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Il giro di Milano in 501 luoghi
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Il giro di Milano in 501 luoghi
E-book759 pagine6 ore

Il giro di Milano in 501 luoghi

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La città come non l'avete mai vista

La città dell’Expo 2015. Una guida straordinaria che vi condurrà fra le strade e i vicoli di una Milano davvero inedita.

Chi ha detto che a Milano da vedere ci sono soltanto il Duomo, il Castello Sforzesco e il Cenacolo? È tempo di riscoprire la città della moda e del design e di far conoscere al turista curioso (ma anche al milanese distratto che non se li ricorda o non li ha mai saputi) tutti i segreti della “New York italiana”. Al di là dei luoghi comuni e dei soliti itinerari, questa guida racconta proprio tutto quello che c’è da sapere: monumenti celebri e curiosità da amatore, aneddoti e chicche nascoste. Dall’architettura agli spazi verdi, dai grattacieli ai templi dello shopping, dai ristoranti agli hotel. Una rilettura della Milano di ieri e di oggi in 501 luoghi, dove scovare il bello dietro l’angolo e vivere la città in modo completamente nuovo.

Quante guglie ha il Duomo?
Perché il Teatro alla Scala si chiama così?
Qual è il parco creato da un conte ungherese?
Cosa sono le “vedovelle”?
Cos’era la “Facchinata del cavallazzo”?
Qual è il grattacielo più alto d’Italia?
Dove si trova l’hotel di 007?
Dove si mangia il miglior risotto?
Qual è la stilista preferita di Nicole Kidman?
Perché a Milano c’è un sommergibile?
Marina Moioli
milanese DOC, ha cominciato a scrivere negli anni Ottanta sulle pagine milanesi del quotidiano «Il Giornale», fondato da Indro Montanelli. Giornalista di lungo corso, ha lavorato per importanti testate nazionali, specializzandosi in turismo, enogastronomia e costume. Per la Newton Compton ha scritto Milano perduta e dimenticata.
LinguaItaliano
Data di uscita21 nov 2014
ISBN9788854170322
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    Anteprima del libro

    Il giro di Milano in 501 luoghi - Marina Moioli

    201

    Della stessa autrice

    Milano perduta e dimenticata

    Illustrazioni di Serena Ficca

    Prima edizione: novembre 2014

    © 2014 Newton Compton editori s.r.l.

    Roma, Casella postale 6214

    ISBN 978-88-541-7032-2

    www.newtoncompton.com

    Marina Moioli

    Il giro di Milano

    in 501 luoghi

    La città come non

    l’avete mai vista

    Newton Compton editori

    Milano è una robusta, onesta stoffa

    su cui ricamare divagazioni.

    Alberto Savinio

    RINGRAZIAMENTI

    Oltre che a mia madre e a mio figlio, che mi hanno supportato (e sopportato) durante i mesi che sono serviti alla stesura di questa guida, un ringraziamento particolare va a parenti, amici e colleghi cui ho carpito (anche a loro insaputa) informazioni e consigli utili: Chiara Bettelli, Anna Di Cagno, Luca Doninelli, Giuseppe Frangi, Isabella e Cecilia Fugazza, Melisa Garzonio, Isa Grassano, Alice Melloni, Olga Mascolo, Gino Pagliuca, Luca Pollini, Elisabetta Rosaspina, Gianluca Roselli, Federico Sozzani.

    Introduzione

    Si fa presto a dire Milano. Ma ci vogliono metodo e pazienza per conoscerla davvero. E tempo per scoprirla. Questa guida, certamente non esaustiva ma il più possibile completa, nasce con l’ambizione di mostrare la città al turista curioso (ma anche al milanese distratto e pigro che ne ha perso la memoria o non si è accorto delle novità spuntate un po’ dappertutto): luoghi, strade e storie di Milano attraverso 501 domande.

