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Roma. L'impero del crimine

Roma. L'impero del crimine

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Roma. L'impero del crimine

Lunghezza:
485 pagine
7 ore
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854133938
Formato:
Libro

Descrizione

I padroni e i misfatti della Capitale

Il volto oscuro della Capitale, una città assediata dalla criminalità organizzata. Chi sono i veri padroni di Roma?

Le misteriose trame malavitose a Roma dai primi del Novecento a oggi: mafia, camorra, ’ndrangheta, Banda della Magliana, triadi cinesi, clan russi, gangster internazionali, apparati deviati, golpisti, politici corrotti, affaristi senza scrupoli, lobby economiche, killer infallibili, poveracci pronti a tutto. Di questo racconta Yari Selvetella. È il romanzo del potere: un dietro le quinte della nostra vita civile. Un intreccio di associazioni criminali pronte a percorrere tutte le strade pur di mantenersi in vita e di crescere, senza troppi scrupoli. Le storie di Selvetella sondano il suolo melmoso che macchia di sangue la verità, il porto franco presso cui, per tutta la storia repubblicana del Paese, hanno trovato spazio malfattori di ogni risma e di ogni provenienza. E che continuano, dietro gli splendori della Città eterna, a intossicare il presente. Una narrazione potente, documentata, in cui fiction e non-fiction si alternano per dar vita a una sola storia: la nostra.

L'eterno malaffare della città eterna in una narrazione incalzante e documentata


Yari Selvetella

giornalista e romanziere, con la Newton Compton ha pubblicato i saggi Roma criminale (scritto con Cristiano Armati), Banditi, criminali e fuorilegge di Roma e il romanzo Uccidere ancora.
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854133938
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Roma. L'impero del crimine - Yari Selvetella

nuovo.

Il primo (Aprile 1909, Centocelle)

Sale da una luce acquosa, dalla città immobile sotto il suo aeroplano che velocemente la circumnaviga e la inghiotte. La domina. Latitudine Nord di 41 gradi, 53 minuti e 33 secondi; longitudine Est di 12 gradi, 29 minuti e 31 secondi. La sera del 15 aprile 1909 Wilbur Wright invade il cielo della città eterna a bordo del suo velivolo, il Flyer. Sospinto da ali fragilissime e da motori potenti, l’uomo vola. Suo fratello Orville, il 17 dicembre 1903, è stato il primo a farlo, sulla spiaggia di Kitty Hawk, nel North Carolina. È stato lui il primo, d’accordo, ma Wilbur ci tiene a sottolineare che l’impresa è da attribuire a entrambi. Hanno costruito la prima macchina più pesante dell’aria, propulsa a motore, con cui l’uomo abbia compiuto un volo libero, pilotato e duraturo. Insomma, uno doveva pur salire e l’altro rimanere a terra. Fatto sta che Orville ha tenuto in volo l’apparecchio solo per 12 secondi. Poi è toccato a Wilbur ed è durato 59 secondi. Un minuto intero, praticamente. Con un motore a 4 cilindri da 12 cavalli. A Roma, comunque, Wilbur è il primo in assoluto a solcare il cielo della città.

Ci ha già provato lo scultore e aviatore francese Léon Delagrange a spiccare il volo sulle rovine. Appena un anno prima ha radunato il bel mondo a Villa Borghese, ma l’impresa non gli è riuscita e il colle del Pincio ha dovuto superarlo in carrozza e cavalli.

È un lungagnone di 186 centimetri, Wilbur, l’oblungo ovale anglosassone, l’aria perennemente intenta a distrazioni dalle pretese del mondo. Sempre zitto, o al più caustico. Alle frenesie che per giorni riversano sul pratone di Centocelle onesti cittadini e fagottari crapuloni, reagisce con sussiego sibillino.

«Ma volerà ’sto buggero?», si chiedono i romani in scampagnata.

«Sì, sta a aspetta’ che je spunteno le ale».

I cronisti sono impazienti. Insistono.

«Volerà, dunque, signor Wright?»

«Potrei volare, se lo volessi».

E infatti ora, sera di metà aprile, mese crudele di glicini, ancora avvinto da nebbie invernali e naturalmente incline ai prodigi, vola. È il primo uomo a osservare compiutamente la città da quell’altezza, qualche decina di metri sopra i rimasugli del torrione medievale, Torre Spaccata. La inventa come un mucchio di tegole, come un gioco da ragazzi, se la gode obliqua e irreale, improvvisamente minuta, poi geometricamente partita in un reticolo di viuzze sinuose e all’apparenza inconcludenti; o di perfetti quadrati, di nuovi quartieri moderni che si impossessano dell’agro. Come annunciando una redenzione o una catastrofe, sorvola il campo, già completamente fuori della città. Prima è il silenzio dalla macchina che fende il cielo, poi i pastori toccano ferro al rombo dell’aeroplano, le greggi si assembrano e si disperdono, come storni o gabbiani, perché da lì tutto è il contrario. L’idea del cielo è capovolta, è in basso e comunque altrove: i dossi sono pieghe su una tinta compatta, dai casolari le finestre si spalancano al suo passaggio. Insegue le fughe di ragazzini che agitano un fazzoletto colorato, uno straccio, per lui; e le conchiglie delle carrozze, solo minuscoli artropodi, forme ignote. Da un’altezza innaturale, nelle dimensioni rattrappite dalle distanze, sembra più facile comprenderla, Roma. In fondo così piccola, inconsistenti gli affanni, da lì sopra. Davvero si può avere paura, sulla terra, con la pianta del piede che lascia orme nel fango?

