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Il monastero del Vangelo proibito
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E-book381 pagine5 ore

Il monastero del Vangelo proibito

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Un grande thriller

Un antico manoscritto
Una congregazione millenaria
Quale segreto nascondono i labirinti delle città sotterranee della Cappadocia?

A Kaymakli, una delle città sotterranee della Cappadocia, viene ritrovato un testo in aramaico inciso su una lamina di rame. Si tratta di un frammento del famoso Vangelo proibito, un antico codice che s’interrompe proprio nel punto in cui dovrebbe indicare il nascondiglio di un tesoro. A risolvere il mistero viene chiamato Brenno Branciforte, un ex falsario, ora funzionario di una speciale squadra investigativa dell’UNESCO per il recupero delle opere artistiche. Il professore si mette subito sulle tracce della parte mancante della lamina, facendosi aiutare dalla bella Yasmin, una guida turistica turca. Da quel momento si scatena una caccia spietata al manoscritto, che vede coinvolti una congregazione millenaria, custode di una profezia nascosta tra quelle antiche formule; i terroristi del famigerato Califfato, in cerca di reperti preziosi con cui finanziare il movimento jihadista dell’IS; gli efferati servizi segreti turchi, la polizia militare e l’onnipresente CIA. Una guerra senza esclusione di colpi, che non risparmia nessuno: dalle moschee di Istanbul ai suggestivi scenari della Cappadocia, in un Oriente  popolato da oscure sette, per svelare un mistero che molti vorrebbero rimanesse tale.

La profezia dell’ultimo manoscritto del Mar Morto potrà sconfiggere il Califfato?

Oscure sette e servizi segreti sono disposti a tutto pur di impossessarsi dei misteri del Vangelo di rame

Hanno scritto dei suoi libri:

«Bruschini sfrutta di nuovo il proprio mestiere di cronista per costruire un avvincente thriller di fantasia basato su alcuni fatti reali e argomenti attuali tornati alla ribalta.»
Panorama

«Vito Bruschini ancora una volta confeziona alla perfezione una trama tessuta di personaggi ambigui, omicidi eccellenti, intrighi politici e servizi segreti deviati.» 
Silvana Mazzocchi, la Repubblica

«The Father, il primo romanzo di Vito Bruschini dimostra come la capacità di riprodurre la ricca ambiguità che accompagna la vita, sia il modo vincente di raccontare una storia.»
la Repubblica
Vito Bruschini
Giornalista professionista, dirige l’agenzia stampa per gli italiani nel mondo «Globalpress Italia». Ha scritto testi per il teatro e per la televisione. Con la Newton Compton ha pubblicato, riscuotendo un notevole successo di critica e pubblico, The Father. Il padrino dei padrini; Vallanzasca. Il romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno; La strage. Il romanzo di piazza Fontana; Educazione criminale. La sanguinosa storia del clan dei Marsigliesi; I segreti del club Bilderberg, I cospiratori del Priorato e Il monastero del Vangelo proibito. In versione ebook ha pubblicato il romanzo a puntate Romanzo mafioso. I suoi libri sono tradotti all’estero.
LinguaItaliano
Data di uscita12 apr 2016
ISBN9788854192607
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    Anteprima del libro

    Il monastero del Vangelo proibito - Vito Bruschini

    Prologo

    Un pomeriggio di due anni fa, stavo lavorando nella mia casa di Roma al nuovo romanzo, I cospiratori del Priorato, quando ricevetti da uno sconosciuto un’insolita telefonata.

    «Mi chiamo Brenno Branciforte e mi trovo a Istanbul», esordì l’uomo. «Le sembrerà insolita questa telefonata, ma la prego di avere la pazienza di ascoltarmi fino alla fine. Ho letto i suoi libri e apprezzo molto il suo lavoro e il suo personale modo di divulgare la verità». Quelle parole mi lusingarono. Come tutti gli scrittori, sono sensibile ai complimenti. Mi apprestai quindi a offrirgli tutta la mia attenzione.

