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valutazioni:
4/5 (1 valutazione)
Lunghezza:
2.904 pagine
31 ore
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854125803
Formato:
Libro

Descrizione

• Le notti bianche
• Delitto e castigo
• Il giocatore
• L’idiota
• I demoni

Introduzione generale di Fausto Malcovati
Premesse di Chiara Cantelli, Luisa De Nardis, Fausto Malcovati, Mauro Martini
Edizioni integrali

Le opere qui raccolte del grande scrittore russo sono pietre miliari e imprescindibili punti di riferimento per gli amanti della letteratura; sono dei classici: quindi, secondo la definizione di Calvino, hanno sempre qualcosa di nuovo da dire, al lettore di cento anni fa come a quello contemporaneo; a chi vi si accosta per la prima volta, a chi vuole riscoprirne la bellezza con l’ennesima lettura. Sono scorrevoli e mozzafiato come thriller, eppure raggiungono profondità filosofiche.
Alla costante ricerca di un equilibrio finale e definitivo tra il bene e il male, l’autore ci regala pagine di grande impatto emotivo, dove il passo dei protagonisti è segnato dal dolore e dal sentimento di perenne inadeguatezza sociale, culturale o esistenziale. I suoi personaggi, densi di una vita interiore quasi tangibile, si esprimono con l’urlo della rivolta all’ingiustizia, o con i racconti sussurrati degli umili, con i monologhi dell’intelligenza lucida che vuole approdare alla verità, ma si perde alla fine nel buio del dubbio, nel ritmo lento e contraddittorio, o precipitoso e violento delle azioni e del pensiero. I suoi romanzi sono costruiti dalle anime nere, i “cattivi” agiscono e tessono le trame della storia, raccontata con scrittura indagatrice, impietosa, incalzante; tutto finirebbe nel baratro della distruzione e dell’autodistruzione, se non splendesse oltre il tunnel una luce: lo sguardo luminoso del principe Myškin, o l’introspezione dolorosa di Raskòlnikov. Raggi di sole nella tempesta, consentono all’autore non rassicuranti certezze, ma almeno la possibilità di domandarsi: si può sperare?



Fëdor M. Dostoevskij

Fëdor Michajlovic Dostoevskij nacque a Mosca nel 1821. Da ragazzo, alla notizia della morte del padre, subì il primo attacco di epilessia, malattia che lo tormentò per tutta la vita. Nel 1849 lo scrittore, a causa delle sue convinzioni socialiste, venne condannato a morte. La pena fu poi commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia e nell’esilio fino al 1859. Morì a San Pietroburgo nel 1881. È forse il più grande narratore russo e uno dei classici di tutti i tempi. Le sue opere e i suoi personaggi, intensi, drammatici, affascinanti, sono attuali e modernissimi. La Newton Compton ha pubblicato L’adolescente, Delitto e castigo, I demoni, I fratelli Karamazov, Il giocatore, L’idiota, Memorie dal sottosuolo, Le notti bianche - La mite - Il sogno di un uomo ridicolo anche in volumi singoli.
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854125803
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Grandi romanzi - Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Indice

Introduzione di Fausto Malcovati

Nota biobibliografica di Luisa De Nardis

LE NOTTI BIANCHE

Premessa di Luisa De Nardis

Notte prima

Notte seconda

Storia di Nasten’ka

Notte terza

Notte quarta

Mattino

DELITTO E CASTIGO

Premessa di Chiara Cantelli

Parte prima

Parte seconda

Parte terza

Parte quarta

Parte quinta

Parte sesta

Epilogo

IL GIOCATORE

Premessa di Mauro Martini

L’IDIOTA

Premessa di Mauro Martini

Parte prima

Parte seconda

Parte terza

Parte quarta

I DEMONI

Premessa di Fausto Malcovati

Parte prima

Parte seconda

Parte terza

247

Titolo originale: Belye noči, traduzione di Luisa De Nardis; Prestuplènie i nakazànie, traduzione

di Vittoria Carafa de Gavardo; Igrok. Iz zapisok molodogo čeloveka,

traduzione di Mauro Martini; Idiot, traduzione di Federigo Verdinois

rivista e aggiornata a cura di ’verso; Besy, traduzione di Margherita Santi-Farina

Prima edizione ebook: dicembre 2011

© 2002, 2010 Newton Compton editori s.r.l.

Roma, Casella postale 6214

ISBN 978-88-541-2580-3

www.newtoncompton.com

Edizione elettronica realizzata da Gag srl

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Grandi romanzi

Le notti bianche, Delitto e castigo, Il giocatore,

L’idiota, I demoni

Introduzione di Fausto Malcovati

Edizioni integrali

Newton Compton editori

Introduzione

«Dapprima ho ammirato Dostoevskij per quello che mi aveva rivelato sulla natura umana. Rivelare è la parola: poiché nelle sue pagine ci parla di ciò che sappiamo ma che rifiutiamo di conoscere. Poi, molto presto, nella misura in cui io vivevo più drammaticamente il dramma della mia epoca, ho amato in Dostoevskij colui che ha vissuto ed espresso il nostro destino storico».

Sono parole di Albert Camus, che testimoniano, con semplicità e chiarezza, la presenza profonda, costante di Dostoevskij nella cultura e nella coscienza dei nostri giorni. Dostoevskij è uno scrittore arduo, complesso, talora sconvolgente: pone, in ogni sua opera, con maggiore o minore evidenza, domande fondamentali, a cui nessuno può sottrarsi. Ivan Karamazov, parlando con il fratello Alesa dei suoi contemporanei, dice: «Vengono qui, in questa lurida osteria, e si mettono a sedere in un angolo. Prima non si conoscevano per niente, e quando usciranno dall'osteria staranno altri quarantanni senza vedersi: ebbene, di che cosa credi che ragionino in quel poco tempo in cui stanno insieme? Dei problemi universali, non di altro: esiste Dio, esiste l'immortalità? E quelli che non credono in Dio parleranno di socialismo e di anarchia, di come riorganizzare l'umanità intera secondo un nuovo modello». È quello che succede nei romanzi di Dostoevskij: ci si trova subito di fronte a questioni che coinvolgono fino in fondo il lettore, strappandolo a qualsiasi forma di indifferenza. Le antinomie tra le quali si muovono i suoi personaggi sono le stesse su cui si arrovella ancor oggi il nostro mondo: di generazione in generazione sembrano addirittura dilatarsi, acuirsi. Dostoevskij è stato definito sismografo delle scosse telluriche della società borghese in crisi di transizione: quelle scosse telluriche non hanno perduto a tutt’oggi la loro forza dirompente. Sempre Camus, a proposito dei Demoni, di cui fece una famosa riduzione teatrale, disse: «È un libro profetico, non solo perché annuncia il nostro nichilismo, ma anche perché parla di anime straziate a morte, incapaci di amare e disperate di non riuscire a farlo, che vogliono credere e non possono: gli stessi dilemmi che agitano oggi la nostra società e il nostro mondo spirituale». Dostoevskij non è filosofo, non è pensatore, è prima e sopra tutto scrittore. È un errore trarre dai suoi romanzi un sistema astratto di idee, isolarne il contenuto ideologico per dedurne costruzioni organiche. Tale contenuto, privo della sua traduzione poetica, dà l’illusione della forma filosofica, ma è in realtà pieno di contraddizioni, di curiose incoerenze: Delitto e castigo, ad esempio, dibatte alcune teorie sociali, ma non è la ragione della grandezza del romanzo. La ricerca dostoevskiana non va in direzione speculativa: il suo oggetto è la psiche umana imperfetta, l'anima ferita, ribelle, l’anima che anela all’armonia, che si dibatte tra il bene e il male, che cerca la sua realizzazione completa attraverso prove dolorose, angosciose lacerazioni.

«Nel pieno realismo trovare l’uomo nell’uomo», scrive lo scrittore a proposito della sua opera. «Mi chiamano psicologo: non è esatto, io sono soltanto realista nel senso alto del termine, cioè rappresento tutte le profondità dell'anima umana».

La sua carriera letteraria è precocissima e fulminea: a ventitré anni è famoso, il suo primo romanzo, Povera gente, ha un successo straordinario, viene portato in palmo di mano dal più autorevole critico radicale del tempo, Vissarion Belinskij. Ma l'entusiasmo dei recensori ben presto si raffredda: i racconti successivi, a partire dal Sosia, deludono, vi predomina l’elemento psicologico piuttosto che quello di denuncia sociale, troppo spazio prendono i conflitti interiori dei protagonisti, travolti dai propri turbamenti talora fino alla follia o alla morte. A partire dal 1848, comincia a frequentare regolarmente le riunioni di un gruppo di giovani guidati da un ammiratore dì Fournier, Michail Petraševskij: è attirato dal miraggio dell'armonia sociale, dall’utopia di un miglioramento delle condizioni di vita su tutto il pianeta.