Quando Wright si arrampica in cielo, sopra Roma, ha già superato la crisi. All’improvviso, dopo i primi esperimenti con il Flyer, non ce l’aveva fatta più, a causa delle vertigini: l’uomo che ha conosciuto per primo la verità del volo ha sofferto di vertigini. Ora invece si gode gli «hurrà» che il pubblico gli tributa. W Wright! W il futuro! W il motore a scoppio! W il ventesimo secolo! Non c’è guerra né peccato. Il mondo è un aggeggio circumnavigato dalla fiducia. Chi osserva dal basso, con le scarpe inzaccherate da gramigne e cicoria, è convinto che andrà tutto per il meglio, che la Storia sia un desiderabile destino. Ma dal cielo il tempo assomiglia a una malattia, a un lamento del motore. Se il futuro è già in corso la speranza è un gioco equivoco.

Sopra questa città che ha il nome della gloria, sopra ai ruderi che spuntano dal verde come ferite rimarginate, Wilbur vola. Col vento tagliato dalle ali che scivola verso il futuro come un fiume al mare, sicuro, inevitabile. Giù, sui ciottoli grigi, un operaio scarica botti da un carretto pieno e il comignolo di un altoforno sbuffa stancamente la sua ridicola minaccia. Uomini pressati da un cappello a cilindro di tanto in tanto si sforzano di cercarlo nel cielo – e il cappello cade loro in terra.

Wilbur Wright vola sulla città di Roma, che non è una metropoli: i palazzi sono quasi tutti antichi e bassi, vecchi. Fuori dalle mura appena cumuli di terra, buchi di cantieri, sezioni di scheletri ancora spolpati e antichi nidi d’uomo, ragni nei buchi, operosi, sotto di lui. Ecco la città che il tempo ha mangiato boccone dopo boccone e ora non è che un avanzo in un piatto, una pozza residua di un mare in tumulto a cui suona la sveglia. Il nuovo secolo, lui. Solo in lontananza, ancora un sogno, le anse del Tevere, le scie leggere dei rematori, i pennacchi sulle cupole. Riesce a distinguere lo sventolio dei bucati sui tetti, le lenzuola su cui il sole trionfa. Lo sorprendono gli improvvisi spazi che i vicoli e le strade cedono ai monumenti; i vari strati di questa città lottano per emergere come fossero rami nel fitto della boscaglia, alla ricerca della luce. I borghi antichi di tetti rossi, i palazzi uno in bocca all’altro e poi la frattura di una piazza con obelisco, il verde intenso di una residenza nobiliare, l’ocra o il bianco degli antichi monumenti che da qui sembrano solo i resti di qualche catastrofe. Sono solo colori le magagne del potere temporale e spirituale, ecco quel che rimane di tiare e corone, di legioni e processioni, di misteri benedetti dall’oblio, di trame remote nell’attrito dei secoli, inghiottite dal vizio di abradersi e di fissarsi, senza più risposte né domande, all’intonaco compatto della Storia.

Lì sotto si legifera, si campa e si muore: visita a Roma dell’ambasciatore turco, un ventiquattrenne russo ammazzato in piazza di Pietra, un vecchio repubblicano ha scannato la sua giovane amante. Quante storie, tante, sul «Messaggero», sul «Secolo», sul «Piccolo» che presto il volo, il volo di un trabiccolo, deglutirà in un istante, nell’epoca che viene.

Tornerà armato di un vizio troppo umano, gravido di bombe, l’aeroplano; ciò che conquista vorrà distruggere, quel che distrugge saprà riconquistare, il cielo, che sia al prezzo del sangue o di un semplice low cost.

Il Colosseo appare all’improvviso, lasciandosi alle spalle il fiume, oltre le cime di un colle e un intrico di casette: un disco sghembo segnato da fondamenta nude. Tutto qui. E intorno briciole bianche di marmo o anime rosse di mura, o gialle di tufo. La velocità mangia il tempo ed è così facile volare oltre. Appena in direzione est le mura della città, una basilica sovrastata da angeli bianchi, cere poste a monito dei viandanti, ma non di lui che le osserva dal suo tempo, dal futuro che possiede, lì in alto. E oltre solo timide valli, campi coltivati, carrozze, passanti, insetti.

Quando è il momento di riavvicinarsi a terra, agli applausi di signore con l’ombrellino, ai favoriti di galantuomini, ai sogni e alle paure del popolo che sbircia da lontano, alla ressa di nobili e borghesi che lo attende, allora sa che l’aeroplano è ancora insufficiente, quell’aeroplano, che ballonzola riguadagnando il suolo, che intuisce appena le geografie di cesari e di papi, di ministri e cardinali, di povera gente che l’altezza assimila a uno sciame.

Nel pratone di Centocelle, nella distesa brulla che è un luogo qualsiasi nel mondo, le carrozze dei notabili lo attendono e perfino qualche automobile. Il re d’Italia in persona, Vittorio Emanuele III, deve alzare il naso per occuparsi di lui, e festeggiare – o temere – il futuro che annuncia. Su questa città rinchiusa nel suo antico pantano, Wilbur Wright porta a terra il suo clangore e la vista di ciò che quegli uomini non hanno mai saputo. Così in pochi minuti conosce la città meglio di loro, meglio di qualsiasi altro. Il cupo Wilbur, forse, vorrebbe anche dire ciò che sa di Roma, dei suoi vuoti e della sua forma intera, ma per ora è impossibile. Ed è un privilegio quella esclusività. Presto dovrà concedere parte della conquista a membri della famiglia reale italiana, a capi di governo, ad ammiragli e sottotenenti desiderosi di diventare più bravi di lui. Salire e scendere, gironzolare e sorridere, dieci, cento volte, come la più insulsa delle attività, come un qualsiasi vetturino che dispensi zuccherini ai cavalli e sorrisi ai clienti. Dovrà mostrare loro Roma, la città che non hanno mai visto prima d’ora, non così. Dovrà consegnare loro il futuro, se lo vedono emergere – e qui è semplice, qui brilla – sotto le rughe dei campi arati, tra i ghirigori di platani in parata, nel vuoto che comprime l’epoca antica e ormai al termine di questa città. Vedranno forse sorgere impalcature e grattacieli e ferrovie leggere, migliaia di palazzi divorare le strade, motori, guerre, piste di aeroporti, piloni complanari così, nel baleno in cui Wilbur Wright taglia l’urbe da un confine all’altro. Sapranno forse del dolore, sapranno che il volo è anche un precipizio da cui, al riparo dal dettaglio, riluce l’interezza delle cose, la loro verità. Ma adesso che ascende alla sera direttamente da una luce acquosa, da nessuna origine, il tempo che viene, ancora per poco, è tutto per lui.

