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101 cose da fare a Bologna almeno una volta nella vita
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E-book496 pagine4 ore

101 cose da fare a Bologna almeno una volta nella vita

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Bologna come non l'avete mai vista!

Città a misura d’uomo, Bologna è considerata un posto dove si sta bene per il buon cibo e la cortesia degli abitanti. I portici che l’hanno resa famosa sembrano nascondere la bellezza delle sue opere d’arte e la ricchezza dei suoi palazzi. Ma Bologna è una città da intenditori: per apprezzarla bisogna fare attenzione ai particolari, trasformarsi in turisti esploratori alla ricerca delle tante meraviglie custodite nei musei, nei sotterranei o sulle facciate dei palazzi. Questa guida vi accompagnerà nella scoperta dei tesori non solo artistici di una città con una gloriosa università millenaria, un’industria all’avanguardia, tradizioni gastronomiche ricchissime e un centro storico caratteristico per i suoi colori e le decorazioni in terracotta, attraversato da canali sotterranei e punteggiato da lussureggianti giardini segreti. Vi racconterà anche i luoghi di aggregazione alternativi, le istituzioni culturali ufficiali e quelle informali, nate dall’iniziativa di individui e associazioni, che rendono Bologna una città vivace e divertente, che non mancherà mai di stupirvi.

«Una guida che, tra storia e curiosità, si rivolge sia al turista che vuole conoscere angoli e aspetti della vita bolognese difficilmente menzionati nelle guide tradizionali, che a chi, italiano o straniero, si trasferisce sotto le due torri per studio o per lavoro e vuole sentirsi un po’ meno “fuori sede".»
La Repubblica

«È una guida non solo ai monumenti e ai percorsi storici di Bologna, ma anche alle persone e al suo spirito, ai posti fuori dalle rotte più navigate e all’inventiva di una città intensamente influenzata dalla presenza della grande Università.»
Il Corriere di Bologna

«La sua guida è un compendio ricco e dettagliato, capace di trascinarci in un suggestivo itinere attraverso l’ospitale tepore della città dei portici, attraverso le sue chiese millenarie, i suoi giardini odorosi, le stradine acciottolate, le osterie incastrate sotto gli alti condomini (…).»
La voce di Romagna



Margherita Bianchini

nata a Reggio Emilia, ha vissuto a lungo a Bologna, città fondamentale nel suo percorso esistenziale. Dopo la laurea in Scienze della comunicazione, ha sempre lavorato nell’editoria, occupandosi con passione dei libri degli altri, finché nel 2009 ha firmato la sua opera prima, 101 cose da fare a Bologna almeno una volta nella vita, pubblicata con successo dalla Newton Compton, seguita da 101 storie su Bologna che non ti hanno mai raccontato.
LinguaItaliano
Data di uscita16 dic 2013
ISBN9788854125469
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    101 cose da fare a Bologna almeno una volta nella vita - Margherita Bianchini

     1.

    INIZIATE DA PIAZZA MAGGIORE

    Mettetevi in mezzo alla piazza e guardatevi intorno. Da qui ci passano tutti: i pensionati che discutono riuniti in capannelli la domenica mattina, gli studenti sulle loro bici scassate e sferraglianti, famiglie a passeggio e persone provenienti da ogni angolo del mondo. Sulle gradinate di San Petronio siedono turisti stranieri o studenti Erasmus che si godono la vista, sorridono e si sentono già a casa loro.

    La vostra visita, breve o lunga che sia, non può che cominciare dalla piazza più grande di Bologna, il suo centro, il suo cuore. È qui che, da ottocento anni, si svolge la vita comune della città, da quando fu ricavato uno spazio chiamato platea communis innanzi al palatium vetus (poi del Podestà) che doveva accogliere gli organi amministrativi e il governo del Comune.

