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Il custode dei 99 manoscritti

Il custode dei 99 manoscritti

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Il custode dei 99 manoscritti

Lunghezza:
405 pagine
6 ore
Pubblicato:
28 feb 2017
ISBN:
9788822705693
Formato:
Libro

Descrizione

Un autore da oltre un milione di copie
Tradotto in tutto il mondo

Un grande thriller

Roma, IX secolo d.C. Nei secoli più oscuri del Medioevo, i pontefici contendono il potere all’imperatore e alle famiglie patrizie. Quando in un’importante casa romana si consuma un terribile delitto, viene alla luce un complotto che ruota intorno a un misterioso manoscritto. È la Donazione di Costantino, un’arma in grado di conferire un incredibile potere a chiunque ne entri in possesso. Il suo custode è il bibliotecario Anastasio, un brillante cardinale che tutti vedono come il futuro pontefice. Aiutato da Giovanna, un’aristocratica in cerca di vendetta, Anastasio ha solo una settimana di tempo per evitare che il prezioso documento finisca nelle mani sbagliate, prima dell’incontro tra il re d’Italia e il papa, che potrebbe cambiare i destini del mondo. Ma i due devono anche lottare per la sopravvivenza di fronte a un uomo spietato e sanguinario, disposto a tutto pur di impossessarsene e far trionfare la sua fanatica visione del Cristianesimo. Un thriller pieno di colpi di scena, ambientato in una città spettrale dove imponenti chiese e palazzi aristocratici si alternano a ruderi e pascoli, chierici e laici di buona famiglia a derelitti ed emarginati, zelanti pellegrini a grassatori e assassini; è una Roma i cui abitanti vivono nella costante paura del castigo di Dio, sotto forma d’incendi, piene del Tevere, attacchi dei saraceni, influenza degli eretici ed epidemie di malaria: minacce che pendono costanti sul capo dei protagonisti...

Un autore da oltre 1 milione di copie

Intrighi, segreti e inganni per ottenere il potere e dominare su Roma e sul mondo…

Hanno scritto dei suoi romanzi:

«Non si può fare a meno di appassionarsi alla narrazione di questo autore.»
Il Messaggero

«Grande conoscitore del quotidiano annidato nella storia, Frediani usa il particolare come un fregio arricchendo le vicende con precisione, dalle descrizioni degli abiti imperiali fino alle regole dei cerimoniali.»
Sette
Andrea Frediani
È nato a Roma nel 1963; consulente scientifico della rivista «Focus Wars», ha collaborato con numerose riviste specializzate. Con la Newton Compton ha pubblicato diversi saggi (tra cui Le grandi battaglie di Roma antica; I grandi generali di Roma antica; I grandi condottieri che hanno cambiato la storia; Le grandi battaglie di Alessandro Magno; L’ultima battaglia dell’impero romano, Le grandi battaglie tra Greci e Romani, Le grandi battaglie del Medioevo, La storia del mondo in 1001 battaglie) e romanzi storici: Jerusalem; Un eroe per l’impero romano; la trilogia Dictator (L’ombra di Cesare, Il nemico di Cesare e Il trionfo di Cesare, quest’ultimo vincitore del Premio Selezione Bancarella 2011); Marathon; La dinastia; Il tiranno di Roma; 300 guerrieri, 300. Nascita di un impero e I 300 di Roma. Ha firmato la serie Gli invincibili, una quadrilogia dedicata ad Augusto (Alla conquista del potere, La battaglia della vendetta, Guerra sui mari, Sfida per l’impero). L'ultimo pretoriano e L'ultimo Cesare inaugurano la serie Roma Caput Mundi. Il romanzo del nuovo impero, incentrata sulla controversa figura di Costantino. Le sue opere sono state tradotte in sette lingue.
Pubblicato:
28 feb 2017
ISBN:
9788822705693
Formato:
Libro

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Il custode dei 99 manoscritti - Andrea Frediani

I. sogni infranti

1.tif

Roma, a.d. 848

Martina si appoggiò al davanzale della finestra e scrutò il profilo ormai scuro dei tetti che si stagliavano lungo l’orizzonte rossastro. L’elegante palazzo sull’Aventino le consentiva una vista magnifica. Da lì, l’Urbe non sembrava quel fetido immondezzaio in cui era costretta a camminare ogni giorno; da lontano e alla fioca luce del giorno che se ne andava, i ruderi e gli edifici semidistrutti accanto ai quali era solita passare non le incutevano la tristezza di sempre, ma anzi le apparivano come una maestosa testimonianza delle glorie passate. Gli acquitrini e le zone dove l’incuria regnava sovrana, le erbacce che avevano avvolto interi quartieri, i mendicanti e i malati, i resti carbonizzati degli incendi quasi quotidiani, tutto era scomparso come d’incanto, da quel punto di vista privilegiato. Roma sembrava una città in cui valeva finalmente la pena vivere.

