo simulacro stringe tra le mani: pare infatti che gli stia sfuggendo e che lui riesca, solo a stento, a trattenerla. Cosa che noi, maliziosi, possiamo vedere come un’anticipazione di quello che effettivamente sarebbe accaduto dopo una manciata di anni, nel 1814, quando Napoleone avrebbe perso il suo impero e sarebbe stato esiliato sull’isola d’Elba.

    L’idea iniziale è di collocare la statua davanti al Senato del Regno; il palazzo che lo ospitava esiste ancora oggi e si trova, guarda caso, in via Senato. Dato lo scarso entusiasmo del soggetto ritratto si decide però di aspettare e alla fine, dopo la caduta di Napoleone, la statua finisce in uno dei magazzini di Brera. A partire dal 1859 il monumento è collocato all’interno del cortile progettato da Francesco Maria Richini che fa da ingresso all’edificio di Brera, luogo dove ancora oggi è possibile ammirarla. All’interno della Pinacoteca di Brera è possibile inoltre vedere una copia in gesso realizzata dallo stesso Canova dell’originale statua di marmo.

    Ma quella di Brera non è l’unica statua cittadina che aveva il compito di glorificare la grandezza di Napoleone. L’imperatore infatti ne vuole una nientemeno che in Duomo. Tra le tante opere che ha fatto per abbellire la città di Milano e renderla una delle più belle d’Europa, Napoleone vanta anche l’impegno per far avere al Duomo una facciata. La grande chiesa di Milano è ancora lontana dall’essere terminata, ma la mancanza di una facciata disturba l’imperatore che quindi sveltisce le pratiche per far approvare un progetto, quello di Carlo Amati, e far cominciare i lavori della facciata, che viene effettivamente terminata nel 1813. In cambio di questo suo impegno nei confronti della cattedrale cittadina Napoleone pretende di essere rappresentato tra i santi che ornano le sue guglie.

    La situazione per l’ente che sovraintende ai lavori di costruzione del Duomo, la Veneranda Fabbrica, si fa complicata. Le guglie sono riservate ai santi e non ai potenti, e non esiste nessun santo di nome Napoleone da ritrarre in una guglia con le fattezze del nuovo imperatore. A risolvere la questione ci pensa lo scaltro vescovo di Milano, Giovanni Battista Caprara. È lui che scopre che tra i martiri di Alessandria d’Egitto, che si celebrano il 2 maggio, accanto ai santi Saturnino, Germano e Celestino, c’è anche un Neopolo. Il nome del santo è così simile a quello dell’imperatore che non ci vuole molto a ribattezzarlo san Napoleone e a dedicargli anche una festa, il 15 agosto, guarda caso giorno di nascita dell’imperatore. Nel 1811 una statua scolpita da Giuseppe Fabbris di san Neopolo o san Napoleone, come preferite, con un volto che ricorda molto da vicino quello di Napoleone Bonaparte, viene issata su una guglia del Duomo, quella identificata dalla sigla G91, sita all’altezza della terrazza centrale verso il lato che volge su Palazzo Reale. Lo stesso luogo dove potete ammirarla ancora oggi.

    Una curiosità: tra i cimeli di Napoleone rimasti in città, oltre al mantello e allo scettro di cui abbiamo già parlato, non si possono non citare i guanti bianchi che l’imperatore indossava durante la disastrosa battaglia di Waterloo e che sono conservati alla Biblioteca Ambrosiana. Più strano è invece il cimelio napoleonico in possesso della Collezione Anatomica della Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi Milano. Passeggiando tra i corridoi della Facoltà di Veterinaria infatti, in mezzo a una serie di preparati di animali che appartenevano al Gabinetto di Anatomia del xix secolo, spicca in particolare lo scheletro di un cavallo. Il cavallo era di proprietà di Napoleone Bonaparte che lo montò durante la Campagna d’Egitto. Al termine della campagna, l’animale fu donato a Eugenio de Beauharnais che lo portò a Milano dove morì all’età di trent’anni. I resti del cavallo furono poi regalati all’anatomico Luigi Leroy, che si occupò di prepararlo per l’esposizione in un periodo compreso tra il 1810 e 1812.

