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Colosseum

Colosseum

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Colosseum

Lunghezza:
608 pagine
18 ore
Pubblicato:
5 apr 2017
ISBN:
9788822706713
Formato:
Libro

Descrizione

Ai primi posti delle classifiche spagnole
Un grande romanzo storico

Roma, 70 d.C. Dopo un lungo periodo di rivolte e cospirazioni, Vespasiano, ormai imperatore, ha intenzione di garantire un periodo di pace alla capitale dell’impero. La grandezza del suo disegno deve essere degnamente mostrata ai sudditi e per farlo serve la costruzione di un nuovo monumento. La scelta cade sul progetto di Callicrate, un architetto geniale di origini greche: un anfiteatro sarà il palcoscenico più grande di sempre per celebrare la civiltà romana. L’aristocrazia, però, tra cui spicca la principessa ebrea Giulia Berenice, non intende utilizzare i tesori conquistati a Gerusalemme per finanziare i costi del lungo lavoro. La casta patrizia cerca di screditare Callicrate con ogni mezzo, facendo leva sul suo punto debole: le sue figlie. Ma l’architetto ha dalla sua parte un sostegno importante, quello di Vespasiano. Non solo la pietra e il marmo ma anche il sangue, l’amore e l’odio furono i mattoni dell’Anfiteatro Flavio: Jordi Nogués ci regala un potente affresco storico della società romana al suo apogeo e insieme la storia del monumento che ancora oggi identifichiamo con l’idea stessa dell’eternità di Roma e del suo impero.

Il romanzo ai primi posti delle classifiche spagnole 

«Per gli appassionati di storia antica è una lettura perfetta.»

«Un libro sui retroscena che portarono alla costruzione del famoso Colosseo.»

«L’ho letto con piacere, un romanzo entusiasmante.»
Jordi Nogués
È nato ad Artesa de Segre, in Spagna, nel 1968. All’università ha studiato storia, filosofia, antropologia e geografia. Critico letterario per un portale web, lavora come giornalista per diverse testate online. Colosseum è il suo primo romanzo storico.
Pubblicato:
5 apr 2017
ISBN:
9788822706713
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Colosseum - Jordi Nogués

riconoscenza.

Al lettore

Questo libro appartiene al genere della narrativa storica, è perciò quel che viene definito romanzo storico. Si prefigge l’obiettivo di intrattenere il lettore con informazioni verosimili sull’alquanto misteriosa costruzione del Colosseo a Roma.

Solo l’archeologia è riuscita a fare un po’ di luce su come possa essere stato costruito il celebre monumento romano. Nessuna fonte, neanche storica, menziona l’architetto che ne ha diretto i lavori, e nonostante siano stati fatti i nomi di Rabirio, Severo e Gaudenzio, le fonti primarie non citano esplicitamente né loro né altri nomi. Il lettore comprenderà, perciò, che i fatti narrati in questo romanzo sono mera invenzione storica. Pur trattandosi di fatti inventati, però, non sono da escludere eventuali analogie con la realtà.

Risulta particolarmente curioso che, nel periodo in cui vissero alcuni dei più grandi storiografi dell’antica Roma – Tacito, Svetonio, Flavio Giuseppe o Plinio il Vecchio –, nessuno di loro abbia mai fatto chiaro riferimento ad aspetti sul processo di costruzione di quello che viene considerato il principale elemento iconografico dell’Impero romano. I brevi accenni alla sua inaugurazione o alle ragioni che hanno portato alla sua costruzione non sono elementi sufficienti a determinare un valido quadro storico sull’argomento. Magari è proprio questa la ragione per cui questo potrebbe essere il primo romanzo che cerchi di spiegare qualcosa di così misterioso e complicato.

Il nome a noi noto – Colosseo – venne attribuito all’edificio nel Medioevo, probabilmente per essere stato costruito accanto a una colossale statua di Nerone. Nel periodo in cui fu edificato, mantenendo poi lo stesso nome nei secoli immediatamente a seguire, venne battezzato Anfiteatro Flavio, che peraltro è il termine convenzionale che ricorre in rami specifici quali la storiografia, la storia dell’arte o l’archeologia. Il titolo del romanzo obbedisce fedelmente alla sana intenzione di accostare il lettore al vero protagonista della storia, tuttavia – già a partire da ora – non ci si imbatterà mai, neanche una sola volta, nel termine di uso corrente.

I grandi personaggi storici – Vespasiano, Tito, Giulia Berenice, Lucio Licinio Sura, l’avvocato Larcio Licinio o l’architetto Rabirio – sono naturalmente personaggi realmente esistiti. Mentre il resto dei personaggi che fanno la loro comparsa nel romanzo sono inventati.

Il titolo di imperator veniva attribuito dal Senato al primo rappresentante e reggente di Roma. Così, per esempio, il titolo ufficiale di Vespasiano era imperator·vespasianvs·cæsar·avgvstvs. Eppure si trattava di una carica impregnata di militarismo, motivo per cui tra i senatori e lo stesso imperator si ricorreva normalmente al titolo di princeps, conferito per la prima volta ad Augusto ricordato nel tempo come governante ideale. Il princeps era, in sostanza, il primo senatore, il primo cittadino di Roma. Mezzo millennio prima, Pericle, ad Atene, aveva impiegato un termine simile: protos aner, ovvero primo cittadino.

È a partire dal iii secolo d.C. che l’imperatore governa come tale, insignito di titoli da sovrano come deus et dominus, fra gli altri. A partire da allora, dunque, ogni caratteristica del princeps dei primi secoli del primo millennio risulta ormai dissolta. Gli stessi cittadini dell’Urbe mostravano grande timore verso le forme di governo che prevedevano un solo individuo al comando, come accadeva nei regni di Oriente, e che vennero presto replicate anche nella Roma imperiale.

È per tali ragioni che in questo romanzo, ambientato nel i secolo d.C., per la carica dapprima occupata da Vespasiano e poi da suo figlio Tito è stato impiegato il titolo di princeps.

