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101 perché sulla storia di Roma che non puoi non sapere
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E-book487 pagine6 ore

101 perché sulla storia di Roma che non puoi non sapere

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Info su questo ebook

Dall'autrice del bestseller 101 cose da fare a Roma almeno una volta nella vita

A chi non è capitato visitando Roma, magari contemplando a naso in su un edificio oppure osservando un monumento o una lapide commemorativa, di ricordare vagamente un particolare storico che sembrava dimenticato, e di chiedersi: Perché? Bene, ecco le risposte! Questo libro raccoglie i 101 perché più interessanti e sorprendenti della storia di Roma, dalla fondazione fino alla cronaca dei giorni nostri, con illuminanti spiegazioni sui personaggi che più scatenano la curiosità dei lettori e degli amanti della città eterna. Tra le sue pagine scoprirete finalmente perché Romolo non poté fare a meno di uccidere Remo, perché la chiesa di Santa Passera è la più birichina di Roma, perché esiste una “Via delle Zoccolette”, perché la Suburra venne invasa dai serpenti, perché Donna Olimpia Pamphilj fu soprannominata la Pimpaccia, perché Ponte Milvio è chiamato Ponte Mollo...

Ilaria Beltramme

è nata a Roma nel 1973 e spera di morirci vecchia e felice il più tardi possibile. Appassionata della sua città e di storia dell’arte, è anche traduttrice di fumetti e romanzi. È ancora convinta che il Tevere sia una divinità. Con la Newton Compton ha pubblicato 101 cose da fare a Roma almeno una volta nella vita, 101 perché sulla storia di Roma che non puoi non sapere, Forse non tutti sanno che a Roma... e i romanzi La società segreta degli eretici e Il papa guerriero.
LinguaItaliano
Data di uscita14 lug 2015
ISBN9788854185609
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    101 perché sulla storia di Roma che non puoi non sapere - Ilaria Beltramme

    eterna.

       1.

    Perché fra i sette colli

    c’era un canyon?

    Quando Roma non era ancora Roma:

    storia geologica della città che governò il mondo

    Roma, una Roma che ancora non c’era, seicentomila anni fa. Le viscere della terra sono scosse da un boato. Dalle montagne intorno alla valle del Tevere preistorico, il Paleotiber, dai Colli Albani, si alza una colonna di fumo nero, poi esplodono i lapilli e comincia l’eruzione, il vulcano laziale si sveglia in uno spettacolo pirotecnico di lava e fuoco. Colate piroclastiche corrono veloci verso la piana, scavano solchi, poi si fermano improvvise e si sollevano come tsunami minacciosi, nel tempo (un tempo preistorico) si solidificheranno a formare rocce, rupi, colli (in realtà più di sette, per la precisione).

    Roma, oggi. Si cammina veloci nel centro storico. Un occhio all’orologio e un altro, distratto, al bianco dei monumenti, al rosso delle rovine, all’umido dei tufi soffocati dal muschio. I piedi faticano a stare appresso al ritmo dei sampietrini rovinati ma lo sguardo non può fare a meno di vagabondare sulle bellezze antiche. Che queste due immagini abbiano qualcosa in comune sembrerebbe un azzardo e invece descrivono una semplicissima legge naturale: causa ed effetto.

    Quella stessa lava che seicentomila anni prima pioveva dalla bocca del vulcano, si è poi trasformata in porfido per trasformarsi successivamente in lastroni a pavimentare le vie consolari e in cubetti più piccoli a ricoprire il manto stradale di gran parte dei vicoli del centro storico. Oggi come ieri, il regalo fatto dal mostro preistorico che vomitava fuoco contribuisce alla meraviglia anzi, ne è parte determinante.

    Di nuovo la Roma di seicentomila anni fa. Fuoco, fuoco e ancora fuoco sui vecchi pascoli dei mammut, ormai abbandonati, sulle piante, sulle bestie che non sapevano certo di occupare un suolo fortunato, un posto in cui un gruppetto di uomini e donne deciderà, secoli e secoli dopo, di installare gli accampamenti delle prime tribù della valle. Ma allora non c’era niente. Solo la rabbia del vulcano e la sua lava, i suoi lapilli. Ci sarebbero volute molte migliaia di millenni perché una belva dalla dentatura a sciabola si tramutasse nella progenitrice della lupa che avrebbe nutrito Romolo e Remo.

    Spenti gli incendi, raffreddato il magma, morto il vulcano (o per meglio dire addormentato), un’altra forza si guadagnò lo spazio per la sua azione fondatrice: l’acqua. Allora il Tevere doveva essere un lungo serpente che correva da nord, dove si incontrava con l’Aniene, verso sud-est (sopra la moderna Cinecittà, per capirsi), per poi perdersi in mille rivoli e canali secondari. Si insinuava ovunque, forte dei suoi affluenti che lo alimentavano generosamente e scavavano strade, mangiavano rocce, si infiltravano nelle forre. Fu così che la terra, figlia del vulcano, si modellò in un sussulto di avvallamenti e rupi, di grotte e anfratti.

