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Forse non tutti sanno che a Roma...
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E-book531 pagine6 ore

Forse non tutti sanno che a Roma...

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Info su questo ebook

Curiosità, storie inedite, misteri, aneddoti storici, e luoghi sconosciuti della Città Eterna

Dall’autrice del bestseller 101 cose da fare a Roma almeno una volta nella vita, oltre 200.000 copie vendute

Storie minime, storie grandi, itinerari “diversi” all’interno della Roma più turistica: un libro-miscellanea che parla della Città Eterna presentando le curiosità romane in forma aneddotica, ma sempre con rigore, fedele tanto alle ricerche storiche, quanto alla tradizione popolare. Si parte dalla curiosità più antica, relativa alla nascita dell’Urbe, fino ad arrivare alla contemporaneità, dall’epoca antica al terzo millennio. Dai personaggi dimenticati, dalla Roma sparita alle prostitute romane, passando per la storia più “alta”, fino a giungere ai laghi comparsi di recente e alla street-art: Forse non tutti sanno che a Roma... è un viaggio che conduce il lettore attraverso il passato, a volte ignorato, di alcuni monumenti, facendogli scoprire itinerari turistici meno battuti, che però raccontano, nel complesso, la storia della città e del suo volto dalle mille sfaccettature.

Forse non tutti sanno che a Roma…

…Il Santuario siriaco sul Gianicolo è stato l’ultimo tempio pagano della città
…A via degli Acquasparta visse Fiammetta, la cortigiana di Cesare Borgia
…Michel de Montaigne scovò una chiesa in cui si celebravano matrimoni fra uomini
…Durante il Rinascimento c’era un ghetto anche per le prostitute e si chiamava l’Ortaccio
Ilaria Beltramme
è nata a Roma nel 1973 e spera di morirci vecchia e felice il più tardi possibile. Appassionata della sua città e di storia dell’arte, è anche traduttrice di fumetti e romanzi. È ancora convinta che il Tevere sia una divinità. Con la Newton Compton ha pubblicato 101 cose da fare a Roma almeno una volta nella vita, 101 perché sulla storia di Roma che non puoi non sapere, Forse non tutti sanno che a Roma... e i romanzi La società segreta degli eretici e Il papa guerriero.
LinguaItaliano
Data di uscita18 nov 2014
ISBN9788854173668
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    Anteprima del libro

    Forse non tutti sanno che a Roma... - Ilaria Beltramme

    2014

    1. …L’Urbe comincia a Pratica di Mare

    C’è un legame sottile fra la città dentro le mura e la sua naturale continuazione fino alla costa e al mare. C’è un filo visibile, per esempio, che unisce Roma a Ostia, figlia dell’Urbe per partenogenesi e prima vera sua provincia. È un filo acquatico che, dal sale del Mar Tirreno, si avvolge intorno alle alghe che punteggiano le rive del Tevere e risale la corrente fino a entrare in città, per bagnarla e darle da mangiare. Il legame non è segreto, Roma appartiene al fiume e, tramite il fiume, al mare. Tutti possono vederlo. Esiste però anche un altro incastro possibile che invece è molto meno evidente e, nei secoli, ha rischiato di essere sommerso da un mare di distanza, dai pericoli delle amnesie, dall’abbandono della dimenticanza. Anche questo secondo incastro ha origine dal mare. E la sua storia racconta di un’altra Roma, nata prima della città dei Sette Colli voluta dai gemelli fondatori Romolo e Remo. Questa storia ci parla dei loro antenati e favorisce quell’innesto citato poco più su che fa dell’Urbe una discendente di Troia. È una storia di eroi, questa. E di miti letterari. Ma Roma comincia a Pratica di Mare ed è arrivato il momento di andare a vedere perché.

    Tutti hanno studiato l’Eneide; tutti hanno sudato sul latino elegante di Virgilio. Ma in quanti ne conoscono il profondo significato politico? A duemila anni dalla morte di Ottaviano Augusto, princeps romano per eccellenza, è giusto affermare che gli esametri virgiliani esaltano le origini di Roma, tessendo un intricato viluppo di sangue e gesta memorabili fra l’eroe primigenio, padre di Ascanio, detto Iulo, e la gens Iulia, cioè la famiglia di Cesare e Augusto, che fondò Alba Longa, da cui più tardi, nell’viii secolo, furono scacciati Romolo e Remo.

    La fuga di Enea con il padre Anchise sulle spalle e per mano il figlioletto.