La cronologia utilizzata dai romani era differente da quella attuale. La loro data di riferimento era il 753 a.C., il presunto anno della fondazione di Roma, con il conseguente ab urbe condita. Pertanto, ad esempio, il nostro 79 d.C. coincide con il loro 832 a.u.c. Con l’intento di facilitate la comprensione di questo romanzo, è stato fatto ricorso al nostro criterio: quello cristiano. Dopotutto, questa vuol essere una lettura il cui obiettivo principale è intrattenere offrendo una sufficiente base storica, e mi auguro che il lettore comprenda a pieno tale proposito.

Quamdiu stabit Coliseus, stabit et Roma;

quando cadet Coliseus, cadet et Roma;

quando cadet Roma, cadet et mundus.

Finché esisterà il Colosseo, esisterà anche Roma;

quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma;

quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo.

Profezia di Beda il Venerabile (672-735),

riferita alla statua del Colosso presso l’Anfiteatro Flavio

Libro primo

Prologo

Roma, estate del 70 d.C.

L’intera città era in fermento.

E a ragion veduta. Non capitava tutti i giorni di assistere all’ingresso trionfale del nuovo princeps. Negli ultimi tempi, fin troppi militari avevano goduto dell’imperium maius, eppure il popolo di Roma attendeva che Vespasiano ponesse fine alla follia vissuta l’anno prima, durante il quale ben quattro uomini erano riusciti a fregiarsi dell’alto titolo senatoriale, quello di princeps, e del legionario, quello di imperator.

In realtà, erano in pochi a conoscere davvero la figura di Vespasiano. Ciò che la grande massa sapeva di lui si riduceva a una fulgida carriera nelle campagne militari in Germania, Britannia e Giudea, o come governatore delle province romane in Africa. Qualcuno lo ricordava per i due mesi in cui aveva ricoperto la carica più importante: quella di console. Ma da allora erano ormai trascorsi diciannove anni, e sessanta giorni di consolato non bastavano certo a giudicare il suo operato.

La gente comune, tuttavia, era piuttosto indifferente al riguardo. Al popolo interessava soltanto la pace. Una pace che gli consentisse di beneficiare di tutto ciò che la città offriva.

Pace e banchetti, soprattutto i banchetti.

Come un trionfo in grande stile, l’ascesa al potere di un nuovo princeps era sinonimo di festa, una festa che prevedeva due momenti distinti e separati.

Il primo era la parata onoraria per le principali vie della città, la cui destinazione era il Tempio di Giove Ottimo Massimo, sul Campidoglio, dove Vespasiano avrebbe offerto la sua corona di alloro al dio. Il princeps si sarebbe poi diretto alla Curia, dove il Senato avrebbe ufficializzato la sua carica.

Il secondo momento consisteva in un grande banchetto con spettacoli e cibo gratis per tutti.

La parata si svolgeva in mezzo a una gran baldoria, non solo intesa come confusione. La folla, infatti, applaudiva e acclamava al nuovo princeps lanciandogli fiori, petali e ramoscelli di alloro. Mentre il corteo si avviava dalla Porta Trionfale, l’esercito restava al di fuori delle mura cittadine, nel Campo Marzio. Una volta dentro l’Urbe, il massimo dignitario romano e il suo seguito passavano per il Foro Boario, il Velabro, la Via Sacra e la zona del Foro romano, giungendo poi sul Campidoglio.

Vespasiano avanzava su una quadriga da lui stesso condotta, in compagnia di uno schiavo. Come da tradizione, lo schiavo reggeva a pochi centimetri sopra la testa del nuovo princeps una corona di alloro, ripetendo sottovoce al suo signore una frase: «Respice post te, hominem te esse memento», Guarda dietro di te, ricorda che sei un uomo.

L’intera popolazione si radunava per le vie della città, gli abitanti di Roma e delle località limitrofe scendevano in strada a rendere omaggio al nuovo princeps. In quel giorno ogni divario sociale era cancellato, le attività lavorative venivano interrotte – perlomeno durante la parata –, c’era gente ovunque lungo le vie in cui passava il corteo.

Vespasiano avrebbe poi offerto la sua corona di alloro a Giove. Tale cerimonia coincideva con il momento più solenne della giornata. A quel punto il baccano e il fragore avrebbero lasciato il posto al raccoglimento e a un religioso silenzio.

Il Campidoglio era il più alto dei sette leggendari colli di Roma. Pur avendo una superficie inferiore a tutti gli altri, il suo passato intriso di miti e leggende lo rendeva il cuore della città che dominava il mondo conosciuto fino ad allora. In età regia, molto prima che venisse instaurata la repubblica, la supremazia era esercitata da Giove Laziale dal santuario sui Colli Albani, nei pressi di Albalonga. Per contrastare il potere di Albalonga, gli ultimi re di Roma fecero costruire il tempio dedicato a Giove, Giunone e Minerva: la cosiddetta Triade Capitolina. Con il passare del tempo, una volta all’anno, avveniva che rappresentanti di una cinquantina di popoli vicini a Roma accorressero al culto della triade, con l’intento comune di compiere rituali e sacrifici, il che spostò il fulcro della Lega Latina a Roma, che sarebbe poi divenuta la città egemone.

La tradizione era stata portata avanti con grande zelo. I consoli erano soliti offrire i frutti dei loro trionfi alle tre divinità capitoline. E con il principato, tutto era rimasto immutato: come un magistrato forte di un successo – che fosse una battaglia vinta o l’ascesa al potere, come nel caso di Vespasiano –, il princeps offriva sacrifici e si sottometteva al volere degli dèi.

Gli uomini al suo seguito sarebbero arrivati poco tempo dopo. Il percorso del trionfo aveva inizio con l’entrata nel pomerium attraverso la Porta Carmentale. Una volta dentro le mura dell’Urbe, il seguito avanzava lungo il Vico Jugario giungendo nella zona del Forum Magnum. Dopo averlo attraversato, scendeva lungo il Borgo Etrusco per poi arrivare al Circo Massimo. Una volta lì, acclamato incessantemente dalla folla, Vespasiano avanzò oltre il colle Palatino e giunse sulla Via Sacra e, attraversando i Fori una seconda volta, arrivò ai piedi del Campidoglio.

