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Le impopolari verità sulle tasse e sulla spesa pubblica che i politici e la tv non raccontano
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E-book269 pagine3 ore

Le impopolari verità sulle tasse e sulla spesa pubblica che i politici e la tv non raccontano

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Le impopolari verità" è un saggio che spiega alcuni aspetti dell'attualità spesso al centro del dibattito in numerose trasmissioni televisive. Secondo l'autore gli attuali talk show politici non sono sufficienti a farsi un'idea precisa sulla effettiva realtà delle cose. Il mezzo televisivo, soprattutto per questioni di audience e di spettacolarizzazione, tende infatti ad assecondare gli umori popolari, affrontando le tematiche - specie quelle di carattere economico e finanziario - solo superficialmente senza smentire, quando necessario, i luoghi comuni. In queste pagine, quindi, vengono analizzati alcuni aspetti dell'economia e della politica italiana come la Spesa Pubblica, le Tasse, la Burocrazia, i Servizi Pubblici cercando di smentire la Vox Populi spesso infondata su questi aspetti. L'invito è quindi quello a consultare altre fonti, soprattutto documenti ufficiali e libri e a non affidarsi solo all'informazione televisiva. Il saggio contiene anche una "Breve Storia del Pensiero Economico" e riflessioni sul rapporto tra economia e società.

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LinguaItaliano
Data di uscita24 mar 2020
ISBN9788831664783
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    Le impopolari verità sulle tasse e sulla spesa pubblica che i politici e la tv non raccontano - Ettore Sabatino Paolino

    li­bro.

    INTRODUZIONE

    "Co­no­sce­re per de­li­be­ra­re"

