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101 cose da fare a Firenze almeno una volta nella vita
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E-book351 pagine3 ore

101 cose da fare a Firenze almeno una volta nella vita

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Firenze: una delle città più belle del mondo, ricca di arte, storia, cultura. Conosciuta e ammirata per lo splendore dei suoi incredibili capolavori, raramente però si concede fino in fondo, e solo chi la sa scoprire ha accesso alla sua anima più vera. Perché per conquistare la città di Dante occorre entrare attraverso le porte giuste, e questa guida ve ne indica centouno. Centouno itinerari ed esperienze che vi metteranno sulle tracce del genio fiorentino, per scoprire che non aleggia soltanto nelle stanze degli Uffizi, nelle celle del convento di San Marco o nelle imponenti vele della Cupola del Brunelleschi, ma anche nelle botteghe di sapienti artigiani, nelle fotografie dei Fratelli Alinari e tra gli agrumi dei giardini medicei. Andrete alla ricerca di chiostri nascosti e visiterete il museo della Misericordia; ripercorrerete i luoghi del film Amici miei e addenterete un succulento panino al lampredotto; passeggerete per San Frediano o rimarrete comodamente seduti alle Giubbe Rosse. Chi visita Firenze, ma anche chi ci vive da sempre, si ritroverà a tu per tu con il volto più autentico di questa meravigliosa città, enigmatica come una formula alchemica, ingegnosa come una macchina volante di Leonardo, conturbante come una scultura di Michelangelo.


Valentina Rossi

è nata nel 1972. Dottore di ricerca in Progettazione architettonica e urbana, vive e lavora a Firenze. Con la Newton Compton ha pubblicato 101 cose da fare a Firenze almeno una volta nella vita e 101 storie su Firenze che non ti hanno mai raccontato.
LinguaItaliano
Data di uscita16 dic 2013
ISBN9788854144064
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    101 cose da fare a Firenze almeno una volta nella vita - Valentina Rossi

    dedicate.

    1.

    FARSI UN GIRO ALLA STAZIONE AMMIRANDO L'OPERA DI MICHELUCCI E DI ROSAI

    Un tempo si entrava nelle città passando attraverso porte mastodontiche, aperte nelle massicce mura di cinta. Le porte medievali di Firenze sono ancora in piedi e spuntano come vedette lungo i viali di circonvallazione. Ma da un centinaio di anni a questa parte il principale accesso alla città di Dante è la stazione di Santa Maria Novella. Che non è semplicemente uno scalo ferroviario, bensì un capolavoro dell'architettura moderna, uno degli esempi più riusciti del Razionalismo italiano che si deve al celebre architetto toscano Giovanni Michelucci e ai suoi allievi Baroni, Berardi, Gamberini, Guarnieri e Lusanna.

    Se avete scelto le Ferrovie dello Stato per giungere nel capoluogo toscano, da qui dovete passare per forza. E, arrivati in testa al binario, il benvenuto ve lo darà la luce opalescente che filtra dalla grandiosa cascata di vetro.

    So bene che appena scesi dal treno non si pensa ad altro che a posare le valige e a sistemarsi in albergo. Vi consiglio però di procrastinare di una mezz'ora il momento dell'agognato relax e di farvi uno spuntino al buffet della stazione. Consideratela come la vostra prima visita a un museo cittadino, un preludio al vostro soggiorno.

    Dove fino a qualche tempo fa c’era il buffet della stazione e dove adesso c’è il negozio di una famosa catena di librerie, potrete ammirare con calma due magnifici pannelli di Ottone Rosai, raffiguranti il paesaggio della campagna toscana. Rosai è il pittore fiorentino che nel Novecento più di tutti ha saputo cogliere l’anima della città. In questi due dipinti, in particolare, ritroverete il lirismo della natura in cui Firenze è immersa. I muri spogli e i volumi essenziali delle casette del borgo rappresentato nel quadro di destra evocano in modo perfetto lo spirito del Medioevo che fiorì sulle rive dell’Arno.