    Mentre Troia moriva nel fuoco appiccato dagli achei, dunque, alcuni erano riusciti a fuggire. Fra questi Enea, suo padre Anchise e suo figlio Ascanio, che imbarcatisi per salvarsi dall’incendio e dalla schiavitù, viaggiano sette anni in mare sulla falsariga del mito di Ulisse e, alla fine, sbarcano sulle coste dell’antica Lavinium (che non c’entra nulla con quella contemporanea, ma era il nome originario di Pratica di Mare). Una volta toccata terra, Enea si spinge all’interno della Silva Laurentina, cioè la vegetazione costiera che nasconde l’approdo, e arriva alla corte del re Latino, dove – sconfitti Turno e i suoi Rutuli – può sposare Lavinia, la principessa, e fondare con lei una nuova civiltà dalle grandi aspirazioni, così come gli hanno predetto gli dèi. Il mito è chiaro ed è più che conosciuto. Ciò che invece di solito si ignora è che questo mito ha avuto un valore tangibile nella storia romana, cioè su questo evento letterario-mitologico si è costruita la radice culturale dell’Urbe, glorificata infine dagli esametri di Virgilio. Era il i secolo, Augusto regnava su Roma con la sua pax, l’Ara Pacis si stagliava come pietra miliare della civiltà romana arrivata finalmente alla sua maturità e i poeti si resero conto che era giunto il momento di produrre testi che fornissero un fondamento anche storico alla supremazia della gens Iulia e alle loro scelte politiche. Nel frattempo, la tomba di Enea a Lavinium era da sempre una meta di pellegrinaggio, ed era curata con amore da secoli. Lo sguardo poetico di Virgilio volle appuntarsi proprio su quell’episodio, che sì era un mito, ma presentava anche prove reali, visitabili, verificabili. Non si poteva chiedere di meglio per soddisfare la razionalità romana e al tempo stesso esaltarla.

    Dunque c’era una tomba, una prova. E la tomba c’è ancora, immersa nei campi che si distendono nei dintorni del vecchio borgo medievale di Pratica di Mare. Lì, a due passi dall’Heroon di Enea (cioè la sepoltura monumentale dell’eroe), una chiesetta paleocristiana marca il territorio. È un dato importante. Se una chiesa è stata costruita lì, all’inizio del viaggio del cristianesimo, è perché il luogo era potente, frequentato e già sacro. E infatti c’era l’Heroon e insieme all’Heroon c’erano ben tredici altari, disposti ritualmente, pronti a ricevere sacrifici e frequentati da schiere di fedeli fin dal vii secolo a.C.

    Ora, è evidente che dentro quel tumulo arcaico, con moltissima probabilità, non ci sono le ossa di Enea. Ed è evidente che, con altrettanta probabilità, non lo credeva neanche Augusto. Ma a Lavinium contava l’uso continuato e il significato di quel luogo per chi lo visitava, non la sua affidabilità. Non importa il dna di chi è stato seppellito sotto quella collina di terra. Importano i lavori di restauro, invece, condotti già nel iv secolo a.C. Importa il corredo dell’Eroe, la sua lancia, la porta pesantissima e decorata che indicava l’Heroon come un luogo di passaggio fra la vita terrena e l’Aldilà. Quando Dionigi di Alicarnasso, storico della corte augustea, visitò la tomba monumentale nel i secolo, dunque, sentì di trovarsi al cospetto del capostipite della gens che dominava Roma in quel momento e quel sentimento volle trasferirlo nella cronaca che poi scrisse. La tomba di per sé bastava a dare un senso a una linea di comando e ai valori che Ottaviano voleva tramandare attraverso il potere della sua stirpe. È una questione un po’ complicata, ma perfettamente logica, se ci si pensa.

    Tutta l’area circostante, d’altronde, aveva carattere di santuario già da secoli. Questa infatti era anche dedicata a Minerva Gorgona, la dea guerriera della sapienza e della giovinezza alla quale gli adolescenti di Lavinium si rivolgevano nei boschi della Silva, donandole i loro giochi di bimbi e delle statuette che li rappresentavano ragazzi, quando arrivava il momento di diventare adulti. A lei chiedevano protezione tutti, patrizi e plebei, e oggi quell’apparato rituale e i resti di quei regali si conservano in un museo che è una perla nascosta del litorale romano. Un luogo prezioso, da cui non soltanto è possibile partire per andare a visitare l’Heroon, ma dove si può comprendere l’impatto di questa narrazione sulle comunità che guardavano al racconto di Enea come a un inizio. Il Museo archeologico di Lavinium (www.museopomezia.it) è il luogo in cui il mito viene musealizzato, anche grazie a un apparato multimediale che altrove sembrerebbe posticcio, mentre qui fa parte dell’atmosfera soprannaturale del patrimonio che custodisce, la esalta, ce la fa comprendere.

