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Le grandi battaglie del Medioevo

Le grandi battaglie del Medioevo

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Le grandi battaglie del Medioevo

Lunghezza:
869 pagine
10 ore
Pubblicato:
27 feb 2015
ISBN:
9788854175808
Formato:
Libro

Descrizione

Dalle invasioni arabe alla caduta di Granada: mille anni di scontri e conflitti che hanno segnato la storia dell'umanità

Dagli scontri tra regni romano-barbarici alle successive invasioni, dall'epoca della cavalleria al sorgere delle fanterie premoderne.
Sotto la definizione di Medioevo rientra un intero millennio, nel corso del quale le armi, le tecniche, le strategie militari subirono profondi cambiamenti. Altrettanto estesa è la varietà dei fronti, dalla penisola iberica al Medio Oriente, passando attraverso l’Italia, i territori anglofrancesi e l’Europa orientale. La guerra medievale, inoltre, è contrassegnata da conflitti la cui portata ha rivestito un ruolo cruciale nella storia dell’umanità: lo scontro tra Cristianità e Islam, con la reconquista della penisola iberica a occidente, le crociate e la disperata lotta per la sopravvivenza dell’impero bizantino a oriente; la formazione dell’Inghilterra normanna e il plurisecolare conflitto feudale con la Francia; le grandi invasioni degli imperi nomadi, dagli ungari ai mongoli di Gengis Khan, dagli ottomani a Tamerlano; la lite tra Sacro Romano Impero e papato e le lotte tra guelfi e ghibellini in Italia; il cammino degli svizzeri verso l’indipendenza e la creazione di un’industria del mercenariato. Andrea Frediani racconta i più grandi scontri campali e gli assedi che hanno segnato i principali conflitti medievali, accompagnandoli alla descrizione della contestuale evoluzione degli armamenti, che parte dall’ascia e dalla cotta di maglia per arrivare, dieci secoli dopo, alle prime rudimentali armi da fuoco e al combattente rivestito di piastre di metallo dalla testa ai piedi.

Un autore da oltre 900.000 copie
Andrea Frediani
È nato a Roma nel 1963; consulente scientifico della rivista «Focus Wars», ha collaborato con numerose riviste specializzate. Con la Newton Compton ha pubblicato diversi saggi (tra cui Le grandi battaglie di Roma antica; I grandi generali di Roma antica; I grandi condottieri che hanno cambiato la storia; Le grandi battaglie di Alessandro Magno; L’ultima battaglia dell’impero romano e Le grandi battaglie tra Greci e Romani) e romanzi storici: Jerusalem; Un eroe per l’impero romano; la trilogia Dictator (L’ombra di Cesare, Il nemico di Cesare e Il trionfo di Cesare, quest’ultimo vincitore del Premio Selezione Bancarella 2011); Marathon; La dinastia; Il tiranno di Roma, 300 guerrieri e 300 Nascita di un impero. Sta scrivendo Gli invincibili, una quadrilogia dedicata ad Augusto, iniziata con la pubblicazione di Alla conquista del potere, La battaglia della vendetta e Guerra sui mari. Le sue opere sono state tradotte in sei lingue.
Pubblicato:
27 feb 2015
ISBN:
9788854175808
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Libro

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Le grandi battaglie del Medioevo - Andrea Frediani

A.F.

Parte prima

I grandi conflitti religiosi

La reconquista

Poitiers 732

Poche faccende sono più sorprendenti, nella Storia, della formidabile espansione degli arabi dopo Maometto, che nello spazio di un secolo li portò dall’Asia all’Africa e poi all’Europa. Nel primo continente, in effetti, non dovettero faticare molto; i due imperi principali, persiano e bizantino, logorati dalle lunghe lotte l’uno contro l’altro, non furono in grado di opporre resistenza, scomparendo letteralmente il primo, cedendo cospicue fette del proprio territorio il secondo. Molto, ma molto più faticosa fu per gli eredi del Profeta la conquista dell’Africa, sebbene l’Egitto cadesse nelle loro mani poco dopo la conquista della Siria, all’inizio degli anni Quaranta del VII secolo.

Poi, però, i musulmani si trovarono di fronte a governatori bizantini e tribù berbere che erano ben contenti di poter approfittare del crollo greco, gli uni per rendersi indipendenti da tutto e da tutti, le altre per guadagnarsi alfine quella libertà che avevano ricercato per tutto il periodo della dominazione straniera. Tuttavia, almeno una parte delle comunità indigene si schierò a favore dell’Islam, e ciò fece pesare l’ago della bilancia a favore degli invasori, che impiegarono molto più tempo a sbarazzarsi delle tribù ostili, che dei rimasugli isolati dell’impero; all’epoca dell’ultima conquista di Cartagine, nel 703, gran parte della popolazione greca o latina era emigrata in Spagna o in Sicilia, e i berberi più orientali fungevano da braccio armato dell’Islam nei confronti delle tribù più occidentali.

L’assoggettamento dell’Africa settentrionale poté dirsi completato sotto l’emiro Musa ibn Nusair, al quale si può far risalire l’inizio di quel sorprendente processo per il quale i berberi accettarono i nuovi dominatori e si fusero con essi, con una disponibilità ben maggiore di quella dimostrata nei confronti dei precedenti dominatori latini, vandali e greci. A quel punto, però, la pacificazione in Africa faceva venir meno la prospettiva del bottino, di cui i comandanti arabi si erano valsi per spingere i mori a combattere in favore dell’espansione della fede islamica. E così, la nuova strategia elaborata da Musa fu di portare le razzie e i saccheggi fuori dall’Africa, in quei territori europei la cui punta più meridionale distava solo pochi chilometri da quella nordoccidentale del continente nero.

Toccava quindi alla penisola iberica. Tanto più che da quelle parti c’era maretta. Il regno visigoto, infatti, era in crisi, gravato da lotte per la successione al trono ed escluso dal resto del continente europeo dalla catena dei Pirenei, sotto la quale era stato confinato dalla schiacciante superiorità del regno dei franchi. La tradizione vuole che un governatore cristiano abbia chiamato gli arabi per vendicarsi di uno sgarbo fattogli dall’usurpatore Roderico, ma è più probabile che i musulmani si siano mossi in sostegno dei figli del precedente sovrano, privati della successione dallo stesso Roderico. Sta di fatto che nel corso dell’estate del 711 un contingente di ben 12.000 tra berberi e arabi, al comando del luogotenente dell’emiro, Tariq, sbarcò nei pressi della rocca che avrebbe preso il suo nome, Gibilterra, ovvero il monte Tariq; nell’arco di un trimestre, gli arabo-berberi vinsero i goti a Capo Spartel, entrarono nella capitale Toledo e assunsero il controllo di una buona metà della penisola.

I successi di Tariq scatenarono l’invidia di Musa, che in fin dei conti poteva recriminare di aver mandato il suo subalterno a fare razzie, non a conquistare un paese; quello voleva farlo lui, e a tale scopo si imbarcò anch’egli l’anno seguente, con un contingente ancor più grande. Dopo aver esautorato Tariq, l’emiro conquistò ciò che non era caduto nelle mani del suo luogotenente, ovvero la gran parte del regno germanico, con città come Saragozza, Siviglia e Merida, obbligando i visigoti a ripiegare sulle montagne del nord-ovest, dove fondarono un piccolo regno con Oviedo come capitale. Ma anche lui, a sua volta, aveva travalicato le disposizioni del califfo di Damasco, e cadde in disgrazia presso la dinastia omayyade, che lo fece uscire di scena.