Non faticò a individuare l’ansa del Tevere, parzialmente coperta dall’elegante sagoma della chiesa di Santa Maria in Cosmedin, e le venne voglia di gettarsi nel fiume a farsi un bagno.

Nuda, com’era in quel momento.

Quel desiderio spontaneo le ricordò di quanto fosse felice. Non aveva bisogno di voltarsi per sapere che, come lei stava deliziandosi con un magnifico panorama, così l’uomo che le aveva appena fatto perdere l’innocenza stava rimirando il suo corpo statuario, che non aveva smesso un attimo di ricoprire di complimenti e di attenzioni. Consapevole di essere ancora scrutata, arcuò la schiena, allargò le spalle e protese verso la sponda del letto le natiche; sentì una mano palparle, e quel tocco magico la fece sussultare.

Mai avrebbe pensato, fino a poche ore prima, di potersene stare in piedi, nuda, con disinvoltura e perfino con orgoglio, davanti a un uomo. Ma, osservò tra sé e sé divertita, mai avrebbe immaginato, fino a quella stessa mattina, di poter rinunciare alla verginità prima del matrimonio, come una meretrice.

Il bello era che non se ne vergognava affatto. Si voltò e incrociò lo sguardo di Anastasio, che la rimirava con espressione estasiata. Gli sorrise, senza riuscire a liberarsi della meraviglia che l’aveva assalita da quando gli aveva consentito di spogliarla e toccarla ovunque, di adagiarla sul letto e di farla sua. Era andata da lui convinta che si sarebbero limitati a qualche effusione. Fin da quando lo aveva conosciuto, solo pochi giorni prima, a un ricevimento dei suoi genitori, e si era resa conto di quale tempesta si fosse scatenata tra loro, aveva accettato la sua proposta di incontrarlo, convinta che un uomo di Chiesa fosse troppo morigerato per spingersi oltre un sentimento platonico. Ed era andata da lui combattuta tra l’idea che non sarebbe successo nulla che potesse attirarle il biasimo del Signore, e la segreta speranza che, invece, qualcosa accadesse. In fin dei conti, le avevano raccontato di certi papi che non si facevano scrupolo di avere delle amanti; figurarsi un cardinale!

Ed era accaduto. Era accaduto con una tale naturalezza da spingerla a pensare che non fosse peccato. Non appena era entrata lui l’aveva abbracciata, dapprima come avrebbe fatto un prete per confortare un fedele devoto, poi con maggiore voluttà, finché le loro labbra non si erano fuse e lei non aveva sentito le sue mani lungo tutto il corpo, come se ne avesse più di due. E non aveva avuto alcuna paura. Mai. Lo sguardo di Anastasio era stato sempre rassicurante, profondo, la sua espressione dolce ma decisa, i suoi occhi intensi e ipnotici. E si era trovata a fissarlo in silenzio, quasi incantata, mentre lui disponeva di lei come voleva. Lo aveva lasciato fare, chiedendosi come fosse possibile che un uomo tanto affascinante avesse scelto la carriera ecclesiastica.

Non le aveva neppure fatto male, come secondo sua madre sarebbe accaduto la prima volta. Sì, le lenzuola si erano macchiate di sangue, ma il piacere aveva superato di gran lunga il dolore. E la seconda volta, la terza, la quarta, era stato solo piacere.

Erano fatti l’uno per l’altra.

Si accorse improvvisamente che iniziava ad avvertire un bruciore in mezzo alle gambe. Ma non le importò. Non le importava nulla, adesso. Forse, una volta tornata a casa, il senso di colpa l’avrebbe assalita. Ma ora, finché gli occhi di quell’uomo meraviglioso erano puntati su di lei, si sentiva in grado di affrontare il mondo intero.

Si chiese se anche lui provasse la stessa felicità. Avrebbe voluto chiederglielo, ma ne aveva ancora troppa soggezione: era così bello, esperto, aveva forse il doppio della sua età e sua madre, nel presentarglielo, glielo aveva descritto come la persona più colta di Roma. Non osava metterlo in imbarazzo.

«Stai bene?». Fu lui a prendere l’iniziativa, facendole cenno di avvicinarsi.

Martina si sentì sollevata. «Se sto bene? Sto benissimo!», esclamò sorridendo. «Non sono mai stata meglio!», specificò con entusiasmo. Si sentì autorizzata a rivolgergli la stessa domanda. «E tu?»

«Potrei dire la stessa cosa», rispose Anastasio. «Anzi, la dico: mai stato meglio!».

