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101 cose da fare a Genova almeno una volta nella vita

101 cose da fare a Genova almeno una volta nella vita

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101 cose da fare a Genova almeno una volta nella vita

Lunghezza:
516 pagine
14 ore
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854125476
Formato:
Libro

Descrizione

«Chi guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare», cantava il genovese Ivano Fossati. E capita che dopo aver ammirato la città, stretta fra la lingua blu del Mediterraneo e i prepotenti Appennini, venga voglia di conoscerla meglio, di iniziare un nuovo viaggio alla scoperta di tutto ciò che ha da offrire. I centouno percorsi che si snodano attraverso la Superba vi accompagneranno per le vie del centro, negli antichi Palazzi dei Rolli e nelle storiche botteghe, mentre ripercorrete i passi di Fabrizio De André o contate i campanili che assordarono il giovane Charles Dickens chiuso nella sua Pink Jail. Vi porteranno al Cimitero di Staglieno per chiedere i numeri del Lotto alla statua della venditrice di noccioline di Lorenzo Orengo, o a mangiare un gelato a Boccadasse; vi condurranno in un tour poetico seguendo le tracce di Eugenio Montale e vi mostreranno come cercare di andare in Paradiso con l’ascensore di Castelletto. Un libro imperdibile per chi è di passaggio a Genova e per chi a Genova ci vive; per chi non si sente turista da manuale e per chi ha solo un paio d’ore di tempo libero da impiegare; per chi passa di fretta, ignaro dei piccoli tesori e delle storie che ogni quartiere custodisce e, soprattutto, per chi è innamorato di questa città e come tutti gli innamorati vuole scoprire anche i segreti più intimi di ciò che ama.

Genova come non l'avete mai vista!
Ecco alcune delle 101 esperienze:

- Passeggiare per via del Campo ricordando De André
- Salire (quasi) in paradiso con l’ascensore di Castelletto
- Pattinare… sul mare
- Inerpicarsi su una ripida crêuza de mä
- Doppiare Capo Horn senza muoversi da Genova
- Sentirsi giovani in piazza delle Erbe
- Mettere in pratica l’antica arte del mugugno
- Scoprire dov’è nato il gioco del Lotto a palazzo Ducale
- Fare ginnastica nella palestra della matematica
- Rivivere l’infanzia di Cristoforo Colombo
- Giurare amore eterno (con le dita incrociate) al Righi


Maria Cecilia Averame

nata a Genova nel 1975, si occupa di comunicazione sociale e promozione culturale. Per diffondere la storia e la cultura ligure ha creato un sito sulla letteratura contemporanea genovese, www.lettureliguri.it.
Pubblicato:
16 dic 2013
ISBN:
9788854125476
Formato:
Libro

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101 cose da fare a Genova almeno una volta nella vita - Maria Cecilia Averame

 1.

Avvicinarsi alla Superba venendo dal mare

Non è banale canticchiare assieme a Ivano Fossati «Chi guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare», perché Genova, città sottile e longilinea, stretta fra l’acqua e le colline che scendono a precipizio nel Mediterraneo, ha un solo fronte, quello marittimo appunto; dall’alto dei monti non è possibile guardarla in faccia, si possono solo intuire la sua fisionomia e le sue sinuosità.

E poi perché Genova nasce dal mare: è cresciuta prospera nei secoli grazie alle sue navi che dominavano il Mediterraneo e tuttora le rotte e i commerci marittimi concedono linfa vitale alla vita economica cittadina.

Sarà per queste ragioni che la stragrande maggioranza dei genovesi sembra non poter rinunciare al mare, ha bisogno di darci un’occhiata la mattina andando al lavoro dalla sopraelevata, passeggiando dopo un film al Porto Antico o dalle abitazioni sulle colline. È un gesto automatico e rassicurante volgere lo sguardo in direzione della distesa blu, dove la vista dell’orizzonte non è intralciata da colline e catene montuose. Un mare che è un limite tangibile, ostacolo all’espansione territoriale della città e difesa dal resto del mondo, ma che lascia comunque vivo il sogno sempre attuale di una partenza possibile, di un viaggio da cominciare. Perché il mare, con rispetto, si può padroneggiare.