    La piazza è dominata dalla maestosa facciata incompiuta di San Petronio, che nella parte inferiore, rivestita di marmi bianchi e rosa, offre gli splendidi bassorilievi del portale scolpiti da Jacopo della Quercia raffiguranti le storie della Genesi. Accanto sorge il medievale palazzo dei Notai, con le caratteristiche colonnine delle bifore in pietra d’Istria e gli archi ogivali. A est è chiusa dal portico del Pavaglione e dal palazzo dei Banchi, che non è un vero palazzo ma solo una facciata scenografica eretta nel Cinquecento per completare la piazza e coprire le disordinate case del mercato di Mezzo. Sull’altro lato si erge la grande mole di palazzo d’Accursio, con il suo aspetto di fortino inespugnabile. Sulla facciata scorgerete le misure scolpite nella bianca pietra d’Istria che erano in passato utilizzate dai commercianti del mercato: il piede, il braccio, il doppio braccio e la pertica. E noterete, sotto alla grande finestra in arenaria, due aquile di marmo rosso di Verona: una si dice l’abbia scolpita Michelangelo. Nella porzione di facciata oltre al portone, spicca la Madonna in terracotta, protetta dal baldacchino, scolpita da Niccolò dell’Arca.

    La pavimentazione rialzata di granito bianco e rosa che state calpestando è stata posata nel 1934 e da allora è chiamata scherzosamente crescentone, con una similitudine gastronomica che si riferisce alla crescenta, la tipica focaccia petroniana. Aggiratevi in questo ampio spazio che ospita i cortei delle manifestazioni e le commemorazioni del 2 agosto. D’estate si trasforma in un enorme cinema all’aperto che proietta classici, mentre a Capodanno richiama una folla festante che accorre per veder bruciare il vecchione. Magari siete fortunati e in zona c’è Beppe Maniglia, personaggio molto popolare, che spara rock a tutto volume e che in gioventù riusciva a far esplodere le borse dell’acqua calda soffiandoci dentro, come fossero palloncini.

    Potete prendere un caffè al bar sotto al portico del palazzo del Podestà, proprio di fronte a San Petronio, oppure rinunciare in parte alla vista sulla piazza e spostarvi al bar La Linea, ricavato dentro a palazzo Re Enzo. Se siete in compagnia, potete approfittarne per giocare al telefono senza fili con un amico sotto le volte del passaggio tra piazza Re Enzo e piazza del Nettuno, non dovete fare altro che mettervi ai due lati opposti e bisbigliare al muro. La vostra voce correrà lungo la volta all’orecchio dell’amico.

    I pilastri a cui state parlando sorreggono la torre dell’Arengo, alta 47 metri e leggermente pendente, con il suo campanazzo di 47 quintali che suona solo raramente. Sopra le vostre teste vegliano su di voi le statue in terracotta dei protettori della città: Petronio, Floriano, Francesco, Domenico.

    Qualche passo verso via Rizzoli e, girandovi, vi troverete ad ammirare la facciata medievale di palazzo Re Enzo, che prende il nome dal suo illustre inquilino, il figlio di Federico II, che vi fu imprigionato per ventitré anni dopo la battaglia di Fossalta del 1249. Il palazzo come oggi lo vedete è frutto di restauri del primo Novecento, che lo liberarono dalle numerose costruzioni e botteghe che gli erano sorte intorno.

    Ritornate verso il palazzo del Podestà, del quale noterete i rosoni in arenaria, tutti diversi, che ricoprono i pilastri del portico. Lì sotto si trova l’ufficio del turismo, chiedete una mappa e iniziate a scoprire la città. Armatevi di tanta curiosità e voglia di conoscere cose e persone, perché qui non troverete colossei, gondole e sante marie novelle, ma una città viva con la sua storia e con quella della gente che la abita.

     2.

    IMMAGINARSI LA CHIESA CHE DOVEVA ESSERE LA PIÙ GRANDE DEL MONDO

    Camminando sotto al Pavaglione, all’altezza dell’Archiginnasio, date uno sguardo alla vostra destra. Oppure, se vi trovate in via de’ Pignattari, lungo l’altro lato di San Petronio, prestate attenzione agli spuntoni che escono dal fianco della chiesa. Non sembra che un gigante abbia asportato a morsi parte della struttura? Cos’è accaduto ai bracci laterali di San Petronio? Forse un incendio, un terremoto o un bombardamento li hanno rasi al suolo? Nulla di tutto questo perché, in realtà, non sono mai stati costruiti, ma da quegli spuntoni si può comunque intuire che San Petronio è solo una parte di quella che era stata concepita per divenire la chiesa più grande del mondo.

    L’inaugurazione dei lavori di costruzione è datata 7 giugno 1390, quel giorno i magistrati, il clero, i rappresentanti delle società delle Armi e delle Arti, in mezzo alla grande folla dei cittadini, trasportarono dalla cattedrale a piazza Maggiore una grande lastra di arenaria sulla quale era scolpito lo stemma del Comune. La lastra fu calata nello scavo delle fondamenta a simboleggiare la natura civica, e non clericale, di San Petronio.

