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I 3000 di Auschwitz

I 3000 di Auschwitz

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I 3000 di Auschwitz

Lunghezza:
246 pagine
6 ore
Pubblicato:
19 dic 2016
ISBN:
9788822702890
Formato:
Libro

Descrizione

L’incredibile storia vera che ha fatto commuovere il mondo
Finalmente in Italia

Una storia vera

Nel 1944 vennero deportati tutti gli abitanti di una piccola città ungherese. Baba Schwartz era una di loro.

Nel marzo 1944 la Germania invase l’Ungheria. Nel maggio dello stesso anno quasi 300.000 ebrei vennero deportati nei campi di concentramento. Dalla piccola città di Nyírbátor, in Ungheria, vennero caricati sui treni tutti i tremila ebrei che vi abitavano. Baba Schwartz era tra loro. In questo libro, intenso come un memoir e appassionante come un romanzo, Baba Schwartz descrive l’innocenza e la spensieratezza dell’infanzia e della prima giovinezza e l’orrore indicibile dei suoi sedici anni quando, nel maggio del 1944, i nazisti deportarono gli ebrei della città ad Auschwitz. L’intera comunità ebraica venne disgregata, frantumata, e famiglie intere caricate su lunghi treni. Suo padre finì per morire nelle camere a gas del campo di concentramento, mentre lei, la madre e le due sorelle sopravvissero alle privazioni, alle torture e allo sterminio. Alla fine riuscirono a scampare anche alla marcia della morte e furono liberate dall’avanzata dell’esercito russo. Nonostante la sofferenza, l’autrice descrive questi avvenimenti con la stessa immediatezza, la freschezza e l’onestà con cui racconta la prima parte della sua storia. Ricco di amore nonostante l’odio e di speranza in mezzo a tanta disperazione, I 3000 di Auschwitz è un libro straziante e al tempo stesso carico di fiducia, che toccherà il cuore di ogni lettore.

Una storia così straordinaria che deve essere raccontata

«Con voce misurata e appassionata, Baba Schwartz racconta l’inesorabile escalation di umiliazioni e restrizioni che metodicamente i nazisti inflissero agli ebrei. E dopo tutti questi anni è ancora difficile da accettare.»
The Australian

«Questa storia è piena di momenti sinceramente strappacuore. Un libro che ti cattura, soprattutto alla fine.»
The Australian Book Review
Baba Schwartz
è nata in Ungheria nel dicembre del 1927. Sopravvissuta all’Olocausto, negli anni Cinquanta è emigrata con la sua famiglia a Melbourne, in Australia, dove vive tuttora.
Pubblicato:
19 dic 2016
ISBN:
9788822702890
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

I 3000 di Auschwitz - Baba Schwartz

2016

Capitolo 1

Prima del principio

Secondo il mio certificato di nascita, rilasciato in Ungheria nel 1927, sono Margit. In Australia, secondo le lettere ufficiali che mi sono state recapitate, sono Margaret. Ma più che Margit, e ben più che Margaret, io sono Baba, soprannome che mi porto dietro sin dall’infanzia. Significa bambina, e fu mia sorella maggiore, Erna, a chiamarmi così quando nacqui. Mi rimase incollato addosso, e perciò Baba è stato sempre il mio nome, da tutta la vita.

Sono nata a Nyírbátor, città di dodicimila abitanti nella provincia più orientale dell’Ungheria, che confina a est con lande rumene dimenticate da Dio e a nord con quella terra solo leggermente più civilizzata che adesso è chiamata Slovacchia. Nyírbátor si trova in una pianura circondata da fattorie: non esattamente una delle più belle creazioni del Signore. Era una città rurale attraversata da strade polverose, le vie principali erano contornate da alberi di acacia, che emanavano un profumo delizioso. Era una città del tutto ordinaria.

Ma io ero una bambina e venivo spinta solo dalle emozioni che colmavano il mio giovane cuore: per me, Nyírbátor era casa. Certo, se sei amata e ricoperta di attenzioni, se hai una madre come la mia e un padre affettuoso e infinitamente protettivo com’era il mio, allora ogni città può diventare un paradiso, persino Nyírbátor, con le sue strade polverose.