    Così nacquero i sette colli e successivamente la città che li popolò, mentre il serpentone correva veloce per perdersi fino al mare in un delta gigantesco. Sembra impossibile che tutto sia nato nell’orrore di un’eruzione vulcanica, nel bel mezzo del caos e della distruzione. Eppure, a guardarla con gli occhi di adesso fu una benedizione. Perché Roma è stata grande anche (e soprattutto) grazie alla sua fortunata posizione. Quelle placche di materiale vulcanico raffreddato, scavate dal corso del fiume divennero lo strapuntino boscoso su cui si riparavano dalle inondazioni del Tevere le prime comunità che si installarono nell’area, e così come avevano fatto i loro padri anche i figli e i nipoti fecero in modo di convivere con il fiume assassino che ciclicamente vomitava la sua rabbia fra le capanne, prima, e fra i vicoli poi.

    La terra, inoltre, battezzata dal fuoco, era diventata fertile, mentre nel sottosuolo, cave di materiale buono per edificare (tufo, pozzolana, porfido, travertino) rappresentavano una promessa per l’urbanizzazione futura. Da una terra primordiale, il cui clima doveva essere simile a quello delle foreste subtropicali, nacque una civiltà fiorente e oggi la geologia di Roma è un’altra delle sue sorprese.

    Le rocce improvvise che ci abbagliano in pieno centro storico, le rupi che si intromettono fra un antico tempio e il resto di qualche dimora patrizia, o a cui s’aggrappano i condomini di Roma Nord; i blocchi di tufo che emergono sghembi dalle rovine, una volta salde fondamenta di un impero, oggi affascinanti diversioni cromatiche fra il bianco della pietra consumata, non sono altro che preziosi resti di quei fatti preistorici. Contengono e proteggono la memoria di un tempo lontano. Un tempo di distruzione, fuoco e fiamme, su cui intervenne l’acqua del fiume – poi, giustamente, celebrato come un dio – a placare la furia e a modellare le ondate di lava.

    Dunque, la storia di Roma ebbe inizio molto prima delle sue leggende. In un’epoca lontana, in un giorno di seicentomila anni fa, quando un vulcano esplose e poi strinse un’alleanza creativa con un fiume impetuoso. Furono loro le prime divinità che decisero di dare la benedizione alla Città Eterna. Fu il più antico dei princìpi, causa ed effetto, a dare il la a duemila anni di storia.

       2.

    Perché proprio una lupa?

    Animali e piante: i totem di Roma

    Il mito della fondazione, si sa, sta alla città come i fazzoletti che sventolano sulla banchina di una stazione ferroviaria o sul molo di un porto stanno all’augurio di buon viaggio. Sono cioè l’assicurazione dei progenitori per un futuro prospero e una sorta di garanzia non scritta che la civiltà che scaturisce dal mito avrà radici salde e sufficiente protezione divina per espandersi e svilupparsi. Roma non ha fatto differenza. Anzi, il mito fondativo della Città Eterna è forse fra i più conosciuti e, sotto forma di simbolo, ha accompagnato la storia della capitale da almeno un paio di millenni. Una lupa, dalle cui mammelle pendono due gemelli panciuti. Romolo e Remo salvati dalle acque del Tevere sono i padri di quel sogno chiamato Roma, la lupa è invece la madre, lo spirito guida e, perché no, l’animale totemico che ne ha sorvegliato i gradi di sviluppo e che ha saputo traghettarlo verso la gloria dopo un inizio incerto e quanto mai rustico.

    Ma cosa ci racconta la leggenda della fondazione? Qual è la ragione profonda di un inizio che non sembra influenzato da alcuna tradizione più antica o più fiorente? Perché due gemelli? E perché i due gemelli sono entrati in competizione finché il trionfo dell’uno non significò la morte dell’altro? Insomma, perché proprio una lupa? O meglio, perché solo una lupa, quando a scartabellare bene nel mito, di animali che hanno concorso alla nascita di Roma non c’è solo lei? Insomma, perché ci si è dimenticati del picchio e della scrofa bianca (con i suoi trenta porcellini. Non tre, ma trenta) e poi anche delle piante, come il fico per esempio, albero sacro agli dèi, se insieme hanno lavorato con successo a che i pargoli arrivassero sani e salvi nelle braccia dei pastori Acca Larenzia e Faustolo? Per non parlare del fauno (anzi Fauno), senza il cui aiuto demoniaco non ci sarebbe stato un culto per Pico, il picchio appunto, dio dei boschi e del mondo selvatico, nonché protettore delle nascite (chi meglio di lui?). Alle origini di Roma, pertanto, c’è uno scenario naturale da fare spavento che, con battiti d’ali, ringhi di lupo, zanne, frutti dolci e protezione divina, ha cullato il sonno dei due gemellini fondatori. Ma andiamo con ordine.