Martina si appoggiò alla sponda del letto e si lasciò cingere dalle braccia vigorose del cardinale, che iniziò a baciarle il seno, facendola fremere per l’ennesima volta di desiderio. «Non… non ci credo. Chissà quante donne molto più esperte di me avrai avuto», riuscì a dire con la voce strozzata.

«Il candore di una ragazza innamorata e integra può essere ben più eccitante dell’esperienza, te lo assicuro», replicò lui.

Lei si staccò di colpo, fingendosi indignata. Si spostò verso lo scrittoio, su cui era ammucchiata una pila di fogli di pergamena miniati. «Innamorata? E chi te lo dice?», replicò con voce tra il divertito e lo stizzito. A quanto pare, Anastasio pensava di averla in pugno.

Be’, era vero, si disse. Ma non aveva intenzione di ammetterlo con lui.

«I tuoi occhi», rispose l’uomo, alzandosi dal letto e avvicinandosi.

Martina si costrinse a non incrociare il suo sguardo e rivolse il proprio verso i documenti accanto a lei. Sembravano molto antichi e li scrutò meglio; l’occhio le cadde sul nome di Costantino. Costantino il Grande, l’imperatore, a quanto pareva. Ne prese un foglio e iniziò a leggerlo:

Vogliamo che voi sappiate, diceva il testo, come già esprimemmo nella nostra precedente prammatica sanzione, che ci siamo allontanati dai culti degli idoli, dei vuoti simulacri e dei turpi oggetti, dalle diaboliche macchinazioni e da ogni pompa di Satana e siamo giunti alla pura fede cristiana, che è vera luce e vita eterna, credendo conformemente a quanto ci insegnò il nobile sommo padre e dottore nostro Silvestro papa.

«Di cosa si tratta?», chiese, non tanto perché fosse interessata, ma per non tradire la propria emozione di fronte al suo amante.

Ma il cardinale le tolse il foglio di mano, con una foga che non si sarebbe aspettata. «Non ti riguarda», replicò secco. «Piuttosto, decidiamo quando rivederci e in che modo».

Martina sentì abbassarsi di nuovo tutte le difese. Allora voleva rivederla! «Dimmi un po’: ma non sarai tu quello innamorato?», rispose baciandolo.

«Magari lo siamo entrambi…», ribatté lui, stringendola a sé.

La ragazza si sentì assalire dalla commozione. Non avrebbe potuto essere più felice. Sarebbe stata l’amante di uno dei maggiori collaboratori del papa, dunque. L’amante del cardinale di San Marcello. I suoi genitori stavano per farla sposare a un vecchio bavoso per ragioni politiche, ma almeno si sarebbe potuta ritagliare la sua porzione di felicità con Anastasio, e forse proprio del cardinale sarebbe stato il seme che avrebbe generato i suoi figli. Sarebbero stati belli come lui, anzi come loro due, e lei sarebbe stata sempre felice. Magari, un giorno, Anastasio sarebbe diventato addirittura pontefice: perché no, in fin dei conti? Era brillante, di famiglia aristocratica, ambizioso, e ancor giovane. Poteva arrivare ovunque. E lei con lui. Sentiva di amarlo con passione e di essere ricambiata. Avrebbe dovuto ringraziare sua madre per averglielo presentato. Senza saperlo, aveva di colpo reso la sua vita degna di essere vissuta. E adesso, a sedici anni, aveva davanti a sé un futuro che poteva diventare radioso.

Un tonfo alle sue spalle la riscosse dalle sue fantasticherie. Notò gli occhi di Anastasio spalancarsi per lo stupore. Si voltò e vide un uomo con in mano un pugnale. Un uomo che aveva già visto, da qualche parte.

Un altro uomo di Chiesa.

La fisionomia di Giovanni prese forma solo lentamente davanti agli occhi di Anastasio. Il suo amico, il diacono Giovanni. Il giovane cardinale ebbe difficoltà ad associare i tratti familiari del suo principale collaboratore a quell’espressione feroce, gli occhi iniettati di sangue, lo sguardo d’odio, e il coltello serrato nel pugno e proteso verso di lui.

Mentre ancora si chiedeva se fosse proprio Giovanni l’uomo armato che aveva sfondato la porta, se lo ritrovò addosso.

«Ma…. cosa fai?», riuscì solo a dire, ancora impietrito dalla sorpresa.

Giovanni non rispose. Brandì l’arma e un guizzo di luce scintillò nell’aria appena rischiarata dalla lampada appoggiata sullo scrittoio. Anastasio spinse da una parte Martina, perché non si facesse male, prima si sentire un terribile bruciore alla spalla sinistra. Tre grida si levarono contemporaneamente nella stanza: Anastasio urlò di dolore, Giovanni di stizza e Martina di paura. Il cardinale si guardò la parte offesa: era solo un graffio, ma profondo, e rivoli di sangue correvano lungo tutto il braccio. Giovanni, nel frattempo, si era sbilanciato e cercava di riprendere stabilità per lanciare un nuovo attacco alla sua vittima indifesa.

