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101 cose da fare in Valle D'Aosta almeno una volta nella vita
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E-book452 pagine5 ore

101 cose da fare in Valle D'Aosta almeno una volta nella vita

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Info su questo ebook

Oltre i luoghi comuni, tutta la bellezza di una piccola regione incantata in 101 imperdibili esperienze. Il trekking, le alte vie, i rifugi, le imprese alpinistiche, i castelli, la geologia, la meteorologia, le cascate di ghiaccio, le piste da sci e molto altro: questo libro è speciale perché racconta l’umanità di una terra spesso ridotta alle immagini di vette innevate. La più piccola regione d’Italia ha delle ricchezze inestimabili e i 101 percorsi qui proposti mostrano al lettore, per la prima volta, le prospettive giuste per innamorarsi di questo angolo magico del nostro Paese. Dalle usanze locali più affascinanti, come la battaglia delle vacche “regine”, ai deliziosi prodotti enogastronomici, come il lardo di Arnad, la fontina e il Blanc de Morgex, dalle bellezze paesaggistiche agli splendidi esempi di archeologia industriale: Katja Centomo, con una scrittura fresca e divertente, rende giustizia alla sua amata regione e delinea in 101 spunti le sorprendenti curiosità che rappresentano il volto genuino di un luogo meraviglioso ma ancora sconosciuto.

La Valle D'Aosta come non l'avete mai vista!

Ecco alcune delle 101 esperienze:

Partecipare alla Veillà, la notte bianca che anima il cuore di Aosta da più di mille anni
Ripercorrere le orme dei contrabbandieri lungo la Valle del Grande
Andare in Svizzera a piedi a comprare la cioccolata attraversando il Colle del Gran San Bernardo
Andare a vedere gli iceberg nel Lago Miage in Val Veny
Tornare dalla Valle d’Aosta con almeno una foto di una marmotta o di un camoscio
Alzare lo sguardo e ritrovare il Gipeto nella Valle di Rhêmes
Provare a vivere la montagna passando una notte in un rifugio
Esplorare le valli a caccia di misteri
Scoprire la comunità walser, un altro cosmo nel microcosmo


Katja Centomo

è nata ad Aosta nel 1971. Illustratrice, sceneggiatrice e organizzatrice di eventi fumettistici, nel 2000 fonda a Roma con il marito Francesco Artibani lo studio editoriale Red Whale. Da allora alla guida della società, che si occupa di comunicazione per i ragazzi, ha curato produzioni editoriali, creato cartoni animati e fumetti. Tra i suoi successi Monster Allergy, nato come fumetto e divenuto un cartone animato trasmesso in tutto il mondo, e Lys, un fumetto pubblicato in diversi Paesi.
LinguaItaliano
Data di uscita16 dic 2013
ISBN9788854127098
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    101 cose da fare in Valle D'Aosta almeno una volta nella vita - Katja Centomo

    Aosta.

    1.

    ALLONTANARSI PER VEDERE MEGLIO IL MONTE BIANCO

    La natura della Valle d’Aosta offre così tante possibilità di scoperta, avventura, cammino, sport e divertimento che non basterebbero 1001 punti per descriverle tutte. Ci sono manuali e volumi dedicati esclusivamente al trekking sulle Alte vie, alle pareti per l’arrampicata sportiva, ai torrenti in cui fare rafting, alle cascate di ghiaccio, alle piste nere per lo sci di discesa, ai circuiti tra gli abeti per quello di fondo, ai sentieri dove cresce un certo fiore, ai boschi dove raccogliere certi funghi. Ci sono libri che ti spiegano dove fotografare il vecchietto più folkloristico intento a colare il burro o l’artigiano col naso più rosso che intreccia cestini.

    Ma dovendo fissare un punto di partenza, un primo passo per immortalare la scoperta di questo arco alpino, una scelta che racchiuda in sé tutte queste possibilità, allora la cosa migliore è restare immobili e gustare l’antico piacere della contemplazione. Prima ancora di imbarcarvi in imprese alpinistiche, gite di gruppo alla volta di famosi rifugi, tour gastronomici e safari fotografici… andate a cercare il monumento più grande e invisibile della regione. È la sorgente del mondo minerale su cui state camminando, l’origine del ghiaccio che ha scavato la valle. È il monte Bianco.