Il seguito si allontanò dalla piana per dirigersi verso il Clivus Capitolinus, la via sacra che portava alla collina del Tempio di Giove. Un tratto breve e della giusta pendenza affinché i carri e i cavalli non risentissero oltremodo del cammino in salita.

Non appena il corteo solenne fu arrivato al pianoro situato nella parte alta del colle, Vespasiano scese dalla quadriga, seguito dal suo schiavo che ancora portava in mano la corona di alloro.

«Questa dev’essere la punizione che merito per le mie umili origini», disse Vespasiano al giovane schiavo che lo aveva accompagnato per l’intero corteo. «Gli dèi sostengono che non sono degno di questo momento, ragion per cui ho trovato tutto ciò così snervante. È solo grazie a Fortuna se adesso siamo qui».

Non parlava a voce molto alta, furono perciò in pochi a sentirlo, giusto quelli che gli si trovavano più vicini.

In cima al Campidoglio, svettava maestoso il Tempio di Giove che si ergeva su una pedana, aveva una magnifica scalinata sulla facciata anteriore e un colonnato che ne circondava il perimetro, eccetto il retro. Tre file di colonne formavano un pronao che dava sulle tre cellae: tre piccole stanze dedicate alle divinità capitoline. La più ampia, quella centrale, era dedicata a Giove.

All’esterno del tempio, davanti alla scalinata, un piccolo altare sembrava essere il teatro dell’intera cerimonia sacra: non era che un complesso marmoreo alto quanto la metà di un uomo e di poco più largo.

Quello di Giove non era l’unico tempio presente sulla collina. I templi dedicati a Ops e Fides erano infatti quelli più importanti, c’erano anche statue, altari, porticati e monumenti commemorativi di epoche differenti. Ogni volta che si rendeva omaggio agli dèi, le famiglie più agiate di Roma ponevano in quel luogo, poiché sacro, il loro ringraziamento in modo assai vistoso e appariscente.

Naturalmente, il Senato aveva posto delle restrizioni, pur di mantenere un ampio spazio libero, davanti al Tempio di Giove, e attorno al suo altare.

Ed era proprio presso questo altare che tutti si erano riuniti. Senatori, littori, musici, cariche politiche e militari si disposero ai lati, lasciando libera l’area della scalinata – nessuno osava ostacolare la visione degli dèi – così come la parte opposta che dava sul-

la città.

L’intero pubblico restava ora in assoluto silenzio. Sembrava incredibile il fatto che gli artefici di quel baccano fossero in grado, appena qualche minuto dopo, di osservare un così grande rispetto per i riti romani.

Nel pieno di quella solennità, ebbe inizio la cerimonia.

Aiutato da alcuni schiavi e dal flamen dialis, sommo sacerdote di Giove, Vespasiano immolò sull’altare sei buoi bianchi. Il rosso vivo del sangue contrastava con la pelle chiara dei bovini. Uno spettacolo che la folla sembrava gradire, a giudicare dalle espressioni sui volti degli astanti.

A questo punto, il princeps prese la corona di alloro e la innalzò verso il tempio, come chiaro segno di offerta alla divinità. La lasciò poi sui resti dei buoi immolati sopra l’altare, e il flamen dialis diede fuoco al tutto.

In quel giorno così mite e tranquillo, si sollevò nel cielo una grossa nube di fumo che pian piano si dissolse. Fu in quel momento che Vespasiano, guardando verso l’interno del tempio, pronunciò il suo discorso:

«Ricevi, sommo Giove, questa mia offerta in segno di ringraziamento in unione a tutto il popolo di Roma. Guarda alla mia umiltà, poiché ora non sono altro che un uomo, e sarà solo con la morte che diverrò simile a te», disse guardando in tralice lo schiavo che per l’intera parata gli aveva ripetuto quelle parole. «Spero, sommo Giove, di ricevere la tua grazia per condurre il popolo romano alla pace vera e alla concordia di cui solo la tua infinita saggezza è degna». Non poteva definirsi ancora un eccelso oratore, ma era certamente un grande capo militare che aveva rivolto più e più volte ai suoi soldati parole solenni, scolpite con pregiati strumenti quali il valore e le tradizioni. «Riceva i tuoi castighi ogni uomo ambizioso o privo di scrupoli che osi sfidare il tuo volere. E a voi, uomini di Roma», disse voltandosi verso la folla in ascolto, «chiedo la stessa cosa. Rispettate il volere degli dèi, lavorate sodo, amate con tutta la passione che avete in corpo. Non siate mai infidi o menzogneri o assassini, poiché la mia volontà sarà spietata e irremovibile contro tali delitti. È stato un anno difficile per tutti noi. Roma, la città cui gli dèi hanno affidato il governo del mondo intero, deve trovare serenità ricercando la redenzione per ogni sua mancanza. Il tempio innalzato a Giove, Minerva e Giunone è in fiamme… Come pensate di onorare gli dèi?», chiese urlando la sua domanda contro il cielo, facendo poi una breve pausa per dar modo ai cittadini di rispondere.

Ci fu silenzio assoluto.

«Non so per quanto ancora ricoprirò questa carica, né come sarò ricordato dalle generazioni future. Ma vi assicuro che d’ora in poi lotterò per trasformare questa città benvoluta dagli dèi in un posto simile ai Campi Elisi, per quanto ciò sia possibile. Affinché gli dèi la proteggano quale loro città. Affinché voi, uomini di Roma, possiate ostentare con orgoglio le vostre origini e godere le meraviglie della vostra città!».

Fu questa l’ultima frase che Vespasiano pronunciò con solenne gravità, parole che sembravano appartenere a un poema epico.

i. CALLICRATE

Tutte le strade portano a Roma

Atene, estate del 70 d.C.

Callicrate contemplava, con un occhio chiuso, il maggior tempio dell’Acropoli: l’Ecatompedo, in cui era conservata la statua di Atena Parthenos. Sembrava ricercare nuove forme di interpretazione dell’edificio.

Di certo ne era affascinato. Pur avendolo visto un’infinità di volte, negli ultimi tempi lo guardava con occhio professionale. Da architetto, non cessava di ammirare il sorprendente effetto ottico che i costruttori erano riusciti a ottenere: grazie a piccoli difetti sui fusti, avevano conferito una bellezza superba a qualcosa che, se fosse stato realizzato secondo regole convenzionali, sarebbe risultato estremamente brutto.