D’altronde cosa ci si può aspettare dai discendenti di un manipolo di viaggiatori provenienti da terre diverse che conclusero il loro peregrinare qualche millennio fa, fondando un piccolo villaggio sulla collina di Castello, a Sarzano, e trovarono in una piccola cala un posto sicuro dove porre base per i propri commerci navali? Mare e costruzioni navali, porto e commercio, affari spesso legati a battaglie e guerre, strenua difesa del poco spazio conquistato tanto a nemici o alleati quanto alle montagne. Genova porto di mare, crogiuolo di popolazioni diverse, odori acri e pungenti, tepore mediterraneo. Al turista forse un po’ smarrito sembrerà strano trovare splendidi palazzi cinquecenteschi accanto a costruzioni fatiscenti, pezzi di mura antiche nei parcheggi sotterranei riservati ai residenti, palazzi che si chiamano Reale o del Principe in una Genova repubblicana, stanze della Poesia in una città prevalentemente mercantile, ascensori che scorrono in orizzontale, panorami mozzafiato a pochi minuti dalle strade trafficate del centro. È la Genova dalle mille contraddizioni, detta Superba per la prima volta nel 1358 da Francesco Petrarca, che avverte: «Vedrai una città regale, addossata a una collina alpestre, Superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare», e definita poi da Vittorio Emanuele II, che la fece bombardare per due giorni fino alla resa, come una città abitata da una «Vile e infetta razza di canaglie».

Per farsene un’idea personale, la prima cosa da fare a Genova è intuirla dal mare, poi scoprirne le linee geometriche e verticali, infine vederla e provare a conquistarla, se ci riuscite.

In estate o in inverno, possibilmente in una giornata di cielo sereno e mare calmo, solo venendo dal mare potrete cogliere la città con un unico sguardo e riconoscere l’asprezza e il fascino del suo territorio, uniti in un binomio inscindibile.

Al navigatore in avvicinamento Genova mostrerà inizialmente il profilo delle proprie colline, dritte a picco sul mare, sullo sfondo gli Appennini e le Alpi Marittime imbiancate, d’inverno, da un candido manto nevoso.

Sulla cima del monte Figogna scorgerete il santuario di Nostra Signora della Guardia, il cui nome ricorda la sua antica funzione di posto di avvistamento delle navi nemiche. Probabilmente vedrete anche un aereo in fase di atterraggio o partenza dall’aeroporto Cristoforo Colombo, lingua di terra costruita direttamente sul mare.

I monti scendono a precipizio verso il centro di Genova: la città in espansione, nella seconda metà dell’Ottocento, non ha potuto contare su un entroterra dove costruire, e si è arrangiata come poteva, alternando quartieri residenziali ad altri, più popolari, sulle diverse colline. «Case incastonate su quelle rocce come diamanti nell’oro», scrive il padre di Don Chisciotte, o più prosaicamente, palazzi che, visti dal mare o dal porto, paiono tesi nell’infinito sforzo di non scivolare giù a valle, cadendo addosso alle case del centro.

La Dominante dei mari è apparsa così per ottocento anni. Avanzando cautamente, la sottile linea grigia che separa la terra dal mare si mostrerà sempre più nitidamente, e potrete distinguere i palazzi del centro, dalle altezze irregolari, addossati gli uni agli altri. Non per un improbabile spirito di fratellanza cittadina ma per mere questioni di spazio. Il genovese-tipo, al contrario, non apprezza l’eccessivo contatto fisico, magari perché troppo abituato a dover nascondere con spesse tendine il tinello o la camera da letto allo sguardo del dirimpettaio, a pochi metri di distanza. Potrete ammirare le facciate dei palazzi di Ripa Maris, e immedesimarvi in Mark Twain, che nel 1868 scrisse: «La maestosa città di Genova si levò dal mare e i raggi del sole riverberarono sui suoi cento palazzi».