    Secondo la tradizione più antica, e senza tenere conto dei recenti studi dell’archeologo Andrea Carandini sul Palatino, la storia è andata più o meno così. Si parte da lontano, dallo sbarco di Enea sulle coste laziali dopo l’incendio di Troia (sono subito Virgilio e l’Eneide a venirci incontro). L’eroe sconfitto ed esule intercetta i segni degli dèi per capire dove fondare la nuova città. Uno di questi, il più importante, è l’avvistamento di una scrofa bianca che partorisce trenta maialini. È il segno. I piccoli vengono sacrificati alle divinità, Enea si allea con Latino e scaccia i Rutuli di Turno. Ma la città che gli dèi gli avevano indicato arriverà soltanto trenta (come i maialini) anni più tardi e sarà chiamata Alba Longa (alba, ovvero bianca) dal suo fondatore, cioè Ascanio, vale a dire il figlio d’Enea. Da lui, dal sangue dell’eroe, nascerà la dinastia dei Silvii e dai Silvii si arriverà ad Amulio e Numitore, gli ultimi re di Alba. Figlia di Numitore è Rea Silvia, una vestale. A lei, invece, toccherà dare origine a Roma, ma soltanto in seguito allo stupro messo in atto da Marte. Dopo lo stupro, però, di lei il mito si dimentica in fretta (è condannata a morte dal perfido zio Amulio? Viene imprigionata a vita? Annega nel fiume?), non senza averle fatto depositare una cesta nelle acque del Tevere con dentro i frutti del peccato, semidèi ma pur sempre frutto di violenza.

    Ed ecco qui entrare in gioco gli animali del Palatino. La lupa e il picchio mettono in salvo i piccoli Romolo e Remo, li nutrono in una grotta – detta Lupercale, in quanto sacra a Marte (ma guarda un po’!) e a Fauno Luperco – all’ombra di una pianta di fico, questa invece sacra alla dea Rumina, la dea delle rumae (cioè delle mammelle, ma il suono assomiglia sospettosamente alla parola Roma). In questa situazione più che benedetta li troveranno dei pastori e il loro gregge, Faustolo, suo fratello Faustino e sua moglie Acca Larenzia. E da loro avrà inizio tutto quanto, vendetta contro Alba e ratto delle Sabine compresi.

    Come un Libro della giungla dal sapore ancestrale, gli archetipi di Roma si presentano uno a uno e, soprattutto a partire dall’età augustea, si fanno Verbo, Virtù, Valore. La civiltà delle leggi e della razionalità schierava a suo vantaggio il top del top della ferinità: spiriti dei boschi, bestie e piante sacre alle dee più antiche. Anche la stessa parabola dei due fratelli non lesina rimandi a questi elementi, per quanto al momento dell’omicidio di Remo si sia ormai bello e capito chi debba vincere: l’ordine e l’equilibrio di Romolo (e della Roma dell’Impero), contro la bestialità e la prepotenza di Remo. Eppure è come se il mito tanto amato dalla dinastia Giulio-Claudia e da Augusto in persona ci avvisi dello spirito più profondo di una civiltà e della città tutta. Ogni figlio di Roma questo porta nel cuore: il ringhio di una lupa, il canto di un picchio e i frutti dolci di un fico che sa essere madre e riparo. Il dolce e il salato. Un tao de noantri che giustifica gli eccessi e colora il cuore di una città che, si spera, continuerà ad avere dai suoi totem protezione imperitura.

       3.

    Perché Romolo doveva uccidere Remo?

    Il mito fondativo: le ragioni di una guerra tra fratelli

    In che modo una leggenda come quella della fondazione di Roma, con i due gemelli allattati da una lupa, entra nella storia delle origini della città? Evento mitico certamente, anzi mito fondativo, e quindi determinante per il futuro, il fratricidio più famoso della storia ci parla forse di un’epoca più recente rispetto a quella in cui si ambientano i fatti (anche se sapere con certezza in quale epoca sono stati inventati Romolo e Remo richiederà ancora molti studi e molti scavi) e ci introduce ai motivi profondi e reali che hanno portato alla nascita di Roma, agli auspici sotto cui è nata, agli dèi che la proteggono e all’orientamento politico e filosofico che si volle dare al territorio appena eletto Urbs. Già, quindi, derubricarlo a semplice mito senza considerare che allude a qualcosa di più complesso sembra un errore imperdonabile. D’altro canto, però, come si fa ad ammettere l’esistenza storica della marea di divinità, eventi soprannaturali e forze misteriose che hanno concorso alla realizzazione del solco primigenio? E come fare a districarsi nel mare di interpretazioni possibili? L’unica cosa certa che emerge dal lavoro degli studiosi è che Remo doveva morire. Anzi, a volerci mettere un po’ di umorismo tutto contemporaneo verrebbe da affermare che Remo era un dead man walking, all’americana.

