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Le grandi battaglie della prima guerra mondiale

Le grandi battaglie della prima guerra mondiale

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Le grandi battaglie della prima guerra mondiale

Lunghezza:
802 pagine
11 ore
Pubblicato:
May 7, 2015
ISBN:
9788854179493
Formato:
Libro

Descrizione

La nostra storia è stata scritta qui

Armi, personaggi e strategie del conflitto con cui iniziò l’epoca della guerra globale

La Grande guerra ha avuto tanti tristi primati – per il numero delle vittime, l’utilizzo della tecnologia in battaglia, il numero di nazioni coinvolte, le conseguenze a livello geopolitico – segnando in maniera indelebile l’evoluzione dell’Occidente e del Medio Oriente, e la storia del Novecento. Nell’anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia, questo libro vuole ricordare e raccontare le grandi battaglie che hanno caratterizzato l’evoluzione e lo svolgimento del conflitto, non solo per i nostri connazionali dell’epoca, ma per tutte le forze mondiali in gioco: dalla Marna a Verdun, da Gallipoli alla Somme, da Caporetto a Vittorio Veneto, la guerra in trincea viene presentata in tutta la sua insensata crudezza, e l’incompetenza dei generali ha il suo contraltare nel coraggio dei fanti, che si gettano ripetutamente in campo aperto contro le mitragliatrici nemiche per conquistare qualche metro di terreno. Il libro offre un resoconto dettagliato e ravvicinato delle armi, dei generali, delle strategie e della politica dell’epoca, tra immane sacrificio umano e prime, innovative tecnologie belliche. Un testo completo e al contempo di facile lettura, per chi desidera saperne di più sul conflitto con cui iniziò l’epoca della guerra globale.

A 100 anni dall’inizio del conflitto la storia ha ancora molto da raccontare

Tra i temi trattati:

• L’evoluzione bellica, tra vecchie strategie e nuove tecnologie
• La battaglia della Marna (i francesi fermano l’avanzata tedesca)
• La battaglia “mondiale” (campagne navali corsare e gli U-boot)
• La campagna dei Dardanelli/Gallipoli
• Isonzo: inizia il massacro (le prime 4 “spallate” di Cadorna)
• Il tritacarne di Verdun
• La battaglia della Somme
• Il fronte orientale e l’Offensiva Brusilov
• Le battaglie di Ypres
• Da Caporetto al Grappa
• La battaglia di Cambrai
• La “prima battaglia aerea d’Inghilterra”
• L’offensiva della Mosa-Argonne
• La battaglia di Vittorio Veneto
Giuliano Da Frè
giornalista, dal 1996 al 2013 ha lavorato come cronista presso periodici locali; collabora con varie testate specializzate nel settore militare tra cui «RID - Rivista Italiana Difesa» e «Rivista Marittima». Ha scritto articoli e alcuni saggi dedicati soprattutto alla storia navale e militare, ai conflitti internazionali e allo sviluppo delle forze armate di tutto il mondo. Collabora con la rivista «Focus Wars». È già autore dei libri Storia delle Battaglie sul mare e La marina tedesca 1939-45.
Pubblicato:
May 7, 2015
ISBN:
9788854179493
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Le grandi battaglie della prima guerra mondiale - Giuliano Da Frè

soffrirono…

Introduzione

I cannoni d’agosto e la guerra nuova

Nell’Europa del 1913-1914 i due conflitti (balcanici) hanno creato soprattutto illusioni: che una guerra potesse essere rapida e decisiva, breve nella durata, e che con le armi si potessero realizzare ambizioni politiche ancora legate alla territorialità. Una tale illusione portò l’Austria-Ungheria a consegnare l’ultimatum alla Serbia nel luglio 1914. Doveva essere il pretesto per una terza guerra balcanica; si scatenò invece una guerra europea e mondiale…

Egidio Ivetic, Le guerre balcaniche¹

La fine (come l’inizio) è nota. A Sarajevo, all’epoca capoluogo della provincia imperialregia di Bosnia, il 28 giugno 1914 due colpi di pistola uccidono l’erede al trono asburgico Francesco Ferdinando, e la di lui consorte. Due colpi di pistola che però avranno il potere di uccidere 10 milioni di persone solamente sui campi di battaglia; a questi si aggiungono infatti milioni di vittime civili causate sia dai combattimenti (che coinvolgono la popolazione in maniera marginale, contrariamente a quanto accadrà nel 1939-1945), sia da fame e malattie, cui si aggiungerà nel 1918-1919 la pandemia di influenza detta spagnola, favorita anche dal deteriorarsi delle condizioni sanitarie legato alla guerra.

Questo libro però non intende investigare le cause politiche o l’andamento generale del conflitto, ma focalizzarsi su alcune delle battaglie più importanti o caratteristiche, trasformatesi nei Moloc capaci di masticare decine e centinaia di migliaia di vite, stroncate, spezzate o semplicemente traumatizzate; calvari che a volte si trascinano per mesi, come a Verdun o nel saliente di Ypres, o si consumano in una manciata di ore e di giorni, come sulla Somme o sull’Isonzo.

La prima guerra mondiale, o Grande Guerra, è un conflitto strano. Restando per un attimo su alcuni dei concetti generali che vi aleggiano intorno, non si può dimenticare che in realtà il modello di guerra mondiale avrebbe già dovuto essere applicato a conflitti combattuti in diversi e complessi scenari extraeuropei – con il coinvolgimento di nazioni e popoli locali – sin dal xviii secolo, almeno dalla guerra dei sette anni; anche se, per certi versi, un conflitto mondiale era già stato combattuto nel v secolo a.C., quando la guerra del Peloponneso si era allargata dalle città-stato di Sparta e Atene (coi loro modesti imperi e blocchi di alleanze) alla Sicilia e all’Italia, all’Africa settentrionale, al Mar Nero, infine coinvolgendo un impero, quello persiano, che si estendeva dai Dardanelli sino ai confini con l’India.

C’è poi da chiedersi perché la Grande Guerra continui ad avere per noi un fascino (ovviamente si tratta dello stesso potere attrattivo che un biologo può subire studiando i bacilli della peste) così attuale. La realtà è che la prima guerra mondiale vive e prospera ancora nel nostro quotidiano anche perché tra le tante eredità scaturite, quando in quei cinque infernali anni di battaglie fu scoperchiato il vaso di Pandora della moderna guerra industriale e tecnologica totale, c’è pure quella delle armi di distruzione di massa, con i gas tossici, primo passo verso il fungo atomico del 1945.

Tanto per fare un esempio curioso, si pensi che solo il 3 ottobre 2010,

nel ventesimo anniversario della riunificazione tedesca, con il pagamento di una rata di 69.959.000 euro (quota interessi maturati tra il 1945 e il 1952 su obbligazioni emesse tra il 1924 e il 1930 per far fronte alle riparazioni di guerra) la Germania [nel frattempo passata attraverso la tragedia del nazismo, la divisione del 1949, e quindi la riunificazione del 1990, n.d.a.] salda i suoi debiti relativi alla Prima guerra mondiale².

Meno prosaicamente, i conflitti recentemente scoppiati in Libia, Mesopotamia (dove il Califfato nero ha di fatto cancellato il confine tra Siria e Iraq sancito dalla prima guerra mondiale) e Ucraina sono alimentati dalle mai digerite conseguenze dello scenario geopolitico emerso dopo il 1918.

Questo libro però vuole, lo ribadiamo, focalizzarsi sugli aspetti militari della Grande Guerra. Aspetti curiosi: perché se da un lato tra i simboli del conflitto ci sono un’arma primitiva – la baionetta, d’altra parte ancora compresa nella panoplia del soldato di fanteria – e gli apparentemente innocui libretti degli orari ferroviari, dall’altro, tra il 1914 e il 1918 viene sancita definitivamente la svolta tecnica e industriale di massa della guerra totale; principio che aveva fatto già capolino in precedenza, ma senza fissarne in maniera definitiva il perimetro.

Da quando Caio Mario aveva riformato l’esercito romano in senso professionale, alla fine del ii secolo a.C., la macchina militare occidentale è stata ancorata (con le dovute eccezioni, come le milizie comunali del Medioevo) all’impiego di truppe di mestiere, più o meno permanenti, o mercenarie. Una macchina affinata nel corso del xviii secolo, col rafforzarsi dei poteri dello stato nazionale, e poi scardinata dagli effetti militari della rivoluzione francese, che riapriva la strada (percorsa sino ai nostri giorni, quando dopo la fine della Guerra Fredda hanno ripreso vigore nei paesi avanzati gli apparati militari professionali) all’impiego in massa di cittadini-soldati, che il concomitante avvio della rivoluzione industriale permetteva di equipaggiare, sfornando armi sempre più standardizzate e realizzate in quantitativi crescenti.

