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101 donne che hanno fatto grande Bologna

101 donne che hanno fatto grande Bologna

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101 donne che hanno fatto grande Bologna

Lunghezza:
333 pagine
4 ore
Pubblicato:
Apr 30, 2015
ISBN:
9788854182608
Formato:
Libro

Descrizione

Sante, artiste, scienziate, patriote e avventuriere (ma anche assassine): centouno ritratti di donne bolognesi, a volte nascosti nelle pieghe del passato, che compongono un unico quadro della storia al femminile della città. Da Bitisia Gozzadini, vestita da uomo per insegnare all’Università senza turbare i suoi allievi, a Cristina Dudley Paleotti e Teresa Zani, spregiudicate animatrici dei salotti di fine Seicento. E poi le muse di grandi artisti: Teresa Malvezzi, che ispirò Leopardi, Cornelia Rossi Martinetti amata da Foscolo, Laura Betti, icona di tanti film di Pasolini. E, ancora, donne pronte a combattere per un ideale come la giovanissima Irma Bandiera, indomita partigiana. E poi Virginia Galluzzi e Imelda Lambertazzi, protagoniste di strazianti storie d’amore. Nobili o di semplici natali, ricche o indigenti, bellissime o di poca avvenenza, comunque figure forti e volitive che hanno contribuito alla crescita della città di Bologna.

Sante, artiste, scienziate, patriote e avventuriere: centouno ritratti che compongono un unico quadro della storia al femminile della città

Tra le 101 donne che hanno fatto grande Bologna:

Aelia Laelia Crispis: un mistero inciso nella pietra
Virginia Galluzzi: una Giulietta nella città delle torri
Caterina Sforza: la signora di Imola
Nicolosa Sanuti: una “fashion victim” rinascimentale
Angela Vallerani: una donna tra i banditi
Maria Teresa Serego Allighieri Gozzadini: una combattente per l’unità d’Italia
Anna Zanardi Grassetti: una donna in camicia rossa
Luisa Manfrini, in arte Ferida: ascesa e caduta di una stella di Salò
Nilla Pizzi: la regina della musica italiana
Giulietta Masina: Gelsomina, Cabiria e le altre donne dell’immaginario di Federico Fellini
Francesca Alinovi: un delitto postmoderno

Serena Bersanibolognese, giornalista professionista, lavora da oltre vent’anni nella carta stampata ed è presidente dell’Associazione Stampa dell’Emilia Romagna. Esperta di linguistica, ha pubblicato i libri Professione giornalista e, con Giuseppe Pittàno, L’italiano. Le tecniche del parlare e dello scrivere. Si occupa inoltre di cronaca nera e storia locale. Per la Newton Compton ha pubblicato 101 donne che hanno fatto grande Bologna, Bologna giallo e nera e Il giro di Bologna in 501 luoghi.
Pubblicato:
Apr 30, 2015
ISBN:
9788854182608
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

101 donne che hanno fatto grande Bologna - Serena Bersani

profonda.

   1.

AELIA LAELIA CRISPIS, UN MISTERO INCISO NELLA PIETRA

Aelia Laelia Crispis

Nec vir nec mulier nec androgyna

nec puella nec iuvenis nec anus

nec casta nec meretrix nec pudica

sed omnia…

Aelia Laelia Crispis

né uomo né donna né androgino

né bambina né giovane né vecchia

né casta né prostituta né pudica

ma tutte queste cose insieme…

Aelia Laelia non è una donna, è un mistero. Ed è un mistero che dura da cinque secoli, da quando il suo nome venne letto per la prima volta nella misteriosa iscrizione su una lapide funeraria. Quella che diventerà poi nota come la pietra di Bologna fu scoperta su una parete esterna della chiesa contenuta nell’antico complesso di Santa Maria di Casaralta, all’epoca sede del priorato dell’Ordine dei Cavalieri Gaudenti, una milizia religiosa istituita nel 1261 per mettere pace nelle contese tra fazioni rivali. Affini ai Templari, avrebbero condiviso con questi alcune conoscenze esoteriche e alchemiche. E proprio all’ambito esoterico sarebbe da ricondurre l’epigrafe dal contenuto ermetico. In essa vi si può ritrovare tutto e il contrario di tutto, e le interpretazioni nei secoli sono state le più varie: un gioco intellettuale fine a se stesso, la rappresentazione della materia prima del procedimento alchemico, la ricetta per scoprire la pietra filosofale, il tentativo faustiano di raggiungere la conoscenza assoluta, l’araba fenice simboleggiante il nulla si crea e nulla si distrugge.