    Nella città del design e della moda, infatti, da vedere non ci sono solo il Duomo, il Castello Sforzesco e il Cenacolo. Passeggiando ci si può trovare improvvisamente davanti a fontane che odorano di zolfo, a cammelli e altri animali esotici scolpiti su rilievi di pietra, a enormi orecchie di bronzo usate come citofono, a colonne misteriosamente incise dal diavolo, a pavoni che fanno la ruota e a fenicotteri rosa che si riposano al sole. Ognuna di queste curiosità è legata ad antiche leggende o a vicende del passato, a scelte particolari o a personaggi di una Milano nascosta che non è facile ritrovare e ricordare. Ma in 501 schede non ci sono solo i duemila anni di storia del piccolo villaggio celtico che è diventato una delle più importanti metropoli europee. C’è anche la città moderna e del futuro, che è già diventata la New York italiana. Al di là dei luoghi comuni e dei soliti itinerari, la guida racconta proprio tutto quello che c’è da sapere: monumenti celebri e luoghi nascosti, gente famosa e gente qualunque, aneddoti, miti e segreti. Dall’architettura agli spazi verdi, dai grattacieli ai templi dello shopping, dai ristoranti agli hotel.

    Una rilettura del passato e del presente che svela dove scovare il bello dietro l’angolo e i luoghi da non perdere che raccontano la città di ieri e di oggi, facendo riaffiorare un passato illustre e un presente sempre più multietnico ed effervescente. Dai luoghi classici, che non si possono trascurare, agli indirizzi più sfiziosi, un vademecum da sfogliare con curiosità che non è solo un elenco, ma soprattutto una incondizionata dichiarazione d’amore a Milano e un invito a vivere la città in modo completamente nuovo.

    I.

    Milano e le sue

    architetture

    Case, chiese, palazzi, monumenti

    1. Perché in cima al Duomo

    c’è la Madonnina?

    La Madonnina è l’icona, il simbolo stesso di Milano, ma non tutti sanno come, perché e da quando sta al suo posto in cima alla guglia più alta del Duomo. Per i credenti rappresenta il segno più visibile in città di Maria, Madre di Gesù: alzare lo sguardo verso di lei vuol dire già compiere un gesto di fede.

    Nel XVIII secolo il Duomo, cattedrale dedicata a santa Maria Nascente, era ancora quasi privo di guglie e in continuo stato di lavorazioni, interrotte e riprese varie volte e mai completate. Fu l’arcivescovo Giuseppe Pozzobonelli a decidere di fare innalzare la guglia maggiore. L’opera, che era in discussione da molti anni, venne progettata (nel 1765) e poi realizzata (nel 1769) dall’architetto Francesco Croce e così il Duomo raggiunse la vertiginosa altezza (per l’epoca) di 108,50 metri.

    Sulla cima della guglia, secondo un piano che risale probabilmente alle origini stesse del Duomo, venne posta una statua dell’Assunta (alta 4,16 metri, pesa oltre 900 kg) con lo sguardo e le braccia aperte a implorare la benedizione di Dio verso la città. Inaugurata il 30 dicembre 1774, la Madonnina del Duomo di Milano è il punto più alto della chiesa. La statua venne disegnata dallo scultore Giuseppe Perego e fusa dall’orafo Giuseppe Bini. L’interno della statua conserva uno scheletro metallico che, degradatosi negli anni Sessanta del Novecento, è stato sostituito da un’ossatura in acciaio. Nel corso della seconda guerra mondiale la Madonnina venne coperta da stracci, onde evitare che i riflessi di luce sulla sua superficie dorata da poco rifatta potessero venire usati come punto di riferimento per i bombardieri alleati in volo sulla città, mentre le vetrate della cattedrale furono preventivamente rimosse e sostituite da rotoli di tela. Pur non essendo stato centrato da bombe a elevato potenziale, anche il Duomo venne danneggiato durante i bombardamenti aerei e il suo portone centrale bronzeo mostra ancor oggi alcune ferite da parte di spezzoni di bombe esplose nelle vicinanze.

