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L'arte di ascoltare

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L'arte di ascoltare

valutazioni:
3/5 (1 valutazione)
Lunghezza:
81 pagine
1 ora
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854130869
Formato:
Libro

Descrizione

Edizione integrale

Cura e traduzione di Mario Scaffidi Abbate

Qualsiasi discorso è nullo se non è ben inteso. L’ascolto, spesso sottovalutato, è infatti una metà fondamentale dell’atto della comunicazione.
In questo manuale, tratto dai Moralia, Plutarco elargisce consigli di virtù, ma anche esempi di vizi che toccano uno degli aspetti più importanti della vita umana. Perché l’arroganza, l’odio, la presunzione e la smania di protagonismo inquinano la nostra disposizione verso l’altro e le sue ragioni. Dedicata a Nicandro, in occasione del suo ingresso nell’età virile, l’operetta si rivolge ai giovani, affinché sappiano maturare senza cedere al disordine delle emozioni, ma in ogni cosa cercando la pacatezza e la riflessione. Plutarco cita gli antichi filosofi, racconta aneddoti, riporta versi di Omero, mette in guardia contro le belle parole vuote, contro i discorsi apparentemente affascinanti ma privi di sostanza, usati per abbindolare gli ingenui e coloro, appunto, che non sanno ascoltare. 
Plutarco
nacque intorno al 46 d.C. a Cheronea, in Beozia, da famiglia ricca e di buona cultura. Recatosi ad Atene nel 60, fu discepolo di Ammonio, filosofo di origine egiziana, che lo introdusse alla filosofia di Platone, il cui influsso sarà sempre presente nella sua opera. Compì numerosi viaggi in Asia, in Egitto, ma soprattutto a Roma; morì nella sua città natale intorno al 120 d.C. Le opere pervenuteci, ordinate in un corpus in età bizantina, comprendono le Questioni conviviali, i Moralia, dialoghi e trattati, e le Vite parallele, la sua opera maggiore e più conosciuta. Di Plutarco la Newton Compton ha pubblicato anche le Vite parallele di Alessandro e Cesare.
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854130869
Formato:
Libro

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L'arte di ascoltare - Plutarco

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In copertina: Frederic Leighton, Fatidica, 1893

Lady Lever Art Galery, National Museums Liverpool

foto Bridgeman/Archivi Alinari, Firenze

Titolo originale: Peri; tou' ajkouvein

Consulenza redazionale di Enrico V. Maltese

Prima edizione ebook: marzo 2012

© 2006 Newton Compton editori s.r.l.

Roma, Casella postale 6214

ISBN 978-88-541-3086-9

www.newtoncompton.com

Edizione elettronica realizzata da Gag srl

Plutarco

L’arte di ascoltare

Cura e traduzione di Mario Scaffidi Abbate

Edizione integrale

Newton Compton editori

Introduzione

Plutarco: chi era costui?

Oggi, nella mente dei più, Plutarco non ha maggiore risonanza del Carneade manzoniano. Eppure nessuno scrittore è stato, in ogni tempo, così attuale come lui, considerato sino alla metà dell’Ottocento uno dei più grandi maestri di saggezza, il simbolo per eccellenza della virtù. Tutti ne hanno subìto l’influsso. E l’hanno amato anche gli scrittori cristiani, da Clemente di Alessandria a Basilio di Cesarea, riscontrando in lui una sorprendente affinità di pensiero e di sentimenti, e per questo alcuni hanno ritenuto che avesse letto il Vangelo, diffondendone il messaggio nei suoi scritti ma senza dichiararsi cristiano, per timore di poter subire persecuzioni. Nell’XI secolo Giovanni Mauropode, metropolita di Euchaìta, in un epigramma invocava Cristo affinché salvasse le anime di Plutarco e di Platone, ch’erano stati vicinissimi al suo insegnamento.