Aria di festa. Storie di golpe notturni, estivi, natalizi. Per tutte le stagioni

Alta stagione sul litorale, famigliole a mezza pensione, seconde case per ministeriali, chioschi di cocomero, calciomercato. Gli ombrelloni sono chiusi sul bagnasciuga, ordinati, le sdraio impilate, suonano i successi dell’estate tra le luci azzurre di una gelateria e il chiasso degli adolescenti. Gli anziani passeggiano con un giacchetto sulle spalle, i bimbi frignano per un altro giro sulle giostre, le coppie litigano o si amano. Arriva davvero l’estate; anche di martedì sera ormai si avverte il cambio di passo, quel ritmo lievemente anestetizzato che sospinge famiglie a migliaia dalla metropoli alle sue succursali, il 27 luglio 1993.

Sulla costa a nord di Roma ci sono comprensori e villette per il ceto medio, campeggi e affitti proletari. Poi, di tanto in tanto, i rimasugli di villeggiature nobili, ritiri d’altri tempi per notabili e industriali ormai assediati dalla massa.

Anche il presidente del Consiglio è stanco, anche lui e sua moglie intendono riposare, godersi la brezza salmastra, le piccole luci di crociere all’orizzonte. Un macchinone blu fende la via Aurelia, verso Santa Severa: Carlo Azeglio e Franca Ciampi in quel dopocena di fine luglio sono due borghesi fra i tanti che vogliono lasciarsi alle spalle, per una sera almeno, gli impicci del mestiere e la calura scomposta che acchiappa le caviglie dal nero rovente dei sampietrini. Per tutta la giornata il capo del governo ha seguito la trattativa con gli autotrasportatori: è iniziato il fermo dei veicoli e con esso, sempre più concreta, la minaccia di un Paese in preda al traffico. I quotidiani danno conto delle prime suggestioni da accaparramento: si fanno scorte, si compra più frutta. Forse nel timore che i camion continuino a non circolare e che le merci non arrivino c’è chi annida – oltre a un’inveterata fiducia nei titoli a sensazione – altri, più consistenti presagi. Se non si dà retta ai camionisti avrà un significato concreto lo spot biblico con cui i giornali definiscono i trasferimenti per le vacanze: esodo. Si metteranno di traverso con i TIR e allora vaglielo a raccontare, ai cittadini sulle autostrade, che anche in quell’anno difficile, in quel nero 1993 – l’anno di Tangentopoli, dei potenti alla sbarra, della svalutazione della lira, delle bombe, del gorgo che sta inghiottendo la Repubblica Italiana – possono stare tranquilli, godersi il mare e i monti, le granite e le vongole veraci, le passeggiate, le sagre e le feste patronali.

Poi la trattativa si è sbloccata, nel tardo pomeriggio finalmente sono tutti d’accordo: bonus fiscale, finanziamento di duecento miliardi per la ristrutturazione delle imprese. E visto che ancora non sono diffusi i telefoni cellulari, i camionisti ai presidii diffondono la notizia col baracchino. Tornano a casa e il governo tira un sospiro di sollievo. Niente code mostruose ai caselli, tutto liscio, tutto normale, si va al mare. A tarda sera il presidente giunge nella sua residenza, i frutti sono maturi, i prati verdi, il mare è quieto.

«Presidente, è scoppiata un’altra bomba. Era piazzata in una macchina a Milano, in via Palestro. Un disastro. Cinque morti» .

È accaduto alle 23:14. Ora è mezzanotte. Il presidente del Consiglio è stato avvertito: altri cinque morti, ancora un attentato dopo la strage di via dei Georgofili a Firenze, un’altra autobomba. Sono passati due mesi esatti. Appena due mesi. Nel bel mezzo della sua notte è la Repubblica Italiana, altro che lo sciopero dei camionisti, altro che le bizze familiari della città che chiede grazia e pace al proprio litorale. Le pizzerie sono ancora aperte, coppiette amoreggiano sul lungomare. Ciampi chiama al telefono il suo segretario generale, Andrea Manzella:

«Pronto, Andrea...».

«Carlo, non capisco cosa sta succedendo...».

Un boato copre la conversazione. Ce n’è un altro. Stavolta a Roma. Un botto secco, un fuoco artificiale deflagra dalla capitale. Dall’arco del Velabro a Palazzo Chigi l’esplosione si riconosce perfettamente. Che tutti sappiano a quali santi si vuol far la festa, stanotte a Roma.

«Pronto, mi senti?».