Non è chiaro a che epoca risalga la lapide, probabilmente ai tempi del priorato di Achille Volta, a metà del Cinquecento, quando si comincia ad averne testimonianza nelle lettere di eruditi viaggiatori stranieri che l’avevano vista e ne erano rimasti colpiti. Un fascino che la pietra di Bologna eserciterà nei secoli a venire lasciando anche traccia di sé nelle opere di scrittori incantati dal mondo esoterico come Gérard de Nerval. La lapide venne fatta ricopiare da un discendente di Achille Volta perché ormai diventata illeggibile. In seguito scampò ai bombardamenti che, durante la seconda guerra mondiale, distrussero la Casaralta, divenuta nel frattempo una grande officina meccanica nel settore ferroviario. Oggi si può vedere al Museo Civico Medievale.

Ma chi è Aelia Laelia Crispis? L’epigrafe, che procede tutta per negazioni, ci dice solo ciò che non è: «Non è uomo, né donna, né androgino». Poi però prosegue parlandone sempre al femminile: «Né giovane né vecchia, né casta né prostituta né pudica, ma tutte queste cose insieme». E continua dicendo che fu «uccisa non dalla fame, né dalla spada, né dal veleno ma da tutto ciò; non in cielo, né nelle acque, né nelle terre ma ovunque giace». Poi ci s’imbatte nel presunto nome di colui che dettò la lapide funeraria: «Lucio Agatone Prisco, né marito né amante né parente, né triste né allegro né piangente, questa non mole né piramide né sepolcro, ma tutto ciò sa e non sa a chi è dedicata». La lapide originaria conteneva anche questi versi conclusivi attribuiti allo scrittore greco del VI secolo Agatia lo Scolastico: «Questo è un sepolcro che non contiene salma, questa è una salma che non è contenuta da un sepolcro, ma la salma stessa è il sepolcro di se stessa».

La pietra di Bologna è dunque un mistero irrisolto. Di Aelia Laelia Crispis una sola cosa appare chiara: la sua identità indefinibile, e femminile.

   2.

APOSA, LA SPOSA LEGGENDARIA

Quant’acqua corse nell’Aposa dal dì in cui

o un augure umbro o un gromatico etrusco,

guardando con trepidazione quel ruscello,

pronunziò quest’apocalissi:

Aposa allagherà Felsina?

Invano gli edili moderni richiusero

il ruscello in una chiavica:

il popolo ripete ancora l’antico detto:

Aposa allagherà Bologna.

ALFONSO RUBBIANI, Mattutino

Un tempo, dove oggi sorge Bologna non c’era nulla. Solo un pezzo indefinito di Pianura Padana ammantata da inverni brumosi e abbrustolita da estati assolate. Niente portici, né torri, né monasteri, né basiliche, né strade. Solo pianura fertile e acqua.

L’elemento da cui tutto ebbe inizio percorre il sottosuolo della città come le vene e le arterie in un corpo vivo, estendendosi per circa dieci chilometri. Ed è a questo sistema circolatorio, l’antichissimo torrente Aposa, l’unico corso d’acqua ad attraversare la città dal Ravone al canale delle Moline, che è legata la nascita, nel VI secolo a.C., dell’etrusca Felsina, poi Bononia in epoca romana. L’elemento femminile connota il venire alla luce della città. In forma allegorica Bologna è infatti rappresentata da una fanciulla in armi simile a Minerva, Felsina appunto. E un’altra fanciulla dà il nome a quel torrente da cui tutto ha avuto origine. Figura leggendaria, certo, ma proprio per questo a prova di smentita.

Aposa era la donna amata dal re etrusco Fero, il primo a costruire in questa fertile zona padana un villaggio di capanne lungo un corso d’acqua. Fero, proveniente da Ravenna, si era fermato qui con i suoi uomini e aveva cominciato a erigere una città, partendo proprio da un’infrastruttura importante come il ponte costruito per collegare le due sponde del canale, nella zona dell’attuale piazza Calderini. Ma quel vitale torrente era destinato a essere anche fonte di sciagura per il re etrusco. Durante una piena, le acque inghiottirono Aposa, il cui corpo non venne più ritrovato. Fero volle allora dare il nome della donna amata a quel torrente che se l’era portata via.

