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Teorema mortale

Teorema mortale

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Teorema mortale

Lunghezza:
378 pagine
4 ore
Pubblicato:
May 11, 2020
ISBN:
9788835825586
Formato:
Libro

Descrizione

La filosofa Metella Murena, studiosa delle dottrine pitagoriche, muore per una bevanda avvelenata. Sembra un suicidio ma suo padre, il senatore Manlio Murena, non ci crede e chiede alla magistratura di indagare. Le indagini del pubblico ministero portano a un nulla di fatto e viene chiesta l’archiviazione del caso. Manlio Murena non si rassegna e si rivolge all'avvocato Lucio Cotta che, fra le carte della filosofa morta, scopre un misterioso quaderno nelle cui pagine Metella racconta di aver fatto una straordinaria scoperta: l’esistenza di un triangolo rettangolo nel quale - per qualche misteriosa ragione collegata alla concezione pitagorica dei numeri - il quadrato costruito sull’ipotenusa non è uguale alla somma dei quadrati costruiti sui cateti. Le misure del triangolo rettangolo che non ubbidisce al Teorema di Pitagora sono criptate in un enigma numerico collegato al Carme 5 di Catullo dedicato a Lesbia e l'avvocato Cotta intuisce che in esso si nasconde il nome dell'assassino di Metella. La trama si sviluppa a Roma, su un doppio binario temporale: ai nostri giorni e nel 44 A.C.
Pubblicato:
May 11, 2020
ISBN:
9788835825586
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Teorema mortale - Pasquale De Luca

TEOREMA MORTALE

di Pasquale De Luca

Prima edizione: novembre 2019

Tutti i diritti riservati 2019 ©BERTONI EDITORE

Via Giuseppe di Vittorio, 104 - 06132 Chiugiana  (Perugia)  

Bertoni Editore 

www.bertonieditore.com

info@bertonieditore.com    

È vietata la riproduzione anche parziale e con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la copia fotostatica se non autorizzata

Pasquale De Luca

TEOREMA

MORTALE

A Felice Conte

mio bisnonno materno

che il 29 Luglio 1961 lasciò la Terra

ma non il mio cuore.

Prologo

Il senatore Manlio Murena fissava il corpo della figlia composto nella bara, all'interno della cappella mortuaria dell'Ospedale San Camillo di Roma. Era un piccolo edificio a pianta ottagonale e la volta a crociera, dove venivano portati coloro che morivano durante il ricovero. Metella Murena era deceduta cinque minuti dopo l’arrivo al pronto soccorso a bordo dell’ambulanza chiamata dal marito che l’aveva trovata riversa sul pavimento, priva di conoscenza. 

Manlio Murena non staccava gli occhi dalla primogenita, avvolta in un abito di seta giallo che nascondeva i tagli dell’autopsia. I due addetti dell’impresa di pompe funebri che stazionavano ai lati del coperchio della bara appoggiato alla parete non davano segni di impazienza. In anni di lutto professionale avevano imparato a mantenere una compostezza inespressiva. Aspettavano che il vecchio concludesse il silenzioso commiato dal cadavere e che anche gli altri tre individui che erano dentro la cappella si decidessero a togliersi dalle palle.

Gaia Murena, di fianco al padre, lo guardava chiedendosi che senso avesse perdere tutto quel tempo a contemplare il manichino legnoso che un tempo era stato il corpo della sorella maggiore. Colei che aveva goduto il privilegio d’essere la prediletta di mamma e papà, prendendosi tutto il loro amore. Ma ora Metella non esisteva più. Era morta, per fortuna. Entro un’ora sarebbe stata sepolta sotto un metro di terra e col tempo le cose sarebbero andate a posto. Papà, come aveva scordato la mamma morta da dieci anni per un cancro al cervello, così avrebbe dimenticato Metella. Col tempo, sì, col tempo sarebbe successo. Papà avrebbe relegato la figlia morta in un angolino della mente, il suo ricordo si sarebbe fatto sempre più lontano, piccolo, sbiadito. Alla fine avrebbe realizzato di avere ancora una figlia viva. 