    È viva la sua raccolta, vivo è il corredo di Enea, vivissimo il ricordo di un viaggio per mare che, apparentemente, sarebbe dovuto essere soltanto una fuga scomposta che avrebbe portato a una morte disonorevole e senza sepoltura. Invece quel viaggio sconvolse la costa e l’entroterra per molti secoli a venire. Insomma, Pratica di Mare è come se fosse un altro Palatino. È la prima tappa di un avvicinamento a una città che è anche un sogno e un concetto filosofico in cui l’eternità si mescola alla gloria e al mito. Un sogno che si bagna nell’acqua del mare, prima che in quella del fiume. L’Urbe comincia qui, nelle forme morbide di un tumulo antico in cui era stato seppellito un re-eroe. E non è importante sapere chi sia.

    Statua raffigurante Enea in un'incisione di F. Perrier.

    Busto di Minerva in un'incisione ottocentesca.

    2. …La dominazione dei re etruschi durò un po’ più dei tradizionali cento anni

    Roma ha avuto sette re, di cui due sono stati etruschi. Venivano da Tarquinia, non da Veio. Avevano cioè sangue di mercanti nelle vene e a Roma hanno sostituito le razzie con l’ingegno di chi conquista commerciando; l’esercizio brutale di un’autorità primigenia dei primi dominatori latini e sabini con l’eleganza e l’arte della politica. È così, è scritto. Così si studia a scuola. Così è la verità. Tutto merito di Lucumone, alla cui storia di immigrazione andrebbe prestata molta più attenzione di quanto non si faccia oggi, ogni volta che ripetiamo la filastrocca dei sette re di Roma senza mai soffermarci sulla realtà storica, sul valore intrinseco di questo primo momento della Città Eterna, quando era fragile e nuova, poco meno di una scintilla di ciò che arriverà a essere secoli più tardi.

    La collocazione temporale è unanimemente quella a cavallo fra il vii e il vi secolo. Roma ha poco meno di cento anni, per altri cento godrà del dominio intelligente di una stirpe venuta da una città mercantile. I genitori di questa idea di Roma sono, appunto, Lucumone e sua moglie Tanaquil. L’intelligente Tanaquil che sa leggere la volontà degli dèi e profetizza un futuro felice per la sua famiglia e i loro amici, ai quali è stata preclusa ogni possibilità di successo nell’asfittica società tarquiniese. È questa la ragione che spinse marito e moglie ad andare via dopo aver sentito parlare di una nuova città, appena fondata, in cui gli stranieri erano benvenuti e a tutti venivano offerte possibilità non in base ad astruse leggi di sangue, ma grazie al merito. Lucumone e Tanaquil partirono da Tarquinia pieni di speranze. Sul Gianicolo poi si compì il presagio e i due capirono che Roma sarebbe diventata la loro nuova casa e, quei colli segnati dal grande fiume verde che scorreva ai loro piedi, avrebbero avuto tanto da offrire alla loro famiglia e a chi, come loro, era in cerca di un posto migliore in cui fare fortuna. Un’aquila volò sulla testa di Lucumone e gli ghermì il copricapo per poi poggiarlo di nuovo sul suo legittimo proprietario. Fu questo il segno.

    Fu un segno propizio.

    Roma beneficiò del loro arrivo, che tra l’altro portò con sé una serie di usi ancora specifici dell’antica civiltà romana nel mondo: le tuniche color porpora, le fondazioni del Circo Massimo, la sistemazione del Foro, per esempio, una cinta difensiva in blocchi di tufo e un tempio, il più importante nella storia dell’Urbe, dedicato a Giove, Giunone e Minerva sulla sommità del Campidoglio. E infine la lupa di bronzo, simbolo della città. Ma questo accadde molto tempo dopo che l’aquila mitologica accolse una coppia di migranti alla ricerca di un luogo migliore in cui vivere. E accadde quando Lucumone, che divenne il ricchissimo consigliere del re Anco Marzio, succedette al trono del vecchio re latino diventando Tarquinio Prisco, cioè il primo del suo nome (priscus), proveniente da Tarquinia (i romani erano sbrigativi quando c’era da romanizzare uno straniero). Tanaquil aveva avuto ragione come sempre.

    Inizia così, in una rappresentazione al confine fra storia e leggenda, la famosa dominazione etrusca di Roma. Una dominazione che non si è compiuta a colpi di spade, per una volta, ma con l’abilità di un popolo di mercanti. Fu un’invasione, non c’è dubbio, perché modificò radicalmente la città che li accolse. Ma fu silenziosa e proficua per entrambe le parti. Le famiglie sabine e latine, che dall’inizio erano la classe dirigente di questa neonata collettività si fecero da parte per lasciare il passo a una nuova élite, più colta, più esperta, più raffinata. Un’élite che era entrata a Roma dal Gianicolo e che, nei decenni, aveva trovato un quartiere tutto per sé, dalle parti del Campidoglio, protetta dalle rupi di tufo, a due passi dal Foro, lontana dalla Velia, la sella del Palatino su cui abitarono i primi re italici e poi tutti gli imperatori a venire.

