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Cacciatori di nazisti

Cacciatori di nazisti

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Cacciatori di nazisti

Lunghezza:
441 pagine
6 ore
Pubblicato:
9 mar 2016
ISBN:
9788854191747
Formato:
Libro

Descrizione

L’incredibile storia vera che ha ispirato Bastardi senza gloria

La vera storia degli uomini che hanno inseguito e catturato i più crudeli criminali del Terzo Reich

Una storia rimasta segreta per settant’anni: quella del SAS, lo Special Air Service, un corpo d’élite britannico che durante la seconda guerra mondiale operò in particolare dietro le linee nemiche, nella Francia occupata dai nazisti.
Ufficialmente il SAS venne sciolto alla fine del conflitto, dopo la sconfitta elettorale di Winston Churchill, grande sostenitore delle azioni di guerra “non convenzionali”.
Ma in realtà il SAS non fu mai sciolto davvero: continuò a lavorare, senza che nemmeno il governo inglese ne sapesse nulla. Gli uomini del Reggimento vennero inviati in un’Europa devastata e in macerie a cercare i nazisti che tentavano la fuga, soprattutto quelli scampati alla giustizia nella Germania post-bellica. Con tenacia e abnegazione, riuscirono a portare alla sbarra degli imputati diversi ex gerarchi, anche se alcuni di loro fuggirono grazie alle nuove alleanze dello scacchiere mondiale, che oramai vedeva come nemico numero uno la Russia di Stalin.
Questa è la loro inedita, incredibile, scioccante storia.

Bastardi senza gloria non era solo un film

Hanno detto dei suoi libri:

«Un vero dramma moderno.»
Mail on Sunday

«Un vero gioiello della storia moderna. Toccante e ben scritto.»
Sun

«Appassionante come un thriller.»
Frederick Forsyth

«Una storia di coraggio contro ogni più nera previsione.»
Sunday Times
Damien Lewis
È autore di numerosi saggi e thriller, che hanno spesso raggiunto le vette delle classifiche in tutto il mondo. Alcuni dei suoi libri sono dei “classici” sulla storia delle Forze Speciali inglesi, come Operation Certain Death, Bloody Heroes, Cobra Gold e Zero Six Bravo. Spesso dalle sue opere sono stati ricavati documentari e produzioni televisive.
Pubblicato:
9 mar 2016
ISBN:
9788854191747
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Cacciatori di nazisti - Damien Lewis

1944.

Capitolo uno

I due propulsori del bombardiere Armstrong Whitworth Whitley rombavano sopra la Francia settentrionale, in un cielo nero come l’inchiostro. Era il 12 agosto 1944, mancavano pochi minuti alla mezzanotte e in quella stagione il clima avrebbe dovuto essere mite e il cielo terso e chiaro.

Ma le condizioni di volo, in quell’agosto devastato dalla guerra, si erano rivelate complicate, soprattutto per un equipaggio della RAF incaricato di scaricare un gruppo di paracadutisti su una remota catena montuosa, settecento chilometri dietro le linee tedesche. La missione era già stata rimandata varie volte all’ultimo momento, e per gli uomini accucciati sul freddo pavimento della fusoliera era stato un sollievo entrare finalmente in azione. Ciò non aveva tuttavia reso l’atmosfera meno tesa o elettrica: era impossibile, con un compito del genere.

L’assordante ruggito dei due motori Rolls-Royce Merlin toglieva la voglia di parlare e gli uomini del SAS erano immersi nei loro pensieri. Com’era già successo in molti altri casi, i soldati del Reggimento dovevano compiere una missione difficile, ma erano equipaggiati con le vecchie attrezzature che il War Office poteva offrire loro. Bastava dare un’occhiata alla buia e rumorosa stiva del Whitley per capire quanto fosse poco adatta al lancio dei paracadutisti. Progettato nella metà degli anni Trenta, e obsoleto già prima dell’inizio della guerra, nel 1942 quel tipo di velivolo era stato ritirato dalle operazioni di prima linea. Da allora, il bombardiere di medio tonnellaggio veniva utilizzato soprattutto come aereo da traino per alianti, e non era certo stato concepito per il lancio dei paracadutisti. Per un difetto di progettazione, aveva un assetto di volo a muso basso e il pavimento dell’angusta fusoliera era fortemente inclinato verso la cabina di pilotaggio. Per di più, i paracadutisti si sarebbero lanciati nella notte tramite un buco sul pavimento a forma di bara, ed era proprio il fatto di dover passare attraverso una tomba aperta nel vano bombe del Whitley a rendere così pericolosa l’impresa.