«Esci! Esci dalla stanza e dalla casa!», gridò Anastasio a Martina, che sembrava una statua ancorata allo scrittoio. La ragazza sembrava guardarlo senza capire le sue parole ma lui doveva occuparsi del suo aggressore. Giovanni stava sferrando un nuovo assalto, che Anastasio evitò per un soffio, arretrando di due passi fin quasi a sfiorare Martina. Cercò di mettersi tra la ragazza e l’aggressore, esortandola di nuovo a scappare. Ma non la sentì muoversi.

Si chiese cosa fare. Non aveva armi per difendersi. Provò con la persuasione: dicevano tutti che aveva l’eloquio più brillante dell’Urbe. Era il momento di scoprire se fosse un elogio ben meritato. «Ma cosa stai facendo, Giovanni? Sei sicuro che sia io il tuo bersaglio?», provò a dire.

Il diacono rispose con un ruggito incomprensibile. Sembrava invasato, fuori di sé. Forse un demone si era impossessato della sua anima.

Ma no, si disse: queste erano le favole che propinava ai fedeli e alle quali non credeva neppure il papa. Giovanni voleva proprio ucciderlo: lucidamente, coscientemente, consapevolmente. Ma non riusciva proprio a immaginarne il motivo.

A meno che non sapesse. Ma non poteva essere. E anche in quel caso, gli sarebbe bastato denunciarlo al pontefice.

Provò a bloccare il braccio che brandiva l’arma. Per fortuna l’amico era goffo e lento. Anchilosato dagli anni trascorsi a miniare codici, privo di dimestichezza con le armi, frenato dalla pinguedine e da una vista non più acuta, Giovanni si muoveva a scatti e Anastasio aveva l’impressione di poter prevedere le sue mosse. Riuscì così ad afferrarne l’avambraccio, ma la punta del pugnale gli graffiò il polso e dovette mollare subito la presa. L’avversario lanciò un nuovo urlo, forse per darsi coraggio, poi sferrò un colpo in orizzontale. Ma non era un sicario e la traiettoria lenta permise ad Anastasio di evitare il contatto con la lama.

«Se volevi uccidermi, potevi mandare qualcuno che lo sapesse fare, no?», lo canzonò. Per tutta risposta, il volto di Giovanni si deformò in una smorfia d’odio puro.

«Non avrei provato lo stesso gusto. Neppure se mi avesse portato la tua testa e avessi potuto trafiggere la tua lingua con uno spillone, come Fulvia con la testa di Cicerone», replicò finalmente Giovanni.

No. Non poteva aver scoperto nulla. Quella era una faccenda puramente personale, si disse Anastasio. C’era troppo odio in lui. E si sentì un idiota per non aver mai capito che colui che considerava il suo miglior amico e il suo più prezioso collaboratore lo odiava a morte. Forse non era così in gamba come dicevano.

«Dubito che riuscirai a toglierti questa soddisfazione», rispose. «Non vedi che non ne sei capace?», lo provocò, sperando di fargli perdere lucidità e sicurezza.

Giovanni roteò il coltello sopra la testa, preparandosi a colpire di nuovo. Anastasio poteva leggere con chiarezza i suoi movimenti e si preparò a bloccarlo. Era certo di poterlo fare, stavolta: ma proprio mentre si apprestava ad agire, si sentì urtare alle spalle da Martina, che era rimasta dietro di lui, impietrita. Perse l’appoggio sul piede destro e non poté fare a meno di oscillare sul fianco. In quel momento Giovanni vibrò il colpo ma non trovò il suo petto nudo.

Trovò il corpo di Martina.

Anastasio osservò inorridito la lama penetrare la carne sotto il seno destro della ragazza, che emise un grido strozzato e crollò a terra, dapprima sulle ginocchia, poi in avanti, sbattendo la testa sul pavimento. Sconvolto, il cardinale lanciò un grido di disperazione e si scagliò su Giovanni che intanto aveva estratto il pugnale dalla sua vittima e fissava incredulo la figura nuda di Martina ai suoi piedi.

L’aggressore sembrò accorgersi della ragazza solo in quel momento. Sul suo volto un’espressione di sconcerto, ma anche di disgusto: Anastasio lo conosceva abbastanza da sapere che aborriva l’universo femminile. Per lui una donna nuda era la manifestazione del demonio incarnato. Approfittò del momento di confusione del suo avversario e gli si avventò contro, provando a strappargli il pugnale di mano. Ma il diacono si passò l’arma nella mano opposta, e si difese agitando il braccio destro. Il cardinale spostò il busto con una mossa repentina e riuscì a bloccargli il polso armato, tentando con entrambe le mani di sottrargli il coltello. I due antagonisti si fissarono mentre i loro arti combattevano: le gambe scalciavano, le mani si affannavano intorno al coltello.