La linea è caduta, interrotta, a Palazzo Chigi è il black out. Il potere è fragile; una zolla tra le altre nel terreno della Storia. Qualcuno sta per sollevarla, per strappare via le sue radici sottili. Dell’ordine costituito, del villaggio organizzato che occupa il centro di Roma, qualcuno vuole fare un cratere. Il telefono non funziona. Chi marcia su Roma o l’ha già presa? Chi la offende di tritolo, chi la vuole conquistare? Mentre la città galleggia nell’aria di festa, siamo a un passo dal caos; o da un nuovo, tetro ordine. La situazione, come suol dirsi, è precipitata. Nessuno risponde a Palazzo Chigi. Il colpo di Stato è vicino. Sul litorale a nord di Roma i locali cominciano ad aprire anche in mezzo alla settimana, si allungano i whisky con la coca, i gin con la limonata, si preparano giochini per la spiaggia, i compressori gonfiano palloncini, i generatori gracchiano dietro ai furgoncini di arachidi e dolciumi. Il presidente torna a Roma, si precipita in città dalla via Aurelia sempre più sgombra, tra le chiome dei pini illanguidite dalla luna. Fischiano le sirene, i cronisti si scapicollano, i curiosi si eccitano, i baristi formulano ipotesi, i testimoni raccontano, i militanti si allertano, gli onesti si affacciano alla finestra, scrutando a destra e a manca. Il presidente arriva all’una e un quarto, non trova i carri armati davanti a Palazzo Chigi né un colonnello traditore e ambizioso che gli intima di seguirlo nel vicolo cieco di una storia ancora più cupa.

Ciampi convoca in gran segreto il Consiglio Supremo di Difesa: ministri, forze armate; di norma è presieduto dal capo dello Stato, ma in circostanze d’urgenza può essere riunito dal presidente del Consiglio. Chi sta tradendo la Repubblica Italiana? Chi la minaccia? Cosa si dicono i capi di dicasteri e di corpi d’armata? Quanto sanno? Cosa promettono e minacciano, a cosa sono pronti? Sul litorale è l’ora delle super hit, di All that she wants degli Ace of Base, di Living on my own con Freddie Mercury remixato, di What is Love di Haddaway. Il volume si alza e niente si sa, nulla si sente dei segreti, del circo di verità e schermaglie, di doppiogiochisti e fedeli servitori dello Stato. Brusii e bombe, ma non una voce comprensibile, solo uno scarno chiacchiericcio e il fragore degli schianti. I motivetti dell’estate. A Roma le bombe sono due, una alla basilica di San Giovanni, l’altra a San Giorgio al Velabro. Linee interrotte, riunioni segrete.

I telefoni hanno ricominciato a funzionare. Dal Monte Citorio al Quirinale, appena qualche centinaio di metri in linea d’aria, la linea è attiva, risponde Oscar Luigi Scalfaro, il presidente della Repubblica.

«Presidente, dobbiamo reagire».

I militari sono allertati, i reparti speciali, i servizi retti e quelli deviati, tutti pronti al gioco, tutti pronti al via, come cavalli al palio, mentre un mossiere occulto rimesta le polveri, incerto se dar loro fuoco. Qualcosa succede, qualche partita dev’essere pure in corso. Tuttora non conosciamo quale sia il gioco, chi stia segnando punti, chi stia soccombendo.

Il peggio non accade, nessuna colonna di blindati, nessun’altra bomba che faccia saltare in aria vetri, istituzioni, esseri umani. Si aspetta, si aspetta che passi la nottata, al capezzale del malato vilipeso, umiliato, la Repubblica nata dalla Resistenza, da un sussulto d’orgoglio, dal meglio della Nazione. La Repubblica del naufragio, della corruzione, dell’abitudine. Solo il silenzio, adesso, a Roma. Potrebbe giungere un botto ancora più imponente, quello definitivo. Sono le quattro del mattino. È l’ora in cui la città perde il contatto con ogni epoca ed è nuda come un angelo, per essere senza passioni o per averne masticate troppe, esausta, arresa. Disabitata come meritano le sue vestigia, pura archeologia, bellezza intera: potrebbero appropriarsene masnadieri a cavallo, ambasciatori in carrozza, lanzichenecchi, reparti motorizzati, cartaginesi, tedeschi, congiurati, dittatori, cortei di ribelli, scaltri condottieri. Invece la stordisce il silenzio. Una lunga agonia di senilità o un fiato mozzato di ragazzina: è immobile e nessuno se la piglia, Roma. Non stavolta. Al mattino già raccoglie vetraglia e limature, pezzi di affreschi, stucchi, muri, specchietti retrovisori, sportelli divelti. Alle otto si riunisce il Consiglio dei ministri, poi Ciampi parte per Milano.

Su quella misteriosa notte, c’è ancora molto da sapere: il 29 maggio 2010 l’ex presidente del Consiglio – e poi presidente della Repubblica – Carlo Azeglio Ciampi, ha rilasciato al quotidiano «la Repubblica» alcune dichiarazioni. La polemica politica è rovente: in buona sostanza tra i detrattori del capo del governo Silvio Berlusconi c’è chi ipotizza che la nascita del suo primo movimento politico, Forza Italia, sia da collegare agli esiti di quella stagione di scontro e trattativa tra Stato e mafia.

Afferma Ciampi: «Ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi...», e fa poi riferimento al libro-intervista che, di lì a pochi giorni, verrà pubblicato: «Lì è tutto scritto, ciò che accadde e ciò che penso. Così come lo riportai, ora per ora, sulle mie agende dell’epoca...». Deve restare memoria, di tutto questo. Ma insieme alla memoria deve venir fuori anche la verità. «Perché senza verità», conclude l’ex presidente della Repubblica, «non c’è democrazia».