    «Mi rivolgo a lei perché vorrei che la storia che sto per raccontarle non andasse perduta con la mia scomparsa. Sì, perché le preannuncio sin da ora che prima o poi qualcuno farà di tutto per farmi tacere. Se ha un po’ di pazienza, le spiego chi sono, per convincerla che chi le sta parlando non è un megalomane. In passato sono stato un mercante d’arte. Attualmente faccio parte di una sezione dell’unesco che si occupa del recupero dei beni culturali trafugati. Le sovrintendenze museali di tutto il mondo ricorrono alle mie competenze perché mi riconoscono una particolare abilità nell’individuare opere d’arte contraffatte. Sapesse quanti musei espongono imitazioni di Tiepolo, Pontormo, Bronzino, ma anche di Piranesi, Goya e persino Leonardo… Quest’abilità la devo a una pratica sul campo che ho affinato con lo studio della filologia classica all’università di Urbino. Purtroppo la morte improvvisa di mio padre mi costrinse ad abbandonare quell’università. Da allora ho cambiato molti lavori. È stato un amico di famiglia, zio Aldo, ad avviarmi al commercio dell’arte. Lui mi ha insegnato tutti i trucchi del mestiere di antiquario. Studiando di notte, ma continuando a lavorare di giorno, mi sono poi laureato con lode a Firenze in Filologia e letteratura del Vicino Oriente antico. Ho vinto una borsa di studio per un master all’università di Uppsala, in Svezia, dove ho approfondito lo studio delle lingue semitiche. Poi mi sono trasferito a Filadelfia, dove ho lavorato all’University Museum. È lì che si trova la collezione di tavolette sumere più ricca del mondo. Mia madre e i miei fratelli nel frattempo erano diventati autonomi e non avevano più bisogno del mio aiuto economico. Così ho potuto lasciare i guadagni sicuri dell’università di Filadelfia per tornare alla bottega dello zio».

    Lo sconosciuto al telefono continuò a parlarmi di ritrovamenti di antichi manoscritti, di inseguimenti, di killer, di tradimenti, soffermandosi in particolare sulla scoperta dell’ultimo e poco conosciuto manoscritto del Mar Morto, il cosiddetto "Vangelo proibito". Questo codice, noto soltanto ad alcuni iniziati delle logge supersegrete della Massoneria e negli ambienti del Vaticano, secondo un’antica profezia doveva annunciare la pace universale, in seguito alla scoperta di una preziosissima reliquia. Così mi disse. «Tutto ciò», mi riferì testualmente, «doveva avvenire in forma solenne allo scoccare della mezzanotte del terzo millennio. Ma, come ben sa, a mezzanotte del 2000 nessuno si è fatto avanti per divulgare la profezia e mostrare la reliquia».

    Brenno mi spiegò che il manoscritto era finito nelle mani di un Maestro malvagio, un oscuro personaggio che avrebbe fatto di tutto per nascondere la reliquia o peggio per distruggerla con lo scopo di annullare la profezia. «Il Maestro malvagio odia la pace», concluse.

    «Ma io che posso fare? Perché ha raccontato questa storia proprio a me? Come posso aiutarla?», gli domandai convinto ormai di avere a che fare con un mitomane.

    Rispose che mi avrebbe spedito il suo diario e mi chiese semplicemente di pubblicare la sua storia. Era necessario farla conoscere all’umanità affinché qualcuno continuasse a cercare la misteriosa reliquia. Quella reliquia avrebbe messo la parola fine alla follia di una guerra mondiale, verso cui tutti noi ci stavamo incamminando.

    Poi, per convincermi dell’autenticità di quelle sue improbabili dichiarazioni, mi fece una previsione. Queste furono le sue precise parole: «Il Vangelo proibito è stato ritrovato in un luogo segreto insieme a tanti altri antichi manoscritti, tra cui una Bibbia dei primi secoli. Il Maestro malvagio, per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal Vangelo proibito, prima o poi divulgherà al mondo il ritrovamento di una delle più antiche Bibbie mai conosciute. Il libro, scritto in siriaco, un dialetto dell’aramaico, la lingua di Gesù, riporta per la prima volta l’effige della croce e fa alcune rivelazioni che faranno vacillare la fede di molti. Quando sui giornali apparirà l’annuncio di questo ritrovamento, avrà la prova che non le ho raccontato menzogne».

    Noi scrittori spesso veniamo contattati da persone che ci raccontano le storie più improbabili, credendo che siano uniche e irripetibili. Se siamo educati, le ascoltiamo con pazienza, per poi dimenticarle subito dopo. E così, al termine della telefonata, ripresi il mio lavoro, gettando presto l’appello dello sconosciuto nel cestino della mia memoria. Qualche giorno dopo arrivò puntuale il suo diario, ma lo depositai sul mucchio dei manoscritti che mi pervengono quasi quotidianamente e che prima o poi mi riprometto di leggere.