Gli arabi cominciarono a mettere il naso a nord dei Pirenei solo qualche anno più tardi, forse nel 718, ad opera dell’emiro Hurr, contestualmente alla grande offensiva scatenata sul fronte opposto della Cristianità, a Costantinopoli. Al di là della catena montuosa, in effetti, sembrava presentarsi una situazione altrettanto promettente di quella che, anni prima, li aveva spinti a sbarcare in Africa: la dinastia merovingia era in piena decadenza, mentre l’astro carolingio doveva ancora sorgere, e il ducato d’Aquitania, il più meridionale dei distretti franchi, aveva una spiccata propensione per l’indipendenza. La strategia araba era sempre la stessa: compiere razzie con le quali tenere occupati i guerrieri berberi.

Con il fallimento delle operazioni sul fronte bizantino, pare che gli arabi ritenessero possibile raggiungere la capitale dell’impero greco da ovest, passando attraverso Francia e Germania, e a tale scopo intensificarono le loro offensive verso settentrione. Nel 721 le operazioni di saccheggio ebbero un salto qualitativo con la conquista di Narbona ad opera dell’emiro Sham ibn Malik, che si creò così una testa di ponte dalla quale lanciare i suoi raid. Ma il duca di Aquitania, Oddone, era un personaggio assai abile, e l’anno seguente frustrò il tentativo arabo di conquistare Tolosa, attaccando gli assedianti da tergo con un esercito di soccorso e mettendoli in fuga. La disfatta, la prima subita per mano di un principe cristiano, minò il senso di sicurezza degli arabi, reduci da un secolo di vittorie ininterrotte sugli infedeli, e rese la loro minaccia meno pressante; tuttavia, le infiltrazioni continuarono fino all’alta valle del Rodano, alla Borgogna e ai Vosgi, con l’occupazione di Carcassonne e Nîmes nel 725.

Il re visigoto Roderico perde la battaglia e la vita contro i musulmani a Capo Spartel.

Le ambizioni degli arabi, d’altronde, continuavano a essere alimentate dallo stato di estrema confusione che vigeva nel regno franco al tramonto del potere merovingio, dilaniato dalle lotte intestine che avevano minato la coesione dei tre distretti dell’Austrasia, della Neustria e dell’Aquitania di cui si componeva il reame costituito due secoli prima da Clodoveo. Lì erano in atto grandi cambiamenti. Il vero potere risiedeva in Austrasia, dove i ministri del re, i cosiddetti maggiordomi, avevano temporaneamente imposto la propria autorità sull’intero regno; ma alla morte del maestro di palazzo Pipino II a succedergli fu un bambino, e Neustria e Aquitania ne approfittarono per rendersi indipendenti. Pipino aveva avuto anche un altro figlio, illegittimo, che la moglie aveva fatto rinchiudere in prigione per l’assassinio del fratellastro; si trattava di Carlo – in seguito soprannominato Martello –, che in capo a un triennio riuscì a sostituirsi al nipote, ridando competitività all’Austrasia e recuperando il predominio sulla Neustria.

A fare le spese dell’intraprendenza del nuovo maggiordomo fu anche Oddone d’Aquitania, che da lui rimediò una secca sconfitta a Soissons nel 719; ciò non lo rese tuttavia meno refrattario all’autorità del ministro carolingio negli anni seguenti. Il problema, per Oddone, era che senza il supporto di Carlo da nord la pressione musulmana da sud diveniva sempre più insostenibile; anzi, proprio i continui contrasti col re virtuale dei franchi obbligavano il duca a distogliere parte delle energie necessarie alla sua funzione di argine estremo della marea islamica.

I guerrieri arabi

All’epoca delle prime invasioni del dopo Maometto, nessuno sospettava che gli arabi rivelassero un apparato bellico tanto efficace. La loro tradizione, le loro risorse, la loro organizzazione e perfino la disponibilità di materiale umano, non sembravano dar loro alcuna possibilità di competere con le imponenti strutture militari dei due imperi su cui avrebbero in breve tempo prevalso, il persiano e il bizantino. Tuttavia, il dinamismo e la mobilità che essi introdussero nell’arte della guerra con le loro modeste armate costituirono un elemento talmente dirompente nell’evoluzione delle tattiche e delle strategie militari, da valergli successi sensazionali in un arco di tempo sorprendentemente breve.

Secondo la tradizione, fu Maometto a forgiare un primo nucleo di esercito degno di tal nome, imponendo una disciplina, dividendo i fanti da coloro che possedevano un cavallo, identificando le unità con delle bandiere. In tal modo, con non più di 1700 guerrieri riuscì a unificare gran parte della penisola araba sotto il dominio musulmano, lasciando il primo dei suoi successori, Abu Bakr, alle prese con una dura lotta contro gli arabi ancora refrattari alla nuova fede, ma anche in grado di condurre la lotta per la difesa del credo islamico – ovvero la jihad – oltre i ristretti orizzonti delimitati da Mar Rosso e Mar Caspio; solo due anni dopo la morte del Profeta, i musulmani potevano mettere in campo armate per un totale di 50.000 uomini.

I primi eserciti musulmani non erano solo modesti in termini numerici, ma anche estremamente compositi, potendo vantare la presenza di elementi non islamici, come gli arabi cristiani e quelli giudaici, nonché di popolazioni semite dell’Oman e dello Yemen, e di non arabi, come gli ahabish, mercenari africani, forse abissini.

Guerriero arabo. Disegno di Giorgio Albertini.

Tutti i guerrieri si equipaggiavano da soli, il che rendeva la ricerca del bottino una motivazione bellica pari se non superiore al loro zelo religioso. La struttura tribale, caratteristica dell’epoca preislamica, era marcatamente presente nelle armate, parcellizzate, almeno nei primi decenni, in regioni tribali gerarchicamente organizzate in base alla loro anzianità di conversione all’Islam.

Con l’avvento della dinastia omayyade nel 661, che comportò lo spostamento del baricentro islamico dall’Arabia alla più evoluta Siria, il califfato conferì alle forze armate un’identità più definita, accorpando le tribù in confederazioni, chiamate qabila. Il capo tribale, il ru’us al qaba’il, rimase comunque uno degli ufficiali di grado inferiore; sopra di lui, c’erano il quwwad, ovvero il comandante, quindi il quindil’umara al ashar, comandante di decine, e l’ashab al rayat, o portastendardo; gli alti comandi prevedevano il comandante di divisione, o umara al tabiya, l’emiro, e infine i governatori provinciali, o wâli.

In battaglia, gli arabi facevano affidamento soprattutto sulla fanteria pesante, stante la cronica carenza di cavalli nelle zone di provenienza; esattamente il contrario delle armate islamiche dopo il primo millennio, quando la cavalleria leggera dotata di formidabili arcieri avrebbe costituito lo spauracchio degli eserciti bizantini e crociati. Essi usavano schierare pertanto tre linee di fanteria, la prima delle quali costituita da guerrieri muniti di spada; seguivano i lancieri e infine, in terza schiera, gli arcieri, assai meno considerati che non negli eserciti persiani e bizantini. I fianchi erano coperti dalle truppe montate, con i soldati sui cammelli in posizione avanzata, a fare da schermo ai faris, i cavalieri, suddivisi in squadroni (qatiba), cui erano affidate le manovre di aggiramento durante il combattimento.

Col tempo, prese forma il tipico schieramento di battaglia definito khamis ta’biya, strutturato in cinque divisioni, che giunse a compimento nel periodo omayyade: in base ad esso, esistevano un’avanguardia (muqaddamah), un centro (qalb) – dove stazionavano le truppe migliori –, una retroguardia (saqah), cui erano affidate le salmerie, un’ala destra (maymanah) e una sinistra (maysarah), nelle quali era prevista una preponderanza di arcieri.