Curiosamente, però, la golosa autopromozione del volume risulta piuttosto deludente e il libro rivela molto meno di quanto il presidente avesse promesso. Ciampi, rispondendo al giornalista Arrigo Levi che lo aiuta a rammentare il suo percorso di vita in Da Livorno al Quirinale, se la cava così, con un tono da comunicato ufficiale misurato al bilancino di precisione e una scarna messe di particolari:

«Su tutta questa vicenda, oggetto recentemente di speculazioni e ricostruzioni spesso fantasiose, aggiungerò soltanto questo: condivido l’opinione del Presidente Scalfaro che sia compito della magistratura e degli apparati investigativi darci una verità definitiva. Da parte mia non ho mai chiamato in causa le responsabilità di nessun governo, e chi di questo mi accusa, mente. Questi sono i fatti» (Da Livorno al Quirinale. Storia di un italiano. Conversazione con Arrigo Levi, Il Mulino, Bologna, 2010). Tutto qui. Delle rivelazioni promesse, nulla di nulla. Retromarcia. Rimane utile, tuttavia, l’indicazione dell’esistenza di agende in cui tutto è annotato ora per ora e che permetteranno forse, prima o poi, di aggiungere dettagli alla storia di quella notte, anziché dover passare direttamente al mattino del 28 luglio 1993.

Roma per ora è salva, la verità si è intrufolata in un altro ventaccio da corridoio, di quelli buoni solo a far corrente, a far sbattere persiane e poi a sfinirsi per stratagemmi da quattro soldi: dichiarazioni ufficiali, tregue, scadenze, ricostruzioni fantasiose, vezzi di scrittori e di cronisti. Sulle spiagge del litorale si riaprono gli ombrelloni, il sole ancora lieve del primo mattino convince puerpere a una passeggiata, già gridano i venditori di cocco, i telegiornali abbozzano una versione ufficiale. E i TIR non bloccheranno le autostrade. Arriva l’estate. C’è aria di festa, il tempo per il meritato riposo, che sia lussuoso o dozzinale, il tempo delle conquiste, che si vagheggi l’amore o il potere. Il tempo in cui Roma diventa preda, rimane sola, in balia di turisti e avventurieri.

Sono in tanti nella storia della Repubblica Italiana ad aver sognato il colpo di mano, l’assalto ai nodi strategici del potere e l’instaurazione di un potere autoritario attraverso la conquista militare di ministeri, caserme e sedi della TV. Alcuni hanno sperato di poter effettivamente attuare il loro intento contando sul sostegno – almeno parziale e a volte millantato – di potenze straniere, sul virale contagio dell’ambizione tra alcuni alti ufficiali delle forze armate o su un malinteso amor di patria. Altri hanno ingaggiato un più sottile gioco di minaccia, cercando di ottenere il meglio dal ricatto di un’azione già predisposta, accettando di limitarsi a una fatua intentona. Altri ancora hanno pensato che il proprio – pur modesto – progetto potesse fungere da innesco alla miccia delle tensioni sociali e legittimare quindi il vero, definitivo intervento armato. Alcuni si sono sopravvalutati, ritenendo di poter rappresentare il cavallo giusto su cui avrebbero puntato gli strateghi del complotto, in Italia e fuori, nella ridda di condottieri da strapazzo che sognavano e preparavano il golpe. Tutti hanno puntato l’indice verso Roma, cercando di prenderla alla sprovvista, di tirare tranelli al suo popolo e, con esso, a tutta l’Italia.

Difficile trovare un movente unico per tutti i tentativi golpisti. Di sicuro il più concreto è l’anticomunismo. L’obiettivo, in ogni caso, è sempre neutralizzare, con ogni mezzo, il Partito comunista italiano e il sindacato dei lavoratori: dirigenti, militanti, intellettuali simpatizzanti, tutti. Né con le buone né con le cattive i comunisti avrebbero dovuto conquistare il potere. Abbondano piani di eliminazione immediata e di deportazione, con aerei, con navi mercantili, verso campi di concentramento in zone remote della Sardegna o direttamente all’estero. Il principe Junio Valerio Borghese, in un’intervista del 1975 alla TV svizzera, così dichiara: «I nemici più grandi che abbiamo nel nostro Paese sono i comunisti italiani e non mi imbarazza affatto dire che sono nemici e che se potessimo sterminarli io sarei molto contento perché questo libererebbe il nostro Paese da nemici che ci vivono e che sono una minaccia continua».

L’intervista è realizzata in lingua francese; il verbo che il principe utilizza per chiarire i suoi propositi nei confronti dei comunisti è proprio quello: exterminer, cioè, da dizionario, faire périr entièrement ou en grand nombre; massacrer.

L’Italia è, sin dalla fine della seconda guerra mondiale, un Paese nella sfera d’influenza statunitense; fa parte della NATO dalla sua fondazione, il 4 aprile 1949, ma con l’anomalia del più grande partito comunista d’Occidente: un partito che è passato da poche migliaia di iscritti (circa seimila nel 1943) a più di due milioni di tesserati negli anni Cinquanta e che, ancora negli anni Settanta, è costantemente al di sopra del milione e mezzo. Nel 1970, l’anno in cui il principe Borghese avrebbe inteso realizzare il suo golpe e il suo massacro, il consenso elettorale del PCI era attorno al 30%. Dunque una grande forza popolare, organizzata, capillarmente diffusa sul territorio, nelle amministrazioni locali, nel mondo del lavoro e della cultura e i cui dirigenti erano ben consapevoli dei rischi e delle trame che incendiavano il sottosuolo d’Italia e che, golpe o non golpe, condizionavano fortemente la vita nazionale. Una forza che aveva dato un solido contributo politico e militare alla Resistenza e che non facilmente si sarebbe fatta piegare dalle gesta di un manipolo.