Gli uomini del SAS avevano soprannominato suonare la campana tale operazione. In prossimità della zona di lancio si sarebbero seduti in fila su un lato dell’apertura, con le gambe che penzolavano nel vuoto. E quando avrebbero visto lampeggiare la luce verde, si sarebbero tuffati nelle tenebre. Ma i portelli del vano bombe erano stati progettati per sganciare munizioni da tre tonnellate relativamente compatte, non una dozzina di esseri umani. Saltando attraverso la stretta apertura, gli uomini rischiavano di sbattere la testa con un sinistro clangore: da qui derivava l’espressione suonare la campana.

I paracadutisti che suonavano la campana riportavano una commozione cerebrale o perdevano persino conoscenza, precipitando a terra come pietre: non era certo la condizione ideale per dirigersi verso una zona di atterraggio segnalata soltanto da qualche fiaccola accesa dalla Resistenza francese. O almeno si sperava fosse così. Era noto che, quando la Gestapo e le SS ricevevano informazioni dalla propria intelligence sul luogo e sull’ora di un lancio alleato, accendevano fuochi di segnalazione e si appostavano in attesa.

L’aereo solitario continuò a solcare il cielo della Francia, protetto e avvolto dalla notte senza luna. Armato soltanto con una mitragliatrice sul muso e quattro sulla torretta di coda, il Whitworth era estremamente vulnerabile sia dal basso sia dall’alto; e con una velocità massima di poco più di trecento chilometri all’ora, non aveva alcuna possibilità di sfuggire agli agili caccia notturni della Luftwaffe. In caso di attacco, gli uomini del SAS se ne sarebbero resi conto troppo tardi: quando un colpo di cannone avrebbe sventrato la sottile fusoliera e i serbatoi del carburante, collocati nelle ali, avrebbero preso fuoco, disintegrando l’aereo.

L’equipaggio del Whitworth sperava di raggiungere l’obiettivo senza farsi avvistare. I paracadutisti stavano per lanciarsi sull’ultimo bastione del Reich: le impervie vette dei Vosgi, a cavallo del confine franco-tedesco. Era lì che Hitler aveva ordinato alla Wehrmacht di difendere la frontiera a costo della vita, impedendo in ogni modo che gli Alleati avanzassero a est, fino in Germania. La posta in gioco di questa missione – denominata in codice operazione Loyton – difficilmente sarebbe potuta essere più alta.

Il soldato addetto alle bombe stava accucciato nella torretta anteriore, sotto il mitragliere. Sopra di lui, il pilota e il navigatore erano seduti uno accanto all’altro nella cabina. Quella notte il puntatore non avrebbe dovuto sganciare nessun ordigno mortale, o perlomeno non un carico convenzionale di bombe. Il suo compito – insieme al navigatore – era invece quello di localizzare una minuscola radura tra i fitti boschi che coprivano le montagne e paracadutarvi il commando che avrebbe abbattuto l’ultima roccaforte di Hitler e del Reich.

Se gli uomini del SAS fossero atterrati sani e salvi, la loro missione sarebbe stata quella di armare e addestrare la Resistenza francese per rompere le linee nemiche di comunicazione e di rifornimento, seminando il terrore e il caos nelle retrovie. Si sperava così di convincere le truppe della Wehrmacht in prima linea che le difese del Reich stavano crollando e che la 3a e la 7a armata del generale americano George Patton avevano sfondato il loro schieramento. Se li avessero persuasi ad abbandonare le loro posizioni sullo scosceso versante occidentale dei Vosgi – una serie di trincee fortificate e postazioni di artiglieria disseminate tra le difese naturali dei contrafforti montuosi – la via per la Germania sarebbe stata aperta.

Appena aveva visto l’angusta stiva del Whitley, al capitano Henry Carey Druce, comandante della missione, era venuta in mente l’espressione scatola di sardine. Era schiacciato tra i suoi uomini, così carico di armi ed equipaggiamento da riuscire a muoversi a stento. I cinque membri dell’aviazione continuavano a parlare all’interfono, scambiandosi informazioni mentre si avvicinavano alla zona di lancio, ma Druce era tagliato fuori da tutto questo, assordato dai motori nel ventre buio dell’aereo.

Era una sensazione piuttosto inquietante.

In realtà, per ragioni che sfuggivano al suo controllo, la missione era stata ideata fin dall’inizio in maniera sorprendente; e anche il suo reclutamento nel SAS era stato in qualche modo casuale.

Fino a poco tempo prima, infatti, aveva prestato servizio nel SOE (Special Operations Executive), un’unità segreta istituita per volontà di Winston Churchill. Nell’estate del 1940, il leader inglese aveva autorizzato la creazione di una forza clandestina con il compito di mettere a ferro e fuoco la parte d’Europa ancora in mano ai tedeschi.

Il SOE era stato formato sotto l’egida del ministero della guerra ed era quindi totalmente separato dall’esercito. Diventò noto come la quarta forza armata e operò sotto una serie di nomi di copertura che comprendevano da uno apparentemente innocuo (Inter-Services Research Bureau, ufficio ricerche e servizi interni) e uno più appropriato (il Racket). Ufficialmente il SOE non esisteva, e questo lo rendeva idoneo a svolgere tutte le missioni che violavano le leggi di guerra, così che il governo inglese potesse dissociarsi se qualcosa fosse andato storto.