    Il monte Bianco non si mostra immediatamente a chi arriva in Valle d’Aosta e la sua catena è così complessa e frastagliata che, da qualsiasi punto la approccerete, vi sembrerà sempre una montagna diversa. Ci sono molte cose che si possono fare sul monte Bianco, e in molti modi, a seconda del mezzo – funivia, elicottero, aeroplano, aliante, mongolfiera, sci… – e a seconda dei mezzi – soldi per la funivia, soldi per l’elicottero, soldi per l’aeroplano, soldi per l’aliante, soldi per la mongolfiera, soldi per lo sci, soldi per i soccorsi… – e a seconda dell’attrezzatura e della preparazione alpinistica di cui siete dotati. Ma prima ancora di questo, prima di avvicinarvi al gigante, provate ad allontanarvi, a fare un passo indietro, perché il punto migliore per ammirare il monte Bianco è da lontano. In questo modo ne coglierete l’interezza, la fisionomia e la maestà. Uno scorcio sul Bianco è l’inizio giusto per inaugurare la scoperta della Valle D’Aosta e avvertire lo spirito e la poesia dell’universo racchiuso nella più piccola regione d’Italia.

    Contro tutte le aspettative, il punto migliore per la contemplazione non è Courmayeur. La famosa località dell’alta Valle è un’ottima base per ascese alpinistiche ed escursioni mozzafiato, si affaccia su paesaggi incredibili, è un rinomato punto di ritrovo della crème del mondo alpinistico del Nord-Ovest (una crème che - nota per le signore - vanta superbi esemplari di guide alpine e maestri di sci), ma non è il punto migliore per vedere il Bianco da lontano. Camminando sulle pendici di un monte non si vede un accidente. Inoltre Courmayeur è sovrastata dal Mont Checrouit, una montagnetta insignificante, che per puntiglio, giusto perché l’avete definita insignificante, vi copre la visuale su quella più alta d’Europa.

    I posti giusti per ammirare la Montagna sono altri. L’osservatorio migliore è l’inizio della Valdigne, il tratto che dopo Arvier, dove la strada che percorre il fondovalle gira e si apre, sale fino a Morgex. La collina su cui si stendono i villaggi di La Salle, per esempio, coperta di neve in inverno e di prati verdi in estate, offre una visione sul Bianco commovente e indimenticabile. Da quella distanza la montagna, incorniciata dai dolci pendi della vallata, sorge in tutta la sua imponenza e si staglia contro il cielo. Dai frutteti e dai pascoli di La Salle si riesce davvero a contemplare la sua forma e la sua levatura rispetto alle montagne circostanti.

    Varrebbe la pena trascorrere una giornata intera distesi su quei prati, mangiando pane nero e sauseusses (le favolose salsicce valdostane) innaffiati da un Blanc de Morgex et de La Salle, solo per osservare la fisionomia del monte Bianco che cambia a seconda dell’ora e della luce. Il sole di mezzogiorno ne fa splendere il candore della neve e unisce tutti i dettagli in un’enorme massa azzurra. A quell’ora il Bianco è il gigante, il simbolo della montagna. Quando invece il sole comincia a calare e i raggi si protendono obliqui, la loro luce delicata scava e intaglia i particolari del grande monte, che ci viene svelato come un universo di canali, seracchi e ghiacci perenni. Riusciamo a distinguere le torri, le colonne di granito, il famoso Pilone Centrale, protagonista di imprese leggendarie e tragedie che hanno segnato la storia dell’alpinismo del ventesimo secolo. Anche coperto di nubi, il Bianco esprime una forza immensa e vederne le guglie emergere dal mare di nuvole è un’emozione da provare. A volte alle sue spalle i raggi del sole dal basso si aprono a raggiera verso l’infinito, creando immagini di squisita bellezza, che ricordano gli affreschi sotto le cupole barocche.

    Bene. Ora che avete ammirato la grande montagna da lontano, potete gustarla da vicino. E, se non avete esagerato con il Blanc de Morgex e i vigili di La Salle non vi hanno raccolto dai prati per prendere le vostre generalità, non vi resta che esplorarla dalle altre mille angolazioni, spostandovi in Val Ferret, in Val Veny o raggiungendola attraverso i colli dalla valle di La Thuile. E ogni volta scoprirete un monte diverso, un versante sconosciuto, un nevaio che non avevate ancora notato, un nuovo anello che si aggiunge alla favolosa e leggendaria catena del Bianco.

