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Forse non tutti sanno che a Bologna...
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E-book346 pagine4 ore

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Info su questo ebook

Curiosità, storie inedite, misteri, aneddoti storici e luoghi sconosciuti della città delle due torri

Una città piena di tradizioni e tesori, orgogliosa del suo passato. Un viaggio lungo e affascinante.

La storia di una città è fatta di frammenti di vite che si intrecciano, vicende che attraversano i secoli, episodi minimi che talvolta diventano il simbolo di svolte epocali. In questo libro la messa a fuoco sulla storia di Bologna è quella della lente d’ingrandimento: si parte da eventi perduti negli archivi o da personaggi dimenticati per ripercorrere gli oltre due millenni di storia della città e tentare di restituirne il volto multiforme. Da Felsina, ritenuta la capitale dell’Etruria, ai giorni nostri, passando per la Bologna con un porto e canali navigabili, per i fasti e le congiure rinascimentali, gli stravolgimenti del periodo napoleonico e i rifacimenti di epoca Liberty. Dal mito dell’etrusco Fero alle stagioni del postmoderno e del rock demenziale, aneddoti e curiosità per saperne di più di una città ancora ricca di segreti.

Forse non tutti sanno che a Bologna...

...c’era una sede dei Templari
...c’è il Monte dei Matrimoni per dare una dote alle ragazze
…la servitù fu abolita fin dal 1257
...il primo bordello si trovava dove adesso c’è la lussuosa galleria Cavour
...i nomi delle vie parlano
...si tennero tre sessioni del Concilio di Trento
...Torquato Tasso subì il primo processo
...operò il primo anatomopatologo della storia
Serena Bersani
bolognese, giornalista professionista, lavora da oltre vent’anni nella carta stampata ed è presidente dell’Associazione Stampa dell’Emilia Romagna. Esperta di linguistica, ha pubblicato i libri Professione giornalista e, con Giuseppe Pittàno, L’Italiano. Le tecniche del parlare e dello scrivere. Si occupa inoltre di cronaca nera, storia locale e tematiche di genere. Per la Newton Compton ha pubblicato 101 donne che hanno fatto grande Bologna, Bologna giallo e nera, Il giro di Bologna in 501 luoghi e Forse non tutti sanno che a Bologna...
LinguaItaliano
Data di uscita30 nov 2016
ISBN9788854187047
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    Anteprima del libro

    Forse non tutti sanno che a Bologna... - Serena Bersani

    344

    Prima edizione ebook: novembre 2016

    © 2016 Newton Compton editori s.r.l.

    Roma, Casella postale 6214

    ISBN 978-88-541-8704-7

    www.newtoncompton.com

    Edizione elettronica realizzata da Pachi Guarini per StudioTi s.r.l., Roma

    A mia madre,

    alla città che amo

    «Non vi è forse in Bologna una donna di spirito che non abbia amato in modo originale».

    Stendhal

    «Città di belle donne, di grandi sapienti, e di tipi estrosi e balzani».

    Riccardo Bacchelli

    INTRODUZIONE

    «Bologna è una regola

    che hai provato a spiegarmi tu

    non lo dimentico più»