Dostoevskij non è, né sarà mai, un rivoluzionario, non pensa né a un colpo di Stato né ad atti terroristici: vuole provvedimenti che permettano di abolire la servitù della gleba, la censura, l’oppressione, la povertà, e prende perciò le distanze dalle posizioni più estreme, dal culto esasperato della personalità che porta alla rivolta contro Dio. Dopo pochi mesi la polizia zarista, messa in allarme dalle rivoluzioni europee scoppiate ovunque, decide un’azione dimostrativa di forza. Per l’intero gruppo arresto, processo e ventun condanne alla fucilazione, fra cui quella dello scrittore. Lo Zar commuta le condanne in lavori forzati, ma la grazia viene resa nota solo dopo la lettura pubblica della sentenza. Incatenato, lo scrittore viene spedito in Siberia: ma gli istanti terribili passati in attesa dell’esecuzione non saranno facilmente dimenticati (entreranno, fra l’altro, nei materiali dell’Idiota e provocano una profonda crisi spirituale, di cui sono testimonianza queste parole al fratello: «La vita è dappertutto, la vita è in noi stessi e non fuori di noi. Accanto a me ci saranno sempre degli esseri umani: essere uomo tra gli uomini e restarlo sempre, in nessuna sventura avvilirsi o perdersi d'animo, ecco in che cosa consiste la vita, ecco il suo compito. Ne ho preso coscienza ora. Questa idea è entrata nella mia carne e nel mio sangue».

Passa quattro anni spaventosi, in baracche luride, in condizioni igieniche inimmaginabili, a contatto con detenuti di ogni genere, assassini, ladri, stupratori, ma anche condannati politici come lui, gente retta e sana. «Questa gente», scriverà, «è pur sempre gente straordinaria. Forse è la gente più capace, più forte del nostro popolo. Ma queste forze possenti periscono invano, periscono in modo illegale, irrevocabile. E chi ne ha colpa? Proprio così, chi ne ha colpa?». Quattro anni di ripiegamento su se stesso: «Spiritualmente solo, io riguardai tutta la mia vita passata, ripassai tutto fino alle più piccole minuzie, mi giudicai inesorabilmente e benedissi il destino per avermi mandato questa solitudine, senza la quale non sarei giunto a questo severo giudizio su me stesso». Un giudizio che lo porta ad allontanarsi dalle posizioni riformiste del circolo Petrasevskij, che lo spinge sul difficile, incerto, faticoso cammino della fede. A questo proposito scrive a un’amica.

Io vi dirò di me che sono un figlio del secolo, figlio ancor oggi della miscredenza e del dubbio, e lo resterò (ne sono certo) fino alla tomba. Eppure, quante terribili sofferenze mi è costata e mi costa ora questa sete di fede che è tanto più forte nell’anima mia quanto più sono gli argomenti contrari. E tuttavia Dio mi manda talvolta dei minuti nei quali io sono del tutto sereno; in questi minuti io amo e so di essere amato dagli altri, in questi minuti io creo in me stesso il simbolo della fede nel quale tutto mi è chiaro e sacro. Questo simbolo è molto semplice: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, di più ragionevole, di più virile, di più perfetto di Cristo e non solo c’è, ma non può non esserci. E non basta: se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità ed effettivamente risultasse che la verità è fuori dal Cristo, io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità.

Il cammino verso la fede, con tutte le resistenze e i dubbi a cui lo scrittore accenna in queste parole, diventerà, insieme a tutti gli altri materiali umani accumulati in questi anni, materia viva dei romanzi della maturità. Terminato il periodo di reclusione, viene assegnato come soldato semplice a un battaglione di stanza in uno dei più lontani governatorati della steppa, non lontano dal confine cinese: ma almeno può ricominciare a leggere e scrivere. Dieci anni dopo la condanna, riceve finalmente l’autorizzazione a risiedere prima a Tver’ poi a Pietroburgo: pubblica qualche racconto, poi Memorie di una casa di morti, rielaborazione degli appunti raccolti durante la detenzione, Umiliati e offesi, il primo romanzo di ampio respiro, e Memorie del sottosuolo, che apre una fase completamente nuova nella narrativa dostoevskiana. Che cos’è il sottosuolo? Dostoevskij sostiene che l'uomo autentico non è l’uomo esteriore, la maschera che circola per il mondo, ma l’uomo interiore che si nasconde e si rifugia nella propria tana. Il Sottosuolo è disarmonia radicale tra ciò che ribolle dentro e ciò che affiora alla superficie, disarmonia che alimenta nell’uomo una perpetua e morbosa irritabilità, un costante senso di irrequietezza e di risentimento contro ciò che è soddisfatto, convenzionale, accettato benevolmente dai propri simili. Sottosuolo è rifiuto di ogni legge imposta dalla società e dal prossimo: è ribellione contro ciò che nella sua fissità cancella ogni problematicità, ogni antinomia. L’uomo del sottosuolo, abbandonato a se stesso, immerso nella propria solitudine, evita gli altri, li odia di un odio sordo, irriducibile, si ribella alle loro leggi: e tuttavia non sa agire, resta prigioniero delle proprie contraddizioni, anzi vi si crogiola con piacere masochistico.

Memorie del sottosuolo è, come si è detto, un’opera che segna una svolta: d’ora in poi tutti ipersonaggi dei suoi romanzi avranno un sottosuolo, e vi penetreranno per poi risorgere rigenerati o per affondarvi senza speranza, senza soluzione. Certo, sottosuolo è negazione, è distruzione, è rifiuto:per uscire indenni dalla palude della propria coscienza contorta bisogna ascoltare un messaggio etico superiore, bisogna incamminarsi verso l'accettazione dell’altro. È il percorso dei grandi romanzi che si susseguono, a distanza di pochi anni uno dall’altro, a partire da Delitto e castigo del 1866: L’idiota 1868), I demoni (1871), L’adolescente (1875), I fratelli Karamazov (1880) formano un unico possente discorso che affronta la lotta titanica del bene contro il male, del delitto contro il castigo, della rivolta contro l’accettazione. «Satana lotta con Dio e il loro campo di battaglia è il cuore dell’uomo» con queste parole di Dmitrij Karamazov potrebbero essere riassunte le trame dei romanzi dostoevskiani. A Dostoevskij non interessano le apparenze, le facciate, le maschere: a lui importa l’uomo informazione, in lotta con se stesso e con il mondo, l’ombra e non la luce. Raskol’nikov, il protagonista di Delitto e castigo, è personaggio emblematico in questo senso: è un solitario Raskol’ in russo significa scisma, scissione), si allontana dalla società dei suoi simili, si abbandona alla seduzione delle costruzioni mentali. È la tentazione di Lucifero: stabilire per sé una legge che non è uguale a quella degli altri, agire contro il gregge, sentirsi autorizzato alla diversità. Egli divide gli uomini in due classi: le nature dominatrici, che operano per il bene dell’umanità, propongono idee nuove, fondano stati, e sono pochissime. Gli altri sono massa, materiale della Storia. La morale umana esiste solo per questi ultimi: i dominatori, i «capi», sono esenti da qualsiasi obbligo, possono violare tutte le leggi, hanno il diritto di commettere ogni sorta di delitto. «Uomo» nel vero senso della parola è solo il dominatore, colui che sfida lordine e la legge, gli altri sono spregevoli «pidocchi»: perciò, se necessario per i suoi fini, il dominatore può uccidere senza riguardi il «pidocchio», soprattutto se malvagio, inutile. Superuomo contro pidocchio. La realtà del male, a cui Raskol'nikov aderisce, è frutto di una forza vigorosa e robusta, è frutto di un impulso luciferino che sottopone qualsiasi gesto all’arbitrio assoluto della propria volontà: e il primo risultato, è appunto, la trasgressione della norma, sia essa legge morale, costume tradizionale o convenzione sociale, l’affermazione decisa della propria totale libertà in campo etico. Contemporaneamente compare l’ateismo, ossia la negazione della presenza dell'assoluto nel finito, che è distruzione dell’idea di Dio e sostituzione dell’uomo a Dio: a questo punto «tutto è permesso», come dice Ivan Karamazov, che è il più compiuto rappresentante della razza dei ribelli, iniziata da Raskol’nikov.

Raskol’nikov è anzitutto un trasgressore, un uomo in rivolta: vuole assaggiare il frutto proibito. Negli appunti per il romanzo, Dostoevskij così dice di lui: «la sua figura esprime l'idea di un orgoglio smisurato, di superbia, di disprezzo per la società. La sua caratteristica principale è il dispotismo». Ma appena compiuto il delitto si accorge, come Adamo, di essere nudo, di aver compiuto un gesto inutile, che lo immiserisce, che lo pone di fronte alla certezza di essere anche lui, come tutti gli altri, un pidocchio. «Non per diventare il benefattore dell’umanità ho ucciso. Stupidaggini! Ho ucciso semplicemente per me stesso, per me solo... Mi occorreva sapere e sapere al più presto se io fossi un pidocchio come tutti gli altri o un uomo. Avrei potuto passare oltre o non avrei potuto? Ero una creatura piena di paura o avevo il diritto...?». Dunque l'atto gratuito di assoluta libertà, l'atto che sancisce la ribellione e giustifica il titanismo, si rivela un completo fallimento. L’omicidio è compiuto, ma il superamento della norma morale non è avvenuto, il confine tra bene e male non è stato varcato: la libertà illimitata e arbitraria nega se stessa, e chi si ribella alle leggi della umana convivenza finisce per esserne prigioniero più ancora di chi le accetta umilmente e vi si riconosce. Il vuoto, che il male tentava di riempire con ambiziosi progetti e presuntuose costruzioni, prende il sopravvento, invade e devasta il personaggio, che diventa preda del nulla in cui il male consiste.