Le tattiche musulmane risentivano della carenza di materiale umano e della lunga abitudine alla guerra condotta secondo regole d’onore e basata su scaramucce, raid e imboscate, anche notturne; si preferiva lasciare l’iniziativa al nemico e operare in difesa, si concentrava la potenza maggiore sul contrattacco, magari dopo una ritirata simulata (la combinazione tra le due manovre veniva definita karr wa farr), dopo aver disposto formazioni di cavalleria a ranghi molto stretti, con cinque file di profondità. Quando la difesa era condotta nello stesso accampamento, si ricorreva ai lunghi pali delle tende come armi. Sebbene privi di esperienza nella guerra ossidionale, i primi eserciti islamici disponevano di molte risorse per indurre una città dotata di mura alla resa; in genere, ricorrevano alla tattica di fare terra bruciata intorno all’obiettivo, o di attirare la guarnigione all’esterno, ma non disdegnavano l’uso di macchine da assedio.

Il fante arabo, che si schierava su una profondità variabile da otto a undici file, indossava un’ampia tunica aperta sul davanti, detta darra’a, oppure la qamis, a maniche lunghe e di cotone, spesso il mantello e larghi pantaloni (sirwal) stretti in vita dalla classica cintura rossa a strisce, detta mintaqa, i sandali di cuoio o gli stivali morbidi; chi proveniva dalle tribù nomadi indossava sopra la tunica il tipico izar, il lungo abito che si avvolgeva più volte intorno al corpo. All’epoca, i guerrieri preferivano tenere i capelli lunghi, spesso divisi in quattro rigide trecce. Gli elmi non erano sempre presenti: tuttavia, quando un guerriero poteva permettersene uno usava apporvi sopra un imama, una forma primitiva di turbante, o un copricapo di feltro bianco, detto qalansuwa. In epoca omayyade, il colore predominante nel vestiario dei guerrieri era il bianco.

Le armature, più diffuse tra la fanteria che nella cavalleria, erano soprattutto di placche di cuoio indurito, ma anche di metallo. Utilizzata era anche la cotta di maglia, definita dir’, spesso indossata sotto la darra’a, e conservata in una mistura di olio, polvere e sterco di cammello per prevenirne la ruggine; le truppe d’èlite ne indossavano anche due, separate dalla tunica, e alcuni guerrieri particolarmente facoltosi e importanti ne avevano il viso ricoperto, a parte le fessure per gli occhi di cui era dotato il cappuccio. Sovente sopra l’armatura si usava portare una spessa giacca lunga di lana, detta qaba, e uno scialle, il taylasan. Gli scudi, di forma rotonda, erano usualmente di cuoio, di pelle di cammello o di mucca. Gli elmi, a forma conica, erano di chiara derivazione sassanide; spesso lungo i bordi pendeva della maglia di ferro a protezione di viso, guance e collo.

Tra le armi offensive, l’arco, le cui frecce raggiungevano una gittata di 150 metri, misurava un paio di metri ed era costituito da uno o due pezzi di legno. Le lance misuravano due metri e mezzo di lunghezza per la fanteria, oltre il doppio per la cavalleria, e il guerriero usava avvolger loro intorno, a mo’ di pennone, il velo della moglie. Le spade erano considerate l’arma più prestigiosa: corte come il gladio romano, venivano appese più volentieri a una bandoliera, che alla cintura in vita. Daghe e giavellotti completavano l’equipaggiamento.

Nella penisola iberica, comunque, gli arabi si valsero fin dal primo momento di consistenti forze berbere. Si trattava in gran parte di fanteria leggera, naturalmente, il cui indumento era costituito da una mezza tunica che passava sulla spalla sinistra, detta haik. Ai piedi, i berberi calzavano dei sandali con suola di sughero. Uno scudo rotondo era l’unica arma difensiva, mentre per l’offesa usavano una lancia, e anche una fionda, che portavano appesa alla cintola insieme a una piccola borsa per le pietre. Caratteristica era l’abitudine berbera di rasarsi prima di una battaglia.

Tuttavia, Oddone preferiva trattare con i musulmani, piuttosto che con Carlo; legandosi ai primi, in fin dei conti, la catena dei Pirenei gli avrebbe garantito pur sempre un certo grado di indipendenza, mentre ciò che il condottiero carolingio voleva da lui era la sottomissione. Finì quindi per procurarsi alleati proprio a sud, stipulando un accordo con un capo berbero, Otman ben-abi Neza, che controllava il versante meridionale dei Pirenei, e che divenne suo suocero. Ma il sodalizio non durò molto: il nuovo emiro Abd al-Rahman aveva ragione di preoccuparsene, e nel 731 marciò contro il proprio subalterno, costringendolo al suicidio e aprendosi pertanto la strada verso nord. E così ripresero le infiltrazioni, che l’emiro intendeva però condurre in grande stile; nessuna volontà di conquista, a quanto pare, ma l’intenzione di compiere una razzia epocale, soprattutto ai danni delle ricche abbazie della Francia meridionale.

L’esercito musulmano si radunò sull’Ebro e, alla guida dello stesso emiro, si diresse alla volta di Pamplona; quindi superò i fiumi Bidassoa e Irun raggiungendo la Guascogna, mentre un distaccamento si spostava verso Arles. Oddone tentò di fermarlo all’altezza di Bordeaux, ma dovette soccombere e ritirarsi, lasciando agli arabi campo libero per espugnare e saccheggiare la città. A quel punto, il duca non ebbe scelta: il precipitare degli eventi aveva fatto sì che Carlo diventasse il minore dei mali, e a tal fine si precipitò a Parigi, riconoscendo l’autorità del maggiordomo in cambio del suo aiuto per recuperare il ducato.

Intanto Abd al-Rahman continuava ad avanzare verso nord, devastando indisturbato le zone a ridosso della Garonna e della Dordogna; l’assenza di difese nel sud del regno franco gli consentì di dividere in varie colonne il proprio esercito per rendere più capillari i saccheggi; lo interessava soprattutto Tours, con il ricco tesoro dell’abbazia, ma meno di un centinaio di chilometri prima c’era Poitiers, che gli diede un po’ di filo da torcere. Incendiata la cattedrale di Sant’Ilario, l’emiro riprese la marcia alla volta di Tours lungo la strada romana ma, proprio quando aveva appena iniziato l’assedio alla città, venne a sapere che un esercito franco, condotto da Carlo e da Oddone, stava passando la Loira e gli veniva incontro; pare che il condottiero carolingio marciasse valendosi della copertura delle alture per non svelare che all’ultimo istante la sua marcia agli esploratori musulmani.

L’emiro si sentì vulnerabile: i suoi erano carichi di bottino, e la proverbiale mobilità delle truppe arabe, il vero punto di forza degli eserciti musulmani, veniva automaticamente meno. D’altronde, però, abbandonare il frutto di settimane di razzie avrebbe privato Abd al-Rahman dell’ascendente sugli uomini, e soprattutto sui berberi, che facevano del conseguimento del bottino la condizione essenziale per poter continuare a credere che Allah fosse grande: l’emiro e alcuni dei suoi subalterni «videro il disordine delle truppe musulmane che erano cariche di bottino, ma non osarono far dispiacere ai soldati ordinando loro di abbandonare tutto eccetto le armi e il destriero», afferma un cronista arabo.

