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Carosone 100: Autobiografia dell'americano di Napoli
Carosone 100: Autobiografia dell'americano di Napoli
Carosone 100: Autobiografia dell'americano di Napoli
E-book157 pagine1 ora

Carosone 100: Autobiografia dell'americano di Napoli

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Benvenuti sul pianeta del “carosuono”, nella leggenda del santo suonautore, nella storia dell’uomo che rinnovò la canzone napoletana e, quindi, italiana. Un napoletano che portò nel mondo degli anni ’50 la nostra canzone popolare, aprendola ai concitati ritmi americani, spingendola a reagire alla depressione del dopoguerra. Carosone cantò con leggerezza e ironia le storie del nostro Paese nelle sue composizioni realistico-surreali, mettendo insieme jazz, ritmica nordafricana, virtuosismi napoletani, pianismo e armonie strumentali regalandoci melodie ancora oggi inconfondibili, le più suonate, tra le italiane, nel mondo. Geniale innovatore, virtuoso armato di sorriso, Renato Carosone ha sancito un nuovo genere musicale attraverso la commistione di materiali sonori diversi e la capacità di metterli in scena come brandelli dell’umana commedia, precursore e maestro assoluto del teatro canzone. Ha così dato il via a una fortunata stagione della musica leggera italiana e ispirato diverse generazioni di artisti. A 100 anni dalla sua nascita riproponiamo oggi l’autobiografia del primo grande mito del cantautorato italiano, curata dal suo biografo Federico Vacalebre, ed arricchita da una prefazione inedita di John Turturro.

Renato Carosone (Napoli, 3 gennaio 1920 – Roma, 20 maggio 2001), nome d’arte di Renato Carusone, è stato uno dei più grandi musicisti italiani. Compositore, pianista, performer, le sue canzoni hanno rimodernato la canzone napoletana e, quindi, italiana. Nel 1959, al culmine della notorietà, decise di ritirarsi dalle scene, per tornare dal vivo e su disco dopo lungo tempo e solo sporadicamente. Lontano dal pubblico, si dedicò anche alla pittura, senza mai abbandonare i tasti bianchi e neri del suo pianoforte. Nel centenario della sua nascita si moltiplicano gli omaggi alla sua arte attualissima, tra musical che girano la penisola, tributi discografici e dal vivo, ipotesi di fiction... La leggenda dell’americano di Napoli è, insomma, più viva che mai: cantaNapoli, Napoli carosoniana.

Federico Vacalebre, napoletano, classe 1962, giornalista, musicologo, è il capo della redazione Cultura e Spettacoli de "Il Mattino". Biografo ufficiale di Renato Carosone, ha fondato il “Premio Carosone” e scritto libri, musical e documentari sul maestro, a cui ha dedicato anche mostre. Soggettista e sceneggiatore del pluripremiato film Passione di John Turturro, ha scritto libri su i Clash, Fabrizio De André, Pino Daniele, il fenomeno neomelodico, Rocco Hunt, Sergio Bruni.
LinguaItaliano
Data di uscita31 gen 2020
ISBN9788830617223
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    Carosone 100 - Renato Carosone

    Renato Carosone e Federico Vacalebre

    Carosone 100

    Albatros

    Gli Speciali

    Ebook

    © 2020 Gruppo Albatros Il Filo S.r.l. | Roma

    www.gruppoalbatros.com

    ISBN 9788830617223

    I edizione elettronica gennaio 2020

    A Lita, come sempre

    e alla memoria di Jean-Claude Izzo

    Si ringraziano tutti coloro che, con la loro testimonianza e il loro prezioso contributo, hanno permesso la realizzazione di questo volume.

    Dio creò la canzone.

    La impastò di lacrime e sangue

    e vi mescolò il riso per renderla morbida,

    vi aggiunse sofferenza e dolore di giornata,

    poi le ordinò di divertire.

    Leggenda maori

    Prefazione

    di John Turturro

    Non credo di sbagliarmi nel dire che Renato Carosone sia stato il primo rapper di tutti i tempi, anche se gli americani potrebbero risentirsi dello scippo di questo titolo, conteso per altro anche dai toaster giamaicani, a conferma di quanto le musiche di tutto il mondo possano assomigliarsi nell’esigenza di dire, di esprimersi, di raccontare il ritmo. Forse i tormentoni di Carosone non sono rap, non condividono le stesse radici da cui si è mossa la cultura hip hop, essendo invece un logico sviluppo di quanto la canzone napoletana classica aveva costruito fino a quel momento.