    2.

    ARRIVARE OVUNQUE IN CINQUE MINUTI

    Che la Valle d’Aosta sia la più piccola regione d’Italia e che Aosta sia la provincia con la minor densità abitativa lo avrete studiato a scuola. Ma al di là di tali rassicuranti certezze, non sono molti gli italiani che hanno davvero approfondito la conoscenza di questa regione. Fortunatamente c’è chi la stima, la conosce e la visita da generazioni, ma tanti sono ancora quelli che non vi hanno mai messo piede. C’è ancora una certa percentuale di connazionali che la confonde con la Valdossola, la Val Venosta e la Val di Susa; c’è chi confonde Aosta con Ostia, nonostante i 700 chilometri di distanza, e c’è sempre un francese che per dimostrare di sapere dove si trova dice: «Ah, le jambon d’Aoste!» («il prosciutto di Aosta»), ignorando che in Valle d’Aosta si fanno sì ottimi prosciutti, ma non quello d’Aoste, omonimo paesino francese. Tutti questi interlocutori confusi hanno però un’unica informazione certa: la Valle d’Aosta è la più piccola regione d’Italia. E allora, per non creare panico e spaesamento, teniamo questo punto fermo e approfondiamo l’argomento. Cominciamo ripassando qualche dato fondamentale: la Valle d’Aosta (l’angolino in alto a sinistra sulla cartina geografica, circondato dal Piemonte, dalla Francia e dalla Svizzera), conta 127.836 abitanti e vive prevalentemente di agricoltura, allevamento e turismo. Aosta ne è il capoluogo, è percorsa dalla Dora Baltea ed è un importante crocevia europeo, perché attraverso il traforo del monte Bianco e il colle del Piccolo San Bernardo si va in Francia e dal traforo e dal colle del Gran San Bernardo si va in Svizzera. Il monte Bianco è il più alto d’Europa (a meno che non si voglia spostare il confine europeo lungo la catena del Caucaso – come pretenderebbero dei geografi dispettosi – dove il monte Elbrus vanta 5642 metri). È confermata la presenza di Cervino, monte Rosa e Gran Paradiso. Tutto a posto. Fin qui le informazioni scolastiche corrispondono al vero. Volete ancora un pacchettino di luoghi comuni per sentirvi davvero sollevati? E sia.

    Come raccontano gli zii di ritorno da una vacanza entusiasmante, dal colle del Gran San Bernardo si va effettivamente in Svizzera a piedi, si compra la cioccolata e si vedono i cagnoni con la borraccetta. Nel parco del Gran Paradiso puoi fare naso-naso con marmotte e stambecchi. Sul Plateau Rosa chi se lo può permettere va a sciare anche in estate con l’elicottero. Cibo semplice e delizioso a volontà, panorami mozzafiato in ogni dove, mucche al pascolo a trecentosessanta gradi e ovunque ti giri c’è un contadino che ti offre latte appena munto in una ciotola di legno intagliato a mano. Sono cliché, ma anche verità: gli zii non mentono.

    Poiché ogni cliché che si rispetti contiene dei pro e dei contro, prendiamo spunto da quello principale, il primato di più piccola regione italiana, e vediamo che cosa nasconde.

    I pro. Se state godendo del vostro primo soggiorno in Valle d’Aosta, apprezzerete la comodità di vivere in un universo in miniatura. Anche se la superficie della regione corrisponde a un centesimo di quella nazionale, in questo estremo angolino italiano sono concentrate tantissime opportunità, cose da fare e da vedere. Bassa densità abitativa, quindi, ma alta densità di posti fichi e mete raggiungibili in poco tempo. I sopra citati monte Bianco, Cervino e monte Rosa sono davvero un patrimonio naturale inestimabile unico al mondo, per non parlare dei circostanti comprensori naturali. E a questi si aggiungono altri luoghi di straordinaria fama e bellezza, come il massiccio del Gran Paradiso, con il suo parco, o le vette meno elevate, ma non per questo meno spettacolari, come la Grivola, il monte Emilius, la Becca di Nona, la Punta Tersiva o il monte Avic, tutte concentrate entro i confini della più piccola regione italiana. Inoltre il forte dislivello tra i punti più alti delle cime e quelli più bassi delle vallate ha consentito lo sviluppo di microclimi e aree botaniche molto differenti tra loro, offrendo grande varietà di flora e di ambienti naturali. Per lo stesso problema di spazio, l’agricoltura locale ha imparato ad adattarsi alle condizioni più sfavorevoli, sviluppando un carattere forte e battagliero in grado di coltivare patate, fave e mele renette ovunque, e produrre vini eccezionali in strettissime porzioni di terreno in bilico sui dirupi. Chiaramente con risultati fatti di piccoli numeri, ma fedeli al motto poco ma buono.