    Ma forse è meglio andare con ordine e raccontare la parte della storia che sempre tende a sfuggire. Dopo il salvataggio messo in atto dalla lupa e le sue prime ruvide cure, i due gemelli sono stati adottati da due pastori: Faustolo e Acca Larenzia. Gli anni successivi, quelli dell’adolescenza, vedono Romolo e Remo come abitanti del colle Aventino, lupi di un branco formato da altri adolescenti, razziatori capi di una banda di delinquentelli minorenni. Sono anni ferini che terminano con un’iniziazione, un rito di passaggio in piena regola: la corsa al Lupercale (la grotta sacra al dio Fauno e il luogo in cui i gemelli sono stati salvati dal fiume). Il primo ad arrivare al traguardo, e di conseguenza a diventare uomo, è Remo, ma questo primato non l’aiuterà granché, dal momento che, in preda all’ebbrezza del trionfo, decide di mangiare le interiora della capra sgozzata come sacrificio a Fauno. È il suo primo atto sacrilego e in qualche modo la sua condanna a morte. Sì perché, da quel momento in poi, dopo lo sgarro, tanto per rimanere entro i confini di un’altra mitologia italica, quella legata alla criminalità organizzata, Remo si trasforma nel demone cui ha rubato l’offerta e in qualcosa di potente, certo, ma comunque bestiale, violento e disordinato.

    Forse è questo uno dei primi motivi per cui nella saga di Roma si doveva impedire la presenza dominante di un personaggio così poco adulto. È Andrea Carandini, l’archeologo che per primo ha cercato i legami del mito con la storia, tanto da definirlo un «evento mito-storico», a considerare Remo una specie di Peter Pan dell’epoca arcaica. Remo non vuole crescere, non si vuole sottomettere all’ordine e all’equilibrio che Giove predilige, preferisce rimanere sotto l’influenza selvaggia e violenta di Fauno e quindi non può vivere nei confini di Roma, né tanto meno dominarla, a pari grado di suo fratello. Gli errori però non finiscono qui e, più ci si immerge nei meandri e nei dettagli della leggenda delle origini più emerge con forza il destino fatale di Remo, condannato alla sconfitta. Già perché secondo la tradizione, neanche durante la guerra di liberazione di Alba Longa, condotta dai due gemelli insieme, il primogenito di Rea Silvia riesce a distinguersi, anzi sarà preso prigioniero dai pastori di Numitore (il nonno spodestato dal feroce Amulio, suo fratello. Un altro fratello!) e poi liberato da Romolo, al quale toccherà tutto il lavoro, detronizzazione di Amulio e intronizzazione del buon Numitore comprese. Da qui, si fa presto ad arrivare al momento più delicato della vicenda.

    Perché nel frattempo, con Alba liberata, Numitore decide che ai due gemelli occorre una città tutta loro e stabilisce che il privilegio di diventare fondatore spetterà al fratello che potrà avvistare il maggior numero di prodigi favorevoli. È a questo punto che i due si spostano su due colli differenti e da lì cominciano a osservare il cielo. Il primo a vedere qualcosa è Remo, appostato sul Piccolo Aventino (l’odierna San Saba): sei avvoltoi provenienti da sinistra, il lato propizio. Poi subito dopo, Romolo sul Palatino ne vede dodici, sempre provenienti da sinistra. La vittoria è di un soffio, ma è vittoria. La città protetta da Giove, il padre di tutti gli dèi, non è quella che auspica Remo, per giunta su un colle boscoso e più selvatico rispetto al Palatino, ma quella di Romolo il quale immediatamente dà inizio al processo fondativo, scagliando la sua lancia che atterrerà nel luogo in cui si costruirà la prima ara e si brucerà il primo fuoco. È il luogo dove avrà origine la mitica Roma Quadrata, un lavoretto semplice se c’è il dio più potente a proteggerti, praticamente impossibile se si è benvoluti dalla parte sbagliata delle divinità italiche.