«La sfida delle forze reazionarie alla democrazia è tracotante», ebbe a dire Enrico Berlinguer appena eletto segretario al XIII congresso del PCI, nel marzo 1972, «i pericoli sono gravi. Ma noi questa sfida la raccogliamo. Stiano dunque attenti questi signori, stia attenta la DC, a non rompersi la testa».

Dal dicembre del 1969, con la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano, ebbe inizio la cosiddetta strategia della tensione (centoquaranta attentati tra il 1968 e il 1974). La data convenzionalmente assunta per dare il via a quella dolorosa stagione è proprio quella del 12 dicembre, giorno in cui, oltre all’esplosione di piazza Fontana a Milano (diciassette morti e ottantotto feriti), avvengono altri quattro attentati: una bomba inesplosa sempre a Milano, alla sede della Banca Commerciale Italiana in piazza della Scala, e altre tre a Roma.

Un ordigno esplode nella capitale alle 16:55 alla Banca Nazionale del Lavoro, nel passaggio sotterraneo che collega l’entrata di via Veneto con quella di via di San Basilio, a due passi dai tavoli all’aperto dei bar della dolce vita. Altre due deflagrazioni attorno alle cinque e mezza, una davanti all’Altare della Patria e l’altra in piazza Venezia, nei pressi del museo del Risorgimento: quattro feriti.

Nello stesso periodo alcuni giovani militanti – tra gli altri Renato Curcio, Alberto Franceschini e Mario Moretti – provenienti dalle più svariate esperienze (dalla Gioventù studentesca di don Luigi Giussani alla sinistra extraparlamentare, dai movimenti giovanili comunisti a formazioni di estrema destra, al cattolicesimo di base, al comunitarismo fricchettone) stanno dando vita, a Milano, al Collettivo politico metropolitano, a partire dal quale verranno poi fondate, nei mesi successivi, le Brigate Rosse la cui attività culminerà col rapimento e l’uccisione del leader della Democrazia cristiana Aldo Moro, nella primavera del 1978.

I fascisti, nel frattempo, si riuniscono in organizzazioni terroristiche come il movimento politico Ordine nuovo, fondato il 21 dicembre 1969 da Pierluigi Concutelli e Clemente Graziani, o la nuova Avanguardia nazionale di Stefano Delle Chiaie, i cui esponenti risulteranno spesso implicati in episodi dello stragismo italiano.

Già dal maggio del 1965, con un convegno sulla guerra rivoluzionaria all’Hotel Parco dei Principi di Roma, l’anticomunismo italiano ha stilato un piano d’intervento: sostenere coi fatti, col piombo e col tritolo, l’unità d’intenti che muove militanti neofascisti ed elementi sensibili dei servizi segreti e delle forze militari italiane.

All’appello non manca nessuno: estremisti segretissimi e militari infiltrati, generali nei secoli fedeli – ma non si sa bene a chi –, criptiche logge, avventurieri, soldati semplici, giornalisti. Tutti infilzati nella coltre della disinformazione e del depistaggio che è uno dei principali campi di battaglia dello spionaggio e del complotto. Un gran pastrocchio, un gioco di specchi montato ad arte affinché si perda la misura della realtà e della provocazione, del colpevole e del capro espiatorio mentre, nel caos, avanza la minaccia eversiva.

Per dare il senso del livello di queste stratificazioni vale la pena citare il manuale da campo 30-31B dell’esercito degli Stati Uniti, che sarebbe stato redatto nel 1970 dal generale William Childs Westmoreland. Il condizionale è dovuto al fatto che alcuni studiosi ne contestano ancora l’autenticità. L’analista della CIA Ray Steiner Cline e il capo della loggia P2 Licio Gelli – fonti certo discutibili – in un documentario della BBC del 1992, lo danno per buono.

«Possono esserci momenti in cui i governi ospiti mostrano passività o indecisione di fronte alla sovversione comunista e, secondo l’interpretazione dei servizi segreti americani, non reagiscono con sufficiente efficacia [...] I servizi segreti dell’esercito degli Stati Uniti devono avere i mezzi per lanciare operazioni speciali che convincano i governi ospiti e l’opinione pubblica della realtà del pericolo insurrezionale. Allo scopo di raggiungere questo obiettivo, i servizi americani devono cercare di infiltrare gli insorti per mezzo di agenti in missione speciale che devono formare gruppi d’azione speciale tra gli elementi più radicali [...] Nel caso in cui non sia possibile infiltrare con successo tali agenti al vertice dei ribelli, può essere utile strumentalizzare per i propri fini organizzazioni di estrema sinistra per raggiungere gli scopi descritti sopra. [...] Queste operazioni speciali devono rimanere rigorosamente segrete. Solamente le persone che agiscono contro l’insurrezione rivoluzionaria conosceranno il coinvolgimento dell’esercito americano negli affari interni di un paese alleato». Un gioco d’identità sovrapposte, di missioni coperte, di spie che si muovono nell’apparente riconquistata pace della capitale. Roma, già dalla fine del secondo conflitto mondiale, è la sede di molte operazioni sotterranee dal respiro internazionale: se ne leggono di cotte e di crude, ad esempio, in The Secret History of the Cia di Joseph Trento (Random House, New York, 2001), o in Operation Rollback: America’s Secret War Behind the Iron Curtain di Peter Grose (Mariner, New York, 2001): episodi da spy story, propositi empi e sogni di gloria. Il rovescio della medaglia di Roma, attanagliata dalle apparenze d’una certa caciarona dabbenaggine mentre nel retrobottega, come un topo nelle granaglie, si pasce l’intrigo. Molti progetti passano per le mani di James Jesus Angleton, burattinaio del dipartimento antiterrorismo della CIA negli anni caldi della guerra non convenzionale tra il blocco socialista e i governi d’influenza statunitense. Ma le connessioni tra questo personaggio e il nostro Paese risalgono alla seconda guerra mondiale: Angleton fu prima il capo del controspionaggio americano in Italia e quindi dell’ufficio dell’OSS (progenitore della stessa CIA). Già nel 1946 incontrò a Roma l’agente britannico Harold Kim Philby, giunto da Istanbul dopo essere riuscito a scappare dall’Unione Sovietica, dove stava per essere arrestato, per proporgli una missione: infiltrare il PCI. Kim, tuttavia, non ottenne successi definitivi. «Eppure», scrive Trento, «quello schema operativo deciso a Roma contro il PCI sarebbe divenuto un esempio per le operazioni contro i partiti politici filosovietici in altre parti del mondo».