    Tuttavia, se da una parte i contadini valdostani si sono fatti il mazzo a causa della morfologia compressa della Valle, dall’altra essa torna a vantaggio del turista pigro o con poco tempo a disposizione, perché in Valle d’Aosta in meno o poco più di un’ora si possono raggiungere località importanti e spostarsi dalla valle di Gressoney al centro cittadino (l’unico) della regione.

    I contro. Ricordiamoci che alla più piccola regione italiana è associato l’altro primato: la più bassa densità abitativa. Quando in una regione piena di montagne c’è poca gente, e questa gente è tutta concentrata in un’unica cittadina, accade che in tante località al di fuori di questa non ci sia nessuno. Tale situazione, oltre a ostacolare non poco la sopravvivenza dei piccoli villaggi e la cultura tradizionale (che però non sono il tema centrale di questo libro frivolo), potrebbe stupire il forestiero che per la prima volta punta il dito entusiasta su una zona a caso della cartina della Valle d’Aosta. Non per smorzare tale entusiasmo, ma solo per onestà, gli va detto che non ovunque troverà la banda del paese ad accoglierlo, battendo i piatti e intonando l’inno di Reggio Emilia, da cui lui è partito carico di bagagli. Se le località più frequentate, infatti, gli offriranno tutte le comodità del caso, potrebbe accadere il contrario in altre meno conosciute, servite magari da un unico negozio di alimentari dotato di una sparuta rappresentanza di tutti i generi merceologici esistenti. Tale negozio peraltro sarà quasi sicuramente chiuso per ferie nel periodo in cui il forestiero avrà fissato le sue vacanze. D’altronde è stato lui a puntare il dito a caso sulla cartina! A suo vantaggio e merito, però, va detto che questi posti sperduti e deserti sono normalmente incantevoli. Se il reggiano riuscirà a superare lo shock e ad amare la Valle d’Aosta proprio per questo carattere selvaggio, il ricordo che ne conserverà sarà di quelli col sospiro. E infine, poiché il motto è sempre poco ma buono, la volta in cui troverà aperto quel negozietto scoprirà un gestore così gentile e premuroso da spingerlo a farsi adottare da lui o a chiederne in sposa la figlia.