Vedrete poi svettare i campanili delle chiese e le antiche torri, e nel mare potrete distinguere la linea ferma della diga Foranea, dove ancora qualche anziano pescatore si arrischia ad andare a cercar pesce la mattina all’alba.

Quando la vedrete vicina vicina, il consiglio è quello di restare ancora sulla prua. Se siete su una nave da crociera o un traghetto lasciate che i vostri compagni di viaggio si affaccendino verso auto e bagagli e restate sul ponte fino all’ultimo per intuire ciò che scoprirete una volta compiute le stressanti operazioni di sbarco: ci sono ancora cento interessantissime cose da fare.

 2.

MANGIARE UN GELATO A BOCCADASSE GUARDANDO LE ONDE FRANGERSI SUGLI SCOGLI

«Andiamo a prendere un gelato a Boccadasse?». È una delle domande che potreste sentirvi fare dai genovesi, specie nei mesi estivi. Perché Boccadasse è un piccolo angolo discreto in cui Genova riesce ancora a far toccare il mare ai suoi cittadini, desiderosi di allontanarsi dal centro e staccare per qualche ora dalla frenesia cittadina.

A Boccadasse si può arrivare percorrendo la larga e moderna passeggiata a mare di corso Italia, realizzata nel periodo fra le due guerre con lo sbancamento della scogliera per un tratto di circa cinque chilometri, stravolgendo la costa genovese e demolendo numerose chiese lungo il percorso. Unica testimonianza rimasta dell’assetto originario è l’Abbazia di San Giuliano, fondata dai francescani nel 1240, in seguito utilizzata dai benedettini (a cui fu tolta dai napoleonici tra il 1797 e il 1842) fino al 1939. Corso Italia, popolato nelle ore serali da numerosi podisti, meta domenicale per famigliole con prole e biciclette, termina invece in corrispondenza della chiesa di Sant’Antonio da Padova: dal sagrato dell’edificio religioso, una stretta e ripida crêuza, via Aurora, vi porterà nell’antico borgo di Boccadasse.

Forse per una fortuita dimenticanza nel piano regolatore, o più probabilmente per la conformazione della costa, troppo frastagliata per proseguire con lo sbancamento, Boccadasse è rimasto tale e quale a com’era un centinaio e più di anni fa: piccolo borgo di pescatori con una spiaggetta racchiusa da strette palazzine a ridosso del mare.

Sotto la chiesa di Sant’Antonio una distesa di scogli e piccole anse è ricovero per le piccole imbarcazioni pronte per la pesca mattutina; dall’altro lato della spiaggia si potrà ammirare il promontorio di Santa Chiara, con la sua rocca originaria, ora sede di un ristorante con una splendida terrazza affacciata sul mare.

L’impressione, specie per chi arriva dalle trafficatissime strade del centro città, è quella di un inaspettato viaggio nel tempo, una cartolina di inizio secolo a mostrare come doveva essere in origine questa Genova così rintanata tra scoglio e scoglio.

I visitatori più attenti sapranno comunque riconoscere i segni del tempo che passa: gli antichi gozzi, costruiti con legno tagliato rispettando rigorosamente le fasi lunari da sapienti maestri d’ascia, sono stati sostituiti da imbarcazioni in vetroresina e usci in ferro. I piccoli negozi che si aprono sulla spiaggia non sono più destinati al frutto del lavoro dei pescatori, ma sono soprattutto bar, ristoranti, gallerie d’arte. E due gelaterie: la prima proprio in fondo a via Aurora, e la seconda in fondo alla piccola spiaggia. Entrambe, in qualunque stagione, servono un ottimo gelato che ogni genovese ha gustato almeno una volta nella propria vita.