    Duomo

    piazza del Duomo

    MM1 e MM3 Duomo

    1. Sulla guglia più alta del Duomo svetta dal 1774 la statua in rame dorato della Madonnina.

    2. Quante guglie ha il Duomo?

    Bello e maestoso, il Duomo è il simbolo per eccellenza di Milano e una delle più grandi cattedrali gotiche d’Europa. Patrimonio dei milanesi e dell’Umanità, esprime da secoli, nella sua grandiosità, la devozione verso il Divino. Nel luogo in cui sorge, un tempo si trovavano l’antica cattedrale di Santa Maria Maggiore e la basilica di Santa Tecla, cattedrale estiva. Dopo il crollo del campanile, l’arcivescovo Antonio de’ Saluzzi, sostenuto dalla popolazione, promosse nel 1386 la ricostruzione di una nuova e più grande struttura, che sorgesse sul luogo del più antico cuore religioso della città. Per il nuovo edificio si iniziò ad abbattere entrambe le chiese precedenti: Santa Maria Maggiore venne demolita per prima, Santa Tecla in un secondo momento, nel 1461-1462.

    La nuova chiesa, a giudicare dai resti archeologici emersi dagli scavi nella sacrestia, doveva prevedere originariamente un edificio in mattoni secondo le tecniche del gotico lombardo. Ma nel 1387 Gian Galeazzo Visconti assunse il controllo dei lavori, imponendo un progetto più ambizioso. Il materiale scelto per la nuova costruzione divenne allora il marmo di Candoglia e le forme architettoniche quelle del tardo gotico di ispirazione renano-boema. Il desiderio di Gian Galeazzo era infatti quello di dare alla città un grandioso edificio al passo con le più aggiornate tendenze europee. Arrivarono a Milano architetti, scultori e maestranze provenienti dal centro Europa, attirati dalla grandiosità del progetto. Gian Galeazzo mise a disposizione le cave e accordò forti sovvenzioni ed esenzioni fiscali: ogni blocco destinato al Duomo era marchiato AUF (Ad usum fabricae), e per questo esente da qualsiasi tributo di passaggio. A dirigere il cantiere vennero chiamati architetti francesi e tedeschi, come Jean Mignot, Jacques Coene o Enrico di Gmünd, i quali però restavano in carica per pochissimo tempo, incontrando una scoperta ostilità da parte delle maestranze lombarde, abituate a una diversa pratica di lavoro. La fabbrica andò quindi avanti in un clima di tensione, con numerose revisioni, che nonostante tutto diedero origine a un’opera di inconfondibile originalità realizzata nel corso di molti secoli (tanto che ancora oggi a Milano, di un lavoro interminabile, si dice che è come la fabbrica del Duomo).

    A incantare tutti sono anche le 135 guglie che s’innalzano al cielo e le numerose statue esterne. Tra queste spiccano i bassorilievi di martiri e profeti (san Felice, san Vittore, san Canziano), ma anche le presenze laiche di Dante Alighieri e Arturo Toscanini, il re Vittorio Emanuele o il pugile Primo Carnera. Questa varietà di persone e oggetti (un elmo romano, palle da rugby e attrezzi da montagna) estranei al contesto religioso serve a enfatizzare il fatto che il Duomo rappresenta l’universo e quindi ne ripropone tutta la varietà.

    Duomo

    piazza del Duomo

    MM1 e MM3 Duomo

    3. Qual è la chiesa più grande

    dopo il Duomo?

    Superata in ampiezza solo dal Duomo, la basilica di Santa Maria della Passione si deve al ricco prelato Daniele Birago (1486) che la donò ai canonici regolari lateranensi di Sant’Agostino. I lavori di costruzione, a causa della complessità dell’edificio, coprirono un arco temporale che va dalla fine del Quattrocento alla prima metà del Settecento.

    Nelle cappelle della basilica si trovano dipinti di particolare valore: Il Cristo alla colonna, di Giulio Cesare Procaccini, L’apparizione della Madonna a Caravaggio, attribuita a Bramantino e Il digiuno di San Carlo Borromeo, di Daniele Crespi. Altre rarità sono i due grandi organi intagliati costruiti, tra il Cinquecento e il Seicento, l’uno di fronte all’altro. Quello di destra è di Antegnati, quello di sinistra di Valvassori. Tuttora si tengono concerti a quattro mani di musica classica per organo.

    Basilica di Santa Maria della Passione

    via Conservatorio 14

    Bus 54, 61, 94

    4. Dov’è la basilica più antica

    di Milano?