    Altri pro. Trasposta in città, dove chiaramente si trovano tutte le comodità, questa velocità di spostamento raggiunge il massimo del potenziale. Aosta è la città dei cinque minuti. Entro i confini cittadini non c’è casa, negozio, piazza, monumento che in auto non si possa raggiungere in cinque minuti. Tutto quello che serve è a portata di mano, luoghi di ritrovo e servizi pubblici compresi, senza contare che, paragonato alle grandi realtà metropolitane, il concetto di coda alla posta, e di coda in senso lato, è paradisiaco. Gli aostani, come tutti i cittadini del mondo, se ne lamentano comunque, ma lo fanno perché non hanno mai provato a spedire una raccomandata in un ufficio postale romano. Anche a piedi il centro si gira velocemente, come vedremo in un altro capitolo, e la velocità di spostamento consente alla gente di vedersi con maggior facilità e frequenza rispetto a quanto accade nelle grandi città. La Via e la Piazza (come i valdostani chiamano familiarmente via de Tiller, il corso pedonale più frequentato, e la principale piazza Chanoux) si raggiungono in un attimo. L’esule che torna in patria dopo aver trascorso tanto tempo in una metropoli si commuove nel provare di nuovo la bellissima sensazione di camminare tra la folla e continuare a salutare persone. Nel corso di un’unica vasca si possono incontrare, in questa o in diversa successione, la prof di matematica del liceo, tre ex fidanzati, il proprio peggior nemico, due compagni delle elementari, i propri genitori, il vicino di casa, uno che ti piaceva ma che non ricordi bene come si chiama. Quando il valdostano, a cui avete appena detto «Sono di Milano», vi risponde «Conosci uno che si chiama Guido?», siate quindi comprensivi. Per lui sarebbe normale, perché in Valle d’Aosta tutti conoscono tutti o almeno conoscono qualcuno che conosce o è parente di Guido. I gradi di separazione non sono sei, ma al massimo tre. E la cosa più incredibile è che, se un valdostano si reca in piazza Duomo a Milano o in via Tuscolana a Roma, sicuramente incontrerà un altro valdostano! Arrivano testimonianze di questo fenomeno anche da Parigi. Un caso in particolare: uscita della metro a Saint Paul, un valdostano disorientato chiede informazioni a un passante. Quello lo guarda e dice: «Christian, ma sei proprio tu!», e gli dà l’indicazione di cui aveva bisogno. Il fenomeno dei cinque minuti ha favorito nel capoluogo regionale lo sviluppo di un clima gentile. Un’intera popolazione che può arrivare al lavoro in cinque minuti, spesso persino a piedi, è una popolazione tranquilla. Provate a fare il paragone con i pendolari che devono trascorrere ore in treno ogni giorno o le donne abituate a truccarsi in macchina bloccate sul Raccordo Anulare. Non stupisce quindi che ad Aosta raramente si sentano i clacson, che gli automobilisti si fermino senza fare storie alle strisce pedonali, che si ringrazino reciprocamente alzando la mano quando un’auto lascia il passo all’altra e che, in generale, naturalmente con le dovute eccezioni, salire in auto la mattina produca molta meno ansia che altrove. Questo accade in centro. Ma se ci spostiamo fuori città, se ci addentriamo nelle valli laterali, ecco che la bestia automobilistica nascosta in ogni uomo ritorna in superficie. Altri contro. Se voi sgamati milanesi vi siete inteneriti di fronte agli ingenui automobilisti valdostani e, un po’ malignamente, li avete immaginati paralizzati e sgomenti in mezzo al traffico di piazzale Loreto nell’ora di punta, avete fatto male. È vero, un valdostano lasciato a se stesso in un qualunque incrocio della Cristoforo Colombo probabilmente salirebbe ad aspettare l’elisoccorso di Courmayeur sul tetto della macchina. Ma sulle strade di montagna… Vruum, vruuuuum… quello stesso uomo si trasforma in Bo e Luke, un cugino Duke per ogni mano stretta sul volante, e la sua macchina diventa il Generale Lee! Perché in questo caso il fenomeno delle brevi distanze ha prodotto il risultato opposto. La regola dell’ovunque in cinque minuti sommata al falso mito sono valdostano quindi so guidare in montagna ha creato dei mostri. Attenti quindi, forestieri! Quando conducete sui tornanti delle valli laterali, guardatevi alle spalle e nello specchietto retrovisore: potrebbe piombarvi addosso Christine, la macchina infernale. Come nel film Duel, possono materializzarsi dal nulla fari diabolici nelle notte e valdostani che sfrecciano a velocità assurde sul ciglio dei burroni. Pik-up giganteschi che in curva, per fare il tornante alla valdostana, si allargano così tanto sull’altra corsia da schiacciarvi contro il muro insieme a Will Coyote. D’altronde è la legge del contrappasso: come in autostrada avete umiliato il montanaro facendogli i fari agganciati al suo paraurti, ora lui si vendica facendo lo stesso con voi… solo che alla vostra sinistra non ci sono le risaie del vercellese, ma un salto di trecento metri sopra una cascata! Un ultimo consiglio: se un valdostano si offre di guidarvi in un posto che dista solo cinque minuti, invitandovi a seguire la sua auto con la vostra, non cascateci; per provare la sua abilità alla guida, posseduto improvvisamente da Bo e Luke, vi seminerà al primo semaforo.

    3.