    Lucumone/Tarquinio Prisco ebbe un pronipote, Egerio, che poi dominò su Collazia da lui conquistata, ma alla morte del re, il potere passò a un altro straniero, non etrusco, le cui origini si perdono nel mistero di una storia troppo lontana: Servio Tullio. Successivamente lo scettro del potere tornò nelle mani degli etruschi, con Tarquinio il Superbo e per Roma fu una sfortuna che terminò brutalmente con la morte del tiranno e l’instaurazione di una Repubblica. Due re furono etruschi, dei sette che ebbe la città. Lo ribadiamo, è storia.

    Tarquinio il Superbo getta Servio Tullio dal Campidoglio. Particolare da un'incisione di B. Pinelli.

    La storia raccontata, però, a volte non fa i conti con il tempo e con gli anni che passano. E nella fretta di dare all’Urbe progenitori protetti dagli dèi, con esistenze eroiche che giustifichino il carattere della città e dell’epoca che di questi miti si nutre, è facile che possa scappare qualche dettaglio. Uno, per esempio: possibile che fra Lucumone e Tarquinio il Superbo, fatti tutti i calcoli e tenendo in considerazione il periodo iniziale in cui la famiglia si sarà pur dovuta ambientare, passino soltanto 107 anni? Cioè, come è stato possibile un cambiamento così radicale della civiltà romana e la realizzazione di tante opere in un lasso di tempo relativamente così breve? La storia inciampa. Le fonti si fanno oscure. La verità storica latita, o meglio si fonde con il mito che assume non tanto tratti di realtà, quanto di verosimiglianza.

    Gli storici cominciano a farsi venire il dubbio. Dove sono finiti i discendenti di Lucumone e Tanaquil? Davvero Servio Tullio diventò re al posto di Tarquinio perché benvoluto dalla regina? E davvero Tarquinio Prisco fu ucciso dagli eredi di Anco Marzio che non accettarono una discendenza straniera e soprattutto la loro esclusione dal trono? Poco si sa di come siano andate le cose veramente, e quanti re etruschi ebbe effettivamente Roma fino all’esaurimento della monarchia come forma di governo. Probabilmente, dunque, non furono soltanto sette e, altrettanto probabilmente, furono molti più di due gli etruschi che contribuirono alla formazione di quella romanità primigenia che tanto ispirò i posteri. Dov’è finito, per esempio, l’egerio (cioè povero) Tarquinio (pronipote)? E quel Gneo Tarquinio che pure compare in una testimonianza archeologica scoperta ai piedi del colle capitolino? Questi nomi che aleggiano senza trovare collocazione ci dicono molto. Sicuramente restituiscono gli echi di quella avanzatissima comunità che arrivò a Roma alla spicciolata per commerciare e poi si prese la città a partire dalle rupi di tufo del Campidoglio, come è testimoniato anche, per esempio, dal vasellame recuperato negli scavi dell’Area sacra di Sant’Omobono.

    C’è quindi nell’aria la traccia di una dominazione tutto sommato gentile, uno scontro fra culture più che tra forze, che si concluse a favore degli etruschi maggiormente civilizzati, i quali, nel tempo, si fecero romani regalando conoscenze, usi e parole. Parole importantissime come persona, popolo e mondo, tanto per citarne qualcuna. Parole che trovarono una nuova casa qui, da queste parti, sulle sponde del Tevere, dove si stava costruendo un universo capace di contenerle e di dargli il giusto valore. Il sogno del fondatore si realizzava un giorno dopo l’altro. Per portarlo a compimento fu necessario costruire case, strade, piazze, palazzi e oggetti per arredarli. Accorsero gli etruschi a dare a Roma ciò che le serviva in quel momento. Un fiato di civiltà. Una goccia di eleganza.

    Quando Bruto della gens Iunia scacciò l’ultimo re etrusco, Roma era pronta per fare da sé. Ma non dimenticò mai i regali del suo primo sovrano straniero. Quel Lucumone coraggioso, che se non ci fosse stata la moglie a dirgli cosa fare, non si sarebbe mai fermato sulla vetta del Gianicolo ad aspettare un prodigio.

    Aruspici in osservazione. Da un affresco in una tomba di Vulci.

    3. …La cacciata dei Tarquini e il passaggio all’età repubblicana sono avvenuti dopo uno stupro

    Di Lucrezie nel Rinascimento ce ne sono a bizzeffe. La più nota, Lucrezia Borgia, è simbolo (non si sa quanto corrispondente al vero) di una moralità dubbia, lasciva e di una decadenza che, nel tempo, sono state elette a metafora di una stagione, quella legata al pontificato di suo padre, Alessandro vi, che fu un fiorire di atti inconsulti, manifestazioni di arroganza, esercizi di un potere arbitrario, totale, violentissimo, per giunta farcito di una sessualità malsana. Che bello stigma si porta dietro il nome Lucrezia! Almeno a partire dagli ultimissimi anni del Quattrocento.