Dalla metà del xix secolo si iniziò a combattere guerre per le quali sempre di più si faceva ricorso ad armi tecnologicamente avanzate, come in Crimea nel 1854-1855, mentre meno di dieci anni dopo la spaccatura degli Stati Uniti innescava la prima, vera guerra industriale di massa, col massiccio impiego di infrastrutture tecnologiche che rivoluzionavano comunicazioni e manovra (navi a vapore, ferrovie, telegrafo), ma anche la tattica. Gli altezzosi generali europei relegarono il conflitto a una scaramuccia tra miliziani: «Non mi interesso di una guerra tra una canaglia in armi», fu la gelida risposta, a chi gli chiedeva lumi sulla guerra di secessione americana, data da Moltke il Vecchio, il condottiero che stava strutturando in maniera adeguata all’arte bellica di massa l’esercito prussiano, testandolo con efficacia nelle guerre combattute e vinte contro Danimarca, Austria e Francia tra 1864 e 1871. Eppure nel Nuovo Mondo avevano fatto la propria comparsa cannoni e fucili a tiro rapido e lunga gittata, capaci di spazzare via gli attacchi napoleonici delle fanterie dal campo di battaglia; e poi navi corazzate, sommergibili e torpediniere in grado di rivoluzionare la guerra navale, e pure le mitragliatrici, l’osservazione aerea e le trincee.

Solo negli ultimi tre lustri precedenti le pistolettate di Sarajevo i militari più avveduti, soprattutto nello stato maggiore tedesco, iniziarono a subodorare qualcosa; ma ancora una volta o si trattava di conflitti coloniali e lontani, come le guerre boera del 1899-1902 e quella russo-giapponese del 1904-1905, oppure di guerre combattute in scenari (Libia e Balcani, tra 1911 e 1913) secondari, e comunque troppo recenti per poterne digerire le lezioni.

La prima Grande Guerra del xx secolo pertanto iniziò come erano finite quelle combattute nel xix: con la radunata e lo spostamento di grandi masse di cittadini-soldati, quasi ovunque ormai organizzati secondo il modello tedesco forgiato dal vecchio von Moltke amalgamando già in tempo di pace quadri professionali, truppe di leva e riservisti, e gettati nella mischia secondo spettacolari piani offensivi non molto dissimili dalle manovre rapide e decisive di scuola napoleonica. Come ha ricordato di recente Gastone Breccia³:

Si dice che gli eserciti si addestrano come se dovessero combattere l’ultima guerra, ma sono poi costretti a scendere in campo nella prossima. Non sempre è vero: anche i vertici militari, talvolta, sono capaci di immaginare il futuro. Ma fu certamente quel che accadde all’inizio del primo conflitto mondiale, tra l’agosto e il dicembre del 1914: tedeschi, austriaci, russi, francesi e britannici entrarono in battaglia seguendo istruzioni tattiche ispirate ai conflitti ottocenteschi, e vennero falciati a centinaia di migliaia.

Un massacro provocato dalle nuove armi del secolo xx.

Armi nuove, per le quali però la guerra 1914-1918 non rappresentò il terreno d’esordio, salvo poche eccezioni. Si pensi alla mitragliatrice, forse la principale falce impiegata dalla Mietitrice su tutti i campi di battaglia della guerra, dove bastano poche armi di questo tipo, ben posizionate e coperte da reparti di fucilieri, ad arrestare intere divisioni lanciate all’attacco frontale, in campo aperto. Nel 1914 sono ormai in servizio i modelli maturi e affinati della terza generazione di quest’arma, introdotta nel decennio 1860-1870 e testata, in pochi esemplari, sui campi di battaglia nordamericani e nella guerra franco-prussiana del 1870; a questi avrebbero fatto seguito infatti modelli di transizione, affetti ancora da problemi meccanici ed eccessiva delicatezza d’impiego, nel 1870-1880, finalmente maturati intorno al 1900 con la macchina realizzata da Hiram Maxim, sperimentata con successo nei conflitti russo-giapponese e nei Balcani, e da cui bene o male deriveranno tutte le mitragliatrici impiegate nella Grande Guerra. La guerra, semmai, porterà all’evoluzione di modelli più leggeri (mitragliatrici d’assalto, fucili e pistole mitragliatrici) per equipaggiare i reparti d’assalto creati per infiltrarsi nelle solide difese nemiche, e soprattutto ne affinerà le dottrine d’impiego, nel 1914 ancora poco chiare.

Un discorso simile si può fare per il sommergibile, impiegato sperimentalmente già nel 1776, con il primo affondamento registrato al suo attivo nel 1864; per il successivo mezzo secolo non viene mai impiegato operativamente, prima per i suoi limiti tecnici, superati nell’ultimo scorcio del xix secolo grazie a nuovi sistemi propulsivi e al siluro, poi perché in realtà ne vanno chiarite le tattiche d’impiego. Tecnologicamente il mezzo è però maturo, nell’agosto 1914, e lo dimostrerà nei successivi quattro anni, assumendo un ruolo sempre più decisivo nell’ambito della guerra navale, e costringendo gli ammiragli a guardare nelle profondità del mare, quando già sono obbligati a scrutare con crescente attenzione anche in cielo.

Per l’aereo, infatti, la Grande Guerra rappresenta non l’esordio (che data al 1911, e viene firmato dagli apparecchi impiegati dall’Italia contro i turchi in Libia), ma di sicuro il test fondamentale per passare da un trabiccolo ancora poco affidabile e disarmato – o con armi impiegate in maniera artigianale ed estemporanea – a un mezzo capace di spianare la strada all’avanzata di un’armata, o di proiettare forza, morte e distruzione a centinaia di chilometri di distanza, affiancando a un fondamentale ruolo tattico di supporto anche una valenza strategica. Non è un caso che di potere aereo (o Air Power) si inizierà a parlare sin dall’immediato dopoguerra, nei testi dei profeti della nuova arma, come Douhet e Mitchell.

Poi ci sono però anche le armi davvero nuovissime, giunte nel 1914 al massimo allo stadio di concetto teorico, o di progetti rimasti sulla carta. Armi che rappresentano la risposta allo stallo creato dalla vittoria della difesa, assicurata dal fuoco e dalle posizioni trincerate, sull’attacco, ancorato a tattiche ottocentesche. Eppure, sin dall’epoca napoleonica agli attacchi in massa delle fanterie di cittadini-soldati armati di moschetto e baionetta, si era affiancato con crescente efficacia il ruolo del fuoco. Prima dell’artiglieria, che impiegata in massa a Wagram o a Borodino aveva saputo spezzare assalti (ma anche – qui stava l’inganno – appoggiare gli attacchi). Poi, dopo il 1850-1860, del fucile rigato, che seppur ancora a colpo singolo aumentava il campo di tiro dei fanti da 100 metri a 600 e oltre, rendendo più complesso l’attacco in grandi masse compatte. Lo si era visto nelle terribili e sanguinose battaglie della guerra di secessione americana, che non per niente aveva conosciuto il proliferare delle linee difensive trincerate, e i tentativi di superarle con mine, concentrazioni di artiglieria e tattiche di perforazione, testate mezzo secolo prima del tragico stallo creatosi nell’autunno 1914 sui campi di battaglia europei. Ma, come abbiamo visto, i blasonati generali del Vecchio Continente non si occupano di canaglia in armi…

Certo, le lezioni apprese nei conflitti tardo ottocenteschi, da quello franco-prussiano (dove il fucile rigato è ormai anche a tiro rapido) alla guerra russo-giapponese, primo festival della trincea e dei nidi di mitragliatrice, fanno riflettere; ma spesso se ne traggono insegnamenti ambigui o errati, come tra quei generali che affermano che, d’accordo, i giapponesi sono stati falciati dalle mitragliatrici russe, ma hanno anche dimostrato che un fante dal cuore saldo e dalla baionetta ben innastata può aver ragione di qualsiasi difesa. Solo tra i tedeschi si va più a fondo, e mentre vengono incrementate le dotazioni di mitragliatrici (la Germania nel 1914 ne impiega 12.500, nel 1915 l’Italia entra in guerra con appena 618 esemplari), già nel corso delle manovre estive del 1906 si introducono temi tattici che comprendono lo scavo di trinceramenti campali – ai soldati vengono consegnati in dotazione vanghetta e sacchi da riempire di sabbia – e l’attacco in gruppi meno compatti e più diradati. Ma si tratta davvero del minimo sindacale, nell’ambito dello sforzo intellettuale esercitato da generali che a grandi capacità tecnico-organizzative uniscono scarsa immaginazione, e un approccio burocratico e conservativo ai problemi creati dalle nuove armi.

La guerra sarà un pugno nello stomaco, e una palestra in cui testare nuove soluzioni. Le più inedite, nel 1914-1918, oltre all’evoluzione nell’impiego di aerei e artiglieria (che sviluppa grandemente la componente pesante), saranno i gas e i carri armati, nati per trovare la chiave destinata ad aprire una porta nei muri fortificati eretti dagli eserciti europei nel 1914-1915.

Come accennato, non è compito di questo libro indagare sui motivi politici ed economici che portarono al conflitto. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che dietro alla concorrenza per i mercati mondiali, alle ambizioni della dinamica Germania e alla difesa dello status quo imperial-coloniale inglese, alle tensioni balcaniche e ai grandi giochi geopolitici delle potenze in Asia e nel Levante, stanno anche ben precise sfide militari.