    Luca Carboni, Bologna è una regola

    La storia di una città è fatta di piccole storie. Frammenti di vite che si intrecciano, vicende che attraversano i secoli, episodi minimi che talvolta diventano il simbolo di svolte epocali. Sono pezzi che vanno a inserirsi in un puzzle, talvolta di per sé irrilevanti ma ciascuno di essi indispensabile per comporre l’immagine finita. In questo libro la messa a fuoco sulla storia di Bologna è quella della lente d’ingrandimento: si parte da eventi perduti negli archivi o da personaggi dimenticati per ripercorrere gli oltre due millenni di storia della città e tentare di ricomporne il volto multiforme. Da Felsina, ritenuta la capitale dell’Etruria, ai giorni nostri, passando per la Bologna con un porto e canali navigabili, per i fasti e le congiure rinascimentali, gli stravolgimenti del periodo napoleonico e i rifacimenti di epoca Liberty. Dal mito dell’etrusco Fero all’età moderna e contemporanea, aneddoti e curiosità per saperne di più di una città ancora ricca di segreti. E, magari, per porsi domande. Che ne sarebbe stato dell’Impero Romano se Cesare, Antonio e Lepido non si fossero incontrati in un’isoletta sul Reno alla periferia di Bologna? Come sarebbe cambiata la storia se si fosse riusciti a porre la sede papale nella città delle torri dopo l’esilio di Avignone? Se gli amori bolognesi di Foscolo e Leopardi avessero trovato corrispondenza, ciò avrebbe avuto una ricaduta sulla nostra storia letteraria? Forse non tutti sanno che a Bologna… ogni angolo di strada, ogni pietra ha qualcosa da raccontare. Basta saperlo cogliere oppure avere la curiosità di andarlo a scoprire. Alcune di queste storie saranno probabilmente note ai bolognesi perché si sono perpetuate di generazione in generazione e, spesso, in ogni famiglia con proprie varianti. Altre sono sconosciute a molti, specie ai più giovani, scomparse nelle pagine delle vecchie cronache cittadine. Questo libro vuole anche essere un po’ seguito e approfondimento di Il giro di Bologna in 501 luoghi: mentre là c’era un percorso nello spazio, che procedeva dall’interno della città verso l’esterno, qui si viaggia nel tempo e il movimento è dal lontano al vicino. Ma è un viaggio senza un reale punto di partenza, perché poi le storie si rincorrono nei secoli attraverso rimandi, punti di congiunzione, ritorni speculari o per contrappasso, e si possono leggere in ordine cronologico o andando a ritroso o saltando qua e là. Se c’è un filo conduttore – e c’è – lo dovrà scoprire il lettore, al quale sarà inevitabile trovarne uno proprio, unico, a misura dei propri ricordi e delle proprie emozioni, del proprio vissuto.

    Panorama di Bologna in una xilografia della seconda metà dell’Ottocento.

    Questo libro non è stato scritto con la disposizione dello storico, ma del giornalista, di colui che ricerca, osserva, mette insieme i fatti e non li interpreta. Racconta e aspetta, perché i fatti parlano da soli e spesso forniscono di per sé un’interpretazione. E poi adottando una delle regole del cronista: ogni riga una notizia. Questo è quanto si è cercato di fare. Ed è stato pensato sia per chi vede riflessa la propria bolognesità ogni mattina guardandosi allo specchio sia, soprattutto, per i nuovi bolognesi: i più giovani e quelli che arrivano e arriveranno in una città non sempre accogliente, ma mai estranea o indifferente. Nel mare magnum di una storia millenaria si è cercato di puntare l’attenzione su particolarità – storie anche apparentemente minime ma rappresentative di un tutto che alla fine si ricompone – e poi di allargare il campo per avere un quadro d’insieme. Quanti sono a conoscenza, per esempio, che la città venne ricostruita dopo uno spaventoso incendio niente meno che da Nerone? O che il più giovane laureato in medicina nello Studium aveva appena dieci anni? O che la basilica di San Petronio venne consacrata solo nel secolo scorso? Fatti e fatterelli scivolati nell’oblio riprendono vita e compongono un affresco più grande, una storia della città che è fatta di nomi e di volti, di corpi e di luoghi, di casi individuali che raccontano l’agire sociale. Perché se esiste un genius Bononiae è anche in ognuno di essi.

    FORSE NON TUTTI SANNO CHE A BOLOGNA…

    Particolare da una veduta di Bologna del Settecento (incisione di F.B. Werner).

    Le due torri in un’incisione ottocentesca.

    …c’era la capitale dell’etruria

    Nelle vene dei bolognesi scorre sangue etrusco. Lo testimoniano i reperti storici, ma anche alcuni dei caratteri tipici che rimandano agli antichi progenitori abitanti le terre tra il Reno e l’Aposa, tra il crinale appenninico e la pianura padana, almeno cinque o seicento anni prima di Cristo. Nei territori in cui aveva prosperato la civiltà villanoviana (dal nome di Villanova di Castenaso, dove il conte Giovanni Gozzadini nel 1853 rinvenne un importante sepolcreto), il popolo etrusco si affermò e si espanse nella zona dell’attuale Bologna stabilendo tra il corso dei torrenti Aposa e Ravone, sulle colline dell’Osservanza, il primo nucleo di Felsina. Le tracce più antiche della Bologna etrusca vennero ritrovate nel 1913 nell’attuale zona Cirenaica durante gli scavi per la costruzione dei palazzi di quel rione. Collocata in un luogo strategico per i traffici tra l’Etruria tirrenica e l’Etruria circumpadana, Felsina divenne presto, intorno al v secolo a.C., la capitale del nord del mondo etrusco.