    L’avvio dei lavori coincise con la fine di un periodo orribile per i bolognesi, che nei cinquant’anni precedenti avevano dovuto sopportare guerre e gravi epidemie di peste. L’epidemia del 1348 sterminò un terzo della popolazione e un’altra letale diffusione del contagio si verificò nel triennio 1360-63.

    Di peste morì, nel 1383, anche il legato papale che esercitava il potere sulla città per conto dello Stato Pontificio. Questa morte fu un evento fortunato per i bolognesi, perché si verificò in un momento di grande debolezza del papa, che delegò la gestione del Comune al collegio degli Anziani, l’organo di rappresentanza delle Arti. Grazie alla ritrovata autonomia, si decise di avviare, dopo decenni di opere volute da dominatori esterni, la costruzione di un grande tempio civico che avrebbe cambiato il volto dell’antico centro.

    Il progetto fu affidato ad Antonio di Vincenzo che aveva dato prova della sua perizia nella realizzazione del portico dei Servi. Nell’atto di incarico datato 10 febbraio 1390, l’architetto si impegnava a costruire un tempio dalle dimensioni – con le unità di misura attuali – di 183 metri di lunghezza e 137 di larghezza del transetto. Quelle proporzioni colossali dovevano rappresentare la celebrazione del Comune e della conquistata indipendenza.

    La pianta avrebbe ricalcato la rappresentazione della Croce con questo schema:

    3

    3 1 3

    3

    3

    Nel disegno originale, probabilmente, Antonio di Vincenzo voleva erigere all’incrocio dei bracci una cupola, del diametro pari alla larghezza della navata centrale.

    L’architetto si recò in visita ai cantieri allestiti per la costruzione dei principali edifici cultuali dell’epoca, da Firenze a Venezia, passando per Pavia e soprattutto Milano, dove si stava costruendo il Duomo. San Petronio condivide con il capolavoro milanese la diagrammazione verticale a triangolo e quella orizzontale ad quadratum, tipica dello stile gotico. La facciata di San Petronio si può infatti inscrivere in un triangolo equilatero, simbolo dell’Altissimo.

    Nei primi dieci anni dall’avvio dei lavori la costruzione procedette rapidamente, ma dal 1401, anno della morte dell’architetto, si proseguì a singhiozzo sempre attenendosi alle sue direttive.

    Dopo il completamento del campanile e dell’ultima campata nel 1462 tuttavia, i disegni di Di Vincenzo erano andati persi, i canoni artistici erano mutati e non si sapeva più come realizzare il transetto e la cupola.

    Per superare il lungo periodo di impasse, nel 1514 il compito di disegnare il nuovo progetto per ultimare la costruzione fu affidato ad Arduino Arriguzzi, il quale propose un progetto ancora più colossale del precedente: la chiesa avrebbe avuto la pianta a croce latina, una lunghezza di 224 metri e una larghezza di 150, e sarebbe stata sovrastata da una grande cupola di 38 metri di luce. Potete farvi un’idea dell’aspetto che avrebbe avuto San Petronio, se la proposta di Arriguzzi fosse stata portata a termine, grazie al modello in legno conservato al museo.

    Dopo la costruzione di due piloni e due pilastri che avrebbero dovuto sostenere la grande cupola, ancora visibili in piazza Galvani, i lavori si arenarono nuovamente.

    Proseguire avrebbe significato procedere ad altri abbattimenti, quando già otto chiese e centinaia di abitazioni private erano state espropriate e poi rase al suolo. L’assetto urbanistico predisposto da Aristotile Fioravanti ne sarebbe stato completamente sconvolto.

    Le polemiche erano roventi e destinate a durare a lungo, sennonché la soluzione fu imposta dall’avvio dei lavori di edificazione dell’Archiginnasio, che occupando tutta l’area a levante di San Petronio impedì di fatto il procedere alla realizzazione del grandioso piano. Si dice che il legato pontificio volle proprio lì l’Archiginnasio per evitare che San Petronio superasse per dimensioni la basilica di San Pietro.

    Da allora le preoccupazioni si concentrarono sul completamento della facciata i cui numerosi progetti sono conservati al museo. Non c’è bisogno di dirlo, anche la facciata era destinata a rimanere magnificamente incompiuta, mentre la chiesa fu chiusa all’altezza del transetto e terminata con la costruzione dell’abside solo nel 1663.

