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La porta dell'inferno
La porta dell'inferno
La porta dell'inferno
E-book500 pagine7 ore

La porta dell'inferno

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Info su questo ebook

Un autore da oltre 2 milioni di copie

Un grande thriller

Per le strade di Aberdeen si aggira indisturbato un uomo con il cuore di una iena e gli occhi di ghiaccio. La sua follia omicida si accanisce sulle donne con crudele brutalità: gli stupri sui quali lascia la sua firma di assassino compongono una lunga scia di sangue che parla di torture inaudite e orribili mutilazioni. Mentre niente e nessuno sembra poter fermare il serial killer, il caso finisce nelle mani del sergente Logan McRae. L’unica traccia a disposizione dell’investigatore è una serie di filmati dal contenuto esplicito, in cui tutte le vittime del mostro fanno la loro comparsa. McRae non ha altra scelta: spalancare la porta dell’inferno per immergersi in un mondo fatto di prostituzione, pornografia, pratiche sessuali violente e atti di libidine dagli esiti mortali. Un viaggio senza ritorno nella perversione umana. 

Numero 1 in Inghilterra

Un autore da oltre 2 milioni di copie

«Affronta con coraggio argomenti che verrebbero considerati intoccabili dalla maggior parte dei giallisti.»
Laura Grimaldi, Il Sole 24 ore

«Suspence, brividi, angosce… una delle più tenaci ossessioni di massa: la paura del maniaco psicopatico.»
Il Messaggero

«Stuart MacBride scrive roba dannatamente buona.»
Mangialibri

«Nonostante il sangue scorra a fiotti, la scrittura rimane quasi lieve, di certo ammaliante.»
Piero Soria, La Stampa
Stuart MacBrideÈ lo scrittore scozzese numero 1 nel Regno Unito ed è tradotto in tutto il mondo. La Newton Compton ha pubblicato i thriller Il collezionista di bambini (Premio Barry come miglior romanzo d’esordio), Il cacciatore di ossa, La porta dell’inferno, La casa delle anime morte, Il collezionista di occhi, Sangue nero, La stanza delle torture, Vicino al cadavere, Scomparso e Il cadavere nel bosco, con protagonista Logan McRae; Cartoline dall’inferno e Omicidi quasi perfetti, che seguono le indagini del detective Ash Henderson; Apparenti suicidi; Il ponte dei cadaveri. MacBride ha ricevuto il prestigioso premio CWA Dagger in the Library e l’ITV Crime Thriller come rivelazione dell’anno.
LinguaItaliano
Data di uscita16 dic 2013
ISBN9788854124134
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    Anteprima del libro

    La porta dell'inferno - Stuart MacBride

    Indice

    SESSO

    Uno

    Due

    Tre

    Quattro

    Cinque

    Sei

    Sette

    Otto

    Nove

    Dieci

    Undici

    VIOLENZA. TRE SETTIMANE DOPO

    Dodici

    Tredici

    Quattordici

    Quindici

    Sedici

    Diciassette

    Diciotto

    Diciannove

    Venti

    Ventuno

    Ventidue

    Ventitré

    Ventiquattro

    Venticinque

    Ventisei

    Ventisette

    BUGIE

    Ventotto

    Ventinove

    Trenta

    Trentuno

    Trentadue

    Trentatré

    Trentaquattro

    Trentacinque

    Trentasei

    Trentasette

    Trentotto

    Trentanove

    Quaranta

    Quarantuno

    BUIO

    Quarantadue

    Quarantatré

    Quarantaquattro

    Quarantacinque

    Quarantasei

    Quarantasette

    Quarantotto

    Quaranove

    Cinquanta

    Cinquantuno

    Cinquantadue

    Cinquantatré

    Cinquantaquattro

    Cinquantacinque

    Cinquantasei

    Cinquantasette

    Cinquantotto

    SANGUE

    Cinquantanove

    Senza i quali...

    73

    Titolo originale: Broken Skin

    Originally published in the English language

    by HarperCollins Publishers Ltd. under the title Broken Skin

    © Stuart MacBride, 2007

    Traduzione di Francesca Toticchi

    Prima edizione ebook: settembre 2010

    © 2008 Newton Compton editori s.r.l.

    Roma, Casella postale 6214

    ISBN 978-88-541-2413-4

    www.newtoncompton.com

    Edizione elettronica realizzata da Gag srl

    Stuart MacBride

    La porta dell’inferno

    Newton Compton editori

    A Fiona

    (le formule magiche vanno ripetute tre volte)

    SESSO

    1

    La donna si ferma in fondo alla strada. È sotto un lampione, in equilibrio su una gamba sola, e si strofina una caviglia, come se non fosse abituata a portare tacchi alti. È la numero sette: una ragazza di Torry che dopo una notte passata a bere se ne torna a casa, traballando sui suoi tacchi fottimi-adesso e nella sua minigonna inguinale, anche se è febbraio e ad Aberdeen fa un freddo cane. È uno schianto. Capelli ricci e scuri. Nasino all’insù. Belle gambe, lunghe e sexy. Proprio il genere che preferisce. Gli piace sentire come si dimenano sotto di lui quando glielo mette dentro, quando fa sentire a quelle troie chi è che comanda.

    Lei si tira su e prosegue barcollando, borbotta tra sé, è un po’ brilla. Gli piacciono quando sono ubriache: non così ubriache da non capire cosa sta succedendo, ma ubriache abbastanza da non potergli opporre resistenza, da non poterlo vedere bene.