A questo punto, ossia di fronte alla constatazione del fallimento, comincia il cammino inverso che occupa gran parte dei romanzi dostoevskiani. Allo scrittore non interessa il raggiungimento del bene, ossia la conclusione del cammino: interessa lo sgretolamento del meccanismo che ha portato il personaggio alla rivolta, all’affermazione del male, interessa cioè la sconfitta dello strapotere della mente. Le considerazioni che inducono Raskol’nikov al delitto, quelle che spingono Stavrogin e Ivan Karamazov alla formulazione delle teorie in base alle quali altri si sentono autorizzati a compiere il delitto, sono frutto di aridi percorsi mentali, di quella ragione euclidea che Ivan rivendica come unico criterio di valutazione del reale. Di fronte alla solitudine totale, all’isolamento che il gesto o il pensiero luciferino ha creato intorno a sé, di fronte alla coscienza disperata del fallimento e del nonsenso del gesto o del pensiero, due sono le possibili reazioni: per alcuni l'annientamento di se stessi nelle due forme della follia (ossia distruzione della mente, come Rogožin e Myškin nell'Idiota e Ivan nei Fratelli Karamazov) o del suicidio (che è comunque dimostrazione di viltà e di impotenza, di inettitudine e di pochezza interiore ed è il caso di Svidrigajlov in Delitto e castigo o di Stavrogin nei Demoni), per altri la rinascita, la spinta verso un ripensamento, il bisogno di nuovi valori o il recupero dei vecchi. Ma a questo punto l’interesse di Dostoevskij si attenua: Raskol’nikov segue, sì, nel bagno penale, i consigli di Sonja, prende, si, il Vangelo ma lo mette sotto il cuscino e si ripromette di leggerlo senza molta convinzione. Si potrebbe addirittura pensare che sia il contagio del male a far funzionare le macchine narrative dostoevskiane: debellato il contagio anche la scrittura perde senso. Dunque avrebbe ragione Gide: con i bei sentimenti si fa cattiva letteratura, non c’è vera opera d’arte senza la collaborazione del demonio.

Dostoevskij arriva a questa conclusione: la possibilità di compiere il bene deve passare necessariamente attraverso l’esperienza diretta (Raskol’nikov) o indiretta (Sonja o Aleša Karamazov, che hanno la capacità rara di soffrire per i peccati altrui, di partecipare al tormento altrui) del male. Solo attraverso la conoscenza e l’assunzione di responsabilità della colpa si acquista piena consapevolezza della volontà di bene: all’uomo dostoevskiano non resta altra via al bene che un doloroso, sofferto passaggio attraverso il male.

Ci sono, accanto ai grandi ribelli, i grandi illuminati, i personaggi che sanno indurre al bene chi lo ha rinnegato, e lo sanno fare non con teorie o predicazioni elevate, ma con silenziosa solidarietà, con accettazione autentica dell’universalità della colpevolezza: sono il pellegrino Makar nell’Adolescente e soprattutto il monaco Zosima nei Fratelli Karamazov, che insegnano con il loro esempio ad amare gli altri non soltanto nel bene ma anche nel male, gli altri non solo come persone ma anche come briganti, assassini, insegnano a perdonare tutto a tutti, senza giudicare né discriminare, senza chiedersi se sia giusto o ingiusto rispondere di colpe non commesse o espiare come Dmitrij Karamazov delitti altrui. In tal modo essi realizzano, nel perdono reciproco e nell’amore universale, l’unità degli uomini tra loro, quell’unità che era stata spezzata dall’atto di ribellione, di orgoglio, di luciferina superbia. Nel perdono, la potenza dell’amore vince la forza della negazione, che in tal modo si estingue e muore. Perciò non bisogna temere di amare il peccatore, di amare il peccato: in questo senso le parole di Dostoevskij sono "scandalose", là dove dice: «Amagli uomini con i loro peccati, ama anche il loro peccato». Amare il peccato non certo per commetterlo, ma per vincerlo ed estinguerlo. Zosima è un monaco, certo, ma è alieno dalla severità e dall’austerità del monaco asceta, non si occupa nel suo insegnamento di esporre idee e dogmi della Chiesa: non catechizza, cerca di risvegliare la capacità di pensare fuori dagli schemi, insegna a capire la vita in modo liberamente religioso, a vivere le sofferenze e i peccati come necessari compagni di strada della vita terrena.

Questo è il modo di affrontare il problema religioso in Dostoevskij: lontano da qualsiasi schematismo, da qualsiasi confessione, lo scrittore sostiene un cristianesimo delle origini, dove importano soprattutto i gesti, le parole che nascono dal fondo del cuore, non dalla mente. I personaggi dei grandi illuminati non prendono parte all’azione romanzesca, la loro vita, dominata dal principio del bene, è già in parte fuori dal mondo, dai conflitti che coinvolgono gli altri personaggi: più che personaggi, sono punti di riferimento.

Esistono poi altri personaggi per lo più femminili, che portano avanti il discorso del bene: sono figure dolci, semplici, discrete, devote, indulgenti che hanno una qualità antitetica a quella dei grandi ribelli, ed è l'umiltà. Due esempi, ma se ne potrebbero citare di più: Sonja di Delitto e castigo e Daša, sorella di Šatov, dei Demoni. In genere sono personaggi che parlano poco: agiscono con modestia, innocenza, fermezza, pietà. I loro gesti, spesso sostenuti dalla consuetudine con i testi evangelici (Sonja legge a Raskol’nikov prima della confessione del delitto il passo della resurrezione di Lazzaro), si contrappongono alle idee troppo elaborate, troppo gonfie di parole dei ribelli e ne corrodono la diabolica arroganza: sono loro che riescono con dedizione, con abnegazione silenziosa, a condurre i peccatori verso «l'accettazione della croce», ossia verso l'assunzione di responsabilità nei confronti del male compiuto, verso la redenzione. Sono esseri deboli, sottomessi, emarginati (Sonja è una prostituta): la loro forza sta tutta nella volontà ostinata di compiere il bene, nella convinzione che il bene prima o poi nella vita deve avere la vittoria. Anche loro, come gli illuminati, avanzano con la certezza d’una presenza divina anche in una vita di peccato, con la fede nelVintervento del Cristo, che Dostoevskij aveva cominciato ad amare negli anni bui dei lavori forzati e che non smise più di considerare un punto di riferimento per i suoi romanzi.

In questa raccolta ci sono tre tappe della carriera letteraria dello scrittore, che corrispondono ai tre maggiori periodi in cui si è soliti dividere la sua vita: Notti bianche appartiene al primo periodo, che precede la condanna, in cui il lavoro dello scrittore va nella direzione di un approfondimento psicologico, senza affrontare ancora i grandi temi etici. E la trepida storia di un sognatore che si innamora perdutamente di una fanciulla che si strugge nell'attesa di un misterioso fidanzato, sparito con la promessa di ricomparire per sposarla. Dopo giorni e notti di speranza, arriva il fidanzato e tutto finisce, nella disperazione per il sognatore, nella gioia per la fanciulla. La seconda tappa è costituita da Memorie dal sottosuolo (1864) e II giocatore (1866), due racconti lunghi che segnano il passaggio ai grandi romanzi: nel primo l'autore definisce per la prima volta e analizza con sottile, attenta precisione il contorto mondo interiore che è dentro ciascun essere umano, il fondo emozionale fantastico, imprevedibile, isterico, vanitoso, abietto, arbitrario, corrosivo, contraddittorio che rende i suoi personaggi così complessi e affini a noi; nel secondo, contemporaneo a Delitto e castigo, l'attenzione dell'autore si concentra soprattutto sul ritmo narrativo incalzante, sulla scanzione sincopata degli avvenimenti, sulla frenetica corsa dei protagonisti verso una felicità e una ricchezza impossibile da raggiungere. Un racconto che lascia senza fiato, tutto centrato sul gioco d'azzardo che Dostoevskij conosceva fin troppo bene (era un giocatore incallito, a più riprese perse somme da capogiro): l' intreccio delle dinamiche tra i personaggi è complesso, ma con la grandiosa archittettura di Delitto e castigo, di lì a pochi mesi, cambierà definitivamente la qualità della scrittura dostoevskiana. Delitto e castigo infatti apre la terza tappa, i grandi romanzi: al centro troviamo sempre un titanico scontro tra i princìpi del bene e del male, tra volontà di rivolta, distruzione, annientamento e aspirazione a un mondo di pace, armonia, generosità dove la sofferenza viene non solo accettata, ma trasformata in elemento di maturazione, evoluzione interiore. Di questa tappa, I demoni sono il momento più cupo, disperato: vi è riflessa una società corrosa dai germi dell’indifferenza, dell'ateismo, della corruzione, una società dove la morte è in agguato, sotto forma di omicidio o suicidio, per tutti i protagonisti. Tuttavia, aldi là della violenza e della ribellione, Dostoevskji, in questo come negli altri grandi romanzi, riafferma la superiorità del discorso morale e religioso su quello politico e sociale: non a caso, nell'epigrafe come nell'epilogo, risuonano le parole pacificanti del Vangelo di Luca che annuncia al mondo la liberazione, grazie al Cristo, da ogni sorta di demoni.