Dall’altro lato della bara, Tito Robore a capo chino fingeva di pregare sul cadavere della moglie mentre con la coda dell’occhio scandagliava le figure del suocero e della cognata. Un vecchio bastardo e una donna di trent’anni con il cervello di una adolescente, una bambina morbosamente gelosa della sorella maggiore. 

L’aspetto di Robore era dell’uomo affranto dal dolore, e un po’ soffriva davvero, tuttavia non era quello che si sarebbe potuto definire un vedovo inconsolabile. Non si trattava di aridità d’animo. Era semplice realismo. Lasciarsi andare alla disperazione sarebbe stata una cosa inutile, fondamentalmente stupida perché non sarebbe servita a riportare in vita Metella. Lei aveva deciso di porre fine alla propria esistenza e l’aveva fatto ingerendo una dose di veleno, amen. L’autopsia aveva stabilito che il veleno mortale era aconito, aggiunto a un succo di aloe, amen. Sua moglie si era suicidata, amen. Tanto valeva mettersi l’animo in pace e vaffanculo.

Questo era il passato. Una pietra sopra, già messa.

Poi c’era il presente, che si riduceva a quell’ipocrita serie di gesti, parole sottovoce e silenzi nei pressi del cadavere. Una sgradevole finzione collettiva che non sarebbe durata ancora a lungo.

Il vero assillo era il futuro che stava per arrivare. I problemi sarebbero scoppiati come bubboni subito dopo le esequie.

Attimo dopo attimo Tito Robore sentiva crescere dentro di sé la preoccupazione per le cose poco piacevoli che l’attendevano. I pettegolezzi della gente sul perché una donna di successo come la professoressa Metella Murena si fosse tolta la vita. Le occhiate furtive, le mezze parole e le allusioni che inevitabilmente sarebbero giunte da colleghi, conoscenti, vicini di casa e tutta la razzumaglia di gente che ha la disdicevole abitudine di intromettersi nei fatti degli altri invece che farsi strettamente i cazzi propri. 

La rogna peggiore, appostata come un arciere in agguato nel suo immediato futuro, era l’incompatibilità di carattere con il suocero e che Metella era per anni riuscita a neutralizzare. Ora sarebbe tornata a galla, avrebbe riacceso i contrasti e condotto alla resa dei conti. Dalla quale lui sarebbe uscito con le ossa rotte. Ci sarebbero state disastrose conseguenze per il suo lavoro di architetto. Il vecchio era vendicativo e l’avrebbe cacciato dallo Studio di Architettura Murena. Uno Studio professionale dove l’architetto Manlio Murena non aveva mai smesso di comandare come un tiranno, neppure dopo che era stato eletto al Senato della Repubblica Italiana e la politica l’aveva impegnato a tempo pieno. 

Ferma sulla soglia della cappella mortuaria, Cornelia Casta aveva da un pezzo smesso di fissare la bara con le spoglie mortali di colei che un tempo era stata la sua migliore amica. Per cercare di non pensare a tutte le volte che Metella l’aveva trattata con l’altezzosità che aveva tirato fuori negli ultimi anni, ora Cornelia guardava in alto. Esaminò con attenzione la volta a crociera con l'affresco di un cielo stellato incorniciato da coroncine di fiori alternate in successione regolare a figure geometriche piane e solide: triangoli, cerchi, cubi, pentagoni, sfere. Un’armonia euclidea di fronte alla quale anche una filosofa spocchiosa come Metella si sarebbe messa in ammirazione, pensò Cornelia e, proprio mentre si chiedeva quanto ancora sarebbe durato lo stato di quiete che s'era instaurato nell'ambiente, avvertì che le figure presenti cominciavano a rianimarsi.

Il senatore Murena si chinò in avanti, posò un bacio sulla fronte gelida di Metella prima di fare un passo indietro insieme a Gaia. I necrofori si mossero dalla parete, sollevarono il coperchio, lo calarono sulla bara e cominciarono a preparare l'occorrente per le operazioni di chiusura ermetica.