    Fate attenzione al fatto che il Medioevo è a pochissimi metri da voi. Basta che vi sediate a un tavolino del bar, possibilmente accanto a una delle grandi vetrate sulla parete di fondo, e potrete godere dell'austerità ammaliatrice dell'abside e del campanile della chiesa di Santa Maria Novella. La pietra con cui è stato costruito questo tempio, famoso per la Trinità del Masaccio, si chiama pietra forte. Fissatelo nella vostra mente, questo rustico macigno dal colore brunito, perché lo incontrerete ovunque: nel bugnato dei palazzi, nell'altezze delle torri, nelle scabre facciate di alcune basiliche.

    Anche la struttura esterna della stazione è di pietra forte. L'interno è invece uno scrigno di marmi preziosi: il bianco apuano, il rosso Amiata, il giallo Siena, il verde Alpi, il serpentino perlaceo. Anche nei marmi vi imbatterete spesso: nella Cappella dei Principi, per esempio, o nel museo dell'Opificio delle Pietre Dure.

    In quest'opera di Michelucci c'è tutta l'essenza di Firenze, in chiave aggiornata e metropolitana. Certo bisogna sforzarsi di non far caso a una certa sciatteria che purtroppo aleggia negli ambienti e concentrarsi piuttosto sui dettagli di certi particolari d'epoca o sulle grandi visioni d'insieme, come quella dell'atrio biglietti, imponente con i suoi dodici metri di altezza, i giganteschi portali marmorei e i pilastri che ricordano le navate di una cattedrale. 2. Evocare gli spiriti di personaggi illustri...

    Un'ultima raccomandazione: lasciate la stazione di Santa Maria Novella imboccando l'uscita giusta, quella che troverete in fondo alla biglietteria. Da qui passano generalmente pochi viaggiatori eppure è questo l'ingresso principale della struttura. Appena usciti dalla galleria coperta vi troverete davanti il cupolone del Brunelleschi: welcome in Florence!

    2.

    EVOCARE GLI SPIRITI DEI PERSONAGGI ILLUSTRI AL COSPETTO DELLE TOMBE DI SANTA CROCE

    Quando Stendhal visitò Santa Croce ebbe un malore. Troppa storia, troppa memoria erano concentrate lì dentro! Probabilmente tutto intorno a lui cominciò a girare vertiginosamente e la sensazione non dovette essere delle più piacevoli, tanto che lo scrittore francese dovette uscire all'aria aperta per riprendersi. Qualche anno prima, nel 1806, Ugo Foscolo aveva celebrato ne I sepolcri la grandezza di Firenze, non soltanto perché la città bagnata dall'Arno aveva dato i natali a Dante, il «ghibellin fuggiasco», e al Petrarca, ma soprattutto perché in un tempio conservava le glorie dell'Italia, ovvero le spoglie dei più illustri personaggi dello stivale.

    Da allora, la basilica di Santa Croce è appunto nota come Tempio dell'Itale glorie.

    Certo, in Santa Croce c'è il Crocifisso di Cimabue e ci sono gli affreschi di Giotto, che rappresentano il nucleo incandescente, quello medievale, della pittura fiorentina. Ci sono pure le opere di Donatello, che hanno inaugurato l'era intramontabile del Rinascimento.

    Ma accanto a queste pietre miliari dell'arte di Firenze, in Santa Croce ci sono le tombe. Le sepolture sono ovunque. Oltre a quelle custodite nelle ricche cappelle lungo le navate o nel transetto, un numero infinito di sepolcri terragni riempie il pavimento della chiesa francescana. Alcuni sono molto elaborati, altri molto semplici e su parecchi si può addirittura camminare.

    Fino alla prima metà del Quattrocento Santa Croce è innanzitutto la chiesa sepolcrale delle famiglie del quartiere, come i Bardi, i Peruzzi e gli Alberti. Poi le cose cambiano, allorché il governo cittadino decide, a sue spese, e quindi con denaro pubblico, di erigere dei veri e propri monumenti sepolcrali a due dei suoi grandi cancellieri: Leonardo Bruni e Carlo Marsuppini.