Il comandante arabo si limitò pertanto ad affidare il prezioso carico alla retroguardia, che fece arretrare su Poitiers, mentre Carlo non sembrava dar segno di volerlo attaccare, e si teneva nei pressi, lasciando che i suoi venissero coinvolti solo in schermaglie. In effetti, il condottiero franco stava aspettando rinforzi; aveva appena concluso delle guerre al nord, e doveva ancora finire di radunare gli effettivi a sua disposizione: frisoni, sassoni, turingi e bavari che aveva ripetutamente sconfitto nelle sue precedenti campagne per consolidare i confini del regno. Consapevole che l’emiro non sarebbe andato lontano, si dispose ad attendere, disponendo comunque uno sbarramento costituito dai fanti pesanti inframezzati dalla cavalleria.

Fu Abd al-Rahman, dopo una settimana nell’ottobre del 732 (o 733), forse il 17, a rompere la tacita tregua, mandando all’assalto le proprie truppe, all’altezza di Moussais. I motivi per andare all’attacco, d’altronde, non gli mancavano: più si prolungava l’attesa, più era probabile che aumentasse l’entità del nemico (le cifre meno iperboliche parlano di 72.000 cristiani e 80.000 musulmani presenti alla battaglia, ma forse i franchi non erano più di 30.000); inoltre le sue truppe, in gran parte leggere, non avrebbero retto all’impatto dell’assalto della fanteria corazzata germanica, caratterizzata, oltretutto, da una prestanza fisica largamente superiore. L’emiro mandò quindi avanti la fanteria situata al centro e la cavalleria dell’ala sinistra, disposta lungo il fiume Clain.

Ma Carlo aveva costituito un muro, e come tale il suo esercito multinazionale passò alla storia: una falange impenetrabile di guerrieri germanici, che apparvero letteralmente «congelati», secondo la felice espressione di un cronista, Isidoro Pacense, finché non misero mano alle spade.

Lo schieramento allestito dal condottiero franco era costituito da un quadrato, al cui interno trovavano posto i contingenti forniti dagli stati satelliti, a comporre un esercito di europei, come fu definito dagli arabi. Carlo aveva comunque avuto cura di disporre più lontano dall’impatto nemico le reclute prive di addestramento e scarsamente equipaggiate, che si era portato dietro per far numero e, soprattutto, per procurare il sostentamento alle vere forze combattenti. Gli assalti dei cavalieri arabi continuarono a infrangersi contro lo sbarramento franco per gran parte della giornata, col solo risultato di sfiancare i musulmani e di renderli vulnerabili al contrattacco; quest’ultimo fu introdotto dalla manovra di aggiramento che Oddone, al segnale convenuto dell’accensione di un fuoco, compì sul fianco destro nemico, con l’obiettivo di raggiungere il campo islamico dove era stato stipato il bottino.

Carlo Martello a Poitiers.

Ormai era quasi sera, e Abd al-Rahman dovette distaccare parte delle proprie truppe ad arginare i movimenti del duca aquitano; una mossa che minò, fatalmente, la consistenza di quella che, ormai, era divenuta un’approssimativa linea di difesa contro la progressiva avanzata franca. La manovra di Oddone fu respinta ma, in compenso, il ripiegamento del fronte arabo finì per trasformarsi in fuga e, dopo che tra i morti fu notato lo stesso emiro, circondato e trafitto dalle lance franche – oppure da un colpo di scure –, in una rotta. Ma il buio aveva preso il sopravvento; Carlo richiamò le sue truppe per farle riposare e predisporle al combattimento che si aspettava di dover proseguire il giorno successivo.

Tuttavia, i musulmani non si trovavano in condizione di continuare la battaglia. Avevano perso il loro capo, erano impacciati dal bottino e ben più stanchi dei cristiani; pertanto, decisero di valersi della loro maggiore mobilità per ritirarsi, lasciando la preda e ritenendo sufficiente aver salvato la pelle. Quando i franchi, il mattino seguente, entrarono nel campo avversario, impiegarono un pezzo a convincersi che non c’era proprio nessuno; tutto quel che trovarono, dopo una cauta ispezione, fu quel che rimaneva del bottino, abbandonato in qualche tenda, che Carlo permise ai soldati di spartirsi, evitando loro l’onere dell’inseguimento. In effetti, colui che sarebbe passato alla Storia come Carlo Martello non aveva alcuna intenzione di favorire l’infido Oddone, privandolo della minaccia da sud e spingendolo a rendersi nuovamente indipendente; il condottiero approfittò quindi della pur valida scusa della mancanza di cavalleria per rinunciare a raggiungere gli arabi in fuga.

Comunque la vittoria, che fosse stata ottenuto in una giornata, o in due come sostengono i cronisti arabi, era stata netta, e ciò che dobbiamo cogliere nelle cifre assolutamente incredibili fornite dai testimoni è il solo fatto che i franchi ebbero pochissimi caduti, gli arabi tanti. E soprattutto, la vittoria di Carlo, sebbene sostenuta dal fondamentale apporto tattico di Oddone, era stato il trionfo del condottiero carolingio, ed ebbe vasta eco in tutta Europa; il maggiordomo poté così giustificare le proprie pretese di predominio sull’intera Gallia e porre solide basi per il conseguimento della corona che, in meno di un secolo, la sua casata avrebbe trasformato da reale a imperiale.

Per quanto riguarda i musulmani, la battaglia di Poitiers/Tours sancì la conclusione della loro spinta propulsiva, che li aveva visti all’attacco dell’Occidente per un secolo esatto, e che aveva già subìto una battuta di arresto quattordici anni prima, davanti a Costantinopoli. Carlo Martello e il suo successore Pipino III, il padre di Carlo Magno e primo re carolingio, ebbero ancora da fare con le incursioni degli arabi, alleati dei signori della Francia meridionale refrattari al dominio carolingio. L’aristocrazia acquitana consentì perfino ai musulmani di occupare Arles e Narbona; ma con lo sgombero definitivo di quest’ultima, nel 759, la catena dei Pirenei tornò a costituire una salda linea di demarcazione tra il regno franco e quella congerie di potentati che andarono costituendosi nella penisola iberica nel corso del Medioevo.

Non esiste rassegna sulle grandi battaglie della Storia che non presenti tra gli episodi chiave lo scontro in terra francese, sulla scorta della celebre opinione di Gibbon, secondo il quale, se Carlo non avesse fermato gli arabi quel giorno, oggi a Oxford si insegnerebbe il Corano. Eppure, il fallito assedio di Costantinopoli del 717/18 appare ben più decisivo per l’evoluzione della storia e della cultura europea, di quello scontro, forse perfino modesto nell’entità degli effettivi, tra un emiro impegnato a fare razzie, e un principe preoccupato, soprattutto, di imporre la propria supremazia sulla regione.

D’altra parte, gli eventi che seguirono immediatamente la battaglia di Poitiers/Tours sancirono, con piena evidenza, che gli arabi d’occidente non sarebbero mai potuti andare molto più in là della penisola iberica. Le contese interne tra le varie branche dell’Islam favorirono la secessione dei berberi africani e separarono definitivamente gli emiri occidentali dal califfato di Damasco. I capi arabi in Spagna non poterono più, quindi, reclutare truppe nel continente nero, né contare sul sostegno dell’autorità centrale, limitandosi pertanto a conservare i loro possedimenti e a difenderli dalla inevitabile riscossa cristiana. Da allora, infatti, uno dei temi centrali del Medioevo sarebbe stata la reconquista dei territori in mano agli arabi; un processo che, nonostante le tante divisioni che li contrassegnavano, richiese ben sette secoli, al punto che la sua conclusione, nel 1492, sarebbe addirittura coincisa con la fine istituzionale dell’Età di Mezzo.