Manlio Murena fu inondato da una sensazione di svuotamento, i muscoli delle gambe si contrassero e per un attimo temette che le ginocchia lo abbandonassero facendolo cadere a terra. Un respiro profondo, un altro. Sentì di avere il controllo della posizione eretta, nonostante la vicinanza di Gaia che con quel suo stargli così appiccicata addosso gli aveva fatto quasi perdere l’equilibrio. La scostò da sé con un braccio. Si impettì. Guardò nell’ordine Tito Robore, Cornelia Casta, i due necrofori indaffarati attorno alla bara, il cielo stellato affrescato sulla volta. 

«Ho più di settant’anni» disse con un filo di voce. «Metella non ne aveva ancora compiuti trentotto. I figli non dovrebbero morire prima dei genitori».

Gaia tornò a farsi vicina al padre, si avvinghiò a lui. «Io non morirò prima di te, papà. Te lo giuro. Io non lo farò».

Manlio Murena si liberò di slancio dall’abbraccio della figlia. «Lo so».

Era il momento di uscire, là fuori stazionava una moltitudine di amici, parenti, parlamentari e compagni di partito del senatore, colleghi di Metella Murena e suoi allievi dell’Università di Roma La Sapienza. 

C’era anche una giovane donna di colore di nome Lycisca Okeke che lavorava come custode alla Facoltà di Filosofia dove la defunta era titolare della cattedra di Storia della Filosofia Antica. Lycisca voleva bene a quella professoressa che, al contrario di qualche altro docente, l’aveva sempre trattata con rispetto e gentilezza.

Mentre altri due addetti delle pompe funebri entravano a dare una mano ai colleghi impegnati con cacciavite elettrico, listelli di piombo e fiamma ossidrica a sigillare la bara, il padre, la sorellina, la migliore amica e il vedovo uscirono dalla cappella mortuaria. 

La folla di coloro che erano rimasti fuori si apriva al loro passaggio. Tutti gli sguardi si volgevano verso il senatore. Manlio Murena se ne accorse. Si fermò. Liberò il braccio che ancora una volta Gaia gli aveva imprigionato tra i suoi, la scostò di nuovo da sé. «Non c’è bisogno che tu mi sostenga».

«Credevo ti facesse piacere, papà».

Manlio Murena ignorò la delusione comparsa sul volto della figlia. Alzò una mano per indicare a tutti che si accingeva a parlare.

Attorno calò il silenzio, graffiato dal ronzio del cacciavite elettrico con cui, dentro la cappella, stavano assicurando con le viti il coperchio alla bara.

«Mia figlia è morta a causa di un veleno che non dà scampo. Metella amava la vita e chi ama la vita non se ne priva, perciò...» Fece una sosta per riprendere fiato e concluse: «Mia figlia è stata avvelenata».

Un brusio si levò dai presenti. Lycisca Okeke si fece il segno della croce e sussurrò il nome di Dio.

Tito Robore era arrossito di colpo. Una smorfia di stupore rabbioso gli percorse la faccia. Si sforzò di mantenere il controllo ma non riuscì a trattenersi. «Questa è una idiozia!» esclamò.

E si mosse allontanandosi.

Manlio Murena seguì con occhi di ghiaccio l’indegno marito di sua figlia che si dirigeva a passi rapidi verso il carro funebre, sul retro del quale l’autista era intento a preparare il vano di carico che avrebbe accolto il feretro e una quantità di corone di alloro, ghirlande e mazzi di fiori.

I quattro necrofori uscirono dalla cappella portando a spalla la bara di lucido mogano impreziosito di fregi di rame e si diressero verso il carro funebre con il portellone posteriore alzato. 

Manlio Murena levò lo sguardo verso la lapide in marmo sopra l'ingresso della cappella. C’era incisa la preghiera dell’Eterno Riposo:

REQUIEM AETERNAM, DONA EIS, DOMINE,

ET LUX PERPETUA LUCEAT EIS.

REQUIESCANT IN PACE. AMEN. 

Strinse le mani che si protendevano verso di lui, abbracciò coloro che gli si paravano davanti e tornò a guardare la lapide di marmo e la preghiera che conteneva.

… REQUIESCANT IN PACE. 