Da costruttore, Callicrate conosceva alla perfezione la tecnica dell’entasi; lui stesso l’aveva impiegata in diverse occasioni. Con tale espediente, s’intendeva correggere il difetto ottico generato dai fusti sulla medesima sezione delle varie colonne. Un ispessimento leggero, ma deciso, nella parte medio-bassa della colonna creava quell’effetto che ogni bravo artista ellenico ricercava: la bellezza ideale.

Ciò che più di tutto affascinava Callicrate era la perfezione dell’entasi eseguita sul Tempio di Atena Parthenos.

Aveva preso le misure centinaia di volte, e quell’affascinante curvatura si trovava proprio in quel tratto della colonna, seppur a occhio nudo fosse impossibile scorgerla a una distanza assai ravvicinata, per quanto egli c’avesse provato di continuo.

Come tutti i suoi colleghi, Callicrate conosceva i nomi illustri degli artisti che avevano partecipato al progetto: Fidia aveva supervisionato i lavori, mentre l’edificio era stato realizzato concretamente da Ictino, con la stretta collaborazione di un uomo che si chiamava anch’egli Callicrate. La realizzazione era avvenuta poco più di cinquecento anni prima, eppure il tempio continuava ad attrarre tutti con la sua bellezza.

Giungevano ad Atene visitatori da ogni parte del mondo civilizzato, intenti a contemplare quel grande spettacolo. La maggior parte di essi proveniva dall’Italia. E anche se Roma era la dominatrice incontrastata grazie al suo potere politico e militare, gli ellenici avevano stregato le menti dei conquistatori romani con la maestosità delle loro opere. Perfino alcuni principes avevano esaltato la bellezza soprattutto della provincia di Acaia, la parte più meridionale della penisola ellenica.

Il che, pur essendo chiaro motivo di compiacimento, per Callicrate era difficile da sopportare. Egli infatti non voleva che il suo popolo venisse ricordato solo per le opere del passato, in altre parole che la sua arte rimanesse relegata in un dato momento storico. Riteneva invece che l’arte fosse un qualcosa di duraturo e costante, soprattutto costante. Tale costanza implicava che il suo talento e la sua arte fossero immortali, dunque non soltanto un mero prodotto del passato.

Callicrate non aveva costruito niente che fosse degno di essere considerato un’opera d’arte. Case dall’aspetto un po’ particolare e alcuni edifici, tutti realizzati col presupposto di un rigore economico e delle forme. Egli cercava sempre di conferire un tocco di bellezza alle sue opere, bellezza che i passanti stentavano a notare. Solo altri architetti professionisti come lui erano in grado di coglierla e apprezzarla.

Un rigore economico e delle forme. Era questa l’eredità di Roma, e tutti quanti ne convenivano. I romani avevano un’opinione positiva dell’arte ellenica e si vantavano di possedere quelle province, eppure ricercavano la sobrietà in tutto ciò che costruivano. Pur avendo copiato gli artisti elleni, a detta di Callicrate non avevano fatto altro che rendere l’arte del passato un vero e proprio obbrobrio.

E come lui, la pensavano la maggior parte degli architetti elleni: anche se eredi di un passato sfolgorante, erano pur sempre legati al proprio presente dalle catene di una nuova realtà concettuale.

Lassù sull’Acropoli, l’architetto elleno riusciva a vedere il carico di marmo lavorato procedere lentamente verso l’abitazione che stava costruendo, fuori le mura della città. E nell’attesa che il carico giungesse a destinazione, aveva del tempo per svagarsi cercando possibili migliorie da apportare alla bellezza che i suoi predecessori avevano raggiunto.

«Ancora ti ostini a cercare il difetto nella perfezione?». Una voce lo strappò ai suoi pensieri. Pur non scorgendo il suo volto, Callicrate capì subito di chi si trattava: era Tifone.

Da piccoli erano stati compagni di giochi, avevano entrambi venticinque anni, eppure la vita aveva riservato loro due percorsi totalmente diversi. Callicrate si era dedicato allo studio della matematica e della filosofia per poter diventare la persona che aveva sempre sognato di essere. Tifone, invece, aveva scelto una strada più facile, per quanto fosse una persona più insicura di Callicrate e confidasse totalmente nella volontà degli dèi: aveva gareggiato nella corsa tra aurighi ai giochi che si erano svolti a Olimpia, ottenendo una vittoria netta. L’evento risaliva a cinque anni prima, malgrado ciò faceva ancora di quella corona di ulivo il centro della sua vita. Dopodiché, per quattro anni consecutivi fu il princeps romano Nerone a vincere le altrettante gare, nessuna delle quali si caratterizzò per sportività e correttezza.

Tifone e Callicrate erano tutti e due elleni, non erano grandi amici, ma si rispettavano comunque. Tifone era convinto che Callicrate fosse un saccente altezzoso incapace di godersi i piaceri della vita. Al contrario, Callicrate pensava dell’auriga che quella corona d’ulivo non avesse fatto altro che gonfiargli ulteriormente un ego già bello sviluppato.

«Non sarai mai nessuno, Callicrate. Dovresti ambire a ben altro nella vita», gli disse Tifone beffandosi di lui.

Ma l’architetto era abituato a quelle provocazioni.

«La tua superficialità non ti fa vedere oltre la punta del tuo naso, Tifone. Io non cerco riconoscimenti per me stesso, voglio solo fare in modo che le mie opere vengano ricordate in eterno».

«Neanche tu stesso credi in ciò che dici, Callicrate! Sono certo che ti farebbe un gran male costruire qualcosa di simile all’Ecatompedo – così gli elleni chiamavano il Partenone – senza che il tuo nome figurasse da qualche parte o venisse ricordato».

Callicrate non poté più sostenere quello sguardo. Cercò di guardare altrove, verso il meraviglioso edificio che aveva di fronte.

