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Misteri crimini e storie insolite di Venezia
Misteri crimini e storie insolite di Venezia
Misteri crimini e storie insolite di Venezia
E-book284 pagine5 ore

Misteri crimini e storie insolite di Venezia

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Info su questo ebook

Dalla Massoneria alle case maledette del Canal Grande, i tanti misteri della città sull'acqua

Con le sue calli avvolte dalla nebbia e i torbidi canali della Laguna, Venezia rappresenta il luogo misterioso e inquietante per eccellenza. Crocevia tra Oriente e Occidente, ponte tra terra e acqua, qui vita e morte si fondono e coesistono fin dalla notte dei tempi. Templari, massoni, satanisti, eretici, omicidi e terroristi accanto ad avventurieri, scienziati, aristocratici e letterati.
È lungo l’elenco dei personaggi misteriosi che hanno popolato nei secoli le fatiscenti casupole o i meravigliosi palazzi affacciati sui canali, accompagnati da sinistre leggende o storie eroiche che ancora oggi rinnovano il fascino ambiguo di questa città unica al mondo. Dal tesoro nascosto dai Templari sull’isola di San Giorgio in Alga alle confraternite dei Tajapietra e dei Maestri Vetrai; dall’effigie dell’Anticristo a Torcello al gruppo dei “Figli del Demonio”; dai fantasmi del lazzaretto di Poveglia alle vampire della Laguna; dalle imprese del cannibale di Venezia alla parabola più recente di Felice Maniero, il boss della mala del Brenta: tanti sono i misteri e i racconti fantastici che la Laguna custodisce e tramanda. Almeno fino a quando, come una novella Atlantide, sprofonderà anch’essa nel mare, portando definitivamente con sé i suoi più oscuri segreti.

Enigmi e delitti mai risolti
Un viaggio tra i mille segreti della laguna

La maledizione dei Templari e le Triplici Cinte
Il Santo Graal e le reliquie sacre
Torcello, l’isola dell’Anticristo
La Confraternita dei Tajapietra e i Maestri Vetrai
Ca’ Mocenigo e il fantasma di Giordano Bruno
Tra Piombi e Sospiri, le prigioni a Venezia
Le case maledette sul Canal Grande
L’anima nera di Antonio Vivaldi
Il “mostro di Mestre”
La pista veneta della strage di piazza Fontana

e tanti altri misteri, crimini e segreti


Alberto Pattacini
È nato a Parma nel 1982. Laureato in Lingue e Comunicazione allo IULM di Milano, ha vissuto alcuni anni a Barcellona. Attualmente lavora nella redazione di Mistero, in onda su Italia Uno, programma di cui è anche coautore. Misteri, crimini e storie insolite di Venezia è il suo primo libro.
LinguaItaliano
Data di uscita16 dic 2013
ISBN9788854158955
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    Misteri crimini e storie insolite di Venezia - Alberto Pattacini

    135

    Prima edizione ebook: settembre 2013

    © 2013 Newton Compton editori s.r.l.

    Roma, Casella postale 6214

    ISBN 978-88-541-5895-5

    www.newtoncompton.com

    Realizzazione a cura di Corpotre, Roma

    Alberto Pattacini

    Misteri, crimini e storie insolite di Venezia

    Dalla massoneria alle case maledette del Canal Grande, i tanti misteri della città sull'acqua

    Newton Compton editori

    Alla famiglia, dove nascono e vengono raccontate le storie più belle.

    Premessa

    Tra il 1836 e il 1837, anni in cui ancora non si pensava alla psicoanalisi, lo scrittore Georg Büchner dava un’interpretazione alle malattie mentali e alla devianza criminale con un’opera che non arrivò a completare a causa della morte improvvisa. Nel Woyzeck, Büchner si interroga sulla società, sul potere che ha sugli individui, sulle cause e sugli effetti che possono portare una persona a compiere gesti violenti. La domanda che trasuda, attraverso i simbolismi e il duro linguaggio parlato dai personaggi, è semplice: cos’è in noi che mente, uccide, ruba? Cosa costringe l’uomo a esecrare la propria natura e allontanarsi da una vita relazionale ed empatica?

    Fuor di metafora, accade spesso che gli elementi più discordi concorrano contemporaneamente a cambiare il corso regolare della storia. E allora la mente impazzisce e insudicia l’aria, rendendo putrido tutto l’ambiente circostante.