    Chi percorre via Albricci si imbatte nei resti di un’antica abside fatta di mattoni rossi: si tratta di ciò che è rimasto dell’antica basilica di San Giovanni in Conca in piazza Missori, completamente distrutta nel 1949 per far spazio al progetto di una pomposa via Parigi, in realtà mai realizzata. Ma la sorpresa maggiore è per chi scende a visitare la grande cripta sottostante, con volta a crociera, sotto la quale si intervallano diciotto esili colonne. Infatti, la storia di San Giovanni in Conca parte da lontano, addirittura dal IV secolo. L’edificio oggi rappresenta l’unico esempio di cripta romanica originale esistente a Milano. I resti dell’abside, invece, sono del XI secolo e sono l’ultima testimonianza di una serie di ricostruzioni. C’è però chi parla di un mitreo poi rimaneggiato, ipotizzando un utilizzo sacro che precede il cristianesimo, per via delle tracce del culto pagano di Mithra, il dio iranico nato in una grotta. Mentre il toponimo in Conca deriverebbe dalla scoperta di una grande vasca, forse l’antico fonte battesimale.

    Storia complicata quella di questa chiesa: danneggiata dalle truppe di Federico Barbarossa, alla fine del XIV secolo, San Giovanni in Conca diventò cappella gentilizia dei Visconti che vi deposero le spoglie di Bernabò Visconti (co-signore di Milano insieme ai fratelli Matteo II e Galeazzo II). Fu lui infatti a mutarne l’aspetto, pur lasciando intatta gran parte della struttura romanica. Sconsacrata dagli austriaci e adibita a magazzino dai francesi, nel 1879 passò alla comunità dei valdesi, che ne fecero smontare la facciata per portarla in via Francesco Sforza. Per fortuna, prima che le ruspe completassero l’opera di demolizione dell’edificio i lavori vennero bloccati, salvando così i pochi resti in superficie (una parte dell’abside, imprigionata tra i binari dei tram) e la bellissima cripta sotterranea.

    Basilica di San Giovanni in Conca

    MM3 Missori

    Tram 12, 16, 27

    Bus 54

    5. Dov’è la lapide che ricorda l’Editto di Costantino del 313?

    In una piazzetta lungo l’asse di via Torino sorge un piccolo gioiello artistico: la chiesa di San Giorgio al Palazzo. Le sue origini risalgono al 750 d.C. quando venne fondata dal vescovo san Natale grazie ai finanziamenti del longobardo Rachis, duca del Friuli. L’edificio venne eretto sull’area dell’antico palatium imperiale, che Diocleziano fece erigere quando Milano divenne sede di una di quelle quattro parti dell’impero chiamate tetrarchie, governate da due Cesari e due Augusti: da qui il nome al Palazzo.

    Distrutta e ricostruita a partire dal 1129 in forme romaniche, dal XVI secolo subì una serie di radicali trasformazioni che ne modificarono l’assetto originario. Ai primi del Cinquecento vennero erette alcune cappelle laterali rinascimentali, ma l’intervento più radicale fu quello di Francesco Maria Richini, che, dal 1623, trasformò l’antica chiesa in una nuova struttura barocca in linea con la Controriforma. Nel 1774 fu eretta una nuova facciata, su disegni di Francesco Croce, in sostituzione di quella precedente, rustica e con tre portali rinascimentali, e tra il 1800 e il 1821 Luigi Cagnola risistemò l’interno in chiave neoclassica.

    Nella prima cappella di destra si trova la pala di Gaudenzio Ferrari, San Gerolamo, mentre sulla quarta campata si apre la cappella della Passione, poco più di una nicchia, con volta a botte e altare in marmo. Le pareti sono decorate da un ciclo di tavole di Bernardino Luini, risalenti al 1516.

    Nella chiesa si trovano anche due lapidi, una che ricorda l’Editto di Milano, con cui, nel 313, Costantino concesse ai cristiani libertà di culto, e un’altra che rievoca la presenza di una congregazione di Cavalieri del sacro ordine militare di San Giorgio.

    Chiesa di San Giorgio al Palazzo

    piazza San Giorgio 2

    MM1 Cordusio

    Tram 2, 14

    6. Dov’è la chiesa fondata dal re Desiderio?

    Spoglia e poco appariscente all’esterno, la basilica di San Vincenzo in Prato svela all’interno un impianto architettonico paleocristiano. È una tra le chiese milanesi di più antica fondazione, costruita nella forma attuale tra il IX e l’XI secolo, sui resti di un oratorio cimiteriale di origini romane; una serie di reperti della necropoli si trova murata sul fianco settentrionale della chiesa.