    Ma non è stato sempre così. C’è stato un momento della storia in cui quel nome pieno di consonanti è stato considerato, piuttosto, la sineddoche di una serie di virtù le quali, nel corso dei secoli, si sono trasformate in una sorta di pre-requisito fondamentale per la donna perfetta, la perfetta compagna, la perfetta madre di famiglia. Questa sovrapposizione di significati su un nome proprio e sul messaggio profondo che custodisce dentro di sé è avvenuta a Roma, tanto per cambiare, intorno al iv secolo a.C. Per la precisione, quando la città era saldamente sotto la dominazione etrusca e i suoi sovrani avevano solide discendenze tarquiniesi. Finiti i giorni dorati di Tarquinio Prisco e – se diamo credito alle leggende – del suo erede e protetto non etrusco, l’illuminato Servio Tullio, la monarchia romana stava per infrangersi contro gli abusi del suo ultimo re, il crudelissimo Tarquinio il Superbo.

    Roma si trovava in quel momento a vivere con una guerra in corso, gli eserciti si trovavano infatti nei pressi di Ardea che avevano messo sotto assedio. E gli assedi sono spesso un affare noioso, sono una questione di tempo, di pazienza e di lunghe ore trascorse a ingannare i minuti facendo nulla di particolare. La noia assedia a sua volta e, democraticamente, colpisce assediati e assedianti in uguale misura. È lei la vera vincitrice di una guerra combattuta in questo modo. E la noia imperava nel campo romano, dove i comandanti in capo dei soldati cercavano un po’ di sollievo parlando – guarda un po’ – di donne. O meglio, decantando le lodi delle loro mogli che li aspettavano a casa.

    L'uccisione di Tarquinio il Superbo. Particolare da un'incisione di B. Pinelli.

    Fra i capitani annoiati in attesa della caduta di Ardea c’era anche Collatino, figlio di Egerio, a sua volta pronipote del re Tarquinio Prisco che aveva inaugurato la discendenza etrusca a Roma. Il suo era sangue nobile e buono, molto diverso da quello che invece scorreva nelle vene di Sesto Tarquinio, il viziatissimo principe che, quella sera, ascoltava i racconti dei suoi uomini in silenzio. Tutti i soldati intervenuti nella conversazione giuravano sulla fedeltà e l’austerità delle loro rispettive consorti e fu così che nacque la scommessa, fra il vino e le esagerazioni brille di un gruppo di soldati in attesa di un po’ di guerra.

    Decisero all’improvviso: sarebbero piombati a Roma di nascosto e le avrebbero spiate non visti, dentro le loro stesse domus, per vedere chi, fra le mogli del gruppo, fosse effettivamente virtuosa e quale invece ingannasse l’attesa divertendosi troppo. Le trovarono tutte impegnate in banchetti, circondate da ospiti e per nulla contrite nell’angoscia di un marito in pericolo di vita, a combattere per le loro ricchezze e per il bene di Roma. Nessuna si era fatta custode dell’ideale femminile che, in quel momento, la società romana chiedeva alle donne di incarnare. Nessuna si era dimostrata degna dell’appellativo di mater familias perfetta. Nessuna tranne Lucrezia, moglie di Collatino, che invece fu trovata nella sua casa fuori città, a Collazia, intenta a filare la lana mentre aspettava, paziente e virtuosa, il ritorno del marito.

    Collatino, dunque, vinse la scommessa, ma nella stessa sera riuscì a guadagnarsi anche l’invidia di Sesto Tarquinio che, con letteraria precisione, si innamorò di Lucrezia e desiderò possederla a tutti i costi. Nulla fermò il giovane principe, né il pensiero dello sgarbo a un membro importantissimo del suo esercito, né – figuriamoci – lo scrupolo che la donna non ne volesse sapere di lui. Pochi giorni dopo, Sesto partì alla volta di Collazia, ma stavolta cavalcò da solo. Lucrezia era in casa, nella sua camera da letto, pronta per andare a dormire. Sesto arrivò come un ladro e le intimò di concedersi a lui, o l’avrebbe uccisa e poi l’avrebbe lasciata nel letto vicino al cadavere di uno schiavo in modo che il duplice omicidio passasse come un atto di giustizia. Lucrezia, disperata per il suo onore e per quello di suo marito, cedette.