Comunque, nonostante l’ammodernamento, Boccadasse mantiene un fascino antico e discreto. Lo sanno bene le coppiette che si scambiano promesse d’amore fra la spuma delle onde sugli scogli, i genitori che portano i bambini a tirare i sassi nel mare e a giocare nella sabbia o chi, dopo una giornata di lavoro, cerca un momento di quiete e di relax in questo borgo così fuori dal tempo dove, nelle giornate di cielo sereno, lo sguardo può arrivare ad abbracciare il lontano promontorio di Portofino.

Il nome di Boccadasse deriva dalla contrazione dell’espressione genovese boca d’aze, bocca d’asino, che richiama la forma di questa piccola baia incastonata nel lungomare. Nel periodo dell’emigrazione italiana, quando molti genovesi lasciarono l’Italia per cercare fortuna al di là dell’Oceano, una nutrita colonia si stabilì a Buenos Aires, in Argentina, e lì diede vita al quartiere di Boca, proprio in ricordo del piccolo borgo cittadino. Non è un caso che ancora adesso sulle maglie della squadra di calcio argentina Boca Junior sia presente la scritta zeneixes, genovesi.

Non è facile vivere a Boccadasse. Le piccole casette sono arrampicate le une sulle altre e sembrano tenersi per evitare di crollare in acqua. Il mare è la risorsa economica principale del piccolo borgo, ma è anche una delle croci degli abitanti: tanto bello da vedere e ascoltare nel suo sommesso mormorio alle prime luci del mattino, tanto maledetto quando sferza con le sue mareggiate i muri delle case, corrodendoli giorno dopo giorno con la salsedine e con il terribile vento di scirocco.

Meglio venirci quando il sole scalda la piccola e sassosa spiaggia, meta di improvvisati bagnanti nei mesi estivi, con la complicità di un asciugamano buttato sui sassi e un costume provvidamente infilato sotto ai vestiti, magari prima di andare in ufficio.

Basta questo per fare un bagno d’estate a Boccadasse e infatti non troverete molto altro. In altre città il borgo sarebbe tappezzato di negozietti alla moda, magari anche un po’ trendy, mentre anche in questo Boccadasse mantiene la sua vocazione genovese di un turismo prezioso ma mai esibito: sassi, sole, uno scorcio di mare, scogli.

Di sera il piccolo borgo diventa silenzioso. Le luci delle navi appaiono e scompaiono all’orizzonte e i gatti scivolano nei vicoli e sui tetti. Uno di questi gatti ha avuto la fortuna di diventare molto famoso: cantato da un giovane Gino Paoli che ricordava gli anni poveri ma felici passati a Boccadasse, è simbolo di una gioventù libera, spensierata e… lontana. Ma che resta nel cuore: il cantautore genovese molti anni dopo comporrà la canzone Boccadasse, dedicata al piccolo borgo mai dimenticato e cantata in un malinconico duetto con Ornella Vanoni.

E anche Andrea Camilleri deve essere rimasto intrigato dal fascino rude del borgo, dato che Livia, la perenne fidanzata del commissario Montalbano, vive proprio a Boccadasse.

A chi fosse interessato alla storia del borgo e dei suoi marinai consigliamo una breve sosta nella chiesa di Sant’Antonio da Padova, godendo, prima di entrare, della vista di Boccadasse dall’alto del piazzale. La chiesa fu inizialmente costruita come piccola cappella dai marinai del borgo nei primi anni del XVII secolo. Nel 1745 divenne sede della confraternita di Sant’Antonio da Padova che la ampliò. Nel 1827 il capitano Francesco Dondero finanziò la costruzione del campanile e nella Pasqua del 1894 la chiesa divenne infine una parrocchia. Al suo interno, oltre alle navi appese alle pareti e agli ex voto lasciati dai marinai alla vigilia di qualche perigliosa uscita di pesca, potrete ammirare la volta, dipinta dal pittore Romolo Pergola e una cassa processionale di scuola maraglianesca con sant’Antonio in estasi.