    Questo è il filo conduttore di una ricerca nel cuore della doppia Venezia: città d’arte, splendente e ricca, ma anche oscura, ribelle e indolente. L’indolenza è appunto il male di questa città che vive sull’acqua, che trascorre placida le giornate e pensa al suo grande passato, come un’antica matrona su un letto sfatto che ogni giorno accoglie e poi saluta i suoi mille amanti.

    E quindi, cosa macchia l’anima di una città? Cosa la rende nera? Esiste una maledizione che pende sopra la Serenissima? Il livello delle acque che minacciano di inghiottirla è una punizione per l’empietà dei mercanti o per aver dato rifugio a templari e massoni?

    Capita a volte che la morte si impossessi di una città, semini la putrefazione agli angoli delle strade e cancelli il volto di persone dimenticate da tempo. Perché le città sono un brulichio di vita, di lavoro, ma spesso si macchiano di sangue. Ci sono luoghi infatti in cui, più di altri, la morte si manifesta, agisce e domina; dove nebbie sottili, come un fiore di loto, inghiottono nel mistero e allontanano i pensieri. A Venezia ci si perde nelle calli, come in un labirinto soporifero da cui l’attenzione al tempo che passa si smarrisce. Venezia non cambia faccia. È ferma in un passato lontano, ma che è ancora presente nelle sue leggende e nelle sue morti. Pare quasi che ogni giorno si compia una favola in cui gli eroi indossano maschere diverse per poi riporle e fermarsi. In attesa.

    Peste e carnevale, morte e vita si inseguono e si intrecciano in un circolo vizioso senza scopo, senza fine. Questa è Venezia: una vecchia innamorata che ha l’anima graffiata da amanti ingrati; dall’anima doppia, sporca e macchiata di sangue e d’oro. E questa è la Venezia che si tenterà di decifrare, attraverso le mille piume delle ali della Fenice, che sorvolano le acque dense e oscure e uniscono realtà e leggenda. Attraverso le storie di cavalieri e mercanti, assassini e dottori, sapienti e maghi, eretici e persecutori.

    Misteri

    I misteri storici

    Le origini leggendarie di Venezia

    Un treno che percorre un ponte strettissimo e lungo pochi chilometri. Ai lati, una distesa interminabile di acqua. È poco profonda, ma imperturbabile e placida: sembra un messaggio, forse una minaccia.

    A Venezia si arriva così, lasciandosi alle spalle la terraferma ed entrando in un’altra dimensione. L’immagine emblematica del ponte rappresenta perfettamente il mistero sulle origini della città. Come ha fatto un luogo così inospitale a dare i natali a una delle città più belle, ricche e potenti nella storia europea? Cos’aveva, e cos’ha, di speciale questo posto?

    Per rispondere bisogna tornare indietro nel tempo, all’epoca dello sfaldamento dell’Impero Romano.

    Primo secolo dopo Cristo: gli eserciti romani erano ormai ribelli e non assicuravano più la sicurezza dei confini. L’Italia si trovò così a dover affrontare le scorrerie dei popoli barbari: i Goti di Alarico, gli Unni di Attila, gli Ostrogoti e i Longobardi sconvolsero le popolazioni italiche e depredarono i loro villaggi. Per questo, gli abitanti di centri come Aquileia, Concordia, Altino e Padova furono costretti ad abbandonare le case e a rifugiarsi su un terreno inospitale: gli isolotti della laguna.

    Nelle notti in cui la nebbia copre densa le acque nere, sembra ancora di assistere al viaggio di migliaia di piccole imbarcazioni illuminate da rade torce, cariche di persone e di oggetti utili per la nuova vita. Al riparo dagli occhi dei barbari, gli abitanti dell’entroterra sapevano che dovevano affrettarsi; sapevano che avrebbero dovuto abbandonare la propria casa per chissà quanto tempo; sapevano che si stavano dirigendo verso luoghi infestati, putridi, dove l’acqua stagnante rappresentava un pericolo per la salute. Ma avrebbe significato anche libertà e rifugio: i barbari del Nord infatti, non conoscendo la laguna, non sapevano come affrontare un combattimento navale su una distesa d’acqua così diversa da quella del mare. Lo spirito dei veneziani si fonda sulla consapevolezza di abitare in un luogo inospitale, dove nessun altro al mondo potrebbe vivere, e li rende unici e forti.