    Le due tombe, l'una scolpita da Bernardo Rossellino e l'altra da Desiderio da Settignano, oltre a essere autentici capolavori della scultura rinascimentale, avviano il nuovo destino della basilica a custodia solenne delle pubbliche glorie fiorentine. Nel 1564 le spoglie di Michelangelo giungono da Roma a Firenze, vengono esposte in Santa Croce e da allora lì riposano nella tomba monumentale disegnata da Giorgio Vasari. Il Pantheon degli uomini illustri comincia a prendere corpo.

    Dopo quello di Michelangelo, in Santa Croce verranno posti i solenni sepolcri di Galileo, di Machiavelli, dell'Alfieri, del Foscolo e di Rossini. Dante, come si sa, riposa a Ravenna, ma dal momento che in questa carrellata di italici geni non poteva mancare il padre dell'italica lingua, nel 1929 fu inaugurato il suo gigantesco cenotafio.

    Vittorio Alfieri, prima di venire definitivamente sepolto qui, si recava in Santa Croce per trovare l'ispirazione al cospetto delle gloriose urne. E infatti i sepolcri dei giganti della storia, come sosteneva il Foscolo, infondono un profondo senso di pace e ispirano grandi opere. Perché quindi, trovandosi a Firenze, non approfittarne? Ci si introduca nel Tempio dell'Itale glorie, ci si ponga di fronte alle celebri tombe e si tenti di innescare con gli insigni antenati una foscoliana «corrispondenza di amorosi sensi». Chissà che gli spiriti così evocati, in un modo o nell'altro, non vi rispondano…

    3.

    ANDARE A SPASSO PER SAN FREDIANO CON VASCO PRATOLINI

    Il quartiere di San Frediano è in Oltrarno e l'Oltrarno, detto anche Diladdarno, è quella parte di Firenze che si distende sulla riva sinistra del fiume, la rive gauche dei fiorentini, di nome e di fatto.

    Lo scrittore Vasco Pratolini vi ambientò negli anni Quaranta Le ragazze di Sanfrediano, un piccolo romanzo che fornisce la chiave di lettura ideale per addentrarsi in questo affascinante rione, il cuore pulsante della città, la sua anima autentica.

    «Se tra piazza della Signoria e gli avelli di Santa Croce, si aggirano inesauste le ombre dei Grandi ad accendere di sacro fuoco i diacci spiriti della modernità », scrive Pratolini, «nei vicoli di Sanfrediano, il popolo che fu contemporaneo di quei Padri, ci si muove in carne e ossa, vi sta di uscio e bottega»¹. Non si può capire veramente Firenze se non si tocca con mano lo spirito che si respira tra le vie e le piazze del più popolare, vivace e genuino quartiere della città, dove la vita sembra essersi fermata a cinquanta anni fa e i ritmi sono scanditi dal lento ma operoso lavoro degli artigiani e dei bottegai.

    Ma non è soltanto una questione di botteghe, rigattieri o trattorie. Qui aleggia ancora un sentimento di schietta religiosità che la gente di San Frediano, «la parte più becera e più vivace dei fiorentini»², mantiene vivo da secoli, seppur celato dietro una facciata di irriverente scanzonatura. Questo trova una spiegazione nel fatto che a Firenze il cristianesimo attecchì proprio in Oltrarno. Mentre al di là del fiume la Florentia romana venerava ancora gli dèi pagani, al di qua era sorto un piccolo borgo di mercanti siriani che diffusero le idee e i princìpi del nuovo culto. Come osservò Piero Bargellini, scrittore, politico e sindaco di Firenze nell'anno dell'alluvione, la Madonna potrebbe essere considerata la prima cittadina di San Frediano. Ha la sua sede nella basilica di Santa Maria del Carmine, fondata dai frati Carmelitani nel 1268, dove in origine non c'erano che campi e orti.

    I toponimi di via del Campuccio, via dell'Orto, piazza di Verzaia – dove sorgeva una chiesetta solitaria, Santa Maria in Verzaia – ci ricordano appunto l'origine povera e rurale di questo sobborgo.

    Un paio di chiese spartane ma sublimi, le tracce di un antico tiratoio e di un granaio granducale, tante botteghe e soprattutto case, case antiche e semplici, addossate l'una accanto all'altra, con la loro tipica facciata medievale: questi gli elementi che contraddistinguono San Frediano.