Sempre alla ricerca dei segni della storia, scendendo nuovamente alle spalle della spiaggia, potrete ammirare gli antichi trogoli, dove le donne andavano a lavare i panni prima che gli acquedotti portassero l’acqua nelle case. I treuggi erano alimentati dal piccolo torrente Asse (una seconda ipotesi etimologica vuole che il nome Boccadasse derivi proprio da bocca d’asse, ma la teoria non ha trovato validi riscontri), attualmente coperto dal manto stradale.

Continuando la vostra passeggiata, ormai con il gelato in mano, potrete proseguire il percorso alla destra della spiaggia inerpicandovi per via Urania verso il capo di Santa Chiara: qui potrete ammirare la piccola chiesetta, fondata nel XVI secolo, e il medievaleggiante castello Turckle, progettato dall’architetto fiorentino Gino Coppedè agli inizi del XX secolo, con il suo tipico stile personale famoso a Genova grazie alla precedente realizzazione del castello Mackenzie.

Fra incantevoli ville settecentesche, ora abitazioni private della Genova bene, potrete proseguire la vostra passeggiata verso altri due piccoli borghi marinari, sempre quieti ma meno affascinanti, Vernazzola e Sturla, quest’ultimo alla foce dell’omonimo torrente, purtroppo deturpato dal depuratore dello scarico fognario delle acque.

Quando infine lascerete Boccadasse per tornare verso Genova, il gelato sarà ormai finito. Lungo corso Italia vi girerete, ci scommetto, a osservare ancora una volta questo angolino di Genova che, passo dopo passo, si allontana abbracciato dal mare.

 3.

PERCORRERE VIA PRÈ E FERMARSI PER UN APERITIVO AI TROGOLI DI SANTA BRIGIDA

Siete appena arrivati a Genova, magari siete scesi dal treno alla stazione di piazza Principe, forse dovete raggiungere il centro, ed ecco che, con una discreta dose di intraprendenza, decidete di non addentrarvi per via Balbi, con i suoi palazzi aristocratici e il suo tracciato diritto e longilineo verso piazza della Nunziata, ma di avere una prima, intensa esperienza con i caruggi, i vicoli stretti e oscuri del centro storico più grande di Europa.

Allora potete attraversare, servendovi del debito sottopasso, il piazzale antistante la stazione, e scivolare per la scalinata che da salita San Giovanni vi porterà nella antica via Prè. Vi avvertiamo subito: sarete immediatamente precipitati in un mondo diverso e a suo modo straniante. Il quartiere, infatti, è abitato per la metà da residenti stranieri; a destra e a sinistra negozi di stampo contemporaneo-orientaleggiante, bancarelle di accendini, ricordini e chi più ne ha più ne metta. Completano il quadro alcuni palazzi, i cui proprietari hanno abilmente dribblato le necessarie ristrutturazioni dell’ultimo ventennio, tesi a raggiungere il fazzoletto di cielo sopra di voi, sorretti da fratelli più fortunati e di recente rimessi in sesto, molto spesso rispettando l’architettura e mantenendo i piccoli particolari delle diverse epoche in cui vennero costruiti. Via Prè, con il suo miscuglio di odori, di sapori di spezie lontane, di genti provenienti da terre diverse, dà proprio l’impressione di non aver molto a che fare con l’Italia (caratteristica usuale a Genova), di essere in una terra di nessuno, o più propriamente, di tutti, purtroppo ancora temuta anche dai genovesi stessi, soprattutto nelle ore serali.

Ed effettivamente, a Genova non ci siete ancora.

Via Prè infatti è la naturale prosecuzione di quell’originario carrugio drito che da piazza Fossatello si estende per via San Luca e via Del Campo: al termine di questa strada l’antica porta dei Vacca, costruita intorno al 1150 e facente parte della terza cinta delle mura di protezione, segna il confine della città, separando ciò che è dentro da ciò che è fuori.