    Napoleone, l'artigliere còrso in grado di conquistare quasi tutta l'Europa e di imporsi come imperatore con il suo genio tattico-strategico, nel celebre ritratto di Jacques-Louis David.

    3. Le celebrità del Duomo

    A ben guardare la statua del fantomatico san Napoleone non è l’unica stranezza ospitata tra la selva di guglie che compongono il Duomo di Milano. Per trovarne altre bisogna fare una passeggiata sul tetto della cattedrale. Una volta goduto appieno dello splendido panorama sulla città e respirata fino in fondo questa incredibile architettura gotica in cui si avverte già il Settecento, bisogna voltare le spalle alla Madonnina e rivolgere lo sguardo verso la parte retrostante del culmine della facciata. Qui bisogna guardare in alto, in corrispondenza delle due uscite. Ci troveremo così davanti ad alcune rappresentazioni che indubbiamente non hanno nulla di sacro.

    Si tratta di quattro pugili che, a coppie, combattono. Non ci si può sbagliare nel riconoscerli. Sono a torso nudo e in calzoncini e, con i guantoni sulle mani, se le suonano di santa ragione. Sono sculture realizzate nel corso degli anni Venti, in piena epoca fascista, per glorificare i miti sportivi di quel periodo. Oggi si ricordano solo i nomi di due di quei quattro sportivi: uno è Erminio Spalla, primo pugile italiano a conquistare il titolo di campione europeo, poi diventato famoso anche come attore e cantante lirico. L’altro è Primo Carnera, celebre non solo per essere stato il primo italiano a vincere il titolo mondiale dei pesi massimi, ma anche per essere stato uno dei simboli del pugilato mondiale tra gli anni Venti e gli anni Trenta.

    Continuando l’ispezione in quella stessa zona ci si imbatte in una serie di volti. Il più riconoscibile è senza dubbio quello del maestro Arturo Toscanini. Più curioso è invece il volto con la capigliatura riccioluta; la forma della mascella sporgente e volitiva lasciano intuire che si trattasse di un ritratto di Benito Mussolini a cui qualcuno, dopo la fine del regime, ha voluto nascondere la pelata per rendere meno offensiva la sua presenza sulla cima di un edificio sacro. Lo stesso Mussolini lo ritroviamo un po’ più in là, ritratto in coppia con il re Vittorio Emanuele iii, esattamente nello stesso modo in cui, in epoca fascista, i due si trovavano effigiati sui francobolli.

    Come se non bastasse, nello stesso punto si trovano diversi fasci littori, un elmo romano e un fez, tutti simboli del regime mussoliniano. Accanto però ci sono anche immagini che rappresentano lo sport come delle racchette da tennis, una palla da rugby e l’attrezzatura per andare in montagna.

    Se questa ubriacatura di strane statue ancora non ci basta, allora è il momento di tornare ai piedi dell’edificio e percorrerne il perimetro con la testa all’insù, ammirandone la struttura e le statue dal basso. È questo il modo migliore per apprezzare la cattedrale, perché, come ricorda lo storico dell’arte Philippe Daverio: «Il mirabile edificio non va percepito da lontano come in una boccia di vetro ma va ammirato dal sotto quando raggiunge la sua massima capacità espressiva, come se ancora esistessero le anguste strade di una volta».

    Il basamento della cattedrale è fatto di serizzo grigio. La parte in pietra termina con una sorta di gradino oltre il quale comincia il marmo di Candoglia, con il suo caratteristico colore bianco rosato. La parte bassa in marmo forma una specie di secondo basamento che è concluso da una serie di archetti che poggiano su una serie di teste, busti e mascheroni che corrono tutto intorno all’edificio.

    La passeggiata intorno al Duomo tenendo gli occhi incollati su questa serie di sculture è un incredibile viaggio nella storia del ritratto e della caricatura. Se si escludono i simboli degli evangelisti, più volte ripetuti con forme e stili diversi, tutti gli altri sono ritratti di persone reali che ricostruiscono uno spaccato della società a partire dal Cinquecento per arrivare fino all’Ottocento. La prima caratteristica che salta agli occhi sono le acconciature e i copricapi, tutti diversi tra loro e chiara espressione del periodo storico a cui appartengono.