    Luride puttane.

    La donna passa davanti alla NorFish – illuminata per un attimo dai fari di un autoarticolato – attraversa la rotonda e si incammina sul Victoria Bridge, che sovrasta il quieto e oscuro fiume Dee e porta a Torry. Lui resta un po’ indietro, finge di allacciarsi una scarpa finché lei non è quasi arrivata dall’altra parte. Non è qui che viene a caccia, di solito, deve stare attento. Deve assicurarsi che non ci sia nessuno. Sorride: la strada grigia e buia è deserta, ci sono solo lui e il fortunato Numero Sette.

    Una corsetta ed è di nuovo dietro di lei. È in forma, nemmeno una goccia di sudore in quella tuta dell’Aberdeen Football Club completa di cappuccio e scarpe da ginnastica della Nike. Chi sospetterebbe mai di uno uscito per una corsetta?

    La desolazione di Torry in una notte di fine febbraio: edifici di granito neri di fuliggine e illuminati dalla luce color piscio dei lampioni. L’aspetto della donna è perfettamente in tono con tutto questo: vestiti da due soldi, giacca di pelle da due soldi, scarpe da due soldi, profumo da due soldi. Proprio una ragazzaccia. Lui sorride e tocca il coltello che tiene in tasca. È ora di farle il servizietto.

    Lei svolta a sinistra, percorre tutta Victoria Road ed entra in una delle strade laterali, dove ci sono gli stabilimenti di lavorazione del pesce. Molto probabilmente una scorciatoia per tornare al suo piccolo e orribile monolocale o a casa di mammina e papino. Lui fa un ghigno, spera viva ancora con mamma e papà, avrà bisogno di qualcuno con cui condividere il dolore quando sarà tutto finito. Perché ce ne sarà tanto di dolore da condividere.

    La strada è deserta, c’è solo il rimorchio di un grosso autotreno parcheggiato davanti al magazzino all’ingrosso. È una zona industriale, silenziosa e buia di notte. Nessuno che li possa vedere e chiamare aiuto.

    La donna – Numero Sette – passa accanto a un cassone pieno di pezzi di ferro attorcigliati, lui accelera accorciando il distacco. I tacchi di lei fanno rumore sull’asfalto, ma le Nike no, sono silenziose. Supera un paio di bidoni pieni di teste e lische di pesce coperti con sudice tavole di legno per tenere lontani i gabbiani. Ora è più vicino.

    Tira fuori il coltello, con una mano si strofina il pene in erezione, una carezza portafortuna. Ogni dettaglio spicca limpido e luminoso, come gli schizzi di sangue sulla pelle bianca.

    Lei si volta all’ultimo momento, spalanca gli occhi quando lo vede, poi vede il coltello. È troppo sconvolta per urlare. Stavolta sarà speciale. Numero Sette farà delle cose che non ha mai nemmeno sognato, neppure nei suoi incubi peggiori. Lei…

    La donna lo afferra per la tuta, mentre con un braccio gli fa volare via il coltello in un lampo, e gli assesta una ginocchiata all’inguine forte abbastanza da sollevarlo da terra.

    Lui geme e lei gli tappa la bocca con un cazzotto. Vede le stelle, grugnisce, gli cedono le ginocchia. Cade a terra, sull’asfalto freddo e duro, si raggomitola intorno ai suoi testicoli doloranti, piange.

    «Cristo…», il detective Rennie osservò l’uomo che frignava sull’asfalto fetido di pesce. «Mi sa tanto che gli hai fracassato le palle. Le ho sentite schiantarsi».

    «Sopravviverà». L’agente Jackie Watson costrinse l’uomo faccia a terra e gli ammanettò le mani dietro la schiena, mentre lui continuava a grugnire e piagnucolare. Jackie sorrise. «Ti sta bene, lurido bastardo…». Poi si girò verso Rennie. «Ci guarda qualcuno?». Il detective rispose di no, e così lei colpì ancora l’uomo, alle costole stavolta. «Questo era per Christine, Laura, Gail, Sarah, Jennifer, Joanne e Sandra».

    «Cristo, Jackie!», Rennie la fermò prima che potesse farlo un’altra volta. «Se ti vedesse qualcuno?»

    «L’hai detto tu che non c’è nessuno».

    «Sì, ma…».

    «Allora qual è il problema?», disse Jackie guardando in cagnesco quel frignone con la tuta dell’Aberdeen. «Coraggio bello, in piedi».

    L’uomo non si mosse. «Cristo santo…». Lo prese per un orecchio e lo tirò su. «Rennie, vuoi favorire?». Ma il detective Rennie aveva da fare con la radio, stava comunicando alla centrale che l’Operazione Frutta Candita era stata un successo: avevano preso il bastardo.

    2

    Il Royal Infirmary di Aberdeen continuava a espandersi come un tumore di cemento. Per anni si era fermato, ma ora aveva ricominciato a crescere infettando le zone circostanti con nuove costruzioni di acciaio e cemento. Ogni volta che il sergente Logan McRae lo vedeva, gli veniva un colpo al cuore.

    Soffocando uno sbadiglio accartocciò il bicchiere di plastica in cui aveva bevuto il caffè del distributore automatico e lo buttò nel cestino, poi spinse le porte e si immerse in quell’acre odore di disinfettante, formalina e morte.