    In ogni caso, è evidente che fondare una città non è cosa da prendere alla leggera. Al momento di erigere le prime mura, tutta la comunità è consapevole di sottrarre territorio agli dèi. Pertanto è molto importante che chi si appresta a farlo sia in qualche modo caro alle divinità e che tutta la cerimonia preveda una ricerca di assenso e benedizione continua e costante. Il dio, quindi, concede a Romolo una fetta dei suoi possedimenti, lo fa accettando i sacrifici in suo onore, dandogli dei segni favorevoli, comunicandogli la sua benevolenza e inaugurando così formalmente la nuova città. In seguito, il fondatore dividerà idealmente l’urbe stabilendo dove abitare, dove pregare e dove svolgere attività pubbliche e quindi, soltanto allora, provvederà a tracciare il solco primigenio, un’operazione fondamentale e profondamente sacra.

    L’aratro solcherà la terra, sotto la mano di Romolo con il capo coperto e la toga annodata in modo differente da quello usuale. Ogni zolla che cadrà verso l’esterno verrà amorevolmente riportata all’interno. L’aratro si alzerà soltanto in corrispondenza delle porte d’accesso e si riabbasserà al momento di tracciare il successivo solco rettilineo. Alzare e abbassare l’aratro, spostare le zolle, dimostrarsi umili, solo così si può siglare un patto con la divinità e auspicare il suo aiuto benevolo per il futuro. È qui che Remo entra in gioco, qui che la sua natura bestiale, per definizione invisa a Giove, si intromette decretando la sua fine crudele. Tracciato il solco e innalzata la prima cinta difensiva (di tronchi d’albero, di pietre?) Remo oltrepassa i confini, commettendo il suo ultimo sacrilegio. Inevitabile la morte, è la pena che si paga per questa violazione, la più grave in assoluto (è talmente tanto importante il processo fondativo che, durante gli scavi, sono state trovate delle sepolture più tarde sospettosamente vicine alle mura arcaiche: si tratta probabilmente di sacrifici umani portati a termine al momento di una ristrutturazione della cinta, nonché il segno evidente degli echi di questo mito negli usi romani).

    Da questo momento in poi Romolo sarà libero di governare la neonata Roma da solo, secondo i valori e le virtù – ordine, equilibrio, raziocinio – tanto care ai suoi posteri. Perché l’inizio di una società ci parla quasi sempre solo della società che racconta questo inizio. È proprio così. Remo doveva morire nel passato per dare un senso alla Roma del presente che si fondava anche grazie ai suoi misfatti. Forse, rimarcando il lato oscuro del mito, il cerchio si chiudeva e la città risultava protetta anche dall’aldilà da un sovrano degli inferi – dei Lemuri, cioè i morti anzitempo – versione speculare del sovrano dell’al di qua, Romolo.

    Sicuramente, la fine di Remo evitava alla comunità di dover sottostare ai capricci di un demone portatore di caos da cui, con l’ultimo e più grave sacrificio, invece la difenderà, togliendosi di mezzo e concedendole così la possibilità di prosperare con il favore di Giove, il Razionalizzatore (per il quale, sulla sommità del Campidoglio e non a caso, fu eretto il tempio più maestoso della città, nei secoli replicato in ogni nuova provincia conquistata).

    Questa morte ha poi un altro significato profondo: occorreva lasciare soltanto a Romolo il potere di far grande l’Urbe. L’aveva fondata secondo un rituale straniero (il solco, il sacrificio non si conoscevano nelle tribù che abitavano le alture sul fiume), doveva governarla da re, da solo, senza altri con cui dividere il potere. Come disse Cicerone: «L’imperium regio o è uno o non è». E la Roma che raccontava questa storia che si era fatta mito (diventando la «saga di Roma») e che su di essa si fondava, era una società governata dai re, da sovrani assoluti. E con questa tendenza si sarebbe sempre confrontata, dopo la Repubblica, con Cesare e infine con Augusto l’Imperatore (che questa stessa tendenza non si sia tramandata anche ai papi, molti secoli dopo?).

    Era l’alba di un’epoca eterna. Il 21 aprile del 753 avanti Cristo una lancia scagliata e un aratro tirato da una coppia di buoi mettevano insieme una miriade di piccole tribù in una società che si preparava a diventare complessa, nuova e da lì in poi a prosperare sulle sponde del Tevere, dove due gemelli erano cresciuti, avevano giocato e si erano ammazzati. Tutto per la gloria di Roma.

       4.

    Perché Servio Tullio faceva

    i conti in tasca ai romani?

    Storia della nascita delle classi sociali a Roma

    Non c’è niente da fare. Più si va indietro nel tempo e più le cronache si fanno nebulose e incerte, si ammantano di un velo di leggenda, subiscono l’avanzamento delle scoperte archeologiche e perdono quella caratteristica certa di essere verità storiche diventando ipotesi. È successo alle Mura Serviane, per esempio. Il nome le attribuisce al sesto re di Roma, Servio Tullio, che fu definito il migliore di tutti i monarchi, nonché il primo costruttore di una cinta muraria degna di questo nome, perché in grado di riparare la neonata Roma Quadrata. Ma poi, con il lavoro degli archeologi e degli studiosi, si è effettivamente capito che quegli ammassi di parallelepipedi di tufo che ancora occhieggiano fra monumenti assai più recenti appartengono al IV secolo, quasi due secoli dopo il regno di Servio Tullio.