Vorrei iniziare parlando del primo incontro tra mia madre e mio padre. Andò esattamente così. La prima cosa che lui notò di lei fu la camminata, intrisa di grazia, e la forma leggiadra delle gambe. Tornava a casa dallo shul. Era tardi, ma la primavera era appena arrivata, perciò il cielo era ancora lievemente illuminato. Davanti a lui, una giovane donna stava tornando verso la propria abitazione con un gruppetto di amici: era alta, slanciata e… oh, che gambe. Se il suo viso fosse stato dolce come la sua andatura e bello come quelle gambe, sarebbe stato un giorno da ricordare.

Gyula Keimovits prima del matrimonio, 1920 circa.

Perciò continuò a seguire quella giovane donna di cui non conosceva ancora il nome, e di sicuro lei sapeva benissimo che quel tipo le stava dietro sin dallo shul e stava ammirando la sua figura e la forma delle sue gambe. L’uomo intento a contemplare mia madre era Gyula Keimovits, commerciante di bestiame – più che altro bovini – che non viveva né a Nyírbátor, né nel villaggio accanto: diciamo che abitava a metà strada.

La dimora ancestrale della famiglia Keimovits (la chiamo così per farla sembrare più particolare di quanto in realtà non fosse) un tempo era una locanda. La parte anteriore era aperta al pubblico, mentre le stanze abitate si trovavano sul retro. Così generazioni e generazioni di Keimovits avevano venduto vino e provviste, cavandosela piuttosto bene. A un certo punto, il commercio di bestiame era parso un’allettante alternativa e le stanze abitate avevano preso il sopravvento sul resto della struttura, finché i clienti ansiosi di bersi un bicchiere di vino non erano stati costretti a rivolgersi altrove.

Nel 1922 Gyula aveva ventisei anni. Era un uomo affascinante, dai capelli chiari e gli occhi azzurri, ma con un’istruzione che non aveva mai superato il livello dello cheder. Sapeva leggere correntemente l’ebraico, ma fondamentalmente era un esponente di quella classe di ebrei europei provinciali – una classe piuttosto ampia fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale – che si accontentava di conoscere solo ciò che era pratico sapere: come vivere secondo la religione, onorare i propri avi e condurre una vita onesta.

Ora, mio padre non era libero di avvicinare la mia bellissima madre e chiederle di uscire per un primo appuntamento. Come in tutte le comunità ebraiche, Gyula si affidava a una shadchan. Queste combinatrici di matrimoni di solito non erano giovani, ma erano membri rispettati e con una certa influenza nella comunità; era ancora meglio se erano capaci di esercitare un certo fascino e avevano accumulato una bella dose di saggezza negli anni. Molto spesso, la shadchan sapeva tutto di tutti all’interno della comunità, ma a volte non era altro che una donna che accettava volontariamente la mitzvah di combinare degli incontri.

Non so chi esattamente fece da intermediario per loro due, a Nyírbátor; in ogni modo, in seguito a un’indagine discreta, Gyula scoprì il nome e l’età di mia madre. Si chiamava Erzsebet Kellner, detta Boeske; aveva ventidue anni e nessun altro giovane uomo la stava già corteggiando. Gyula venne a conoscenza di altri dettagli, alcuni dei quali un po’ scoraggianti. Boeske veniva da un ambiente molto più sofisticato del suo: aveva studiato a Kassa, una città molto più grande e molto più bella di Nyírbátor in Slovacchia, oltre i confini ungheresi. A Kassa, Boeske aveva imparato a parlare tedesco, tratto caratteristico degli uomini acculturati e talento particolarmente notevole in una donna. E c’era persino dell’altro: Boeske aveva lavorato come segretaria per il sindaco di Nyírbátor dal 1916 al 1918. Aveva incontrato e ricevuto persone di ogni sorta, molte persino di una fede diversa. Sapeva affascinare e sapeva ridere.