    L’obitorio dell’ospedale era molto più grande e allegro di quello della centrale della Grampian Police. Da un piccolo stereo in un angolo si diffondevano nell’ampia stanza marrone i successi di Dr Hook; la musica riusciva quasi a coprire il suono dell’acqua che scendeva nello scolo di uno dei tavoli per le autopsie. Una donna in grembiule verde, camice chirurgico e calosce bianche rimetteva al loro posto gli organi di una vecchia signora sulle note di When You’re in Love with a Beautiful Woman.

    Il maschio di Logan, la cui identità era ancora sconosciuta, giaceva supino su una barella, gli occhi tenuti chiusi dal nastro adesivo e la pelle bianca come la cera. Gli avevano lasciato attaccati tutti i tubi e i fili dell’intervento, che sarebbero serviti per l’inevitabile post mortem: visto così sembrava un corpo abbandonato.

    Sui venticinque anni, corti capelli biondi, magro ma muscoloso, pareva uno di quei tipi fissati con la palestra. Gli arti inferiori e l’addome erano imbrattati di rosso, il corpo era marchiato da una lunga linea di punti di sutura dati in fretta per ricucirlo quando il chirurgo aveva finalmente ammesso la sconfitta. Morte uno, Servizio Sanitario Nazionale zero.

    La donna alle prese col corpo della vecchia signora alzò lo sguardo e vide Logan osservare il cadavere del ragazzo. «Polizia?». Lui fece di sì col capo e lei si tolse la mascherina, ricci capelli rossi uscivano fuori dalla cuffia da chirurgo. «Immaginavo. Non lo abbiamo ancora toccato». Era abbastanza ovvio. Ma tanto non c’erano grosse possibilità di trovare delle prove legali su quel corpo, non dopo che era passato per il pronto soccorso e la sala operatoria.

    «Non si preoccupi, posso aspettare».

    «Ok». La donna prese la gabbia toracica dell’anziana signora da sopra un carrello d’acciaio, la rimise al suo posto, e iniziò a ricucire.

    La guardò un attimo prima di chiederle: «Non è che potrebbe dare un’occhiatina veloce al nostro John Doe¹ ?»

    «Neanche per sogno! Ma lo sa che cosa mi combinerebbe Nostra Signora Delle Stronze se scoprisse che un modesto tecnico di laboratorio ha giocato con un cadavere prima che lei ci abbia messo su le sue manine di ghiaccio?»

    «Non le sto chiedendo di fargli l’autopsia completa, ma potrebbe dargli… come dire… un’occhiatina…», disse Logan tentando di aiutarsi con un sorriso. «Altrimenti dovremo aspettare fino a domani pomeriggio. Prima sappiamo, prima catturiamo il colpevole. Avanti, solo un’occhiatina veloce, non lo verrà a sapere nessuno».

    La donna arricciò le labbra e corrugò la fronte, sospirò e poi disse: «E va bene. Ma se si azzarda a dirlo a qualcuno finisce in una di queste celle frigorifere, chiaro?».

    Logan sorrise. «Ho le labbra cucite».

    «Molto bene. Mi dia un minuto, finisco con la signora e poi vediamo cosa posso fare…». Dieci minuti più tardi l’anziana signora giaceva ben ricucita in una cella frigorifera. La donna si mise un paio di guanti nuovi. «Cosa sappiamo?»

    «È stato scaricato da una macchina davanti al pronto soccorso, avvolto in un coperta». Logan alzò la busta piena di vestiti insanguinati che gli avevano dato di sopra. «Esamineremo i vestiti, ma potrebbe trattarsi di un semplice incidente: uno al volante mette sotto un poveraccio, entra nel panico, se lo carica nel portabagagli e poi lo abbandona davanti all’ospedale». Logan la osservò pungolare il corpo freddo, mormorando «un incidente stradale» a ritmo di musica.

    «No, mi sbagliavo», disse scuotendo la testa e facendo ondeggiare un ricciolo color Irn-Bru² . «Guardi qui…», infilò un dito nella bocca del ragazzo e scostò la guancia per scoprigli i denti. Era ancora intubato. «Incisivi, canini e premolari sono tutti rotti, ma nessun danno al naso o al mento. Un impatto violento avrebbe lasciato dei tagli sulle labbra. Ha tenuto qualcosa stretto tra i denti…». Accarezzò il viso del cadavere. «A quanto pare l’hanno imbavagliato, si vedono i segni sulla pelle». A Logan si gelò il sangue.

    «Sicura?»

    «Eh già. E poi è pieno di piccole bruciature, vede?». Cerchietti e macchioline di pelle rosso fuoco con qualche pustola giallognola qui e lì. Mio Dio.

    «Che altro?»

    «Abrasioni sull’epidermide, lividi… direi che l’hanno torturato… Segni anche sui polsi, l’hanno legato con qualcosa, non una corda però, il segno lasciato è troppo largo. Una cinghia o una cosa simile».

    Proprio quello di cui aveva bisogno: un altro corpo legato e torturato. Stava per chiederle se mancava qualche dito quando lei gli diede un paio di guanti e gli disse di aiutarla a girare il corpo. Un disastro: sangue scuro e raggrumato che partiva dal fondo della schiena per arrivare fino alle caviglie.

    La donna ispezionò lentamente la pelle e gli mostrò altre bruciature e contusioni, poi allargò le natiche del ragazzo: «Oh cazzo». Si tirò indietro, sbiancò e tornò a guardare. Dr Hook cantava If I Said You Had A Beautiful Body (Would You Hold It Against Me?). «Potremmo ipotizzare che sia stato un incidente stradale solo immaginandoci che abbiano provato a parcheggiargli un Transit su per il sedere». Si stiracchiò e si sfilò i guanti. «Se non le basta e ha altre domande dovrà farle a un patologo, io non ci metto mano».