    Così, alla fine, per ricordarlo, non rimane che rivolgersi a una delle poche memorie ancora vive (e certe) del re più amato di Roma, il che ci riporta al momento peggiore della sua carriera, la morte. Dalle parti di San Pietro in Vincoli, infatti, se la scalinata scura che conduce da via Cavour alla chiesa delle catene di Pietro è anche conosciuta con il nome di vicus sceleratus è perché lì la figlia di Servio, Tullia (che abitava proprio dove ora si ammira la basilica e il Mosè di Michelangelo), decise di passare sul cadavere del padre con il cocchio, dopo averlo fatto assassinare dall’amante Tarquinio che sarà poi il settimo e ultimo re di Roma con il nome di Tarquinio il Superbo (i giocatori giallorossi, Paulo Roberto Falcao e Francesco Totti sono ottavi re tutti contemporanei).

    Eppure non è da questo ricordo che bisogna trarre le ragioni di una memoria ancora conservata negli annali dell’Urbe, anche se la morte atroce del re ha avuto un ruolo non insignificante nel rendere la sua storia qualcosa di duraturo. È sempre così. Se c’è del sangue si finisce in prima pagina. D’altro canto che fascino c’è nelle sole riforme attuate da Servio Tullio durante la sua monarchia? Qualcosa di interessante può venire dalle imprese belliche (come al solito), dalla conquista degli insediamenti latini e dall’inizio del predominio romano sulle zone limitrofe che non è altro se non l’alba dello strapotere di Roma antica.

    Ma a chi possono importare le riforme civili del miglior monarca possibile? Che importa se le divisioni delle tribù romane cambiarono sotto di lui e che il sesto re di Roma incominciò a stabilire politiche tributarie giustamente basate sulla progressione del censo? Insomma che Servio Tullio fu capace di fare i conti in tasca ai romani sembra quasi un dettaglio, un’inezia della storia dell’Urbe se paragonata alla fine tragica (quasi da soap opera) e per mano di una parente del sovrano.

    E invece no. Invece quelle riforme e le nuove leggi promulgate sono alla base dello sviluppo interno di Roma e, per giunta, sono rimaste invariate fino all’epoca augustea. Sei secoli di norme e decisioni che hanno stabilito una serie di regole sacre alle quali la città si è abbeverata e sulle quali ha formato tutto il suo futuro carattere. Sono leggi quasi repubblicane, come spirito di fondo, quasi giuste, per quello che era possibile in un’epoca di inizi bellicosi e spesso macchiati di sangue.

    Non appena Romolo (o chi per lui in qualità di fondatore) finì di compiere i riti e il solco primigenio la prima cosa a cui pensò fu di ripartire i neocittadini di Roma in base alla loro appartenenza etnica. Erano Ramni, Sabini, Tizi, Luceri, immigrati Etruschi. Ognuno di loro diventava romano, ma conservava di fatto una collocazione basata soprattutto sulla provenienza originaria. Erano di Roma ma non lo erano del tutto. Servio Tullio, invece, divise questi abitanti in base alla zona geografica che occupavano in città, identificò quattro zone (Suburana, Esquilina, Collina e Palatina) e stabilì che chiunque abitasse in quei confini (cioè la tribù) ne faceva parte, poi cinse la sua nuova Roma con delle mura che, come abbiamo già spiegato, non è del tutto certo che siano quei tronconi superstiti che si ammirano anche oggi. All’esterno della città, invece, per includere nel territorio e nella vita dell’Urbe gli abitanti dei suoi suburbi, formò anche altre tribù, dette rustiche, ma sempre mescolando etnie e individui secondo il sano principio che se si diventa cittadini è bene superare le origini geografiche dei propri antenati, per entrare a far parte della nuova comunità, come si direbbe oggi, anema e core.

    Pare che la strategia politica di Servio Tullio servisse a farsi amica la plebe contro le classi patrizie e che il supporto popolare gli fosse necessario per far dimenticare i suoi esordi di aspirante re probabilmente coinvolto nella congiura che uccise il suo predecessore Tarquinio Prisco. Ecco allora spiegata anche la riforma dei redditi. Il re, infatti, decise che il censo andava calcolato in base alla quantità di terra posseduta e che i tributi (da tribù, appunto) andassero pagati tenendo conto di quello. Poi considerò opportuno ridistribuire le nuove terre conquistate a chi non aveva nulla e che ogni cittadino della comunità dovesse partecipare all’esercito di Roma. Ognuno era obbligato a dotarsi di armi e armature in base alle proprie ricchezze: i patrizi avevano un equipaggiamento complesso mentre i plebei erano armati soltanto di una fionda e di una lancia.