Roboanti parole di una formuletta consolatoria bella e inutile, pensò. Senza giustizia non vi è pace e nessuno, nemmeno Dio, potrà donare pace all'anima di Metella fintanto che non sarà stato scoperto e punito colui che le ha tolto la vita.

Verum est, pater, senza giustizia non c’è pace. Neppure per me.

Mia adorata figlia, non sono riuscito a fare nulla per proteggerti.

Come avresti potuto? Il veleno ha fatto scoppiare un incendio dentro il mio corpo e l’ha incenerito. L’oscurità ha inghiottito la luce intorno a me. La vita che mi donasti, non l'ho gettata via io... 

Lo so.

Qualcuno me l’ha sottratta.

Non ne ho dubitato neanche per un solo istante. Chi è stato ad avvelenarti?

Lo ignoro, pater. Dovrai scoprirlo tu.

Come posso riuscirci, filia mea?

Seguendo la via dei numeri.

È un enigma? 

No, è il cuore pulsante della meravigliosa dottrina pitagorica sui numeri.

Non riesco ancora a comprendere quello che vuoi dire, Metella, aiutami. Che cosa è la via dei numeri?

Pitagora insegna che tutte le cose posseggono un numero. Nulla possiamo conoscere senza quel numero e tutto possiamo conoscere grazie a quel numero.

Se tutte le cose hanno un numero… significa che anche la tua morte ha un numero?

Così è, la mia morte possiede un numero. Mors mea habet numerum suum e quel numero contiene il nome del mio assassino. Trovalo, pater dilectissimus, ti supplico.

Lo troverò.

Segui la via dei numeri, percorrila fino a quando non avrai trovato il numero della mia morte, ti supplico.

Lo troverò, figlia adorata.

Fa in modo che io abbia giustizia, ti supplico.

Troverò quel numero, Metella. Sugli dèi immortali, giuro che lo troverò.

Capitolo I

L’avvocato Lucio Cotta stava fumando una sigaretta, seduto al suo tavolo di lavoro. Fissava i due oggetti che aveva davanti: un libro e un documento di una sola pagina. Il libro era un saggio della filosofa Metella Murena intitolato La luminosa oscurità di Pitagora. Il documento, posato sopra una cartellina rossa, era un atto giudiziario su carta intestata della Procura della Repubblica di Roma con in calce la firma del pubblico ministero Nerio Corvino e quella dell’ufficiale giudiziario che l’aveva notificato all’avvocato da meno di ventiquattr’ore.

Il libro gli era stato regalato dal senatore Manlio Murena un paio di mesi prima quando, dopo avergli telefonato chiedendo un appuntamento urgente, gli era comparso davanti con in mano la copia della denuncia contro ignoti per l'omicidio di sua figlia che aveva presentato alla Procura della Repubblica all’indomani dei funerali.

«Mi aiuti a ottenere giustizia per Metella» aveva detto mentre il documento passava dalle sue mani a quelle dell’avvocato. 

Incredulo di fronte al tiepido interesse mostrato da Lucio Cotta che, data una lettura veloce alla denuncia, aveva scosso la testa in segno di diniego, il senatore gli aveva chiesto: «Cosa c’è che non va?»

«Nella forma, la denuncia è a posto».

«Significa che ha qualche difetto nella sostanza?»

«Non ho detto questo, senatore».

«Allora qual è la sua opinione?»

«Le opinioni sono aria fritta. La sola cosa certa è che lei deve avere pazienza».

«Non ne ho» aveva replicato Manlio Murena con una perentorietà che l’avvocato non aveva gradito perché stava a indicare una spiccata attitudine all'irragionevolezza. E dalla notte dei tempi l'irragionevole è il soggetto più inviso agli avvocati.

«Cerchi di farsela venire. Lei ha presentato denuncia, il pubblico ministero sta facendo le indagini. Se la morte di Metella non è stata un suicidio ma un omicidio, gli inquirenti lo accerteranno e il colpevole sarà scovato, arrestato e processato».

«Dio lo volesse, avvocato».

«Funziona così, senatore: si indaga su una morte, si capisce se è omicidio, si individua il probabile assassino, lo si arresta per evitare che scappi e lo si processa per dargli modo di difendersi. E, se si è preso il vero colpevole, alla fine lo si condanna».

