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I delitti di Firenze

I delitti di Firenze

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I delitti di Firenze

Lunghezza:
437 pagine
5 ore
Pubblicato:
19 nov 2015
ISBN:
9788854170353
Formato:
Libro

Descrizione

Tutti i crimini che hanno sconvolto la città del Giglio negli ultimi anni

Una serie di fatti di sangue accaduti nel capoluogo toscano negli ultimi decenni, a partire dalla spaventosa e tuttora irrisolta vicenda del mostro, che tra il 1968 e il 1985 uccise, seguendo il suo macabro rituale, otto coppie di giovani che si erano appartate nelle campagne fiorentine. Episodi di cronaca nera, alcuni molto noti altri meno, che hanno allungato le cupe ombre sulla patina di idilliaca bellezza attraverso cui siamo abituati a vedere la culla del Rinascimento. Storie nere, raccontate seguendo i resoconti riportati nelle pagine di cronaca dei quotidiani e i retroscena delle indagini documentati negli atti giudiziari, che fanno emergere il volto nascosto e violento di Firenze. Dalla misteriosa morte del famoso calciatore Guido Gratton allo sconvolgente massacro degli ambulanti senegalesi in piazza Dalmazia: una drammatica sequenza di atti di violenza che ci costringe a guardare nei torbidi e insondabili abissi del
male 

Il lato oscuro e i crimini di una città avvolta nel mistero

• Il Mostro
• L’ombra del maniaco
• Gli amanti diabolici
• Appuntamento con l’assassino
• Furia omicida rimasta senza un perché
• L’armadio dei sogni perduti
• Omicidio nel palazzo della Curia
• La misteriosa morte di un campione
• Delitto perfetto in Palazzo Rucellai
• Orrore al Ponte rosso
• Il fantasma che ha ucciso Giusy
• Il duplice omicidio di via Baccio da Montelupo
Valentina Rossi
Nata nel 1972, è dottore di ricerca in Progettazione architettonica e urbana. Vive e lavora a Firenze. Con la Newton Compton ha pubblicato 101 cose da fare a Firenze almeno una volta nella vita, 101 storie su Firenze che non ti hanno mai raccontato, Misteri, crimini e storie insolite di Firenze e I delitti di Firenze.
Pubblicato:
19 nov 2015
ISBN:
9788854170353
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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I delitti di Firenze - Valentina Rossi

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1

IL MOSTRO

Otto duplici omicidi avvenuti tra il 1968 e il 1985, una scia di sangue lunga diciassette anni che ha segnato il paesaggio da cartolina dei dintorni di Firenze con il marchio dell’orrore. Sedici vittime (ma forse sono di più), un unico assassino (ma non è detto). Otto duplici omicidi che hanno in comune il modus operandi del killer e l’arma del delitto: un coltello e una Beretta calibro 22 Long Rifle, mai ritrovata. Otto coppie di giovani fidanzati, sorpresi nell’intimità delle loro auto parcheggiate nei campi e uccisi con fredda e lucida determinazione. Quattro filoni di inchiesta, decine di magistrati e investigatori che si sono dati il cambio nelle indagini, un certo numero di persone finite in carcere, alcune condanne passate in giudicato. Una storia agghiacciante, un caso giudiziario unico al mondo. Questa è la storia del Mostro di Firenze.

Barbara Locci e Antonio Lo Bianco

Castelletti di Signa, 21 agosto 1968

Verso le due di notte del 22 agosto 1968 Francesco De Felice, un muratore residente appena fuori Lastra a Signa, si sveglia di soprassalto. Da un’altra stanza lo ha chiamato suo figlio: ha sete e vuole dell’acqua. De Felice si alza dal letto, accende la luce e va in cucina. Non passa molto tempo e qualcuno suona il campanello. D’istinto l’uomo guarda l’orologio, adesso sono le due precise. Poi si affaccia alla finestra e vede un bambino, solo, in mezzo alla strada. Il bambino gli dice: «Aprimi la porta che ho sonno… ho il babbo malato a letto. Dopo mi accompagni a casa perché c’è la mi’ mamma e lo zio che sono morti in macchina»¹.

La vettura è una Giulietta Alfa Romeo bianca e in quel momento si trova a circa due chilometri e mezzo da lì, nascosta dietro un canneto, in una stradina interpoderale che fiancheggia il torrente Vingone. Una delle due portiere posteriori è aperta, la freccia destra è inserita e lampeggia nel buio di una notte quasi senza luna. Dentro l’auto ci sono i corpi senza vita di Barbara Locci e del suo amante, Antonio Lo Bianco. Lei è una casalinga di trentadue anni. È nata in Sardegna, ma da tempo vive a Lastra a Signa con il marito Stefano Mele. In paese non si è fatta una bella fama: la chiamano l’Ape regina per la disinvoltura con cui intreccerebbe relazioni extraconiugali. Lui è un muratore emigrato dalla Sicilia, ventinove anni, sposato.