Da allora l’Aposa rappresentò qualcosa di più di un semplice corso d’acqua: un confine, un simbolo. Basti pensare che ancora tra l’XI e il XII secolo i professori dello Studio non potevano insegnare nella parte di Bologna che si trovava al di là dell’Aposa. Il torrente segnava infatti il confine della città regia, al di fuori del quale non valevano i diritti d’immunità.

Ma l’acqua torna ancora nella leggendaria esistenza di Fero che, ormai anziano, si mise a costruire delle mura intorno a quel villaggio, negli anni diventato una città. In un assolato giorno d’estate, affaticato e accaldato, durante una sosta dal lavoro chiese da bere alla figlia Felsina. Questa rivelò di avere avuto un sogno divino, e gli offrì un recipiente pieno d’acqua a patto che Fero desse il suo nome al nuovo insediamento. Il padre bevve e mantenne la promessa. L’amata Aposa venne dunque resa immortale dal nome dato al torrente, mentre Felsina da quello dato alla città che era sorta sui suoi argini.

Il mito vuole che Bologna, originata dalle acque dell’Aposa, dalle stesse acque verrà distrutta. È una leggenda, d’accordo, ma mai sfidare una profezia etrusca. E mai mettere in dubbio il potere di una donna.

   3.

CREMONINA PIATESI, LA FONDATRICE DELL’EREMO DI RONZANO

Il colle di Ronzano spiccandosi

dai contrafforti dell’Appennino

quasi a vedetta "del dolce piano che

da Vercelli a Marcabò dichina"

pare designato dalla natura per osservatorio meteorologico

agli intelletti curiosi di essa o per rifugio agli spiriti

che nei silenzi d’un grande aspetto di terra e di cielo

cercano l’ideale e trovano forse il riposo.

GIOSUE CARDUCCI, Nella lapide esterna alla chiesa di Ronzano

Erano nobili, benestanti, senza un uomo accanto per propria volontà o perché vedove. Furono tante le donne bolognesi tra il XII e il XIII secolo che fecero scelte sovversive rinunciando a tutto e ritirandosi in luoghi isolati, dove fondarono piccole comunità femminili dedite alla vita contemplativa. Tra le più antiche c’è quella di Ronzano, nata per volere della nobildonna Cremonina Piatesi su uno dei colli che circondano la città, accanto a quello dove poco più tardi un’altra donna, Angelica Bonfantini, fonderà il primo nucleo su cui sorse la basilica di San Luca.

Cremonina, che apparteneva a una delle più nobili famiglie bolognesi, rimasta vedova, nel 1140 fondò a Ronzano insieme a cinque compagne un romitorio, affiancato da una piccola cappella dedicata alla Divina Trinità. Scelse un luogo incantevole, immerso in una variegata vegetazione fatta di querce e castagni, ma anche di olivi e alberi da frutto e piante officinali. Un luogo ideale per la meditazione e la preghiera. Lontano dal mondo e, soprattutto, dal modello di vita maschile fatto di guerre, crociate e conquiste. Cremonina investì in quell’opera anche la propria dote, che doveva essere cospicua.

Ma non sempre ebbero vita facile le donne che, come Cremonina, aspiravano alla spiritualità e fuggivano dalle dimore gentilizie cittadine per ritirarsi sui monti in eremitaggio. È il caso di Picciola de’ Galluzzi vedova Piatesi, cognata di Cremonina, che nel 1116 era riuscita a costruire, dopo non poche vicissitudini, una chiesa chiamata Madonna del Monte sul colle di San Benedetto, oggi dell’Osservanza. Altrettanto contrastata sarà la scelta di Diana degli Andalò, la prima seguace di san Domenico.

A ripercorrere le orme tracciate da Cremonina Piatesi fu poi la nipote Raimondina che, nel 1209, ampliò il romitorio e sostituì la cappella con una chiesetta, purtroppo deturpata in epoca napoleonica, quando venne svenduta al marchese Pietro De Lucca che ne fece un luogo per feste da ballo e ricevimenti. Solo nel 1921 l’eremo ritornò a essere un luogo di preghiera, riconsacrato all’ordine di frati mendicanti dei Servi di Maria. Oggi l’eremo di Ronzano ha riacquistato il ruolo di luogo di pace e serenità dedicato alla contemplazione e alla vita spirituale, come era nelle intenzioni della sua fondatrice.

   4.