«Posso fare qualcosa per aiutare la giustizia?» 

«Nulla di più di ciò che ha già fatto. Lei ha presentato una denuncia molto ben fatta, stilata con la dovuta precisione» aveva detto Lucio Cotta picchiettando la punta del dito indice sul documento. «Qui lei ha minuziosamente indicato nomi e cognomi delle persone che hanno incontrato sua figlia il pomeriggio della morte. È un’ottima base di partenza per gli inquirenti. Convocheranno queste persone per interrogarle una ad una. La verità verrà fuori».

«Sarà come dice lei, avvocato, ma non mi fido».

«Qual è il problema?»

«Io sono già stato convocato e interrogato dal pubblico ministero Corvino, pochi giorni dopo che avevo presentato la denuncia».

«È un fatto positivo».

«Dice?»

«Ovvio, dimostra che la Procura non ha perso tempo e si è messa subito a lavorare sul caso».

«Non è così» si era affrettato a controbattere Manlio Murena. 

Lucio Cotta aveva avvertito un crescente fastidio per l'atteggiamento del senatore, che pareva non essere disposto ad ammettere neppure le cose più evidenti. Però si era limitato a chiedergli: «Dubita delle capacità professionali del pubblico ministero?»

«Più che altro temo che non abbia molta voglia di lavorare a questo caso».

«Come può affermare una cosa del genere?»

«È semplice, avvocato: dal tipo di domande che mi ha fatto, dal tono della voce e dall'aria scoglionata che ha mantenuto per tutto il tempo, ho compreso che della morte di mia figlia non gliene importa nulla».

«Di sicuro il dottor Corvino non è un tipo dai modi cordiali».

«Me ne fotto della cordialità di Corvino, il punto è che lui è già convinto che si tratti di un suicidio e non farà nessuna seria indagine». 

«Il suo pessimismo è prematuro» aveva detto Lucio Cotta, ma il senatore sembrava non aspettasse altro.

«Lasci che le spieghi meglio, avvocato. Nel testo della denuncia, partendo dalla circostanza assodata che Metella non era il tipo di persona che si suicida, ho formulato una serie di deduzioni logiche: uno, chi non è tipo da suicidarsi, non si suicida; due, chi non si suicida, o muore per cause naturali oppure è vittima di omicidio; tre, Metella non si è suicidata e neppure è morta per cause naturali, dunque è vittima di un omicidio; quattro, quando avviene un omicidio, la Giustizia deve mettersi in moto e individuare, perseguire e condannare il colpevole; cinque, ...» 

«Conosco il contenuto della denuncia, senatore, l’ho appena letta qui davanti a lei» aveva replicato Cotta interrompendo quella sequela di affermazioni numericamente ordinate che stava cominciando a dargli sui nervi. 

«Invece il pubblico ministero non l’ha letta».

«Suvvia, senatore».

«Non mi crede? Glielo dimostro. Sa qual è la prima cosa che mi ha chiesto? Nutre sospetti verso qualcuno? Cristo, nella denuncia ho scritto chiaro e tondo di non avere alcun sospetto preciso e che la mia unica certezza è che Metella non si è suicidata! La domanda successiva è stata: sa chi siano le ultime persone che hanno incontrato sua figlia il pomeriggio della morte? A quel punto ho compreso che quello pseudointerrogatorio era una buffonata perché io nella denuncia avevo stilato un dettagliato elenco, con tanto di nomi e cognomi, delle ultime persone che avevano incontrato mia figlia il giorno della morte. Quella domanda insulsa era la prova evidente che Corvino non aveva letto la denuncia, non aveva degnato neppure di un’occhiata di sbieco la mia richiesta di giustizia. Ecco perché ho bisogno del suo aiuto, avvocato».

«Lei è arrivato a conclusioni affrettate» aveva detto Lucio Cotta e in tali parole il senatore aveva intravisto il pericolo di un imminente rifiuto da parte dell'avvocato, cosicché aveva insistito e insistito e insistito,

Fino a supplicarlo di accettare l’incarico. «Qualunque somma mi chieda per i suoi onorari, gliela verserò. Lei deve fare tutto il possibile affinché mia figlia abbia giustizia».