Quella sera la Locci e Lo Bianco erano andati al cinema a vedere Nuda per un pugno di eroi, un film di guerra giapponese diretto da Yasuzo Masumura². Con loro c’era il figlio di lei, Natalino. Il bambino ha quasi sette anni. Dopo il cinema i tre erano saliti in macchina, ma non erano andati a casa. Lo Bianco si era diretto verso il cimitero di Signa e, imboccata via Castelletti, aveva infilato la Giulietta in una stradina sterrata, di quelle che si perdono in mezzo ai campi. Poi aveva spento il motore.

Natalino si era addormentato, rannicchiato sul sedile posteriore, e Barbara e Antonio avevano cominciato a fare l’amore, sul sedile anteriore destro ribaltato. All’improvviso gli otto colpi di arma da fuoco. Qualcuno era sbucato dal nulla, si era avvicinato al finestrino del conducente e aveva sparato, quattro colpi a lui, quattro a lei. Natalino si era svegliato di colpo. Nel frattempo l’assassino aveva sollevato i cadaveri e li aveva sistemati, seduti, sui sedili anteriori. Quindi aveva parzialmente rivestito la donna, le aveva infilato le mutandine e aveva cercato di coprirle le gambe appoggiandoci sopra la gonna. Aveva quindi strappato la catenina che Barbara teneva al collo, che verrà ritrovata spezzata per terra. E probabilmente aveva frugato nella sua borsetta, poi rinvenuta all’interno dell’auto e dalla quale non si riuscirà a stabilire se sia stato sottratto qualcosa³.

Nel compiere quelle operazioni, con un braccio il killer aveva urtato la leva dell’indicatore di direzione destro, che aveva preso a lampeggiare.

Natalino non si era reso conto di che cosa stesse succedendo, ma che la mamma e il suo amico fossero morti lo aveva capito. Per tutto il tempo se ne era stato immobile, sul sedile di dietro. Alla fine qualcuno aveva aperto la portiera, lo aveva tirato fuori dalla macchina, se lo era caricato sulle spalle e lo aveva portato via da lì. Mentre si faceva strada in mezzo ai campi con Natalino sulle spalle, l’uomo si era messo a cantare La tramontana, una canzone di Antoine che quell’anno era stata in gara al Festival di Sanremo. Intorno era tutto buio, ma in lontananza si vedevano le luci delle finestre di un casolare. L’uomo si era diretto verso quella casa, quindi aveva messo giù Natalino, gli aveva spiegato cosa dire a chi gli avrebbe aperto, e aveva suonato il campanello. Poi se ne era andato, lasciandolo lì⁴. Le indagini si indirizzano da subito verso il marito della Locci, Stefano Mele, un muratore nato a Fordongianus, in provincia di Cagliari, e stabilitosi in Toscana dieci anni prima. I carabinieri si presentano presso l’abitazione di Mele, in via XXIV Maggio, alle sette di mattina di quel 22 agosto. Il sardo era vestito e aveva pronta una valigia. Viene portato in caserma e sottoposto al primo interrogatorio.

Sulle prime Mele dichiara di non avere idea di chi potrebbe avere motivi per uccidere sua moglie. Poi, però, fa i nomi degli uomini con cui la Locci aveva intrattenuto delle relazioni sentimentali. Mele era a conoscenza delle infedeltà della moglie e i suoi amanti più o meno li conosceva tutti. Per primo menziona Carmelo Cutrona, che era stato a casa loro il pomeriggio precedente, poco prima che ci arrivasse Lo Bianco. Quindi nomina i due fratelli Vinci – Salvatore e Francesco –, anche loro sardi, di Villacidro, e anche loro emigrati in Toscana in cerca di fortuna⁵.

Gli interrogatori vanno avanti per tre giorni. Mele parla e parla, ed esterna i suoi sospetti. Spiega che Francesco Vinci era molto geloso della Locci, e che aveva minacciato di ucciderla se fosse andata con altri uomini. Ma in seguito si corregge e sostiene che il vero violento era l’altro Vinci, Salvatore, che una volta gli aveva pure confidato di possedere una pistola.

Mele, però, si contraddice di continuo, e più gli inquirenti lo incalzano, più lui va in confusione. Alla fine confessa. Ammette che a uccidere la moglie è stato lui, ma che ad aiutarlo c’era Salvatore Vinci: lo aveva accompagnato sul posto, ché lui non aveva nemmeno la patente, e gli aveva fornito la pistola. Eppure fino a quel momento l’arma non era saltata fuori.