    Per arrivarci, dovrete attraversare il ponte alla Carraia

    e imboccare borgo San Frediano (il nome indica che il quartiere in origine era un piccolo borgo di case ai confini della città). Man mano che procederete apparirà di fronte a voi la porta di San Frediano, una delle più imponenti porte medievali rimaste in piedi a Firenze: da qui si diparte la strada che porta a Pisa. Circa a metà della via, sulla vostra sinistra si apre la piazza del Carmine, con la sua chiesa senza facciata. È da qui che, secondo me, dovrebbe iniziare la nostra passeggiata. Non soltanto perché la piazza è bellissima, ma soprattutto perché ci troverete il Masaccio. Il consiglio pertanto è quello di dedicare un po' di tempo a contemplare gli affreschi, potenti e drammatici, di questo celebre pittore che, nella cappella Brancacci della chiesa del Carmine, rappresentano la Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre.

    Una volta riempito lo spirito con le vette sublimi che qui l'arte raggiunge, potrete inoltrarvi per vie e viuzze. Le più suggestive sono borgo Stella e via dell'Ardiglione; quelle dal nome più strano, via del Drago d'oro e piazza Piattellina, forse chiamata così per via di un mercatino di piatti e stoviglie che vi si teneva un tempo.

    Se da piazza Piattellina proseguite lungo via dell'Orto, svoltando alla terza traversa a destra, vi ritroverete in uno spazio vasto e arioso: piazza de' Nerli. Qui, nell'Ottocento, era stato edificato un mercato moderno in ferro e vetro, simile a quello di San Lorenzo, che fu però demolito dopo breve tempo. In ogni caso, oggi c'è ancora un carretto del trippaio: vi venisse voglia di un panino al lampredotto… Percorrete quindi il piazzale in tutta la sua lunghezza, riprendete borgo San Frediano e tornate indietro. Adesso è il momento di scoprire la piazza del Cestello. Vi si accede da una piccola stradina, coperta da una volta e costeggiata dal nudo muro della chiesa di San Frediano in Cestello. La sorpresa è che la piazza si affaccia inaspettatamente sull'Arno, aprendosi in un luogo appartato e suggestivo, la vista 4. Dominare la città da una torre medievale 17 del lungofiume da un lato, dall'altro la facciata della chiesa, la cui cupola barocca sovrasta San Frediano. Il tempio, generalmente poco visitato, meriterebbe invece un sopralluogo perché custodisce un piccolo (e sconosciuto) capolavoro duecentesco: una scultura lignea raffigurante la Madonna con Bambino che ha sorprendentemente conservato intatti i suoi splendidi colori. Se infine desiderate mangiare nei paraggi, vi segnalo che proprio a ridosso della porta medievale c'è una vecchia trattoria dove, in un'ambientazione in perfetto stile sanfredianino, potrete ristorarvi davanti a un piatto di trippa alla fiorentina. Del resto, le leggendarie tripperie della città sorgevano proprio a San Frediano.

    ¹Vasco Pratolini, Le ragazze di Sanfrediano, Mondadori, Milano 1997, p. 7.

    ²Cit., p. 6.

    4.

    DOMINARE LA CITTÀ DA UNA TORRE MEDIEVALE

    È arduo immaginarsi l'aspetto autentico della Firenze medievale. Ma un fatto è certo: su un'area approssimativamente pari a un quinto dell'attuale centro storico erano un centinaio le torri che spiccavano dal suolo fiorentino, molte delle quali raggiungevano l'altezza di 120 piedi, cioè di circa 50 metri.

    Se volete togliervi uno sfizio, andate al Museo del Bigallo in piazza del Duomo e soffermatevi di fronte all'affresco gotico della Madonna della Misericordia. Questo dipinto è famoso perché raffigura la più antica immagine di Firenze a noi giunta: un groviglio di case addossate l'una sull'altra dove la dimensione dominante è decisamente quella verticale.