«Avere giustizia non dipende dall’entità degli onorari» aveva puntualizzato Lucio Cotta, «ma da una quantità di altri fattori, alcuni prevedibili e in parte dominabili. Molti incontrollabili e a volte perfino incomprensibili». E aveva aggiunto che, a parte i dubbi di un padre distrutto da dolore, dal testo della denuncia, a quanto gli era possibile comprendere dalla prima e rapida lettura che gli aveva appena dato, non emergeva un solo elemento che potesse far nascere il sospetto che la figlia non si fosse suicidata e che, invece, qualcuno l’avesse avvelenata. 

«Rilegga la denuncia, avvocato, si prenda tutto il tempo che le occorre. Gliela lascio».

«Lo farò» aveva detto Lucio Cotta, passando alla formulazione di un discorsetto finale per chiudere il punto: «Il suo convincimento che Metella non avesse alcun motivo per togliersi la vita non è sufficiente a rendere plausibile l’ipotesi che qualcuno l’abbia avvelenata».

«Non trova che sia un ragionamento valido?»

«Non basta. C’è bisogno di un movente, bisogna sempre partire da quello. Se qualcuno aveva interesse alla morte di Metella, allora, e solo allora, sarebbe logico ipotizzare che Metella non si sia tolta la vita. Non intendo scoraggiarla, senatore, ma solo farle capire la dolorosa inutilità delle conclusioni affrettate. Ascolti mio consiglio: si armi di santa pazienza e lasci lavorare gli inquirenti».

Manlio Murena aveva alzato le spalle, deluso e rassegnato ad accettare il consiglio di Lucio Cotta. «D’accordo. La prego comunque di fare tutto il possibile perché sia fatta luce solare sulla morte di mia figlia».

Luce solare.

Con notevole sollievo del senatore, Lucio Cotta aveva accettato di assumere l’incarico di avvocato del denunciante, mettendo bene in chiaro che ciò non avrebbe avuto immediate conseguenze di un qualche rilievo sulle indagini. Faceva solo in modo che ogni decisione del pubblico ministero, fosse positiva o negativa per le aspettative del senatore, sarebbe stata comunicata all'avvocato. 

Manlio Murena aveva firmato l’atto nel quale nominava Lucio Cotta come proprio difensore e questo gli aveva fatto venire un'aria un po’ meno cupa. 

Era stato subito dopo la firma della nomina che aveva donato all'avvocato una copia di La luminosa oscurità di Pitagora. 

«È il primo saggio filosofico di Metella» aveva detto mentre gli porgeva il volume. «Il primo e il più importante, perché le ha aperto la via di una rapida, brillante carriera universitaria. Quello di Metella è stato un cursus accademico breve ma prestigioso. S’è fatta presto una solida reputazione grazie alla pubblicazione di numerosi articoli e libri sui filosofi Presocratici che l’hanno fatta conoscere come una pensatrice di grande spessore. È stato il suo immenso talento a farle vincere, ancora molto giovane, il concorso per professore ordinario di Storia della Filosofia Antica all’Università di Roma La Sapienza...»

Nel rievocare le glorie accademiche della primogenita, a Manlio Murena si erano illuminati gli occhi. Un po’ di quella luce aveva continuato a brillare anche quando, alla fine del colloquio, aveva salutato l'avvocato e se ne era andato.

Lucio Cotta portò la sigaretta alle labbra, fece una tirata profonda, ricacciò il fumo dalle narici e dalla bocca. Guardò la copertina del libro. Il titolo era accattivante: La luminosa oscurità di Pitagora. 

Luminosa oscurità era un ossimoro, una figura retorica molto comune, come l’assordante silenzio delle polemiche politiche, il piccolo grande uomo del film con Dustin Hoffman, l’illustre sconosciuto che cazzeggia intervenendo nei dibattiti, la lucida follia che porta a gesti tragici, il morto vivente delle storie horror, la dotta ignoranza di Socrate.  