    La centrale della Grampian Police non era certamente l’edificio più bello di Aberdeen: un palazzo di sette piani, cemento grigio scuro e file di finestre – come un’orrenda pila di liquirizie assortite – reso itterico dalla luce giallastra dei lampioni.

    Dall’ingresso principale venivano grida indignate, Logan decise di volersele risparmiare. Gli bastò dare un’occhiata attraverso il vetro delle porte automatiche: una grossa signora coi capelli grigi e un bastone stava facendo una lunga tirata al Grande Gary, l’agente che lavorava al front desk. Ce l’aveva con le molestie, i pregiudizi, la stupidità della polizia e ammoniva con tutto il fiato che aveva in gola: «DOVRESTE VERGOGNARVI!». Logan se la svignò per le scale.

    Era mezzanotte passata e la mensa sonnecchiava: si sentiva solo il rumore di pentole e padelle nel lavello e una stazione radio tenuta a basso volume per far compagnia a Logan, che trangugiava la sua zuppa di pomodoro cercando di non pensare al posteriore malridotto di quel cadavere.

    Aveva quasi finito quando vide una figura familiare avvicinarsi al bancone e chiedere tre caffè, uno macchiato. Era l’agente Jackie Watson. Abbandonato il completino stupramitutta usato per lavorare quella sera, era tornata alla più classica uniforme nera e a un sobrio chignon. Non sembrava felicissima. Logan le si avvicinò di soppiatto, la prese per la vita e le fece: «Bu!».

    Lei non fece una piega. «Ti ho visto riflesso nel vetro para starnuti».

    «Oh… Come va?».

    Jackie osservava il vecchietto alle prese con la macchina del caffè. «Ma quanto cavolo ci vuole per fare tre schifosissimi caffè?»

    «Vedrai che meraviglia».

    Jackie alzò le spalle. «No, guarda, facevo prima a nuotare fino in Brasile e andarmi a prendere i chicchi da sola!».

    Materializzati finalmente i tre caffè, Logan la riaccompagnò alla stanza per gli interrogatori numero quattro. «Qui», gli disse dandogli due dei bicchieri di carta, «tieni un attimo». Tolse il coperchio di plastica dal terzo, chiamò a raccolta tutto il catarro che aveva e ce lo sputò dentro, poi rimise il coperchio e gli diede una bella agitata.

    «Jackie! Non vorrai mica…».

    «Guardami». Si riprese gli altri due caffè ed entrò nella stanza spingendo la porta, che rimase aperta abbastanza per far scorgere a Logan l’imponente e iraconda figura dell’ispettore Insch. Stava appoggiato al muro con le braccia incrociate, il volto furioso. Poi Jackie richiuse con forza la porta dandole un colpo con un fianco.

    Incuriosito, Logan attraversò il corridoio e si infilò nella sala di osservazione da cui avrebbe potuto godersi tutta la scena. La stanza era piccola e grigia: unico arredamento due sedie di plastica, un tavolo scassato e dei monitor. Dentro c’era già qualcuno: il detective Simon Rennie che si spulciava l’orecchio con una vecchia biro mangiucchiata, la tirava fuori, guardava la punta e poi la infilava di nuovo nell’orecchio.

    «Guarda che se sei alla ricerca di un cervello hai sbagliato buco», gli disse Logan accomodandosi sull’altra sedia.

    Rennie fece un sorriso. «Come sta il tuo John Doe?»

    «Morto. E il tuo stupratore?».

    Rennie gli indicò il monitor che aveva davanti con l’estremità incerata della biro.

    «Lo riconosce?».

    Logan si avvicinò al monitor e fissò l’immagine un po’ traballante: stanza per gli interrogatori numero quattro, la nuca di Jackie, un malmesso tavolo di formica e il sospettato. «Che mi venga un colpo, quello non è…».

    «Proprio lui, Rob Macintyre, alias Golden Boy». Rennie si poggiò allo schienale della sedia e sospirò. «E ovviamente sa benissimo cosa vuol dire…».

    «Che domenica prossima l’Aberdeen non ha speranze?»

    «Già, e giochiamo anche col dannatissimo Falkirk. Sa che figura faremo?», disse prendendosi la testa tra le mani. «Il Falkirk!».

    Era Robert Macintyre, il miglior cannoniere che l’Aberdeen Football Club avesse da anni. «Che ha fatto in faccia?», chiese Logan quando notò che il labbro superiore dell’uomo era gonfio e spaccato.

    «È stata Jackie. E ha fatto lo stesso con le sue palle…». In silenzio osservarono quell’uomo cambiare in continuazione posizione sulla sedia e bere di tanto in tanto il caffè gentilmente macchiato da Jackie. Non era un granché bello – ventuno anni, orecchie a sventola, mento poco pronunciato, capelli neri a spazzola, un unico sopracciglio nero che gli attraversava la faccia scheletrica – ma quel piccolo bastardo correva veloce come il vento e riusciva a segnare da metà campo.

    «Ha confessato? Ha ammesso tutti i suoi peccati?».

    Rennie sbuffò. «No. E lo sa che ne ha fatto della sua unica telefonata? Ha chiamato la mamma, e quella si è catapultata qui e ci ha ricoperto di insulti. Una specie di rottweiler sotto steroidi. Che ci vuoi fare, puoi allontanare il marcio da Torry, ma non Torry dal marcio».