    Quando fu sola, però, incapace di dissimulare la vergogna per la sua virtù così brutalmente violata, fece recapitare al marito un messaggio urgente con cui lo pregava di andare da lei e ne inviò un altro a suo padre, a Roma, con la stessa richiesta. Nel giro di poco, Collatino, il padre di Lucrezia e Lucio Giunio Bruto, grande amico di Collatino e suo compagno d’armi, si incontrarono a Collazia dove fra le lacrime Lucrezia raccontò ciò che era accaduto nella sua camera da letto e annunciò agli uomini che non avrebbe potuto vivere sopportando un’onta così grave. Detto questo, la donna afferrò un pugnale che teneva nascosto sotto la tunica e si suicidò. Fu allora che Collatino e Lucio Giunio Bruto si resero conto che la misura era colma e che Roma non meritava dei sovrani così indegni di una romanità che si stava formando in quel momento e, al contrario, già aveva caratteristiche di probità, severità e austerità, virtù che poi divennero fondanti per il romano vero.

    Bruto giura di vendicare la morte di Lucrezia. Incisione di F. Bertocchi da B. PInelli.

    La leggendaria cacciata dei Tarquini, dunque, si dotò anche di questo tipo di propellente. O meglio, il racconto della cacciata dei re etruschi e l’instaurazione della Repubblica, nei secoli, divenne qualcosa di extrapolitico e spostò il suo asse verso lidi decisamente più alti, verso questioni generali, quelle che stabilivano come dovesse essere e in che modo si dovesse comportare il romano (e la romana) ideale. Il modello che nacque nella camera da letto di Lucrezia, dunque, rimase incollato alla società dell’Urbe per molti secoli a venire e si solidificò ancora di più durante il periodo augusteo, per esempio, quando proprio tutte queste leggende e l’epica narrazione della nascita e dei primi tempi di vita di Roma divennero parte integrante della politica di Ottaviano, il cuore pulsante della sua pax, celebrata nel momento in cui Augusto finalmente ebbe tempo di guardare all’interno della città, piuttosto che continuare ad allargarne i confini in infinite battaglie, come era stato fino a quel momento.

    Con il suo gesto dunque Lucrezia si trasformò in esempio. Alle donne romane fu chiesto di emularla. Sacrificarsi, versare il proprio sangue per la gloria e la dignità dell’Urbe era un gesto benefico, dimostrare continuamente laboriosità e remissività era non soltanto auspicabile, ma addirittura obbligatorio per una matrona repubblicana degna di questo nome. Chi chiamava una figlia Lucrezia, in onore di quella antica ava di un tempo remoto, si aspettava che si conformasse agli ideali espressi dal comportamento integerrimo della Lucrezia primigenia. E – chissà – forse anche questo desiderio esprimevano inconsciamente pure i genitori rinascimentali delle miriadi di lucrezie che nacquero in Italia in quei secoli.

    Tornando alla Roma dei Tarquini, di Bruto e di Collatino, ma soprattutto di sua moglie, infine, possiamo ben dire che un peso enorme ricadde sulle spalle di una donna sfortunata. Che fu martire della dignità e di un sistema di valori, in fondo, tutto maschile. Come a dire che se la sera della scommessa Lucrezia si fosse fatta trovare a divertirsi, poi forse non le sarebbe capitato nulla di grave. E magari la gloriosa Repubblica dei tribuni sarebbe nata con altri auspici, meno rigidi e sicuramente molto meno sanguinosi.

    Busto di giovane partizia rinvenuto alla Farnesina in un'incisione di L. Libonis.

    4. …Il ritratto di Bruto ai Musei Capitolini ci dice che faccia doveva avere il romano perfetto

    La testa è leggermente reclinata in avanti, come un cavaliere che cavalca al passo, tranquillamente, sicuro di sé e del proprio potere. Gli occhi sono immobili, ben aperti e, nonostante le folte sopracciglia, lo sguardo è grave, severo. Ti fissa, ti scruta dentro. I capelli invece sono falsamente spettinati, le ciocche casualmente si appoggiano sul cranio, anche la barba è definita pelo per pelo e circonda una bocca dal taglio duro. L’uomo del ritratto, l’Eroe, ha le labbra sottili leggermente piegate all’ingiù. Dal colore scuro del bronzo, viene fuori pure la struttura ossea del volto, gli zigomi sporgenti, tagliati dalla vita, verrebbe quasi da dire. Questa la descrizione dei tratti del famosissimo busto in bronzo dedicato a Lucio Giunio Bruto, l’eroe che mise fine alla dinastia etrusca dei re di Roma, scacciando Tarquinio il Superbo, e avviò il cammino della Repubblica.

    Era un padre della patria, insomma, un esempio. E doveva ispirare chi si fosse trovato ad ammirare la sua statua che, con ogni probabilità, in origine era equestre, caratteristica che emerge proprio dalla posizione della testa, con il collo leggermente spostato in avanti, come a guardare dall’alto in basso. Dall’alto, probabilmente di un cavallo. Oggi, invece, oltre a essere uno dei pezzi più famosi della collezione dei Musei Capitolini, conservato con tutti gli onori a Palazzo dei Conservatori nella Sala dei Trionfi, nonché uno degli esempi più importanti di ritratto in bronzo, è un busto in cui solo la testa è originale e antica (risale probabilmente al iv o al iii secolo a.C.), mentre il resto del corpo è stato aggiunto nel Cinquecento in concomitanza con la donazione avvenuta al museo nel 1564, da parte del cardinale Pio de Carpi.