    Non sono più tornato con la mente a quella telefonata fino alla scorsa estate quando, aprendo le pagine culturali di un quotidiano, la foto di un’antica Bibbia, scritta con inchiostro dorato, attrasse la mia attenzione. Il titolo annunciava: Trovata una Bibbia di 1500 anni in cui si sosterrebbe che Gesù non è stato crocifisso. Divorai letteralmente l’articolo. Il giornalista scriveva che nel 2000 la polizia turca aveva sequestrato a un gruppo di contrabbandieri un tesoro di reperti antichi tra cui questa Bibbia che, secondo le prime ipotesi, doveva essere antica di 1500 anni. Questa notizia ebbe un forte richiamo mediatico nel mondo islamico perché avvalorava la tesi, sostenuta da anni dagli imam, che fosse Maometto il vero Messia, essendo stato annunciato dallo stesso Gesù… Peccato però che la datazione di quella Bibbia costituisse una vera e propria bufala. Un’analisi più accurata del testo scritto in siriaco rivelava infatti la vera origine del libro. Era sufficiente leggere la prima riga per scoprire l’infondatezza dell’annuncio: «Nel nome del Signore, [è stato] scritto questo libro in Ninive nell’anno 1500 di nostro Signore». Qualche giornalista superficiale aveva dato notizia che il libro ritrovato risaliva a 1500 anni fa, mentre invece era del 1500 dopo Cristo. E così tutto si è sgonfiato nel giro di pochi giorni. Il reperto era stato consegnato al Museo Etnografico di Ankara dove è esposto in una bacheca e oggi può essere esaminato da chiunque.

    Però l’articolo mi fece tornare alla mente la telefonata di due anni prima. Brenno Branciforte mi aveva preannunciato quella scoperta! «Una Bibbia scritta in siriaco prima o poi verrà mostrata al mondo…». Non era una delle Bibbie più antiche, ma l’errore di Branciforte poteva essere ammissibile. Dunque, in qualche modo mi aveva detto la verità e quindi anche l’intero suo racconto poteva risultare autentico. Recuperai dal mucchio dei manoscritti (sempre più alto) il suo diario e devo confessare che, leggendolo, la sua storia mi appassionò come poche volte mi era capitato. Svolsi allora ricerche approfondite su di lui e scoprii che era davvero un affermato specialista in expertise, ma quello che non mi aveva detto è che, nell’ambiente dei collezionisti d’arte, era conosciuto anche come uno dei più abili e famosi falsari del mondo, un vero artista nel riprodurre disegni, quadri antichi, ma anche manoscritti. A detta di molti Brenno Branciforte era stato uno dei più noti falsari di tutti i tempi! Per quel che mi riguardava, avevo sufficiente materiale per realizzare ciò che anni prima mi aveva chiesto: divulgare la sua storia affinché l’umanità potesse venire a conoscenza dell’esistenza di una reliquia capace di riportare pace e tolleranza in questo folle mondo… Ebbene, questo è il suo racconto.

    Vito Bruschini

    Roma, marzo 2016

    1. DUE ANNI PRIMA DEL 2000

    Cappadocia

    Chiamare casa il tugurio dove abitavano Ozan e la sua famiglia era un’esagerazione. Si trovava abbarbicata, insieme ad altre abitazioni, su una parete tufacea, della quale utilizzava le ampie cavità come fossero stanze. Sul davanti era chiusa da una parete di mattoni, su cui si aprivano due finestre e una porta ad arco acuto, secondo lo stile orientale, unico elemento di una certa ricercatezza.

    Alle soglie del terzo millennio, in questa grotta nel cuore della Cappadocia, vivevano Ozan, la giovane moglie Ayazin e Ishmid, il figlioletto di cinque anni.

    Addossato a una parete completamente annerita dal fumo, c’era un primitivo focolare in corrispondenza del quale, nel tufo, era stato tracciato un camino di aerazione che però non svolgeva alla perfezione il compito per cui era stato progettato e, ogni volta che si accendeva il fuoco per cucinare o riscaldarsi, il fumo e la fuliggine invadevano la grotta rendendo l’aria irrespirabile. Come in quel momento, mentre la moglie, in un recipiente incrostato di fuliggine, stava riscaldando una brodaglia in cui galleggiavano pezzi di verdura e di patate.