Quando Vienna decise di rompere gli indugi con la Serbia, vi era il timore che questa piccola potenza regionale in ascesa potesse seguire la strada di italiani e prussiani, che a metà ’800 avevano smembrato parte dell’impero degli Asburgo puntando sull’identità nazionale delle sue minoranze italiana e tedesca. Gli slavi e il panslavismo, sul cui fuoco soffiavano la Serbia e la Russia, erano la nuova minaccia, e l’esercito – nonostante i tagli di bilancio che l’avevano indebolito – restava il miglior garante dell’unità dell’impero multietnico degli Asburgo.

Tra gli alleati di Vienna, l’Italia non aveva nel 1914 né la preparazione, né la reale volontà di soccorrere il vecchio avversario, la cui alleanza aveva accettato solo per accedere a uno strategico rapporto con la Germania, mentre quest’ultima intervenne a fianco dell’Austria-Ungheria anche per valide ragioni militari. L’alleanza franco-russa, stipulata nel 1894, condannava Berlino a una difficile guerra su due fronti. Per evitarla, uno dei suoi migliori strateghi aveva passato gli anni della maturità, e lavorandoci ancora sul suo letto di morte, nel tentativo di elaborare un piano capace di trarre l’esercito tedesco fuori da una trappola del genere. L’azzardo del piano Schlieffen, oltre a comprendere un’azione (la violazione della neutralità belga, tutelata da Londra) che avrebbe posto il Kaiser in rotta di collisione coi cugini inglesi, in sostanza prevedeva di buttar fuori dal ring la Francia prima che la Russia potesse salirvi, e funzionava però solo a tre condizioni: che i russi fossero l’anello debole dell’alleanza nemica; che si mobilitassero lentamente; e che gli austriaci fossero in grado di collaborare efficacemente nell’azione di contenimento a est, propedeutica alla mazzata da infliggere alla Francia a ovest. Berlino doveva guardare al bilanciamento di questi elementi col colpo d’occhio dell’esperto giocoliere e i suoi strateghi nel 1914 avevano calcolato che, nonostante la batosta subita nella guerra col Giappone dieci anni prima, la Russia non solo stava affinando e velocizzando le procedure per mobilitare il suo vasto esercito, ma che la ripresa economica e l’espansione industriale avrebbero ribaltato i rapporti di forza a favore dei russi sul fronte orientale entro il 1916. Un potente incentivo, per Berlino, a cogliere l’occasione di una guerra preventiva a est, nel 1914. Dal canto loro, le potenze occidentali dell’Intesa guardavano con preoccupazione all’espansionismo militare e navale della Germania, che nel 1914 disponeva ormai del miglior esercito del mondo, e di una flotta seconda solo a quella britannica, anzi con alcune caratteristiche di eccellenza qualitativa che rendevano ostico anche per la Royal Navy affrontarla limitando i danni.

L’attentato di Sarajevo rappresentava insomma il classico cerino lasciato cadere in una polveriera. E quando si innescò il diabolico meccanismo delle mobilitazioni e dell’adunata delle truppe, gestito con gli orari ferroviari alla mano da comandanti generali trasformati in capistazione (l’esercito che saliva in carrozza per primo, concentrandosi nei punti prescelti per iniziare l’attacco, aveva maggiori chance di vittoria, un po’ come nell’era atomica la posizione di vantaggio era quella garantita dal first strike nucleare), non fu più possibile tornare indietro. Ma, stante lo scenario che abbiamo tratteggiato relativamente alle motivazioni militari di una guerra, erano probabilmente in pochi – e solo nel ristretto mondo dei diplomatici di professione, esperti dei disastri provocati dall’età dei nazionalismi – a non volerla combattere.

In questo libro si è tentato, con talune eccezioni e diversi sconfinamenti, di inchiavardare le battaglie, e le campagne prescelte (con un occhio di riguardo, va ammesso, per il fronte italiano), seguendo un percorso cronologico. La prima guerra mondiale, con le sue (relative) pause invernali, impiegate dagli stati maggiori dei due blocchi di alleanze per confrontarsi, valutando la situazione e mettendo a punto i piani strategici per l’anno successivo, si presta bene a suddividere la guerra secondo un metro anno per anno.

Il 1914 è senza dubbio l’anno che spazza via le illusioni di una guerra lampo, o comunque risolvibile in un tempo relativamente breve. Ma nella corsa alla disillusione, è sicuramente la Germania a uscirne peggio. Gli strateghi di Berlino hanno puntato tutto sulla rapida vittoria contro la Francia, per poi trasportare le armate impiegate in Occidente a est, per attaccare la Russia. Ma se le forze dello zar, ancora impreparate, si avviano verso una sconfitta, la manovra prevista da Schlieffen, ma modificata dai suoi successori, non va a segno, regalando alla Germania la temutissima guerra su due fronti, e proprio mentre dei suoi due alleati, l’Italia (il cui contributo con un’armata sul Reno, attacchi diversivi lungo le Alpi, e una flotta moderna ed efficiente, era tutt’altro che trascurabile) si era subito sfilata da un patto mai sentito sino in fondo, e l’Austria aveva iniziato ad arrancare, subendo catastrofiche sconfitte per mano tanto dei russi, che dei disprezzati serbi.

Per contro, l’Intesa aveva retto al primo urto: la Russia, con la sua rapida mobilitazione, aveva sorpreso e gettato nel panico i generali tedeschi, distraendoli dall’attacco principale contro la Francia e consentendo all’esercito francese di riparare ai gravissimi errori inizialmente compiuti in nome dell’offensiva a oltranza (che dominava le menti di larga parte dell’élite militare dell’epoca), e poi di contrattaccare sulla Marna bloccando la sempre meno efficace avanzata germanica. La Gran Bretagna, che all’Intesa aveva aderito solo fino a un certo punto, tanto da non intervenire quando la Francia era stata attaccata, ma solo quando la neutralità belga – indispensabile a Londra – era saltata, era infine scesa in campo. E se nel 1914 il suo minuscolo esercito professionale non poteva certo impensierire il Kaiser, la trasformazione del conflitto dal desiderato blitz a un sanguinoso e imprevisto stallo lasciava margine di manovra alla sperimentata e tradizionalmente efficace strategia marittima, con il blocco navale ed economico, esercitata dalla flotta inglese.

Il 1915 si apriva così con prospettive grame per le Potenze centrali e rosee per l’Intesa; ma il corso della guerra avrebbe ribaltato aspettative e certezze.

Sul fronte occidentale, sin dall’autunno 1914 i combattimenti si erano impantanati in un sanguinoso stallo. La leadership politico-militare dell’Intesa si divise così tra occidentalisti, che al fronte francese non volevano sottrarre né un uomo né un cannone per giocarvi sino in fondo la guerra d’attrito, poiché numeri – demografici e industriali – alla mano tale attrito favoriva la causa della loro alleanza; e i fautori di una strategia periferica e indiretta (tradizionale asso nella manica inglese), che puntavano a impiegare il predominio navale per colpire alcuni punti accuratamente scelti, attaccando la Turchia nella Mesopotamia, ricca di quel petrolio ormai indispensabile ad alimentare la moderna guerra industriale, o nei Dardanelli, saracinesca che chiudeva una delle linee di comunicazione tra Occidente e Russia. L’apertura inoltre di nuovi fronti, per esempio attirando in guerra Italia (già nel ’15) e Romania (nel ’16), avrebbe indebolito la resistenza austro-tedesca.

Anche a Berlino, nell’inverno 1914-1915, si stava consumando una lotta tra due scuole di pensiero strategico: gli occidentalisti tedeschi, con in testa il nuovo comandante in capo Falkenhayn, succeduto ai capi che avevano portato al fallimento del ’14, continuavano a ritenere necessario sconfiggere prima la Francia, il cui esercito si stava potenziando, anche grazie al crescente apporto del contingente inglese, in rapida fase di espansione. Il fallimento di alcuni affondi sul fronte francese portò però nei primi mesi del 1915 al prevalere dell’opinione dei due comandanti del fronte orientale, Hindenburg e Ludendorff, quest’ultimo vero cervello della macchina militare germanica, che ritenevano possibile invertire il vecchio assioma di Schlieffen, ormai fallito, puntando a eliminare dalla scena prima i russi.

L’offensiva lanciata dai tedeschi in Polonia il 2 maggio 1915 sembrò dar ragione agli orientalisti dello stato maggiore tedesco: trasferite a est riserve e rinforzi dal fronte occidentale (che resse grazie a un sapiente uso di nuove armi offensive – i gas – e a tattiche difensive ancorate a fortificazioni campali sempre più complesse), in quattro mesi le truppe austro-tedesche avanzarono per centinaia di chilometri occupando Polonia e Bielorussia, e sfondando sul Baltico, tanto da minacciare la stessa Pietrogrado. A coronare il successo delle Potenze centrali, mentre nel campo dell’Intesa fallivano tanto le strategie periferiche inglesi (l’attacco ai Dardanelli fu un costoso fiasco, mentre la campagna in Mesopotamia si trasformò in un incubo), quanto quelle occidentali, l’entrata in guerra dell’Italia non compromise la ripresa austriaca, mentre semmai la discesa in guerra della Bulgaria a fianco di Berlino e Vienna permise di liquidare l’ascesso serbo e di sbarrare i Balcani alle forze alleate accampatesi in Grecia. Contemporaneamente, la prima breve e parziale campagna di guerra sottomarina senza restrizioni, lanciata dalla Germania, gettava nella costernazione l’Ammiragliato inglese, costretto ad assicurare i rifornimenti a un paese che sul mare viveva e combatteva.