La luminosa oscurità di Pitagora era un testo di difficile lettura, adatto agli amanti delle astrazioni filosofiche. L’avvocato non l’aveva letto tutto ma la scorsa che gli aveva dato nei giorni successivi al primo incontro con il senatore Murena, era stata sufficiente a fargli capire un paio di cose a proposito di Metella Murena. La prima, che l’autrice era una studiosa preparata, scrupolosa, profonda. La seconda, che doveva essere anche una presuntuosa. In quel malloppo di oltre quattrocento pagine, dove sosteneva che il pensiero di Pitagora intorno al Cosmo e ai numeri era stato volutamente frainteso dalla maggior parte dei suoi interpreti, si permetteva di criticare con asprezza Platone e Aristotele, arrivando ad accusare quest’ultimo di aver mistificato le tesi pitagoriche al deplorevole scopo di poterle definire oscure e come tali irriderle nel Libro I della Metafisica, dove dipinge i Pitagorici come una setta di disonesti imbonitori. Invece lei, la giovane filosofa Metella Murena, al suo primo saggio, saliva in cattedra e pontificava urbi et orbi sulla luminosità della dottrina pitagorica secondo la quale 

TUTTO È NUMERO E

IL NUMERO È IL PRINCIPIO DI TUTTE LE COSE E

SENZA IL NUMERO NULLA PUÓ ESSERE.

Il libro era stato pubblicato una decina di anni prima e doveva avere riscosso un discreto successo dato che aveva avuto negli anni altre tre edizioni. La copia che il senatore Murena aveva regalato a Lucio Cotta era una ristampa della quarta edizione. Sull’ultima di copertina campeggiavano la sinossi del libro, una foto in bianco e nero dell’autrice e dieci righe di biografia.

Lucio Cotta indugiò a guardare la foto. Una bella donna sui trentacinque anni, capelli lunghi, appena mossi. Occhi grandi, penetranti. Le labbra semichiuse erano il sigillo d’un sorriso sfiorito prima di nascere. Doveva essere stata una donna dalla forte personalità. 

Una filosofa dalla mente matematica, l’aveva definita il padre mentre porgeva all’avvocato La luminosa oscurità di Pitagora.

Di lei si erano occupati con grande risalto i mass media, in un paio di occasioni. L’anno precedente, per la scoperta della dimostrazione di una singolare proprietà dei numeri pari che da centinaia di anni i matematici di tutto il mondo tentavano inutilmente di dimostrare. 

Tre mesi prima, per la sua tragica morte per avvelenamento.

Di lei si occupava anche il foglio adagiato sulla cartellina rossa, alla destra del libro. 

Sotto l’intestazione PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI ROMA, correvano una trentina di righe nelle quali il pubblico ministero Nerio Corvino spiegava che, dalle indagini effettuate, era risultato che la professoressa Metella Murena non era stata assassinata, come sospettato dal padre che aveva fatto denuncia perché l’Autorità Giudiziaria facesse piena luce sull’accaduto. La donna si era tolta la vita da sola ingerendo consapevolmente una bibita a base di aloe in cui lei stessa aveva inserito una quantità di estratto di aconito, un veleno mortale. Nell’ultimo paragrafo si leggeva: «Trattandosi di suicidio e non di omicidio, non c’è alcun assassino da perseguire. Per questi motivi, si chiede al Signor Giudice per le indagini preliminari di ritenere appurato che la professoressa Metella Murena si è semplicemente suicidata e, di conseguenza, emettere decreto di archiviazione per totale infondatezza della notizia di reato». 

SEMPLICEMENTE SUICIDATA. 

Come Cristo gli era venuto, al sostituto procuratore Nerio Corvino, di accostare l'avverbio SEMPLICEMENTE alla parola SUICIDATA? Forse Corvino lo intendeva come rafforzativo, per ribadire che non si trattava di un omicidio, ma l’espressione SEMPLICEMENTE SUICIDATA aveva qualcosa di cinico, di irriguardoso, di offensivo verso la povera professoressa che si era tolta la vita.

Certi magistrati hanno la sensibilità di un cinghiale imbalsamato, pensò Lucio Cotta. Sensibilità a parte, però, non si poteva negare

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