    Nell’angolo opposto della caverna il piccolo Ishmid stava giocando con un carrettino che il padre gli aveva costruito sagomando alcune variopinte lattine di Coca-Cola. Una tosse secca e graffiante lo costringeva di tanto in tanto a interrompere il gioco. Con le due manine spingeva il centro del torace, come per lenire il dolore.

    In quella spelonca, per le imperscrutabili vie che alcuni chiamano destino, un giorno di dicembre entrò Jamal Mahmoud, un imam di origini irachene, dal fisico massiccio e non più giovanissimo.

    L’incontro con Ozan avrebbe mutato negli anni a venire il corso della storia stessa dell’umanità.

    «Il mio povero pasto è il tuo», disse Ozan all’iracheno, abituato a ben altre e più opulente mense. Jamal Mahmoud si fece cadere sul materasso di gomma disteso a terra e ricoperto da un lenzuolo rattoppato mille volte. «Cosa ti ha spinto ad affrontare un viaggio così lungo e pericoloso? Mi hai detto che sei di Mosul», domandò ancora Ozan.

    «Sono fuggito dall’Iraq», iniziò a raccontare Jamal Mahmoud. «Per noi sciiti sono tempi difficili. Per qualche anno ho lavorato all’università di Friburgo. Ho una laurea in Lettere antiche. Tre anni fa ho deciso di tornare e di ricongiungermi alla famiglia. Il rais ha i giorni contati. Una seconda invasione da parte degli americani è data per certa e questa volta gli yankee non si fermeranno alle porte di Baghdad, ma entreranno nel Palazzo presidenziale».

    «Non mi piacciono gli americani quando invadono gli Stati, come fossero i poliziotti del mondo», commentò Ozan.

    «Troveranno un pretesto. Lo accuseranno di voler costruire la bomba o qualcosa del genere», profetizzò Jamal. «Dobbiamo organizzarci per il dopo Saddam. Vogliamo creare una grande coalizione degli Stati islamici per ricostituire, mediante la guida di un califfo, l’unità politica e religiosa della comunità musulmana. Io faccio parte di una frangia legata ai Fratelli Musulmani. Il nostro capo è Muhammad Hardan, un ex mujahidin che ha combattuto contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan negli anni Ottanta».

    «Ma io come posso esserti d’aiuto?», replicò Ozan. «Sono una semplice guida».

    «Abbiamo bisogno di uomini decisi, di cittadini informati che possano convincere gli altri fratelli facendo opera di persuasione. Vogliamo spezzare le catene che ci legano all’Occidente. Non vogliamo più essere schiavi dell’America, come la famiglia Saud in Arabia. Il nostro scopo è quello di organizzare un forte movimento islamico. Far risorgere il califfato che ha fatto grande l’Islam, prima della dissoluzione dell’impero ottomano».

    «È un sogno».

    «Ma che la nostra generazione riuscirà a realizzare», concluse con veemenza Jamal Mahmoud.

    «Il tuo impegno è lodevole», osservò Ozan, «e mi piacerebbe aiutarti perché è la causa che dovrebbe accomunare tutti i veri credenti in Allah, sempre sia benedetto il nome suo. Ma vedi come vivo. Il mio impegno potrà essere molto limitato. Le priorità per me sono altre. Mio figlio ha bisogno di cure. Dovrei portarlo a Istanbul, ma non ne ho i mezzi».

    «Penserò io a lui. La Fratellanza serve a questo».

    «E cosa ti aspetteresti da me?», domandò sospettoso Ozan.

    «Sono venuto da te perché Allah, il Misericordioso, ha guidato i miei passi… Ma anche perché qui a Uchisar corre voce che tu sia il custode di una preziosa biblioteca di manoscritti antichi. Corrisponde a verità?»

    «Ma è una menzogna!», rispose con foga Ozan. «Chi lo ha detto è uno spergiuro. Se fosse vero la prima cosa che farei sarebbe vendere quei libri per portare mio figlio Ishmid in ospedale».

    «Peccato perché avrei potuto aiutarti a trovare i soldi per curare tuo figlio. Per autofinanziarci, abbiamo contatti privilegiati con case d’asta internazionali che accettano reperti antichi senza stare a investigare sulla loro provenienza…».