Anastasio sentì Martina emettere un flebile gemito. Era ancora viva! Doveva liberarsi di Giovanni per poterle prestare soccorso, ma non riusciva a impossessarsi dell’arma. Allora cambiò tattica. Invece di forzare il pugno per costringere l’avversario ad allentare la presa, compresse nocche e dita della mano destra di Giovanni intorno alla lama. Intanto gli teneva bloccata l’altra mano, per impedirle di avvicinare il pugnale al proprio corpo. Strinse il più possibile, continuando a fissare il viso del rivale, che diventava sempre più paonazzo. Serrò la stretta e iniziò a spostare il braccio verso lo scrittoio, mentre i lamenti dell’uomo iniziavano a somigliare sempre di più a grida di dolore. Guardò la mano intorno alla lama e la vide striata di sangue, che colava verso terra formando una pozza sotto i loro piedi.

Si rischiava di scivolare. Anastasio si fece più accorto, cercando stabilità sulle gambe. Riuscì a obbligare Giovanni ad appoggiare entrambe le mani sulla superficie dello scrittoio, accanto alla pila della Donazione. Notò che l’avversario si era accorto della presenza del documento e lo aveva riconosciuto. La sua momentanea distrazione gli diede il tempo di spingere tutto il peso del corpo sulle dita del diacono, intorno alla lama. Prese lo slancio con un leggero salto e spinse con tutta la forza che aveva dando un colpo secco. Giovanni emise un urlo straziante e mollò finalmente l’impugnatura del coltello. L’arma cadde a terra insieme a una delle sue dita, mentre una falange penzolava semistaccata dalla mano.

Anastasio si chinò per raccogliere il pugnale, ma esitò vedendo muoversi debolmente Martina. Impugnò l’arma e per un istante non seppe cosa fare. La ragazza boccheggiava nel proprio sangue, che ne avvolgeva in una pozza il viso riverso sul pavimento. Doveva almeno metterla su un fianco per impedirle di soffocare, poi avrebbe pensato a Giovanni. Si mosse verso di lei ritenendo che l’avversario non rappresentasse più una minaccia. Le prese con delicatezza le spalle e lentamente la fece voltare. Martina lo guardò e sembrò quasi accennare a un sorriso. Ma sì, poteva salvarla! Doveva salvarla!

La adagiò dolcemente su un fianco e poi si girò verso Giovanni. Il diacono stava arraffando con la mano ancora integra la pila di fogli sullo scrittoio. Era dunque quello che cercava? Quando si accorse che Anastasio era tornato a interessarsi a lui, si bloccò per un istante, poi girò su se stesso e guadagnò la porta, scomparendo oltre la soglia della camera da letto. Il cardinale mosse verso la porta, la raggiunse e poi fu tentato di inseguirlo. Ma i lamenti di Martina erano un richiamo troppo potente e si costrinse a osservare il diacono aprire la porta di casa che aveva scassinato e dileguarsi in strada nel buio della sera.

Pazienza. Tanto lo avrebbe ritrovato. Non era certo un assassino misterioso e lo avrebbe denunciato, così come avrebbe denunciato il furto della Donazione. Adesso, aveva cose più urgenti cui pensare. Intanto, doveva richiamare la servitù, che aveva confinato negli alloggi di servizio per discrezione nei confronti della sua ospite, e disporre un presidio per vigilare sul resto del documento che Giovanni non era riuscito a rubare. E poi era necessario portare Martina dove potessero curarla.

Ma in un ospedale avrebbe esposto entrambi alla gogna del personale. Un cardinale e una ragazzina di famiglia altolocata che arrivavano in quelle condizioni erano una notizia troppo ghiotta perché non si scatenasse un passaparola che presto avrebbe raggiunto ogni cittadino di Roma. E il papa avrebbe ordinato un’inchiesta. No, era escluso.

C’era un solo posto in cui potesse portarla.

Ed era quello in cui meno desiderava andare, in quel momento.

«Signora… dovresti venire alla porta d’ingresso», disse quasi balbettando il custode della sontuosa dimora del magister militum di Roma. L’uomo sembrava molto scosso e Giovanna si spaventò.

«Cosa succede?». Il generale sopraggiunse e anche lui notò il turbamento del servo.