    Ad ogni modo, sebbene lontano dai grandiosi progetti, il tempio civico voluto dal Comune è ancora oggi la quinta chiesa più grande del mondo cattolico con i suoi 132 metri di lunghezza e 66 di larghezza; inoltre fu teatro di importanti eventi storici, dal momento che nel XVI secolo vi fu incoronato Carlo V e vi si svolse parte del Concilio di Trento. Nel 1508 sulla porta maggiore fu installata la statua di Michelangelo che ritraeva Giulio II, il papa guerriero, ma la statua bronzea ebbe vita assai breve, perché fu distrutta dal popolo inferocito solo tre anni dopo.

    San Petronio restò proprietà del Comune fino al 1937, quando, con la stipulazione dei Patti Lateranensi, passò alla diocesi. Per la consacrazione si dovette attendere il 1954.

    È uno degli esempi più fulgidi del gotico italiano, i cui caratteristici archi a sesto acuto si possono ammirare nella purezza priva di ornamenti dell’interno. La bicromia del bianco e del rosso sottolinea la slanciata architettura. Nel corso dei secoli le cappelle si sono arricchite di capolavori, come lo splendido affresco quattrocentesco di Giovanni da Modena, che raffigura l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso di Dante, conservato nella cappella Bolognini. Questo affresco è salito agli onori della cronaca perché ritrae Maometto all’Inferno e periodicamente si teme che attiri le attenzioni dei terroristi islamici.

     3.

    REGOLARSI CON IL MEZZOGIORNO SOLARE A SAN PETRONIO

    San Petronio non fu mai la chiesa più grande del mondo, ma al suo interno si trova la meridiana più grande del mondo: misura precisamente la seicentomillesima parte della circonferenza terrestre.

    La meridiana da record risale al 1655 e, anche se oggi la vediamo nella versione restaurata da Eustachio Zanotti del 1776, fu progettata e realizzata da Gian Domenico Cassini, un famoso astronomo di origine ligure, che ottenne la cattedra in Astronomia a Bologna nel 1650. Fu uno dei primi uomini al mondo a viaggiare nello spazio, anche se solo con lo sguardo. Poté osservare i pianeti del sistema solare grazie ai sofisticati telescopi della Specola, i più avanzati dell’epoca. Nel 1664 osservò Giove e i suoi satelliti; due anni dopo fu la volta di Marte e poi di Venere. Prendendo come punti riferimento degli elementi notevoli sulla superficie dei pianeti – nel caso di Giove fu il primo a osservare la Grande macchia rossa – riuscì a determinare con precisione il loro periodo di rotazione. I risultati di tali ricerche lo resero noto in tutta Europa, tanto che il Re Sole lo invitò a Parigi per collaborare alla gestione dell’Observatoire Royal, uno dei più grandi osservatori dell’era moderna. La linea scura che divide gli anelli di Saturno porta il suo nome, poiché fu il primo a osservarla, ma la sua scoperta più importante fu la determinazione della distanza Terra-Sole.

    Costruire la meridiana all’interno di San Petronio non era un’impresa facile: la linea dello strumento è precisamente sull’asse nord-sud, mentre la chiesa aveva un orientamento obliquo, quindi si doveva individuare un tracciato che non incrociasse le colonne della navata centrale. Cassini vi riuscì dopo lunghe osservazioni, collocando il foro gnomonico da cui entra la luce del sole nella quarta volta della navata sinistra, a 27,07 metri d’altezza, facendo così scorrere l’immagine del sole tra i due estremi della meridiana, il solstizio estivo e quello invernale, lungo una linea di 66,8 metri che sfiora la prima e la seconda colonna della fila sinistra.

    La costruzione di una meridiana di quelle dimensioni comportò una spesa notevole, e lo scopo dichiarato da Cassini per poterla realizzare fu quello di verificare la correttezza della riforma gregoriana del calendario, tramite la determinazione più precisa possibile della lunghezza dell’anno tropico, ossia il tempo che trascorre tra un solstizio estivo e quello successivo.