    Ozan non rispose. Nel frattempo Ayazin li servì. Jamal Mahmoud condivise con Ozan e il suo figlioletto la brodaglia preparata dalla donna. Lei si appartò accanto al focolare, e dopo di loro mangiò ciò che era avanzato nei piatti dei tre uomini, com’è usanza tra le popolazioni più povere di quella regione.

    Per tutto il tempo della cena nessuno fece più cenno a quei manoscritti e quando Jamal si congedò, Ozan gli promise che avrebbe sempre potuto contare sul suo sostegno, il giorno in cui i Fratelli Musulmani avessero deciso di passare all’azione.

    Qualche tempo dopo quell’incontro, nella cittadina di Nevs¸ehir, dopo un intero pomeriggio trascorso a fare proseliti e a visitare case, Jamal Mahmoud s’accorse di essere pedinato. A seguirlo era proprio Ozan, la guida di Uchisar.

    Il giovane turco lo trascinò in un vicolo deserto e con la voce rotta dall’emozione gli disse che rischiava la vita per quello che stava per rivelargli… Jamal Mahmoud lesse il terrore nei suoi occhi e capì che non stava fingendo. Lo esortò a parlare.

    «Come tu sai, sono una delle guide di Kaymaklı, la città sotterranea», iniziò a raccontare. «Di Kaymaklı si possono visitare solo i primi quattro livelli. Gli altri quattro sono vietati al pubblico. Non sono stati ancora esplorati e molte gallerie sono pericolanti. In realtà è quello che le autorità hanno sempre voluto far credere alla gente. È vero che una parte delle gallerie sono impraticabili, scendere oltre il quarto livello poi è molto pericoloso perché, dicono, la città è popolata da spiriti malefici. Circolano voci secondo cui anime dannate si aggirerebbero di notte nelle gallerie più profonde della città. Qualcuno parla anche di una confraternita segreta che di generazione in generazione si tramanda il compito di custodire un immenso tesoro nascosto nella stanza più profonda della città. Ma c’è molto di più. Io non credo agli spiriti, ma sono assai curioso e così un anno fa decisi di scendere oltre il quarto livello… Ebbene, superando grandi difficoltà, sono riuscito a raggiungere la quota più bassa. L’ottavo livello finisce in un grande antro». Fece una pausa per raccogliere il poco coraggio che gli era rimasto nelle vene. «E proprio lì c’è un tesoro di valore inestimabile».

    «Un tesoro?», ripeté incredulo l’iracheno.

    Per dimostrare la sua attendibilità, Ozan gli mostrò il frammento di un’antica tavoletta di argilla su cui l’imam non faticò a riconoscere alcuni segni in lingua accadica, uno dei più antichi idiomi conosciuti, precedente persino alla scrittura cuneiforme.

    «Non si tratta naturalmente di un tesoro di oro e pietre preziose», precisò Ozan. «Bensì di una biblioteca di antichi manoscritti e codici che risalgono al periodo delle prime comunità cristiane».

    «Ne sei sicuro? Come fai a dirlo?», domandò eccitato Jamal Mahmoud.

    «Dopo la scoperta ho fatto le mie indagini», proseguì Ozan certo ormai di aver conquistato l’attenzione dell’imam. «Da anni girava voce della presenza qui in Cappadocia di un favoloso tesoro di testi antichi, protetto da alcuni uomini», continuò Ozan. «Nessuno conosce queste persone, ma vivono in mezzo a noi. Si dice anche che siano arrivate a uccidere pur di proteggere il loro nascondiglio».

    «Ma tu sei riuscito a prendere una di quelle pergamene?», gli domandò Jamal Mahmoud.

    «No. Non ho mai portato via niente da lì dentro… Temo la vendetta dei custodi dei manoscritti, ma soprattutto non saprei a chi vendere i rotoli di pergamena».

    «E ora saresti disposto a correre il pericolo?»

    «Ieri il dottore mi ha detto che se non porto Ishmid in ospedale, non arriverà alla fine del mese… Ho bisogno di soldi per curarlo».

    «Dovremo dividerci il guadagno. Io ho i miei impegni con i Fratelli Musulmani», l’avvertì l’imam.