Via Prè era fuori: primo percorso di quella lunga via che conduceva al ponente, e poi alla Francia. Divenne ben presto un piccolo quartiere abitato da tutti coloro che, arrivati a Genova via mare o via terra, volevano accedere alla città ma per un motivo o per l’altro ne dovevano restare fuori. Anche il nome ha radici poco cittadine: secondo alcuni l’etimologia del nome deriva da prato, essendo in epoca romana zona coltivata, secondo altri da pietra.

È sempre stato, nella storia, un quartiere di migranti: di marinai provenienti da paesi lontani, sbarcati a Genova e per qualche motivo qui rimasti, di abitanti dell’entroterra spinti in città dalla povertà, di gente arrivata dal Sud dell’Italia e da altre parti del mondo.

Via Prè, in fin dei conti, non è mai stata dei genovesi. Ma i genovesi nel passato sono sempre riusciti a inglobare nel tessuto economico della città una grande percentuale di migranti, senza negare le difficoltà e la fatica da parte di entrambi. Genova infatti, esempio quasi unico in Italia e forse in Europa, usava fin dal Medioevo concedere la cittadinanza a chiunque ne facesse richiesta: bastava avere braccia forti e trovarsi un lavoro. Non solo: per accedere alle antiche corporazioni dei mestieri manuali, alle associazioni artigiane dove di padre in figlio e di generazione in generazione ci si passava assieme al mestiere l’arte, la conoscenza e la sapienza del saper fare e costruire, vi era un esame di ammissione aperto a tutti, senza distinzione di nazionalità.

Oggi il vico, complice un piano di ristrutturazione e riqualificazione del centro storico, propone nuove attività, iniziative volte ad animare la vita del quartiere, accanto a scorci di arte e di storia.

Con notevole spirito di iniziativa è stata aperta una libreria dall’eloquente nome di Books in the Casba, gestita da due librai che conoscono il proprio mestiere e sanno suggerire e consigliare. Qui si possono trovare, oltre a testi ricercati e specialistici, un settore dedicato alla poesia e una grande attenzione per la letteratura contemporanea. Accanto l’Osteria dei Truogoli offre piatti genuini a prezzi assolutamente accettabili. Subito dietro l’angolo poi, risalendo verso via Balbi, vi attende un piccolo gioiello: piazza dei Trogoli di Santa Brigida, recentemente oggetto di una ristrutturazione efficace. Gli alti palazzi circostanti, ritinteggiati con colori accesi che mettono in risalto i particolari originari, spiccano su questa piazzetta dalla forma leggermente ovoidale. Al centro gli antichi trogoli coperti, sono circondati dai diversi tavolini dei bar: un tempo era l’acqua dolce a richiamare in piazza gli abitanti, adesso sono gli aperitivi. Vi è anche una seconda libreria, Finisterre, questa volta dedicata al viaggio e alla scoperta dei popoli del mondo, che organizza presentazioni di libri con degustazioni di vino, fave e salame e altri prodotti tipici.

Domina la piazza una scalinata che termina in un archivolto con l’edicola dedicata a santa Brigida che, nel 1346 osservando la città, fece una cupa profezia: «Un giorno il viandante che passerà dall’alto dei colli che recingono Genova, accennando con la mano i lontani cumuli di detriti, dirà laggiù fu Genova». Piazzetta Santa Brigida rappresenta un ottimo punto di partenza per continuare a ristrutturare questa splendida via tutta genovese, peraltro collegata rapidamente al porto, e a due passi da quella Commenda da cui si partiva per le crociate.

 4.

VEDERE DA VICINO I PESCI ALL’ACQUARIO DI GENOVA

Uscire dagli stretti caruggi per dirigersi verso l’ampia area del Porto Antico e avvicinarsi alla lunga costruzione dell’acquario di Genova è come passare da un mondo a un altro. Si lascia la città nascosta, misteriosa, contorta e arabeggiante, per entrare in una zona europea fatta di piste di pattinaggio sul ghiaccio, sferiche costruzioni di Renzo Piano, Magazzini del Cotone recuperati e riadattati a cinema, la Città dei Bambini che si specchia sul mare calmo e azzurro.