    Quel che sappiamo di questo popolo per certi aspetti ancora misterioso, a parte i resoconti dei cronisti antichi come il greco Erodoto, ci viene soprattutto dai reperti funerari. La morte, per gli Etruschi, era un momento di grandissima importanza. La ricchezza di suppellettili ritrovate nelle numerose tombe scoperte in città e a Misa (l’odierna Marzabotto), testimonia la loro credenza in un aldilà sotterraneo in cui la vita si perpetuava. È attraverso la storia dei morti che si racconta la città dei vivi. Le sepolture, gli oggetti contenuti nelle tombe, i segni lasciati dai riti funebri, le scene illustrate su vasi e suppellettili svelano in maniera molto vivida la vita quotidiana nella sua evoluzione storica e sociale.

    Sul nome dato alla città, Felsina, ci restano solo due leggende che lo fanno derivare da quello del discendente di un re etrusco. Di fatto le due storie coincidono, si differenziano solo nel genere attribuito al mitico discendente. Felsina deve il suo nome a un uomo, Felsino, figlio di Ocno che, esiliato da Perugia con i suoi seguaci dal fratello Auleste, principe di quella città, fondò Bologna e, successivamente, Mantova? Oppure il suo nome viene da una fanciulla, Felsina, figlia del mitico Fero e della moglie Aposa, destinata a finire i suoi giorni inghiottita dal torrente che ancora la ricorda? Secondo quest’ultima leggenda, Felsina offrì da bere al padre assetato durante una pausa nella costruzione delle mura del villaggio a patto che egli desse il suo nome alla città che stava fondando.

    Una mappa di Felsina Bononia antica.

    Comunque siano andati i fatti, certamente le donne di Bologna devono qualcosa del loro temperamento alle antenate etrusche. In un’area geografica in cui si è andata sviluppando fino all’epoca contemporanea una civiltà per molti aspetti matriarcale, non è peregrino pensare che il retaggio contadino dell’arzdoura (alla lettera, la reggitrice della casa) giunto fino ai giorni nostri debba un piccolo tributo alle progenitrici, che siano esse discendenti di Ocno o di Fero. La donna, nella civiltà etrusca, aveva infatti un ruolo di primissimo piano, quantomeno paritario a quello dell’uomo negli strati sociali più elevati. Le appartenenti alle classi eminenti potevano dare il proprio nome ai figli invece di quello paterno, o affiancarlo a esso e dare il titolo nobiliare al proprio marito. Indipendenti lo erano di certo: non solo mantenevano il proprio cognome anche da sposate, ma si muovevano e viaggiavano autonomamente, come dimostra la coppia di morsi di cavallo ritrovata tra il corredo di un’etrusca bolognese. Belle, di potere e anche eleganti: i latini dicevano vestire all’etrusca per indicare chi aveva un look raffinato. Nei dipinti si vedono le donne etrusche acconciarsi con gusto, nelle tombe si è ritrovata una grande quantità di specchi e di ornamenti, dai gioielli ai ponti in oro per sostituire i denti mancanti. Inoltre avevano accesso ai ruoli di potere e in famiglia sedevano a tavola con il marito anziché limitarsi al ruolo di cameriere. In realtà, non stavano propriamente a tavola, ma sdraiate accanto al coniuge sotto la stessa coperta, come si vede nell’iconografia delle tombe etrusche o, addirittura, sedute in una sorta di trono accanto al letto su cui stava sdraiato lo sposo. In pratica, stavano a capotavola e si intrattenevano con gli amici del marito. Il rovescio della medaglia, alcune centinaia d’anni prima di Cristo, come oggi, è che il ruolo paritario della donna in società attirava le maldicenze di chi non possedeva lo stesso livello culturale. I greci non vedevano di buon occhio le madri di famiglia etrusche che partecipavano ai banchetti perché, nella loro cultura, vi potevano partecipare solo le prostitute. E quel pettegolo del commediografo latino Plauto sosteneva che le donne etrusche si prostituivano per procurarsi la dote. Insomma, l’equazione donne libere uguale poco di buono è un pregiudizio che ha origini lontane.