    Logan alzò il volume, ma non c’era niente da sentire. L’ispettore Insch stava di nuovo usando la sua famosa tecnica del silenzio: una lunga e vuota pausa che spingeva il sospettato a riempirla, perché Insch sapeva benissimo che la maggior parte delle persone non riescono a tenere la boccaccia chiusa in situazioni di stress emotivo. Ma Macintyre era l’eccezione che conferma la regola. Sembrava non provasse alcun fastidio – a parte quello alle sue gonadi stritolate.

    Insch a un certo punto esplose, fuori campo, e la sua voce rimbombò dalle casse. «Ti do un’ultima possibilità, Rob: parlaci degli stupri o ti appiccichiamo al muro. Scegli tu. Una confessione ti aiuterà davanti alla giuria: se ti mostri pentito forse beccherai una condanna più breve. Continua così e penseranno di te che non sei altro che un fottuto delinquente che va in giro a molestare le ragazze e che merita di passare all’inferno il resto della vita». Poi un’altra delle sue inconfondibili pause.

    «E va bene», disse infine Macintyre. Si fece in avanti sulla sedia, una smorfia di dolore gli segnò il viso e si appoggiò di nuovo allo schienale, con una mano sotto il tavolo. Non era stato sotto le luci della ribalta tanto a lungo da perdere l’accento di Aberdeen, aveva tutte le vocali aperte e allungate. «Glielo ripeto ancora una volta, e lentamente, così magari ce la fa ad afferrare il concetto. Ero uscito per farmi una corsetta, tanto per tenermi in forma per la partita di domenica. Non ho violentato nessuno».

    Jackie fece appena in tempo a dire: «Avevi un coltello…», che Insch le intimò di chiudere il becco. Quella montagna d’uomo occupava quasi tutto lo schermo. Così piegato, con i pugni poggiati sul tavolo e il testone calvo che brillava sotto le luci, nascondeva anche Macintyre.

    «Sì che l’hai fatto, Rob. Le hai seguite, gli sei saltato addosso, le hai picchiate, violentate e poi le hai sfregiate…».

    «Non sono stato io!».

    «Ti sei pure portato via dei ricordini, bastardo che non sei altro: collane, orecchini e persino un paio di mutande! Li troveremo quando setacceremo casa tua».

    «Io non ho fatto niente, capito? Mettitelo in testa stupido grassone. NON HO VIOLENTATO PROPRIO NESSUNO!».

    «Credi davvero di poterla fare franca? Non abbiamo bisogno della tua confessione, abbiamo prove sufficienti contro di te…».

    «Sai che c’è? Ne ho avuto abbastanza. Voglio vedere il mio avvocato».

    «Non abbiamo ancora finito: e l’avvocato lo vedi quando lo decido io, chiaro?»

    «Ah sì? Allora manda qualcuno a prendere altro caffè, ci aspetta una lunga nottata e io non dirò più una parola».

    E fu proprio così.

    ¹ Nome solitamente utilizzato nel gergo giuridico per indicare un uomo la cui reale identità è sconosciuta (n.d.t.).

    ² Popolare soft drink scozzese, molto diffuso in tutta la Gran Bretagna, famoso per il suo eccentrico colore arancione acceso (n.d.t.).

    3

    La notizia dell’arresto di Rob Macintyre era arrivata troppo tardi per comparire sulla prima edizione del «Press and Journal» – il giornale di Aberdeen – ma il telegiornale del mattino ne parlò. Era ancora buio e un’accigliata inviata se ne stava fuori del Pittodrie Stadium a parlare con un piccolo capannello di tifosi infreddoliti. Li intervistava sulla faccenda del grande-capocannoniere-ora-stupratore-seriale. Dio solo sapeva come avesse fatto la BBC a stare già sulla notizia.

    I tifosi, tutti vestiti di rosso sgargiante, colore ufficiale delle maglie dell’Aberdeen, difendevano strenuamente il loro eroe: Macintyre era un bravo ragazzo, non avrebbe mai fatto una cosa del genere, lo avevano messo in mezzo, la squadra aveva bisogno di lui… Il servizio successivo riguardava un incendio domestico a Dundee. Logan se ne stava in salotto a sbadigliare e a bere tè mentre ascoltava un rincoglionito della Tayside Police che ricordava quanto fosse importante accertarsi del corretto funzionamento dei rilevatori di fumo. Poi viaggi, previsioni del tempo, e di nuovo in studio. Le notizie di un intero paese condensate in otto minuti.

    Prima delle dieci niente autopsia per quel ragazzo ancora senza nome. Mancavano solo tre ore e aveva una montagna di scartoffie da sbrigare.

    Logan finì il tè e si andò a vestire.

    ***

    L’obitorio della centrale fremeva di antisettica eccitazione. Mattonelle di un bianco splendente ricoprivano le pareti e il pavimento, luccicanti tavoli di dissezione spiccavano sotto lucidi aspiratori, nella stanza c’erano solo superfici di lavoro incontaminate. Logan si mise la tuta chirurgica con tanto di cuffietta e copriscarpe azzurri prima di entrare nell’area sterilizzata. L’ospite d’onore era già lì, disteso supino in tutta la sua tumefatta e insanguinata gloria, mentre un fotografo dell’Identification Bureau gli girava intorno facendo scatti a ripetizione per documentare ogni dettaglio, e un altro tecnico raccoglieva con delle strisce adesive tutte le prove che riusciva a trovare. Una danza al rallentatore con tanto di luci stroboscopiche.