I guerrieri franchi

Siamo molto più informati sugli eserciti di Clodoveo e dei suoi immediati successori, nonché su quelli di Carlo Magno e dei successivi imperatori, che sulle armate franche del periodo in cui il declino dei Merovingi coincise con l’ascesa dei Carolingi. Pertanto, ben poco è certo della tipologia di soldato che combatté a Poitiers, e comunque nella prima parte dell’VIII secolo. Ad ogni modo, possiamo almeno asserire con un ragionevole grado di certezza che le armate condotte da Carlo Martello erano il frutto delle sue conquiste, e pertanto risultavano estremamente composite; in ogni caso, i guerrieri frisoni o sassoni che Carlo aveva soggiogato combattevano in unità etnicamente omogenee al comando di ufficiali franchi.

Nel regno franco, erano tenuti a prestare servizio, fino a un massimo di sei mesi l’anno, tutti gli uomini liberi fino all’età di sessant’anni, inquadrati su base territoriale e posti agli ordini del signore regionale, fosse esso un duca, un marchese, un conte o un vescovo; Carlo Martello affidava l’amministrazione degli scacchieri più delicati ai leudes, i suoi subordinati più affidabili. A equipaggiare i combattenti provvedeva lo stesso signore, oppure quelli della comunità che non andavano in guerra. Il magnate aveva anche l’obbligo di convocare la leva, l’eribanno, mediante la quale gli uomini atti alle armi erano tenuti a presentarsi in assemblea il primo marzo per assolvere i loro doveri militari, che potevano limitarsi al servizio di guardia in postazioni fortificate ed estendersi fino a una campagna fuori i confini.

Guerriero tardo merovingio. Disegno di Giorgio Albertini.

Tra i combattenti più sperimentati si distingueva il corpo degli scara, che costituivano il seguito personale del condottiero e l’unità d’élite dell’esercito. Il soldato che resistette come una statua di ghiaccio all’impatto con la cavalleria araba aveva, con tutta probabilità e almeno per quanto riguardava le prime file, una corazza detta brunia o thorax, un rivestimento di cuoio o tessuto imbottito probabilmente dotato di maniche lunghe perlomeno fino al gomito, sul quale erano disposte delle scaglie, di bronzo, ferro o corno. Tuttavia, non si può escludere che la difesa corporea fosse affidata a una classica cotta di maglia. L’elmo, talvolta con piccola cresta in metallo, era forse accompagnato ai bordi da una copertura di maglia di ferro che ricadeva sulle spalle, lo scudo era rotondo e piuttosto piccolo, al massimo di mezzo metro di diametro. I pantaloni, di lino, erano avvolti sotto il ginocchio da fasce fino alla caviglia. In alcune regioni si usavano stivali, e anche il mantello.

Per quanto riguarda le armi offensive la lancia, nell’ultima parte del fusto, era in ferro, per resistere ai colpi di taglio; prima della punta disponeva di due piccole alette, forse per evitare che affondasse troppo nel corpo dell’avversario, o forse per parare i colpi nemici quando la si usava in affondo. Oltre alla spada e, in alcune regioni, ai giavellotti o alle mazze di legno di melo, caratteristico era lo scramasax, una sorta di lungo pugnale a taglio singolo con impugnatura di cuoio, di legno o di osso, non sempre con la guardia.

Carlo Martello disponeva anche di cavalleria, sebbene in misura largamente minore rispetto alla fanteria; solo in seguito, nell’ultima parte del suo regno, si sarebbe reso promotore di un incremento degli effettivi di cavalleria. A tale proposito, secondo una tesi largamente accettata – ma anche contestata –, il maestro di palazzo seppe intuire prima di molti altri gli straordinari vantaggi connessi all’adozione della staffa, diffusasi probabilmente in quel periodo in Europa: un cavaliere più saldo in sella veniva più difficilmente disarcionato e poteva caricare lancia in resta, con sicurezza ed efficacia maggiori, risultando pertanto un combattente migliore; di conseguenza, Carlo Martello sarebbe stato indotto a secolarizzare i beni ecclesiastici per distribuirli ai suoi vassalli e metterli in condizione di farsi cavalieri.

Che disponessero di staffe o meno, comunque i cavalieri franchi all’inizio dell’VIII secolo erano protetti da una cotta di maglia, oppure da un’armatura a scaglie, da un elmo con nasale, paraguance e paranuca in maglia di ferro, e da uno scudo rotondo più ampio di quello dei fanti; sotto l’aspetto offensivo, colpivano con lancia e spada, e forse anche con l’arco.

FONTI: Fredegario, Cronaca (a cura di), D. Berardino, Genova 1996; Fuller J.F.C., Le battaglie decisive del mondo occidentale, Roma 1988; Gibbon E., Storia della decadenza e caduta dell’impero romano, Torino 1987; James E., The Franks, Oxford 1988; Riché P., I Carolingi, Firenze 1983.

Las Navas di Tolosa 1212

Ai tempi della battaglia di Poitiers era la dinastia degli Omayyadi, diretti discendenti del Profeta, a detenere il potere supremo di un impero sterminato che, proprio in quell’anno, a est aveva raggiunto il Belucistan. Poco dopo lo scontro, a Damasco, sede del califfato, ebbe luogo una sanguinosa rivoluzione che portò all’avvento sul trono di un clan persiano, gli Abbasidi. Allo sterminio omayyade sopravvisse un giovane nipote del califfo che, approfittando della sua origine berbera per parte di madre, fuggì in Africa, dove assunse la guida delle popolazioni che si erano ribellate al dominio degli arabi di Spagna, sempre più divisi tra loro.

Il giovane intuì che la penisola iberica gli offriva la prospettiva di ricreare un dominio per la sua dinastia, e nel 756 vi sbarcò sconfiggendo a Cordoba gli avversari; instaurò così un nuovo califfato omayyade nell’Andalusia, quello appunto di Cordoba, che divenne la città più importante della civiltà altomedievale insieme a Costantinopoli. L’arco temporale di esistenza del califfato, comprensivo di splendore e decadenza, durò tre secoli, al termine dei quali, subito dopo il Mille, si frantumò in una miriade di staterelli, chiamati taifa, che dividevano la penisola con alcuni principati cristiani, allora ancora confinati nell’estremo lembo nordoccidentale, in Galizia, León e Portogallo.

La dissoluzione del califfato permise ai principati cristiani di estendere la propria area di influenza e di dare il via a un principio di aggregazione, sancendo, di fatto, l’inizio della reconquista. L’artefice iniziale del processo fu Ferdinando I, che nel 1037 divenne re di Castiglia e, tramite matrimonio, estese la propria sovranità al León e alla Galizia. Negli ultimi anni del suo regno, rese soggetti alcuni dei principati islamici più settentrionali e nella seconda metà del secolo, l’età di el Cid e di Alfonso VI, le quotazioni cristiane salirono vertiginosamente, guadagnando alla corona anche la Navarra, l’Aragona e parte della Catalogna.

Ma l’Islam aveva un asso nella manica da gettare sul tavolo da gioco. Si trattava degli Almoravidi, una confederazione tribale fondamentalista del Marocco che era venuta assumendo una sempre maggiore importanza nell’Africa settentrionale. Gli arabi di Spagna, divisi e rammolliti, cedettero il testimone della lotta ai più vigorosi confratelli mori, la cui presenza nella penisola iberica, dagli anni Ottanta dell’XI secolo, pose un argine all’espansione cristiana e rinnovò la spinta della jihad.