    La prima più antica chiesa fu fondata dal re longobardo Desiderio, nell’anno 770, che la dedicò alla Vergine. Poi mutò dedicazione in San Vincenzo, perché furono trovate le sue spoglie, conservate in urna nella cripta, assieme a quelle di san Quirino e Nicomede, trovate nell’859, e di sant’Abbondio, trovate nel 1000. L’epiteto in Prato fu acquisito perché la struttura è sita nel podere detto Prata, del vescovo Odelperto.

    Nell’806 fu aggiunto alla chiesa un monastero benedettino e, tra il IX e l’XI secolo, i monaci ricostruirono la chiesa ormai cadente, ma sullo stesso impianto e conservandone l’aspetto. Nel 1520 il monastero fu soppresso e nel 1598 la chiesa fu restaurata e adibita a parrocchia.

    Nel 1797, in seguito alle leggi napoleoniche, come molti altri templi italiani fu sconsacrata per divenire magazzino militare, stalla e caserma; nell’Ottocento venne trasformata in fabbrica di prodotti chimici e, curiosamente, il campanile era usato come ciminiera.

    Finalmente, nel 1880-90, su sollecitazione delle commissioni cittadine facenti capo all’Accademia di Belle arti di Brera, l’architetto Gaetano Landriani, responsabile dei restauri alla vicina basilica di Sant’Ambrogio, la restaurò e poi venne ripristinata al culto.

    Basilica di San Vincenzo in Prato

    via Daniele Crespi 9

    Tram 2,14

    7. Cosa resta del Circo Romano?

    Del grande Circo Romano, destinato alle corse dei carri, restano oggi pochi reperti. Era uno dei più grandi di epoca tetrarchica, lungo 470 metri e largo 85, delimitato da un massiccio muro esterno. Venne edificato per volere dell’imperatore Massimiano, tra il III e il IV secolo, sul letto del torrente Nirone, nella parte occidentale della città, in prossimità dei palazzi imperiali e delle nuove mura. L’edificio sopravvisse ai saccheggi di Alarico, tant’è che nel luglio del 604 vi venne incoronato Adaloaldo, figlio di Agilulfo e Teodolinda. Andò probabilmente distrutto nell’aprile del 1162 quando Federico I Barbarossa rase al suolo parzialmente la città.

    Occupava un’area compresa tra corso Magenta, via del Torchio, via Brisa, via Cappuccio, via Circo e via Morigi. Della costruzione originaria si sono conservate parti delle fondamenta delle gradinate, scoperte in alcune cantine di via Brisa e via Morigi, e alcuni residui in muratura in via Circo, isolati dalle costruzioni vicine e visibili in un giardino. Ancora oggi via Circo mantiene grossomodo l’andamento della curvatura dell’emiciclo, che fungeva da raccordo tra le due piste, assunta da edifici moderni sorti all’interno delle rovine della struttura. Nel vicino giardino del museo Archeologico sono visibili un tratto del muro e una torre che costeggiavano l’edificio.

    Resti del Circo Romano

    via Circo

    MM1 Cordusio

    8. Dove è sepolto sant’Ambrogio?

    Seconda chiesa per importanza dopo il Duomo, la basilica di Sant’Ambrogio è un magnifico esempio di architettura romanica lombarda. Venne costruita tra il 379 e il 386 in una zona (Hortus Philipphi) in cui erano stati sepolti i cristiani martirizzati dalle persecuzioni romane. Per questo in origine era chiamata "basilica Martyrum". L’antico edificio, di cui si conosce solo la pianta, è stato ampiamente modificato a partire dal IX secolo. Si sa che fu lo stesso sant’Ambrogio, nel 386, a prelevare i corpi di san Gervaso e san Protaso dalla loro originaria sepoltura e a tumularli solennemente sotto l’altare della nuova basilica, in un sarcofago di marmi pregiati che egli aveva disposto già per la propria sepoltura. Quando sant’Ambrogio morì, nel 397, venne sepolto di fianco ai due martiri, in una tomba separata. Attualmente i resti di Gervasio, Protaso e Ambrogio sono collocati in un’urna d’argento posta sotto l’altare.