    La meridiana di Cassini fu la seconda costruita all’interno di San Petronio, la prima fu quella di Ignazio Danti, utilizzata per calcolare l’istante esatto dell’equinozio di primavera negli anni in cui si stava lavorando alla riforma del calendario giuliano, voluta dal papa bolognese Gregorio XIII ed entrata in vigore nel 1582. La meridiana di Danti però fu distrutta dai lavori di ampliamento e completamento della basilica nella metà del Seicento, motivo per cui ci si rivolse al Cassini per costruirne una nuova.

    Ma lo scopo principale del grande astronomo non era quello dichiarato. Dall’utilizzo che fece del suo strumento, da lui battezzato eliometro, si comprende che egli voleva fornire prove alla teoria eliocentrica. Non si deve dimenticare che il Seicento fu il secolo del processo a Galileo, che si era svolto solo vent’anni prima della costruzione della meridiana di Cassini.

    Grazie ad essa si poteva calcolare il diametro apparente del sole, perché i raggi entrando nel foro gnomonico quando il sole si trova allo zenit, generano un cono luminoso che proietta al suolo l’immagine precisa del disco solare, per l’effetto ottico della camera oscura. Ciò permise di verificare la seconda legge di Keplero e di affermare che il sole poteva essere trattato come un pianeta, come sostenuto da Copernico.

    Grazie alle osservazioni compiute con la meridiana, nel 1736 Eustachio Manfredi scoprì invece il fenomeno del raddrizzamento dell’asse terrestre.

    Quindi, mentre camminate sulla linea meridiana attirati dai rettangoli di marmo su cui sono incisi i segni zodiacali, state in realtà contemplando un importante strumento scientifico, che, nella sua semplicità, ha contribuito a formare l’apparato di conoscenze dell’uomo moderno, oltre che servire alla compilazione del calendario che ancora oggi usiamo.

    Al di là delle grandi scoperte scientifiche, la meridiana aveva un uso quotidiano nella regolazione del tempo: essa infatti indica il mezzogiorno solare che coincide con l’istante in cui il disco solare si proietta sulla linea. Il mezzogiorno solare è locale, cioè varia sull’asse est-ovest, e soprattutto non si verifica ogni ventiquattro ore, ma a intervalli più brevi in inverno e più lunghi in estate. Ogni giorno, insomma, il mezzogiorno solare è a un’ora diversa e fino al 1796, se si voleva l’ora esatta, si dovevano regolare gli orologi meccanici in base a quel momento, poiché tutte le ore erano conteggiate a partire da esso.

    Tra la terza e la quarta cappella della navata sinistra noterete un grosso orologio a pendolo un po’ bizzarro: ha infatti due quadranti. Si tratta dell’orologio meccanico a equazione di Domenico Maria Fornasini, che in un quadrante indicava l’Ora italiana da campanile, cioè quella basata sul tempo vero, ossia quello ineguale determinato dalla posizione del sole, nell’altro quadrante indicava invece l’Ora francese, più moderna e tuttora in uso, che utilizza il tempo medio, cioè suddivide la giornata in ventiquattro intervalli della stessa durata. La differenza tra il tempo medio e quello vero arriva fino a trenta minuti, ed è detta equazione del tempo. I due quadranti dell’orologio del Fornasini, mossi da un unico pendolo, sono regolati da un meccanismo che tiene conto dell’equazione del tempo, così che regolandone uno secondo il tempo vero segnalato dalla meridiana, l’altro orologio indica automaticamente il tempo medio.

    Se a questo punto vi siete appassionati alla misura del tempo potete proseguire con un tour delle meridiane e degli orologi solari: cominciando, per esempio, da via Giuseppe Dozza, nel quartiere Savena, dove si trova un enorme orologio solare di recente costruzione.

     4.

    SEDERSI SULLO SCRANNODI CARDUCCI A PALAZZO D’ACCURSIO

    L’edificio che chiude il lato ovest di piazza Maggiore, alla vostra destra se venite da via Indipendenza, è palazzo d’Accursio, il centro del potere politico bolognese da più di settecento anni. Si può ben dire che queste mura ne hanno viste tante, perché lì si sono consumate le alterne e complesse vicende che hanno segnato il rapporto tra il Comune e lo Stato Pontificio dal Medioevo fino all’Unità d’Italia. Qui si sono insediati i podestà durante il fascismo e, dopo la Liberazione, i famosi sindaci rossi per cinquant’anni. A metà di questo lungo periodo, precisamente il 24 febbraio 1530, palazzo d’Accursio fu il centro dell’Europa nel giorno dell’incoronazione di Carlo V, il primo imperatore transoceanico. La cerimonia si svolse in parte nella cappella Farnese, in parte a San Petronio, e per unire i due luoghi fu costruita una passerella aerea sospesa sull’enorme folla che si era riunita in piazza Maggiore. Sfortunatamente la passerella crollò, facendo molte vittime.