    «Ma sono io quello che rischia di più», replicò Ozan. «Voglio il sessanta per cento per me. E porterò fuori un solo manoscritto».

    «Va bene, accetto. Però io verrò con te».

    «Non se ne parla. Andrò da solo. È troppo pericoloso per chi non è abituato a spazi angusti. Nelle gallerie più profonde manca persino l’aria. Con tutto il rispetto, ma la tua mole sarebbe di ostacolo in alcuni passaggi. Se vuoi puoi aspettarmi all’entrata. Ho bisogno di almeno un’ora per andare e tornare».

    Qualche sera dopo si diedero appuntamento alla periferia del villaggio di Kaymaklı e insieme s’incamminarono verso la vicina gola formata dalla collinetta che domina il lato orientale della città. Lì si trovava l’entrata segreta della città sotterranea, mentre quella principale, destinata ai turisti, era situata esattamente al centro della cittadina. L’entrata segreta era ostruita da una massiccia ruota di pietra, che anticamente aveva avuto le funzioni di macina per il grano. Facendo leva con un tronco, Ozan mosse la macina quel tanto che gli consentì di passare. Prima di entrare disse all’imam: «Nasconditi. Non si sa mai. Qualcuno della confraternita potrebbe passare per controllare. Non ti fidare di nessuno». Poi scomparve nel buio della galleria.

    2. 80 METRI SOTTO TERRA

    I primi camminamenti della città sotterranea erano di ampie dimensioni. Un tempo quell’entrata serviva per tenere al riparo le bestie di taglia grande, come i somari, i cavalli o le mucche. Poi, a mano a mano che si procedeva verso l’interno, le volte si facevano più basse, i tunnel più stretti, gli slarghi più piccoli. Ozan riusciva a orientarsi in quella ragnatela di gallerie con estrema sicurezza. Conosceva quel labirinto di tunnel come fosse casa sua. Era giovane e magro e riusciva a infilarsi in ogni anfratto con estrema agilità. Avanzava illuminando i cunicoli con il fascio di una vecchia lanterna elettrica. A mano a mano che scendeva di livello, i tunnel si facevano sempre più stretti e bassi, tanto che a un certo punto, superato il quarto, entrato nella zona off limits, come annunciava un cartello posto a sbarramento della galleria, cominciò a camminare per lunghi tratti con la schiena ricurva. Dopo una svolta ad angolo retto, affrontò un tunnel che alla fine si aprì finalmente in un ampio slargo. Tutt’intorno erano state scavate nicchie e aperture che portavano in altrettante stanze. In quella sorta di piazza confluivano altre due gallerie. Erano ostruite entrambe da pesanti macine di pietra di circa un metro e mezzo di diametro e dallo spessore di cinquanta centimetri, del tutto simili a quella dell’entrata.

    Poggiata a terra la lampada, Ozan si avvicinò alla macina della galleria di sinistra e tentò di muoverla, ma la ruota era incassata in una cunetta del suolo per una ventina di centimetri e non voleva saperne di spostarsi. Allora afferrò una pietra appuntita e cominciò a scavare attorno ai bordi della cunetta. Il sudore gli colava sugli occhi appannandogli la vista. Aveva le articolazioni delle ginocchia intorpidite e gli abiti zuppi. Riprese a spingere e a strattonare la macina. Dopo un po’ la ruota si smosse. Raddoppiò gli sforzi e finalmente riuscì a farla rotolare per un buon mezzo metro, aprendosi un varco sufficiente a passare.

    Il turco riprese ad avanzare nella nuova galleria in leggera pendenza. Arrivato alla fine del tunnel si calò in un pozzetto profondo circa tre metri. A questo punto si concesse qualche secondo di riposo e fu proprio allora che udì dei rumori provenienti dal buio della galleria. Un brivido gli percorse la schiena. S’appiattì contro la parete del pozzo, preparandosi ad affrontare l’inseguitore, forse uno dei custodi dei manoscritti… Trascorsero alcuni secondi, poi i rumori si concretizzarono in un respiro ansimante. Ozan tese l’orecchio per capire in quanti lo stessero seguendo. Una manciata di secondi dopo due gambe penzolavano nel pozzo e un faccione paonazzo si affacciò, illuminato dalla lanterna elettrica della giovane guida turca.

    «Jamal Mahmoud!». Alla vista dell’iracheno, Ozan riuscì a stento a trattenere l’ira. «Ti avevo detto di non seguirmi!».