    Comunque la rappresentazione del Bigallo risale ai primi anni del Trecento e a quei tempi la maggior parte delle torri era già stata scapitozzata in seguito a un'ordinanza emanata nel 1251 dal Governo del Primo Popolo. Nel secolo precedente, lo scenario urbano che si sarebbe trovato davanti un forestiero, doveva essere ancora più potente e d'impatto.

    Quando i nobili feudatari si trasferirono dal contado alla città vi trapiantarono le torri dei loro castelli. Vigorosissimi fusti di pietra svettarono sempre più alti e sempre più fitti nel cielo di Firenze. Concepite con scopi essenzialmente bellici, queste costruzioni affilate e temerarie erano anche un'eloquente esibizione di potere, un autentico status symbol diremmo oggi, e le famiglie aristocratiche facevano a gara a chi possedeva la torre più alta. E così lo skyline fiorentino divenne sempre più appuntito e irto di turrite arditezze.

    Oggi, a Firenze, di torri ne sono rimaste in piedi relativamente poche. Non è difficile però incontrarne qualcuna. Vi indico quella degli Amidei, altrimenti nota come la torre dei Leoni, per le teste leonine poste sulla facciata, curiosa reliquia in mezzo alle architetture moderne della ricostruita via Por Santa Maria; la torre della Castagna in piazza San Martino, conosciuta perché nel 1282 vi risedettero i priori della Repubblica fiorentina; la torre dei Gherardini in via Lambertesca, la torre dei Ramaglianti nell'omonima via, la torre dei Barbadori in borgo San Jacopo e, nella stessa strada, quella dei Belfredelli, che è una delle meglio conservate nella città. Ma se osservare da fuori non basta e l'idea di salire in cima a un'autentica torre medievale vi attira particolarmente, eccovi accontentati. Al numero 8 di borgo 5. Giocare a tombola in una casa del popolo 19 Santi Apostoli, non lontano dalla deliziosa piazzetta del Limbo, si erge Palazzo Acciaioli. Il caso vuole che lì abbia sede un albergo, l'hotel Torre Guelfa, dove è possibile gustarsi un bicchiere di ottimo Chianti sulla terrazza, collocata proprio sulla sommità di una torre costruita nel 1280. È possibile accedervi nelle serate della bella stagione, previo appuntamento telefonico. Inutile dire che ne vale la pena: la vista su Firenze, da lassù, è mozzafiato.

    5.

    GIOCARE A TOMBOLA IN UNA CASA DEL POPOLO

    Dislocati per lo più nei rioni periferici della città, circoli e case del popolo rappresentano uno spaccato di vita fiorentina schietta e verace, anche se ormai in via d'estinzione. Il crollo del muro di Berlino, la morte delle ideologie e l'affievolirsi degli ardori politici sono fenomeni che hanno avuto le loro ripercussioni anche in queste piccole e vivaci entità urbane, diffuse soprattutto nelle regioni dell'Italia centrale, quelle rosse per intenderci.

    Tuttavia, nonostante si sia esaurito il combustile che le teneva accese, molte di esse continuano a fornire servizi, a organizzare attività e a offrire agli abitanti del quartiere, certamente non a quelli più giovani, un amichevole luogo di ritrovo. E in ciò, bisogna ammetterlo, c'è un che di poetico eroismo.

    Durante l'epoca d'oro delle case del popolo, dal secondo dopoguerra fino agli anni Settanta, i circoli e le case del popolo si prefiggevano di allietare qualitativamente il tempo libero dei lavoratori con attività di tipo ricreativo e, soprattutto, culturale. Venivano chiamati esattamente così, i momenti attraverso cui si svolgeva la vita nei circoli: il ricreativo e il culturale.

    Teoricamente indipendenti, in verità questi centri di aggregazione sociale costituivano una vera e propria appendice del pci. E di fatto, alla casa del popolo, si andava essenzialmente per fare politica.

    In ogni caso, il ricreativo e il culturale certo non venivano trascurati. Nei locali dei circoli si giocava a carte, si proiettavano film impegnati e si tenevano conferenze mentre all'esterno si ballava e si assisteva a concerti di musica classica e di musica leggera, spesso avanguardisticamente mischiate.