Tuttavia, nemmeno il 1915 aveva portato a una risoluzione del conflitto e per il 1916 i condottieri di entrambi gli schieramenti decisero di puntare sulla prova di forza bruta, in mare e su tutti i fronti terrestri. Giocando sulla sottigliezza tattica i tedeschi, più attenti all’evoluzione dottrinaria dell’arte bellica; sfruttando macchine militar-industriali ormai lanciate a pieno regime, gli alleati dell’Intesa.

Nell’autunno del 1915 Falkenhayn, preoccupato dal prosieguo dell’offensiva in un territorio come quello russo, che in passato aveva già ingoiato le armate di due abili condottieri come Carlo xii e Napoleone, decise di bloccare la spinta a oriente (nonostante la Russia sembrasse sull’orlo del collasso), negando inoltre agli alleati austriaci truppe tedesche per tentare di mettere in ginocchio l’Italia con il previsto attacco punitivo in Trentino. Il pallino di Falkenhayn restava la sconfitta delle potenze occidentali; e avendo compreso che l’avversario più pericoloso era la Gran Bretagna, mirò a colpire al cuore la Francia, non più con la gigantesca battaglia di Canne sognata da Schlieffen, ma ricorrendo a una brutale strategia di dissanguamento dell’esercito nemico, colpendolo in un settore che Parigi sarebbe stata costretta a difendere. Il 21 febbraio iniziava così la battaglia di Verdun, destinata a proseguire sino a dicembre, e a chiudersi con una vittoria francese, ma solo dopo aver dissanguato entrambi i contendenti.

Mentre Falkenhayn proponeva la sua operazione al Kaiser, anche gli alleati stavano elaborando un ciclo di poche, potenti e concentriche offensive su vasta scala, tese a scardinare le difese nemiche impiegando nuove tattiche d’attacco, e soprattutto la crescente superiorità industriale.

Entro luglio-agosto era previsto di lanciare un massiccio attacco anglo-francese lungo il fiume Somme, che segnava le zone gestite dai due eserciti alleati. Contemporaneamente, anche Italia e Russia avrebbero sferrato delle massicce offensive: sull’Isonzo e sul Carso gli italiani, a nord delle paludi del Pripyat e in Galizia le armate dello zar; queste ultime erano state riorganizzate e riequipaggiate dopo il disastro del 1915, grazie alla mobilitazione generale del paese, con un gigantesco sforzo che però ne scardinò definitivamente i già delicati assetti sociali ed economici.

Anche in mare, nella primavera del 1916 sia la Germania che la Gran Bretagna delinearono una strategia più aggressiva: Berlino nel tentativo di infrangere il blocco navale grazie a una grande vittoria sulla flotta inglese, mentre la Royal Navy puntava a disarticolare la forza da battaglia avversaria per destinare maggiori risorse alla lotta contro i sommergibili, e aprire la strada a possibili azioni anfibie lungo le coste tedesche.

L’attacco tedesco a Verdun, tuttavia, indebolì l’offensiva della Somme, che finì per essere caricata sulle spalle dell’esercito inglese, ormai formidabile sulla carta, ma ancora inesperto: quando il 1° luglio l’attacco meticolosamente preparato dal generale Haig iniziò, fu un massacro; la giornata più sanguinosa della guerra, con 20.000 morti e 40.000 feriti in poche ore. La campagna proseguì nei mesi successivi, sino a novembre, ma con scarsi successi tattici per gli attaccanti: come per i tedeschi a Verdun, gli inglesi guadagnarono pochi chilometri che poi avrebbero dovuto difendere dai contrattacchi, in un saliente vulnerabile.

Decisamente più positivo il bilancio degli italiani (che dopo aver respinto l’offensiva austriaca in Trentino, in agosto presero Gorizia e alcune posizioni chiave sul Carso col più brillante degli attacchi firmati da Cadorna) e dei russi. Ma se, dopo aver rotto la prima linea difensiva nemica, le armate di Cadorna si trovarono subito alle prese con una non meno solida seconda linea fortificata, che oggettivamente non riuscirono mai a infrangere prima della fine della guerra, i russi ottennero la vittoria solo lungo il fronte secondario della Galizia, grazie alla brillante offensiva Brusilov, non alimentata sino in fondo per poter sferrare l’attacco principale previsto a nord, poi miseramente fallito.

Il sostanziale fallimento delle principali offensive, lanciate da ambo le alleanze contrapposte, comportò sin dal 1916 una serie di crisi interne in entrambi i vertici politico-militari, alla ricerca di nuove strategie per il 1917.

La prima testa a cadere fu quella di Falkenhayn, responsabile dell’impantanamento di Verdun, e anche di aver sottovalutato l’attacco nemico sulla Somme. La sua rimozione, alla fine di agosto del ’16, portò alla guida dell’apparato militare tedesco lo sperimentato tandem formato da Hindenburg (stratega part time, ma attento ai risvolti politici del conflitto) e Ludendorff, il suo giovane e dinamico cervello tattico e operativo. I due si misero subito all’opera, su una lunga serie di dossier, imprimendo – seppur tardivamente – una radicale svolta alla condotta globale della guerra da parte tedesca. I nodi affrontati erano molti: 1) l’intero paese fu mobilitato per la guerra totale, creando una vera e propria direzione politico-militare votata alla vittoria finale, che estese il proprio controllo ovunque, dall’industria al governo civile, preoccupando lo stesso Kaiser, bizzarro ed estemporaneo signore della guerra vecchio stile, su dove i suoi due generali intendessero arrivare; 2) la strategia bellica fu nuovamente ribaltata, riportando il fronte occidentale alla più stretta difensiva con la realizzazione, nell’inverno 1916-1917, della Linea Hindenburg, che lo blindava contro nuovi attacchi avversari, mentre energie e risorse venivano focalizzate, oltre che sulla riorganizzazione generale dell’esercito, sui fronti orientale, italiano e balcanico, dove la Romania, fresco alleato dell’Intesa, fu rapidamente spazzata via; 3) anche la revisione delle dottrine tattiche, offensive e difensive, sarebbe stata radicalmente rivista (sulla base di rielaborazioni ed esperimenti in atto sin dal 1915) per rendere più efficaci i colpi da sferrare, o aumentare la capacità di parare quelli altrui, e con lo scopo comune di fermare lo stillicidio di perdite che stava dissanguando le armate tedesche; 4) per contrastare il blocco navale alleato, che stava lentamente strangolando le Potenze centrali, Berlino rilanciò all’inizio del 1917 la guerra sottomarina senza restrizioni. Questo comportava di fatto l’entrata in guerra degli Stati Uniti (cosa che avvenne il 6 aprile); ma l’azzardo tedesco era apparente, poiché l’apporto immediato americano era solo legato al rafforzamento della già strapotente flotta da battaglia nemica: l’esercito americano – ancora più esile di quello inglese del 1914 – avrebbe impiegato un anno e più per far sentire il proprio peso in Europa. Nel frattempo, un maggior numero di sommergibili poteva logorare le capacità di resistenza inglesi.

Questo titanico tentativo di cambiare il corso del conflitto nel 1917 portò Berlino e Vienna a un passo dalla vittoria, anche grazie all’indebolimento delle forze dell’Intesa, conseguenza degli immani e sterili sforzi compiuti l’anno precedente. Nei primi quattro mesi del 1917 una serie di sciagure concomitanti inferse un colpo gravissimo ai nemici della Germania. In Russia si scatenò una prima ondata di scioperi e proteste che in breve portò, il 15 marzo, alla caduta dello zar; il nuovo governo assicurò di voler proseguire la guerra, ma la situazione militare iniziò a deteriorarsi, perché l’esercito, e il paese stesso, non volevano più combattere; inoltre, con un colpo maestro la Germania aveva favorito il rientro in Russia di Lenin, portatore di una nuova e più radicale rivoluzione, aperta dalla proposta di una pace separata immediata. Se a seminare zizzania a est era stata l’intelligence tedesca, a gettare i germi del disfattismo a ovest ci pensarono la solidità della neonata Linea Hindenburg, e l’ottusità del generale Nivelle, subentrato a fine 1916 al vecchio Joffre alla testa dell’esercito francese: il nuovo comandante gettò infatti le truppe in una nuova offensiva senza aver dato il tempo ai suoi esausti soldati di riorganizzarsi e riprendersi dopo l’olocausto di Verdun, vittoria difensiva costata però ai francesi ancora di più che ai tedeschi. L’offensiva Nivelle di aprile si impantanò subito, cozzando contro il muro eretto dai tedeschi, e contro il rapido diffondersi degli ammutinamenti, che portarono l’esercito francese a un passo dal collasso. Il 15 maggio il comando passava a Pétain, che aveva le idee chiare sul da farsi: porsi sulla difensiva in attesa dei carri armati e degli americani nel 1918, lasciando agli alleati inglesi, italiani e russi il compito di mantenere la pressione sulle Potenze centrali.