    «Non ho resistito. Mi devi comprendere. Sono un imam. Uno studioso». Cercava di rallentare il ritmo affannato del respiro. «Il desiderio di vedere… quei manoscritti… è troppo grande».

    Spiccò il breve salto e si ritrovò anche lui nell’ottavo piano sotterraneo, l’ultimo.

    Ozan si calmò. «Non dovevi venire. Me l’avevi promesso!».

    Senza aspettare risposta riprese ad avanzare nel successivo cunicolo, scomparendo con la lampada dietro una curva della galleria. L’imam, nel buio più assoluto, con il fiato che gli si smorzava nei polmoni, sopraffatto dalla claustrofobia, si alzò e riprese a camminare barcollando, con la schiena piegata e le braccia tese in avanti per proteggersi da eventuali ostacoli. Superò la curva e tornò a vedere il chiarore della lampada. Allora si tranquillizzò e accelerò i passi facendo appello alle ultime energie. La galleria scendeva ripidamente fino a un nuovo slargo dove si aprivano due tunnel. Il chiarore della luce della guida indicava che doveva entrare in quello di destra. Senza darsi tregua, l’imam s’infilò risolutamente nel buco. Dovette camminare carponi perché il tunnel era diventato strettissimo. Sentì una morsa intorno alla gola, come se una tenaglia la stringesse. Fu colto da una paura mai provata prima in vita sua. Non aveva la forza di chiedere aiuto. Si abbandonò pensando di morire. La galleria si restringeva sempre di più terminando a imbuto. La claustrofobia lo stava uccidendo. Un attimo prima di svenire vide una luce avvicinarsi. Ozan, non vedendolo arrivare era tornato sui propri passi.

    «Coraggio, ci siamo quasi. Pochi metri e c’è uno slargo», tentò di consolarlo.

    Gli prese la mano e lo costrinse a trascinarsi ancora per qualche metro, per superare la strettoia. Finalmente arrivarono in uno spiazzo che consentì loro di riprendere fiato, grazie a una bocchetta d’aerazione.

    «Hai capito adesso perché non ti volevo con me?», lo rimproverò Ozan. Ma l’iracheno non gli rispose.

    Ozan esplorò con il fascio luminoso della torcia la grotta in cui si trovavano, poi inquadrò l’ennesima macina che chiudeva ermeticamente l’imboccatura della nuova galleria. Questa volta non era disposta trasversalmente alla galleria, come tutte quelle che aveva incontrato fino ad allora, ma nel senso della lunghezza, come un tappo di bottiglia. Era incastrata nella strozzatura per pochi centimetri e conservava ancora l’asse di legno inserito nel foro centrale. Tra la superficie della macina e la parete della galleria c’era uno spazio largo non più di quaranta centimetri. Jamal Mahmoud, a causa della sua stazza, fece fatica a inserirsi nella fessura per afferrare il mozzo. Con la forza della disperazione compresse il corpo nella fenditura, allungò il braccio e finalmente riuscì a impugnare saldamente il legno. A un comando di Ozan, dall’altra parte della macina, cominciarono a tirare con tutte le forze. Contemporaneamente scuotevano con colpi secchi la pietra in senso trasversale, per creare un sia pur minimo movimento, così da agevolare la fuoriuscita della mola dalla nicchia. Ozan si dava da fare come un forsennato e per fortuna il mozzo di legno sembrava resistere ai suoi violentissimi strattoni. L’imam invece era molto provato e il suo contributo si riduceva a controbilanciare i movimenti del turco. La sua mente si trovava già dall’altra parte della strettoia. Ozan gli aveva annunciato che oltre quel passaggio avrebbero trovato i manoscritti…

    La pietra finalmente oscillò. Ozan emise un urlo tirando a sé con violenza il tronco, scalzando finalmente la macina dalla sua sede. La fece rotolare lungo la galleria liberando così l’entrata. Ma improvvisamente, preceduta da un cupo boato, la volta, non più sostenuta dalla pietra della mola, rovinò a terra sollevando una nube di polvere che accecò i due uomini e offuscò la luce della lampada elettrica. Arretrarono velocemente nel corridoio. Ozan tossiva furiosamente, bestemmiando, Jamal Mahmoud si tappò la bocca con un fazzoletto e tornò indietro fino all’imboccatura della galleria. Fortunatamente gli aeratori funzionavano alla perfezione e la polvere si incanalò negli sfiatatoi che arrivavano in superficie, ottanta metri sopra alle loro teste.