    Nel dopoguerra si percepiva fortissima l’esigenza di ballare, di dimenticare, di lasciarsi alle spalle il dolore sofferto, provato e causato dagli orrori ormai sotto gli occhi di tutti, ammesso che non lo fossero già prima. Le canzoni d’amore, di nostalgia e di sole nostro lasciano il posto alla commedia dell’arte, a ironiche macchiette napoletane che descrivono personaggi straordinari come gli americani di Napoli, i Toreri, i Sarracini. Questa nuova melodia di cui anche noi italoamericani siamo orgogliosi si mescola con i migliori suoni che arrivano dal resto del mondo: il jazz portato dall’armata americana e i V-Disc, come il boogie, i suoni latinoamericani, le suggestioni esotiche scoperte da Carosone in Africa.

    Nei titoli di testa di Passione, il mio film sulla canzone napoletana, avevo inserito una frase che diceva: «Ci sono posti dove vai una volta... e poi c’è Napoli». Ecco, durante quel viaggio, con l’aiuto di Federico Vacalebre, ho capito che ci sono canzoni che ascolti una volta... e poi ci sono quelle di Carosone. Attualissime nei testi –grazie a Nisa e Bonagura–, negli arrangiamenti –grazie a Gegè Di Giacomo e Peter Van Wood–, sono pastiglie di buonumore, perle di pianismo veloci come un mandolino, veraci come un ragù, internazionali come un marinaio.

    Ecco, la canzone napoletana ha girato tutto il mondo e continua ad essere cantata ovunque, penso a Pino Daniele, che di Carosone è stato il migliore e più importante erede. E della canzone napoletana, dopo i grandi classici che l’hanno resa celebre, Renato è ancora il cardine, il perno di una rivoluzione gentile, di un rinnovamento senza rotture ma non per questo meno sconvolgente. Purtroppo non ho avuto modo di conoscerlo personalmente, ma sono orgoglioso di avergli dedicato in Passione la «Caravan petrol» divisa con Fiorello ed Enzo Avitabile e la bellissima Maruzzella intonata da Gennaro Cosmo Parlato.

    Pensare che l’uomo che ha scritto questa grande bellezza avrebbe oggi cento anni ci dà conferma di quanto siano ancora giovani le sue canzoni e la sua arte.

    E FU SUBITO UN PIANOFORTE

    Sono nato il 3 gennaio 1920, con questa faccia un po’ così, quest’espressione un po’ così, questo naso triste come una salita, questi occhi allegri da italiano in gita. Oddio, non è che nella culla ci fosse il Renato di adesso e nemmeno quello degli anni d’oro (sì, lo so, si fa per dire, ma concedetemelo: ogni scarrafone è bello a mamma sua…), ma in qualche modo devo pure iniziare e farlo citando Paolo Conte mi sembra una buona maniera. Forse la migliore, in ogni caso la migliore che conosco.

    Dire quando sono nato, però, non risolve il problema. Adesso dovrei raccontarvi la mia infanzia, i miei primi anni in vico dei Tornieri, che oggi non esiste più, for ’a marina, a due passi da piazza Mercato, cuore di una Napoli popolare, stracciona eppure nobilissima. Come? E perché?

    Già, perché? Ammesso che abbia un senso un libro sul Carosone «artista» (che parolona!), come sostiene quel mattacchione dell’editore, perché sprecare carta (cioè alberi, quindi l’aria che respiriamo noi, che respireranno i nostri figli e i figli dei nostri figli...) per parlare di un bambino come tutti gli altri? A meno che non sia per l’amico singolarissimo che il bambino incontrò in quegli anni infantili, un amico destinato a influenzare tutta la sua vita e, forse, anche quella di qualcun altro: un malandato pianoforte verticale di marca francese, un Maubège, che mamma Carolina aveva avuto come dono di nozze dai suoi genitori.