    Una stele funeraria etrusca in arenaria (circa 400 a.C.) proveniente dalla Necropoli Certosa (ora al Museo Archeologico di Bologna).

    Da S. Steingräber, Città e necropoli dell’Etruria).

    Sono sempre le tombe sotterranee ritrovate in varie zone della città, come i Giardini Margherita e la Certosa, e a Marzabotto a raccontare di questi proto-bolognesi. Mentre le popolazioni precedenti bruciavano i cadaveri, per gli etruschi era indifferente cremarli o seppellirli con i corredi personali, a testimonianza della loro credenza nella vita eterna, se non proprio nella resurrezione dei corpi. Il nucleo principale della collezione etrusca custodita al Museo Civico Archeologico proviene dalle oltre quattrocento tombe rinvenute nella zona del cimitero della Certosa tra il 1869 e il 1871 dall’archeologo cittadino Antonio Zannoni, ingegnere capo del Comune. Negli anni successivi, sulla scia dell’entusiasmo che aveva pervaso i bolognesi alla scoperta degli illustri progenitori, vennero dissotterrate circa altre seicento tombe e quaranta stele lungo il tracciato che va dal cimitero della Certosa a porta Sant’Isaia. Dalla parte opposta del centro, ai Giardini Margherita, vennero alla luce tra il 1876 e il 1878 altre duecento tombe durante i lavori di sistemazione del parco e del laghetto. La maggior parte di queste sepolture risale a un’epoca tra il vi e il iv secolo a.C., quando la civiltà etrusca venne spazzata via dalle invasioni galliche. Anche la capitale dell’Etruria settentrionale, Felsina, andò così scomparendo ma, mentre gli invasori non lasciarono quasi traccia del proprio passaggio, le vestigia degli etruschi rimasero nascoste sotto lo stratificarsi di Bologna per oltre due millenni. Fino a quando non sono tornate a raccontare di sé.

    …la farsa acquistò dignità letteraria nel i secolo a.c. con lucio pomponio

    L’avanspettacolo in teatri e teatrini bolognesi, ma anche sui carri degli attori itineranti, nasce ben prima dell’età moderna. Secoli e secoli prima. Nell’epoca in cui a Roma, ma anche nelle periferie dell’impero, il poeta alla moda era Catullo che cantava il suo amore per Lesbia e i mille baci da scambiare con lei, a Bologna – anzi a Bononia – fioriva l’autore di testi di tutt’altro genere.

    Uno dei rari scrittori latini per il teatro di cui resta traccia nella storia è infatti il colono bononiensis Lucio Pomponio, noto come colui che diede dignità letteraria all’antica farsa romana con maschere fisse e personaggi dai caratteri stereotipati. Di questo bolognese dell’età di Silla, vissuto nel i secolo a.C., si sa poco o nulla. Il suo nome sarebbe scomparso per sempre insieme a quello di tanti altri autori di canovacci teatrali, o di quelli che oggi definiremmo semplici sketch "alla Zelig", se non fosse stato il primo o uno dei primi a valorizzare queste scenette comiche, e talvolta sboccate, mettendone per iscritto i testi. Fino ad allora gli attori improvvisavano su di una traccia, lasciando spazio al carattere tipico del personaggio interpretato. Questa sorta di commedia dell’arte ante litteram era chiamata fabula Atellana, dalla piccola città di Atella, in Campania, da cui ebbe origine. La passione per queste farse divertenti, spesso dal contenuto allusivo o apertamente osceno, contagiò presto la gioventù romana che ne venne probabilmente a conoscenza in seguito alla sottomissione di Atella da parte della capitale dell’impero nel 313-312 a.C. Lo stesso dittatore Silla, nella cui epoca ebbero grande successo le atellane, ne avrebbe scritte alcune a sua volta.

    Maschere della commedia romana in un’illustrazione del primo Settecento.