    Se non molto resta della originaria basilica Martyrum, sono però rimaste preziose testimonianze dell’epoca. Tra queste, il raffinato sarcofago di Stilicone, attribuito dalla tradizione al generale di Teodosio. All’interno lo sguardo corre subito al fulcro della basilica: il ciborio, un baldacchino ornato da stucchi lombardo-bizantini, sostenuto da quattro colonne romane che racchiude e custodisce il capolavoro dell’arte carolingia: l’Altare d’Oro. La storia racconta che probabilmente nel IX secolo il vescovo Angilberto traslò i resti dei vescovi in un sarcofago di porfido poi ricoperto dal prezioso altare, detto anche di Vuolvinio, dall’autore della magnifica opera che narra gli episodi delle vite di Cristo e, sul retro, di sant’Ambrogio.

    A Sant’Ambrogio, la domenica alle 11:00, la messa è celebrata in latino, con i canti polifonici della cappella musicale ambrosiana.

    Basilica di Sant’Ambrogio

    piazza Sant’Ambrogio 15

    MM2 Sant’Ambrogio

    Bus 50, 58, 94

    9. Qual è il chiostro più segreto?

    In via Cappuccio 7, all’interno di palazzo Ucelli di Nemi, si nasconde uno splendido gioiello segreto di Milano: il chiostro bramantesco di Santa Maria Maddalena al Cerchio. Risale al XV e XVI secolo ed è composto da un grande porticato a due ordini di colonne. Faceva parte del convento di Santa Maria Maddalena al Cerchio, citato per la prima volta in alcuni documenti dell’inizio del XII secolo. Le monache, in gran parte ragazze delle famiglie nobili milanesi, appartenevano all’ordine degli umiliati, fondato nel 1019, e vestivano un abito bianco con un ampio cappuccio (da cui deriva il nome della via in cui si trova oggi il chiostro: via Cappuccio). All’inizio del XIX secolo, con l’arrivo di Napoleone in Italia, molti monasteri furono soppressi e tra questi anche quello di Santa Maria Maddalena. L’edificio fu venduto nel 1811 alla Società dei classici italiani e per più di un secolo subì continue e profonde manomissioni. La chiesa fu demolita, le pitture disperse, gli alloggi trasformati in abitazioni private. Il loggiato superiore fu murato, le finestre ampliate o modificate. Per fortuna il chiostro si salvò perché nel 1915 venne acquistato dall’ingegner Guido Ucelli (futuro fondatore del museo della Scienza e della Tecnologia) che ne curò il restauro ripristinando le strutture originarie.

    Oggi è considerato, a ragione, uno dei luoghi più poetici e suggestivi di Milano. Normalmente chiuso al pubblico, apre eccezionalmente le sue porte per visite guidate su prenotazione.

    Santa Maria Maddalena al Cerchio

    via Cappuccio 7

    MM1 Cordusio

    Tram 27

    10. Quale cascina è attribuita

    al Bramante?

    Quella della cascina Pozzobonelli è una storia triste, di demolizioni e abbandono, che denuncia la distrazione di Milano davanti ai suoi tesori. Quel che resta di uno dei tanti gioielli dimenticati della città si può trovare in via Andrea Doria, appena s’imbocca la strada provenendo dalla Stazione Centrale, sulla destra. Un prezioso edificio di epoca sforzesca, nato per dare fama e rinomanza alla città ducale del Rinascimento, a cui è capitato tutto il peggio che poteva capitare e che oggi sopravvive, in qualche modo, schiacciato dai palazzoni alle spalle, chiuso con un catenaccio, scarabocchiato e sfruttato dai senzatetto.