Gli inglesi lanciarono una serie di attacchi, culminati nella costosissima battaglia di Passchendaele, protrattasi tra luglio e novembre, che pur intaccando le difese tedesche logorarono pesantemente l’esercito inglese.

Tra maggio e agosto, Cadorna lanciò tre grandi offensive: quella sull’Ortigara fu un fallimento, mentre la decima e l’undicesima battaglia dell’Isonzo portarono ad alcuni sensibili successi tattici, e a flettere sino all’estremo le difese austriache; ma gli attacchi, non più alimentabili, si esaurirono proprio prima di spezzarle definitivamente, e dopo aver subito perdite enormi, che scossero nel profondo la già logora fibra dei soldati italiani, come già era accaduto a Verdun ai francesi. E sul fronte orientale, a luglio, la nuova offensiva Brusilov si arrestò quasi subito: l’esercito, ormai prossimo al collasso morale e allo sfinimento fisico, e minato dalla propaganda bolscevica, che prometteva pace e terra ai contadini, si rifiutava di avanzare.

Con l’esercito francese convalescente, quello inglese fortemente logorato, l’americano ancora in allestimento, l’italiano vittorioso ma esausto, il russo in fase di sfaldamento, e il fronte occidentale intaccato, ma solidamente ancorato alla Linea Hindenburg e alle innovative tattiche legate alla difesa elastica in profondità, la strategia offensiva del riorganizzato esercito tedesco sembrava tracciarsi da sé. Il primo colpo fu sferrato tra settembre e ottobre a oriente, sul Baltico, prendendo Riga con un’offensiva-lampo basata sulle nuove tattiche d’attacco, seguita da un’operazione anfibia nel Baltico, che portò i tedeschi a 140 chilometri da Pietrogrado. Si trattò di una mossa decisiva: mentre al fronte i soldati russi si ammutinavano arrendendosi in massa o fraternizzando coi nemici, nella capitale Lenin prendeva il potere (8 novembre), aprendo pochi giorni dopo le trattative per un cessate il fuoco.

Con le risorse che iniziavano a liberarsi dai due fronti principali, Berlino inviò ai traccheggianti alleati austriaci un’armata d’assalto per togliere di mezzo l’Italia, nell’ottobre 1917 la potenza apparentemente più in forma dell’Intesa. Cadorna, la cui visione strategica era spesso più valida della sua condotta operativa, aveva compreso che stava per addensarsi la tempesta, e preso alcuni provvedimenti lungimiranti, come rafforzare la difesa del massiccio del Grappa, solida roccaforte che vigilava sullo sbocco in pianura. Gli apprestamenti difensivi sull’Isonzo furono invece realizzati all’insegna dell’improvvisazione, intrecciata alla volontà di non cedere nemmeno un metro di territorio, contrariamente a quanto fatto dai tedeschi con la Linea Hindenburg. Quando il 24 ottobre 1917 gli austro-tedeschi lanciarono un attacco largamente atteso, ma basato sulle nuove dottrine offensive, la combinazione tra la sorpresa tattica e un disgraziatissimo schieramento difensivo, nonché la pessima direzione della battaglia, portarono in pochi giorni al disastro di Caporetto, con lo sfaldamento della 2ª Armata, di gran lunga la più poderosa del Regio Esercito; seguì una ritirata conclusasi sul Piave e sul Grappa, a un passo dallo sbocco nella pianura padana, mentre anche Cadorna veniva sostituito con Diaz, un generale con una maggiore esperienza sul campo.

Il 1917 non poteva finire più positivamente per le Potenze centrali, che avevano ormai di fatto battuto la Russia, apparentemente neutralizzato l’Italia (anche se la resistenza di ciò che restava dell’esercito italiano si era irrigidita sulla linea Piave-Grappa, dove l’avvicinarsi dell’inverno suggeriva una tregua), mentre in Francia Pétain proseguiva la riorganizzazione delle sue forze, e gli inglesi non riuscivano a uscire dallo stallo nemmeno impiegando in massa i carri armati a Cambrai.

In vista della campagna del 1918, Berlino poteva ora rafforzare il fronte occidentale con le forze ritirate da quelli russo e italiano, quest’ultimo lasciato agli austro-ungarici, anch’essi avvantaggiati dalla possibilità di poter concentrare il grosso delle proprie depauperate armate contro l’Italia. L’obiettivo di Ludendorff era ottenere una grande vittoria decisiva sugli anglo-francesi prima dell’arrivo degli americani, nell’estate 1918; pertanto, il generale tedesco programmò una serie di attacchi, sempre basati sulle nuove ed efficacissime dottrine tattiche sperimentate con successo a Riga e a Caporetto, da lanciare a partire da marzo in alcuni settori cruciali del fronte, tra Verdun e le Fiandre, puntando soprattutto a colpire duramente gli inglesi. Tuttavia, alcuni problemi sorti col nuovo regime bolscevico nelle prime settimane del nuovo anno obbligarono il comando tedesco a mantenere a est quasi un milione di uomini, lanciando una breve offensiva per ammorbidire i delegati di Lenin, rallentando però in questo modo il processo di rafforzamento e riorganizzazione del fronte occidentale.

Il 21 marzo l’esercito tedesco scatenò il primo attacco, sulla Somme, seguito poi da una serie di offensive susseguitesi a ritmo sempre più serrato sino a giugno, martellando il nemico dalla Marna alle Fiandre. I successi iniziali di questi attacchi furono brillanti, e le nuove tattiche confermarono la propria validità; ma Ludendorff perse il controllo strategico della battaglia, non afferrandone i momenti favorevoli (come quando si aprì un varco, fisico ma anche morale, tra gli inglesi, decisi a difendere i porti sulla Manica, e i francesi, che temevano per Parigi), e disperdendo le proprie energie in attacchi sempre più dispersivi, non dissimili dalle spallate di Cadorna. Contemporaneamente, dopo aver fallito a fine 1917 l’assalto al Grappa, a metà giugno Vienna lanciava la sua ultima grande offensiva sul Piave, ma solo per subire una netta sconfitta.

Con gli americani che affluivano sempre più numerosi, compensando le perdite subite da inglesi e francesi, e questi ultimi comunque rinvigoriti dalla cura Pétain, un Ludendorff sempre più in crisi (anche personale ed emotiva) tentò l’ultimo affondo, lanciando il 15 luglio una grande offensiva sulla Marna, laddove la guerra aveva già subito una svolta drammatica quattro anni prima. L’obiettivo tedesco a questo punto era limitato: sedersi al tavolo dei negoziati in posizione di forza; ma l’attacco fu rapidamente stroncato da una brillante controffensiva lanciata da forze franco-americane con un ingente appoggio di mezzi corazzati e aerei, che ormai avevano conseguito il dominio dell’aria dopo aver spazzato via l’aviazione tedesca.

Era il definitivo volgere della marea. L’8 agosto erano gli alleati ad andare all’attacco, con una prima offensiva ad Amiens, lanciata impiegando una nuova combinazione tattica tra artiglieria, fanteria e unità corazzate. L’esercito tedesco era esausto, al pari della Germania, e iniziò a cedere: anche gli alleati colpivano in più punti lungo il fronte, cercando il varco giusto e superando la Linea Hindenburg, dalle Fiandre alla Somme, dalla Marna alla Mosa, dove un’armata americana lanciò il suo primo grande assalto penetrando nella foresta delle Argonne. A ogni attacco i tedeschi si arrendevano a migliaia, senza differenze tra veterani ormai esausti, vecchi riservisti di mezza età, e reclute adolescenti. A fine settembre scattarono infine le decisive offensive ai lati del grande saliente tedesco: a sud i franco-americani sulla linea Mosa-Argonne, a nord gli anglo-belgi nelle Fiandre.

Il 24 ottobre iniziava anche l’offensiva italiana, bloccata sul Grappa ma vincente sul Piave, che le armate di Diaz attraversarono in più punti per poi dilagare in pianura, e minacciare di avvolgimento gli austriaci ormai in rotta, mentre l’impero si stava sfaldando: il 3 novembre Vienna siglava l’armistizio a Villa Giusti (Bulgaria e Turchia si sono già arrese nelle settimane precedenti). Con la minaccia di un attacco dell’Intesa anche da sud, verso la Baviera, e gli alleati che ormai avanzavano in direzione del Reno, l’11 novembre, a Compiègne, anche i tedeschi firmavano la resa. La Grande Guerra, durata 1568 giorni, era finita, e nonostante tutto, senza negare sino all’ultimo il ruolo dell’attrito, che ne aveva dominato ogni passaggio…

L’intera condotta della guerra è come l’azione di un’enorme macchina complicata, con un enorme attrito; di conseguenza combinazioni che sulla carta risultano facili possono venire realizzate solo con grandissimo sforzo.