FAUSTO MALCOVATI

Nota biobibliografica

CRONOLOGIA DELLA VITA E DELLE OPERE

1821. Fëdor M. Dostoevskij nasce il 30 ottobre a Mosca, secondo di sette figli, da Michail Andreevič, medico, e Marija Fëdorovna Nečaeva, proveniente da una famiglia di commercianti.

1834-1837. A Mosca frequenta, con il fratello maggiore Michail, il pensionato privato dì L. Cermak.

1837. In febbraio muore la madre.

1838-1843. Studia alla Scuola di Ingegneria di Pietroburgo.

1839. Muore misteriosamente il padre, pare ucciso dai propri contadini, che maltrattava di continuo sotto i fumi dell'alcool. Sembra che in seguito alla notizia Dostoevskij abbia avuto il primo attacco di epilessia, malattia che lo tormenterà tutta la vita.

1844. Si ritira dal servizio presso il comando d'Ingegneria militare.

1846. In gennaio esce il primo racconto, Povera gente, il cui manoscritto, pochi mesi prima, aveva entusiasmato il critico democratico Belinskij. Improvvisa grande notorietà dello scrittore, paragonato addirittura a Gògol'. In febbraio esce II sosia. Conosce Michail Petrasevskij, convinto sostenitore del socialismo utopistico di Fourier.

1847. Inizia a frequentare le riunioni che si tenevano tutti i venerdì in casa di Petrasevskij e in cui venivano discussi problemi politici o di attualità. Esce il racconto La padrona.

1848. Escono sulla rivista «Otečestvennye zapiski» (Annali patri) i racconti Un cuore debole, Polzunkov, Le notti bianche, Il marito geloso, L'albero di Natale e le nozze.

1849. All'inizio dell'anno escono le prime due parti di Netočka Nezvanova. Il 23 aprile viene arrestato e imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo con l'accusa di far parte di una società segreta sovversiva guidata da Petrasevskij. In aprile esce la terza parte di Netočka Nezvanova, ma senza la sua firma. Il 16 novembre è condannato, con altri 20 imputati, alla pena di morte mediante fucilazione. Il 22 dicembre viene condotto, insieme agli altri condannati, sullo spiazzo Semënovskij per l'esecuzione. All'ultimo viene annunciata la grazia concessa da Nicola I, che ha commutato la pena capitale in condanna ai lavori forzati. Il 24 dicembre parte per la Siberia: destinazione finale la fortezza di Omsk.

1850-1854. Sconta quattro anni di lavori forzati.

1854-1859. Terminata la pena, viene mandato a Semipalatinsk come soldato semplice (diventerà sottufficiale e ufficiale dopo la morte dello zar Nicola I). Inizia a dare lezioni private al figlio di un piccolo funzionario doganale, A.I. Isaev; innamoratosi della moglie di lui, Marija Dmitrevna, la sposerà nel 1857, una volta lei rimasta vedova. Dal 1854 stringerà amicizia col giovane barone A.E. Vrangel', inviato a Semipalatinsk come procuratore, che lo aiuterà materialmente e moralmente a rientrare nel mondo letterario.

1859. Viene congedato per motivi di salute: si trasferisce a Tver', poi a Pietroburgo. Escono Il sogno dello zio e II villaggio di Stepancikovo.

1860. Inizia su «Russkij mir» (Il mondo russo) la pubblicazione delle Memorie da una casa di morti.

1861. Esce in gennaio il primo numero della rivista «Vremja» (Il tempo), pubblicata da Dostoevskij insieme al fratello Michail. Su «Vremja» viene pubblicato a puntate il romanzo Umiliati e offesi.

1862. Primo viaggio all'estero. Conosce Apollinarija Suslova, aspirante scrittrice populista, con la quale ha un burrascoso legame, che durerà svariati anni.

1863. Pubblica Note invernali su impressioni estive, in cui racconta, deluso, la sua esperienza all'estero. Il 24 maggio, a causa di un articolo sulla questione polacca di uno dei collaboratori, la sua rivista viene chiusa dalla censura. Raggiunge la Suslova a Parigi e, nonostante un'avventura di lei con uno studente di medicina spagnolo, Salvador, partono insieme per l'Italia.

1864. Esce il primo numero di una nuova rivista curata dai fratelli Dostoevskij, «Epocha» (Epoca), in cui appare la parte iniziale delle Memorie dal sottosuolo. Muoiono la moglie (15 aprile) e il fratello (10 luglio), che lo lascia in gravi difficoltà finanziarie per l'edizione della rivista. L'ultimo numero sarà quello del 22 marzo 1865, in cui apparirà il racconto umoristico Il coccodrillo. Inizia a lavorare alla prima stesura del futuro Delitto e castigo, ma poi brucia il manoscritto.

1865. Firma un contratto con l'editore F. Stellovskij per cui dovrà consegnargli entro il primo novembre dell'anno successivo un nuovo romanzo, pena la pubblicazione fuori diritti da parte di Stellovskij di tutte le sue opere. Lavora alla nuova versione di Delitto e castigo.

1866. Esce a puntate sul «Russkij vestnik» (Il messaggero russo) Delitto e castigo. Dovendo consegnare al più presto il lavoro promesso a Stellovskij, assume una stenografa, Anna Grigor'evna Snitkina, che sposerà l'anno successivo. Insieme terminano Il giocatore.

1867-1872. Secondo viaggio all'estero, contraddistinto dalle difficoltà finanziarie dovute alle continue perdite al gioco, vizio dello scrittore fin dagli anni Quaranta.

1868. Dal gennaio inizia sul «Russkij vestnik» la pubblicazione a puntate dell'Idiota. Gli nasce una figlia, Sonja, che muore due mesi dopo.

1869. Nasce la figlia Ljubov'.

1871. Il «Russkij vestnik» inizia a pubblicare I demoni. Nasce il figlio Fëdor.

1872. Diventa capo redattore della rivista conservatrice «Grazdanin» (Il cittadino) in cui crea una rubrica intitolata Diario di uno scrittore.

1875. Esce L'adolescente. Nasce il figlio Alekséj.

1876. Inizia per suo conto la pubblicazione di una rivista dal titolo «Diario di uno scrittore».

1878. Muore il figlio Alekséj. Dostoevskij inizia a frequentare il filosofo mistico Vladimir Solov'ëv.

1879. Dal gennaio inizia la pubblicazione a puntate sul «Russkij vestnik» del romanzo I fratelli Karamazov, che vedrà la luce in volume alla fine dell'anno successivo.

1880. In occasione dell'inaugurazione del monumento a Puškin, l'8 giugno, pronuncia un famoso discorso sul grande poeta.

1881. Muore il 28 gennaio e viene sepolto nel cimitero del convento Aleksandr Nevskij di Pietroburgo.

LE OPERE

Principali traduzioni di Delitto e castigo

Con il titolo II delitto e il castigo (Raskòlnikoff), romanzo preceduto da uno studio sulla vita e sull'opera di Dostoevskij, Milano, Treves, 1989; Milano, Società Editrice Milanese, 1907; F. Verdinois, Lanciano, Carabba, 1922; L.E. Zalapy, Milano-Sesto S. Giovanni, Barion, 1929, 1934; A. Poliukin e D. Cinti, Milano, Sonzogno, 1930; A. Polledro, Torino, Slava, 1930; S. Balakoucioff, Milano, Bietti, 1932, 1934; Milano, Aurora, 1936; A. Polledro, Torino, Einaudi, 1947; poi con una introduzione di L. Grossman, 1964; poi con l'aggiunta di una prefazione di N. Ginzburg, 1993, 2005; S. Polledro, Milano, Rizzoli, 1951; poi con una introduzione di C. Strada Janovič, 1984, 2003; A. Poliukin e D. Cinti, Roma, Cremonese, 1958; introd. e trad. di P. Majani, Torino, Utet, 1958; in Romanzi e taccuini, a cura di E. Lo Gatto, trad. di P. Majani, Firenze, Sansoni, 1958, 1961, vol. I; poi in Tutti i romanzi, Firenze, Sansoni, 1984, 1993, vol. I; E. Bazzarelli, Milano, Mursia, 1959, 1985; V. Carafa De Gavardo, Catania, Ed. Paoline, 1960, 1978; A. Polledro, Milano, Mondadori, 1963; a cura di V. Strada, trad. di A. Polledro, Torino, Fogola, 1966; a cura e trad. di G. Pacini, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1967, 1982; versione di P. Zveteremich, Milano, Garzanti, 1981, 1995; a cura di S. Prina, Milano, Mondadori, 1994, 2004; Venezia, Marsilio, 1999.

Principali traduzioni italiane delle altre opere

L'adolescente, Milano, Mondadori, 1996; Torino, Einaudi, 1997, 2005; Milano, Garzanti, 1999; Milano, Rizzoli, 2003.

Corrispondenza (1866-1870), Genova, Il Melangolo, 1987.

Un cuore debole, Firenze, Passigli, 1994, 2003.

I demoni, Milano, Mondadori, 1987, 2005; Torino, Einaudi, 1994, 2006; Milano, Garzanti, 1995, 2005; Milano, Frassinelli, 1995; Milano, Feltrinelli, 2000; Milano, Rizzoli, 2001, 2006; Bologna, Poligrafici Editoriale, 2003; Milano, Sperling & Kupfer, 2003; Milano, Bompiani, 2005.