    Il nome si deve alla famiglia del nobile Gian Giacomo Pozzobonelli, che nella seconda metà del Quattrocento riadattò (forse) un convento per farne la sua dimora di villeggiatura in una zona che cinque secoli fa era abbondantemente fuori dai confini cittadini. Infatti, l’importante costruzione, attribuita nientemeno che al Bramante, sorgeva in piena campagna nelle terre dei Pozzobonelli, estese fra le attuali vie Melchiorre Gioia e Settembrini. Cominciò però ad andare in rovina, con manomissioni e mutilazioni varie, alla morte del cardinale Giuseppe Pozzobonelli, arcivescovo di Milano – noto per la sua abilità diplomatica nel gestire i rapporti tra il Sacro romano impero e la Santa Sede – avvenuta nel 1783. Col tempo, la zona periferica divenne sempre più degradata e anche l’edificio assunse il rango di malandata casa colonica. Finì così che la cascina Pozzobonelli fu abbattuta in più riprese fra il 1898 e il 1907. Oggi restano da vedere solamente l’originaria cappella della villa, con parte del portico che la collegava al palazzo e le colonne in pietra dai capitelli a motivi vegetali, che sorreggono arcate a tutto sesto in cotto. Ma c’è anche un’ultima curiosità da andare a scoprire nelle vicinanze, in via Soperga 44: il gigantesco graffito, dedicato all’edificio, realizzato nell’androne di un palazzo degli anni Trenta da Aldo Bongioanni, un imbianchino che aveva la passione e l’estro della pittura.

    Cascina Pozzobonelli

    via Andrea Doria

    MM1 Loreto

    11. Dove abitava Cecilia Gallerani?

    Palazzo Carmagnola (già Broletto Nuovissimo dal 1515 al 1861) è un edificio quattrocentesco, più volte rimaneggiato nei secoli successivi. La struttura originaria venne realizzata nei primi anni del Quattrocento dai Visconti, come residenza di secondo ordine rispetto ad altre proprietà della famiglia, più grandi e sfarzose. Già nel 1415, infatti, fu donata da Filippo Maria Visconti, duca di Milano, al Carmagnola, famoso condottiero del tempo, che si impegnò nella sua radicale ristrutturazione fra il 1420 e il 1425. Ludovico il Moro, che ne rivendicò la proprietà già negli ultimi anni del XV secolo, ottenne il palazzo per confisca, incamerandolo come regalia, successivamente alla morte di Piero Dal Verme, che a sua volta lo aveva ricevuto in eredità dalla madre Luchina Bussone, figlia del Carmagnola. In quegli anni l’edificio fu sottoposto a grossi lavori di risistemazione, completati nel 1497 con pregevoli colonnati e il passaggio di proprietà all’amante del duca, Cecilia Gallerani, la celebre Dama con l’Ermellino dipinta da Leonardo.

    Con l’entrata dei francesi a Milano, il palazzo nel 1505 venne venduto da Carlo d’Amboise, governatore francese di Milano, a Francesco Bebulco, maestro delle entrate ordinarie. Nel 1515 divenne invece il Broletto Novissimo, in sostituzione del Broletto Nuovo, mentre dal 1605 assolse anche alla funzione di granaio pubblico. Nel 1714 alcuni locali vennero riadattati per ospitare gli uffici del Banco di Sant’Ambrogio e nel 1773 vi fu trasferito, da piazza Mercanti, anche il tribunale di Provvisione, mentre in età napoleonica fu sede della prefettura dipartimentale. Con l’Unità d’Italia il palazzo accolse gli uffici del demanio, subendo ulteriori rimaneggiamenti e adattamenti.

    A partire dal 1943 vi si insediò, invece (fino al 26 aprile del 1945), la legione Muti, comandata da Francesco Colombo. Infine, nel 1947, il palazzo fu adattato da Ernesto Nathan Rogers e Marco Zanuso a sede del Piccolo Teatro di Milano, fondato quello stesso anno da Paolo Grassi e Giorgio Strehler.

    Palazzo Carmagnola

    via Rovello 2

    MM1 Cordusio

    12. Qual è la chiesa dei Re Magi?

    Sant’Eustorgio è una delle chiese più antiche di Milano: fu fondata nel IV secolo e ricostruita nel XIX secolo. Originariamente conteneva le reliquie dei Re Magi, poi trafugate e portate a Colonia da Federico Barbarossa. Nel XIII secolo, però, la struttura assunse un ruolo importante: dal 1227 divenne la principale sede dell’ordine domenicano a Milano.