Druce sentì rivoltarsi lo stomaco mentre il Whitley attraversava una zona di turbolenza. Non era la prima volta che volava sul territorio nemico. In una delle sue precedenti missioni era stato paracadutato sull’Europa occupata per recuperare dei prigionieri. Ma qualcuno l’aveva tradito ed era stato catturato. Rinchiuso in un carcere della Gestapo, era stato interrogato da un ufficiale tedesco.

«Non dimentichi che è mio prigioniero», l’aveva messo in guardia il nazista, «e che deve dirmi tutto».

«In verità, ero io a dover catturare lei e i suoi uomini», aveva risposto pacatamente Druce. «Il suo esercito è stato sconfitto, farebbe meglio ad arrendersi».

Il capitano britannico aveva approfittato della momentanea confusione provocata dalle sue parole per saltare fuori dalla finestra. Sfuggito alle grinfie della Gestapo, aveva attraversato la Francia occupata fino all’Inghilterra, spacciandosi per un francese grazie alla sua buona conoscenza della lingua. Lungo il tragitto si era addentrato nella stessa regione dove ora stava per essere paracadutato, ma il suo ritorno sui Vosgi era stato un semplice colpo di fortuna.

Dopo l’epica fuga dal nemico, Druce si era ritrovato su un treno diretto verso un campo di addestramento di paracadutisti inglesi. Il colonnello Brian Franks, comandante della SAS 2 – all’epoca il Reggimento era costituito dalle brigate SAS 1 e SAS 2 e da altre unità straniere che operavano in parallelo – si trovava casualmente sulla stessa carrozza. I due uomini si erano messi a conversare e Franks aveva chiesto a Druce di cosa si stesse occupando in quel periodo.

Lui si era stretto nelle spalle con aria affabile: «In verità non ho niente da fare. A quanto sembra, nessuno vuole darmi un lavoro».

«Allora dovrebbe unirsi a noi», gli aveva suggerito Franks.

E così Druce era stato reclutato nello Special Air Service. Era stato assegnato allo squadrone A della SAS 2, che all’epoca contava una sessantina di uomini. Siccome la brigata era composta da quattro squadroni, c’erano troppi operatori perché il capitano Druce potesse conoscerli tutti, ma entrò presto in confidenza con decine di commilitoni. Pochi di loro si trovavano però a bordo dell’Armstrong Whitworth Whitley che in quel momento stava sorvolando la Francia.

Fino al pomeriggio, i dodici uomini sull’aereo erano al comando di un altro ufficiale del SAS, un veterano delle operazioni in Nordafrica. Ma poche ore prima della partenza, questi era andato a trovare il colonnello Franks per dirgli che rinunciava all’incarico.

«Non me la sento di continuare», aveva confessato. «Non posso guidare la missione. Ho i nervi a pezzi».

Non era il primo a soffrire per il forte stress causato dalle sortite dietro le linee nemiche. Anche i più coraggiosi potevano correre il rischio di «farsela sotto», come dicevano gli uomini, e gettare la spugna. Era una circostanza che tutti temevano: se a qualcuno saltavano i nervi durante una missione, diventava un peso per i compagni.

Secondo Druce, quell’ufficiale si era rivelato uno dei più valorosi dello squadrone. Era dannatamente difficile ammettere all’ultimo momento di non farcela ad affrontare un’azione. Ma quando il colonnello Franks l’aveva chiamato per chiedergli di assumere il comando, il capitano era rimasto sconvolto. Aveva avuto soltanto pochi minuti per fare i bagagli, preparare le armi e correre al treno per il campo d’aviazione da cui stava partendo la missione. Non c’era stato tempo per familiarizzare con il suo nuovo comando.

Druce aveva chiesto al colonnello Franks un’unica cosa: voleva al suo fianco l’indomito sergente scozzese David Jock Hay, così almeno avrebbe conosciuto un uomo della sua squadra. Quanto agli altri, il capitano riusciva a malapena ad associare un nome a una faccia.

Per loro doveva essere doppiamente sconvolgente, visto che avevano fatto tutto l’addestramento preparatorio con l’altro comandante. Agli uomini non era stata fornita alcuna spiegazione per l’improvvisa rinuncia del suo predecessore. Si era preferito non rivelare che «se l’era fatta sotto». Ma Druce era una nuova recluta del Reggimento, e questo lo rendeva un’incognita… anzi, un jolly.

Inoltre, per tutta la durata della missione, il capitano Henry Druce avrebbe assunto il nome di Drake: poiché era già stato fatto prigioniero dal nemico, la sua vera identità era nota alla Gestapo e questo poteva aumentare il rischio che lo catturassero.