«Che vuoi saperne tu delle mie ambizioni!». Non aveva parlato con grande passione, perlomeno era bastato a mostrare fermezza al suo interlocutore. Tifone riusciva sempre a fargli perdere le staffe, fin da bambini erano legati da uno spirito di rivalità che li faceva scontrare.

«Non vuoi nulla di nuovo: onori e ricchezze. Fanno gola a tutti, elleni, romani o siriani. L’uomo è un essere ben più semplice di ciò che la matematica e filosofia ti hanno insegnato».

«Però, non sapevo fossi diventato sofista…».

Avendo constatato che Callicrate si era offeso, Tifone scoppiò a ridere.

«No, per Zeus! Che gli dèi mi guardino bene da bassezze del genere».

«Non comprendo questo tuo mancarmi di rispetto pur essendo elleno in tutto e per tutto. Si dà il caso che anche tu sei nato qui e che perciò sei uno di noi. Così come tuo padre, tua madre e i tuoi fratelli».

«Non dimentico le mie origini, tantomeno le rinnego. Ma il mondo appartiene a Roma: ricordatelo, se vuoi farne parte ed essere qualcuno. Siamo greci di un mondo romano, Callicrate, questa provincia si chiama Acaia. Buon per te e per tutti quanti se te ne fai una ragione quanto prima. Adesso è Roma a reggere il destino del mondo».

«Ma la bellezza, la retorica e la filosofia elleniche hanno conquistato le menti dei romani. Loro ci venerano! E non smettono di copiarci. Forse lo faranno in maniera grossolana, eppure ci ammirano quasi… quasi fossimo degli dèi!».

«Secondo me ciò che ammirano di noi sono gli edifici, ma solo per vantarsi con i vicini di avere una casa più bella, o per dimostrare a tutti che le loro opere d’arte possono competere con le nostre e con quelle di chiunque abbiano di fronte. Non c’è nulla di divino in questo, credimi. Il giorno che andrà di moda l’Egitto, per esempio, ognuno vorrà avere una piramide nel proprio cortile». Tifone sorrise con sarcasmo, compiaciuto della propria trovata.

«No. Voglio credere che il motivo sia un altro. Dev’essere certamente per le nostre menti brillanti e i nostri progetti originali…».

«Pensala come vuoi», lo interruppe Tifone senza alcun riguardo, «ma non significa che tu abbia ragione. È sufficiente guardarsi attorno per capire come va il mondo. Svegliati, Callicrate. Guarda oltre la tua ottusa mentalità da architetto. Il mondo è dei romani, e sarà sempre così, fino alla fine dei tempi».

«No», contestò nuovamente Callicrate. «Finché vivrò, resterò dell’idea che esiste qualcosa di più importante al di là del mondo dei romani. Sono le loro legioni ad aver compiuto conquiste, non la loro cultura o le loro leggi, né il loro stile di vita. Affatto! Non si può ridurre tutto alla concretezza e al dominio territoriale. Dev’esserci qualcos’altro. Qualcosa di fondamentale».

«In tal caso vivrai il resto dei tuoi giorni nell’errore, amico mio…».

Per tutta risposta, Callicrate schioccò la lingua. Sembrava aver esaurito gli argomenti con cui ribattere a chi era stato un suo compagno di giochi.

«Ti propongo un patto», disse Tifone con un sorriso enigmatico. «Tu torni ai tuoi studi e continui a venerare i tuoi antenati. Io cercherò la mia fortuna dove si può trovarla e avere così successo nella vita. E da qui a…», fece una breve pausa, «dieci anni circa, ci rincontreremo e vedremo chi di noi è arrivato più in alto. Così avremo modo di capire chi avrà trionfato e chi sarà ancora a metà strada».

Callicrate lo guardò con diffidenza. Trionfo era un termine terribilmente vago. Per molti, riuscire a distinguersi socialmente o accumulare una grande fortuna era un trionfo. Ma il giovane architetto non la pensava così, assolutamente no. Per lui, trionfare significava realizzare il suo sogno: costruire un edificio che fosse imponente e duraturo nel tempo, un’opera che venisse ammirata dal resto del mondo nel corso dei secoli. Trionfare per lui era questo.

Eppure, era sicuro del fatto che la parola trionfo, per Tifone, avesse tutt’altro significato.

«Dove pensi di andare?», gli chiese.

«A Roma. Cercherò di ottenere la cittadinanza romana ed elevarmi socialmente con le mie doti militari e politiche».

L’architetto sbuffò rumorosamente.

«Roma…! Cittadinanza romana…! E questo significherebbe per te avere successo nella vita?»

«Avere successo nella vita vuol dire riuscire a ottenere ciò che si desidera». A quel commento, Callicrate rimase stupito. Dopotutto, le sue aspirazioni non erano poi così differenti. «È questo ciò che voglio di più. Tu forse rimarrai a costruire case per il resto dei tuoi giorni. Ma per me gli dèi hanno riservato qualcosa di gran lunga migliore».

«La mia idea di successo non si riassume in costruire qualche casa, come dici tu con disprezzo. Desidero che le mie costruzioni durino nel tempo e che le generazioni future possano contemplarne la bellezza. Che gli uomini di domani si sorprendano delle meraviglie del passato e ci ammirino per le nostre opere…», continuò con un tono di voce più basso, ma sufficiente a farsi ascoltare da Tifone. «Vorrei essere ricordato come Fidia o Ictino, questo sì che mi piacerebbe!».

«Già…». C’era tanta ironia in quella semplice espressione.

«Tra due, dieci o venti secoli, nessuno si ricorderà di un vincitore dei giochi di Olimpia. Né di un tizio qualunque che ha ottenuto la cittadinanza romana: ce ne sono a centinaia, a migliaia di cittadini romani. Dicono che Roma sia una città talmente popolosa che hanno addirittura imposto dei limiti al transito dei carri. Ma credo che questa sia soltanto una leggenda».

«A te interessa solo che la gente ti ricordi tra mille e più anni…».

«Non voglio che ricordino me, ma che almeno una delle mie opere attraversi i secoli lasciando un’impronta nella storia…».

In realtà Callicrate voleva che anche il suo nome fosse ricordato in eterno, ma non lo disse in modo esplicito, per quanto il solo pensiero gli gonfiasse il cuore e l’orgoglio.