    Come l’evoluzione letteraria dell’atellana sia arrivata nella periferica Bononia resta però un mistero. Di certo il bolognese Lucio Pomponio doveva essere molto noto in città, quasi come un Goldoni dell’epoca precristiana, visto che gli vengono attribuite circa settanta commedie, ma di molte di esse rimangono solo i titoli. Dell’opera comica di Pomponio, infatti, sono a noi sopraggiunti soltanto alcuni frammenti, che però raccontano molto sullo stile dell’autore e illuminano i temi da lui affrontati. I personaggi ricorrenti erano tipi comici fissi, di cui gli attori indossavano le maschere. C’era il Pappo (in greco nonno), ovvero il vecchio rimbambito ma ancora con aspirazioni giovanili, preso in giro in sketch dai titoli come Pappus agricola (il vecchio contadino), Pappus praeteritus (il vecchio trombato alle elezioni) o Hirnea Pappi (l’ernia del nonno). C’era il Maccus, cioè il bonaccione sciocco con un debole per la buona tavola, paragonabile a quello che nelle comiche del cinema muto prende sempre le botte in testa, protagonista delle più svariate avventure (Macco soldato, Macco in esilio, ecc.). C’era poi il personaggio di Bucco, cioè la boccaccia, il prototipo del chiacchierone sciocco e sventato, quello che oggi a Bologna si definirebbe un boccalone. Le battute, basate su giochi di parole, erano del tipo: «Bucco, puriter fac ut rem tractes (Boccalone, tratta la cosa in modo pulito). Lavi iamdudum manus (È già da un pezzo che mi sono lavato le mani)». Infine, più sporadicamente, compariva la figura del Dossenus, ovvero il parassita scaltro e gobbo che si atteggia a sapiente.

    Insomma, una comicità già molto strutturata che può considerarsi epigona dello stesso genere declinato in età moderna al cinema o nei cabaret. Le commedie di Lucio Pomponio precorrevano un po’ i cinepanettoni: qualsiasi tema della vita urbana o agreste, senza trascurare i soggetti mitologici, poteva essere spunto per una storia comica piena di doppi sensi e battute oscene, di uomini travestiti da donna e che parlano in falsetto, di mangiate e bevute con titoli eloquenti come Maialis o Postribulum. Con perfetta coerenza, in questi testi le donne vengono considerate meno di niente, piacevoli passatempi se giovani e avvenenti oppure pesi di cui liberarsi quando attempate e sfiorite. Le mogli sono le più bersagliate. «È normale augurarsi la morte della moglie», fa dire Pomponio a un personaggio della Citharista. Un altro personaggio, nei Pannuceati, racconta invece del matrimonio di convenienza del fratello con una donna: «Meus frater maior nupsit dotatae vetulae varicosae vafrae (mio fratello maggiore ha sposato una donna fornita di dote, vecchia, varicosa e scaltra)». Come si vede, la misoginia viene da lontano. Un altro marito dice agli amici che fanno bisboccia in casa sua: «Vos istic manete, eliminabo extra aedis coniugem (voi rimanete qui, caccerò fuori dalla porta la moglie)».

    Un genere sicuramente popolare, quello praticato dal bolognese Pomponio; un genere che oggi definiremmo commerciale. E sembra esserci un filo rosso che lega quelle antiche farse alle avventure seicentesche dell’astuto Bertoldo con la moglie Marcolfa e il figlio sciocco Bertoldino, e poi alla tradizione delle maschere bolognesi. Anche le storie di quegli antichi personaggi ricordano molto da vicino i caratteri dei tradizionali burattini bolognesi, sempre pronti a scorpacciate, inganni e sonore bastonate, non troppo inclini a essere rispettosi con le donne. Avete presente lo scapestrato e furbo Fagiolino, il prim’attore delle baracche petroniane, che per spregio chiama la moglie Brisabella invece che Isabella? Ecco, se ci sono radici da ricercare, si può risalire indietro di due millenni e dare qualche responsabilità al misterioso scrittore di atellane Lucio Pomponio, il cui unico attribuito noto è «bolognese».

    …augusto, antonio e lepido decisero le sorti dell’impero romano

    Del memorabile incontro narrano tutti i principali storici antichi: da Tito Livio in Dalla fondazione di Roma, poi ripreso da Floro in una sua celebre Epitome, a Velleio Patercolo nelle sue Storie romane, da Cicerone nelle lettere Ai famigliari a Svetonio nelle Vite dei Cesari, da Cassio Dione nella sua Storia romana ai greci Appiano nelle Guerre civili e Plutarco nelle Vite parallele.