    Bruto condanna a morte i propri figli. Particolare da un'incisione di B. Pinelli.

    L’eroe in questa rappresentazione, che non è soltanto importante per lo studio della ritrattistica del periodo repubblicano, ma è soprattutto bellissima da un punto di vista artistico ed estetico, attira quotidianamente folle di visitatori. La sosta nella Sala dei Trionfi è determinante per dire di aver visto la collezione dei Musei Capitolini. Senza il Bruto è come non esserci stati. E infatti di solito bisogna aspettare pazientemente che tutti si siano saziati di quelle fattezze arcaiche, prima di potersi avvicinare ad ammirarlo da vicino, a mettere i propri occhi dentro i suoi e ascoltare il suo messaggio.

    Ce l’ha un messaggio il Bruto capitolino. Lo va urlando, in fondo, dal giorno in cui la sua città lo ha eletto a fondatore di un’istituzione fra le più care dell’Urbe. E ha continuato a stabilire i valori su cui l’istituzione si era fondata anche successivamente, attraverso i suoi discendenti fra cui c’era il Bruto che uccise Giulio Cesare durante le Idi di marzo del 43 a.C. La statua di Lucio Giunio rappresentava il filo che partiva da una singola dinastia, i Giuni, e si dipanava avvolgendo tutta Roma, la sua gente, il suo potere, la sua storia, il complesso sistema di virtù che qui, nelle sfumature di questo bronzo, prendeva una forma fisica, aveva occhi, bocca, barba e capelli e un nome. Un nome che era simbolo di romanità.

    Il Bruto, questo Bruto, inoltre ci parla ancora oggi e, al di là della bellezza dell’opera in sé, affascina e rapisce perché il suo messaggio profondo continua ad avere una voce. Nessuno gli si rivolge più per farsi trasmettere i valori incarnati da quello sguardo carico di gravitas repubblicana, ma la voce aleggia, oggi come ieri. Anche se le sue parole sono ormai una lingua straniera, ognuno di noi si rende conto che hanno autorevolezza, l’autorità del padre della patria, appunto. E, incredibilmente, il merito è tutto in quelle labbra piegate all’ingiù, nello sguardo, nella posizione del collo e nella capigliatura. Nel modo in cui l’artista che ha realizzato il bronzo ha pensato che dovesse essere resa immortale la grana della sua pelle, le sue rughe, i segni che la vita – umanissima – gli ha donato negli anni. Merito del modo che avevano i romani di far parlare Roma attraverso le fattezze dei suoi cittadini più illustri. Perché questo sono i ritratti pubblici dell’epoca, hanno una funzione, rappresentano in modo molto terreno, con tutta l’umanità del soggetto immortalato, concetti profondi che di terreno hanno pochissimo. È un’intuizione unica nel suo genere. Un momento in cui il gusto dei romani si stacca nettamente dai loro maestri greci. Non c’è nella storia un modo uguale a quello scelto da Roma per realizzare un ritratto. E il Bruto capitolino è un simbolo fra i più antichi e meglio riusciti di questa modalità e di queste intenzioni.

    Nella tradizione classica il ritratto dell’Eroe serviva per trasmettere il suo messaggio filosofico e le sue idee, a scapito della verosimiglianza con l’umanità del personaggio. A Roma, con le stesse intenzioni, si applicava un criterio che andava nella direzione esattamente contraria: era l’idea a farsi carne, perché l’idea – in quell’epoca – doveva agire in uomini il cui destino, combattuto e guadagnato, si era inciso nei loro tratti. Tratti drammaticamente dignitosi, segnati dalle intemperie e da una vita di lavoro duro, onesto, che li ha forgiati. È un verismo funzionale, dicono gli studiosi, forse (il forse è fondamentale) ispirato addirittura alle maschere funerarie in cera, che se così fosse sarebbero le capostipiti della ritrattistica romana del periodo. E infatti la società romana è un’altra delle cose ritratte in questo bronzo, insieme al liberatore. Quella che ha prodotto quest’opera era una società che permetteva ai membri più importanti delle gens lo ius imaginum, cioè il diritto a mostrare pubblicamente i propri avi defunti, come segno dell’antichità della stirpe e del suo contributo fornito, in altre epoche, alla grandezza del sogno di Roma. Era un privilegio poter sfilare nelle cerimonie importanti con i ritratti dei propri antenati. E quei ritratti erano la copia conforme del viso del defunto, ne tracciavano la storia, che non era sempre una storia di bellezza. E perciò erano inclementi con i segni del tempo, le rughe, le imperfezioni. Se c’è una cosa che incanta nei tanti busti delle persone note e comuni custoditi nei musei romani è proprio l’espressività che trasmettono a rivelare il loro carattere, le loro aspirazioni. Come non rimanere affascinati, per esempio, nella sezione dedicata ai ritratti della dinastia Flavia di Palazzo Massimo alle Terme. I visi delle matrone, molto spesso ricche signore di campagna, cresciute lontano dalla raffinatezza dell’Urbe, sono quelli di attrici giudicanti della politica romana. A volte pare di riconoscere una microespressione di disapprovazione, altre l’orgoglio un po’ arrogante di sentirsi arrivate, protette dai privilegi che la famiglia dell’imperatore assicurava ai suoi esponenti.