    Le popolazioni dell’entroterra si fermarono così su queste isole, costruendo povere abitazioni e mantenendosi con la pesca e i piccoli traffici mercantili che realizzavano lungo le coste dell’Adriatico e risalendo il Po. Gli anni trascorsero e inevitabilmente divenne chiaro a tutti che la tempesta non sarebbe passata molto presto. Quindi le popolazioni migrate nella laguna presero la decisione di trasferire tutta la loro vita in quel luogo: famiglia, animali, persino statue e monumenti. Erano mosse dall’intenzione di perpetuare la storia della propria città e ricominciare tutto da capo.

    Nel x secolo si cominciò a diffondere una leggenda secondo la quale Venezia sarebbe stata fondata in un luogo disabitato e paludoso al tempo dell’invasione di Attila, nel v secolo. In realtà il racconto era stato creato e diffuso per nobilitare l’origine di Venezia, ritenendola la conseguenza di un avvenimento drammatico in grado di colpire fortemente l’immaginario collettivo. Ad alimentare il mito, si aggiunse poi la descrizione delle condizioni di vita nella proto Venezia fatta da Flavio Aurelio Cassiodoro, senatore romano e ministro dei re ostrogoti. In una lettera del 537, Cassiodoro scrisse che gli abitanti della laguna costruivano case alla maniera degli uccelli acquatici, con le barche legate fuori come se si trattasse di animali, e che vivevano grazie alla pesca e alla produzione e vendita del sale.

    Le origini di Venezia rimangono tuttora un mistero. Quel che è certo è che la nascita della città è stata invece un processo lento e oscuro, iniziato nella seconda metà del vi secolo e protrattosi per una settantina d’anni. La Venezia che conosciamo oggi è frutto di migrazioni di popoli diversi, ognuno con la propria storia e cultura, che seppero incontrarsi e lavorare insieme per la libertà e la sopravvivenza. Il segreto della modernità di Venezia sta proprio in questa mescolanza di tradizioni che si è originata al momento della sua fondazione. Ma al tempo stesso, la profonda riluttanza al nuovo, che contraddistingue la città in tutti i suoi luoghi, dipende proprio dall’attaccamento che queste antiche popolazioni hanno mostrato sempre alla propria diversità.

    Altino, la Venezia originaria

    Secondo la leggenda, Venezia sarebbe stata letteralmente trasportata sulle isole della laguna da un altro luogo. Sembra infatti che gli abitanti avessero deciso di sollevare la città e adagiarla altrove e il racconto diventa epico quando si aggiungono i particolari dello spostamento. Case sradicate, statue caricate sulle barche...: una città fu spostata e, così com’era prima, messa in un altro posto.

    Evidentemente si tratta di una leggenda che però, nelle sue tinte parossistiche, cela un barlume di realtà storica. Venezia sarebbe sorta da una città precedente che fu spostata dai suoi abitanti. Ma in che modo? E in quale misura? Oggi le ricerche archeologiche potrebbero aver trovato una risposta a queste domande. Sembrerebbe che la nuova Venezia si chiamasse un tempo, quando ancora si espandeva sulla terraferma, Altino e si trovasse a una decina di chilometri a nord dell’attuale ubicazione. Oggi il luogo in cui sorgeva Altino è ricoperto da campagne, eppure grazie a tecnologie di telerilevamento ed elaborazione, strade, palazzi ed edifici pubblici hanno ripreso corpo e sono stati identificati.

    Accadde nel vii secolo d.C.: per sfuggire alle scorrerie degli Unni, Altino venne abbandonata, spogliata e smontata per rinascere sulle isole della laguna, protetta dalle acque. Il primo insediamento di Altino risale al vi secolo a.C., quando sorgeva lungo una grande strada, l’Annia, e possedeva uno dei maggiori porti di epoca romana. I suoi abitanti infatti erano grandi navigatori. Proprio come i veneziani...

    La ricerca su Altino è stata condotta dal dipartimento di Geografia dell’Università di Padova che ha utilizzato sistemi di ricognizione aerea nella lunghezza d’onda e dell’infrarosso. Cos’è emerso? La fotografia di una cittadina che presto tornerà alla luce. E chissà quante risposte potrà fornire alle mille domande che riguardano la nascita di Venezia.