Non riusciva più a parlare; boccheggiava, e gli occhi gli si erano inumiditi. Giovanna iniziò a tremare. Il pensiero andò immediatamente alla figlia Martina, che era uscita qualche ora prima per andare da un’amica. Ma non ebbe il coraggio di fare un passo. Daniele scosse la testa e fu lui ad avanzare, superando il servo e discendendo a passo deciso la rampa di scale che portava al piano inferiore e all’ingresso. Giovanna sentì tutti i muscoli del corpo irrigidirsi e non osò fare un solo gradino per paura di perdere l’equilibrio. Attese trepidante in cima alle scale, cercando di interpretare i rumori convulsi che udiva al piano di sotto. Ma il cuore le batteva all’impazzata, e dopo un po’ ebbe l’impressione che le sue pulsazioni finissero per coprire ogni altro suono nell’edificio.

Ma quel battito fu niente al confronto dell’esplosione che sentì dentro di sé quando vide, alla base della gradinata, un uomo imbrattato di sangue tenere in braccio Martina, coperta solo da un lenzuolo, a sua volta striato di rosso. Vacillò, serrò le dita sul corrimano ma la testa prese a girarle vorticosamente e non fu più in grado di sostenersi. Incurante del dolore, si portò le mani alla testa, la vista offuscata dalle lacrime, mentre osservava le sagome sempre più indistinte del marito, dell’uomo e della figlia, salire verso di lei.

Martina non si muoveva, non si lamentava, aveva gli occhi chiusi. Ebbe paura di trovare la conferma dei propri timori, si rialzò e risalì la scala, rischiando di inciampare di nuovo. Tenne lo sguardo fisso sul corpo esanime dalla figlia, senza riuscire a pronunciare la domanda che avrebbe voluto fare al marito. Daniele e l’altro uomo, che Giovanna non guardò neppure in faccia, la superarono e procedettero verso la camera da letto della ragazza. Sentì la voce del consorte, che gli parve solo un’eco lontana, gridare al servo di andare a chiamare il dottore, e allo sconosciuto di adagiarla sul letto.

Respirò a fondo e s’impose di reagire. Era la madre e doveva superare le proprie paure, di fronte a un dramma che riguardava la sola persona al mondo di cui le importasse più dell’uomo che amava. Avrebbe voluto che fosse lì con lei a confortarla, in quel momento, ma doveva accontentarsi di Daniele, un marito che non aveva mai amato e che le era stato imposto solo due anni prima dal padre, dopo essere rimasta vedova, per legare due famiglie di spicco della politica romana. Si fece forza ed entrò nella stanza, vergognandosi di essersi mostrata tanto debole fino a quel momento. Si avvicinò al letto e fissò la figlia, cercando in quel corpo rigido e bianco un segno di vita.

«È… è morta?», trovò il coraggio di chiedere, senza rivolgersi a nessuno in particolare.

Ma i due uomini non sembravano averla sentita. Erano troppo impegnati a discutere. «Non mi hai ancora detto come e dove l’hai trovata e perché è nuda», diceva Daniele rivolgendosi all’altro.

«Non mi sembra importante, adesso. Pensiamo a salvarla…», fu la risposta.

«Ma cosa vuoi salvare? Non lo vedi che è morta?», fu l’agghiacciante risposta di Daniele.

«Non… non puoi dirlo. Non sei un medico», rispose quello.

«Non ci vuole certo un medico per vedere che abbiamo di fronte un cadavere!», replicò con la sua abituale mancanza di tatto il generale. Non gli era mai importato nulla di Martina e l’aveva trattata sempre con sufficienza. E nemmeno la sua morte lo scalfiva.

La sua morte… Giovanna non volle crederci. Avvicinò il viso a quello della figlia, accostò l’orecchio al naso e cercò di coglierne il respiro. Ma non sentì nulla. Nulla. Crollò in ginocchio lungo il bordo del letto e scoppiò in un pianto dirotto, senza più badare alla discussione tra i due uomini. Ripensò ai suoi dolci sorrisi, al suo candore, alla sua purezza. Era la sola persona pulita che avesse conosciuto nell’ambiente corrotto e privo di scrupoli dell’aristocrazia romana, dove ciascuno, perfino le donne, badava solo a ritagliarsi una fetta di potere all’ombra del papa di turno. Ed era fiera di averla cresciuta così, nonostante un nonno e un patrigno che del potere si nutrivano da quando erano nati.

Desiderò più che mai trovare rifugio tra le braccia del suo amore. Se non fosse stato per lui, quegli anni insieme a Daniele sarebbero stati di un grigiore senza eguali, e probabilmente, adesso che anche Martina era morta, solo lui avrebbe potuto darle la forza di sopravvivere a quel lutto atroce. Fu assalita da un desiderio irrefrenabile di precipitarsi a casa sua. Non avrebbe dovuto abbandonare sua figlia prima ancora che venisse il medico a constatarne il decesso e si sentiva in colpa per non essere in grado di accantonare il desiderio di fuggire da lui. Ma non era mai stata forte.