In un primo tempo Mele dice di averla gettata via, nelle acque del Vingone. Ma al momento di confermare la sua deposizione, cambia versione e sostiene di averla restituita a Salvatore⁶. In seguito Mele avrebbe ancora cambiato versione anche sul coinvolgimento di Salvatore, scagionandolo da ogni responsabilità e ammettendo di aver fatto tutto da solo.

Il test del guanto di paraffina, cui il reo confesso verrà sottoposto, dà un esito ambiguo: vengono sì trovate le tracce dei nitrati dello sparo, ma in quantità molto ridotte. Inoltre, condotto sulla scena del crimine per illustrare la dinamica del delitto, Mele si dimostra del tutto incapace di maneggiare un’arma da fuoco. Allo stesso tempo fornisce dei particolari, tipo il numero dei colpi esplosi e il fatto dell’indicatore di direzione lasciato acceso, che soltanto chi era presente sul luogo dell’omicidio avrebbe potuto conoscere.

Nei giorni seguenti verrà ascoltato anche il piccolo Natalino. In teoria dovrebbe aver visto il killer in faccia, dovrebbe sapere come sono andate le cose. Ma i racconti del bambino sono frammentati, discordanti e confusi. Natalino dirà che ad accompagnarlo al casolare di De Felice era stato il babbo, che ce lo aveva portato a cavalluccio perché le scarpine erano rimaste in macchina. Sosterrà anche di aver visto Salvatore, tra le canne vicino al torrente, ma che ad accompagnarlo era stato Francesco Vinci; infine che c’era un’ombra che per tutto il tempo aveva camminato accanto a lui lungo la strada buia.

Alla fine gli inquirenti propenderanno per l’idea che a uccidere la Locci e Lo Bianco sia stato Stefano Mele, ma giungono anche alla conclusione che il sardo non poteva aver fatto tutto da solo. Qualcuno doveva per lo meno averlo accompagnato. Le prove, però, non si trovano.

Del caso si occupano il tenente dei carabinieri Olinto Dell’Amico, il capo della Mobile fiorentina Vincenzo Scola e il sostituto procuratore Antonino Caponnetto, il giudice che sarebbe divenuto il padre del pool antimafia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il giudice istruttore è Vincenzo Tricomi, lo stesso che negli anni a venire indagherà su molti altri delitti del Mostro.

Il 25 marzo 1970 il muratore di Fordongianus sarà condannato dalla Corte d’assise di Firenze a sedici anni e dieci mesi di reclusione e, a pena scontata, a tre anni di ricovero in una casa di cura. Gli viene infatti riconosciuta la seminfermità mentale, per via della grave forma di oligofrenia da cui era risultato affetto. L’uomo sconterà la pena presso il carcere di Porto Azzurro, sull’isola d’Elba. Il processo di appello, che si tiene a Perugia e non a Firenze, si conclude con la riduzione della condanna a quattordici anni per buona condotta.

Uscito di prigione nel 1981, Mele non tornerà più a Lastra a Signa. Si trasferirà a Ronco dell’Adige, vicino a Verona, dove sarà accolto in una casa per ex detenuti gestita da un prete. Lì morirà il 16 febbraio 1995.

Finito il processo, quella brutta storia di emigrati sardi sembra ormai dimenticata. E alcuni punti interrogativi del duplice omicidio di via Castelletti rimangono senza risposta. Primo fra tutti, quello della pistola, che non sarà mai ritrovata.

Quell’arma aveva lasciato sul luogo del delitto cinque bossoli calibro 22, marca Winchester, con la lettera H stampata sul fondello⁷.

Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore

Borgo San Lorenzo, 14 settembre 1974

15 settembre 1974. È domenica mattina presto, non sono ancora le sette, e alla stazione dei carabinieri di Borgo San Lorenzo, nel Mugello, si presentano per una denuncia di scomparsa i genitori di Stefania Pettini e quelli di Pasquale Gentilcore. Stefania ha diciotto anni, vive con i suoi a Borgo San Lorenzo e lavora come segretaria d’azienda presso una ditta di Firenze. Pasquale, di un anno più vecchio, vive a Molin del Piano, vicino a Pontassieve, e anche lui lavora nel capoluogo toscano come assicuratore. I due sono fidanzati, la sera prima erano usciti per starsene un po’ insieme, ma poi non erano rientrati a casa.