Ma gli Almoravidi dimostrarono una solidità di gran lunga minore degli Omayyadi. Nell’arco di mezzo secolo, i musulmani erano di nuovo sulla difensiva, grazie all’energica azione di Alfonso I d’Aragona, detto il Battagliero, che conquistò Saragozza e portò ben più a sud la linea di demarcazione tra la sfera di controllo cristiana e quella islamica, permettendo al proprio erede di governare anche la Catalogna. Ormai, la Spagna era letteralmente divisa in due, sebbene etnie e religioni fossero distribuite in maniera tutt’altro che uniforme lungo l’arco dell’intera penisola. Non a caso, a metà del XIII secolo Alfonso VII poté fregiarsi della corona di Castiglia e León, e del titolo di Imperatore in Spagna e re degli uomini di due religioni, guadagnandosi la supremazia su altri stati come la Navarra e l’Aragona, sui conti di Barcellona e Tolosa e su alcuni regni musulmani.

Tuttavia, il processo di fusione era ancora ben lungi dall’essere concluso: l’unione dei due regni principali fu ancora una volta temporanea, e fu proprio questa difficoltà dei cristiani a raggiungere una stabile coesione, a rendere il processo della reconquista uno dei più interminabili della Storia. In quel tempo, ci si misero anche dei crociati tedeschi e francesi a parcellizzare ulteriormente i territori in mano ai cristiani, creando un altro regno: approfittando della debolezza degli Almoravidi, infatti, prima di andare in Terrasanta fecero pratica di lotta all’infedele espugnando nel 1147 Lisbona e scegliendo per il nuovo regno del Portogallo un re in Borgogna, il figlio del duca, Alfonso Enrico.

Eppure, l’Islam aveva nel continente africano un serbatoio inesauribile, in grado di rivitalizzare le sue forze quando il declino le sopraffaceva. Gli Almoravidi avevano appena perso il loro impero in Africa, dove nel 1125 una confederazione tribale fondamentalista proveniente dalle montagne dell’Atlante, gli Almohadi, si era installata al loro posto. Poco prima dello scoccare della metà del secolo, questi ultimi si trasferirono in Spagna, dove soppiantarono in breve tempo i loro correligionari e diedero nuova linfa al blocco islamico, unificando nell’arco di un quarto di secolo i vari stati in cui si era andato frazionando; nel 1172, infatti, cadde nelle loro mani l’ultimo regno, quello di Valencia, alleato del conte cristiano di Barcellona.

L’arrivo della nuova popolazione berbera coincise con una recrudescenza dei contrasti tra i regni cristiani. Dopo la morte di Alfonso VII, i suoi figli, eredi dei regni, guerreggiarono tra loro e con Navarra e Aragona per oltre un ventennio; solo nel 1180 Alfonso VIII di Castiglia riuscì a porre fine alla guerra civile che travagliava il suo dominio e a trattare accordi con gli altri regni. Alleatosi con lo zio Ferdinando, sovrano del León, fu perfino in grado di passare al contrattacco e recuperare parte dei territori perduti a favore degli Almohadi.

Ma questi ultimi erano ancora in salute, e il loro imperatore, Ya’qub, aveva le risorse per reagire. Dall’Africa arrivarono nuove truppe berbere, obbligando Alfonso a promuovere precipitosamente un fronte unico di regni cristiani, richiedendo l’aiuto di Navarra e León. Ma il sovrano non intese aspettare che i suoi alleati gli inviassero soldati, e attaccò da solo gli Almohadi senza neanche aver radunato tutte le truppe di cui disponeva nella sola Castiglia. Lo scontro avvenne il 18 luglio 1196 ad Alarcos, a ovest di Ciudad Real, e si risolse in una disfatta per i cristiani, ad opera di al-Mansur Abu Yusuf. Si disse che fossero caduti in battaglia in 25.000, e lo stesso re se la cavò per un pelo.

In un attimo, i berberi furono in grado di straripare verso settentrione. Città come Madrid, Toledo, Cuenca, Calatrava e Alcalá furono investite dalla loro avanzata, senza che il re castigliano potesse far nulla per fermarli: parrà strano, agli occhi di un contemporaneo, ma Alfonso, in quel frangente estremo, fu ancor più impegnato dal contestuale attacco di León e Navarra, che approfittarono delle sue difficoltà per tentare di soffiargli parti del regno. E ciò ci permette di capire, una volta per tutte, come mai i cristiani abbiano impiegato quasi tutto il Medioevo per espellere i musulmani dalla Spagna…

Alfonso non poté far altro che ricorrere alla diplomazia, stipulando una tregua con i berberi per poter perfezionare gli accordi con gli altri regni cristiani. Entro la fine del secolo i cristiani si erano dati di nuovo una parvenza di unità, sebbene ancora nel 1211 Alfonso IX di León si accordasse con l’emiro almohade contro il suo omonimo castigliano. Questi, peraltro, non aveva esitato a riprendere l’offensiva non appena, nello stesso anno, era scaduta la tregua con i musulmani. Le operazioni si concentrarono nel settore detto Campo di Calatrava, tra il Guadiana e il Guadalquivir; la denominazione traeva origine dalla città che, dal 1156, aveva dato il nome all’ordine di Calatrava, fondato per proteggere Toledo e le rotte verso il Meridione, e gratificato dai re cristiani di cospicui possedimenti nello scacchiere. I cavalieri dell’ordine, privati del loro territorio dopo il disastro di Alarcos, riuscirono a recuperare il castello di Salvatierra, a sud di Calatrava, grazie soprattutto al supporto di Petro II d’Aragona; furono inoltre in grado di bloccare Muhammad III an-Nasir li-Din Allah fino all’arrivo dell’autunno, quando fu troppo tardi, per il califfo, per portare più a nord il suo sterminato esercito.

Nel frattempo, l’insoddisfacente esito della terza crociata aveva ormai reso maturi i tempi perché il papa contemplasse la possibilità di indirizzare verso Occidente, in luogo della Terrasanta, i pii sforzi dei cavalieri europei per guadagnarsi il Paradiso. Innocenzo III decise pertanto di dare una mano ad Alfonso VIII, invocando l’unità dei principi spagnoli e il sostegno degli altri paesi cristiani fuori dalla penisola iberica.

Sulle prime, parve che all’appello rispondessero combattenti per la fede dalle più svariate parti d’Europa, sebbene si trattasse in massima parte di soldati e cavalieri di ventura: «Quando la gente seppe della remissione dei peccati che era garantita a quanti si univano a noi», avrebbe scritto in seguito Alfonso al papa, «allora arrivò un gran numero di cavalieri dalle regioni oltre i Pirenei»; ma poi, nel corso della campagna, gli spagnoli avrebbero avuto modo di constatare come la loro terra esercitasse sugli stranieri un fascino infinitamente minore rispetto alla Terrasanta, ritrovandosi ancora una volta pressoché da soli a combattere contro il blocco almohade, sempre più rinforzato dagli afflussi africani.

I guerrieri della reconquista

È esistito un vero e proprio Far-west anche nel Medioevo. Ed era l’estremo ovest della Cristianità medievale, dove la contiguità con l’Africa musulmana poneva le due religioni l’una di fronte all’altra: un continuo conflitto che ebbe come scacchiere la penisola iberica, nella quale la frontiera tra i due blocchi contrapposti si spostò ripetutamente e, spesso, non ebbe neanche confini ben definiti. La presenza delle mandrie di bestiame e delle fattorie per il loro allevamento, oggetti principali delle razzie, ci offre un’ulteriore conferma delle similitudini con la frontiera americana del XIX secolo.

Il risultato di questo confronto permanente fu una guerra di frontiera fatta solo di rado di grandi battaglie e assedi, e più spesso di raid, razzie, sfide tra signori locali, cavalieri seguiti dalle loro masnade; e come tale, si trattò di una guerra imperniata sul reciproco rispetto e sulle regole della cavalleria, che mai come nel settore iberico trovarono una frequente applicazione. Altrettanto reciproco fu l’influsso esercitato dai belligeranti dei due blocchi, che finì per riflettersi anche sull’organizzazione tattica e sull’armamento, rendendo virtualmente indistinguibili gli uni dagli altri, in processo di tempo, cristiani e musulmani.