    Forse i legami tra Altino e Venezia non esistono, forse si tratta solo di leggenda. Ma come spiegare allora l’incisione romana sul campanile di San Vidal, nel sestiere San Marco, che cita Altino quale luogo d’origine del materiale usato per costruire la chiesa? Le leggende raccontano proprio che l’intera Venezia sia stata costruita, anzi ricostruita, portando pietre e mattoni dall’entroterra. Inoltre, un altro indizio dei natali veneziani potrebbe venire dalla toponomastica. I nomi delle isole Torcello, Murano e Burano deriverebbero proprio dai nomi dei quartieri di Altino: Torricellum, Ammurianum e Porta Boreana.

    Se due indizi fanno una prova, Venezia sarebbe il primo caso di città moderna trasportata in toto da un luogo a un altro.

    Tracce di Atlantide a Venezia

    Isola di Torcello: fu la prima a essere abitata dalle popolazioni in fuga dai barbari. A Torcello venivano costruite le navi veneziane prima dell’edificazione dell’Arsenale; qui si trova la cattedrale più antica d’Europa; e soprattutto, sull’ingresso al museo archeologico, è esposta una pietra rotonda che potrebbe custodire un mistero antichissimo. Su questa pietra è scolpita infatti la planimetria di una delle città più note dell’antichità: Atlantide. Ma che legami potrebbe avere Venezia con il mito raccontato da Platone? E quali sono le prove a suffragio di tale ipotesi?

    Forse l’origine di Venezia è molto diversa da quella storicamente e ormai largamente accettata. La studiosa di storia veneziana Daniela Bortoluzzi ha elaborato un’affascinante teoria, che parte proprio dall’incisione su questa pietra. Per la Bortoluzzi, esisterebbero due distinte Venezie: una arcaica e l’altra cristiana, ristrutturata e battezzata secondo la nuova fede nei primi secoli dopo Cristo. Parrebbe che popoli provenienti dalle isole dell’Egeo, in particolare da Creta, siano arrivati nella laguna veneta già nel 1400 a.C. Questo sarebbe il primo elemento rilevante: il popolo cretese era esperto di mare e le sue conoscenze avrebbero potuto essere d’aiuto ai nuovi abitatori della laguna per affrontare le difficoltà di un terreno così inospitale. Gli Egei erano maestri della tecnica delle barene, la costruzione fissa su palafitte che utilizzava milioni di tronchi conficcati uno vicino all’altro e capaci di reggere per millenni anche grandi palazzi. Queste genti avrebbero mantenuto con la madre patria rapporti prima di tutto commerciali. E avrebbero edificato in alcune isole della laguna edifici che richiamavano le architetture Cretesi. Ma in una data imprecisata, secondo alcune testimonianze, un’alluvione – preludio dell’acqua alta odierna – avrebbe messo in crisi questo insediamento e nascosto il patrimonio artistico costituito da fregi e ornamenti con un forte richiamo alla tradizione minoica.

    Cosa nasconde quella pietra esposta a Torcello? Platone racconta della distruzione di una civiltà e dell’inabissamento di un’isola. Un episodio che avrebbe segnato la storia di tutte le popolazioni del Mediterraneo. Gli studiosi oggi sono concordi nel ritenere che l’isola scomparsa fosse Thera, di cui oggi resta solo una piccola parte: Santorini. Nell’antica Grecia, Santorini veniva chiamata la bellissima, la circolare. Oggi appare divisa in tre parti. Al centro c’è un buco, riempito dall’acqua del mare. Qui sorgeva la cima vulcanica che nel 1400 a.C. esplose con violenza inaudita scagliando un’enorme quantità di detriti e ceneri a incredibile distanza e provocando uno tsunami che colpì la vicina Creta. La grande cultura cretese non tornò più agli antichi splendori e venne sostituita dalla città-Stato di Micene. Cosa accadde però del popolo di Creta?

    Durante la fuga, alcuni Cretesi potrebbero essere approdati in laguna e qui aver lasciato le inconfondibili impronte delle loro origini nelle colonne con capitelli ionici e corinzi e nello stile di alcuni edifici. Ma le inondazioni avrebbero nascosto questi elementi e poi la ricostruzione di Venezia da parte della Chiesa avrebbe dato il colpo di grazia, cancellando le tracce del passato mitico. Eccetto la pietra di Torcello. Quell’incisione potrebbe essere il ricordo della catastrofe che colpì i fuggitivi Cretesi. E lascerebbe ipotizzare un passato ben più antico di quello fissato dagli storici.