Negli stessi momenti in cui i genitori di Stefania e Pasquale sono in caserma a fornire ai carabinieri le generalità dei due ragazzi, a tre chilometri e mezzo da lì, in località Le Fontanine di Rabatta, un contadino della zona, Pietro Landi, nota una Fiat 127 blu ferma in un viottolo sterrato. L’uomo si avvicina e vede che l’auto ha la portiera anteriore destra aperta e il finestrino di quella sinistra sfondato. Dentro l’autoradio è accesa, con una cassetta che gira a vuoto. Ma probabilmente questo è un dettaglio a cui il contadino non fa caso, perché all’interno di quella macchina c’è il cadavere di Pasquale, seminudo e accasciato al posto di guida. Fuori dalla vettura, per terra, giace il corpo di Stefania, nuda. L’assassino ne ha profanato il cadavere con un tralcio di vite. Lì vicino, sparpagliati e gettati in mezzo all’erba, ci sono gli oggetti che la ragazza teneva nella borsetta.

La Fiat 127 in cui il 14 settembre 1974 sono stati uccisi Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore, località Le Fontanine di Rabatta, Borgo San Lorenzo.

A giungere per primo sul posto è il capitano Michele Falcone, lo stesso che pochi minuti prima, in caserma, aveva parlato con i genitori delle vittime. Poi, tra gli altri, arrivano il comandante della polizia giudiziaria di Borgo San Lorenzo, quello del Nucleo investigativo di Firenze, il sostituto procuratore Vittorio La Cava e gli agenti della Scientifica.

In un primo momento, sui cadaveri di Pasquale e di Stefania vengono riscontrati soltanto i segni delle ferite inferte da un coltello. Ma in seguito l’autopsia stabilirà che i due giovani sono stati raggiunti anche dai colpi di un’arma da fuoco: cinque i colpi rilevati sul corpo di lui, tre quelli sul corpo di lei⁸. Sul terreno vicino all’auto vengono ritrovati cinque bossoli, attraverso i quali il perito balistico riuscirà a risalire all’arma del delitto: una pistola automatica marca Beretta calibro 22 Long Rifle. Anche in questo caso, i proiettili sono Winchester e hanno la lettera H impressa sul fondello.

Attraverso il finestrino dello sportello sinistro, l’assassino aveva sparato prima a Pasquale, uccidendolo sul colpo, e poi a Stefania, che però non era morta subito. Quindi aveva trascinato la ragazza fuori dalla 127, l’aveva massacrata con 96 colpi di coltello e ne aveva violato il corpo col tralcio di vite⁹.

Le ferite da arma bianca, riscontrate sul corpo della Pettini, sono localizzate quasi esclusivamente sul tronco e si concentrano soprattutto intorno al seno e al pube. Alcune sono state inflitte mentre Stefania era ancora in vita, ma la maggior parte risultò essere stata inferta post mortem. Secondo il perito tecnico-balistico, l’assassino ha agito con «un coltello a punta con lama di cm. 10/12, larga circa cm. 1,5 ed affilato da un solo lato»¹⁰. A più di tre metri dall’auto, sul limitare della vigna da cui l’assassino aveva strappato il tralcio di vite, erano state ritrovate, intrise di sangue, le mutandine di Stefania. Lì vicino erano state trovate anche tre paia di pantaloni nuovi, due da uomo e uno da donna, appena ritirati dalla lavanderia e ancora avvolti nella carta velina, mentre, a metà strada fra l’auto e la vigna, era stata rinvenuta una camicia da uomo. La borsetta della ragazza e il suo maglione, bianco e privo di tracce di sangue, saranno individuati a circa trecento metri dal luogo del delitto.

I due giovani sono stati uccisi sabato notte, intorno a mezzanotte. Quel 14 settembre, verso le 21:15, Pasquale aveva chiesto l’auto al padre, aveva accompagnato la sorella alla discoteca Teen Club ed era passato a prendere Stefania. I fidanzati avevano quindi raggiunto il sentiero sterrato vicino al fiume Sieve e lì si erano fermati, un posto isolato tra viti e cipressi. Fuori il buio era totale, era notte di novilunio e pertanto la luna non c’era. Con l’autoradio accesa, Pasquale e Stefania avevano cominciato a spogliarsi, volevano fare l’amore, quando il vetro del finestrino era esploso in mille pezzi ed erano partiti i primi sei colpi di pistola.

Scartata l’ipotesi del delitto passionale, gli inquirenti si concentrano su quella del maniaco. Lo psichiatra incaricato di tracciare un possibile identikit dell’assassino giunge infatti alla conclusione che il killer sia un soggetto patologicamente frustrato per problemi di ordine sessuale. Inoltre, sempre secondo il perito, il delitto presenta le caratteristiche tipiche di certi omicidi che fino ad allora si erano verificati nei Paesi anglosassoni, il cui movente non c’entra nulla con la vendetta. «Se non verrà preso, passeranno altri cinque o sei anni e poi tornerà a ripetere il delitto», lancia l’allarme lo psichiatra. «Poi ucciderà a intervalli sempre più brevi»¹¹.