Carl von Clausewitz, appendice a Della guerra, 1832

1 e. ivetic, Le guerre balcaniche, Il Mulino, Bologna 2006, p. 9.

2 r. raja, La Grande Guerra giorno per giorno, Edizioni Clichy, Firenze 2014, p. 217.

3 1915-1918: la prima guerra moderna, «Focus Wars», n. 16/marzo 2015, p. 16 sgg.

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I mastini della guerra: gli imperi centrali... tra Triplice Alleanza e nuovi scenari

…Ate, sorta dagli inferni, verrà in queste regioni a sfogare la sua vendetta, e gridando colla sua voce: «strage, strage!» scatenerà i mastini della guerra…

William Shakespeare, Giulio Cesare

Il Secondo Reich tedesco alla prova del fuoco

Nel 1914 il Kaiser Guglielmo ii era il comandante nominale, poco esperto e attento soprattutto più a dettagli marginali (anche se con una conoscenza approfondita delle questioni navali) del più moderno ed efficiente apparato militare del mondo. Nonostante alcune carenze, l’esercito tedesco era infatti sicuramente quello meglio preparato, sul piano tecnico e dottrinale, a una guerra su vasta scala, anche se di durata limitata, come previsto nei piani dei suoi generali. La macchina industriale germanica era tuttavia in grado di supportare e vincere anche un conflitto mondiale più vasto, a patto però di non dover affrontare un blocco navale inglese. La possente flotta creata dopo il 1898 dal ministro della Marina Alfred von Tirpitz era infatti un valido deterrente sia contro eventuali attacchi russo-francesi, sia nei confronti della Royal Navy, che però manteneva un margine di superiorità tale da poter rinserrare la Kaiserliche Marine nel Mare del Nord.

L’esercito tedesco si basava su un modello di coscrizione incardinato in una solida intelaiatura di professionisti, ampliabile grazie a riserve ben organizzate: un modello creato dalla Prussia a metà del xix secolo assieme all’efficientissimo stato maggiore generale, che aveva favorito le vittorie ottenute su Danimarca, Austria e Francia nelle guerre combattute nel 1864-1871, e che era stato imitato – con varie modifiche – da tutte le potenze, eccezion fatta per Gran Bretagna e Stati Uniti.

A 20 anni il coscritto di fanteria veniva chiamato alle armi per un biennio (che diventava un triennio in artiglieria e cavalleria), era addestrato da un solido corpo di sottufficiali, e quindi passava nella riserva attiva per cinque anni, durante i quali veniva periodicamente richiamato per partecipare alle manovre estive. A quel punto, «fino all’età di 39 anni era arruolato nell’unità (di appartenenza) come riservista secondario, o Landwehr, e ancora fino a 45 anni nella terza linea di riserva, o Landsturm»⁴, cui si potevano aggiungere i complementi inquadrati nella Ersatz, sorta di serbatoio di riserva generale comprendente esentati per ragioni di lavoro e familiari, o per lievi problemi di salute, ma anche volontari sopra i 45 anni. Il servizio nell’Ersatz durava dodici anni, e sulla carta prevedeva tre richiami annuali; ma in realtà nel 1914 nemmeno l’efficiente macchina militare teutonica era in grado di provvedere all’adeguata preparazione degli oltre 10 milioni di uomini in età militare, e solamente uno su due era effettivamente addestrato per una guerra che, comunque, si stimava sarebbe finita entro pochi mesi. Al contrario, tra il 1914 e il 1918, raschiando il fondo del barile, sarà necessario infilare in una divisa più di 13 milioni di tedeschi.

L’organizzazione territoriale che assicurava la mobilitazione era incentrata su 21 distretti (Wehrkreis), che in tempo di pace erano sede di un corpo dell’esercito attivo, più una divisione di riserva. Il i Distretto della Prussia orientale, che nel famoso piano Schlieffen – su cui torneremo più avanti – doveva assicurare il nucleo d’acciaio attorno al quale coagulare la difesa contro i russi, sino alla rapida sconfitta della Francia, contava invece ben due divisioni di fanteria attive, che grazie alla mobilitazione venivano affiancate dal i Corpo della riserva, più varie unità di difesa locale alimentate da Landwehr e Landsturm.

Una volta mobilitato, nell’agosto 1914 l’esercito tedesco comprendeva 8 armate, ognuna facente capo a un Ispettorato generale su base regionale⁵, nel rispetto della struttura federale dell’impero, e delle tradizioni militari locali; dal settembre 1914 al febbraio 1918 sarebbero state attivate altre 14 armate, anche solo temporanee, e inquadrate in 7 comandi superiori (o gruppi d’armate).

I corpi d’armata di fanteria attivi erano 24: uno per ogni distretto controllato dal ministero della Guerra prussiano, più i tre bavaresi, cui si aggiungeva il Gardecorps, il Corpo della Guardia imperiale, che includeva 2 divisioni di fanteria e una di cavalleria; arma quest’ultima controllata da un proprio Ispettorato generale, che forniva 4 corpi, ognuno su 2 divisioni. La mobilitazione della riserva portò all’attivazione di altri 28 corpi di fanteria (o Reserve-Korps), cui a partire dal 1916 si affiancarono ulteriori 18 corpi con diversa struttura organica, detti Generalkommando, e con numerazione da li a lxviii.

Allo scoppio della guerra il Kaiser aveva pertanto ai suoi ordini 50 divisioni di fanteria e 9 di cavalleria, cui si aggiungevano le unità di guarnigione tratte dalla riserva, per un totale di 79 divisioni – 68 destinate al solo fronte occidentale –, più i reparti di supporto inquadrati a livello di corpo d’armata, comprendenti un battaglione di Jäger (cacciatori, fanteria leggera bene addestrata), uno di artiglieria pesante campale, i battaglioni di genio, comunicazioni e trasporti, e un reparto aeronautico. Una continua evoluzione porterà la Germania a schierare, entro il 1918, sino a 251 divisioni, anche se di forza organica inferiore a quella delle unità mobilitate nel 1914⁶.

Equipaggiamento e armi erano all’altezza di quella che era la più efficiente macchina bellica del mondo: i fanti erano tutti armati con l’ottimo fucile Mauser Gewher 98 calibro 8 mm, ed erano supportati dalle altrettanto eccellenti mitragliatrici tipo Maxim, nella versione indigena Maschinengewehr mg.08, in servizio in 12.500 esemplari⁷. Altrettanto avanzato era il parco d’artiglieria, che accanto a un buon pezzo leggero campale da 77 mm, schierava in numero superiore agli standard europei gli obici a tiro rapido da 105, 150 e 210 mm. Tutto materiale realizzato nell’ultimo decennio da Krupp, utilizzato assieme a sofisticati telemetri a coincidenza e binocoli della Zeiss; e tra l’artiglieria pesante, i grandi super-cannoni da 305 mm, acquistati dall’austriaca Skoda, sarebbero stati affiancati dall’arma segreta destinata a demolire le fortificazioni confinarie francesi e belghe, di recente rafforzate con torrette corazzate e cemento armato: le grandi Berta, bocche da fuoco da 420 mm, capaci di sparare a tiro curvo proiettili da otto quintali.

Se l’esercito tedesco dipendeva, per una rapida mobilitazione e il concentramento presso i punti di raccolta destinati a fare da trampolino di lancio all’offensiva contro la Francia, da un’efficientissima rete ferroviaria pensata (e coi primi piani che risalivano al 1830-1840) a scopi militari prima ancora che civili, nel 1914 era già in embrione anche la rapida espansione del parco veicoli motorizzati (Kraftfahrtruppen). I comandi tedeschi si dimostreranno meno abili nell’impiegare gli autocarri a supporto delle proprie offensive rispetto agli Alleati, che alla fine della guerra schieravano ben 200.000 mezzi di ogni tipo; ma allo scoppio della guerra le Kraftfahrtruppen erano suddivise in 66 colonne (Kolonnen), per lo più destinate alle tre armate schierate per l’attacco attraverso il Belgio e il Nord della Francia, oltre ai raggruppamenti di trattori d’artiglieria.

Le forze aeree (un sostegno importante all’avanzata delle fanterie e all’azione dell’artiglieria) rappresentavano ancora un anello relativamente debole dell’apparato militare tedesco, almeno nel 1914. L’impiego di aerostati per l’osservazione risaliva alla guerra franco-prussiana; ma, come ricorda il generale Ernst von Hoeppner⁸, che nel 1916 guidò la riorganizzazione della forza aerea tedesca, solo «nel 1884 fu costituito un reparto sperimentale (di dirigibilisti) che nel 1901 venne trasformato in battaglione», e potenziato nel 1911 quando «vennero costituiti […] i battaglioni dirigibilisti 2° e 3°» seguiti nel 1913 da altri due, inquadrati in un apposito Ispettorato generale.