A partire dal Rinascimento, anche per l’invenzione della stampa, gli scritti di Plutarco dilagarono «come un torrente che alta vena preme». I nomi di coloro che l’ammirarono e ne subirono l’influsso, per parlare solo dei grandi, sono centinaia. Tra questi: Erasmo da Rotterdam (che poneva la sua opera al terzo posto subito dopo la Bibbia e i Vangeli, «perché non si può trovare nulla di più elevato»), Machiavelli (che nelle sue opere - lui, il fondatore della scienza politica - attinse largamente a Plutarco), il Castiglione, Tommaso Moro, Shakespeare (che trasse da lui le più belle scene del Giulio Cesare, del Coriolano e di Antonio e Cleopatra), Racine, Corneille, Montaigne (che nei Saggi scriveva: «Noi, poveri ignoranti, saremmo stati perduti se questo libro non ci avesse tolti dal pantano; grazie a lui, ora siamo in grado di parlare e di scrivere»), Montesquieu (che nei Pensieri ne elogiava il fascino: «Plutarque me charme toujours»), Voltaire, Rousseau (che si augurava di chiudere la sua vita, così come l’aveva iniziata, leggendo Plutarco), Beethoven (che parlando della sua sordità, scriveva: «Più volte ho maledetto il Creatore e la mia esistenza: Plutarco mi ha indicato la strada della rassegnazione»), Vittorio Alfieri (che lo leggeva e rileggeva «con trasporti di grida, di pianti e di furore»), Schiller, Goethe, Napoleone, Foscolo (che lo definiva «divino»: «Col divino Plutarco», scriveva nell’Ortis, «potrò consolarmi dedelitti e delle sciagure dell’umanità, volgendo gli occhi ai pochi illustri che, quasi primati dell’umano genere, sovrastano a tanti secoli e a tante genti»). Per Leopardi Plutarco era «il più filosofo di tutti i filosofi greci, che non erano così sottili». Ed è certamente dai Moralia che il grande recanatese trasse il titolo per le sue Operette morali. E lo amarono ancora Gioberti e Giuseppe Verdi (che apre I masnadieri con queste parole: «Quand’io leggo Plutarco ho noia, ho schifo di quest’età d’imbelli!»). Da Plutarco derivò allora la definizione «uomo di Plutarco», a indicare chi nutre nel petto il senso della virtù eroica.

Poi, se si esclude qualche sporadico caso di ammirazione (da parte di Wagner, Nietzsche, D’Annunzio, Emerson e qualche altro), per Plutarco venne il declino e ci fu persino chi propose addirittura di bandirlo dalle scuole, come Curzio Malaparte, che nel 1936, in un articolo sul «Corriere della sera» dal titolo Immoralità di Plutarco, giudicava «borghese» la sua morale e lo definiva «dannosissimo ai giovani». Nel 1950 Carlo Diano nell’auspicarne il ritorno, si domandava: «Nella confusione e nel marasma di oggi, può esser fatto tornare fra noi questo biografo dei grandi, questo intelligente e umano custode della sapienza di Delfi?».

Oggi, dopo più di cinquantanni, ci chiediamo ancora: È tornato? È tornato, finalmente, Plutarco?

Plutarco è, sotto ogni aspetto, la più grande personalità di tutto il mondo greco dell’età imperiale. Egli ci offre, attraverso le sue numerose opere, un quadro completo dell’antichità ellenica: un ellenismo «un po’ malinconico, come chiuso o velato da un presagio di morte» (V. Cilento). Spirito sensibilissimo, ebbe assai vivo il senso della famiglia e fu molto religioso. Profondamente umano, fu indulgentissimo con gli schiavi, e se talvolta li puniva, dopo si convinceva ch’era meglio che peggiorassero loro piuttosto ch’egli stesso per via della collera che lo spingeva a castigarli. Gellio però racconta che un giorno, mentre faceva frustare uno schiavo, questi gli rinfacciò quello scatto d’ira, ricordandogli come biasimasse nei suoi scritti quel sentimento, al che lui, calmo e candido rispose: «Ho forse il viso infiammato? Mi è forse sfuggita una parola di cui debba vergognarmi? Sono questi i segni dell’ira che non si convengono agli uomini saggi». E poiché l’aguzzino nel frattempo s’era fermato gli disse: «Continua pure il tuo ufficio, mentre io e costui discutiamo».

Naturalmente non fu immune da difetti e da contraddizioni. Per esempio, condannava la superstizione e tuttavia credeva agli oroscopi, ai sogni, agli uccelli che provenivano da sinistra, ai buoi che leccavano il proprio sangue mentre venivano immolati, ai serpenti che si annidavano nei letti. Ma pochi uomini furono schietti come lui, che diceva sempre ciò che pensava: una dote che gli accattivava gli ascoltatori e i lettori, i quali molto spesso si riconoscevano nei suoi scritti, così pieni di umanità e di buon senso.

Non fu un pensatore originale, ma costituì un modello di vita basato sulla tradizione e proteso verso il futuro. Si può dire ch’egli fu l’uomo dei tempi nuovi.

Quanto allo stile la sua prosa non sempre è pura, il periodare non di rado è lungo, prolisso, oscuro e disarmonico. Cesare Cantù, che definisce Plutarco mezzo greco e mezzo latino, verboso e impacciato, dice che «vorrebbe rappresentare tutti gli stili, senza però raggiungere né la dorica robustezza, né l’attica eleganza, né la fluida armonia ionica». In effetti il classicismo è ordine, equilibrio, proporzione, fra principale e secondario, fra generale e particolare, fra necessario e contingente, e invece spesso Plutarco si ferma troppo

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