Sentita dagli inquirenti, un’amica della Pettini riferirà che il giorno stesso dell’omicidio si era vista con Stefania. Le due ragazze erano nella camera della vittima, quando Stefania le aveva confidato di un incontro sgradevole avuto di recente con uno sconosciuto. La ragazza non era scesa nei dettagli, anche se in realtà stava per farlo. All’improvviso era entrata nella stanza sua madre e di colpo la ragazza aveva smesso di parlare.

Le indagini non approdano comunque a nulla di significativo e il caso di Borgo San Lorenzo rimane senza un colpevole. Nessuno si accorge del fatto che l’arma da fuoco che aveva sparato a Borgo San Lorenzo era la stessa che aveva ucciso Barbara Locci e Antonio Lo Bianco.

Qualche anno più tardi, al cimitero di Borgo San Lorenzo, qualcuno manometterà la tomba di Stefania Pettini, portando via dalla lapide di marmo la fotografia della ragazza.

Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi

via dell’Arrigo, Scandicci, 6 giugno 1981

A sette anni da quel fatto di sangue, l’incubo ritorna. È il 7 giugno 1981 ed è ancora una domenica mattina. In compagnia del figlioletto di quattro anni, il sottufficiale di polizia Vittorio Sifone sta facendo una passeggiata nei pressi di Scandicci, in località Villa Bianca, quando nota una Fiat Ritmo rosso rame. L’auto è parcheggiata in una stradina sterrata che si diparte da via dell’Arrigo. L’agente si avvicina e la prima cosa che vede è una borsetta da donna di colore chiaro, gettata per terra e con il contenuto sparpagliato lì intorno. Quello che vede subito dopo è il corpo di un uomo riverso all’interno della macchina, sul posto di guida. Ha la camicia sporca di sangue e i jeans infilati solo sulla coscia destra.

Il corpo straziato della ragazza lo trovano invece gli agenti di polizia giunti poco dopo sul posto. Il cadavere giace supino in un fossato a pochi metri dalla Ritmo, intorno al collo ha ancora una catenina d’oro che stringe fra i denti. La scena si presenta terribile, come quella di sette anni prima, ma questa volta l’assassino, negli abissi dell’orrore, si è spinto oltre. Dopo aver trascinato la giovane donna fuori dall’auto, ha infierito sul suo corpo asportandone il pube con il coltello.

La ragazza ha pantaloni, mutandine e cintura tranciati di netto sul davanti per mezzo di uno strumento affilatissimo. La camicetta, invece, le è stata strappata e poi sollevata.

Secondo quanto riportato nella sentenza del giudizio di primo grado contro Pietro Pacciani, il contadino che anni più tardi verrà accusato dei delitti del Mostro,

l’escissione del pube alla ragazza era stata effettuata con uno strumento tagliente a lama notevolmente affilata. Il taglio degli indumenti, in particolare dei pantaloni, della cintura e dello slip, era stato eseguito con decisione e precisione, senza minimamente provocare alcuna lesione della cute sottostante e mettendo a nudo, contemporaneamente, la zona da escindere. Ciò, secondo i periti (prof. Mauro Maurri, dott. Aurelio Bonelli, dott. Giovanni Marello), stava a significare un uso rapido, efficiente e preciso del tagliente adoperato, quindi una manualità sicura e sperimentata. Ancor più poi, a giudizio dei periti, le caratteristiche dell’ampia escissione pilo-cutanea a livello del pube, e quindi l’assoluta nettezza dei margini per quasi tutta la circonferenza della lesione e l’uniformità del piano muscolo-adiposo messo allo scoperto dall’asportazione dell’ampio frammento di cute e di muscoli, indicavano nell’autore una persona di abilità assolutamente eccezionale per quanto riguardava l’uso del tagliente e per la maestria con cui aveva agito per mettere a nudo la regione pubica ed attuarvi le rimostrate mutilazioni, il che, insistevano i periti, costituiva a loro giudizio, un particolare forse di decisiva importanza.¹²

I cadaveri verranno presto identificati: Giovanni Foggi, trent’anni, dipendente dell’ENEL e residente a Pontassieve, e Carmela De Nuccio, ventun anni, originaria di Lecce ma da anni a Scandicci, dov’era impiegata presso una pelletteria. I due ragazzi stavano insieme da quattro mesi e quel sabato 6 giugno erano usciti per prendere un gelato e godersi un paio d’ore di intimità. Anche quella sera la luna non c’era.