    Il dottor Fraser era sdraiato su uno dei tavoli di dissezione con una copia del P&J aperta davanti a sé. Sollevò lo sguardo, vide entrare Logan e gli chiese una parola di otto lettere che iniziasse per B.

    «Non ne ho idea. Chi sarà il funzionario per le investigazioni?».

    Il patologo sospirò e cominciò a mangiucchiare la penna: «E chi lo sa; io mi devo ancora riprendere stamattina. La procuratrice sta in giro da qualche parte, chiedilo a lei se vuoi. A me non dice mai niente nessuno».

    Logan conosceva quella sensazione.

    La trovò in una stanza che camminava avanti e indietro. Gli sembrò che parlasse da sola, ma poi si accorse dell’auricolare bluetooth attaccato all’orecchio. «No», disse la donna mentre armeggiava con un palmare, «dobbiamo fare in modo che il caso non abbia punti deboli. Non voglio ritrovarmi a cercare di schivare le domande dei giornalisti mentre prendo la tintarella. Che mi dici di quei furti a Bridge of Don?…». Logan decise di lasciarla alle sue cose.

    Non dovette aspettare molto perché arrivasse la risposta alla sua domanda: dalle porte dell’obitorio entrò una donna che si tirava su il cavallo della tuta e tossiva come se stesse per vomitare un polmone. Era l’ispettrice Steel, il loro funzionario per le investigazioni. Una quarantina d’anni, piena di rughe, alta un metro e cinquanta e sempre accompagnata da una puzza di fumo stantio mista a Chanel n. 5. «Laz!», disse non appena vide Logan, «non è un po’ troppo giovane per te? Pensavo ti piacessero un po’ più maturi!».

    Logan gliela fece passare senza reagire. «È stato trovato ieri notte davanti al pronto soccorso, è morto dissanguato. Nessun testimone. Ed è successo qualcosa di orribile al suo fondoschiena».

    «Ah sì?», disse l’ispettrice sollevando un sopracciglio. «Orribile in senso medico o della serie passavo l’aspirapolvere nudo e sono caduto sulla statua della Regina Vittoria

    «Regina Vittoria».

    La Steel annuì solennemente. «Eh, già… Mi chiedevo infatti perché mi avessero affidato questo caso. Non è che stiamo per cominciare? Io ho bisogno di farmi due tiri».

    Il dottor Fraser sollevò lo sguardo dalle parole crociate, si tolse la penna di bocca e le fece la stessa domanda che aveva fatto a Logan. L’ispettrice piegò la testa di lato, ci pensò un po’, corrugò la fronte e poi disse:

    «Bordello?»

    «No, c’è una A in mezzo. Stiamo aspettando la dottoressa MacAlister».

    L’ispettrice Steel annuì di nuovo. «Ah, allora sarà una di quelle autopsie», e sospirò. «Va bene, Laz: spara». E Logan le parlò delle dichiarazioni che aveva raccolto la notte prima, mentre la vittima era ancora in sala operatoria, e di tutte le scartoffie che si era ritrovato insieme al cadavere. «E che mi dici delle telecamere a circuito chiuso?», gli chiese la Steel.

    «Inutili. La targa dell’auto è illeggibile – forse l’avevano coperta con qualcosa – e il guidatore indossava una felpa con il cappuccio e un berretto da baseball».

    «Mica scemo. E la macchina?»

    «Una vecchia Volvo station wagon».

    La Steel fece una lunga, sonora pernacchia. «Va be’, basta così, forse la Signora Morte ci dirà qualcosa di più, sempre che si decida ad arrivare!». Dieci minuti dopo cominciava a perdere seriamente la pazienza.

    La dottoressa Isobel MacAlister fece pesantemente il suo ingresso nell’obitorio alle dieci e venti, tutta trafelata. Ignorò l’applauso sarcastico della Steel e la battuta «Carico ingombrante!», si andò a lavare e si fece aiutare a indossare i guanti e il camice, strettissimo con il pancione enorme che si ritrovava.

    «Allora», disse accendendo il registratore, «maschio non identificato, tra i venticinque e i trent’anni…».

    Era strano guardare al lavoro una patologa molto incinta. La cosa che rendeva il tutto ancora più strano era che l’esserino che le cresceva in grembo avrebbe potuto essere di Logan, se le cose fossero andate per il verso giusto. Ma non era stato così. Quindi, invece di sentirsi pieno di orgoglio paterno, Logan se ne stava lì a guardare Isobel che faceva a fette un altro cadavere, e provava un misto di rimpianto e sollievo. Cui si aggiunse la nausea, quando Isobel chiese al suo assistente di tirar fuori l’apparato urogenitale.

    L’esame finì con un tè e biscotti nell’ufficio dei patologi, con Isobel seduta dietro la scrivania a lamentarsi del caldo, nonostante febbraio si stesse manifestando come suo solito, fuori dalla finestra, con tanto di grandine battente.

    «A quanto pare gli hanno ripetutamente infilato dentro qualcosa di bello grosso», disse consultando gli appunti, «dieci o dodici centimetri di diametro e almeno trenta di lunghezza. Lo sfintere è pesantemente danneggiato e l’intestino è spezzato in quattro punti. Ha perso troppo sangue, la pressione sanguigna è crollata e il cuore si è fermato. La morte è imputabile a un trauma molto forte. I medici non potevano più fare niente». Cambiò posizione sulla sedia cercando di avvicinarsi alla scrivania, ma il pancione glielo impediva. «Su alcune delle bruciature rilevate sul tronco è presente della cera, ma ci sono anche una mezza dozzina di bruciature di sigaretta. La maggior parte delle contusioni sono superficiali».