Druce – Drake – aveva raggiunto il campo della RAF a Fairford, nel Gloucestershire, appena un’ora prima della partenza. Fairford era stato giustamente soprannominato The Cage (la gabbia). Era un impianto recintato, di alta sicurezza, circondato da proiettori e torrette di guardia: chi era stato assegnato lì, non poteva uscirne. Anche per andare al bagno c’era bisogno di una scorta armata.

Appena arrivato al The Cage, Druce fu accompagnato nella sala operativa per partecipare insieme agli altri al griff: il briefing finale.

Dopo lo sbarco in Normandia, i tedeschi avevano iniziato la ritirata. I comandi alleati erano convinti che la loro versione del Blitzkrieg si sarebbe rivelata inesorabile. La superiorità delle forze aeree e di terra alleate avrebbe respinto in Germania il nemico demoralizzato. Alcuni sostenevano persino che la guerra sarebbe finita entro Natale. La barriera naturale dei Vosgi avrebbe costituito l’ultima linea difensiva della Wehrmacht e l’operazione Loyton doveva portare lo scompiglio tra i nemici annidati nei boschi di quelle montagne.

Dopo aver attraversato la regione durante la sua fuga attraverso la Francia, Druce era giunto alla conclusione che tale territorio sarebbe stato ideale per le tattiche di guerriglia. Ma Barkworth – uno dei veterani del Reggimento, freddo e impenetrabile – gli precisò cosa si aspettava da lui: il suo compito non era quello di far saltare in aria le postazioni nemiche, o perlomeno non ancora. Druce doveva entrare in contatto con la Resistenza francese, stabilendo una base sicura e una zona di lancio dove sarebbe stato raggiunto dagli altri membri dell’operazione Loyton.

Il colonnello Franks, che lo aspettava al The Cage, gli spiegò che voleva inviare sui Vosgi due interi squadroni: più o meno, centoventi uomini. Il compito di Druce era radunare quel contingente. Solo allora avrebbe potuto scatenare l’offensiva contro i tedeschi.

Per sottolineare l’importanza dell’operazione Loyton, Franks dichiarò che era pronto a correre il rischio di spingersi in profondità dietro le linee nemiche, una cosa che pochi comandanti del SAS sarebbero stati disposti a fare. Anche il braccio destro di Barkworth, il sergente Dusty Rhodes – un duro e flemmatico soldato dello Yorkshire – era ansioso di prendere parte all’impresa, ma il suo ruolo non glielo consentiva. Come membri della cellula d’intelligence della SAS 2, lui e Barkworth erano a conoscenza di tutte le missioni in corso e, se fossero stati catturati e costretti a parlare, le conseguenze sarebbero state disastrose.

Barkworth e Rhodes non avevano altra scelta che restare nelle retrovie. Ma mentre davano a Druce le istruzioni dell’ultimo minuto, non immaginavano che la loro prossima azione li avrebbe catapultati all’interno della missione più importante della propria vita, un’impresa costellata di rischi, orrori e intrighi inconcepibili. Prima che tutto ciò accadesse, tuttavia, sarebbero trascorsi molti altri mesi.

Per il momento, il colonnello Franks aveva scelto la persona giusta per guidare l’operazione. Il capitano Druce era di media statura, ma possedeva uno straordinario carisma. Nelle ripide valli dei Vosgi avrebbe dato prova di una straordinaria resistenza fisica; e soprattutto, considerando ciò che l’aspettava, era dotato di un coraggio eccezionale, ai limiti dell’incoscienza. Druce si sarebbe rivelato un abile cane sciolto, capace di agire magistralmente sotto copertura.

Il capitano, che aveva appena compiuto ventitré anni, aveva iniziato gli studi a Cheam, nel Surrey, dov’era in classe con il duca di Edimburgo. Si era quindi iscritto alla Sherborne School, nel Dorset, e poi al Royal Military College di Sandhurst. In seguito aveva prestato servizio volontario come pilota di aliante nel Glider Pilot Regiment, per poi entrare nel SOE, finché la sua conoscenza delle lingue (parlava fluentemente il francese, l’olandese e il fiammingo) e l’insaziabile sete di avventure l’avevano portato ad arruolarsi nel SAS, dove sarebbe presto diventato il combattente col cappello a cilindro. Noto per il suo copricapo di seta nera e i pantaloni di velluto a coste, Druce avrebbe dimostrato una qualità vitale per chi operava dietro le linee nemiche: l’imperturbabilità. Una volta aveva fermato un motociclista tedesco in fuga, scoprendo che questi nascondeva un prosciutto in una sacca. E quando il nemico si era rifiutato di scendere dalla moto, Druce lo aveva colpito subito in faccia con il prosciutto, sbalzandolo dalla sella e passando il bottino ai suoi uomini affamati.