Costruito durante le celebrazioni del cinquecentenario della scoperta dell’America di Cristoforo Colombo, l’acquario di Genova si estende lungo uno dei moli del Porto Antico, e, siccome lo spazio non bastava, dal 1998 è collegato alla Nave Italia (adesso ribattezzata Grande Nave Blu), una nave ancorata al molo che aumenta di circa 2500 metri quadrati l’area espositiva.

Ospita pesci di tutti i tipi. Si parla di qualcosa come 12000 esemplari. Strani, belli, brutti, orrendi, curiosi, e curati da uno staff di tutto rispetto, composto da biologi che hanno di volta in volta ricostruito gli habitat naturali, in modo che la vita nelle vasche sia rispettosa delle loro esigenze. A volte anche a discapito dei turisti: per vedere i delfini, ad esempio, bisogna attendere che i delfini ne abbiano voglia. Hanno un ambiente tutto per loro, precluso alla vista di curiosi, e vengono nella stanza dei turisti con tutta la vanità delle prime donne. A loro piace farsi desiderare ma ne vale la pena.

Chi non è mai stato all’acquario di Genova e ha in mente una serie di stanze con delle vaschette, be’, è fuori strada. L’idea che ha mosso l’architetto statunitense Peter Chermayeff nella realizzazione degli interni dell’acquario (la cui struttura è stata progettata da Renzo Piano) è stata di proiettare il visitatore sott’acqua, letteralmente.

Una volta entrati dentro la struttura, le luci si fanno basse, il sole del Porto Antico lascia spazio alla luce soffusa dei fondali marini e dopo pochi passi si resta immersi in questa meraviglia di acqua. Il percorso si snoda tra vasche altissime, dando modo allo sbalordito visitatore di osservare la fauna acquatica da punti di vista diversi. Grosse torri in cui si muovono sinuose meduse partono dal terreno e giungono fino al soffitto, persino i corridoi di passaggio ospitano strani quadri viventi, piccole vasche in cui vivono variopinte aragoste o introvabili salamandre.

Andare all’acquario significa sempre emozionarsi per qualcosa di inatteso e vedere i bambini con le mani contro i vetri delle vasche, che parlano con un curioso pinguino o scappano terrorizzati per uno squalo apparso all’improvviso davanti ai loro occhi.

Nella prima parte della visita i delfini, le foche e gli squali sono le attrazioni principali attorno a cui ruotano pesci meno conosciuti. Molti i cartelli esplicativi che, oltre a dare informazioni sulle varie specie, talvolta fanno luce su miti del passato, rivelando che gli squali non sono così cattivi come la cinematografia insegna, e mostrando che il mare è una grande ricchezza, e non una grande pattumiera come purtroppo molti sembrano pensare. Nella seconda parte del percorso, all’interno della Grande Nave Blu, è stato ricostruito l’ambiente faunistico del Madagascar e, in un verde intenso e caldo, appaiono rettili preistorici, piccolissime ranocchiette rossastre e grossi coccodrilli, a margine di vasche piene di curiosi pesci dai colori indescrivibili. I vostri figli, se ne avete, riconosceranno immediatamente diversi pesci tropicali, soprattutto se hanno visto Alla ricerca di Nemo: tanti piccoli Nemo si strofinano nei loro anemoni mentre piccole Dory nuotano longilinee con la loro memoria temporanea.

All’uscita, se desiderate un ricordo di questa giornata davvero particolare, potrete scegliere tra una moltitudine di gadget a forma di pesce e decine di fotografie.

E se deciderete di tornare, troverete una grossa sorpresa ad attendervi.