    Nel 1797, a un anno dall’ingresso in città delle truppe napoleoniche, Bologna divenne capitale della Repubblica Cispadana, anche se la gloria fu di breve durata, perché quasi subito il territorio fu inglobato nella Repubblica Cisalpina con capitale Milano.

    La sede del comune di Bologna è stata al centro della storia anche in un’altra occasione, più recente e drammatica: il giorno della strage di palazzo d’Accursio, il 21 novembre del 1920.

    Si era alla fine del biennio rosso durante il quale nelle campagne della pianura padana erano stati ottenuti aumenti salariali e un miglioramento generale delle condizioni dei lavoratori. Mussolini aveva stretto alleanza con i possidenti terrieri e, quel giorno, i fascisti dei nuclei d’azione volevano impedire alla nuova amministrazione socialista di insediarsi. Un manipolo di trecento fascisti fu fermato a piazza del Nettuno dalle Guardie Regie che spararono. Diversi manifestanti socialisti in piazza Maggiore cercarono riparo nel cortile di palazzo d’Accursio, ma le Guardie rosse, che volevano proteggere la giunta, li scambiarono per fascisti e gettarono alcune bombe a mano nel cortile, uccidendo dieci manifestanti e ferendone cinquantotto. Si sparò anche nella sala consiliare dove furono colpiti due consiglieri di minoranza. Questo grave episodio diede ai fascisti il pretesto per attuare una sanguinaria ritorsione in tutta l’Emilia contro il potere rosso ed è considerato l’atto di nascita del fascismo agrario.

    Ma questo è un passato per fortuna ormai lontano. Il 2008 ha segnato una svolta nella storia del palazzo, perché gli uffici comunali, con i loro 1260 dipendenti, sono stati trasferiti nel nuovo comune alla Bolognina, dietro la stazione. Palazzo d’Accursio si appresta oggi a diventare il più importante polo museale della città, con l’inglobamento del museo del Risorgimento e del museo della Zecca.

    Ma come si è formato questo edificio, che già dall’esterno vedete composto di più parti? Quando divenne il centro del potere politico petroniano?

    Innanzitutto è bene ricordare che il palazzo deve il suo nome al maestro di diritto dello Studium, la cui casa-torre del XII secolo, che si può riconoscere nella torre dell’orologio, costituì il nucleo originario di quello che oggi è un complesso di 15.000 metri quadrati.

    Nel XIII secolo era detto palazzo della Biada, perché veniva utilizzato come deposito comunale delle granaglie, e divenne la sede dell’autorità comunale nel 1336, quando vi si insediarono gli Anziani, l’organo di governo. Trent’anni dopo il legato pontificio conferì alla costruzione l’aspetto di un fortino, dotandolo di merli, torrioni, del muro a scarpa e addirittura di un fossato con ponte levatoio. Nel 1425 parte dell’edificio andò distrutta in un incendio e si provvide al ripristino e all’ampliamento del palazzo con l’aggiunta, a destra del portone, dell’ala conosciuta come palazzo del Legato che si sviluppa fino a raggiungere via Ugo Bassi. Su via Ugo Bassi si trova invece l’ala del palazzo che fino all’Ottocento fu adibita a carcere per detenuti in attesa di giudizio, chiamato torrone.

    Varcate il portone cinquecentesco e vi troverete nel primo dei tre cortili, quello di rappresentanza. Nell’angolo destro opposto al portone si trova l’ingresso scenografico al palazzo: è un ampio scalone cordonato, che si dice sia opera del Bramante, voluto da Giulio II con questa particolare forma perché si potesse percorrere in carrozza. Lo scalone è tanto bello quanto scomodo, essendo una salita piuttosto scivolosa e priva di gradini, per cui si raccomanda alle signore di non indossare scarpe con il tacco alto durante la visita.