Una delle mappe originali dell’operazione Loyton – che il capitano aveva di certo esaminato mentre il Whitley rombava verso il suo incerto appuntamento con il destino – è stata conservata per i posteri nel diario di guerra ufficiale della missione. Sulla mappa c’era un piccolo cerchio nero con accanto la scritta: «Squadra del capitano Druce, 13 agosto, DZ».

La DZ (che sta per drop zone, zona di lancio) era tra La Petite-Raon e Vieux-Moulin, due minuscoli paesini francesi a meno di cinque chilometri a sudovest da Moussey, località che avrebbe svolto un ruolo centrale nella storia del SAS. Mentre Druce studiava la mappa, dovette chiedersi dove, nelle montagne e nei boschi circostanti, il Maquis avesse stabilito la propria base.

Non molti mesi prima, travestito da francese, aveva valicato a piedi le aspre montagne dei Vosgi fuggendo dal nemico. Conosceva il territorio su cui sarebbero atterrati e voleva cogliere l’opportunità per lanciare una rapida azione di guerriglia – la specialità del SAS – usando quei boschi remoti come rifugio in cui nascondersi dai tedeschi prima di radunarsi di nuovo, armarsi e prepararsi per l’incursione successiva.

Questa prospettiva entusiasmava Druce. Nel suo atteggiamento c’era una palese vena di spavalderia, ma sotto il suo comando quegli uomini non si sarebbero mai sentiti davvero in pericolo, per quanto complessa potesse sembrare la loro condizione.

E mentre l’aereo rombava nella notte verso la lontana zona di lancio, la situazione stava per complicarsi irrimediabilmente.

Capitolo due

Alle due di mattina un membro dell’equipaggio del Whitley svegliò i paracadutisti. L’aereo era decollato da cinque ore e molti di loro si erano addormentati durante quel volo rumoroso e claustrofobico. Il bombardiere non aveva sorvolato alcun obiettivo strategico ed era sfuggito ai caccia notturni dei tedeschi, lasciando riposare indisturbati gli uomini della missione.

«Venti minuti alla DZ!», urlò l’aviere sovrastando il rombo dei motori. «Venti minuti al salto!».

Mentre il Whitley iniziava a scendere di quota – i paracadutisti si sarebbero lanciati da trecento metri – il pilota tirò fuori una bottiglia di rum, nel caso qualcuno avesse avuto bisogno di un’iniezione di coraggio olandese. Diede quindi il segnale: «Alzatevi e agganciatevi!». Dodici figure scure si misero in piedi, allacciando alla gamba destra le ruvide sacche da paracadutista e allineandosi in ordine di lancio. Ogni uomo agganciò la corda del paracadute del soldato che lo precedeva – la linea statica – a un cavo che correva per tutta la lunghezza della fusoliera. Mentre saltavano dall’aereo, la linea statica sarebbe rimasta attaccata, aprendo la sacca portaparacadute modello X. Un’eccitazione nervosa fece svanire le ultime tracce di sonno.

Controllando la corda del compagno davanti a sé, a molti tremavano le mani. Qualcuno senza dubbio per la paura che gli attanagliava lo stomaco, ma per la maggior parte di loro – compreso Druce – a causa dell’adrenalina che gli scorreva nelle vene.

Il portello delle bombe si aprì con un rumore stridente e una ventata d’aria fresca irruppe nella fusoliera. Faceva molto freddo. Il Whitley non poteva scendere di più perché le vette principali dei Vosgi superavano i millequattrocento metri e anche d’estate le condizioni del tempo non erano buone.

L’aviere passò in rassegna gli uomini in fila per un ultimo controllo e scoprì costernato che la linea statica di Druce si era impigliata nell’imbracatura del paracadute. Se si fosse lanciato, sarebbe rimasto penzoloni sotto la fusoliera e non avrebbe potuto né sganciare il paracadute, né tornare sull’aereo.

Ogni membro del commando indossava stivali con la suola di gomma – perfetti per muoversi in silenzio – e un giubbotto mimetico Denison con una cinghia tra le gambe, per evitare che si gonfiasse durante la discesa. Gli elmetti a cupola con il sottogola avevano sostituito quelli vecchio stile con i bordi sporgenti delle forze armate inglesi. E nella sacca di ognuno c’era il berretto del SAS con lo stemma del pugnale alato. Dall’estate del 1944, il copricapo color sabbia era stato ufficialmente bandito. Dopo il ritorno dalle operazioni in Nordafrica e nel Mediterraneo, il Reggimento era stato inglobato nell’aviazione militare britannica. Secondo molti, era un tentativo da parte dell’establishment di stabilire una qualche forma di controllo su una forza indipendente e in gran parte autonoma che era stata ripetutamente accusata di essere un esercito privato.