Nell’epoca della battaglia di Las Navas de Tolosa, poi, non c’era una reale differenza tra la cavalleria leggera e quella pesante: l’estremo dinamismo della guerra nella penisola iberica aveva prodotto una maggiore tendenza, rispetto ad altre aree geografiche, a valersi di combattenti leggeri. Di cavalieri, in realtà, ve ne erano varie categorie. L’aristocrazia feudale era distinta, a seconda del grado di ricchezza, in ricoshombres, ovvero i baroni, e hidalgos, tutti caratterizzati da rapporti feudali differenti con la corona, a seconda del regno di appartenenza. L’usanza più peculiare vigeva nel León, il regno che più di ogni altro vantava un legame diretto con l’antico reame visigoto; lì un cavaliere aveva il diritto di lasciare il proprio feudo al figlio solo se moriva in battaglia; in caso di morte nel proprio letto, invece, i suoi possedimenti tornavano alla corona.

In linea di massima, nella Spagna orientale, ovvero in Aragona e in Catalogna, l’evoluzione del sistema feudale seguì quella classica vigente in Francia, con l’obbligatorietà del servizio militare, le cui spese erano a carico del combattente. Nel resto della Spagna, i signori combattevano in cambio di rendite feudali, disponendo di un seguito personale, le masnadas, raccolto in base al loro prestigio più che agli obblighi di vassallaggio.

La nobiltà minore, che prestava servizio a pagamento, era costituita dai caballeros, col tempo sempre meno in grado di equipaggiarsi completamente. Un cavaliere iberico del XIII secolo si contraddistingueva, rispetto a quelli degli altri scacchieri europei, per una maggior diffusione di ornamenti nel suo armamento. Il mantello contrassegnava il suo rango, unitamente alla spada e ai colori vivaci; lo scudo era rotondo e di cuoio, con delle nappe sul lato esterno, secondo le influenze andaluse, oppure rettangolare con il lato basso arrotondato, prerogativa esclusivamente spagnola; sopra la cotta di maglia, che mancava di coprire solo la sezione del viso tra occhi e naso, spesso ma non sempre appariva una sopravveste lunga, decorata con motivi moreschi, che ricopriva il corpo e le braccia fino al gomito. In alternativa all’elmo chiuso, si utilizzava volentieri una semplice cervelliera con o senza nasale.

Cavaliere iberico. Disegno di Giorgio Albertini.

Una terza categoria di combattenti era rappresentata dalle milizie cittadine, i cui componenti erano uomini liberi tenuti a prestare il servizio militare al comando di un ufficiale nominato dal re, chiamato juez – mentre le autorità cittadine eleggevano gli alcaldes per le singole campagne –, in tempi e modi diversi a seconda del grado di autonomia detenuto da una città. Tra i soldati di un centro urbano, i più benestanti erano tenuti ad acquistare un cavallo e a prestare servizio come caballeros villanos, ma erano gratificati con l’esenzione dalle tasse e con terre, fino ad acquisire, in progresso di tempo, lo stesso status della nobiltà minore, e perfino l’ereditarietà dei privilegi. D’altra parte, potevano anche perdere tutto se non si facevano trovare equipaggiati di tutto punto nel corso delle ispezioni annuali, che in Castiglia si tenevano due volte l’anno; in tali circostanze, infatti, essi dovevano presentarsi con scudo, lancia, cotta di maglia – o giaccotti imbottiti accompagnati da protezioni agli arti –, elmo di metallo, e in alcuni casi corazzamento per il cavallo. Anche un peone, un cittadino che prestava servizio come fante, poteva entrare nella categoria dei caballeros villanos, qualora avesse raggiunto un determinato livello di ricchezza. Il classico milite cittadino a piedi disponeva di uno scudo rotondo con nappine e di lancia, e solo raramente indossava elmo, corazza metallica e spada.

Un’ulteriore, rilevante categoria era costituita dagli ordini militari, che nella penisola iberica fiorirono con una frequenza perfino maggiore che in Terrasanta, soprattutto nel corso del XII secolo. A loro era affidata la linea del fronte, dovunque si trovasse, e la colonizzazione delle aree sottratte al controllo musulmano. Oltre ai cavalieri ospitalieri e ai templari, che avevano basi soprattutto in Aragona e Navarra, quelli autoctoni erano soprattutto in Castiglia: l’ordine di Giacomo di Compostela, o di Santiago, l’ordine di San Giuliano de Pereyro, poi di Alcántara, l’ordine di Calatrava, l’ordine di Evora, poi di Avis, i cavalieri di Monte Gaudio, poi confluiti nell’ordine templare, quelli di Trujillo, quelli di Trufac, assorbiti dall’ordine di Calatrava, l’ordine di San Giorgio de Alfama; molti di essi erano eredi delle prime comunità religiose di guerrieri lungo la frontiera, chiamate hermanagildas. Nelle loro file, oltre ai confratelli cavalieri e ai sergenti, combattevano anche mercenari, ausiliari musulmani e fratelli di grado minore, affiliati all’ordine.

Tra quanti combattevano nelle file degli eserciti cristiani, infine, vi erano anche truppe musulmane, in particolar modo, i cavalieri leggeri, forniti dalle tribù zanata del Marocco, detti zenetes, poi jinetes in castigliano e genet in catalano; essi si distinguevano per lo scudo a forma di cuore, e disponevano di due o tre giavellotti, sia per il lancio che per l’affondo, nonché di una spada o di un lungo pugnale. Oltre a costoro, agivano come ausiliari i mori dell’Andalusia caduti sotto il controllo cristiano man mano che la reconquista sottraeva territori all’Islam. Definiti mudejar, coloro cui è permesso di rimanere in arabo, costituivano una parte consistente degli eserciti dei regni iberici, e si caratterizzavano per il loro armamento leggero, la barba – resa obbligatoria dalle leggi reali per distinguerli dai miliziani cristiani – e un copricapo a punta.

Ad ogni modo, quando il sovrano di Castiglia passò in rassegna le truppe a disposizione, nel giugno 1212 a Toledo, constatò di poter contare su «2000 cavalieri con i loro scudieri, e oltre 10.000 dei loro servi a cavallo e oltre 50.000 a piedi», guadagnati alla causa spagnola dagli sforzi del vescovo di Narbona Arnaldo, che della penisola iberica era nativo. Tra gli spagnoli, il León si limitò a mantenersi neutrale, mentre Sancho VII di Navarra si impegnò a raggiungere i crociati in un secondo momento.

Il re diede avvio alla campagna il 20 dello stesso mese, iniziando la marcia alla volta dell’Andalusia e ponendo i cavalieri extraiberici all’avanguardia, la fanteria al centro, gli ordini militari sui fianchi e alla retroguardia. La campagna fu inaugurata con la conquista della rocca di Malagón il 24, ad opera dei francesi, che non si fecero scrupoli a sterminarne gli occupanti. La faccenda non piacque al re, e d’altronde i crociati ultrapirenaici già mal tolleravano il clima torrido e la scarsità di sostentamento che contraddistingueva lo scacchiere operativo. Si concordò di proseguire insieme almeno fino a Calatrava, che venne investita dai tre diversi contingenti, francese, aragonese e castigliano. La guarnigione si dichiarò disposta ad arrendersi in cambio della vita e della libertà e i crociati, preoccupati di preservare le difese di una possente roccaforte che intendevano usare in funzione antimoresca, finirono per accettare. La città aprì loro le porte il 1° luglio, dopo cinque giorni di assedio, ma i veri problemi sorsero subito dopo. Alfonso, infatti, nonostante le proteste degli alleati, concesse davvero alla guarnigione la vita e la libertà, contravvenendo allo spirito di intolleranza che permeava i crociati, costato la vita ai prigionieri del precedente assedio.