Gyula non era mai stato a Kassa e non aveva amici sofisticati. Ma non si diede per vinto, e fu la scelta giusta, perché ciò che non sapeva di Boeske era che possedeva un lato più serio. La vita che conduceva, con tutte quelle battute e risatine, per lei non era altro che uno spensierato interludio. Non appena avesse deciso di sposarsi, avrebbe scelto uno come Gyula: un uomo stabile, generoso e affidabile.

Così concordarono che Gyula facesse visita a Boeske: insieme, avrebbero bevuto del tè, mangiato un po’ di dolce e intrattenuto delle conversazioni, in modo che lui avesse tempo e modo di mostrare che tipo d’uomo era. S’infilò nel suo abito migliore, bussò alla porta di casa Kellner – una grande, notevole casa nel centro città – e chiese di parlare con Ignac Kellner, il padre di Boeske.

Gyula venne fatto accomodare nello studio, dove volumi e volumi di testi e opere letterarie occupavano le mensole pregiate accanto ai libri sacri venerati dagli ebrei. Ignac lo accompagnò di persona in salotto, dove era riunita tutta la famiglia, inclusa Boeske. Seguirono brevi e educati convenevoli: perlopiù sul tempo e sulla prima fioritura degli alberi d’acacia in città. Poi, con diverse scuse, i vari membri della famiglia si allontanarono uno dopo l’altro, lasciando soli Gyula e Boeske. Nessuno dei due era troppo ingenuo, e a nessuno mancava la sicurezza in se stesso. Da piccola, adoravo ascoltare la versione di mia madre del loro primo incontro.

Boeske chiese a quel giovane uomo di togliersi il cappello: voleva vedere di che colore fossero i suoi capelli. All’epoca, mio padre mostrava già i primi segni della calvizie. Così entrambi si misero a ridere e ruppero il ghiaccio. Ci furono altre chiacchiere, altri sorrisi – tutti molto educati, ma con una crescente nota d’intimità. Si piacevano. Entrambi erano dotati di senso dell’umorismo, entrambi sapevano ridere e trovavano l’altro attraente, ed entrambi avevano una chiara visione di un futuro roseo che li aspettava. Se fosse dipeso da loro, non ci sarebbero stati ostacoli per il matrimonio.

Ma non dipendeva da loro – almeno, non soltanto. Gyula doveva chiedere formalmente la mano di Boeske a suo padre, Ignac Kellner. E così, pochi giorni dopo, Gyula, con il suo vestito elegante, le scarpe lucidate e il morbido cappello di feltro, bussò di nuovo alla porta dei Kellner e chiese di parlare con il capo famiglia. Ancora una volta, i due uomini si incontrarono nello studio, mormorarono qualche frase di saluto in ebraico e si accomodarono. Venne servito il tè.

Fu Ignac Kellner a parlare per primo – in ungherese, stavolta. «Come vanno gli affari, ragazzo?»

«Signore, sono qui per parlare di vostra figlia maggiore».

«Ti ascolto».

«Signore, vostra figlia Boeske… Io vorrei sposarla».

Ignac scorgeva delle belle qualità in quell’uomo che chiedeva la mano di sua figlia, ma non concesse subito la sua approvazione. Aveva un paio di riserve. Tutte le ricerche che aveva condotto sul possibile genero avevano dato esito fortemente positivo: era un figlio devoto; era cortese; aveva un cuore grande; aveva un bel giro d’affari. Ma Ignac sarebbe stato ancora più contento se Gyula, per esempio, fosse stato più versato nella scrittura, o se avesse conosciuto meglio le lezioni della Torah e se avesse saputo citare e discutere i temi del Talmud. Tuttavia, non tutti i giovani uomini avevano la possibilità e i mezzi per affrontare le mille sfumature del Talmud. Ignac gli promise di pensarci per bene. Sarebbe andato al nord, a Kassa, per discuterne con gli anziani della sua famiglia e di quella di sua moglie.