    Statua raffigurante una matrona romana. Incisione di F. Perrier.

    Con il Bruto accade la stessa cosa. Con la differenza che quella statua aveva carattere pubblico, era celebrativa di un’epoca già antica di tre secoli (se la datazione è corretta), già idealizzata. E quindi l’umanità dell’uomo che scacciò il tiranno è qui qualcosa di forte, di immutabile, non soggetta a sentimenti meschini come, per esempio, la ricerca del potere fine a se stessa. Viene quasi naturale credere che il Bruto che uccise Cesare abbia fissato a lungo gli occhi severi del suo antenato per darsi forza quando decise di commettere l’assassinio. Anche lui avrebbe dovuto uccidere un tiranno. In quel momento, ne siamo certi, il i e iv secolo si sono toccati, i destini di un’intera dinastia si sono confrontati e hanno consolidato un’alleanza e una continuità fra antenati che a Roma erano sacri.

    La forza di questo bronzo, a distanza di quasi tre millenni, non è per niente diminuita. Oggi siamo spettatori di quell’impegno e di quel rispetto per la sacralità degli antenati di Roma antica. Ci concediamo il lusso di guardare negli occhi un romano antico, di guardarlo sul serio, con il doppio privilegio di poter percepire il soffio vitale dell’essere umano e allo stesso tempo un pezzo fondamentale della storia della Città Eterna. Le leggende più importanti del passato romano sono impigliate in quei capelli a ciocche; i valori della Repubblica si celano nelle sue labbra piegate all’ingiù; la dura vita nella città arcaica e la sua opera di pacifica convivenza con una natura spesso devastante è incisa in ogni ruga e nello sguardo severo di quegli occhi. Che ci guardano. Mentre li guardiamo, ignari di tanta fatica.

    5. …Con le tabellae defixionum si scagliavano terribili maledizioni

    Era un’altra Roma distesa alla foce del Tevere. Una Roma che serviva sua sorella maggiore, proprio in virtù di una posizione invidiabile, come primo avamposto di civiltà sulle coste dell’Urbe. Da Ostia passava ogni bene che poi sarebbe finito nelle domus dell’Urbe e per questo godeva di una ricchezza e di una serie di privilegi amministrativi praticamente unici nel panorama politico romano. E non è un’emozione difficile da evocare quando si passeggia nel sito archeologico sulla via del Mare. Ostia Antica concede l’immenso privilegio di sentirsi per una volta veramente dei viaggiatori nel tempo, merito di uno scavo gigantesco in cui sopravvivono muri, abitazioni, pavimenti, dipinti, templi, luoghi pubblici e tombe per ettari ed ettari di estensione. Ci si perde con gioia a Ostia Antica, ci si incontra nei viali ed è facile scambiarsi occhiate emozionate con perfetti sconosciuti, compagni occasionali di una meraviglia unica che rivaleggia con Pompei e vanta uno stato di conservazione irripetibile.

    Sono quei colpi di fortuna che regala la sfortuna. E non è soltanto un gioco di parole ozioso, visto che se riusciamo a godere di un patrimonio così determinante per la conoscenza della società romana lo dobbiamo unicamente all’impossibilità dei suoi abitanti originari di vivere nella prima sede dislocata dell’Urbe, a causa degli attacchi dei pirati saraceni nel ix secolo d.C. e il conseguente, inesorabile spopolamento di Ostia da parte dei suoi cittadini. Fu un esodo vero e proprio e a nulla, in fondo, servì il riparo fra le fortificazioni di Gregoriopolis, l’insediamento voluto da papa Gregorio iv proprio per proteggere gli ostiensi dagli assalti dei mori. La città morì poco alla volta, ma poi morì del tutto. Non rimasero che pochi disgraziati, a cui, nei secoli si andarono ad aggiungere altri contadini, ma già allora – dopo il ix secolo appunto – l’asse si era spostato poco più in là (più o meno nei pressi del borgo di Giulio ii e la chiesa di Santa Aurea). Ostia rimaneva sempre la dogana di

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