L’ufficio da cui si diramavano i dispacci si trovava in via Archimede, ai Parioli, e coordinava tutte le operazioni nell’Europa del Sud contro i partiti comunisti e gli agenti dell’URSS. A Roma, insomma, aveva sede il centro di addestramento internazionale: erano in città perfino i soldati rumeni (per lo più di etnia tedesca e con simpatie naziste), destinati ad essere inviati a Bucarest con il compito di sabotare le forze dell’Armata Rossa e monitorare movimenti di truppe verso la Jugoslavia di Tito o contro l’Occidente. La sede della scuola di controspionaggio era nel seminterrato di una chiesa di Roma: sopra si cantava la messa e sotto si svolgevano i corsi di trasmissione radio e raccolta di informazioni. Gli agenti rumeni venivano inviati in Grecia dove, nei pressi di Atene, in una base militare USA, imparavano a sopravvivere in clandestinità e a lanciarsi con i paracadute. L’operazione, denominata Rollback, iniziò nel 1950 e terminò formalmente tre anni dopo, quando Truman lasciò la Casa Bianca. Solo una storia tra le moltissime, per comprendere quanto complicato, vario, inaspettato sia il circo del mistero e del complotto che agita la vocazione catacombale di Roma, sin dagli anni Quaranta.

Sono questi i paletti dello slalom in cui tentano di avventurarsi i condottieri dei tanti golpe italiani. Sono abili corrieri in questa congerie d’interessi: danno, promettono, architettano. Non di rado stazionano sul bilico tra il tragico e il comico, in attesa della ragione che arride ai vincitori e relega allo sberleffo tutti gli altri: così funzionano le imprese più ardite, certi macabri e donchisciotteschi ardimenti, abbiano essi qualche possibilità di successo o rappresentino solo ingombranti propaggini dell’ambizione e del vezzo. I capitani di certe imprese somigliano spesso agli squinternati protagonisti del film Vogliamo i colonnelli (1973), in cui Mario Monicelli sbertucciò i tessitori di improbabili colpi di Stato (con battute del tipo: «Camerato, hai parlato meglio di Benedetto in Croce!») e ammonì sulle forze, più concrete ed efficaci, che rischiavano di approfittare sul serio di certe imprese. Tra commedia e tragedia: basti pensare al generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo che – con il suo parodistico monocolo asburgico – organizzò il Piano Solo nel 1964. Non per questo, tuttavia, appare congrua una sottovalutazione del ruolo di certi personaggi nella Storia. Non sono meno ridicoli, infatti, coloro che, superato il versante della vittoria, diedero corpo agli incubi della dittatura: lo stesso Augusto Pinochet, che l’11 settembre 1973 si impossessò manu militari del potere in Cile appare così, in una famosa fotografia: il ciuffo impomatato, gli occhiali scuri e lo sdegno – sottolineato da simmetrici baffetti – che gli piega in basso il ghigno, le braccia conserte nell’alta uniforme dell’impunito, grave, patetico, vincitore del peggio: tremila oppositori uccisi, centotrentamila arresti arbitrari nel suo curriculum di dittatore. Scrive Curzio Malaparte in Tecnica del colpo di Stato (Bompiani, Milano, 1948): «I più pericolosi sono i generali mediocri e appunto di quelli bisogna diffidare. Primo de Rivera [dittatore spagnolo dal 1923 al 1930, n.d.r.] e Pilsudzki [dittatore polacco dal 1926 al 1935, n.d.r.] non sono che degli uomini di second’ordine: la reputazione del loro genio militare e politico non ha bisogno d’essere compromessa di più. Si può aggiungere, a loro giustificazione, che i generali di quella specie abbondano in Europa, dei quali molti hanno vinto la guerra e molti l’hanno perduta: la loro mediocrità non è una questione di patriottismo».

Proprio su Pinochet ha le idee chiare uno tra coloro che vorrebbero assestare il colpo quando la guardia è abbassata, nel pieno dell’estate e bersi Roma come una boccetta di gazzosa, con la tecnica del Blitzkrieg, la guerra lampo. Afferma Edgardo Sogno che «nel caso del Cile è ingiusto e disonesto accusare i militari di aver ucciso la democrazia». A lui si fa riferimento quando si parla del golpe bianco o golpe democratico (i gustosi ossimori della Storia) che avrebbe dovuto aver luogo la settimana di Ferragosto del 1974. Va detto subito che la storia di questo tentativo è, come il periodo dell’anno suggerisce, solo un miraggio. A una democrazia assetata d’ordine, di progresso e giustizia, di tanto in tanto appare il feticcio d’un temporale, d’una tempesta nel deserto: scintillano arsi laghi salati e sciabole al sole, balena la nube di destrieri armati. Poi d’un colpo tutto – o moltissimo – scompare; inutile ogni inseguimento, reso vano dalla foga e dalla stessa spossatezza in cui il miraggio è fiorito. Per la giustizia italiana il golpe bianco non è mai esistito, né è bastato che lo stesso Sogno abbia diffuso, nel marzo del 1997, la lista del governo tecnico che i congiurati erano pronti a insediare, ivi compreso Randolfo Pacciardi – ex dirigente del Partito repubblicano – come primo ministro e lo stesso Sogno come ministro delle Finanze.