Per gli ebrei, era usanza indire una larga consultazione su questioni del genere, per conferire e trasmettere una sorta di saggezza tribale. In raduni di tal sorta potevano essere espresse opinioni disparate: qualcuno avrebbe citato la Torah, qualcun altro, più colto, avrebbe pescato dal Talmud una citazione di un qualche rabbino di secoli prima – Ben Zoma, per esempio, del secolo secondo, o Rabbi Hillel, rinomato per la sottigliezza del suo pensiero, o forse Rebbe Nachman, molto più vicino a casa.

Ignatiz si recò a Kassa, e la discussione ruotò tutta intorno a un unico punto: «Questo Gyula, commerciante di bestiame, è un brav’uomo?»

Gyula Keimovits e Boeske Kellner durante il loro fidanzamento, 1922.

«Sì, è un brav’uomo», rispose Ignac.

«E a Boeske piace?»

«Sì, Boeske dice che le piace».

«Allora abbiamo di sicuro la risposta. È un brav’uomo, a Boeske piace, prospereranno».

Così, Ignac tornò a Nyírbátor, fece chiamare Boeske e le annunciò che aveva il permesso di sposare Gyula. Poi fece recapitare al ragazzo un messaggio, chiedendogli di presentarsi a casa loro. Quando arrivò, Ignac gli disse: «Gyula, è con grande onore che ti accolgo nella nostra famiglia».

«Vi ringrazio con tutto il mio cuore, signor Kellner», rispose Gyula.

Ignac Kellner e Carolina Kellner (nata Goldstein). Carolina era la seconda moglie di Ignac. La prima era la sorella di lei, Margit (la madre di Boeske), che morì dando alla luce la sorella di Boeske, Marta.

«C’è solo una condizione», continuò Ignac. «Non porterai mia figlia in America. So che hai sei fratelli là. Promettimi che non porterai via mia figlia».

E così, Gyula, mio padre, fece la sua promessa.

Si sposarono il 27 aprile 1922. Gyula aveva ventisei anni e Boeske ventidue – la differenza d’età era ideale. Lei nel pieno della bellezza; lui, pur così giovane, al comando di un solido giro d’affari. Fu un matrimonio pieno di gioia. Tutti i presenti videro la profonda felicità degli sposini. Gyula infilò l’anello al dito di Boeske e recitò la formula: «Osserva, per mezzo di questo anello tu mi sei consacrata secondo la legge di Mosè e di Israele». Firmarono la ketubah.

Il rabbino proseguì con le sette benedizioni e, com’è consuetudine, lo sposo ruppe con il piede un bicchiere di vetro e gli invitati urlarono: «Mazel tov!».

La vita matrimoniale dei miei genitori iniziò in quella striscia di terra nell’Ungheria dell’est; come era stato predetto, si rivelò un matrimonio roseo. Aprile fu il mese della cerimonia e, senza perdere tempo, nel gennaio seguente nacque la prima delle tre figlie di Gyula e Boeske.

La nascita portò insieme gioia e dolore, perché venne al mondo con un’anca dislocata che richiese un mucchio di attenzioni prima di essere curata. Io arrivai in seguito, quasi cinque anni più tardi: mia madre di certo non avrebbe voluto aspettare tanto tempo per dare una sorellina alla primogenita. E dato che Erna era stata concepita facilmente, pensò di avere qualcosa che non andava. Fece ricorso alle terme di Hévíz, nel lontano ovest dell’Ungheria, che ospitavano un famosissimo lago termale. Si diceva che le acque di Hévíz non fossero soltanto capaci di curare i malati, ma anche di facilitare le gravidanze. E infatti fecero il loro incantesimo: nove mesi più tardi nacqui io, sana, felice e adorata dai genitori. Dopo quindici mesi, fu il turno di Marta. La famiglia non sarebbe cresciuta più.