    FISSARE QUALCHE PUNTO DI RIFERIMENTO

    Non è difficile muoversi in Valle d’Aosta. Le strade principali si sviluppano dove riescono a trovare un po’ di pianura. Ed essendocene poca e tutta raccolta tra una montagna e l’altra, le vie carrozzabili seguono la morfologia dei fondovalle: partono dalla valle centrale per infilarsi tra i monti, tutte fedeli allo stile giù giù fino in fondo, più in là che si può. Sono strade che percorrono zone impraticabili, scavalcano rocce e pendii, entrano nelle gole, attraversano ponti romani sospesi sui baratri, si insinuano in gallerie da cui pendono stalattiti o titaniche punte di ghiaccio (pronte a cadere proprio su di te) e si piegano su se stesse in un susseguirsi di tornanti ripidissimi. Ebbene su queste strade, anche se non ci credereste mai, sono consentiti ben due sensi di marcia! Ma quando ve ne rendete conto è sempre troppo tardi per tornare indietro. In questi casi dovete mantenere la calma, schiacciarvi sulla destra e attendere: il trattore che corre a velocità inaudita verso di voi vi raggiungerà e vi passerà accanto, sfrecciando in bilico sul burrone come se niente fosse. In Valle d’Aosta è così: anche se non sembra, lo spazio per due auto c’è sempre. Fatene il vostro mantra.

    Ma nonostante ciò, nonostante lo spirito indomito e selvaggio delle strade, la struttura dei percorsi non è complicata e i punti di riferimento migliori, le montagne, sono decisamente visibili e fermi nello stesso punto da migliaia di anni (anche se capita di sentire giustificazioni del tipo: «Sì è vero, ho sbagliato strada, ma prima quella montagna non era lì!»).

    Eppure non basta. Anche con un profluvio di punti di riferimento e cartelli stradali a disposizione, qualcuno che si perde c’è sempre. Una Land Rover con il portasci modello Star Trek che piomba in un fienile a Champdepraz invece di arrivare a Cervinia. Oppure una tranquilla famiglia molisana che, invece di raggiungere Aosta, si ritrova misteriosamente in Svizzera al seguito di una carovana di contrabbandieri (questo capita soprattutto quando c’è nebbia e si seguono passo passo i fanalini posteriori dell’auto davanti). Allora, dov’è che si sbaglia? Qual è il fattore scatenante dell’equivoco?

    La colpa è sempre e solo dei bivi traditori. La regione valdostana è invasa dai bivi, che vi si riproducono come i conigli in Australia. Non fai in tempo a trovare una bella strada sicura, ben asfaltata e ben segnalata, che subito salta fuori un piccolo bivio infingardo, una stradina amena e invitante sul curvone, che sembra tendere una mano e dire: «Vieni… vieni a vedere… Qui c’è una scorciatoia che ti farà scoprire luoghi meravigliosi…». Non fatelo! Non cascateci. È il lupo di Cappuccetto Rosso! Se non avete le idee chiare, se non avete tempo da perdere, restate saldi sulla strada che vi hanno indicato per portare i biscotti alla nonna. Possono senz’altro esserci posti meravigliosi lungo quelle stradine, ma c’è anche la possibilità di infilarvi in uno strettissimo villaggio tutto in salita dal nome inquietante come Thouvex o Coutateppaz. E parlo di salite in cui dovete tirare il freno a mano per non cadere indietro, in cui, incastrati tra le case, senza lo spazio per fare alcun tipo di manovra, non potete far altro che andare avanti fin dentro il cortile di qualcuno. E qui, se prima non avete incontrato un furgone che vi ha obbligato a rifare tutto il percorso a marcia indietro, o non avete dovuto mescolarvi a una mandria di mucche che vi ha pezzato la macchina per farne una di loro, qui, nel cortile di un valdostano che vi fissa dal terrazzo con profondo disappunto, farete inversione calpestando con gli pneumatici tutte le sue violette. Quindi ci siamo capiti? Niente bivi e arriverete alla casa della nonna sani e salvi.