LUCIA DA SETTEFONTI, UNA PASSIONE SUBLIMATA NELLA SANTITÀ

Amore guarda non con gli occhi ma con l’anima.

WILLIAM SHAKESPEARE

La località sulle colline di Ozzano denominata oggi Passo della Badessa prende il nome da una giovane che volle a ogni costo farsi monaca e che, nel 1142, divenne per l’appunto badessa del monastero camaldolese intitolato a santa Cristina e costruito sul crinale dei calanchi. Un luogo ancora oggi di grande suggestione, quello che accolse l’esistenza di colei che è comunemente nota come beata Lucia.

Questo personaggio, in cui si mescolano storia e leggenda, nacque alla fine dell’XI secolo in una nobile famiglia bolognese. Giovane e bellissima, con una vocazione già potente, trascorreva molto tempo nella chiesa di Santo Stefano per meditare sulla Passione di Cristo riprodotta all’interno. Per assistere alle funzioni e alla messa era solita affacciarsi a una piccola finestra della cella adiacente la chiesa, e lì fu vista da un giovane che non tardò a innamorarsene perdutamente. Quando Lucia si accorse di questo turbamento, si ritrasse nella cella per non mostrarsi più. Si dice che quel giovane, disperato, partì alla ventura e fu imprigionato dai saraceni. Nella sua cella pregò intensamente l’amata Lucia, che nel frattempo era morta. Dopo che ella gli apparve, il cavaliere ottenne la libertà.

Quel giovane è probabilmente da identificarsi con Diatagora Delle Fave, partito crociato nel 1217 e ritornato dopo mille peripezie. Cronologicamente i conti non tornano, ma si sa come sono le storie ammantate di leggenda. Di quella liberazione porta testimonianza un pilastro sormontato da una croce di ferro, che venne fatto erigere nel 1779 lungo la strada che da Bologna porta a Sant’Andrea di Ozzano da un discendente del crociato Diatagora, Paolo Patrizio Fava, che divenne poi arcivescovo di Ferrara. E quelle che dovrebbero essere le catene del giovane cavaliere liberato dalla schiavitù sono ora conservate nella chiesa di Sant’Andrea a Ozzano, dove si trovano anche le reliquie della beata Lucia.

In vita, la monaca aveva avuto un grande desiderio: quello di fondare a Bologna un monastero camaldolese. Desiderio che cominciò a realizzarsi nel 1099, quando sorse sulle rovine di un antico castello un monastero per monache e frati intitolato a santa Cristina, sulla montagna di Stifonti, o Settefonti. Lucia poté così finalmente abbandonare la nobile famiglia in cui era nata e gli agi della vita laica per dedicarsi interamente alla clausura. Una vita di penitenza a cui aderiva con gioia, e una regola applicata con scrupolo: pane, acqua e sale il lunedì, il venerdì, il sabato, durante la Quaresima e per cinque giorni alla settimana nel periodo dall’11 novembre a Natale. Grazie alla sua esemplare devozione fu nominata badessa quando, nel 1149, scomparve la prima reggitrice del convento. Lucia non morì giovane, come farebbe credere la leggenda dell’innamorato crociato, ma tra il 1156 e il 1158, dopo una lunga esistenza. Le venne attribuito il titolo di beata, nel secolo XV, dal venerabile Ambrogio Camaldolese.

A Bologna, nella chiesa di Santa Cristina, c’è un’immagine di Lucia risalente al 1370 attribuita a Simone de Avantiis. E l’attiguo monastero di Santa Cristina in via Fondazza fu costruito proprio dalle suore camaldolesi di Settefonti nel 1247, quando si dovettero rifugiare in città per via dei pericoli dovuti al terreno franoso.

   5.

DIANA DEGLI ANDALÒ, LA PRIMA SEGUACE DI SAN DOMENICO

Abbiate la carità, conservate l’umiltà, possedete la povertà volontaria.

DOMENICO DI GUZMÁN

Essere donne di fede e, soprattutto, voler ricoprire un ruolo nelle istituzioni religiose, nella Bologna del XIII secolo era cosa più ardua e irta d’ostacoli di quanto ci si possa aspettare. Basti pensare alle lotte che dovette affrontare Diana degli Andalò. Nata nel 1201 in una delle più nobili e ricche famiglie ghibelline bolognesi, quella di Andrea Carbonesi (dalla storpiatura del cui soprannome, Andreolo, derivò poi il cognome Andalò), fin da giovanissima decide di dedicarsi alla vita religiosa, scatenando così l’ostilità dei famigliari. In particolare, Diana è attratta dalla predicazione dei frati domenicani che, nel 1217, fondano il loro primo convento in città, presso la chiesa della Mascarella, dove la giovane si reca spessissimo a pregare.