Qualunque fosse la realtà dei fatti, agli uomini del SAS era stato ordinato di adottare il berretto rosso acceso del reggimento paracadutisti. Senza dubbio un tratto distintivo e aggressivo, quel copricapo andava bene per le truppe in prima linea, ma la sua forte visibilità non lo rendeva adatto a chi doveva infiltrarsi dietro le linee nemiche. Molti giurarono che l’avrebbero indossato soltanto quando quello color sabbia sarebbe stato troppo liso, ma il tessuto si era rivelato straordinariamente resistente. Altri avevano optato per un cappello kaki con la visiera, da montagna, per ripararsi dal freddo durante le operazioni sui Vosgi.

Altre migliorie più recenti all’equipaggiamento avevano riscosso maggiore successo. Il vecchio e fedele compagno del SAS, il mitra Thompson calibro 45 – il cosiddetto tommy gun, amato sia dai gangster negli anni Trenta sia dalle Forze speciali negli anni Quaranta – era ancora in dotazione, ma era stato per lo più sostituito dal più leggero e maneggevole Sten 9 mm a canna corta, soprannominato il barattolo di fagioli.

L’affidabile bomba incendiaria Lewes era stata rimpiazzata dalla bomba Gammon, una sacca di tela con una quantità variabile di esplosivo al plastico (PE), collegato a una spoletta che detonava a qualsiasi angolazione la granata colpisse l’obiettivo. Il formato più diffuso era quello con un chilo di esplosivo: al momento del lancio bisognava tenere la bocca aperta perché altrimenti scoppiavano i timpani. Il grande vantaggio delle Gammon, rispetto alle Lewes, era che grazie a essa si potevano mettere fuori combattimento veicoli pesanti, un vantaggio cruciale quando si aveva a che fare con i possenti mezzi corazzati tedeschi.

Il coltello da combattimento di diciassette centimetri Fairbairn-Sykes – una sorta di portafortuna del SAS, con l’impugnatura pesante per offrire una presa ferma e impedire alle mani di scivolare, la lama a doppio filo affilata come un rasoio e una punta acuminata – era ancora l’arma in dotazione per uccidere senza destare troppo clamore. Eppure, con il procedere del conflitto, la maggior parte degli uomini aveva imparato quant’era difficile pugnalare a morte un nemico. Per farlo bene ci volevano due soldati – uno che teneva ferma la vittima e l’altro che affondava la lama – ed era sempre un lavoro sporco, in cui si rischiava di sbagliare.

Negli ultimi tempi era stato ideato un nuovo coltello da combattimento, il Mark II, chiamato anche affettuosamente Smatchet (farabutto), sembrava un incrocio tra un’ascia e un machete. Esisteva perfino una versione in miniatura del Fairbairn-Sykes. Con l’impugnatura piatta e una lama di sette centimetri, era stato pensato per essere nascosto sotto il bavero di una giacca. E per i veri appassionati, c’era anche un robusto coltello a scatto.

Sebbene a volte fosse necessario uccidere in un corpo a corpo, per esperienza in genere era più facile ammazzare il nemico sparandogli alla testa. E a tal fine, l’eccellente Browning 9 mm Hi-Power GP35 aveva sostituito l’ingombrante e pesante Colt 45. Analogamente, il fucile 303 Lee-Enfield era stato rimpiazzato dalla superlativa carabina americana calibro 30 Winchester M1-A1, che pesava la metà di quella inglese. Anche se non era altrettanto precisa a lungo raggio, era semiautomatica e le munizioni pesavano la metà delle 303 inglesi, così da poterne portare molte di più.

La versione della M1 con il calcio metallico ripiegabile era perfetta per i paracadutisti. Il fucile – progettato durante il tempo libero da due giovani macchinisti della Winchester Repeating Arms Company – sarebbe diventato una delle armi più usate dalle forze alleate durante la seconda guerra mondiale. Anche quelle sottratte ai tedeschi erano molto richieste, in particolare la pistola mitragliatrice Schmeisser. Una volta che mettevano le mani su un’arma simile, gli uomini del SAS erano assai restii a consegnarla.

Gli effetti personali erano stivati in uno zaino militare Bergen con l’intelaiatura metallica. Le pesanti razioni Compo dell’esercito britannico erano state sostituite con altre d’emergenza, del tipo ventiquattrore, contenenti sardine, formaggio, carne secca, biscotti all’avena, zuppe concentrate, tè, caramelle e cioccolato. Era stata perfezionata anche una nuova stufa superefficiente e ultraleggera alimentata con pastiglie di examina, simili a quelle per accendere i caminetti.

Ogni paracadutista aveva infilato il suo zaino Bergen nella sacca da gamba, assicurata alla destra con una corda passata attorno all’arto. Al momento del lancio la fune si srotolava e la sacca penzolava nel vuoto cinque metri sotto il soldato. In questo modo avrebbe toccato terra per prima, attutendo l’impatto dell’uomo. O almeno, in teoria. In realtà, la sacca era ingombrante e molto più pericolosa che utile per il paracadutista. Tendeva a impigliarsi durante l’uscita, oppure la corda non si srotolava completamente con conseguenze disastrose per chi si accingeva a saltare.