L'eterno marito, Milano, Mondadori, 1989; Milano, SE, 1997, 2004; Milano, Rizzoli, 2000, 2001; Verona, Demetra, 2000; I fratelli Karamazov, Milano, Mondadori, 1994, 2004; Milano, Garzanti, 1995, 2003; Torino, Einaudi, 1997; Milano, Rizzoli, 1999, 2005; Milano, Mondolibri, 2002; Sant'Arcangelo di Romagna, Rusconi, 2004; Milano, Bompiani, 2005.

Il giocatore, Firenze, La Nuova Italia, 1990; Milano, Garzanti, 1991; Torino, Einaudi, 1999; Milano, Rizzoli, 1999; Verona, Demetra, 1999; Milano, Mondadori, 2000; Milano, «Corriere della Sera», 2002; Torino, «La Stampa», 2003; Sant'Arcangelo di Romagna, Rusconi, 2005.

Il grande inquisitore, Roma-Bari, Laterza, 1995.

L'idiota, Milano, Garzanti, 1990, 2004; Torino, Einaudi, 1994, 2005; Milano, Mondadori, 1995, 2005; Milano, Mursia, 1995; Milano, Feltrinelli, 1998, 2004; Milano, Rizzoli, 1999, 2004; Milano, Frassinelli, 1999; Verona, Demetra, 2000.

Lettere sulla creatività, Milano, Feltrinelli, 1991, 2005.

Memorie dal sottosuolo, Milano, Mondadori, 1987, 2005; Torino, Einaudi, 1988, 2005; Milano, Garzanti, 1992; Milano, Loescher, 1994; Milano, Rizzoli, 2000, 2004.

Memorie da una casa di morti, Firenze, Sansoni, 1989; Firenze, Giunti, 1994.

Memorie di una casa morta, Milano, Rizzoli, 2004.

La mite, Milano, Bompiani, 1994; Milano, Feltrinelli, 1997; Milano, Mondadori, 2000, 2006.

Netočka, Roma, Editori Riuniti, 1985; Milano, Garzanti, 2003.

Note invernali su impressioni estive, Milano, Feltrinelli, 1993.

Le notti bianche, Milano, Mondadori, 1993; Milano, Rizzoli, 1994, 2006; Milano, Garzanti, 1995; Milano, Bompiani, 1995; Torino, Einaudi, 1997; Verona, Demetra, 2000; Roma, Bulzoni, 2004.

La padrona, Venezia, Marsilio, 1999.

Un piccolo eroe, Firenze, Passigli, 1988.

Povera gente, Milano, Mondadori, 1993; Milano, Bompiani, 1997; Milano, Rizzoli, 2004.

Racconti, Milano, Garzanti, 1991², 2006; Milano, Mondadori, 1991, 2005.

Ricordi dal sottosuolo, Milano, Rizzoli, 1995; Milano, Feltrinelli, 1995; Milano, Adelphi, 1995; Milano, SE, 2000.

Ricordi della casa dei morti, Milano, TEA, 1988, 1994.

Romanzi brevi, Milano, Mondadori, 2001.

Saggi, Milano, Mondadori, 1997.

Il signor Procharcin, Firenze, Passigli, 1999.

Il sogno dello zio, Milano, Mursia, 1995; Torino, Einaudi, 2003.

Il sosia, Milano, Mondadori, 1985; Firenze, Sansoni, 1989; Milano, Garzanti, 1991, 2003; Milano, TEA, 1991; Milano, Rizzoli, 2000, 2001; Milano, Feltrinelli, 2005.

Umiliati e offesi, Milano, Mondadori, 1987, 2006; Torino, Einaudi, 1995; Milano, Garzanti, 1996.

Il villaggio di Stepancikovo, Palermo, Sellerio, 1981, 2000.

LA CRITICA

Sterminata, e non soltanto in lingua russa, è la bibliografia dedicata a Dostoevskij, di cui dà conto, in appendice a ogni suo fascicolo, la rivista «Dostoevskij Studies», annuario della International Dostoevskij Society.

Vale la pena, comunque, di segnalare tra i saggi critici disponibili in lingua italiana: M. BACHTIN, Dostoevskij. Poetica e stilistica, Torino 1968, 2002; B. BASILE, La finestra socchiusa: ricerche tematiche su Dostoevskij, Kafka, Moravia e Pavese, Roma 2003; E. BAZZARELLI (a cura di), Problemi attuali di critica dostoevskiana, Milano 1983; P.G. BELLOLI, Fenomenologia della colpa. Freud, Heidegger, Dostoevskij, Milano 2001; N. BERDJAEV, La concezione di Dostoevskij, Torino 1945, 1977, 2002; R. CANTONI, Crisi dell'uomo. Il pensiero di Dostoevskij, Milano 1948, 1975; M. CHIANTESE, Dostoevskij. Filosofia e religione, Firenze 1999; P. CIUFFREDA, II Cristo di Dostoevskij, Foggia 2004; E. DE MICHELIS, Dostoevskij, Firenze 1950; ID., Dostoevskij minore, ivi 1954; R. DE MONTICELLI, Esercizi dì pensiero per apprendisti filosofi, Torino 2006; A. DOSTOEVSKAJA, Dostoevskij marito, Milano 1939 (riproposto con il titolo Dostoevskij mio marito, Milano 1977); P. EVDOKIMOV, Dostoevskij e il problema del male, Roma 1955; ID., Gògol' e Dostoevskij ovvero la discesa agli inferi, ivi 1978; F. FORLENZA, Dostoevskij profeta del Novecento, Udine 2000; S. FREUD, Dostoevskij e il parricidio, in Opere di S. Freud, vol. X, Torino 1978; E. GASPARINI, Dostoevskij e il delitto, Milano-Venezia 1946; A. GIDE, Dostoevskij, Milano 1946; G. GIGANTE, Dostoevskij onirico, Napoli 2001; R. GIRARD, Dostoevskij. Dal doppio all'unità, ivi 1987, 2005; W. GIUSTI, Dostoevskij e il mondo russo dell'Ottocento, Napoli 1952; S. GIVONE, Dostoevskij e la filosofia, Roma-Bari 1984, 2006; S. GRACIOTTI (a cura di), Dostoevskij nella coscienza d'oggi, Firenze 1981; S. GRACIOTTI e V. STRADA (a cura di), Dostoevskij e la crisi dell'uomo, ivi 1991; L. GROSSMAN, Dostoevskij artista, Milano 1961; ID., Dostoevskij, Roma 1968, poi Milano 1977; R. GUARDINI, Il mondo religioso di Dostoevskij, Brescia 1951; G. LUKÀCS, Dostoevskij, Milano 2000; A.M.V. GUARNIERI ORTOLANI, Saggio sulla fortuna di Dostoevskij in Italia, Padova 1947; S. HESSEN, Il bene e il male in Dostoevskij, Roma 1980; V. IVANOV, Dostoevskij. Tragedia - Mito - Mistica, Bologna 1994; A. JARMOLINSKIJ, La vita e l'arte di Dostoevskij, Milano 1959; F. MALCOVATI, Introduzione a Dostoevskij, Roma-Bari 1992; M. MARTINELLI, Leggere Dostoevskij. Viaggio al centro dell'uomo, Milano 1999; D. MEREZKOVSKU, Tolstoj e Dostoevskij. Vita, creazione e religione, Roma-Bari 1982; E. PACI, L'opera di Dostoevskij, Torino 1955; G. PACINI, Deboluccio in filosofia, Milano 1997; ID., Fëdor Michajlovič Dostoevskij, ivi 2002; L. PAREYSON, Dostoevskij. Filosofia, romanzo ed esperienza religiosa, ivi 1993; P. PASCAL, Dostoevskij: l'uomo e l'opera, ivi 1987; J. ROLLAND, Dostoevskij e la questione dell'altro, Milano 1990; V. ROZANOV, La leggenda del Grande Inquisitore, Genova 1989; S. SALVESTRONI, Dostoevskij e la Bibbia, Qiqajon, 2000; L. SESTOV, Le rivelazioni della morte. Dostoevskij, Tolstoj, Firenze 1948; ID., La filosofia della tragedia. Dostoevskij e Nietzsche, Napoli 1950; M.L. SLONIM, Gli amori di Dostoevskij, Firenze 1958; V. SOLOV'ЁV, Dostoevskij, Milano 1981; G. STEINER, Tolstoj o Dostoevskij, Roma 1995; V. STRADA, Tradizione e rivoluzione nella letteratura russa, Torino 1969; ID., Le veglie della ragione. Miti e figure della letteratura russa da Dostoevskij a Pasternak, ivi 1986; A.P. SUSLOVA, Diario, Milano 1978; TZ. TODOROV, Poetica della prosa, ivi 1995; R. VALLE, Dostoevskij politico e i suoi interpreti, Roma 1990; G. ZAGREBELSKY, La leggenda del Grande Inquisitore, Brescia 2003; S. ZWEIG, Tre maestri. Balzac, Dickens, Dostoevskij, ivi 1932.

Le notti bianche

Romanzo sentimentale

(Dalle memorie di un sognatore)

... O era stato forse egli creato

Per essere seppure un solo istante

Al tuo cuore legato?