«Che razza di sciocchezza! Ti rinnovo il patto, Callicrate. Tra dieci anni vedremo chi di noi due ha ottenuto più successo nella sua vita. Ci stai?»

«Perché no?», rispose Callicrate a labbra strette. «Magari riuscirò a farti ricredere».

«Vogliamo scommettere qualcosa?»

«No, credo che giocarci l’onore sia più che sufficiente. A proposito…», soggiunse l’architetto, «ma che ci fai qui? È così strano trovarti da queste parti. Tu hai sempre bisogno di gente che tessa le tue lodi».

Tifone sorrise divertito. Non sembrava offeso dalle parole di Callicrate. E poi era vero: a lui piaceva essere al centro dell’attenzione e sentirsi amato dalla gente come se fosse un vero dio.

«Sono venuto a presentare un’offerta ad Atena Vittoriosa. Ora me ne andrò a Roma, forse finirò col gareggiare nelle corse di cavalli al Circo Massimo».

Callicrate era convinto che il miglior marmo del mondo provenisse dal monte Pentelico, a nord di Atene. La roccia estratta dalla cava del monte era stata impiegata, da tempi immemori, per innalzare e scolpire la maggior parte degli edifici e delle sculture che avevano consacrato gli artisti elleni.

Si trattava di un marmo speciale, questo era certo. Non bisognava essere ateniesi o di altre città greche per rendersene conto. Quando restava esposto all’aria aperta, ossidandosi leggermente, i raggi del sole formavano sulla superficie del marmo una patina dorata che gli conferiva un aspetto incredibile, assai simile a quello dell’oro: un effetto in cui c’era sicuramente lo zampino degli dèi. Credenza tipica degli ateniesi, beninteso. Si trattava, peraltro, di una roccia di qualità eccellente: un bravo scultore poteva ottenere dei bordi così perfetti e aderenti che due pezzi di marmo sembravano uno solo.

Da sempre si diceva che l’intero Sud dell’Ellade fosse una penisola di marmo. L’intero territorio pullulava di cave, ma i vari tipi di roccia avevano nobiltà differenti. Nel Peloponneso e ad Argo si trovavano giacimenti di qualità eccellente. Ma nessuna cava era paragonabile a quella del monte Pentelico: l’unica vera nobiltà marmorea.

Callicrate avrebbe usato molto poco di quel marmo per il suo lavoro in corso: stava ultimando una villa per un aristocratico. Situata fuori le mura di Atene, la villa aveva una struttura notevolmente distante dai canoni del mondo ellenico. Questo perché lo stile imposto da Roma intaccava ogni angolo del mondo conquistato. L’Urbe aveva cambiato la planimetria delle proprie abitazioni adattando i canoni ellenici, il risultato ottenuto era semplicemente un miscuglio pacchiano senza una struttura armoniosa che evocasse bellezza.

Il giovane architetto era contrario a quelle innovazioni, ma Apollonio, l’aristocratico che gli aveva commissionato la villa, era un uomo duro e irremovibile. E i lavori erano arrivati a un punto tale da non poter più tornare indietro.

La nuova planimetria non era affatto complicata. Al contrario: come ogni cosa di origine romana, la caratteristica principale era l’essenzialità. Tutto si riconduceva a due strutture quadrate addossate, ciascuna posta in uno spazio aperto: l’atrium e il peristylum. Sul perimetro del primo venivano distribuite le stanze principali, il secondo ambiente, invece, era dedicato alle attività di svago della famiglia. Stranamente, il peristylum era di origine greca, dunque la purezza di forme e stili era del tutto compromessa in partenza.

Nonostante la durezza e l’ostinazione di Apollonio, Callicrate non poté transigere su due questioni che, guarda caso, rappresentavano l’inizio e il compimento dell’opera.

La prima riguardava le fondamenta. In base alle nuove tecniche romane la maggior parte delle costruzioni veniva eretta su una nuova malta chiamata in latino opus caementicium. Secondo Callicrate, i romani andavano matti per quel materiale, tanto da imporne l’utilizzo anche su qualcosa di notoriamente solido come la pietra.

La seconda questione riguardava la facciata. E l’influenza romana. In Italia, quelle nuove tecniche di costruzione – che contemplavano l’impiego di materiali leggeri, un certo rigore economico e l’essenzialità delle forme – avevano portato a considerare belle le facciate realizzate con il suddetto opus caementicium. Tra l’altro, l’intento era dimostrare che delle reticole di misure diverse avrebbero creato un bell’effetto. Callicrate aveva un’opinione ben diversa su come dovesse essere la facciata di un edificio. Egli era dell’idea che una parte così fondamentale, che fosse di una casa o di qualsiasi altro tipo di edificio, dovesse riflettere in pieno ciò che si trovava all’interno. Se gli abitanti erano persone dall’animo sensibile amanti della bellezza e del buon gusto, occorreva una decorazione raffinata. Se invece si trattava di gente cattiva dalla mente offuscata dal male, allora più la facciata aveva un aspetto sobrio e ordinario, meglio era. Ovviamente, tale ragionamento convinse Apollonio all’istante.

Su dei carri trainati da buoi, erano trasportati i blocchi di marmo del Pentelico che sarebbero serviti a decorare la facciata. C’erano volute delle ore, ma finalmente erano arrivati. Callicrate aveva constatato in situ lo splendido taglio realizzato dal marmista, ed era certo che i pezzi avrebbero aderito tra loro alla perfezione.

Passò quindi la punta delle dita su quella pregiatissima pietra. Era fredda, ovviamente, eppure trasmetteva una delicatezza che era davvero gradevole al tatto. E il suo aspetto, con quella tonalità dorata, era uno spettacolo per gli occhi.

Callicrate disponeva di tre capimastri e sei schiavi. Per portare a termine quel lavoro così delicato, aveva piena fiducia in uno dei primi tre: Aristofane, un uomo che aveva pochi anni più di lui, ma con delle mani che sembravano di seta.