    La Steel prese un biscotto e bofonchiò con la bocca piena: «E i segni di legatura?»

    «Sembrano imputabili a cinghie di cuoio con fibbie di metallo. I margini sono graffiati, deve essersi ribellato un bel po’».

    La Steel sbuffò, scagliando briciole tutt’intorno. «Be’, l’avrebbe fatto anche lei, che ne dice? Con uno che le rivoltava il culo…».

    Alle sue parole seguì un silenzio di sguardi torvi e gelidi. «Bisogna aspettare i risultati dell’esame tossicologico», disse infine Isobel, «ma ho trovato quantità significative di alcol e pasticche parzialmente digerite nello stomaco del ragazzo».

    «Quindi chiunque sia stato prima l’ha fatto ubriacare, poi l’ha drogato, e in fine l’ha legato e sodomizzato a morte con uno stivale. E poi dicono che il romanticismo è morto».

    Lo sguardo di Isobel divenne ancora più gelido. «Ci sono altre straordinarie intuizioni che vuole condividere con noi, ispettrice?». La Steel si limitò a sogghignare e far fuori un altro biscotto. A quel punto la procuratrice confermò ai presenti che quello sarebbe stato trattato come un caso di omicidio, e parlò loro delle sue imminenti vacanze alle Seychelles. Una valida sostituta avrebbe fatto le sue veci mentre lei era via a godersi il sole e i cocktail ghiacciati. Se le avessero dato del filo da torcere, al suo ritorno se la sarebbero vista con lei – disse fissando intenzionalmente l’ispettrice Steel, che però fece finta di non capire di cosa stesse parlando.

    «Porco demonio!», esclamò la Steel schivando le pozzanghere sugli scalini che dall’obitorio portavano al parcheggio e di lì all’ingresso secondario della centrale. «Ma perché cavolo non aprono la porta interna quando diluvia così?». Era solo uno il percorso interno che conduceva dall’edificio principale all’obitorio, ma era riservato ai parenti delle vittime e al capo della polizia. I sottoposti dovevano affrontare le intemperie.

    L’ispettrice si sgrullò come un terrier e si passò una mano tra i capelli indisciplinati innaffiando d’acqua il linoleum. Aveva quarantatré anni e ne dimostrava sessantacinque: viso appuntito e rugoso, collo molle come quello di un tacchino, taglio di capelli che pareva fatto apposta per spaventare le vecchie e dita ingiallite dalla nicotina. «Dai», disse dirigendosi verso gli ascensori, «mentre tu prendi i tè io mi fumo una sigaretta. Prendi anche qualche panino con la pancetta, sto morendo di fame. Quella cazzo di autopsia è durata un secolo».

    ***

    Logan entrò di schiena nell’ufficio della Steel, cercando di tenere in equilibrio su una cartellina due tazze di tè e un paio di involucri di carta stagnola. L’ispettrice guardava fuori dalla finestra aperta, spalle alla porta. Fregandosene altamente del divieto di fumare all’interno degli uffici aveva una sigaretta che le si stava consumando tra le dita. L’odore acre delle Benson & Hedges usciva dalla finestra in spirali di fumo e andava a unirsi alla pioggia. Logan accostò la porta e servì le vettovaglie. «Oh, grandioso!», disse la Steel. «Sai, a volte mi fa girare le palle che quel grassone di Insch si becchi tutti i casi più grossi: tutta la roba importante, come questa storia dello stupratore seriale». Aprì la carta del panino e continuò a parlare fumare e mangiare, tutto allo stesso tempo. «Ma poi vedo quella merda e penso, grazie Dio».

    Logan la raggiunse alla finestra. Nel parcheggio c’era un manipolo di furgoni per le trasmissioni in esterna. Telecamere e giornalisti si riparavano sotto gli ombrelli dall’acquazzone e ogni tanto i flash illuminavano come fulmini il cemento e il granito. «Rob Macintyre».

    «Eccolo lì: Robby Bobby Golden Boy Macintyre. Certo che Insch avrebbe anche potuto incolpare di stupro qualcun altro… Doveva prendere proprio Macintyre, un fottuto eroe locale». Diede un grosso morso al panino, facendo cadere una cascata di farina bianca sul suo vestito antracite. «Te lo dico io, tv e giornali ci faranno neri. Lo stronzetto sta facendo fare gli straordinari al suo agente per assicurarsi che tutti raccontino al mondo intero che è un bravo ragazzo e che non ha mai violentato sei donne di fila minacciandole con un coltello…». Fece l’ultimo tiro di sigaretta e la lanciò nella pioggia. Logan non avrebbe potuto giurarci, ma gli era sembrato che la Steel avesse provato a centrare il giornalista di Sky News. Ma era troppo in alto per poter dire se l’avesse preso oppure no.

    L’ispettrice diede un altro morso al panino e masticò pensierosa. «Noi ci becchiamo un bell’omicidio succulento e Insch una montagna di merda». Si strinse nelle spalle. «Che ci vuoi fare, meglio lui che noi del resto, no?»

    «Per il nostro cadavere senza identità ho chiesto a quelli delle relazioni esterne di preparare dei volantini con la scritta Conoscete quest’uomo?», disse Logan. «E abbiamo già i risultati delle analisi sui vestiti fatte dalla scientifica».