    La Veneranda Fabbrica affidava un certo tratto di edificio a un gruppo di scultori e poi li lasciava liberi di rappresentare quello che più ritenevano corretto. Così ci troviamo davanti a vergini avvolte in bende monacali, frati nascosti sotto ai loro cappucci e canonici dai visi paffuti e soddisfatti. Qualche scultore, più polemico, ha rappresentato dei re con la faccia inferocita, o pasciuti dottori dai volti ben poco rassicuranti. Ma non solo: nel lato che volge verso la Rinascente, un anonimo scultore ha voluto rappresentare una teoria di ladri e furfanti seicenteschi, tutti con il berretto e il ciuffo sull’orecchio, esattamente come sono descritti ne I promessi sposi.

    Proprio a quelle facce delinquenziali è legata una curiosa leggenda. Si racconta che uno scultore salvò una fanciulla dalle persecuzioni di uno dei brutali sgherri del Capitano di Giustizia cittadino. L’artista volle immortalare il suo gesto ritraendo tra le statue del Duomo il candido volto della ragazza e il brutto muso del delinquente. Purtroppo il suo volto schiacciato, con i baffi spioventi e lo sguardo torvo, fu facilmente riconosciuto dall’uomo e dai suoi compagni che poterono così accusare lo scultore per la sua impertinenza e farlo gettare in una delle prigioni più buie e nascoste della città da cui probabilmente uscì solo dopo essere stato sottoposto a qualche inumano trattamento.

    Ma non sono solo volti umani quelli che si trovano intorno al Duomo. Ci sono teschi, che un qualche scultore di aperte vedute ha rappresentato con la corona in testa per dire che la morte è la grande livellatrice che fa diventare i poveri uguali ai ricchi. E poi, ancora, ci sono animali di ogni genere e specie: orsi, civette, agnelli, cani di ogni razza possibile e immaginabile, fino ad arrivare a un gatto che tiene un topolino in bocca, simbolo universale del più forte e astuto che divora il più debole e ingenuo.

    Un’ultima curiosità. Girando attorno al Duomo vi sarete indubbiamente accorti di una stranezza: sul versante meridionale della struttura, quello che affaccia su Palazzo Reale, esiste una porta d’ingresso laterale; ma lungo il fianco settentrionale, dove si trova la Rinascente, al culmine opposto del transetto, la porta laterale non c’è. Non fu sempre così. Un tempo il Duomo aveva entrambi gli ingressi laterali. Si era però diffusa un’usanza fastidiosa, che era quella di adoperare le due porte come passaggio per evitare di girare intorno all’edificio. Non era strano quindi incrociare davanti all’altare donne con le ceste cariche delle merci comprate al mercato o uomini con in mano galline chioccianti e anatre starnazzanti. Addirittura si arrivò a passare all’interno del Duomo con muli o cavalli carichi di mercanzia per il Verziere. A interrompere l’irrispettosa usanza fu il cardinale Carlo Borromeo, che per far cessare il fastidioso viavai di gente fece murare la porta settentrionale e posizionare al suo posto un altare dedicato alla Madonna dell’Albero.

    4. Un mercante di schiave in Duomo

    Nella navata destra del Duomo c’è un monumento funebre molto importante per la storia della cattedrale, quello di Marco Carelli. Un’iscrizione latina dice questo di lui: «Marco, detto dei Carelli, riposa in quest’urna ammirata. Grande devoto tuo, santissima Vergine Maria, donò alla Fabbrica della chiesa più di 35.000 ducati. Abbia tu misericordia della sua anima. Il signor Marco morì il 18 settembre del 1394».

    Il monumento funebre a lui dedicato è un capolavoro dell’arte. La parte inferiore è divisa in nicchie tra loro separate da gugliette che ricordano la struttura gotica del Duomo. In ogni nicchia c’è una statua: quattro rappresentano gli evangelisti e altre quattro i dottori della Chiesa. Nella parte superiore del monumento si trova la statua di Marco Carelli, ritratto sdraiato. Il suo capo è coperto da un grosso berretto e il corpo rivestito di una lunga veste detta opelanda, un tipo di zimarra (un soprabito) molto in voga alla sua epoca. Dalla veste sbucano i piedi, che sono avvolti in un drappo, mentre le mani, con indosso lunghi guanti, sono congiunte sulla parte bassa del busto e stringono l’impugnatura di una grossa spada. A colpire è in particolare il volto dall’espressione serena e allo stesso tempo decisa. La scultura che ritrae Marco Carelli potrebbe essere opera di Filippino da Modena, mentre il resto del monumento è di Jacopino da Tradate.