    Mito o realtà? Nei secoli successivi, le storie di Venezia e della nuova Creta si sono incrociate nuovamente, ribaltando gli equilibri quando, dopo la quarta crociata, l’isola venne occupata militarmente dai veneziani. Venezia e Creta sono due realtà geograficamente lontane, ma forse unite da un antico amore e allo stesso tempo da una scottante paura delle acque. Il desiderio di dominarle deriverebbe proprio dal pericolo che Creta conobbe dopo l’esplosione di Santorini e che per Venezia è una realtà attuale e mai completamente superata.

    I misteri della navigazione lagunare

    «Onde fu interpretato da alcuni che Venezia voglia dire veni etiam, cioè vieni ancora et ancora, percioché quante volte verrai, sempre vedrai nuove cose e nuove bellezze»[1]. Questa suggestiva interpretazione etimologica del toponimo Venezia è stata formulata da Francesco Sansovino, un letterato romano del Cinquecento, autore della prima vera guida turistica della città. Il testo Venetia città nobilissima et singolare, stampato nel 1581, è una sorta di enciclopedia nella quale sono descritti chiese, palazzi, opere d’arte, ma anche costumi, personaggi simbolo e accadimenti storici.

    Torna di nuovo: questa sarebbe la prova che Venezia è una città magica che lascia, a chi la visita, il desiderio di tornare ad ammirarne gli angoli e gli scorci, di respirare la sua aria umida e salmastra e di rivivere per un attimo le avventure di Casanova o del conte di Cagliostro.

    Altri studiosi di storia veneziana, come la già citata Daniela Bortoluzzi, interpretano invece il tempo verbale "veni in maniera diversa: non si tratterebbe di un imperativo, ma di un passato remoto. Quindi non andrebbe tradotto con torna, ma con tornai". Secondo la Bortoluzzi[2], nel ii millennio a.C., alcune popolazioni egee scampate a un evento catastrofico, si sarebbero rifugiate sulle isolette della laguna veneziana, ma poco dopo avrebbero cominciato a progettare un viaggio per tornare alla patria perduta. Iniziarono così a costruire zattere e navi per affrontare il lungo viaggio, mentre alcuni partirono in avanscoperta. Quando tornarono i primi esploratori, le notizie non erano confortanti. Della madre patria ormai non restavano che scogli appuntiti o macerie. Per questo le popolazioni decisero di restare in quelle terre inospitali, che ormai avevano cominciato ad amare, e in quella laguna difesa dalla posizione geografica, dalle nebbie e dalle maree così incontrollabili. Questi popoli costruirono dapprima palafitte e poi edifici sempre più elaborati, in grado di sfidare i movimenti delle acque. Dall’unione con le genti indigene dell’entroterra, nacque infine una grande tradizione di navigatori, mercanti, ingegneri e architetti. Grandi menti e grandi capacità. Amore per l’avventura, ma grande attaccamento alle proprie origini. Questo sono i veneziani.

    Secondo la storia ufficiale invece, il toponimo Venezia (o Venetia) deriverebbe dal nome dato ai popoli che si erano stanziati in laguna. I Greci li chiamavano "Evetoi, i Latini invece Heneti: entrambe le parole significano degni di lode, lodevoli". Ma perché queste popolazioni erano tanto degne di ammirazione? Cosa le rendeva così diverse dalle altre? Soprattutto da quei popoli barbari che non erano stati in grado di conquistarle? Il loro segreto risiedeva nella capacità di dominare fondali insidiosi, poco profondi e sempre mutevoli, ora dopo ora, a causa delle maree. Nonostante i progressi dell’ingegneria, ancora oggi la navigazione in laguna nasconde aspetti misteriosi, e i suoi segreti sono noti soltanto ai suoi abitanti. Nel suo scritto, il Sansovino descrive Venezia come «meraviglia delle meraviglie, posta nel mezzo dell’acque con canali che scorrono in quella maniera che fanno le vene per lo corpo umano...». Sembra proprio che nelle vene dei veneziani scorra quell’acqua e che solo loro siano in grado di dominarne le onde, le secche stagnanti o i movimenti improvvisi. Forse per questo, solo a Venezia esiste la figura del gondoliere: più che un marinaio, si tratta di una figura mitica e leggendaria che sa nascondere e fingere, ma anche stupire e affascinare.