Nelle modalità esecutive i colpi di Stato finiscono per somigliarsi – isolamento violento del potere costituito, conquista delle comunicazioni, repressione degli oppositori, assedio dei gangli vitali della vita politica – e ad accomunarli c’è anche l’arroganza di chi si appropria di un diritto su cui non vanta alcuna titolarità. Al di là degli intenti, è proprio quest’arroganza il loro tratto saliente. Edgardo Sogno Rata del Vallino (1915 -2000), ad esempio, non era un nostalgico del nazifascismo; per la sua figura val la pena di scomodare un aggettivo abusato: controverso, così era. Medaglia d’oro al valor militare nella Resistenza, anche se nella guerra civile spagnola aveva combattuto coi franchisti. Monarchico e liberale, in contatto con Benedetto Croce durante la guerra e poi col principe Borghese, per convincere la sua Decima flottiglia MAS ad azioni comuni in chiave antijugoslava, ambasciatore in Birmania, piduista. Il suo unico costante chiodo fisso era l’anticomunismo. Fu addestrato dalla CIA per condurre una guerra psicologica contro la sinistra e fu tra i fautori in Italia dell’operazione Stay Behind, l’apparato dei cosiddetti gladiatori che, con la copertura dell’Alleanza atlantica, costituivano una delle segrete milizie anticomuniste in Italia. Il progetto politico di Sogno, Pacciardi e di Luigi Cavallo (altro discusso personaggio, passato subito dopo la guerra dalla formazione partigiana Stella rossa alla militanza anticomunista della rete internazionale Pace e libertà) all’inizio degli anni Settanta si articolava attorno ai Comitati di resistenza democratica, per l’instaurazione di una repubblica presidenziale di stampo gollista. Il generale Charles De Gaulle era riuscito, nel 1958, a farsi attribuire poteri tali da proporre una nuova costituzione di stampo presidenziale e con forte centralità dell’esecutivo. La nuova costituzione fu approvata con un referendum che ottenne circa l’80% dei voti favorevoli, dando così il via libera alla Quinta Repubblica francese.

Dopo le elezioni del giugno 1971 Sogno dichiara: «Si avvicina il momento in cui sono necessarie soluzioni che non rientrano più nella meschinità del calcolo e del dosaggio politico ordinario, il momento in cui fatalmente prevale chi sa concepire una comunità più ricca di motivi ideali, una società fondata su valori morali più generosamente e generalmente sentiti». Il momento si avvicina e, tra le altre cose, occorrono soldi: Sogno, che insieme a Luigi Cavallo si è occupato sin dagli anni Cinquanta anche della schedatura degli operai comunisti della FIAT, viene finanziato dall’azienda torinese; tra il 1971 e il 1974 riceve almeno 187 milioni, che gli servono, secondo le dichiarazioni del direttore delle relazioni esterne Vittorio Chiusano, per egemonizzare il Partito liberale e aprire al MSI.

Il gollismo di Sogno esacerbava gli elementi autoritari e spingeva a soluzioni spicce: «sparare sugli italiani traditori che avrebbero voluto fare un governo con i comunisti». Figurarsi sui comunisti stessi. Sogno la vedeva così. Voleva un’azione «spietata e rapidissima». Un blitz. Di sabato e non in un sabato qualsiasi, ma durante le ferie, con le fabbriche chiuse ancora per due settimane e le masse sparse in villeggiatura. 1974. Roma a Ferragosto, spossata, cotta, tutta pini invasi da cicale e ciuffi di processionarie, con l’umidità che gronda al Tevere lenita dalla pietà di soffi collinari. Coi burini che ritornano al paesello, i pendolari del tranvetto che fanno avanti e indietro con Ostia e il boom economico che ha prodotto escrescenze edilizie per tutte le tasche: le casupole dell’Idroscalo e i palazzotti di Ladispoli, gli appoggi più chic seminati al riparo di dune e ulivi da Sabaudia a Ansedonia e i camping di Anzio e Nettuno in cui la provvisorietà della tenda e della roulotte è soppressa da tettoie, verande e cucinotti. A Roma rimangono preti, esteti, poveri in canna. E avventurieri. Conseguenze immediate del golpe, democratico e bianco dovevano essere lo scioglimento del Parlamento, la costituzione di un sindacato unico, la formazione di un governo provvisorio espressione dalle forze armate, su cui grava l’onere di attuare un «programma di risanamento e ristrutturazione sociale del Paese». Infine una riforma costituzionale da sottoporre al referendum à la De Gaulle e l’attuazione di una politica di rilancio dello sviluppo economico. Sul piano politico, la maggioranza silenziosa sarebbe stata blandita dalla contemporanea messa fuori legge dei gruppi di destra e di sinistra, con tanto di tribunale speciale per i detenuti politici. Inoltre si perorava la fine dell’immunità parlamentare per i politici corrotti: una ventata di moralità per salvare il Paese dallo sfascio.

«In momenti come questi non possiamo lasciare il nostro destino e quello dei nostri figli nelle mani di politici di mestiere che hanno perso il senso della storia e si sono rassegnati al peggio. Nei momenti decisivi per questo Paese noi abbiamo sempre avuto piccole minoranze, uomini singoli

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