La famiglia Keimovits, 1909 circa. Probabilmente si tratta della foto di famiglia scattata in occasione del bar mitzvah di Gyula. Lui è in prima fila, al centro, mostra con orgoglio la catenina dell’orologio del bar mitzvah. I suoi genitori, Rudolf e Gisella (nata Grunfeld), sono dietro con il figlio maggiore, Jeno. In prima fila, da sinistra, Imre, Henry, Gyula, Mendel e Margit. Nella foto mancano Relli (Rose), la maggiore delle femmine, già emigrata negli Stati Uniti, e Joseph, che aveva sui diciannove anni all’epoca ed era nell’esercito. Gisella diede alla vita sedici figli; nove nacquero morti o morirono subito. Rudolf e Gisella morirono entrambi negli anni Venti, nel corso di un’epidemia di tifo. Tutti gli altri tranne Gyula emigrarono in America in quello stesso decennio.

Capitolo 2

Il principio

Sono nata in casa il quindici dicembre del 1927, con l’aiuto di una levatrice, com’era consuetudine all’epoca. Stando a quanto diceva mia madre, ero una bambina felice, sempre pronta a sorridere. Chi veniva a trovarci nella nostra casa a Pócsi Utca non mi sentiva mai piangere. Non ero impaurita dai volti nuovi, e i versetti che gli adulti fanno in continuazione quando vedono un neonato erano musica per le mie minuscole orecchie. Quando avevo all’incirca tre mesi, un mio zio scapolo, Bimi, venne in visita alla famiglia direttamente da Budapest, e dopo qualche giorno chiese alla mia orgogliosissima madre: «Boeske, ma questa bimba sa piangere? Non ho sentito nessun lamento. Neanche una volta».

La mia teoria è che se una donna vive felicemente la propria gravidanza metterà al mondo un bambino felice. Mia madre trascorse quei nove mesi in uno stato di lietissima eccitazione. Ormai i problemi fisici della piccola Erna erano stati risolti, e mia madre poté dedicarsi con tutto il cuore alla nascita della sua seconda figlia. (Come altra prova a sostegno della mia tesi, devo dire che anch’io ho vissuto in modo felice le mie tre gravidanze e tutti i miei figli sono stati bambini allegri e sani).

Come ho già detto, la mia nascita fu una vera gioia per i miei genitori. Gioia che però svanì in pochi giorni: mia madre rischiava di morire. Si era ammalata di quella che all’epoca era conosciuta come febbre da parto o, più esattamente, febbre puerperale: un’infezione causata dall’uso di strumenti non sterilizzati, oppure dalla levatrice, che magari non si era lavata le mani con sufficiente attenzione. Portarono di corsa mia madre all’ospedale di Debrecen, una città a una quarantina di chilometri a sud ovest di Nyírbátor, dove oscillò tra la vita e la morte per parecchi giorni e poté tornare a casa soltanto sei lunghe settimane dopo.

Qui Erna ha undici anni circa. Davanti a lei ci sono Baba (a sinistra), cinque anni circa, e Marta, che ne ha quattro.

In un qualunque reparto di maternità dei giorni nostri, la febbre che assalì mia madre sarebbe stata facilmente debellata con degli antibiotici. Ma nel 1927 non era così scontato. Nei suoi sporadici sprazzi di lucidità all’ospedale di Debrecen, probabilmente ripensava a sua madre, morta della stessa febbre. Molto tempo dopo, mi raccontarono che mio padre quasi non riusciva più a guardarmi nella culla: invece di quell’adorabile figlia che aveva sempre ammirato con occhi pieni di amore sin da quando era nata, vedeva ora un demonio che per poco non gli aveva portato via la bella e giovane moglie. Ma poi si riprese, e diventò il padre amorevole di cui custodisco ancora i ricordi.

Con tutto quello che aveva passato, Boeske avrebbe potuto aspettare altri tre o quattro anni prima di restare di nuovo incinta. Invece no. Dopo sei mesi aspettava la terza figlia. Marta, mia sorella minore, nacque il ventinove marzo del 1929. Una bambina agitata che piangeva in continuazione. Del resto, anche Marta è una

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