Quando poi giunge a Bologna il fondatore dell’ordine, Domenico di Guzmán in persona, Diana fa a lui voto d’obbedienza e, dopo aver raccolto attorno a sé un piccolo gruppo di giovani bolognesi, cerca di convincere il futuro san Domenico ad approvare la fondazione di un monastero femminile. Ma la famiglia si oppone a questo progetto con tutte le armi in suo possesso e anche il vescovo finisce col dare parere negativo. Allora Diana tenta il colpo di mano: in occasione della festa di Santa Maria Maddalena, il 22 luglio 1221, si aggrega a un folto gruppo di dame che si stanno recando in pellegrinaggio al monastero di Ronzano, dove vivono in eremitaggio delle monache agostiniane, e una volta entrata nel convento chiede di esservi accolta per diventare suora. Lo stratagemma viene però smascherato e i fratelli, incuranti del luogo in cui si trova, fanno irruzione nel convento. Poiché Diana non intende ritornare a casa con le buone, la prelevano senza tanti complimenti e la tengono isolata per un anno senza mai perderla d’occhio. Durante questa prigionia san Domenico, a Bologna con il vescovo di Ostia Ugolino, riesce a farle visita e la trova a letto piena di lividi per le botte ricevute.

Diana, malgrado tutto, non si dà per vinta, e l’anno successivo alla morte di Domenico, avvenuta proprio a Bologna il 6 agosto 1221, riesce finalmente a entrare nel monastero di Ronzano. Il successore di Domenico, fra Giordano di Sassonia, fonda il primo monastero femminile domenicano, intitolato a sant’Agnese, accanto alla chiesa della Madonna del Monte, tra porta San Mamolo e porta Saragozza, dove oggi sorge Villa Baruzziana. Così Diana vi entra, insieme ad altre quattro giovani nobili bolognesi, e riceve l’abito nel giorno dei santi Pietro e Paolo, il 29 giugno del 1223. Tuttavia, nemmeno in convento Diana raggiunge la pace agognata: nel breve volgere di alcuni anni la sua vita è segnata da lutti familiari e poi resa gravosa dalle preoccupazioni per le incerte sorti politiche e dal timore che le soldatesche di Federico II facciano irruzione nel monastero per rappresaglia.

L’esempio di Diana d’Andalò dà vita a un grande fermento tra le dame cittadine che vogliono consacrarsi a Dio e, in pochi anni, nella sola Bologna nascono altri sette conventi domenicani, tra cui quello dove trascorre la sua brevissima esistenza la beata Imelde Lambertini. Quanto a Diana, si spegne a soli trentacinque anni, dopo averne trascorsi tredici nell’agognata casa domenicana di Sant’Agnese.

La reliquia del capo della monaca, riconosciuta beata sotto il pontificato di Leone XIII, nel 1891, viene donata dal marchese Fibbia Fabbri alla basilica di San Domenico, dov’è tuttora conservata e dove si trova anche un dipinto dell’artista bolognese Prospero Fontana che la ritrae mentre pone il suo voto a Dio nelle mani di san Domenico. In altri dipinti è raffigurata con in mano un convento in miniatura, insieme alle consorelle Cecilia e Amata, tutte e tre sollevate sulle torri e i tetti di Bologna.

Diana degli Andalò

   6.

PICCIOLA GALLUZZI, UNA COLOMBA VOLÒ SUL COLLE DELL’OSSERVANZA

La fede consiste nella volontà di chi crede.