    Al primo piano, sulla sinistra, si apre la grande sala d’Ercole, di impianto rinascimentale. Capirete subito perché si chiama così, vi campeggia infatti un enorme Ercole in terracotta che abbatte l’Idra di Lerna. Dato che l’opera è del 1519, si pensa che possa simboleggiare la caduta definitiva dei Bentivoglio e la restaurazione del potere pontificio sulla città. A destra la parete è affrescata con la Madonna del terremoto del Francia, un ex voto in occasione del terremoto del 1505. Questo affresco vi darà un’idea di come era Bologna all’epoca: turrita e circondata dalla campagna. Le porte su questa parete conducono alla sala degli Anziani e alla sala Bianca, mentre la porta sulla parete sinistra dà accesso alla sala del consiglio comunale.

    Qui si trovano gli scranni in velluto rosso e il guardasala vi indicherà quello su cui sedeva Carducci e quello dell’attuale sindaco.

    Ma il modo migliore per ammirare questa sala è a testa in su. Infatti la decorazione della volta è uno splendido esempio di barocco, in particolare per l’uso di illusioni ottiche che si ritrovano spesso anche nei trompe l’oeil dei cortili interni bolognesi. In questo caso l’illusione è data da quattro colonne che sembrano sostenere un cornicione, facendoci credere che la volta sia molto più alta. Spostandovi dal centro della sala vedrete le colonne curvarsi inesorabilmente, rivelando il vero profilo della volta.

    Al piano superiore, dove si trovano le collezioni comunali d’arte e il museo Morandi, c’è la stupefacente sala Farnese, con il soffitto a cassettoni riccamente decorato e una vista sul crescentone di piazza Maggiore che vale la pena di immortalare. Da qui si accede alla cappella Farnese, anch’essa suggestiva, con il soffitto a capriate e frammenti di affreschi cinquecenteschi.

    La visita a testa in su può continuare negli appartamenti del cardinale Legato, dove ora sono esposte le Collezioni comunali d’arte: percorrendo le lunghe sale che si aprono una sull’altra sarete rapiti dalla magnificenza degli affreschi e potrete anche godere di viste panoramiche su via Rizzoli e le due torri e su piazza del Nettuno. Percorrendo invece il lato parallelo alla sala Farnese giungerete a una graziosissima stanza affrescata a boschereccia. Ma ritornate con lo sguardo innanzi a voi per ammirare le opere delle collezioni comunali che rappresentano di otto secoli di arte, dal Duecento al Novecento, con Vitale da Bologna, Amico Aspertini, i Carracci, Tiarini, Pelagio Palagi, la nota Ruth di Francesco Hayez fino ad arrivare ai merletti liberty di Ars Aemilia.

     5.

    SCOPRIRE LA METAFISICADEGLI OGGETTI COMUNI CONGIORGIO MORANDI

    Nel 2008, per quattro mesi, le opere di Giorgio Morandi sono state esposte al Metropolitan Museum di New York per una ulteriore e definitiva consacrazione tra i più grandi artisti del Novecento. Naturalmente non è necessario attraversare l’oceano per vedere le opere dello schivo pittore bolognese, perché una ricca selezione è a disposizione del pubblico, gratuitamente, tutti i giorni tranne il lunedì, al terzo piano di palazzo d’Accursio. Il museo è stato inaugurato nel 1992, grazie alla donazione della sorella Maria Teresa, che cedette al Comune l’intera collezione di famiglia, 130 opere, nonché gli arredi e gli oggetti dello studio di Morandi, la biblioteca e la collezione di arte antica, con l’unica clausola che il museo fosse allestito nelle sale di palazzo d’Accursio. E così fu.

    In ampie sale illuminate da una luce soffusa e calda si possono ammirare 254 opere tra dipinti a olio, acquerelli, acqueforti, sculture e due lastre incise. È facile farsi conquistare dall’equilibrio delle composizioni, semplici e classiche nella loro staticità. Ritroverete nei colori e nella luce dei paesaggi l’essenza dei panorami bolognesi. A parole non si può spiegare, ma i quadri dipinti dallo studio di via Fondazza, che raffigurano la vista di un angolo anonimo e nascosto di Bologna, riescono a cogliere la città nella sua interezza, restituendone la particolare luminosità.

    Giorgio Morandi nacque nel 1890 in via delle Lame, secondo di cinque figli. Nel cortile della casa dell’infanzia c’era il deposito di un rigattiere e, da bambino, raccoglieva lì le piccole cianfrusaglie da conservare come tesori e utilizzare come giocattoli. Gli stessi poveri oggetti che sarebbero divenuti soggetti delle nature morte. Dopo una

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