I. TURGENEV

Premessa

In un bel racconto intitolato Il mio Puškin, Marina Cvetaeva ricorda il suo primo incontro con il teatro all’età di sei anni: durante una «serata pubblica» alla scuola di musica Zograf-Plaksina di Mosca, vide rappresentata, tra le altre cose, la famosa scena dell’Evgenij Onegin in cui avviene il colloquio tra il protagonista e Tat’jana. In palcoscenico una panchina che, per la Cvetaeva, segna nell’opera il limitare tra amore e non-amore, giacché Tat’jana è seduta mentre Onegin non si siede, e lei allora si alza, perché è lei che ama.

Anche il romanzo breve Le notti bianche, pubblicato nel novembre 1848 sulla rivista Otečestvennye zapiski [Quaderni patriottici], è caratterizzato dalla presenza di una panchina, centro di una scena dalle forti connotazioni teatrali (Visconti, nel 1957, ne ricaverà un film, Leone d’argento al Festival di Venezia). Due soli personaggi, il protagonista e Nasten’ka, emergono sullo sfondo di una Pietroburgo deserta, quasi magica, quella delle notti bianche appunto, ben diversa dalla sovraffollata e angosciante città gogoliana, o dalla Pietroburgo popolata di fantasmi e di spaventose ombre dei romanzi maggiori dostoevskiani.

Come ha ben sottolineato Angelo Maria Ripellino, Dostoevskij «sgombera degli abitanti la scena di Pietroburgo, perché meglio risalti la grande solitudine del suo eroe. [...] Nell’immenso spazio della vuota Pietroburgo, avvolta dal chiarore delle notti bianche, l’azione si concentra tutta dinanzi alla ringhiera d’un canale e poi su una panchina, pezzi staccati d’una nuda scenografia»¹.

Protagonista delle Notti bianche è la figura del sognatore, imbevuto di letture romantiche, come anche i giovani russi degli anni ’30-’40 e tra loro Dostoevskij, al quale si potrebbero attribuire le parole del protagonista dei Sogni di Pietroburgo in versi e in prosa (1861):

«In passato, nella mia fantasia giovanile, amavo immaginarmi ora Pericle, ora Mario, ora un cristiano dei tempi di Nerone, ora cavaliere ad un torneo, ora Eduard Glandering del romanzo Il monastero di Walter Scott, e tanti altri ancora. Cosa non ho sognato nella mia adolescenza, cosa non ho vissuto con tutto il cuore, con tutta l’anima, nelle fantasie dorate e ardenti, proprio come sotto l’effetto dell’oppio. Mai nella mia vita ho avuto istanti più pieni, più sacri e più puri. Mi sono talmente perduto nelle fantasticherie da lasciar passare senza accorgermene tutta la mia giovinezza, e quando il destino mi ha improvvisamente sospinto nella burocrazia io,... io... be’, svolgevo il mio dovere in modo esemplare, ma, appena terminate le ore d’ufficio, correvo nella mia soffitta, indossavo la mia vecchia vestaglia, aprivo Schiller e sognavo, e m’inebriavo, e soffrivo le pene più dolci di tutte le delizie del mondo, e amavo, amavo... e volevo fuggire in Svizzera, in Italia, e con la fantasia vedevo Elisabetta, Luisa, Amalia»²

.

Schiller, Scott, Puškin, Žukovskij sono le letture del sognatore, personaggio spesso presente nelle opere giovanili di Dostoevskij, quelle del periodo cosiddetto «romantico», che si chiude proprio con Le notti bianche. Nel 1847, per esempio, lo troviamo al centro di uno dei quattro feuilletons (quello del 15 giugno) che formano la Cronaca di Pietroburgo:

«Talvolta, in caratteri assetati di attività, assetati di vita immediata, di realtà, ma deboli, femminei, delicati, nasce pian piano quella che si chiama tendenza alla fantasticheria, e l’uomo finisce col diventare non più un uomo, bensì uno strano essere di genere neutro – il sognatore. [...] Tipi del genere [...] vivono per lo più in un profondo isolamento, in cantucci inaccessibili, quasi nascondendosi agli uomini e al mondo, e, in generale, sin dal primo approccio vi salta agli occhi anche qualcosa di melodrammatico. Sono cupi e taciturni con il loro prossimo, sprofondati in se stessi, ma amano molto tutto ciò che è lento, leggero, contemplativo, tutto ciò che agisce dolcemente sul sentimento o risveglia delle sensazioni. Amano leggere, leggere ogni sorta di libri, anche seri, specialistici, ma, di solito, dopo la seconda o terza pagina, abbandonano la lettura perché già pienamente soddisfatti. La loro fantasia, mobile, leggiadra e volatile, è già risvegliata, l’impressione è già scattata, e tutto un mondo fantastico, con gioie, dolori, inferno e paradiso, con donne seducenti, imprese eroiche, con una nobile attività, sempre con qualche gigantesca lotta, con delitti e orrori d’ogni sorta, s’impadronisce all’improvviso di tutto l’essere del nostro sognatore»³.

E poco più avanti, il paragone del sogno con il veleno, di nuovo il sogno come droga, in una descrizione che troveremo ripresa talmente da vicino nelle Notti bianche, da farle sembrare quasi un approfondimento e un completamento artistico del feuilleton:

«Non si sa quale misterioso arbitrio fa accelerare il suo polso, fa sgorgare le lacrime, infiamma le sue guance pallide e umide di un fuoco febbrile e quando l’aurora appare, con la sua luce rosata, alla finestrella del sognatore, lo trova pallido, malato, esausto e felice. Si getta sul letto quasi privo di sensi e, addormentandosi, prova ancora a lungo nel suo cuore una sensazione fisica dolorosamente piacevole... Il ritorno alla realtà è terribile; l’infelice non riesce a sopportarlo e riprende il suo veleno a nuove dosi ancora maggiori. Che sia di nuovo un libro, un motivo musicale, un qualsiasi lontano, antico ricordo della vita reale, in breve, il benché minimo pretesto e il veleno è pronto, e di nuovo la fantasia si distende chiaramente, magnificamente, sulla trama rabescata e capricciosa di una silenziosa, segreta fantasticheria. [...] Alcuni sognatori festeggiano persino l’anniversario delle loro sensazioni fantastiche. Spesso prendono nota della data in cui furono particolarmente felici e in cui i giochi della loro fantasia gli avevano regalato più piacere, e, se succede che per quel giorno avevano vagabondato in questa o quella via, letto tale o talaltro libro, visto tale o talaltra donna, ecco cheimmancabilmente si sforzano di ripetere la stessa cosa nel giorno in cui ricorre l’anniversario delle loro impressioni, copiando e richiamando alla memoria le minime circostanze della loro ormai putrida e inconsistente felicità. E non è una tragedia una vita simile?! Non è peccato! Un orrore! Una caricatura! E non siamo tutti più o meno dei sognatori?...».

In una vita del genere, completamente avulsa dalla realtà, entra per quattro notti (ritorna la puntuale scansione del tempo tipica di Dostoevskij), ma solo di passaggio, la giovanissima Nasten’ka, che attende sul lungofiume il ritorno dell’amato dopo un anno di distacco. In un alternarsi di paure e di certezze, di dichiarazioni d’amore e di odio nei confronti dell’amato, Nasten’ka offrirà per la prima volta al sognatore scampoli di vita vera; e il sognatore, innamoratosi «avidamente» della ragazza, simbolo del pulsare delle emozioni, crederà davvero di aver afferrato la felicità, finché il ritorno dell’uomo e la lettera in cui Nasten’ka gli annuncia le sue nozze non spegnerà quella speranza riportandolo alla dura realtà e in questo modo direttamente alla sua vuota e illusoria vita di fantasticherie.

Il racconto si apre con la descrizione, fatta in prima persona dal sognatore (la Icherzählung è quasi costante forma compositiva di Dostoevskij), di Pietroburgo in primavera, nel momento in cui la natura si risveglia e tutti se ne vanno a riposare nelle loro case di campagna. Il sognatore resta da solo in città, senza amici, senza conoscenti, poiché in tanti anni che vive lì non è riuscito a crearsi nessun legame. Egli sembra poter instaurare contatti esclusivamente con i palazzi, le strade di Pietroburgo, «il corpo della città» come lo chiama Salomon Resnik: «esce dalla interiorità autistico-romantica per avvicinarsi al mondo di fuori, al corpo della città, ma non ancora alla gente. Solo un miracolo, un’avventura inattesa, gli permetterà di distogliersi dal suo dialogo con le cose per rivolgere la parola ad una fanciulla: Nasten’ka, che gli appare improvvisamente su un ponte della città, diventa il prezioso corpo animato dei suoi sogni diurni, della sua illusione e disillusione». Per la prima volta, finalmente, il protagonista riesce a stabilire un contatto autentico tra sé e un altro essere umano e si rende conto, dolorosamente, di ciò che ha perduto, della differenza tra la realtà e la sua misera vita, tutta chiusa in un mondo immaginario. Rintanato nel suo «angolo», nel suo «cantuccio» (motivo sempre presente nelle opere dostoevskiane, i cui personaggi vivono costantemente in stanzette anguste, con le pareti affumicate, dove si nascondono a tutti e a tutto, perfino alla luce del sole, fino a perdere il contatto con la realtà e giungere, magari, al delitto), vi ha cercato protezione, vi si è seppellito e in tal modo ha imboccato la strada che lo porterà a diventare l’astioso «uomo del sottosuolo», l’uomo-topo che osserva il fluire della vita dalla sua tana. Quattro notti di illusioni, di compassione prima e poi di amore, un amore che, come dice Jurij Mann riferendosi al Devuškin di Povera gente, «viene vissuto dall’eroe dostoevskiano con una tale forza di abnegazione, una tale pienezza ideale, superiore, come non era più avvenuto dai tempi del romanticismo». E alla fine tutto crolla, i sogni svaniscono e l’ultimo episodio si intitola significativamente Mattino, «quasi a dire che la bellezza e il fascino delle notti era ingannevole ed il risveglio è spesso una delusione».