SANT’AGOSTINO

C’è un luogo che si nota da qualsiasi punto rialzato della città. E c’è un luogo, naturalmente rialzato, da cui si ammira uno dei più spettacolari panorami cittadini. È il colle dell’Osservanza, dominato dall’imponente costruzione di Villa Aldini. Un luogo perfetto su cui erigere un edificio di culto, visibile a tutti e con la città ai propri piedi. È proprio lì, su quel colle che all’epoca era chiamato di San Benedetto, che nel XII secolo venne costruito uno dei più perfetti esempi di chiesa circolare, dedicata a santa Maria del Monte. A farla edificare fu una donna, una delle tante pie donne che, nell’alto Medioevo, sceglievano il romitaggio religioso come valida alternativa alle costrizioni familiari e anche come dimostrazione di autonomia. Le cronache, restanti sempre sul confine fluido tra storia e leggenda, riportano che nel 1116 la dama bolognese Picciola Galluzzi, figlia di Alberto e appartenente alla turbolenta famiglia guelfa, rimasta vedova di Ottaviano Piatesi, decise di costruire un luogo di eremitaggio dove ritirarsi a vivere con altre consorelle. L’area prescelta era proprio quella del colle di San Benedetto e lì, mentre cominciavano i lavori di costruzione, a Picciola apparve una colomba che, trasportando con il becco legnetti e pagliuzze, compose poco alla volta un grande cerchio sul terreno. Picciola lo interpretò come un segnale divino e chiese conferma di ciò al vescovo di Bologna Vittore II. Questi, dopo che gli comparve in sogno un angelo, diede il proprio consenso a che si costruisse in quel luogo una chiesa di pianta circolare, come indicato dalla colomba. Così avvenne. La chiesa, costruita interamente in mattoni, un cerchio perfetto e orientato secondo i punti cardinali, ospitò nei secoli personaggi di grande rilievo. In primis san Domenico, che sostò nel monastero di Santa Maria del Monte quando era già molto malato e che poi, sentendo approssimarsi la fine, volle spostarsi nel convento domenicano della città per essere seppellito nella chiesa dei suoi frati. Altri santi, da Antonio da Padova a Bernardo da Siena, sostarono nel convento sulla collina di Bologna durante i loro viaggi. Alla protezione della Madonna del colle di San Benedetto venne attribuita dai bolognesi la vittoria riportata nel 1443 nella battaglia di San Giorgio di Piano contro le truppe milanesi.

La pia vedova medievale non avrebbe mai immaginato che quell’edificio, nato per la preghiera e l’esclusione dal mondo, potesse trasformarsi in un luogo di ostentazione del potere. Ci voleva Napoleone, anno del Signore 1805, per farlo. L’imperatore, rimasto incantato dallo splendido panorama, sollecitò il suo ministro Antonio Aldini a realizzare un edificio degno dello spettacolo. Nel giro di pochi anni venne così costruita la bella villa che porta il nome di Aldini e che mantiene, nella parte retrostante, la chiesetta romanica. Ma Napoleone, caduto nel 1815, non poté più godere della visione della città turrita ai suoi piedi, che sette secoli prima aveva incantato Picciola Galluzzi.

   7.

ANGELICA BONFANTINI, LA FONDATRICE DELLA BASILICA DI SAN LUCA

Dall’Oriente, mistica,

lieta, serena aurora

nella città di Felsina

giungesti alma Signora.

PADRE MICHELANGELO GAVAZZI, Inno alla Madonna di San Luca

La Madonna di San Luca non è solo un’immagine di culto per i bolognesi: è un simbolo della città. E forse quello a cui sono più affezionati, tutti indistintamente e in maniera trasversale, cattolici osservanti, atei e mangiapreti. Non stupisce quindi che all’origine di questo luogo-istituzione-simbolo dai caratteri, per così dire, materni, ci sia una donna. A volere e a fondare la chiesa in onore di Maria sul colle della Guardia fu Angelica Bonfantini, bolognese, figlia di Caicle di Bonfantino e di una donna che, neanche a farlo apposta, si chiamava Bologna.

Un personaggio risoluto, Angelica, secondo le cronache. Una giovane donna proveniente da una famiglia benestante, che sentiva imponente il richiamo del misticismo e dell’eremitaggio. Il 10 marzo del 1190, nella casa della madre in via Porta Nova, ricevette in dono da Bologna, alla presenza di un notaio, alcuni terreni di proprietà della famiglia. Due anni dopo Angelica decise di farne dono ai canonici di Santa Maria di Reno, riservandosene l’usufrutto a vita, e a patto che essi l’aiutassero a costruire la chiesa e il monastero che avrebbe poi ospitato gli stessi canonici. L’atto fu formalizzato davanti al notaio Tettacapra il 30 luglio 1192. L’anno successivo l’indomita Angelica intraprese un viaggio a Roma per incontrare papa Celestino III, il quale venne supplicato talmente tanto che alla fine consegnò alla giovane una pietra da lui benedetta, per porla alla

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