Perché l’acquario non sarà più quello che avete lasciato. Sarà un po’ diverso, in alcuni casi molto diverso. Come ogni ambiente vivo, abitato da piccoli esseri vivi, anche l’acquario vive. Nuovi piccoli nascono, alcuni pesci tornano al loro ambiente naturale, altre specie vengono introdotte. Ve ne accorgerete: l’acquario è un organismo che nuota dentro Genova, cresce, cambia pelle, e regala sempre un po’ di meraviglia a chi decide di visitarlo.

 5.

PASSEGGIARE PER VIA DEL CAMPO RICORDANDO DE ANDRÉ

Ritrovare Genova nelle parole di Fabrizio de André è un’operazione semplice e naturale, perché nei suoi testi emerge nitidamente l’immagine di una città vissuta e reale, fatta, oltre che di luoghi, anche di persone, di relazioni e di incontri.

E se la tematica principale del cantautore risulta invariabilmente legata alle sorti degli ultimi e di tutti coloro che hanno avuto difficoltà a integrarsi nelle rigide maglie della società, non aspettatevi, passeggiando per Genova, di trovare targhe, segnalazioni colorate e souvenir di dubbio gusto. I genovesi hanno sempre visto De André come uno di loro, non certo come una celebrità da mercificare.

Se volete scoprire i tributi, quasi timidi, che la città ha dedicato alla memoria del grande Faber, il tour non può che partire, inevitabilmente, da via Del Campo, largo caruggio dove Gianni Tassio, vecchio amico del cantautore, ha allestito all’interno del suo negozio di musica, con amore e passione, un piccolo museo dedicato alla musica e a De André, la cui voce ogni giorno si spande per tutto il vicolo grazie agli altoparlanti posti all’ingresso del locale.

Nel museo è conservata anche la Francisco Esteve n. 097, la chitarra con cui De André studiò gli accordi della sua Crêuza de mä, acquistata dai negozianti di via del Campo a un’asta di beneficenza in favore di Emergency, grazie a una colletta di ben 168.500.000 lire. L’amore dei genovesi per il loro De André si vede anche in questi gesti, che fanno sorgere dubbi sulla proverbiale tirchieria dei genovesi. Dopo la recente scomparsa di Tassio, qualcuno temeva che il museo potesse chiudere, ma il Comune di Genova, senza tanta pubblicità, ha acquistato in blocco il museo e la chitarra. Su Colombo si può anche scherzare, ma De André è un pezzo di Genova che non si può dare via.

Nella piazzetta antistante, piazza del Campo, il volto di Faber intarsiato nell’ardesia ci ricorda che: «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior», invitando il lettore a quella inversione di valori borghesi che, unita alla capacità di guardare gli altri e di provare a comprenderli, ha caratterizzato la vita di Fabrizio.

In via del Campo adesso le graziose sono molte meno d’un tempo e passeggiano la sera fra i clacson delle auto e le luci dei lampioni. Date un’occhiata al numero cinque della strada, dove c’è una M intarsiata nel marmo sopra il portone: voci informate testimoniano che proprio qui viveva la graziosa visitata dal vecchio professore ne La città vecchia.

Potete proseguire la vostra passeggiata per i vicoli di questi «quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi», e spingervi verso la zona della Commenda, che alla fine degli anni Cinquanta abbondava di locali molto frequentati da genovesi di ogni zona della città. Potrete cercarvi Susan dei Marinai, e ritrovare i luoghi narrati nel romanzo, scritto a quattro mani con Alessandro Gennari, Un destino ridicolo. Provate a chiedere dell’istriana Maritza, la Bocca di Rosa della canzone che, scesa dalla stazione di Sant’Ilario, scombussolò la vita del paesino, incantandone gli uomini e ingelosendone le donne. Magnaccia, pescatori, malavitosi, tossici e prostitute sono i veri protagonisti tanto del romanzo, quanto delle canzoni di De André.

Genova ha dedicato una passeggiata a Fabrizio De André: quella che

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