    Collerici e violenti, astuti e gentili, instancabili lavoratori e irrimediabili chiacchieroni, i gondolieri non riescono a staccarsi dalla loro barca e remano per le strade d’acqua di Venezia con ogni condizione atmosferica. Su di essi vengono narrate molte leggende. Ad esempio si dice che siano soliti far procedere la barca in modo inclinato e instabile per spaventare il cliente, ma anche per rassicurarlo del fatto che con loro non gli capiterà nulla e ottenere così una buona mancia. I gondolieri oggi fanno a gara per avere l’imbarcazione più lussuosa e bella, ma questa è una tradizione giunta dal passato. Del resto Venezia era una città di mercanti, e ognuno di loro voleva mettersi in mostra agli occhi dei concittadini. Nel 1334 addirittura, si pensò di istituire un consiglio cittadino, i Provveditori sopra le Pompe, per cercare di limitare questa corsa sfrenata al lusso. I provvedimenti non ebbero molta fortuna se si pensa che nel 1580 nei canali di Venezia circolavano oltre diecimila gondole, tutte votate all’eccesso.

    Dal 1094, cioè dalle prime notizie certe che le riguardano, la forma delle gondole ha subito molte trasformazioni, adattandosi alle diverse esigenze dei naviganti e alle mutate caratteristiche delle acque. Guidare la gondola era, ed è, una vera arte, un sapere che si apprende attraverso un percorso scandito da un iter preciso. L’apprendistato del gondoliere assomiglia ai riti iniziatici dei misteri pagani: un uomo non impara solo a manovrare la sua imbarcazione, ma anche e soprattutto a essere riconosciuto come membro di una società segreta. E a custodire i misteri della navigazione, tramandati da secoli. Del resto, i veneziani conoscevano bene le peculiarità lagunari: già nell’810 d.C., bloccarono gli sbocchi verso l’Adriatico della città di Aquileia, conquistata dai Franchi, e poi sconfissero re Pipino, figlio di Carlo Magno. Con uno stratagemma infatti riuscirono ad attirare in acque molto basse la flotta nemica e, al calare della marea, assaltarono le navi arenate nelle secche. Fu questa vittoria, d’ingegno e abilità, a segnare l’inizio del ruolo predominante nella politica internazionale della futura Repubblica di Venezia.

    I templari a Venezia

    La prima attestazione della presenza templare a Venezia è una donazione, firmata il 9 novembre 1187 dall’arcivescovo di Ravenna, di alcuni terreni ubicati in una località denominata Fossaputrida[3] perché vi fossero costruiti un ospedale e una chiesa. La presenza dei cavalieri del Tempio a Venezia è testimoniata però anche da una moltitudine di simboli disseminati in città. Per esempio alla Giudecca, dove la chiesa di San Biagio conserva ancora la lapide della consacrazione, datata 1188, e sulla quale è incisa la Tau dei templari. In breve l’Ordine templare divenne molto potente in città, in particolare per via del controllo diretto esercitato sui pellegrini che si imbarcavano da Venezia per raggiungere la Terra Santa.

    Nati poverissimi, in pochi anni si arricchirono al punto da essere invidiati da papi e re, tra cui il re di Francia Filippo il Bello, anche perché, si racconta, con loro aveva un grosso debito. Fu per questo motivo che in tutta Europa i templari divennero oggetto di una caccia spietata. Ma non a Venezia. Qui infatti il potere inquisitoriale era esercitato direttamente dalla Repubblica e non dagli ordini domenicano e francescano. I templari trovarono anzi nei veneziani protezione e appoggio. Forse la similitudine di intenti e il comune interesse per il denaro alimentarono questa complicità, che si tradusse poi nella quarta crociata.

    Salito al soglio pontificio nel 1198, Innocenzo iii si affrettò a indire una crociata contro i musulmani infedeli in Terra Santa. Il motivo addotto dal papa era la liberazione di Gerusalemme, quello reale la conquista delle ricchezze di Costantinopoli.

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