Nonostante il sovrano lasciasse che il bottino fosse diviso tra aragonesi e francesi, questi ultimi se ne andarono – perfino l’arcivescovo di Bordeaux e il vescovo di Nantes ne ebbero già abbastanza –, e con il re castigliano, tra gli stranieri, rimasero solo i 150 cavalieri agli ordini del vescovo di Narbona; in tutto, forse, le forze della coalizione assommavano a 50.000 uomini. Ciò non distolse Alfonso dal proseguire la campagna, che prevedeva come prossimo obiettivo quella stessa Alarcos che lo aveva visto sconfitto sedici anni prima. Se ne impossessò con le sole forze castigliane – gli aragonesi erano rimasti temporaneamente a Calatrava in attesa dell’arrivo del re Sancho VII di Navarra –, spazzando sull’abbrivio tutte le fortezze che lo separavano dalla zona montuosa della Sierra Morena. Riunitosi con le forze aragonesi e con 200 cavalieri baschi condotti dallo stesso sovrano navarrese, Alfonso valicò le montagne il 13 luglio attraverso il passo di Muradal, dopo aver espugnato lo sbarramento costituito dal castello di Ferral, nel quale operava una guarnigione di 2000 mori.

Al di là del valico, tuttavia, la gola che i cristiani erano obbligati a percorrere li poneva in una difficile situazione tattica, con scarsi approvvigionamenti d’acqua in un territorio arido e brullo: lo spazio di manovra era talmente ristretto che «un migliaio di uomini poteva difenderlo contro la più grande armata del mondo», confidò in seguito Alfonso al papa; per giunta, al termine della strettoia era accampato l’intero esercito nemico, al comando dello stesso califfo. I brillanti risultati conseguiti nella campagna fino ad allora rischiavano di essere vanificati dalla discutibile strategia del re, che infatti, nonostante gli suggerissero di tornare indietro e cercare un altro valico, si incaponì a cercar la vittoria in quel budello, poiché non intendeva «ritirarsi da un affare che riguardava la fede».

Provvidenziale si rivelò la comparsa di un pastore, cui la tradizione assegna perfino un nome, Martin Halaja; costui raccontò ad Alfonso di una stradina seminascosta che risaliva il pendio tra rocce e boschi, e aggirava il punto a valle lungo il quale si era attestato l’esercito moresco; quest’ultimo si trovava presso il villaggio di Las Navas di Tolosa, dove il califfo poteva contare su comode linee di rifornimento con Baeza e Jaén.

Il re fece aprire la strada all’avanguardia, condotta da don Diego Lopez de Haro, il quale si ritrovò, il 14 luglio 1212, effettivamente a nord delle posizioni nemiche, creando una testa di ponte che riuscì anche a difendere da un primo assalto musulmano. In breve, l’intero esercito cristiano lo raggiunse, ma la manovra non preoccupò affatto il califfo almohade il quale, consapevole della propria superiorità numerica – le fonti arrivano a parlare di 600.000 uomini, ma probabilmente non erano più di 125.000 –, optò per un attacco immediato, nella speranza di sorprendere gli avversari ancora provati dalla marcia attraverso le montagne.

In realtà, si trattò più che altro di schermaglie, «quasi come a un torneo», scrisse Alfonso, perché i cristiani si guardarono bene dall’accettare battaglia. Il motivo per cui evitarono di combattere era la volontà di non recare sgarbo al Signore combattendo di domenica; preferirono, piuttosto, trascorrere la giornata a comunicarsi, e il re lasciò volentieri ai vescovi presenti il compito di arringare le truppe in vista dello scontro. Da parte sua, Alfonso tenne consiglio con i guerrieri più esperti, convenendo di dover evitare di subire l’accerchiamento, che il numero largamente superiore del nemico rendeva probabile; a tal fine, concepì uno schieramento caratterizzato da ali rinforzate agli estremi.

Il giorno seguente, anche i cristiani erano pronti al combattimento. Alfonso schierò all’ala destra i portoghesi, affidati all’infante don Pedro, e i baschi di Sancho VII, con le milizie urbane di Avila, Segovia e Medina, mentre all’ala sinistra pose le truppe d’Aragona, al comando dello stesso re Pedro II. Il centro fu costituito dagli ordini cavallereschi, incrementati da un numero imprecisato di serrani, pastori e montanari poco avvezzi alle faccende belliche ma buoni per far numero.

La battaglia ebbe inizio sotto l’incessante musica prodotta dalle trombe e dai tamburi dei musulmani, che si erano posizionati su delle alture i cui pendii, ricoperti di boschi e separati dalla valle mediante fosse percorse da fiumiciattoli, erano estremamente difficili da risalire per un esercito che intendesse mantenere una parvenza di compattezza. Eppure, i cristiani ci riuscirono, sgominando le linee più basse dei mori al centro e all’ala destra con la fanteria, «con la Croce del Signore a precederci e il nostro stendardo della Santa Vergine con suo Figlio impressi sul nostro stemma».

Nella sua relazione al papa, Alfonso parla solo del grande coraggio dimostrato dei suoi, senza fare menzione del fattore probabilmente decisivo. Pare infatti che le truppe andaluse lamentassero la mancata corresponsione delle paghe arretrate; fatto sta che non estrassero neanche le spade, né scagliarono le lance, anzi fuggirono al primo assalto nemico.

Muhammad III, che osservava la battaglia dal suo padiglione posto su un’altura, fu costretto ad arginare personalmente la fuga dei suoi uomini in quei due settori, ma intanto Alfonso immetteva nello scontro anche le riserve; tuttavia, la mossa del re castigliano non determinò un netto cambiamento delle sorti del combattimento, soprattutto perché venne a mancare ai cristiani il supporto dei serrani, datisi anch’essi alla fuga.

Ci volle la propensione alla guerra di montagna caratteristica dei baschi, perché l’equilibrio dello scontro si modificasse a favore dell’esercito cristiano. Capaci di una manovra aggirante lungo le alture, i 200 combattenti condotti da Sancho spuntarono verso mezzogiorno sul fianco destro dei musulmani, mettendolo in rotta. Il centro, faticosamente ricostruito dal califfo, si trovò così col fianco esposto, prestandosi all’assalto dei cavalieri, tra i quali aprì la strada don Alvaro de Lara, vassallo refrattario all’autorità reale. Il cavaliere riuscì a superare lo sbarramento della prima linea, risalendo la strada che portava alla sommità, dove era schierata la guardia del corpo nubiana del califfo – si parla di 30.000 uomini –, arroccata dietro una barriera costituita da pali incatenati l’uno all’altro, che nella tradizione divenne uno sbarramento di guerrieri incatenati tra loro. Altri lo seguirono e il comandante almohade, vistosi perduto, piantò tutti e fuggì alla volta di Baeza, quindi a Jaén, e infine a Siviglia, da dove era partito per la campagna. Di lì, nel gennaio seguente si sarebbe imbarcato per l’Africa con propositi di rivalsa, interrotti dalla morte.

Le truppe musulmane si ritrovarono così come i persiani davanti ad Alessandro Magno al Granico e a Gaugamela, privi di una guida e demoralizzati dalla fuga del loro condottiero. Il loro progressivo ripiegamento si trasformò inevitabilmente in una rotta, sulla quale si abbatté la furia dei cavalieri cristiani: i mori, che si erano

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