    Assunto questo principio, anche qualche nozione geografica molto elementare vi potrà aiutare nei momenti di difficoltà. Visualizzare la forma della regione e lo scheletro delle vallate è per esempio molto utile per capire come muoversi. Immaginate la Valle d’Aosta come una grande lisca di pesce in cui dalla colonna si diramano le vertebre… Ehm, non è il massimo come raffigurazione! Cancellate. Immaginate la Valle d’Aosta come una foglia che ha una grande venatura centrale da cui, a pettine, da un lato e dall’altro, tante venature secondarie si allungano verso i bordi. La venatura principale corrisponde alla valle centrale, le diramazioni alle valli secondarie. Visualizzate la foglia non verticale ma stesa in orizzontale. La valle centrale percorre la foglia in direzione est-ovest (o ovest-est, sinistra-destra, destra-sinistra, come vi pare), ma il suo percorso non è perfettamente lineare: la parte iniziale a est, il primo pezzo del gambo della foglia, piega verso sud, si raddrizza nella parte centrale e poi, nella parte finale, piega verso nord.

    Se a questo punto, tra foglie e lische di pesce, non ci state capendo più niente, andate su Google, fate una ricerca per immagini e in due secondi avrete davanti agli occhi la mappa della Valle d’Aosta (volendo potrebbe ricordare anche un maialino…). Vedrete che la valle centrale, che parte da Pont-Saint-Martin e finisce a Courmayeur, può essere un valido punto di riferimento. Glaciazioni, movimenti della crosta terreste, insediamenti extraterrestri, tutto ha concorso per fare di essa il luogo adatto dove piazzare una bella autostrada, con tanto di uscite nei punti giusti. La A5, infatti, che si snoda proprio lungo la valle centrale, vi lascia a vostro piacimento a Pont-Saint-Martin, Verrès, Châtillon, Nus, Aosta, Saint Pierre, Morgex e Courmayeur: tutti paesi che possono diventare la base di partenza per andare alla scoperta del resto della regione. Se doveste mai notare che quel tratto di autostrada costa di più della traversata coast to coast degli Stati Uniti, non state lì a rimuginare: siete in un posto magnifico, non saranno certo queste piccole imperfezioni della vita a guastarvi la vacanza!

    A partire da Aosta, situata più o meno a metà percorso, è lungo la valle centrale che trovate le località maggiori, dove quindi sfogare il vostro bisogno di supermercati e luoghi affollati (anche se il concetto di luogo affollato in Valle d’Aosta equivale al concetto dove son finiti tutti? di una grande città). Lungo la valle centrale ci sono anche diversi comuni – Châtillon, Saint Vincent, Sarre, Pont-Saint-Martin, Quart, Saint Christophe, Gressan, Saint Pierre, Courmayeur, Nus, Verrès, Donnas, Charvensod, Morgex, La Salle, Aymavilles, Montjovet, Fénis, Pollein, Issogne, Verrayes, Arnad, Villeneuve, Saint Marcel, Hône, Prè-Saint-Didier, Brissogne, Chambave, Arvier, Pontey, Jovençan, Champdepraz, Avise, Bard – ed è da alcuni di essi che si aprono le vallate secondarie. Ogni ramo laterale è costellato da altri paesi e frazioni, alcuni molto noti, che rappresentano il cuore della vallata. Da Pont-Saint-Martin parte la valle di Gressoney; da Hône parte la valle di Champorcher, da Verrès la Val d’Ayas, da Châtillon la Valtournenche, da Aosta parte la valle del Gran San Bernardo da cui si dirama la Valpelline, da Courmayeur partono la Val Ferret e la Val Veny, da Prè-Saint-Didier parte la valle di La Thuile, da Arvier parte la Valgrisenche, da Villeneuve partono la Val di Rhêmes e la Valsavarenche e da Aymavilles la valle di Cogne. La Francia si raggiunge in auto attraverso il traforo del monte Bianco e il colle del Piccolo San Bernardo (quando la neve non ne impone la chiusura), mentre per andare in Svizzera si può attraversare il traforo del Gran Bernardo o, sempre neve permettendo, il colle del Gran San Bernardo.