    Questo è certamente uno degli eventi più documentati della storia, reso immortale non solo dall’eccellenza dei cronisti più o meno contemporanei che lo narrarono, ma soprattutto dalla straordinarietà dei suoi protagonisti. Potremmo paragonarlo a uno degli attuali g8, un summit tra i grandi della terra, i rappresentanti dei Paesi più potenti del mondo. Uno di quegli incontri in cui si prendono decisioni epocali e si stringono patti e alleanze di straordinaria portata. Solo che, nel nostro caso, i potenti erano solo tre e per questo l’incontro – avvenuto sul finire dell’autunno del 43 a.C., l’anno dopo la congiura conclusasi con il brutale omicidio dell’imperatore Giulio Cesare – passò alla storia come Triumvirato. Anzi, Secondo Triumvirato, perché prima – nel 60 a.C. – ce n’era stato un altro, quello tra Cesare, Crasso e Pompeo, che però non ebbe un valore ufficiale perché si trattava, di fatto, di un accordo privato tra potenti e destinato, per un certo periodo, a rimanere segreto. Nel secondo caso si trattò invece di un vertice con tutti i crismi dell’ufficialità, legalizzato dalla Lex Titia emanata il giorno stesso dell’incontro: 27 novembre del 43 a.C.

    Allegoria della vittoria di Augusto in un’incisione di Francois Perrier del 1620.

    Il luogo scelto per quel summit era nella periferia dell’impero, nella colonia romana di Bononia. Per di più era stato individuato come ideale, per il suo essere appartato e lontano da sguardi indiscreti, un isolotto al centro del fiume Reno nel tratto tra le attuali località di Borgo Panigale e Trebbo, una piccola lingua di terra che il trascorrere dei millenni ha cancellato dalla nostra orografia. A unire alla città la piccola isola erano due ponti in legno che la collegavano alle due sponde del fiume.

    Protagonisti del vertice erano tre politici di grande levatura: due ormai navigati e di vasta esperienza, uno assai più giovane ma destinato a diventare il più famoso di tutti. Provenienti dalla sponda destra, con un esercito di trecento uomini, erano Marco Emilio Lepido – un uomo di mezz’età dall’aria tirata, il viso magro e ossuto, con la fronte e gli zigomi sporgenti, che era stato un fedele sodale di Giulio Cesare – e Marco Antonio, un uomo più giovane, alto e decisamente bello, console insieme a Cesare alle Idi di marzo del 44 a.C. e poi capofila della persecuzione contro i cesaricidi, non senza l’interesse personale di essere il successore del divo Giulio. Interesse che nutriva però anche il giovane uomo proveniente dalla riva sinistra del Reno, se non altro perché era il legittimo erede di Cesare. Si trattava di Ottaviano, pronipote e anche figlio adottivo del dittatore, all’epoca del Secondo Triumvirato appena ventenne, ma con le idee già ben chiare e destinato a diventare il primo imperatore romano con l’appellativo di Augusto. Antonio, più scafato, dopo la morte di Cesare aveva ipotizzato di poter sottrarre il potere ereditato da Ottaviano, ma il ragazzo era un osso duro malgrado l’aspetto gentile, i capelli biondi, gli occhi chiari e limpidi. Era soprattutto un giovane intelligente, con grandi capacità di comando e di governo. Il terreno di scontro si trasferì ben presto da Roma all’Emilia. Dopo la battaglia di Modena, nella primavera di quello stesso 43 a.C., da cui Antonio uscì perdente, non rimaneva che un’alleanza da cui tutti e tre i partecipanti potessero trarre vantaggio.

    Il primo a salire sull’isolotto fu Lepido, con l’incarico di bonificare il territorio e verificare non vi fossero uomini in agguato. Poi arrivarono Antonio e Ottaviano e i tre si perquisirono a vicenda per verificare che nessuno avesse armi. La prudenza non era eccessiva poiché vivevano in un momento storico in cui le congiure, i voltafaccia e le pugnalate alle spalle (non solo metaforiche) erano all’ordine del giorno. C’era timore anche a sedersi al centro, visto che gli altri due si sarebbero potuti coalizzare contro chi stava nel posto di maggior riguardo. Alla fine l’onore in quanto console, ma anche l’onere, toccò al più giovane, a cui venne finalmente riconosciuto l’essere figlio adottivo di Giulio Cesare. Dopo un lungo colloquio – i tre rimasero sull’isolotto per più giorni, malgrado le condizioni climatiche non fossero delle migliori – si accordarono sulla necessità di vendicare la morte di Cesare e

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