Aveva bisogno di lui. Un disperato bisogno di lui.

«Secondo me tu eri con lei», sentì Daniele dire all’estraneo. «Altrimenti non saresti così evasivo. E che ci facevi con una giovane ragazza, per giunta nuda?»

«Ti ho detto che l’ho trovata per strada, agonizzante. E ora devo andare, se non ti dispiace», precisò l’altro.

«Niente affatto, cardinale, tu rimani e mi spieghi tutto. Hai il vestito troppo sporco di sangue per non aver avuto alcuna parte nella faccenda. Hai molte cose da spiegare», insisté il marito.

«E allora fai domanda a Sua Santità per interrogarmi. Per ora non ne hai il diritto», replicò l’estraneo.

Le voci giungevano alle orecchie di Giovanna confuse, le parole storpiate dai suoi singhiozzi. Ma capì che il marito aveva ragione: quell’uomo sapeva molto di più di quanto affermava. E lei voleva conoscere la verità. Si alzò lentamente, decisa a prendere di petto l’estraneo. Il cardinale però era già uscito dalla stanza lasciando Daniele interdetto.

«Perché non lo hai fermato?», gli chiese stizzita.

«Ha ragione. Non ne ho l’autorità. I cardinali sono direttamente sotto l’egida di Sua Santità».

Giovanna scosse la testa in modo sprezzante e uscì a sua volta dalla stanza. Imboccò le scale intravedendo la schiena dell’estraneo, che si era già lasciato alle spalle la rampa, approssimarsi all’ingresso. «Tu! Dimmi almeno come e perché è morta mia figlia, e chi l’ha uccisa, se lo sai! Non credi che ne abbia il diritto?».

L’uomo si bloccò, rimanendo immobile per qualche istante. Non si voltò e non rispose.

«Ti prego… Abbi pietà di una madre…», lo supplicò tra i singhiozzi.

Lo sentì sospirare. L’uomo si voltò lentamente, mentre la sua mano era già sulla porta. «Quando scoprirò perché è morta te lo dirò, te lo prometto», disse infine, guardandola negli occhi.

Giovanna era troppo disorientata per impedirgli di uscire. Lo guardò andare via e scomparire oltre la soglia senza riuscire a dire un’altra parola o fare un altro passo.

Era lui. Era l’uomo tra le cui braccia aveva sognato di correre per trovare conforto.

Era Anastasio, cardinale di San Marcello. E se suo marito aveva ragione, quell’uomo era stato con sua figlia, prima che morisse.

II. il regno degli spettri

4.tif

Giovanni rientrò nel tugurio che usava come dormitorio, ai margini dell’abitato orientale, oltre l’Esquilino, tra edifici diroccati e pascoli per le pecore, tenendosi stretti al petto i documenti che era riuscito a trafugare, cercando di non badare al dolore prodotto dalle dita tranciate, che aveva frettolosamente tamponato con un lembo strappato del suo saio.

Ma non appena chiuse la porta, la vista dello scomodo giaciglio che chiamava letto, una semplice distesa di pagliericcio sul nudo pavimento di pietra, gli tolse ogni forza residua. Si arrese alla stanchezza e, poggiati a terra i fogli, quasi si tuffò sulla paglia, gemendo di dolore e, allo stesso tempo, di sollievo.

Ma subito dopo si ridestò e si mise a sedere. Non poteva farsi vincere dalla pigrizia. C’era un’infinità di cose da fare. Si guardò la mano offesa, tutta ricoperta di sangue, e fissò il moncherino dell’indice e il medio penzolante, attaccato al resto della mano solo mediante un sottile filamento tendineo. Cercò di vincere il ribrezzo per quello scempio e di accantonare, per il momento, l’odio che nutriva per chi gliel’aveva inflitto, e ringraziò il Signore per avergli permesso di salvare il resto della mano. Cambiò a fatica posizione e s’inginocchiò, alzando il saio perché le gambe toccassero la pietra. I graffi che si era provocato strusciando sul pavimento durante le ultime orazioni, prima di decidersi a compiere la sua impresa, tornarono a tormentarlo, e si sentì meglio: ogni supplizio lo faceva avvicinare al Signore, che si era fatto torturare per salvare il genere umano.

«O Signore», pregò. «Non sono stato degno della fiducia che hai riposto in me e merito la tua punizione. Ma sappi che farò di tutto per sistemare le cose, non tanto per guadagnarmi il Tuo perdono, che una misera anima come la mia non merita, ma per favorire la Tua causa, la mia sola ragione di vita». Si guardò la mano devastata e proseguì. «Se questo è ciò che hai decretato per me, lo accetto con serenità. Troverò un altro modo per servirTi, se hai deciso che non sono più degno di scrivere il Tuo nome per renderlo eterno sui libri. E continuerò a combattere i Tuoi nemici finché avrò un alito di vita, e a impedire l’affermazione di tutti coloro che insozzano il Tuo nome con una condotta immorale e depravata, facendosi schermo dell’abito talare che indossano. Continuerò con la stessa dedizione di prima, anzi, raddoppiando i miei sforzi se necessario, per fare in modo che la Chiesa che Ti rappresenta rimanga pura e non sia contaminata dalle abitudini secolari, e che nessuno le imponga una volontà che non derivi direttamente da Te, mio Signore».