Di questo protagonista, di questo eroe solo e solitario nessuna descrizione, non ne conosciamo addirittura nemmeno il nome; «tutte le qualità costanti, oggettive del personaggio, la sua posizione sociale, la sua tipicità sociologica e caratterologica, il suo habitus, il suo profilo spirituale e perfino la sua stessa apparenza esteriore, cioè tutto ciò che di solito serve all’autore per creare una figura solida e consistente del personaggio – il «chi è» – in Dostoevskij diventa oggetto di riflessione del personaggio stesso, oggetto della sua autocoscienza; oggetto della visione e della raffigurazione dell’autore è la funzione di questa autocoscienza». E se questi tratti dell’arte dostoevskiana sono un limite per Vladimir Nabokov, per il quale diversamente dovrebbe comportarsi «un artista», quale è per esempio Tolstoj, «che il suo personaggio lo vede mentalmente in continuazione e sa esattamente quale gesto specifico farà in questa o quella occasione», in ciò vediamo la novità della visione artistica di Dostoevskij, che a 18 anni, in una lettera al padre (16 agosto 1839), espone il suo credo letterario: «L’uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere un uomo»¹⁰.

Gran parte della novella è sotto forma di dialogo, così come il dialogo ritorna in tutte le opere dostoevskiane, se è vero che i suoi personaggi sono, con le parole di Bachtin, una pura voce. Da questo dialogo, e più precisamente dai racconti di Nasten’ka, vengono alla luce i tratti degli altri due personaggi della novella: la nonna e l’amante, che balenerà per un attimo nella storia, solo il tempo di portare via Nasten’ka al sognatore. La figura dell’amante che affiora dalle parole di Nasten’ka (e non sapremo mai come egli sia in realtà) si contrappone decisamente a quella del sognatore: con i piedi ben piantati per terra, si rende conto di non poter sposare la ragazza, poiché non ha una posizione solida, rinvia le nozze di un anno, e parte per Mosca in cerca di fortuna. Un temperamento forte e positivo giustapposto a un clown triste, a un Pierrot malinconico, come lo definisce Ripellino. Un elemento, però, sembra accomunare i due uomini: la generosità, la lealtà e, come sarà chiaro alla fine, l’amore per Nasten’ka e il desiderio della felicità di lei. In un analogo triangolo si troverà coinvolto, nel 1856, lo stesso Dostoevskij. Marija Dmitrevna Isaeva, che diventerà l’anno successivo moglie dello scrittore, si trasferì da Semipalatinsk, dove Dostoevskij l’aveva conosciuta, nella cittadina siberiana di Kuzneck, con il primo marito, impiegato doganale. Alla morte del marito, la Isaeva, amata ardentemente da Dostoevskij, al quale era già legata da tempo da profonda amicizia, si invaghì di un insegnante, Vergunov, più giovane di lei di cinque anni e con mezzi finanziari assai instabili. Dostoevskij, nel tentativo di aiutarla e di favorirne il matrimonio con l’uomo amato, scriverà all’amico barone Vrangel’ perché questi si adoperi per migliorare la posizione economica di Vergunov. In questo frangente il comportamento di Dostoevskij, che in una lettera a Vrangel’ descrive un incontro tra lui e Marija, incontro nel quale la donna non fa che parlargli dell’altro, sembra ricalcare quello del suo sognatore, innamorato e altruista, pronto a sacrificare la propria felicità pur di assecondare i desideri della donna amata.

L’andamento narrativo delle Notti bianche parte da toni elegiaci, con la lunga descrizione iniziale di Pietroburgo dalla quale, però, già traspare tutta l’inquietudine del protagonista, per passare al denso monologo del sognatore su se stesso (notiamo che egli parla di sé in terza persona, perché si vergogna, come avrà modo di dire, e forse anche per una certa autocoscienza ironica): «l’eroe prorompe in una sfrenata sequela di parole, e alla sua timidezza subentra un’eloquenza libresca, una facondia affannosa. [...] Egli si profonde in un narrare convulso, precipitoso, febbrile, che trasforma in delirio l’atmosfera notturna»¹¹. Il periodare si fa ampio e involuto, faticoso e sofferto, tanto che l’ingenua Nasten’ka dice: «Voi raccontate in modo meraviglioso, ma non potete raccontare in modo un po’ meno meraviglioso? Giacché parlate come se leggeste un libro» (stessa osservazione verrà fatta ad un altro personaggio che senza sosta scandaglia il proprio animo e la propria psiche, «l’uomo del sottosuolo»). Alla fine della novella, successivamente al racconto di Nasten’ka, che utilizza una lingua più colloquiale e spontanea, tornerà il tono sommesso della prima parte, ma soffuso di una mestizia crepuscolare.

Molti nel racconto gli «ascoltate!», quasi un modo di mantenere un costante contatto con l’interlocutore da parte del parlante (che a volte sembra dialogare soprattutto con se stesso), ma interessante in particolare l’uso insistito dell’avverbio vdrug (= all’improvviso) da parte dell’autore. Come molti studiosi hanno giustamente sottolineato, Dostoevskij, nella totalità della sua creazione letteraria, utilizza questo avverbio in percentuale decisamente superiore rispetto, per esempio, a Puškin, Gogol’ o Tolstoj¹²; probabilmente possiamo intravedere in ciò un riflesso di quella «particolare indeterminatezza-incompiutezza che è l’oggetto principale della raffigurazione dostoevskiana: infatti Dostoevskij raffigura sempre l’uomo sulla soglia dell’ultima decisione, nel momento di crisi e di rivolgimento incompiuto – e non predeterminabile – della sua anima»¹³. L’uomo dostoevskiano, quindi, non riesce a vedere con chiarezza nel proprio intimo, è un uomo pieno di contraddizioni, scisso nel suo interno (non a caso il protagonista di Delitto e castigo si chiamerà Raskol’nikov, da raskol = scissione): «a volte questa cecità è limitata, e provocata dall’incapacità di vedere, in altri casi è causata dal desiderio di non vedere. La conseguenza è una sola: la caduta degli anelli di congiunzione e il dominio della subitaneità, cioè del vdrug»¹⁴.

LUISA DE NARDIS

¹ A. M. Ripellino, «Nota introduttiva» a Le notti bianche, Einaudi, Torino 1957, p. VII.

² F. Dostoevskij, «Sogni di Pietroburgo in versi e in prosa», in Cronaca di Pietroburgo, SugarCo, Milano 1981, pp. 78-79.

³ F. Dostoevskij, Cronaca di Pietroburgo, SugarCo, Milano 1981, pp. 64-66.

⁴ F. Dostoevskij, Cronaca di Pietroburgo, cit., pp. 66-68.

⁵ S. Resnik, «La memoria del corpo. Lettura psicanalitica di Dostoevskij», in Dostoevskij e la crisi dell’uomo, Vallecchi, Firenze 1991, pp. 78-79.

⁶ Ju. Mann, «Il giovane Dostoevskij e il romanticismo», in Dostoevskij e la sua opera. Convegno italo-sovietico, Roma 28/29 ottobre 1983, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 1985, p. 151.

⁷ E. Lo Gatto, Il mito di Pietroburgo, Feltrinelli, Milano 1960, p. 211.

⁸ M. Bachtin, Dostoevskij. Poetica e stilistica, Einaudi, Torino 1968, p. 65.

⁹ V. Nabokov, Lezioni di letteratura russa, Garzanti, Milano 1987, p. 133.

¹⁰ F. Dostoevskij, Lettere sulla creatività, Feltrinelli, Milano 1991, p. 26.

¹¹ A. M. Ripellino, cit., p. VIII.

¹² Cfr. I. Verč, Vdrug. L’improvviso in Dostoevskij, Editoriale Stampa Triestina, Trieste 1977; S. M. Solov’ëv, Izobrazitel’nye sredstva v tvorčestve F. M. Dostoevskogo, Mosca 1979, pp. 70-79.

¹³ M. Bachtin, cit., p. 83.

¹⁴ E. Etkind, «Il pensiero e la parola in Dostoevskij», in Dostoevskij e la crisi dell’uomo, cit., p. 134.