Grazie agli sforzi di un generale dell’esercito passato all’industria privata, Ferdinand von Zeppelin, sin dalla fine del xix secolo la Germania ebbe un ruolo di eccellenza nel settore dei dirigibili, ma solo nel 1910-1911 vide la costituzione di un distaccamento aeronautico (Feldflieger Abteilungen). Anche se nel programma di riarmo 1912-1916 le forze aeree erano neglette rispetto ad altri settori (nemmeno la Germania aveva risorse infinite da investire nell’apparato militare), si riuscì a equipaggiare ogni corpo d’armata con una sezione di 6/8 aerei, e a creare una riserva, base per una futura espansione. Nell’agosto 1914 erano pertanto in servizio quasi 300 apparecchi, 232 dei quali operativi e assegnati a 41 squadriglie, con 13 basi aeree e centri manutentivi, cui si aggiungevano una ventina di dirigibili Zeppelin, mentre l’artiglieria dell’esercito si stava dotando di cannoni a tiro rapido riadattati per il tiro contraereo (anche su autocarri) e proiettori.

Altrettanto efficiente e moderna era la Kaiserliche Marine, trasformata in meno di vent’anni da forza di difesa costiera a seconda flotta da guerra del mondo da von Tirpitz. Sottoposta al pari delle altre marine mondiali alle profonde trasformazioni legate al rapido sviluppo della tecnologia navale (che aveva consentito all’Ammiragliato tedesco di ripartire da zero nella gara navale con la Royal Navy, per la costruzione di grandi navi da battaglia monocalibro), nell’agosto 1914 la marina imperiale schierava pertanto, accanto a 28 corazzate di modello superato, 15 unità tipo Dreadnought (con altre due in allestimento, consegnate in autunno), e 5 incrociatori da battaglia. La flotta era completata da 8 incrociatori corazzati e 40 tra moderni incrociatori leggeri e più datati incrociatori protetti, oltre a 187 tra cacciatorpediniere e torpediniere, e 27 sommergibili⁹. Naviglio inquadrato soprattutto nella Hochseeflotte, la potente flotta d’altura concentrata nel Mare del Nord, con 5 squadre di corazzate (ognuna su due divisioni navali) e una di incrociatori da battaglia, tre divisioni di incrociatori leggeri e due di unità più anziane, oltre alle flottiglie di siluranti e sommergibili, e a una squadra di corazzate costiere. Il Baltico era vigilato da una piccola forza navale, che nell’agosto 1914 era formata da 7 incrociatori leggeri, più altri due di vecchio tipo, una decina di siluranti e 3 sommergibili, oltre a una flottiglia di unità per la guerra di mine; la squadra comunque poteva rapidamente ricevere rinforzi dai reparti della Hochseeflotte grazie al completamento, proprio nel 1914, dell’ampliamento del canale di Kiel¹⁰. Oltremare si trovavano diverse unità, destinate alle stazioni navali coloniali, nella Squadra asiatica, e nella divisione del Mediterraneo.

La Kaiserliche Marine disponeva infine anche di un – per la verità modesto – nucleo aeronavale, comprendente 12 idrovolanti e un aereo con base a terra, mentre la componente dirigibili (la prima forza aerea creata per la marina imperiale nel 1911, e istituzionalizzata nel 1913 come Marineflieger) era stata decimata da una tragica serie di incidenti avvenuti un anno prima dello scoppio della guerra, quando erano andati perduti 2 dei 3 esemplari acquistati da Zeppelin.

Il puzzle militare degli Asburgo

Sorretto da solide tradizioni, ma sotto-equipaggiato e negletto per vent’anni dai bilanci statali. Così si presenta l’apparato militare austro-ungarico nel 1914; soprattutto è l’esercito di Vienna, che nelle guerre del 1848-1866 ha inanellato non poche sconfitte¹¹, a mostrarsi ben al di sotto degli standard di efficienza che caratterizzano quello tedesco, innalzato a modello, ma i cui capi trattano con un distacco che spesso sconfina nel disprezzo i colleghi austriaci. Celebri le sfuriate del capo di stato maggiore tedesco Falkenhayn contro il suo omologo austriaco Franz Conrad von Hötzendorf, o anche col principe ereditario Carlo, poi imperatore dal 1916 al 1918.

L’anziano sovrano Francesco Giuseppe, che dal 1848 regna indossando sempre la divisa, è un simbolo delle luci e delle ombre che caratterizzano le sue comunque fedeli armate multietniche, dal 1906 guidate da Conrad, che alle notevoli doti di tecnico e organizzatore integra testardi dettami tattici offensivi, e concezioni strategiche tanto ambiziose quanto aleatorie.

Sostenitore del colpire per primi, colpire duro, Conrad ha più volte proposto al governo e all’imperatore attacchi preventivi contro Serbia, Russia, e anche a danno della formalmente alleata Italia (soprattutto quando il vecchio avversario ottocentesco era stato sconvolto alla fine del 1908 dal devastante terremoto di Messina¹²), arrivando a rendersi molesto: una vera azione di stalking strategico che nel 1911 aveva finito per costargli una sospensione dall’incarico. L’anno seguente, la prematura scomparsa del prudente ministro degli Esteri Alois von Aehrenthal, fautore del suo allontanamento, e lo scoppio delle guerre balcaniche, avevano riportato in auge questo duro ed energico generale, ritenuto indispensabile per mantenere un saldo controllo su un esercito in cui si parlava una decina di lingue, e con i quadri di comando e l’organizzazione duplicati in base alla separazione della corona austro-ungarica. In effetti,

nel 1914 dal punto di vista tecnico non esisteva un solo esercito, ma potevano esserne contati tre […] la forza principale (e) comune era costituita dall’esercito imperial-regio, il Kaiserlich-und Königliche Armee, la tradizionale forza reclutata da tutte le regioni dell’impero. Ma il compromesso del 1867 [con l’Ungheria, che aveva dato vita alla duplice monarchia, n.d.a.] previde anche la costituzione di due eserciti nazionali […] una concessione all’orgoglio ungherese: il Landwehr austriaco e l’Honvéd ungherese […] eserciti di minori dimensioni, sotto il controllo rispettivamente di Vienna e di Budapest […] creati in origine come forze di riserva di seconda linea, ma (che) alla vigilia della guerra […] furono dotate di artiglieria e di altri servizi di supporto, per cui le loro unità operative ebbero l’assetto di quelle dell’esercito comune¹³.

Anche se nel 1881 l’esercito regolare assorbì la tradizionale milizia autonoma dei Grenzer, i leggendari soldati di confine croati cui per secoli l’impero aveva demandato la lotta contro i turchi (e dalle cui fila proveniva ad esempio il feldmaresciallo Svetozar Borojević, bestia nera di Cadorna), si trattava di una struttura complessa al pari della sua composizione etnica, visto che quasi il 50% dei militari apparteneva alle etnie dominanti tedesca – che peraltro esprimeva l’80% dei quadri in servizio attivo – e ungherese, cui si aggiungevano, più che integrarsi, i rappresentanti di minoranze sempre più riottose. Tuttavia, la coscrizione di durata biennale, seguita dall’appartenenza alla riserva nazionale sino ai 34 anni, per poi passare sino ai 55 anni nelle forze territoriali del Landsturm o nelle milizie locali ancora attive (ad esempio quelle riorganizzate nel 1886 in Tirolo, con gli Standschützen, o nella stessa Bosnia), rappresentava uno degli ultimi pilastri dell’impero: poiché nella sempre più cacofonica struttura del pachiderma multietnico i soldati giuravano fedeltà alla persona dell’imperatore, che vedeva in Francesco Giuseppe un monumento vivente al dovere militare.

Questa struttura, date le sue inevitabili e poco efficienti duplicazioni, avrebbe avuto bisogno di essere supportata da uno sforzo economico ancora più esteso rispetto alle risorse destinate ai bilanci militari dagli altri paesi. Al contrario, nel decennio che precedette Sarajevo la spesa militare rimase un quarto di quelle tedesca e russa, finendo per essere superata anche dai non certo brillanti stanziamenti italiani: e questo nonostante l’energica guida del martellante Conrad, che tra il 1906 e il 1914 ottenne che le risorse per gli armamenti aumentassero del 64%, cui si aggiunsero gli stanziamenti straordinari legati alla parziale mobilitazione avviata nel 1912 per fronteggiare la crisi balcanica. Risultato, nell’estate del 1914 l’esercito – anzi, gli eserciti – di Francesco Giuseppe presentavano una forza inferiore a quella che un impero di 52 milioni di abitanti avrebbe potuto esprimere, nonostante che «la legge […] del 1912 garantisse l’aumento del contingente annuo di reclute»; in effetti

per diversi anni essa non avrebbe prodotto un sostanziale incremento del numero di uomini addestrati (e) nel frattempo l’Austria-Ungheria sarebbe rimasta a corto di formazioni da combattimento negli scontri vitali durante la fase iniziale della guerra, per la quale Conrad, come ogni altro stratega, prevedeva tempi brevi¹⁴.