    Quei tasti, quel suono, quel profumo di legno! Ne ero stregato: incuriosito e già innamorato, giravo intorno allo strumento per ore, incantandomi ad ascoltare mia madre che cantava accompagnandosi come sapeva. Era la prima compagnia d’arte varia della mia vita: con mamma e me c’erano i miei fratellini, Olga e Ottavio, ma soprattutto papà Antonio, che d’arte campava e faceva campare tutti noi, visto che lavorava al teatro Mercadante (al botteghino) e, quando ci riusciva, si improvvisava impresario teatrale. Il nostro tenore di vita era umile ma onesto (dopo Conte, cito Massimo Troisi, perché, se proprio devo impossessarmi di parole altrui, meglio usare quelle di chi stimo): a tavola primo, secondo e frutta non mancavano mai e, quanto al divertimento, lo assicuravano la possibilità di assistere alle prove degli spettacoli in scena nella sala di piazza Municipio e le serate in cui don Antonio impugnava il suo fido mandolino, un Gaetano Vinaccia, e ripassava il repertorio classico della canzone napoletana, con noi quattro a fargli da coro.

    Mia madre se ne andò quando avevo 7 anni e papà, ritrovatosi improvvisamente vedovo e ragazzo padre, fu costretto a occuparsi di noi tre orfani, preparandoci da mangiare e organizzando la vita domestica tra un sipario che si alzava e un incasso da ripartire. Non furono esattamente bei momenti: per un bambino è davvero difficile abituarsi all’idea della morte, soprattutto a quella della madre, e io cercavo mamma Carolina in ogni angolo della casa.

    Per fortuna c’era il piano, ormai diventato mia proprietà esclusiva: lo strimpellavo in maniera decente, dimostrando, come dicevano, una certa predisposizione per le sette note. Orgoglioso di me, papà decise di farmi prendere lezioni, un po’ per assecondare la mia e sua passione e, un po’, perché non si poteva mai dire, a Napoli tenere un mestiere può sempre tornare utile. Poco importava che il piano, alla faccia della marca francese che suonava così chic, facesse davvero schifo e che il cordone delle note basse, quando si ruppe, venisse sostituito con uno spago, perché solo quello passava il convento. Io non mi lamentavo: quello strumento scordato e male in arnese bastava e avanzava al piccolo Renato, diviso tra la scuola, il maestro Orfeo Albanese (fratello del soprano Licia) e i sempre più frequenti salti in teatro, un magico mondo che mi si schiudeva giorno dopo giorno. Dopo Albanese, studiai con Vincenzo Romaniello e, alla sua morte nel 1932, con la sua migliore allieva, Celeste Capuana, sorella di Franco, il direttore d’orchestra.

    Ma la vita aveva deciso di mettere ancor più alla prova la mia famiglia.

    Il Mercadante chiuse e papà si trovò da un giorno all’altro senza lavoro. Per noi la situazione cominciò a farsi critica: don Antonio si arrangiava come poteva, ma non di rado eravamo costretti a saltare il pasto o la cena, quando non entrambi.

    E qui torniamo al tempo speso, o «sprecato», come aveva detto qualcuno, sul pianoforte: a quel tempo avevo già firmato la mia prima composizione, Tricche tracche, come lascia capire il titolo solo il gioco rumoroso di un bimbo, per quanto precoce. Ma, forse, anche la sigla del mio destino. La scuola non mi piaceva, ero troppo attratto dalla musica e dalla polvere del palcoscenico, di cui avevo sentito il profumo in teatro con gli amici di papà: così, al secondo anno, lasciai l’istituto tecnico commerciale per incominciare a darmi da fare.

    Come? Bazzicando la Galleria Umberto I, per eccellenza luogo d’incontro e contrattazione del mondo dello spettacolo partenopeo. Qui si formavano e scioglievano compagnie di varietà, s’ingaggiavano e licenziavano cantanti e soubrette, si cercavano gli strumentisti necessari per formare complessini in occasione di battesimi, matrimoni, cresime...

    A sei anni

    A sette anni a lezione di musica da Orfeo Albanese

    Con papà Antonio, mio fratello Ottavio e mia sorella Olga

    Un universo a parte, il regno del café-chantant, dotato di regole e persino di una lingua propria, la parlesia, un gergo convenzionale ideato come strumento di autodifesa dai musici erranti dell’Ottocento, malvisti dal potere e perseguitati dalla polizia che, spesso, li usava come capro espiatorio accusandoli di ogni crimine. Storpiando le parole e aggiungendovi desinenze come «-esia», «-amma», «-ose», i signori della parlesia potevano conversare tra loro senza farsi capire da chi li ascoltava.

    Per cavarmela, anch’io dovetti imparare questo linguaggio, oggi riscoperto anche da Pino Daniele e dal contingente del neapolitan power: fumenza stava per

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