Notte prima

Era una notte incantevole, una di quelle notti come ci possono forse capitare solo quando siamo giovani, caro lettore. Il cielo era un cielo così stellato, così luminoso che, guardandolo, non si poteva fare a meno di chiedersi: è mai possibile che esistano sotto un simile cielo persone irritate e capricciose? Questa pure è una domanda giovane, caro lettore, molto giovane, ma che il Signore la mandi più spesso alla vostra anima!... A proposito di signori capricciosi o irritati, non potevo non ricordare anche il mio comportamento morigerato per tutto quel giorno. Fin dal primo mattino aveva preso a tormentarmi un’angoscia sorprendente. Mi era all’improvviso sembrato che tutti mi lasciassero solo e che tutti si allontanassero da me. Naturalmente ognuno è in diritto di chiedere: e chi sono poi questi tutti? perché sono ormai già otto anni che vivo a Pietroburgo e non ho saputo fare pressoché nessuna conoscenza. Ma a che pro avere conoscenze? Anche così conosco tutta Pietroburgo; ecco perché mi era sembrato che tutti mi lasciassero quando l’intera Pietroburgo era partita e all’improvviso se ne era andata in dača. Avevo avuto paura di restare da solo, e avevo vagato tre giorni interi per la città in preda a una profonda angoscia, decisamente senza capire cosa mi stesse succedendo. Che andassi sul Nevskij, che andassi al parco, che vagassi per il lungofiume – nessuno di quei visi che ero abituato a incontrare sempre allo stesso posto, a una data ora, tutto l’anno. Loro naturalmente non mi conoscono, ma io invece conosco loro. Li conosco intimamente; ho imparato quasi a memoria le loro fisionomie – e li ammiro quando sono allegri, e mi intristisco quando si rabbuiano. Ho fatto quasi amicizia con un vecchino che incontro ogni santo giorno, a una data ora, alla Fontanka. Un volto così posato, pensieroso; non fa che mormorare e agitare la mano sinistra, mentre nella destra tiene un lungo bastone con il pomo in oro. Anche lui mi ha notato e mi dimostra un sincero interesse. Se per caso non fossi alla data ora nello stesso posto della Fontanka, sono convinto che si intristirebbe. Ecco perché, a volte, manca poco che ci salutiamo, in particolare quando siamo ambedue di buon umore. Tempo fa, quando non ci siamo visti per due giorni interi e il terzo giorno poi ci siamo incontrati, stavamo già per toglierci il cappello, ma per fortuna ci siamo ripresi in tempo, abbiamo abbassato la mano e ci siamo incrociati con simpatia. Anche i palazzi mi sono noti. Quando cammino, è come se ognuno di essi mi corresse incontro per la strada, mi guardasse da tutte le finestre e quasi dicesse: «Salve; come va la salute? anch’io sto bene, grazie a Dio, e nel mese di maggio mi aggiungeranno un piano». Oppure: «Come va la salute? domani cominceranno a restaurarmi». Oppure: «Sono quasi andato a fuoco e che spavento!», ecc. Ho i miei preferiti, ho degli amici intimi; uno di loro ha intenzione di farsi curare da un architetto quest’estate. Passerò apposta ogni giorno, perché, Dio ci salvi!, non lo curino alla bell’e meglio. Ma non dimenticherò mai la storia di un delizioso palazzetto rosa-chiaro. Era davvero un grazioso palazzetto in pietra, mi guardava con tale cordialità, guardava con tale alterigia i suoi goffi vicini, che il mio cuore si rallegrava quando mi capitava di passarci davanti. All’improvviso, la settimana scorsa, passo per la strada e, quando guardo il mio amico – sento un grido lamentoso: «Mi tingono di giallo!». Malfattori! barbari! non hanno risparmiato niente: né le colonne, né i cornicioni, e il mio amico si è fatto giallo come un canarino. Ho quasi avuto un travaso di bile per questo fatto, e a tutt’oggi non ho ancora avuto la forza di andare a vedere il mio poveretto sfigurato che hanno tinto con il colore del celeste impero.

Cosicché, capite bene, lettore, in che modo io conosca tutta Pietroburgo.

Ho già detto che per tre interi giorni mi tormentò l’irrequietezza, finché non ne indovinai la causa. Per la strada mi sentivo male (quello non c’è, l’altro non c’è, dove è finito il tale?) – e anche a casa ero depresso. Per due sere cercai di capire: cosa mi manca nel mio angolo? perché era così difficile restarvi? – e osservavo sconcertato le mie pareti verdi affumicate, il soffitto, dal quale pendeva una ragnatela, che Matrëna aveva fatto prosperare con grande successo, esaminavo tutto il mio mobilio, osservavo ogni sedia, pensando: non è forse qui il male? (perché se anche una sola delle mie sedie non è al posto in cui stava ieri, allora sono depresso), guardavo fuori dalla finestra, e tutto invano... non stavo affatto meglio! Mi venne perfino in mente di chiamare Matrëna e di farle, seduta stante, una paternale per la ragnatela e in generale per la sua sciatteria; ma lei si limitò a guardarmi sbalordita e se ne andò senza dire una parola, cosicché la ragnatela è ancora felicemente al suo posto. Solo stamattina, finalmente, ho indovinato di cosa si trattava. Eh! ma se la filano in dača lontano da me! Scusatemi la paroletta colloquiale, ma non sono in vena di stile alto... perché qualunque cosa ci fosse stata a Pietroburgo, o si era trasferita, o si stava trasferendo in dača; perché ogni rispettabile signore dall’apparenza solida che avesse noleggiato una vettura, si trasformava subito, ai miei occhi, in un rispettabile padre di famiglia che, dopo le consuete attività lavorative, si dirigeva senza bagaglio in seno alla propria famiglia, in dača; perché ormai ogni passante aveva già un aspetto del tutto particolare, che per poco non diceva a chiunque incontrasse: «Noi, signori, siamo qui solo così, di passaggio, ma tra due ore ce ne andremo in dača». Si aprisse una finestra, sulla quale avevano tamburellato delle ditina sottili, bianche come lo zucchero, e spuntasse la testolina di una bella ragazza che chiamava un ambulante con vasi di fiori, – avevo subito l’impressione, là per là, che quei fiori venissero comprati solo così, cioè di certo non per godere della primavera e dei fiori in un soffocante appartamento di città, ma che invece ecco, molto presto, tutti si sarebbero trasferiti in dača e avrebbero portato con sé i fiori. Anzi, avevo già avuto tali successi nel mio nuovo, particolare genere di scoperte, che potevo già senza errore, dalla sola apparenza, indicare in quale dača vivesse ognuno. Gli abitanti delle isole Kamennyj e Aptekarskij o della strada di Petergof si distinguevano per la studiata finezza dei modi, per i lussuosi abiti estivi e le magnifiche carrozze con le quali arrivavano in città. Coloro che vivevano a Pargolovo e nei dintorni «si imponevano» al primo sguardo per la loro sagacia e solidità; il frequentatore dell’isola Krestovskij si distingueva per l’aspetto imperturbabilmente allegro. Se mi capitava di incontrare una lunga processione di carrettieri che, con le redini nelle mani, procedevano pigramente accanto ai carri carichi di intere montagne di mobilia di ogni genere, di tavoli, sedie, divani turchi e non turchi e altre masserizie domestiche, su cui, in cima a tutto, troneggiava sovente, proprio in cima al carro, una cuoca mingherlina, che sorvegliava i beni padronali come la pupilla del suo occhio; se guardavo le barche stracariche di suppellettili domestiche che scivolavano per la Neva o la Fontanka, fino alla Čërnaja rečka o alle isole, – carri e barche si decuplicavano, si centuplicavano ai miei occhi; sembrava che tutto si fosse mosso e se ne fosse andato, che tutto si fosse trasferito in dača a intere carovane; sembrava che l’intera Pietroburgo minacciasse di trasformarsi in un deserto, cosicché alla fine mi sentii pieno di vergogna, offeso e triste: non avevo decisamente un posto né un motivo per andare in dača. Ero pronto ad andarmene con ogni carro, a partire con ogni signore di aspetto rispettabile che avesse noleggiato una vettura; ma nessuno, assolutamente nessuno mi aveva invitato; mi avevano letteralmente dimenticato, ero in effetti per loro letteralmente un estraneo! Camminai molto e a lungo, tanto che ebbi ampiamente modo, secondo mia abitudine, di dimenticare dove fossi, quando all’improvviso mi trovai alle porte della città. In un attimo mi sentii allegro e mi incamminai oltre la barriera; camminai tra prati e campi seminati, non provavo stanchezza, ma sentivo solo con tutto il mio essere che un peso stava cadendo dalla mia anima. Tutti i passanti mi guardavano con tale cordialità che davvero mancava poco mi salutassero; tutti erano così felici per qualcosa, tutti quanti fumavano sigari. Anch’io ero felice, come ancora non mi era mai successo. All’improvviso mi sembrò proprio di essere in Italia, – tanto fortemente mi aveva colpito la natura, me, cittadino malaticcio, quasi soffocato tra le mura cittadine.

C’è qualcosa di indicibilmente toccante nella nostra natura pietroburghese, quando d’improvviso, all’apparire della primavera, mostra tutta la sua potenza, tutte le energie donatele dal cielo, si adorna, si agghinda, si colora di fiori... In qualche modo mi ricorda senza volere quella ragazza, appassita e malata, che guardate a volte con dispiacere, a volte con un compassionevole amore, a volte, invece, nemmeno la notate, ma che all’improvviso, in un attimo, come per caso diventa indicibilmente, straordinariamente bella, e voi, stupefatto, incantato, vi chiedete senza volere: quale forza fa splendere di un simile fuoco quegli occhi tristi e pensierosi? cosa ha richiamato il sangue su quelle pallide gote smagrite? cosa ha coperto con la

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