La perizia necroscopica del professor Mauro Maurri e la consulenza del perito balistico Nunzio Castiglione consentono di ricostruire la dinamica del duplice delitto. Dal finestrino anteriore sinistro l’assassino aveva esploso tre proiettili, che avevano ucciso Giovanni Foggi sul colpo. Carmela De Nuccio aveva quindi cercato di reagire sollevando le braccia nel tentativo di parare i colpi, ma era stata raggiunta da cinque proiettili sparati in rapida successione. Il killer aveva aperto lo sportello, aveva inferto post mortem tre coltellate a Giovanni e trascinato Carmela a dodici metri dall’auto, in un campo di ulivi, dove ne aveva fatto macabro scempio. I periti fissano l’ora del decesso dei due fidanzati intorno alla mezzanotte di sabato 6. Impronte digitali non vengono ritrovate né sull’auto né sui corpi dei due ragazzi.

Sulla base degli elementi emersi durante l’autopsia, il medico legale Maurri stila un profilo di massima del serial killer.

Primo. Si deve trattare di persona di costituzione scheletrica quanto meno media e di forma muscolare, del pari, quanto meno media, visto che il cadavere della De Nuccio fu sollevato e trasportato presumibilmente a braccia per un tratto non breve. Secondo. L’intero episodio si è svolto in un ambito presumibilmente molto breve dal punto di vista cronologico e, vista la complessità delle azioni e dei movimenti, si deve trattare di persona non anziana, dotata di movimenti rapidi e precisi. Terzo. Tenendo conto che nessuno degli otto colpi esplosi è andato a vuoto, anche se la distanza fu minima, si deve trattare anche di persona con una certa dimestichezza con le armi da fuoco. Quarto. Si tratta, inoltre, di persona dotata di abilità non comune nell’uso rapido e preciso di strumenti da taglio e da punta e taglio, quali potrebbero essere trincetti, rasoi, bisturi, comunque molto affilati e monotaglienti. E tale abilità non può che derivare dall’abitualità per ragioni di lavoro o di professione nel maneggiare strumenti come quelli indicativamente nominati. Quinto. Si tratta con ogni probabilità di persona con tare sessuali che possono però risultare anche perfettamente mascherate.¹³

Il primo a intuire che quel delitto presenta inquietanti analogie con quello di Borgo San Lorenzo è un cronista della «Nazione». In seguito anche la perizia balistica non lascerà adito a dubbi: i bossoli trovati sulla scena del crimine sono marca Winchester serie H, e la pistola viene identificata come una Beretta calibro 22 modello Long Rifle, la stessa che aveva sparato a Stefania Pettini e a Pasquale Gentilcore.

Le indagini vengono affidate ai due sostituti procuratori Adolfo Izzo e Silvia Della Monica, e in questo caso finisce in carcere un uomo. Si tratta di un autista della Misericordia di Montelupo Fiorentino. La sua auto, una Ford Taunus rossa, era stata notata da alcuni testimoni nei pressi di via dell’Arrigo in un orario compatibile con quello del duplice omicidio. Non solo: gli investigatori hanno scoperto che l’autista aveva raccontato del delitto alla moglie, senza tralasciare i dettagli. Le aveva riferito che l’assassino aveva prima sparato e poi infierito sul corpo della ragazza asportandole il pube col coltello¹⁴. Tutte queste cose, però, l’uomo di Montelupo Fiorentino le aveva dette alla moglie la domenica mattina, mentre il fatto di cronaca sui giornali era uscito soltanto l’indomani, il lunedì. Come faceva l’autista delle ambulanze a sapere tutti quei dettagli?

L’autista della Misericordia viene arrestato la mattina del 16 giugno, a una settimana dalla duplice esecuzione. Non con l’accusa di omicidio, ma con quella di reticenza.

Secondo gli inquirenti, l’uomo doveva per forza sapere qualcosa: o aveva assistito al delitto, o qualcuno glielo aveva descritto. E forse, di fronte alla prospettiva dell’ergastolo, avrebbe parlato. Ma l’autista non parla, se non per ribadire la sua totale estraneità alla vicenda, e rimane dietro le sbarre. A metà luglio i sostituti procuratori Izzo e Della Monica firmano un nuovo ordine di cattura nei suoi confronti, questa volta con l’accusa di omicidio. Nonostante le indagini siano a un punto fermo, l’opinione pubblica tira un respiro di sollievo, convinta che, con l’autista indagato in carcere, il maniaco non avrebbe più ucciso. Invece non sarà così.

Susanna Cambi e Stefano Baldi

Le Bartoline, Calenzano, 22 ottobre 1981

Il Mostro torna a colpire la sera del 22 ottobre 1981, in un campo chiamato Le Bartoline vicino a Travalle di Calenzano. In quel luogo, parcheggiata in una stradina sterrata, viene ritrovata la Volkswagen Golf nera di Stefano Baldi, ventisei anni, operaio presso un lanificio di Vaiano. L’auto ha il finestrino anteriore lato passeggero infranto, lo sportello destro aperto, i sedili davanti reclinati.