    Marco Carelli, mercante milanese, poco prima della morte aveva donato alla Fabbrica del Duomo la cifra pazzesca per l’epoca di 35.000 ducati. Non si trattava solo di denaro liquido, ma di innumerevoli beni come poderi, case e merci che la Fabbrica, nel corso degli anni, vendette per ricavarne il denaro necessario alla costruzione della cattedrale.

    Come dimostra un documento notarile del gennaio del 1393, firmato dal notaio Primolo da Venzago, il mercante consegnò la sua eredità alla Fabbrica prima della morte in cambio di una rendita annua ragionevole a consentirgli di vivere agiatamente gli ultimi anni. D’altronde, nonostante i due matrimoni, Marco Carelli era rimasto senza eredi diretti.

    Carelli morì a Venezia nel 1395. La Veneranda Fabbrica del Duomo si occupò di andare a recuperare il corpo e lo fece traslare a Milano con solennità degne di un reggente. Gli fu subito dedicato il monumento, che fu prima collocato nel camposanto che si trovava oltre l’abside della nuova cattedrale e che, una volta terminata quella parte della chiesa, fu poi traslato nel punto in cui lo vediamo oggi.

    La Veneranda Fabbrica non riservò un trattamento del genere al Carelli perché aveva qualche particolare simpatia per il mercante. Lo fece esclusivamente, come si diceva allora, pro bono exemplo, per dare il buon esempio, nella speranza che una traslazione in pompa magna e una sepoltura così sfarzosa avrebbero convinto altri ricchi milanesi a fare lasciti testamentari di quella incredibile portata.

    Insomma, non ci sarebbe niente di male nel lasciar riposare in Duomo uno dei suoi massimi benefattori. Almeno finché non si approfondisce la biografia di questo Marco Carelli. Carelli, come già detto, era un mercante. Ricco, ricchissimo, così ricco da arrivare a prestare denaro anche ai potenti di Milano: ne prestò ad esempio a Regina della Scala, moglie di Bernabò Visconti.

    Il denaro di Carelli arrivava dal suo lavoro, che consisteva nell’importare merci da ogni angolo del mondo per poi farle approdare al porto di Venezia. Da lì raggiungevano tutto il ducato di Milano: pepe, tessuti, lana, metalli, tinture colorate, cibi esotici, vini, bestiame e, soprattutto, schiavi. Spulciando nei suoi carteggi si viene a sapere che buona parte del suo commercio era incentrato non tanto su schiavi maschi, ma sulle donne, in particolare quelle di età giovanissima. Si trattava per lo più di ragazze provenienti dai paesi slavi (il termine schiavo deriva proprio da slavo, zona di provenienza della maggior parte degli schiavi italiani) di pelle bianca, prevalentemente di origine russa o tartara. Tutte bellissime, sane e «garantite contro il mal caduco», che sarebbe l’epilessia, come riportano i suoi registri, che venivano poi vendute per 30 ducati l’una ai giovanotti milanesi che in qualche caso arrivavano addirittura a sposarle.

    Altra cosa che si evince dai documenti è che molte di queste schiave molto giovani e molto belle erano per suo diletto personale. Carelli amava circondarsi di molte donne, tutte giovanissime, che una volta diventate troppo adulte per il suo sollazzo venivano liberate con una ricca dote in modo che non faticassero a trovare marito in città.

    Così, quando il marito passò a miglior vita, Flora Liprandi, vedova di Marco Carelli, si ritrovò la casa piena di giovani concubine senza arte né parte, e fu costretta a implorare la Veneranda Fabbrica del Duomo di restituirle parte del denaro del marito così che potesse aiutare economicamente le ragazzine.