Il giovane architetto adorava partecipare alla fase di collocazione del marmo. Era un qualcosa che faceva con grande piacere. D’abitudine, egli era il primo a mettere mano all’opera e, pur dirigendo i lavori, s’impegnava con tutto se stesso anche nella realizzazione. Naturalmente, in quanto responsabile del progetto, il suo lavoro andava ben oltre la costruzione in sé.

Quando gli schiavi cominciarono a scaricare i blocchi di marmo, comparve sulla scena Apollonio, il padrone della villa nonché il solo a farsi carico delle spese per la realizzazione dell’opera. La sua presenza stupì Callicrate, poiché di solito non si faceva vedere lì attorno. Non era giorno di paga né si richiedeva la sua presenza per qualche motivo.

«Dobbiamo parlare…», disse il nuovo arrivato con tono serio e grave. Il che lasciava intendere che avrebbero dovuto farlo in privato.

Magari gli avrebbe proposto di rivedere la struttura dell’edificio, o di apportare gli ultimi ritocchi diversamente da quanto pianificato. I cambiamenti dell’ultimo momento erano un rito frequente; cambiamenti che non sempre erano benaccetti dagli addetti ai lavori, e che normalmente provocavano discussioni piuttosto animate.

O magari il padrone era lì per tutt’altro motivo.

Si diresse con Callicrate verso un piccolo querceto, a pochi metri dal cantiere, ma abbastanza lontano da orecchi indiscreti.

Dallo sguardo di Apollonio, Callicrate comprese che qualcosa non andava bene. Ma forse il motivo è un altro, ripeteva a se stesso.

«Verrò subito al dunque», esordì l’aristocratico. Era un uomo sulla quarantina, carnagione chiara e una capigliatura ancora scura e folta. «Non posso pagarti l’ultima quota. La casa deve restare così com’è ora…».

L’architetto sudò freddo, poi, pieno di nervosismo, corrugò la fronte e volse lo sguardo al suo padrone.

«Ma come… com’è possibile?»

«Le mie cinque navi sono affondate, ci avevo investito tutto il mio denaro. Sono rovinato». L’altezzosità che da sempre aveva caratterizzato Apollonio sembrava essersi dissolta, come se un vento avverso lo avesse portato molto lontano da lì, o come se fosse affondato anche lui assieme alle sue navi. «Per pagarti sono costretto a vendere i miei possedimenti…».

«Ma… non puoi farmi questo. È da più di due mesi che non mi paghi, e c’è un grosso debito da colmare per il lavoro finora eseguito».

Apollonio lo interruppe scuotendo il capo.

«Io ho i miei problemi…».

«Ad ogni modo non puoi tirarti indietro! Perderò tutto così…».

«Almeno capirai come mi sento ora…», rispose con cinismo il suo datore di lavoro.

«Ho dato in garanzia la mia casa. L’ho fatto in modo da poter finire i lavori senza ritardi eccessivi».

«È un tuo problema. Arrangiati».

Detto questo, l’aristocratico se ne andò senza aggiungere altro e lasciando Callicrate da solo.

Il giovane architetto si sentì mancare la terra sotto i piedi. Stentava a credere a quanto era appena successo, e iniziò a camminare in cerchio, accelerando sempre più. Doveva fare qualcosa, la situazione non poteva rimanere quella… Doveva reagire, prendere una decisione… Di colpo, dopo aver girato a lungo, si fermò.

Doveva fare qualcosa, ma non gli veniva in mente nulla.

Trascorso un mese, Callicrate si recò in quella che secoli prima era stata la polis di Corinto. La città era stata rasa al suolo dai romani e si fregiava adesso del fulgido nome di Colonia Laus Iulia Corinthus, eppure i greci continuavano a chiamarla Corinto.

E questo malgrado non fosse rimasto in piedi nulla della città antica che, dopo la terribile distruzione, venne riedificata e munita di tutto ciò che un’urbe romana doveva avere. Poco tempo dopo, Corinto divenne anche capitale della provincia romana di Acaia: si trattava di una manovra politica finalizzata a impedire l’unità territoriale dell’Ellade.

Atene conservò il primato culturale, ma la capitale fu trasferita a Corinto che venne così eretta a nuovo centro amministrativo. Lì vivevano il proconsole e i pretori che ricoprivano incarichi giudiziari. Ed era proprio per questo che Callicrate si trovava a Corinto.

Le insolvenze dovute ai suoi debiti lo avevano reso un moroso. E passò poco tempo prima che da moroso venisse denunciato per furto e truffa.

Le sue proprietà date in garanzia servivano a stento a coprire metà del debito contratto per la costruzione della villa di Apollonio. La moglie e le due figlie di Callicrate erano andate a vivere a casa dei suoi suoceri, mentre lui cercava il modo di recuperare quanto aveva perduto.

Il suo caso era giunto fino alle più alte cariche della magistratura, e lui sperava che venisse risolto, a suo favore, quel giorno stesso.

La sparizione di Apollonio era un duro smacco, infatti Callicrate disponeva appena dei propri argomenti per difendersi. Quell’aristocratico era letteralmente svanito, e nessuno sapeva dove si trovasse.

Callicrate era solo. Solo con le proprie ragioni.

Le udienze si svolgevano nella più grande (ce n’erano diverse, infatti) basilica civile di Corinto, un enorme edifico dalla tipica architettura romana. Naturalmente, Callicrate non sapeva dove guardare, tanti erano i dettagli architettonici che avrebbe voluto valutare; pensava che, non appena conclusa la causa (con la sua assoluzione), prima di andarsene da Corinto avrebbe potuto dedicarsi a osservare quei dettagli per tutto il tempo che voleva.

All’interno, dopo aver rilasciato le proprie generalità a un funzionario, gli chiesero di attendere.

L’edificio era composto da un unico ambiente diviso in tre navate da due lunghi colonnati. Le pareti laterali erano state ornate a malapena con qualche colonna di quel nuovo ordine che i romani avevano creato mescolando i precedenti, cosa che facevano spesso.

Callicrate si era perso a contemplare l’edifico, quando uno schiavo richiamò la sua attenzione. Gli consegnò un foglio di papiro sul quale gli veniva comunicato, in latino, che il suo caso sarebbe stato trattato nella Basilica Giulia, nella parte orientale dell’agorà.