A differenza che nei delitti precedenti, è stato trascinato fuori dalla macchina anche il cadavere del ragazzo. Quello della sua fidanzata, Susanna Cambi, ventiquattro anni e telefonista di una TV di Prato, è stato lasciato in un canaletto di scolo a una dozzina di metri dalla Golf, dalla parte opposta rispetto al punto in cui giace il corpo di Stefano. I cadaveri vengono scoperti nella tarda mattinata del 23 ottobre da due contadini in pensione della zona.

Il corpo di Stefano, straziato da quattro colpi di pistola e da quattro coltellate inferte post mortem, giace accasciato in un piccolo fosso, a circa tre metri dall’auto. Indossa una camicia, ha i pantaloni e gli slip infilati solo in una gamba e un maglione raggomitolato sotto il bacino. In un piede calza uno stivale marrone, mentre l’altro stivale verrà ritrovato nell’auto, sul tappetino del posto di guida, accanto ai pedali.

Il cadavere di Susanna è sul ciglio di un canale di scolo. Colpita da cinque proiettili e da due coltellate alla schiena, anche queste inferte post mortem, la ragazza viene ritrovata distesa supina sull’erba, appoggiata contro il greto del fosso, quasi seduta. È stata lasciata con le braccia rivolte verso l’alto e piegate dietro la testa e con le gambe flesse e divaricate. Indossa il reggiseno e una maglietta bianca sollevati fino al collo, una maglia beige e una giacca di maglia infilate solo nel braccio sinistro, una gonna di velluto squarciata sul davanti, uno slip bianco tagliato sulla coscia sinistra e un paio di stivaletti marroni¹⁵.

Il campo denominato Le Bartoline in località Travalle di Calenzano: la scena del delitto in cui il 22 ottobre 1981 sono stati uccisi Susanna Cambi e Stefano Baldi.

Come a Carmela De Nuccio, anche a Susanna l’assassino ha asportato il pube. Ma in questo caso la lacerazione è molto più profonda e presenta una superficie più ampia. Sotto il seno sinistro è inoltre visibile una ferita da punta e taglio, del diametro di circa tre centimetri e che lascia scoperto il tessuto sottostante¹⁶.

Sulla scena del delitto, ancora i bossoli calibro 22, marca Winchester e con la lettera H stampata sul fondello. La borsa della Cambi viene rinvenuta sul sedile posteriore dell’auto. Non si sa se, al momento del ritrovamento, fosse aperta o chiusa: il verbale di sopralluogo non dice niente al riguardo, non è nemmeno stata fotografata. Dalla descrizione del contenuto, riportata nello stesso verbale di sopralluogo, tre circostanze catturano l’attenzione degli inquirenti. Primo: all’interno della borsa c’è un borsello portamonete da donna in pelle nera, completamente vuoto, il che potrebbe far ritenere che l’assassino ne abbia sottratto il contante (sembrerebbe, infatti, poco probabile che Susanna fosse uscita del tutto priva di denaro). Secondo: manca invece un portafoglio con i documenti personali della donna, al contrario di quelli di Stefano, rinvenuti nella tasca dei pantaloni del ragazzo. Terzo: tra gli oggetti contenuti nella borsa sono elencate la carta di circolazione e la polizza assicurativa dell’auto intestata a Stefano¹⁷.

Niente denaro, niente documenti. Che ci facevano la carta di circolazione e la polizza assicurativa della Golf nella borsetta di Susanna? Forse il killer ce le aveva messe per errore quando, dopo aver svuotato la borsa, ne aveva poi riposto il contenuto senza accorgersi di averci incluso i documenti dell’auto?¹⁸

Sul luogo del delitto, a cinque metri dal muso della Golf, gli investigatori fotografarono l’impronta di uno scarpone di tipo militare con suola in gomma, misura 44. A una cinquantina di metri dall’auto, inoltre, venne repertata una pietra di basalto a forma di piramide tronca, parzialmente dipinta di rosso.

La sera del delitto due ragazzi avevano cenato insieme a casa dei genitori di lui, poi verso le dieci e mezzo erano usciti. Certo non si immaginavano che non avrebbero più fatto ritorno. Nel cielo la luna era uno spicchio all’ultimo quarto, le stelle coperte dalle nuvole.

Il medico legale Mauro Maurri stabilirà che il decesso di entrambe le vittime era avvenuto all’interno dell’auto verso la mezzanotte di giovedì 22. L’assassino si era avvicinato alla Golf e, sparando attraverso il finestrino destro, aveva ucciso i due fidanzati. Dallo sportello sinistro aveva quindi estratto il cadavere di Stefano e lo aveva deposto nel fossato. Il maresciallo Dino Salvini, della stazione di Calenzano, nel suo rapporto scriverà che «erano visibili tracce di trascinamento e pesticciamento dall’esterno dello sportello sinistro dell’autovettura fino alla posizione del cadavere uomo»¹⁹.