Adesso, si disse, era tempo di curarsi la mano. La fissò sconsolato: no, il Signore non c’entrava nulla con quella mostruosa deturpazione. La colpa era tutta di Anastasio. Lui e soltanto lui lo aveva privato del dono che Dio gli aveva dato. Quella mano dotata di un’abilità senza pari di imitare qualunque scrittura, di disegnare soggetti che, come dicevano tutti commentando le sue opere, sembravano prendere vita sulla pergamena, gli era stata devastata per sempre da quel maledetto vizioso. Perfino quando era andato a toglierlo di mezzo lo aveva trovato immerso nel vizio; proprio lui che più di ogni altro avrebbe dovuto adottare costumi morigerati e una condotta di vita integerrima. Lui, Giovanni, era sempre stato inappuntabile, ma nessuno lo aveva mai nominato cardinale. Ma lui non era di buona famiglia: era solo il figlio di un umile artigiano, che si era fatto strada con la sola forza della sua fede e grazie al proprio talento.

E quella ragazza… era morta, probabilmente. Era stato un incidente: se il Signore non avesse voluto la sua morte, avrebbe trovato il modo di non farla stare lì proprio in quel momento. E in ogni, caso, se era tanto spregiudicata da farsela con un religioso, non era degna di commiserazione. Se ne stava lì, tutta nuda, a farsi ammirare da quel depravato, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Era stato proprio quel tipo di donna a trascinare il suo amico di un tempo sulla strada della perdizione, a distoglierlo dai principi evangelici: le donne erano il diavolo che si manifestava in tutta la sua malvagità, e che ve ne fosse una in meno al mondo, poteva essere solo una notizia confortante.

Si rese conto che la vista gli si era affievolita. La debolezza lo stava sopraffacendo e il respiro gli si era fatto più affannoso. Vide zampillare ancora del sangue dal moncherino e si rese conto di averne perso troppo. Doveva provvedere prima di svenire: aveva troppo da fare per tirare le cuoia. Osservò il dito penzolante e si chiese se si potesse riattaccare. Forse, con un numero adeguato di punti, riposo e una lunga riabilitazione… Ma non aveva tempo per il riposo. I nemici del Signore erano più che mai in auge ed entro una settimana avrebbero potuto raccogliere i frutti della loro malefica opera. E poi c’era Anastasio: quell’aristocratico dissoluto avrebbe potuto ricorrere alle sue influenti amicizie per metterlo in cattiva luce presso il Santo Padre e far apparire come un delitto quella che era stata solo un’azione a favore della Chiesa. Con la sua abile retorica, sarebbe stato capace di farlo perfino apparire come un criminale. Bisognava anticiparlo, a tutti i costi.

E infine c’era la Donazione. Bisognava recuperarla tutta, prima dell’arrivo di re Ludovico a Roma. Aveva controllato, ne aveva presa solo la metà, quella meno significativa per altro, e non c’era tempo di riscrivere il resto. Né ci sarebbe riuscito, senza le conoscenze filologiche di Anastasio. Ma Anastasio, d’altra parte, non avrebbe potuto riprodurre la parte mancante senza le sue capacità calligrafiche e neppure lui avrebbe potuto sottoporla al sovrano. C’era da ricongiungere le due parti e doveva essere lui a farlo, per il bene della Chiesa: quel bellimbusto se ne sarebbe valso solo per assecondare la sua sfrenata ambizione, e per la causa del Signore sarebbe stata una catastrofe.

Provò ad alzarsi ma era privo di forza. Allora si trascinò carponi fino al tavolaccio dove teneva gli attrezzi per farsi la barba. Si appoggiò alla superficie e afferrò un coltello, lo gettò a terra accanto a sé e poi allungò di nuovo la mano prendendo la lampada, che poggiò sul pavimento; infine, si lasciò di nuovo cadere seduto a terra. Mise la mano deturpata sul pavimento, osservando il dito semistaccato disporsi in modo innaturale sulla pietra. Rivoli di sangue la irrorarono, formando una ragnatela rosso scuro tutt’intorno. Giovanni giurò a se stesso che avrebbe fatto pagare ad Anastasio anche questo. Non si considerava che un misero essere umano, ma in quanto strumento del Signore, come diacono

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