    Si può dire che esistesse addirittura una sorta di specializzazione che caratterizzava una casa del popolo dall'altra. Quella di Gavinana, per esempio, era famosa per la tombola, quella di San Quirico per il biliardo e il cinema, l'Affratellamento per il teatro. Da qui sono passati, tra l'altro, anche attori famosi come Athina Cenci e Renzo Montagnani, il Guido Necchi di Amici miei atto II.

    Se siete interessati a fare un tuffo dentro questa realtà in malinconico declino eppur caratteristica di un'epoca di Firenze, il circolo più vicino al centro storico, che in realtà è una società sportiva, è quello della Rondinella, a ridosso del Torrino di Santa Rosa nel quartiere di San Frediano. Qui potrete pranzare a prezzi modici oppure, nel pomeriggio, giocare a tombola. Sempre al di là dell'Arno, ma nel più periferico quartiere di Gavinana, il circolo Vie Nuove offre, oltre all'immancabile tombola, ai tornei di scacchi e al campionato di biliardo, una rassegna di concerti jazz di grande qualità, mentre l'Affratellamento, che ha da poco riaperto i battenti, organizza stagioni di prosa di tutto rispetto. Gli ambienti sono alquanto spartani, l'età media degli habitué è piuttosto alta e generalmente si finisce col trovarsi invischiati in accesi dibattiti sulle ultime vicende della Fiorentina, più che su scottanti temi di attualità politica. Ma in fondo l'atmosfera ricorda ancora quella che il regista Giuseppe Bertolucci ha mirabilmente descritto nel film interpretato da Roberto Benigni Berlinguer ti voglio bene. L'esperienza ha un suo fascino, decisamente neorealista.

    6.

    INTRUFOLARSI NELL'APPARTAMENTO DI UNO 007

    La casa di Rodolfo Siviero è un museo che pochi conoscono. Eppure la bella palazzina ottocentesca sull'arioso lungarno Serristori è stata al centro di vicende avvincenti e avventurose, da film al cardiopalmo. La visita al museo di Siviero sarà un viaggio a due dimensioni. Dietro le quinte di ciò che visiterete aleggia infatti il romanzo non scritto di una vita fuori dall'ordinario. Una storia di spie e di trafugamenti di capolavori dell'arte.

    Quello che vedrete è un elegante appartamento borghese: atrio, sala da pranzo, un paio di salotti con caminetto, studio, due camere da letto, di cui una con tanto di talamo a baldacchino; tutto arredato con preziosi mobili di antiquariato.

    Ciò che attrae è senza dubbio l'incredibile quantità di suppellettili e opere d'arte accumulate in queste stanze. Reperti archeologici, tavole trecentesche, dipinti di maestri del Quattrocento, terrecotte, bronzetti, sculture, reliquari, medaglie e fucili animano gli ambienti collocati nell'ordine apparentemente casuale con cui Siviero li ha lasciati.

    Come avrete capito, Rodolfo Siviero è stato un grande collezionista, colto ed eclettico. Fin da ragazzino aveva manifestato grande passione per l'arte e la letteratura e nel 1935, all'età di ventiquattro anni, è a Berlino con una borsa di studio in storia dell'arte. E fin qui niente di sorprendente. Ma la realtà non è come sembra. Perché Siviero non è a Berlino per i suoi studi artistici, bensì per raccogliere informazioni per conto del sim, il Servizio Informazioni Militare italiano. In sostanza il giovane è un agente segreto del governo fascista e la borsa di studio è la classica copertura che si rivela indispensabile in questo genere di missioni.

    In Germania Siviero viene a conoscenza delle persecuzioni naziste perpetrate nei confronti degli ebrei, il che lo porterà a passare al fronte opposto e a militare nelle linee della resistenza antifascista. Non sono però soltanto i motivi ideali e politici la causa di questo cambiamento di rotta. Siviero è una spia, il fiuto certo non gli manca e, rientrato a Firenze, molte cose non gli tornano. Soprattutto non gli quadra che il Kunstschutz, il corpo militare tedesco incaricato della protezione delle opere d'arte, con la scusa dei bombardamenti stia invece requisendo i capolavori italiani trasportandoli con disinvoltura in Germania.

    A partire dal 1943, mentre

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