    E la Chiesa? La Chiesa era perfettamente d’accordo con l’attività di Marco Carelli. Per i cristiani dell’epoca la schiavitù, anche quella sessuale, pure nei confronti delle più giovani, era più che accettabile, anche se era preferibile – ma non indispensabile – che fosse applicata a individui non battezzati, meglio ancora se pagani o musulmani. Per lo stesso motivo la Chiesa sosteneva che era preferibile affidare il commercio degli schiavi agli ebrei, ma che nel complesso la pratica non era da disdegnare. D’altronde tra i testi dei padri della Chiesa si trovano spesso affermazioni che la giustificano. Per san Pietro la schiavitù è una «fonte di sofferenza gradita a Dio e quindi salvifica», per sant’Agostino una «giusta sentenza di Dio ai peccatori» e per san Tommaso «una diretta conseguenza del peccato originale».

    Una curiosità: quando si mise mano alla prima guglia del Duomo, sulla sua cima si stabilì di ritrarre san Giorgio in abiti militareschi. Perché proprio san Giorgio, vi chiederete. Come già abbiamo visto per il caso di Napoleone, anche questa insolita scelta fu un escamotage della Veneranda Fabbrica per ospitare in un luogo di santi il ritratto di un personaggio politico, il duca Gian Galeazzo Visconti, il cittadino milanese che più di ogni altro si era impegnato per far erigere la meravigliosa cattedrale. Ma è a Marco Carelli che si decise di intitolare la guglia del Visconti, perché fu costruita utilizzando parte del suo lascito testamentario. Ancora oggi quindi la prima guglia che si incontra una volta arrivati sulle terrazze del Duomo, la più antica della cattedrale, quella meno alta delle altre ma con la struttura più robusta e la base quadrata, da tutti è chiamata guglia Carelli.

    La tomba di Marco Carelli nel Duomo. Fotografia di Carlo Dell’Orto (pubblicata su licenza Creative Commons).

    5. Tutte le Madonnine di Milano

    Ovvio che, parlando del Duomo, non si può tralasciare il suo simbolo più famoso: la Madonnina.

    La Madonnina anzitutto non è per niente –ina. Si tratta infatti di una statua alta la bellezza di 4 metri e 16 centimetri. Nei progetti iniziali del Duomo, sulla cima della guglia più alta, avrebbe dovuto esserci la figura di Dio seduto su un trono ma con il trascorrere dei secoli questa idea fu abbandonata e nel Settecento si affermò con decisione la volontà di posizionare, sulla cima della cattedrale, un’immagine della Madonna Assunta.

    Al modesto ma concreto architetto Francesco Croce fu affidato il compito di progettare e realizzare la guglia più alta, quella della Madonnina. Mentre i lavori procedevano alacremente, fu incaricato lo scultore Giuseppe Perego di realizzare una statua che rappresentasse la Vergine con uno stile neo-cinquecentesco. In seguito intervenne l’orafo Giuseppe Bini per modellare la scultura del Perego in rame sbalzato e dorato.

    La statua fu innalzata sulla guglia più alta della cattedrale in una notte del tardo 1774. Non si fece molta pubblicità all’evento e non si conservò memoria di quella data precisa, forse perché allora nessuno immaginava che quella Madonnina sarebbe diventata non solo il simbolo della chiesa che si stava costruendo, ma anche uno dei simboli della città di Milano. Da quel 1774 la Madonnina veglia su Milano dalla cima della sua guglia, e da quel 1774 i milanesi si volgono a lei in cerca di conforto con pochi periodi di interruzione, uno dei quali risale alla seconda guerra mondiale, quando la statua fu completamente avvolta in pesanti teli scuri per evitare che fosse visibile dal cielo e facesse da indicazione per i bombardieri che sorvolavano la città.

    La Madonnina, Madonina come la chiamano i milanesi, è una figura così iconica e fondamentale che quella ospitata sulla cima della guglia più alta del Duomo non è l’unica presente in città. Ad esempio, chi ha fatto un giro all’Expo del 2015 non ha potuto non vederne una copia perfetta, delle stesse dimensioni, realizzata per conto della Veneranda Fabbrica del Duomo dalla Fonderia Nolana Del Giudice. L’ente laico che oggi gestisce la cattedrale ha voluto realizzarne una copia per permettere ai visitatori di Expo di accostarsi a questo simbolo così forte di Milano. Al termine dell’Esposizione Universale, la Madonnina è stata riportata più vicina alla sua sorella più vecchia. Oggi infatti si trova in Duomo dove milioni di turisti ogni anno la possono ammirare con il suo luccicante oro che si mescola alla luce multicolore che filtra dalle vetrate istoriate creando, in quell’angolo della cattedrale, un’atmosfera di profonda emozione.