Nel suo diario dell’operazione Loyton, il colonnello Franks osservava che la sacca da gamba era «del tutto inutile. È stato sottolineato e dimostrato più volte: le sacche da gamba NON DEVONO MAI PIÙ essere usate in missione».

Purtroppo il commando della missione era ancora equipaggiato con questo armamentario. Uno dei dodici uomini che si stava sistemando addosso quell’aggeggio «del tutto inutile» era il capitano John Hislop, il secondo ufficiale in grado. Mentre si preparava per il lancio, ripeté le bizzarre parole in codice che doveva scambiare con la Resistenza francese, più comunemente nota come Maquis: «Nous sommes le guerriers de Malicoco» (noi siamo i guerrieri di Malicoco), dovevano dichiarare i soldati del SAS, benché nessuno avesse idea di dove si trovasse quella località.

«Bamboula vous attend» (Bamboula vi attende) era la risposta che dovevano dare gli uomini della Resistenza, anche se nessuno sapeva chi diavolo fosse quel tizio.

I membri meno istruiti del commando avevano faticato non poco per imparare quelle bizzarre parole. La maggior parte di loro erano semplici soldati, non esperti di lingue, con l’unica evidente eccezione del loro nuovo comandante, il capitano Druce. Hislop non era troppo entusiasta di quel cambio dell’ultimo minuto e si chiedeva come si sarebbe comportato Druce una volta a terra.

«All’epoca non conoscevamo il motivo di quel cambiamento e lo trovavamo preoccupante», osservò Hislop. Poiché Druce era entrato da poco nel SAS, nessuno lo conosceva bene o aveva avuto modo di apprezzare le sue capacità.

Ma Hislop non era a tutti gli effetti un uomo del SAS, e per certi versi aveva un carattere ancora più esuberante di quello del capitano. Con la sua faccia da ragazzino, i capelli neri pettinati all’indietro e gli occhi ridotti a fessure quando sorrideva, Hislop incarnava l’archetipo dell’inglese raffinato, e se ne compiaceva. Il suo fisico da giocatore di polo era esile rispetto al corpo tozzo da rugbista di Druce, ma nella missione che li attendeva avrebbero dimostrato entrambi di avere un coraggio da leone.

Si erano incontrati soltanto una volta, nell’ex quartier generale della SAS 2, situato in fondo al campo da golf Prestwick ad Ayrshire, in Scozia. Naturalmente Hislop aveva sentito parlare della leggendaria fuga di Druce, che aveva attraversato a piedi metà dell’Europa occupata in «un tempo incredibilmente breve». E che alla fine, quando aveva raggiunto Londra, aveva pernottato al Piccadilly’s Berkeley Hotel, come se fosse appena uscito per una breve passeggiata a Green Park.

Con le braccia conserte sul petto, il capitano si sforzava di memorizzare i nomi dei suoi uomini accanto al portello del Whitley: Goodfellow, Dill, Lodge, Crossfield, Hall, Stanley… li ripeteva come un mantra. Hislop, invece, immaginava di essere in sella a un cavallo all’ippodromo: per lui era il modo migliore di affrontare quel salto nell’ignoto. Aveva rifiutato il bicchierino di rum offertogli dall’aviere, sostenendo che la maggior parte dei fantini montava meglio da sobrio e che lanciarsi col paracadute non doveva essere molto diverso.

Nato a Quetta, in India, nel 1911, con i suoi trentatré anni Hislop era di gran lunga il più vecchio del commando. Suo padre, il maggiore Arthur Hislop, aveva prestato servizio in India nel 35° cavalleria Scinde Horse, ma il figlio era più interessato alle corse dei cavalli. In dieci anni di carriera, John si era rivelato uno dei migliori fantini dilettanti di tutti i tempi.

All’inizio della guerra, per sua stessa ammissione, aveva cercato un lavoro che gli permettesse di continuare a dedicarsi alla sua principale attività: andare a cavallo. Menzionando una «deplorevole mancanza di attitudine militare», il comandante del 21° reggimento anticarro gli aveva chiesto di trovarsi un altro posto. Intollerante alla disciplina e alle costrizioni della vita marziale, Hislop aveva dovuto confessare di «aver affrontato la prospettiva del futuro con una certa apprensione».

Fu il giro dei cavalli a salvarlo. Dopo averlo sentito parlare delle sue difficoltà, un amico fantino invitò Hislop a entrare nei Phantoms, dove si sarebbe fatto le ossa. Il GHQ Liaison Regiment, com’erano ufficialmente chiamati i Phantoms, era un’unità speciale e segreta che aveva il compito di spingersi fino alle prime linee e trasmettere al quartier generale dei rapporti via radio sulle operazioni in corso al fronte.