    Questo se in Valle d’Aosta ci siete già arrivati. Ma se ancora siete in un punto X dell’Italia, raggiungerla non è difficile, perché di ingresso italiano ce n’è uno solo. Dirigetevi verso l’estremo Nord-Ovest: attraversato il Piemonte e superata Ivrea, un’apertura fra le montagne vi introduce in Valle d’Aosta. A volte si apre anche un varco tra le nubi, filtrano raggi di sole e si ode una melodia celestiale. Questo portale infradimensionale si raggiunge da Torino percorrendo circa cinquantacinque chilometri dell’autostrada A5. Anche la A4 Torino-Milano non è distante e vi si immette grazie alla bretella di Santhià. Aosta è collegata direttamente a Torino anche attraverso una linea ferroviaria (due ore circa di viaggio). Cambiando treno nella mitica cittadina di Chivasso (famosa in quanto tappa obbligata degli studenti valdostani e città natale di Simona Ventura) in tre ore di viaggio si arriva anche a Milano. Gli aeroporti più vicini che offrono voli di linea sono quelli di Torino, Milano e Ginevra. Pullman di linea collegano Aosta e altri centri della Valle a Torino, Milano, Francia e Svizzera, oltre che ad alcuni centri liguri, emiliani e toscani nel periodo estivo. Se invece siete a piedi e volete arrivare in Valle seguendo la Via Francigena, l’antico percorso dei pellegrini che unisce Roma a Canterbury, prendetevi delle ferie più lunghe del solito.

    4.

    LEGGERE UN LIBRO SOTTO GLI IPPOCASTANI DELL’ANTICO FORO ROMANO DI AOSTA

    Girare la Valle d’Aosta è un conto: montagne, natura incontaminata, animali selvaggi, tramonti mozzafiato, villaggi sperduti… D’accordo. Ma la città di Aosta cosa dice al turista? Vale la pena dedicarle del tempo, sottraendolo alle visite ai castelli e alle emozioni dei parchi-avventura? Aosta sembra una città timida. A livello urbanistico e architettonico è un centro che dà soddisfazione, ben curato, con dignitose vestigia romane… ma di fatto un turista napoletano che abita a due passi da piazza del Plebiscito, un fiorentino che lavora in un palazzo di piazza della Signoria, un veneziano che attraversa ogni giorno piazza San Marco oppure un romano – e che te sto a di’? – un italiano, insomma, che ha già tutto il patrimonio dei beni culturali sotto casa, che cosa può dire vedendo piazza Chanoux? Sorride per gentilezza. Per non offendere l’amico valdostano che gliela sta indicando come la più importante della regione. Eppure quell’italiano, che un po’ se la tira, forse non ha guardato Aosta nella prospettiva corretta. Un punto di vista che per essere colto vi chiede di calarvi nella giusta disposizione d’animo. Proviamo. Oltrepassate quella piccola piazza che vi fa sorridere e procedete con calma verso la cattedrale. Oltrepassate le mura del vescovado respirando l’aria frizzante che soffia dalla conca della Coumba Freida. Immaginiamo che sia fine settembre, che l’autunno sia freddo ma pieno di sole e che le foglie degli ippocastani colorino di arancio e rosso acceso il lastricato sotto i vostri piedi. Arrivati in piazza della Cattedrale, oltre la porta della chiesa, prima di infilarvi negli stretti e antichi spazi di via Saint Bernard de Menthon, scendete gli scalini che vi portano in un piccolo giardino sotto il livello della strada. Su questo piccolo spazio verde si affaccia il criptoportico, una galleria a due navate che anticamente circondava la parte sacra dell’antico foro romano, che si estendeva su tutta la zona. Tra i pilastri di tufo millenario la luce filtra attraverso gli archi. Sembra che un tempo sotto queste arcate la gente trovasse sollievo dal caldo, riparo dal gelo e il tempo per parlare; a voi oggi regalano silenzio e raccoglimento. Usciti, sedete su una delle panchine in pietra del piccolo giardino immergendo i piedi tra le foglie morte e cominciate a girare le pagine del libro che avete portato con voi. Deve essere un libro coinvolgente, altrimenti l’effetto non riesce. Godetevi questo momento più che potete, poi alzate la testa e guardate di nuovo la città. Da seduti vi apparirà diversa perché vi accorgerete del bene più grande, prezioso e silenzioso che essa possiede, il monumento che sovrasta tutti gli altri e davanti al quale tutto si piega in segno di rispetto: le montagne.

    Se si osservano solo le costruzioni, allora Aosta sembra timida e poco spettacolare. Ma se si osserva la città come tassello di un mosaico più grande, in cui case e palazzi sono un tutt’uno con la cornice alpina che circonda ogni cosa, allora si capisce. La dignità di Aosta sta nella

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