    Nel buio più assoluto attesero che la polvere si depositasse. L’imam stava tentando di dominare il panico. Si sdraiò a terra, socchiuse gli occhi respirando lentamente attraverso il fazzoletto di cotone che si era annodato al collo per proteggere la bocca.

    Ozan tornò ad avvicinarsi al punto in cui la volta era franata. Con l’aiuto di un accendino individuò la lampada. Fortunatamente funzionava ancora. Diresse il fascio verso la frana. Erano stati fortunati, pensò ancora frastornato, perché quell’imprevisto avrebbe potuto avere ben altre conseguenze.

    Affondò la mano nel terriccio per valutarne la densità. La terra era molle e umida: probabilmente una falda idrica si era infiltrata a causa di qualche terremoto, sempre frequenti in quella zona.

    Ozan cominciò a scavare a mani nude, abbrancando blocchi di terra che gettava alle sue spalle. L’iracheno provvedeva a spanderli lungo il pavimento del corridoio per evitare che si formassero intasamenti. Dopo una lunga e frenetica attività, il turco sfondò il diaframma di terra e allargò il foro quanto bastava per far passare lui e l’imam. Jamal Mahmoud, vedendolo strisciare all’interno del tunnel e sparire con lui anche la luce, si affrettò a seguirlo.

    Erano entrati in un ambiente molto ampio. Ozan frugò con il fascio della torcia le pareti della stanza e il soffitto, alto più di tre metri. La luce illuminò la parete frontale e si fermò sull’affresco di un Cristo Pantocratore, nel tipico gesto benedicente con le tre dita, secondo l’uso ortodosso. Il dipinto riempiva tutta la parete ed era inserito in una sorta di abside scavata nella roccia. Ai lati dell’abside Jamal e Ozan poterono ammirare due colonne quadrate, anch’esse scolpite nella roccia tufacea, e restarono affascinati dai primitivi disegni geometrici dipinti di rosso che adornavano l’arco dell’abside e le colonne stesse. Poi Ozan diresse verso il basso il fascio di luce per illuminare il pavimento. Fu in quel momento che il cuore dell’imam ebbe un sussulto. Su tutta la superficie erano allineate e accatastate un gran numero di giare sormontate da coperchi di terracotta ermeticamente sigillati con la pece. Erano centinaia di anfore alcune delle quali frantumate, forse in seguito a movimenti tellurici. Quelle rotte mostravano il contenuto: erano rotoli costituiti da un materiale simile alla cartapesta.

    Jamal Mahmoud si avvicinò a una delle giare e l’aprì togliendo con delicatezza il coperchio. Nell’interno c’era un cilindro di carta ingiallita, identico a quelli sparsi sul terreno. Nello stesso istante fu investito dal lezzo caratteristico dei reperti antichi. Era emozionato. Guardò Ozan, poi tornò ad ammirare quel prezioso tesoro tenuto nascosto da chissà quanti secoli. Anche Ozan era turbato. Con voce rotta gli ricordò che stavano commettendo un sacrilegio.

    L’imam richiuse il coperchio della giara e la sua attenzione fu attratta da una piccola porta a trapezio che si apriva nell’abside, proprio sotto ai piedi scalzi del Cristo Pantocratore. Facendo attenzione a non calpestare i papiri e le pergamene cadute a terra, si diresse verso la piccola porta. L’attraversò e si ritrovò in un’altra stanzetta, non più grande di un cubicolo. Ozan lo seguì entrando con la torcia.

    «È il Sancta Sanctorum della città», osservò Ozan sottovoce. «Qui sarebbe proibito entrare».

    Ma Jamal Mahmoud non lo stava ad ascoltare, intento com’era a fissare una preziosa anta di legno massiccio finemente intarsiata, che chiudeva una nicchia scavata nella roccia calcarea.

    «Dobbiamo andare», lo esortò Ozan.

    Sulla superficie della tavoletta di ciliegio erano stati scolpiti, in bassorilievo, animali domestici come cavalli, oche, galline, ma erano raffigurati anche animali selvaggi, come tigri e giraffe. Jamal colpì con le nocche un lato del

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