    Ma altre sono le Madonnine che hanno il compito di vegliare sui milanesi. Per scoprirle dobbiamo tornare con la memoria al periodo fascista. Mussolini, nativo di Predappio ma molto legato alla città di Milano, in cui aveva costruito la sua fortuna giornalistica prima e politica dopo, e in cui era nato il partito fascista, durante il Ventennio si interessò sempre molto delle sorti della città meneghina. Per sua volontà, ad esempio, nei primi anni Trenta fu promulgata una legge che, per rispetto alla Madonnina, impediva a qualunque edificio di superare in altezza la più alta guglia del Duomo che era allora anche il punto più alto di tutta la città.

    La disposizione voluta da Mussolini fu pedissequamente osservata e l’edifico più alto costruito durante il fascismo fu la Torre Littoria. La Torre, che dopo il sapiente intervento di restauro sponsorizzato dalla fabbrica che produce il celebre Fernet oggi è chiamata Branca, fu progettata da Gio Ponti con la collaborazione di Cesare Chiodi ed Ettore Ferrari, per cercare di far ottenere a Milano la possibilità di ospitare l’Esposizione Internazionale Triennale delle Arti Decorative e Industriali Moderne. Mentre il pittore Mario Sironi realizzava sei grandi archi temporanei, Ponti, Chiodi e Ferrari, nel tempo record di 68 giorni, innalzavano questa incredibile struttura in tubi d’acciaio che culmina in una grande terrazza panoramica che all’epoca ospitava un ristorante. L’altezza della Torre è di 108 metri. La scelta degli architetti fu limitata dalla legge di Mussolini: la Madonnina si trovava esattamente a 108,5 metri; la Torre fu quindi fermata mezzo metro prima di superare la sua altezza.

    Con la fine della guerra e la nascita della Repubblica, tutte le leggi volute da Mussolini decaddero, ma a Milano il limite dei 108,5 metri continuò a sembrare insuperabile. Il più celebre edificio degli anni Cinquanta, la Torre Velasca, progettata dagli architetti dello studio bbpr, composto da Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressuti ed Ernesto Nathan Rogers, si ferma a 106 metri di altezza. Insomma, anche quello che è uno degli edifici più belli e identificabili dello skyline milanese, con la sua caratteristica forma a fungo, non supera in altezza la Madonnina.

    Ma Milano, città simbolo del boom economico del dopoguerra, non poteva certo rimanere a guardare con le mani in mano il resto del mondo in cui grattacieli sempre più alti venivano costruiti. I rubanuvole, così chiamavano i grattacieli i milanesi prima che la letterale traduzione del termine inglese prendesse piede, erano ormai una realtà sempre più affermata. A occuparsi della distruzione del record d’altezza della Madonnina ci pensò, nel 1961, il solito Gio Ponti che insieme a Egidio dell’Orto, Antonio Fornaroli, Alberto Rosselli, Giuseppe Valtolina, Arturo Danusso e Pierluigi Nervi progettò il Pirellone, uno dei grattacieli che ancora oggi viene annoverato tra i più belli del mondo.

    La commessa arrivava dai fratelli Piero e Alberto Pirelli, che volevano un gigantesco palazzo che sostituisse lo stabile degli uffici della loro fabbrica di pneumatici che erano stati completamente distrutti durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Ponti progettò un edificio di cemento e vetro caratterizzato da rastremature laterali che, nel disegno delle finestre, richiamano proprio la scolpitura tipica di uno pneumatico. Il titano della famiglia Pirelli si arrampicava nel cielo milanese per trentatré piani, che in metri sono 127, che all’epoca ne facevano il secondo edificio più alto d’Europa dopo il Canary Wharf di Londra, ma soprattutto il primo edificio milanese a battere in altezza la Madonnina.

    Ovviamente non c’erano più leggi o regolamenti comunali che impedivano di superare la più alta guglia del Duomo, eppure i fratelli Pirelli, in