Come gli uomini del SAS, ufficialmente i Phantoms rimanevano assegnati alla loro unità di riferimento e indossavano le insegne del proprio reggimento. L’unico particolare che li distingueva era un quadrato nero con una P bianca sulla spalla. Hislop era stato assegnato allo squadrone A dei Phantoms, dove ritrovò molti personaggi di spicco che aveva conosciuto alle corse, compreso Maurice Macmillan, figlio del futuro primo ministro inglese, e John Jackie Astor, membro dell’omonima famiglia angloamericana di ricchissimi aristocratici.

Lo squadrone era comandato dall’attore David Niven, che presto sarebbe diventato famoso. Quando era scoppiata la guerra, si trovava in America, dov’era impegnato nelle riprese di alcuni film. Gli Stati Uniti si sarebbero uniti al conflitto soltanto due anni più tardi, ma lui era tornato subito in Inghilterra e si era arruolato nei Phantoms.

Poco dopo, a una cena, aveva incontrato Winston Churchill, che aveva posato amichevolmente una mano sulla spalla del celebre attore. «Sono certo che siamo tutti molto felici e fieri che questo giovane abbia abbandonato una brillante e remunerativa carriera a Hollywood per ritornare a combattere per il suo Paese… ma anche se non l’avesse fatto, non avrei avuto nulla da rimproverargli».

Per Hislop, l’assegnazione ai Phantoms fu doppiamente fortunata. Lo squadrone aveva il proprio quartier generale nella gloriosa Stourhead House, a Mere, nel Somerset, all’epoca di proprietà di Sir Henry Hoare e della moglie. Le privazioni della guerra sembravano non aver raggiunto Stourhead; i pavoni imperiali zampettavano nei giardini e agili cavalli hunter nitrivano nelle stalle. E Hislop si ritrovò spesso a cavalcare nella splendida campagna del Somerset.

Nella primavera del 1942 corse di nuovo, in sella a Overseas, all’ippodromo di Cheltenham. Il suo cavallo era in testa, ma cadde a una delle ultime barriere. Hislop fu sbalzato a terra e si procurò una brutta frattura alla gamba. Dopo nove mesi con le stampelle fu congedato per invalidità. Ma si rifiutò di mollare a quel modo. Si rimise in forma e ritornò al suo reggimento, che stava cominciando ad amare.

Hislop fu assegnato allo squadrone F, capeggiato dall’amico e vecchio compagno di corse Jackie Astor: come osservò quest’ultimo, guidava «un gruppo felice, privo di risentimento, sfiducia, depressione o apatia, dove tutti erano pervasi da uno spensierato entusiasmo».

Da poco, lo squadrone F era stato invitato a unirsi alle forze del SAS, che si era ritrovato a corto di segnalatori. E poiché questo incarico avrebbe implicato di lanciarsi con il paracadute – un’azione su base volontaria – a quegli uomini fu chiesto di fare un passo avanti.

All’inizio della guerra Hislop era stato un soldato molto riluttante. Ma ora non lo era più, e si offrì insieme alla maggioranza dello squadrone F.

I Phantoms si erano già dimostrati più volte eccellenti operatori radio, soprattutto durante le esercitazioni nelle remote brughiere della Scozia. A differenza del Royal Corp of Signals (gli specialisti in comunicazioni dell’esercito regolare), i Phantoms univano un duro programma di allenamento a un atteggiamento rilassato e a un esprit de corps che favoriva le persone intraprendenti e dalla mentalità aperta.

C’erano pochi saluti formali o senso della gerarchia nell’Hon, la compagnia di Jackie Astor. Gli uomini avevano carta bianca, erano stimolati a fare test sulle lunghezze d’onda e sulle frequenze, sulla posizione degli apparecchi radio e così via. Nessuno si curava di quanto quei metodi fossero poco ortodossi, almeno finché i Phantoms riuscivano a trasmettere i loro messaggi.

E nella missione che li attendeva sui Vosgi, le comunicazioni radio sarebbero state di vitale importanza. Per armare il Maquis, fornire le coordinate delle DZ, comunicare le date e le ore dei lanci e i requisiti delle armi era necessario riferire direttamente con Londra. Senza un efficace sistema di comunicazioni, l’operazione Loyton sarebbe finita prima ancora di cominciare.

Mancava poco alla partenza, quando Hislop fu invitato a visitare il quartier generale londinese del SOE – un anonimo palazzo grigio al 64 di Baker Street – per prendere alcune attrezzature che gli sarebbero servite nella missione. Qui gli venne presentato un uomo minuto dai capelli scuri che lo fissò da dietro le spesse lenti degli occhiali.

«Ah, capitano Hislop… Sono felice di conoscerla. Ho sentito che sta partendo per un breve viaggio all’estero. Vediamo cosa potrebbe tornarle utile nella sua trasferta…».

Il responsabile delle attrezzature del SOE tirò fuori una penna stilografica con all’interno una minuscola bussola. In alternativa Hislop poteva optare per una bussola nascosta in un bottone della camicia. «Questo potrà portarlo addosso e non

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