    Tutto questo corpus di leggi fu promulgato fra i mugugni dei ricchi e la gioia dei poveri. Servio Tullio fu capace di destare nuove sensazioni nei romani degli esordi ed erano sentimenti di appartenenza, inclusione e partecipazione a quella che sarà più tardi l’amata cosa pubblica (cioè la res publica). Se l’amore per Roma dei suoi abitanti ha una data di nascita, forse andrebbe ritrovata nella storia di questo re misterioso e quasi mitologico. Una specie di secondo Romolo. Il primo si incaricò di presentare la nascita dell’Urbe agli dèi e di farla benedire, Servio Tullio si occupò invece di far nascere il romano e di farlo conoscere al resto d’Italia, anche a costo di mettere le mani in tasca a tutti i cittadini della Città Eterna.

    Entrambi morirono per la causa, ammazzati da un complotto. Entrambi sono rimasti privi di tomba. In spirito, si dice, che ancora proteggano Roma. Sicuramente lo fanno. Anche se lo spirito di Servio Tullio è probabile che stia ancora aleggiando sotto l’arco buio del vicus sceleratus, dove sua figlia gli passò sopra con il cocchio, crudeltà assoluta, quando era già morto.

       5.

    Perché Ercole fu il primo

    salvatore di Roma?

    Il mito di Ercole e Caco,

    ovvero il mostro dell’Aventino

    Quanto in profondità vanno i miti delle origini? E che cosa, delle profondità umane, vogliono stuzzicare, celebrare o sanzionare? Ma soprattutto, che c’entra Ercole con la città di Roma? Che ruolo ha avuto nella sua storia? E che bisogno c’era di chiamare in causa un eroe ellenico per sconfiggere, per altro, un mostro autoctono come Caco, personificazione antica dell’elemento fuoco? Sta di fatto che a voler ricostruire una passeggiata dedicata al protagonista delle Dodici Fatiche (che non è il giro a piedi di almeno dodici chiese capitoline) e al suo rapporto con la città, l’Aventino sarebbe in assoluto il luogo più indicato per cominciare e poi si potrebbe ridiscendere quasi fino al fiume, nei pressi della chiesa di Santa Maria in Cosmedin, alla Bocca della Verità per intenderci.

    L’aria, comunque, è molto cambiata da allora, va detto. E, a parte la fila di turisti disciplinati in attesa di infilare la mano nel chiusino di chiavica che è la bocca più famosa di Roma, si potrebbe essere distratti da una splendida chiesa del VI secolo, da due templi in pieno lungotevere e in generale da una miriade di scorci che se colpiti dalla luce giusta potrebbero far perdere la direzione anche al più esperto dei lupi di mare. Ma l’aria è molto cambiata da allora anche perché questa storia ha come inizio non tanto la costruzione dell’Ara Massima (dedicata appunto a Ercole) che risale al V secolo avanti Cristo ed è oggi sprofondata nelle fondamenta di Santa Maria in Cosmedin, ma un periodo precedente. La leggenda di Ercole e Caco, tredicesima fatica indiretta a quanto pare, è forse uno dei primi miti ab urbe condita (dalla fondazione della città), al cui suono devono aver sognato i primissimi romani, quelli degli esordi.

    La faccenda è presto spiegata. In un tempo remoto, in una grotta dell’Aventino viveva il mostro Caco, generato da Vulcano. Era un terribile gigante sputafuoco a tre teste, un orrido fenomeno da baraccone che terrorizzava gli abitanti dei colli non soltanto con il suo aspetto da film horror, ma anche e soprattutto con i furti di bestiame con cui funestava le esistenze delle sue povere vittime. Con Ercole si incontrò quasi per caso e, scommettiamo, se avesse saputo che quel tizio fumantino altri non era che il figlio illegittimo di Zeus, probabilmente non se lo sarebbe mai messo contro. Ma Caco – il nome deriva dalla parola greca kakos, cioè cattivo, cosa che lo rende praticamente l’archetipo della cattiveria deambulante – al contrario, pensò bene di sottrarre all’eroe addirittura la mandria di buoi con cui era sbarcato sulle sponde del Tevere, probabilmente nei pressi del luogo in cui, secoli dopo, fu innalzata l’Ara e il tempio a lui dedicati (il tempio è quello rotondo, tradizionalmente dedicato a Vesta, anche questo nei pressi della Bocca della Verità).