Tornato alla macchina, dallo sportello destro il Mostro aveva quindi prelevato il corpo ormai senza vita di Susanna e lo aveva portato a qualche metro da lì, dove aveva terminato il suo lavoro praticando sulla ragazza l’orribile scempio.

Sulla «Nazione» del 27 ottobre 1981, a pochi giorni dal duplice omicidio, verrà pubblicato un articolo in cui il giornalista Mario Spezi riferirà un episodio davvero inquietante:

È un fatto che gela. Venerdì 23, tra le 9:00 e le 10:00, certamente prima che i cadaveri di Susanna Cambi e Stefano Baldi fossero scoperti, il telefono squillò in via Scarlatti, 10 a Firenze. Rispose la zia di Susanna, Maria Nencini Pieraccini, al cui nome è intestato l’apparecchio.

«Io e mio marito Enzo – dice – siamo convinti che a chiamare fosse l’assassino». Questo è il racconto di una telefonata durata non più di due minuti e che gli inquirenti, ai quali è stata riferita dai signori Pieraccini, non sanno valutare e sulla quale non osano pronunciarsi. Al telefono, dice la signora Pieraccini, era una voce maschile educata, un po’ tremante, che sembrava venire da molto lontano.

«Vorrei parlare con la mamma di Susanna Cambi», disse la voce.

«Sono la zia, dica pure a me», rispose la donna.

«No, vorrei proprio la mamma di Susanna Cambi. Devo parlare della ragazza…».

A questo punto, incredibilmente, il telefono si guastò e la telefonata si interruppe. Anzi, il guasto alla linea della SIP interessò tutto l’edificio di via Scarlatti 10, tanto che vennero subito i tecnici per fare la riparazione. Mentre lavoravano alla centralina, si accorsero che ripetutamente qualcuno cercava di chiamare il numero di Maria Nencini Pieraccini.²⁰

Susanna Cambi risiedeva, insieme alla madre e alla sorella, presso l’abitazione della zia, in via Scarlatti 10. Quella, però, era una sistemazione provvisoria. La ragazza e la sua famiglia abitualmente non abitavano lì, ma in quel periodo erano in attesa che si rendesse disponibile un appartamento di loro proprietà in una strada lì vicino. A essere a conoscenza dell’indirizzo provvisorio di Susanna erano in pochi. Tra questi, evidentemente, c’era anche l’anonimo della telefonata.

Altra circostanza significativa: la madre di Susanna Cambi avrebbe raccontato di un giorno in cui si trovava in auto con la figlia. Alla guida c’era Susanna. Secondo la dichiarazione della signora Cambi, mentre stavano percorrendo i viali di circonvallazione di Firenze, a un certo punto la ragazza aveva premuto sull’acceleratore mettendosi a correre. La madre le aveva detto di rallentare: non capiva perché si fosse messa a guidare in quel modo così spericolato. Senza accennare a moderare l’andatura, Susanna aveva quindi spiegato che dietro di loro c’era un tale – «il solito», aveva detto – che la seguiva con la sua auto, e che lei voleva seminarlo²¹.

In seguito al delitto di Calenzano, l’autista delle ambulanze sarà scarcerato e scagionato da ogni accusa. Che il Mostro non possa essere lui, a questo punto è ovvio. Le indagini devono ripartire da capo.

Antonella Migliorini e Paolo Mainardi

Baccaiano, Montespertoli, 19 giugno 1982

La notte del 19 giugno 1982 il serial killer uccide di nuovo. È un sabato senza luna. Le vittime, Paolo Mainardi, un operaio di ventidue anni, e Antonella Migliorini, operaia anche lei, ma di tre anni più giovane, saranno rinvenute sul ciglio di una strada provinciale nel comune di Montespertoli. Un altro delitto agghiacciante, ma in questo caso i rilievi della Scientifica portano a delineare una dinamica che, per alcuni aspetti, si discosta da quella degli omicidi precedenti. I bossoli ritrovati sulla scena del crimine sono invece sempre quelli: calibro 22, marca Winchester, serie H.

I cadaveri di Paolo e di Antonella vengono ritrovati entrambi all’interno dell’auto, una Seat 147 blu, finita con le ruote posteriori in un fossato a lato della carreggiata di via Virginio Nuova, la strada provinciale numero 80 che lambisce l’abitato di Baccaiano.

Sul corpo della ragazza non vengono riscontrati i segni delle pugnalate né quelli delle mutilazioni. Gli investigatori ne deducono che l’assassino non abbia avuto il tempo di portare a termine il suo macabro rituale. Questa volta, per il killer, le cose devono aver preso una piega diversa. Secondo la ricostruzione più accreditata dagli inquirenti²², i fatti si sarebbero svolti così: Paolo

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