    Seguì un lungo silenzio. Poi la Steel proruppe: «Be’, vuoi dirmi cosa dicono o no? Non vedi che ho da fare?». Si andò a sedere dietro la scrivania, mise i piedi sul tavolo, si accese un’altra sigaretta soffiando il fumo in alto, verso il soffitto.

    «Va bene». Logan aprì il fascicolo e passò velocemente in rassegna i fogli per arrivare alle conclusioni finali. «Bla, bla, bla, eccoci: credono che il sangue sui vestiti e sulla coperta appartenga alla stessa persona. Il gruppo sanguigno coincide, ma il nostro aggeggio per l’analisi del DNA non funziona, quindi abbiamo dovuto mandare i campioni a Dundee per esserne certi. Sono abbastanza sicuri che sia tutto suo comunque».

    «Geni». Alzò gli occhi al cielo. «E ci dicono anche qualcosa che non sappiamo già?»

    «Hanno delle fibre della coperta in cui era avvolto, quindi se individuiamo dei sospetti possono procedere con gli esami di compatibilità, ma…».

    «Ma un corno! Sputa tutto quello che potrebbe davvero aiutarci a scoprire chi è il colpevole».

    «La lista del vestiti è interessante», disse Logan passandole il rapporto. La Steel lo lesse e lo rilesse più volte, la fronte corrugata.

    «Avanti allora, Miss Marple», gli disse dopo aver letto la relazione per la terza volta, «stupiscimi con la tua intelligenza».

    «Pantaloni, felpa e coperta. Non ci sono calzini, mutande, o un giubbotto. Non c’è traccia di effetti personali: chiavi, soldi, neanche un fazzoletto usato. Hanno spogliato e rivestito in fretta il corpo, gli hanno svuotato le tasche, l’hanno caricato in macchina e…».

    «Ma dai!». La Steel gli rilanciò il rapporto e aggiunse: «E grazie al cavolo che era nudo, non sodomizzi a morte qualcuno con i vestiti addosso, sbaglio?»

    «Ah, be’, no, credo di no…».

    L’ispettrice osservò per un istante la faccia imbarazzata di Logan, poi gli sorrise e disse: «Vedi, è per questo che mi pagano di più».

    «Ad ogni modo», Logan si sentiva diventare le guance rosse, «l’assassino molto probabilmente ha avvolto il ragazzo nella coperta per non sporcare la macchina di sangue, ma la coperta era impregnata, quindi il sangue deve aver sporcato comunque i sedili posteriori».

    «Ma saperlo non ci serve a un bel niente se prima non troviamo la macchina. Chiedi se si può fare qualcosa per la targa con la cassetta della sorveglianza. E organizza un briefing: un paio di dozzine di agenti, e tutti quelli che servono, sai come funziona. E poi avremo bisogno dell’HOLMES³ e di una sala di coordinamento indagini, e…», corrugò la fronte, «…di cosa mi sto dimenticando?».

    Logan sospirò, come al solito il lavoro toccava tutto a lui. «Il comunicato stampa».

    «Ecco!», esclamò sorridendo. «Il comunicato stampa. E visto che ci sei, vedi se possono darci uno spazio nei notiziari; ci schiafferemo la foto della vittima con un numero di telefono a cui chiamare. Io parlo con la ragazza delle previsioni del tempo…». Per un istante l’ispettrice guardò felice nel vuoto, poi tornò alla dura realtà. «Devo fare delle telefonate», disse scacciandolo con la mano. «Vai, sciò, fuori, vattene, sparisci. Vai al diavolo».

    Logan prese la sua mezza tazza di tè e se ne andò.

    ³ Acronimo che volutamente ricorda il famoso investigatore e sta per Home Office Large Major Enquiry System, letteralmente: Sistema Centralizzato del Ministero degli Interni per le Grandi Indagini (n.d.t.).

    4

    Quindici e ventinove, un parcheggio di Brimmond Hill. Alfa Nove Sei inchiodò tra due enormi pozze d’acqua, i tergicristalli al massimo contro la pioggia battente. La cima della collina era coperta da nuvole basse, la ginestra, l’erica, e la felce erano sferzate dal vento e grondanti di pioggia. Il conducente tirò il freno a mano. «Che ne pensi?»

    «Carta, forbici, sasso?»

    «Ok… Mor-ra ci-ne-se… merda». Uno sguardo accigliato all’acquazzone che imperversava fuori dal parabrezza. «Facciamo a chi ne vince tre di fila?»

    «No».

    «Ok, ok… ’fanculo…». L’uomo al volante aprì la portiera, il crepitio della pioggia invase l’abitacolo soffocando il chiacchiericcio costante della radio. Indossava un impermeabile; alzò il bavero, tirò il cappello giù fino alle orecchie, saltò fuori dalla macchina bestemmiando e corse dall’altra parte della strada – cercando di evitare le pozzanghere – verso i resti di una macchina andata a fuoco.

    L’agente seduto sul sedile del passeggero dell’autopattuglia abbassò metà finestrino e gridò: «Allora?».

    L’altro accese la torcia borbottando e sbirciò nella carcassa carbonizzata. Poco da vedere: lo scheletro dei sedili con le intelaiature incrostate di cenere grigia e nera, il cruscotto accartocciato in un pezzo di metallo informe, le ruote ormai ridotte a grumi di gomma vetrificata. Parabrezza e finestrini completamente andati. L’agente ispezionò meglio l’interno dell’auto col fascio di luce della torcia, non si poteva mai sapere. Qualsiasi cosa avesse contenuto era andata distrutta.

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