    Il complesso architettonico è particolarmente articolato. L’interno è costituito da tre navate. Scavi ottocenteschi hanno rivelato l’esistenza di un più antico luogo di culto, la cui abside, unica testimonianza paleocristiana giunta fino a noi, è sotto il coro dell’attuale basilica, che sicuramente ebbe sempre grande rilievo nella vita religiosa della città, come provano la diffusione della leggenda di san Barnaba apostolo (che avrebbe qui battezzato i primi cristiani), la sepoltura del vescovo Eugenio e la memoria delle reliquie dei Re Magi, secondo la tradizione deposti in un sarcofago di donazione imperiale.

    Nei secoli successivi alla fondazione furono aggiunte all’impianto romanico numerose cappelle, principalmente sul lato destro. Due sono le più conosciute: la cappella Brivio, del 1484, che contiene un sepolcro rinascimentale e un trittico di Bergognone; e la cappella Portinari, costruita a partire dal 1462 e voluta dal banchiere Pigello Portinari. Al suo interno, le parti superiori delle pareti sono state affrescate dall’artista Vincenzo Foppa tra il 1466 e il 1468. Nella tomba in stile tardo Gotico, realizzata tra il 1335 e il 1339 dall’architetto e scultore pisano Giovanni di Balduccio, sono custodite le spoglie di Pietro Rosini, conosciuto come Pietro Martire o Pietro da Verona, priore di Como che morì la domenica delle Palme. Il santo, martire nel 1252, fu assassinato da due sicari nella boscaglia di Farga, presso Barlassina vicino a Como. Si dice che fece appena in tempo a scrivere la parola credo nella polvere e subito spirò.

    Il corteo dei Re Magi che ogni anno nella ricorrenza dell’Epifania parte da piazza del Duomo e arriva a Sant’Eustorgio è una delle tradizioni più antiche di Milano.

    Basilica di Sant’Eustorgio

    piazza Sant’Eustorgio 3

    Bus 94, 163

    13. Perché la basilica di San Marco

    è legata a Sant’Agostino?

    Per tutto il tardo Medioevo la chiesa di San Marco, che un tempo si rispecchiava sulle acque dei Navigli, fu la culla degli agostiniani. Secondo la tradizione è stata dedicata a san Marco per riconoscenza dell’aiuto prestato da Venezia a Milano nella lotta contro il Barbarossa, ma le prime notizie certe risalgono al 1254 quando Lanfranco Settala, priore generale dell’ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, fece costruire una chiesa a tre navate inglobando le costruzioni precedenti. La struttura non subì variazioni rilevanti sino al XVII secolo quando, divenuta casa generalizia dell’ordine agostiniano, fu modificata per la nuova destinazione d’uso.

    Nella basilica di San Marco sono numerose le testimonianze artistiche che si ispirano direttamente alla figura di sant’Agostino. Sulla parete del transetto di destra è visibile un affresco dei fratelli Giovanni Battista e Giovanni Mauro della Rovere, detti Fiammenghini. L’opera rappresenta papa Alessandro IV che nel 1256 consegna alla congregazione di Sant’Agostino la bolla dell’Unione. Nella parte inferiore dello stesso transetto, lavori di restauro nel 1956 misero in luce particolari di affreschi trecenteschi attribuiti a Giovannino de’ Grassi, pittore lombardo. Nella cappella Foppa, la prima a destra, sono conservate opere del Cinquecento realizzate da Paolo Lomazzo, con le storie di san Pietro e san Paolo.

    Come ricordato da una targa, la chiesa ha ospitato molti nomi importanti: alla fine del Settecento il giovane Mozart, che dimorò nella canonica per tre mesi. Qui, sempre nel Settecento, fu per lungo tempo organista il grande Giovanni Battista Sammartini (1701-1775), detto il padre della sinfonia nonché il milanese, e nel 1874 fu celebrata la Messa da requiem dedicata ad Alessandro Manzoni e diretta da Giuseppe Verdi.

    Basilica di San Marco

    piazza San Marco 2

    Bus 61

    14. Cosa è successo il 30 dicembre 1485?

    Il santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso sorge in un luogo sacro dai primi anni del cristi