Quell’agorà del messaggio sembrava un po’ una presa in giro. Oramai si diceva Foro, anche se in pratica erano la stessa cosa. Solo i popoli latini usavano il nuovo termine, i greci ricorrevano ancora al nome impiegato dai loro predecessori.

La Basilica Giulia era molto più piccola: la pianta non era neanche la metà dell’altra e inoltre presentava una struttura differente. Innanzitutto, non si accedeva da un’ala dell’edificio ma direttamente dal centro. Una volta entrato, Callicrate notò altre grandi differenze: c’era un’unica sala, mentre un doppio colonnato formava un corridoio interno, ma senza preludere a ulteriori ripartizioni.

L’architetto diede una rapida occhiata ai dettagli della basilica, nel frattempo si stava innervosendo. Era certo che gli avrebbero dato ragione, eppure muoversi in bilico tra le proprie convinzioni e il corso della giustizia non era proprio l’ideale per una visita a Corinto. Consegnò il papiro all’addetto all’ingresso che, ancora una volta, gli chiese di attendere. Poco dopo, Callicrate veniva condotto al cospetto del magistrato al quale era stato assegnato il suo caso: un pretore che avrebbe fatto le veci del giudice.

Si trattava di un uomo di chiara origine latina. Media statura, magro e già in avanti con gli anni; dal suo aspetto, Callicrate stimò che potesse averne poco più di cinquanta. Campeggiava sul volto ovale del pretore un grosso naso adunco. Assieme a lui c’erano due guardie armate che andarono poi a posizionarsi accanto a Callicrate (una alla sua destra e una alla sua sinistra), e un segretario, seduto a un estremo del tavolo, che avrebbe verbalizzato ogni cosa, garantendo così il corretto svolgimento del processo.

«In mancanza del nuovo questore, sarò io a occuparmi del tuo caso». L’uomo fissava Callicrate dritto negli occhi, senza distogliere lo sguardo da lui nemmeno per un battito di ciglia involontario. «Sei fortunato. Il questore prima di me, Marco Licinio Sura, era un uomo che si dilungava in chiacchiere. Nel mio caso la sentenza sarà rapida e giusta, com’è giusto che sia».

Il giudice distolse lo sguardo dall’architetto per consultare un foglio di papiro con su scritti i dati del caso.

«Callicrate, esperto architetto, accusato di furto e truffa», lesse il magistrato a voce alta. «L’importo della truffa ammonta a…».

«Non si tratta di truffa», lo interruppe Callicrate. Era nervoso, nervosissimo.

Il magistrato gli rivolse lo sguardo, visibilmente irritato.

«Giovanotto, spetta a me deciderlo. Sono qui apposta, inoltre conosco questo ambito molto più di te».

«Sono io a essere stato truffato…».

«Ah, ora dici che è stata una truffa? Come la mettiamo?»

«Sì, cioè… no. Si è trattato di una truffa, ma non sono stato io…».

«Non sei forse Callicrate, esperto architetto, originario di Atene?»

«Sì, ma…».

«Allora taci! Se ti sento fiatare ancora ordinerò alle guardie di chiuderti la bocca. E ti assicuro che loro non si metteranno a discutere con te».

L’architetto guardò gli uomini armati che lo fiancheggiavano e, resosi conto delle spade che pendevano dalle loro cinture, capì che era meglio tacere.

«Ricominciamo», disse sospirando il magistrato, stanco e rassegnato. «Callicrate, esperto architetto, accusato di furto e truffa dalla bulè di Atene. L’importo della truffa ammonta a 95.000 sesterzi, circa 1750 denari. Stando a quanto risulta», si rivolgeva al segretario, «con la vendita dei beni dell’accusato, il debito ammonta a 34.400 sesterzi, circa 8000 denari. L’accusato come pensa di pagare tale cifra?», domandò a Callicrate guardandolo dritto negli occhi.

«Be’… non so… forse potrei…».

«Segretario, a verbale: l’accusato dice di non sapere come estinguere il debito con la bulè di Atene».

«È un’ingiustizia! Non mi è neanche permesso parlare».

Il grido dell’architetto risuonò in tutta la sala.

Il magistrato lo fissò con assoluta serietà increspando la labbra.

«Stammi a sentire, ragazzo, la legge romana è totalmente basata sulla giustizia, sul principio di dare a ciascuno quanto gli spetta. È un principio legittimo che permette alla gloria di Roma di giungere in tutto il mondo».

«Ma è me che hanno truffato! Non mi è neanche concesso spiegare!».

«Hai qualche documento che attesti quanto affermi?».

Come la maggior parte dei contratti, quello con Apollonio era stato stipulato sulla parola data. Un contratto per iscritto incrementava il valore dell’opera di oltre il dieci per cento, con tanto di atto notarile obbligatorio; per questo motivo, molti contraenti prediligevano l’alternativa: nessun contratto, solo la parola data. E la parola dell’architetto non valeva a dimostrare nulla: Roma non concedeva crediti a chi non fosse in grado di dimostrare la propria posizione.

Callicrate negò con la testa. Il magistrato, senza parlare, lo esortò a dimostrare la sua innocenza.

«Apollonio di Atene mi ha commissionato la costruzione di una villa…».

«E non hai firmato alcun contratto?».

L’architetto scosse il capo per la seconda volta.

«Puoi anche avere tutta la ragione del mondo, ma a questo tribunale interessa perseguire a pieno la giustizia. Solo le prove possono avvalorare la verità. Senza prove, Callicrate, restano solo le tue parole a infrangersi contro le pareti di questo edificio. Segretario», disse rivolgendosi allo scrivano, «a verbale le parole dell’accusato il quale non è in grado di presentare alcuna prova».

L’architetto si sentiva spacciato. Conosceva la pena per casi come il suo. Lo aveva appurato in altre occasioni.

«Pertanto, per estinguere il suo debito, l’accusato dispone soltanto della sua progenie e della propria persona. Ha due figlie, di due e quattro anni. Stabilisco che Callicrate, esperto architetto, sia venduto come schiavo assieme alle sue figlie a Roma, dove il loro prezzo sarà superiore, cosicché il debito possa essere cancellato. Qualora il prezzo non

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