    Si dà il caso, però, che la mandria fosse la prova che la decima fatica cui si era appena sottoposto Ercole era stata conclusa con successo e che la mandria in questione, quindi, sarebbe dovuta arrivare ad Argo sana e salva a tutti i costi. E poi, diciamocelo, uno come Ercole mai e poi mai si sarebbe fatto rubare qualcosa da sotto il naso senza conseguenze. E infatti queste furono immediate, perché l’eroe greco si precipitò sull’Aventino, individuò la refurtiva, nonostante il gigante avesse trascinato le bestie per le code in modo da lasciare le orme al contrario, e cercò di forzare l’ingresso della grotta in cui abitava il mostro.

    Caco rispose buttando fuoco e fumo da tutte le bocche disponibili. Ma Ercole, che in quel periodo doveva essere ben allenato e quanto mai determinato, si districò fra le fiamme, recuperò i buoi e strangolò Caco. Anzi, la leggenda parla chiaro: gli strinse il collo (tutti e tre? Solo uno?) con tanta di quella forza da fargli schizzare gli occhi fuori dalle orbite.

    Pare che al termine dell’impresa (la tredicesima fatica, appunto), l’eroe si andò a rifugiare sul Palatino, a casa del leggendario re Evandro che all’attivo, nella sua vita mitologica, ebbe anche l’onore di ospitare e armare Enea nella sua lotta contro i Rutuli, oltre il merito di essere considerato tradizionalmente il committente dell’Ara Massima di cui sopra, da cui, non va dimenticato, ai tempi d’oro dell’Urbe erano soliti partire tutti i Trionfi, in una continua e rispettosa celebrazione di quell’antico atto di forza, è proprio il caso di dirlo, erculea.

    Ma davvero Roma fu salvata da un eroe greco? Certo, la parentela con Zeus e la lotta disperata contro una divinità oscura come Caco fanno pensare più che altro all’ossessione tutta romana (e replicata mille volte anche nella leggenda classica della fondazione) di dover essere beneficiari a tutti i costi della protezione del padre degli dèi contro le divinità bestiali e quindi portatrici di caos. Caco, come Remo, è destinato alla sconfitta. Che si tratti di una storia locale o di una importata ha poca importanza in un momento storico in cui si stava definendo l’identità romana. L’Ara Massima nel Foro Boario, infatti, lo abbiamo già detto, risale al V secolo avanti Cristo. La Porta Trigemina che si apriva sulle antiche Mura Serviane (e che adesso si potrebbe collocare dalle parti del fiume, all’altezza del clivo di Rocca Savella che porta a Santa Sabina sull’Aventino) è poco più tarda, ma comunque pare che ricordasse la leggenda di Ercole e Caco in un fregio che riproduceva le tre teste del mostro.

    Sono monumenti perduti e storie lontane nel tempo. Sono i primi miti di Roma appena nata. Ci raccontano una società arcaica di pastori aggrappati alle cime dei loro colli, spesso intimoriti dalla furia degli elementi. Il mostro poteva sputare fuoco e chiamarsi Caco o riversare un mare di fango e acqua fino a divorare i pascoli e chiamarsi Tevere. La protezione di Giove o Zeus era un fatto di sopravvivenza, l’intervento di un figlio del dio, un privilegio di enorme valore.

       6.

    Perché l’imperatrice Livia

    allevava galline bianche?

    Breve storia di come sognavano gli antichi

    Quella notte Calpurnia dormì malissimo. E quando riuscì ad addormentarsi sognò. Il tetto di casa era crollato e suo marito, Giulio Cesare, era stato trafitto e le stava morendo fra le braccia. Anche Cesare sognò. Sognò di volare sopra un banco di nubi nerissime e di stringere la mano al padre di tutti gli dèi, Giove. Erano immagini nefaste. E si univano ai pessimi presagi forniti dagli aruspici di fiducia. Convinto dai congiurati, comunque, quella mattina delle Idi di Marzo Cesare si recò ugualmente alla Curia. Dove morì, sotto i colpi di ventitré coltellate.

    Anche Ottaviano Augusto il segno della fine del suo potere politico e della vita stessa lo ebbe con una serie di presagi. D’altro canto, seppure dimostrasse un cipiglio razionale e poca fede nella religione tradizionale, il primo imperatore di Roma era pur sempre un uomo del suo tempo e quindi superstizioso e attento a tutti i pareri di chi, fra i suoi, fosse in grado di interpretare il destino e i fenomeni celesti. A settantacinque anni suonati, alle spalle una carriera politica fulgida e spietata, Augusto si impressionò perché un fulmine colpì una lettera del suo nome incisa sul basamento della statua a lui dedicata in Campidoglio. Era la lettera C (di Caesar Octavianus Augustus). C come i romani scrivevano il numero cento. Gli àuguri gli confermarono che gli rimanevano ormai soltanto cento giorni di vita. E così fu. Morì a

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