Nel 1913, nel bel mezzo della crisi balcanica, Conrad propose – invano – la creazione di 7 divisioni di riserva su modello tedesco, sfruttando i contingenti mobilitabili a livello nazionale, per poi ripiegare sull’attivazione di brigate autonome tratte dal Landsturm: le Marschbrigaden (brigate di marcia), equipaggiate con armi e materiali antiquati conservati nei depositi. Questo permise all’esercito imperiale di mobilitare, nell’estate 1914, quasi 2.300.000 effettivi, inquadrati in 48 divisioni di fanteria, 11 di cavalleria e 36 Marschbrigaden, che alimentavano 6 comandi d’armata, e 17 corpi; entro la fine della guerra sarebbero stati richiamati – ultracinquantenni compresi – ben 8 milioni di uomini.

Il problema, soprattutto, alla luce delle inadeguate risorse economiche stanziate in tempo di pace, e con un’industria che accanto a indubbie eccellenze (si pensi alle fabbriche d’artiglieria Skoda o ai siluri della Whitehead triestina, venduti in tutto il mondo) presentava carenze organizzative e tecniche, era armare ed equipaggiare questo blasonato e rispettato esercito.

La fanteria di prima linea in apparenza non presentava particolari carenze: i soldati erano armati col valido fucile calibro 8 mm Mannlicher, prodotto in varie versioni a partire dal Modello 1888 (ormai passato alle unità della riserva, sostituito come arma standard dal Mod. 1895, anche nelle varianti carabina e moschetto)¹⁵, e supportati da un buon numero di ottime mitragliatrici Maschinengewehr Patent Schwarzlose M.07/12, sempre derivate dalla Maxim, mentre meno riuscite erano le Skoda prodotte in vari modelli (e numeri limitati) tra 1893 e 1909, e poi riesumate per equipaggiare le brigate di marcia.

Il vero punto nero, nonostante la Skoda austriaca fosse una delle più avanzate fabbriche di cannoni del mondo, restava – al pari dei servizi logistici, comunque potenziati da Conrad – proprio l’artiglieria, che nel 1914 non solo vedeva le divisioni austriache mediamente più deboli di quelle tedesche e russe in materia di supporto di fuoco, con 42 cannoni, contro i 48-54 schierati a livello divisionale dalle altre potenze. Il materiale era in effetti decisamente antiquato, per lo più risalente agli anni 1880-1890 e con prevalenza di bocche da fuoco in bronzo; carenze che peraltro caratterizzavano anche il più moderno e diffuso Feldkanone M.05 campale da 80 mm, o le versioni più avanzate del pezzo da montagna Gebirgsgeschütz M. 99 da 70 mm.

Solo gli stanziamenti straordinari del 1912-1913 avevano permesso di accelerare l’introduzione di pezzi più moderni e sofisticati prodotti dalla Skoda, come il Feldhaubitze M.14 da 100 mm e il mortaio mobile da 305 introdotto nel 1911, e venduto anche alla Germania; ma la prevalenza di pezzi campali a tiro rapido, di vecchio tipo e con scarse dotazioni di munizionamento (500 colpi in media per i cannoni – e per lo più a shrapnel – e 330 per gli obici) risulteranno un’autentica disgrazia nella prima fase della guerra, e solo dal 1915-1916 la produzione di materiale d’artiglieria (obici da 105 e 149 mm, cannoni a tiro rapido e da montagna di vario modello, anche autocarrati) risulterà adeguata sul piano tecnico e quantitativo, e supportata da adeguate scorte di munizioni.

Ancora più arretrata, invece, risultava essere nel 1914 la situazione delle forze aeree che, create attorno al servizio aerostati nel 1893, prima di essere riorganizzate nel 1912 come Luftfahrtruppen contavano appena 5 velivoli. Conrad aveva pianificato l’acquisizione di 200 velivoli: ma con l’artiglieria da rinnovare e il parco mitragliatrici da ampliare, nel 1914 il governo stanziò per l’aviazione venti volte meno di quanto spendeva in questo settore la Francia, e nel 1914 erano pertanto in servizio 48 aerei di prima linea e 27 da addestramento, cui si aggiunsero una decina di Aviatik B-1 tedeschi ceduti all’ultimo momento.

Decisamente più solida ed efficiente appariva al contrario la Imperialregia Marina, a dispetto di uno sviluppo di fatto avviato solo dopo aver assorbito, nel 1815, tradizioni, maestranze, personale e infrastrutture dell’ormai defunta Serenissima Repubblica di Venezia, tanto da essere conosciuta sino al 1848 come Venezianische Flotte. Con un buon curriculum operativo, comprendente una serie di riuscite missioni legate alla politica delle cannoniere ottocentesca, la partecipazione alla guerra del 1864 contro l’efficiente flotta danese, e la clamorosa vittoria di Lissa del 1866, la Kaiserliche und Königliche Kriegsmarine nel 1914 si presentava come l’arma più moderna dell’impero, nonostante alcune carenze; mentre la prevista pianificazione per la condotta di operazioni congiunte con la Regia Marina italiana, anche al di fuori dell’Adriatico, andava a farsi benedire con la neutralità proclamata da Roma, che rinserrava la bandiera navale austriaca nei ristretti limiti adriatici.

Il nucleo più moderno della flotta austro-ungarica allo scoppio della guerra era rappresentato dalle corazzate monocalibro intitolate al più popolare degli ammiragli austriaci, quel Wilhelm von Tegetthoff vincitore di Lissa, con 3 unità già consegnate (la Prinz Eugen appena 10 giorni dopo l’attentato di Sarajevo) e la quarta in allestimento, cui si potevano aggiungere le 3 Radetzky completate nel 1910-1911, tipiche unità di transizione dell’era dreadnought¹⁶. Più datate ma ancora utilizzabili per azioni di bombardamento navale o scorta, le 9 corazzate classi Monarch, Habsburg ed Erzherzog Karl costruite tra 1893 e 1907, mentre 3 unità più anziane erano state relegate alla difesa locale e a funzioni addestrative.

La squadra era integrata da 3 incrociatori corazzati e 7 protetti (due dei quali radicalmente modernizzati nel 1905-1906), ormai datati, cui nel 1910-1915 si aggiunsero 4 incrociatori leggeri di tipo moderno.

Completavano la flotta 19 moderni cacciatorpediniere e un centinaio di siluranti più piccole o datate – in parte in riserva – oltre a 6 sommergibili. Un ruolo importante lo giocheranno (e sin dal primo giorno di guerra nei Balcani, bombardando Belgrado già il 29 luglio 1914) i monitor corazzati e le cannoniere fluviali, mentre un servizio aeronavale efficiente fu istituito solo nel 1916. Allo scoppio della guerra la flotta era suddivisa in 2 squadre da battaglia (ognuna su 2 divisioni di 3 corazzate), più la squadra incrociatori e 2 flottiglie di siluranti, con le unità più moderne e gli incrociatori leggeri. Le unità di tipo superato erano invece inserite nei comandi di difesa costiera (come le 2 divisioni comprendenti le 3 piccole corazzate classe Monarch e 2 incrociatori) o distaccate in Asia e nelle stazioni navali oltremare.

L’impero ottomano e la Bulgaria

Le teorie politiche legate al ruolo di grande (ed eterno) malato, che da un paio di secoli caratterizzava l’impero ottomano, non devono indurre il lettore nell’identico errore, che agli alleati impegnati nella prevista passeggiata di Gallipoli sarebbe costato così caro. Forse l’esercito ottomano non era più quello che ancora alla fine del xvii secolo terrorizzava l’Europa: le riforme avviate dopo il 1840 erano certo naufragate tra risorse inadeguate e la pessima gestione esercitata dai pascià, ancora alla testa di una macchina amministrativa e burocratica che del fulgore dell’epoca di Solimano il Magnifico manteneva solamente le elefantiache dimensioni. Tuttavia restavano intatte le qualità della fanteria turca, ancorate alla sobrietà e al coraggio dei suoi soldati, e che la rivoluzione dei Giovani turchi, guidata nel 1908 proprio da una nuova generazione di ufficiali di medio rango, e il crescente apporto delle missioni militari tedesche stavano tentando di rivitalizzare. Si trattava di un processo lento e anchilosato da mille laccioli, e che nel 1914 era già stato scosso dalle sconfitte subite nelle guerre combattute nei tre anni precedenti contro l’Italia e gli aggressivi regni balcanici: in realtà, proprio questi conflitti, affrontati con l’impiego delle armi più moderne (aerei, mitragliatrici, cannoni a tiro rapido e fucili di ultima generazione, seppur in quantitativi limitati) facevano dell’esercito ottomano l’apparato militare più aggiornato nelle tecniche di guerra avanzate.

Restavano ovviamente forti carenze tecniche e addestrative, accentuate nel confronto tra i migliori reparti schierati a difesa dei Dardanelli o nei possedimenti europei dell’impero, equipaggiati con armi moderne e inquadrati da ufficiali e tecnici tedeschi, e le guarnigioni disseminate dall’Anatolia al Caucaso, dalla Siria al Golfo Persico, all’immensa penisola araba (dove sin dal 1904 era attiva una molesta guerriglia tra le tribù dello Yemen).

La riorganizzazione, avviata nel 1909 su modello tedesco¹⁷, aveva istituito la coscrizione universale per tutti i sudditi ottomani, eliminando le esenzioni che riguardavano le numerose minoranze

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