    Pre­diche inu­ti­li,

    Lui­gi Ei­nau­di, 1964

    La mo­ti­va­zio­ne per cui ho de­ci­so di scri­ve­re que­sto li­bro è sta­ta la mia gran­de cu­rio­si­tà e la vo­lon­tà, co­me cit­ta­di­no-elet­to­re, di mi­glio­ra­re la qua­li­tà del­la no­stra de­mo­cra­zia. La de­mo­cra­zia-che è la for­ma di Go­ver­no co­mu­ne­men­te as­so­cia­ta ai mo­der­ni Sta­ti di Di­rit­to pro­gres­si­va­men­te e fa­ti­co­sa­men­te af­fer­ma­to­si ne­gli ul­ti­mi due se­co­li a par­ti­re dall'Il­lu­mi­ni­smo e dal­la Ri­vo­lu­zio­ne Fran­ce­se- è un pro­ces­so sem­pre in iti­ne­re fon­da­to sul­la par­te­ci­pa­zio­ne e, co­me tan­te al­tre co­se, non va ri­te­nu­ta de­fi­ni­ti­va­men­te ac­qui­si­ta. La de­mo­cra­zia va rin­sal­da­ta, ma­nu­te­nu­ta, rin­fo­co­la­ta, per cui il suc­ces­so, il man­te­ni­men­to e il po­ten­zia­men­to di es­sa di­pen­do­no fon­da­men­tal­men­te da noi cit­ta­di­ni. È quin­di no­stro com­pi­to eser­ci­ta­re al me­glio le fa­col­tà ad es­sa ine­ren­ti, co­me il di­rit­to di vo­to, orien­tan­do con­sa­pe­vol­men­te le po­li­ti­che pub­bli­che mo­ti­vo per cui ho de­ci­so di rac­con­ta­re il per­cor­so se­gui­to per rea­liz­za­re que­sto in­ten­di­men­to. Co­me di­ce­va Lui­gi Ei­nau­di, uno dei pa­dri del pen­sie­ro li­be­ra­le in Ita­lia: co­no­sce­re per de­li­be­ra­re. Pre­sup­po­sto fon­da­men­ta­le per eser­ci­ta­re al me­glio il no­stro di­rit­to-do­ve­re di vo­to è quel­lo di es­se­re ben in­for­ma­ti e que­sta co­sa, og­gi­gior­no, per una se­rie di ra­gio­ni non è per nul­la ba­na­le. La prin­ci­pa­le fon­te in­for­ma­ti­va sull'at­tua­li­tà po­li­ti­ca, an­co­ra og­gi che vi­via­mo nell'era di in­ter­net e dei so­cial net­work, ri­ma­ne la tv, se­gui­ta da­gli al­tri me­dia co­me in­ter­net, i gior­na­li, la ra­dio, i li­bri. An­che io, co­me gran par­te dei cit­ta­di­ni ita­lia­ni, per an­ni mi so­no in­for­ma­to prin­ci­pal­men­te at­tra­ver­so la tv se­guen­do il di­bat­ti­to po­li­ti­co vei­co­la­to dai talk di in­for­ma­zio­ne cre­den­do, stan­te l'ap­pa­ren­te plu­ra­li­smo dei ca­na­li e del­le re­ti, che que­sto fos­se il mo­do mi­glio­re di ac­qui­si­re le in­for­ma­zio­ni ne­ces­sa­rie per eser­ci­ta­re al me­glio il do­ve­re-po­te­re di orien­ta­men­to elet­to­ra­le sul­le po­li­ti­che pub­bli­che. In tv ve­de­vo i po­li­ti­ci sfi­la­re e sfi­dar­si nei di­bat­ti­ti, i con­dut­to­ri in­ter­vi­sta­re i per­so­nag­gi più im­por­tan­ti, ospi­ti e com­men­ta­to­ri al­ter­nar­si nei va­ri sa­lot­ti per sot­to­por­re a pres­san­ti in­ter­ro­ga­to­ri gli espo­nen­ti dei va­ri par­ti­ti. Que­sto sche­ma in­for­ma­ti­vo sem­bra­va ef­fi­ca­ce per in­ter­pre­ta­re cor­ret­ta­men­te gli in­ten­di­men­ti pro­gram­ma­ti­ci dei lea­der po­li­ti­ci e ve­ni­re co­sì a co­no­scen­za del­le lo­ro pro­po­ste cul­tu­ra­li sull'eco­no­mia e sul­le po­li­ti­che pub­bli­che. I con­dut­to­ri fa­ce­va­no da me­dia­to­ri e i lo­ro ospi­ti sce­glie­va­no gli ar­go­men­ti, pun­zec­chia­va­no i po­li­ti­ci, com­men­ta­va­no le lo­ro ri­spo­ste per in­for­ma­re al me­glio tut­ti noi cit­ta­di­ni elet­to­ri e te­le­spet­ta­to­ri. Da al­me­no una ven­ti­na d’an­ni i pa­lin­se­sti te­le­vi­si­vi so­no stra­pie­ni di pro­gram­mi del ge­ne­re, e i for­mat sem­bra­no es­se­re di­ver­si e plu­ra­li, co­sì co­me i con­dut­to­ri, gli ospi­ti e i te­mi trat­ta­ti. Ap­pa­ren­te­men­te il plu­ra­li­smo, l'ap­pro­fon­di­men­to e la cor­ret­ta in­for­ma­zio­ne sem­bra­va­no ga­ran­ti­ti per cui, per an­ni, fin dai tem­pi del­le tra­smis­sio­ni di Fu­na­ri, ho se­gui­to qua­si tut­te le tra­smis­sio­ni te­le­vi­si­ve che trat­ta­va­no i te­mi dell'agen­da po­li­ti­ca: Por­ta a Por­ta, Re­port, Pre­sa Di­ret­ta, Ot­to e mez­zo, Bal­la­rò, Non è l'are­na, le tra­smis­sio­ni di San­to­ro, quel­le di Del Deb­bio, di Ler­ner… Guar­dan­do tut­te que­ste tra­smis­sio­ni, e in­cro­cian­do­le tra lo­ro, ero con­vin­to di es­se­re un cit­ta­di­no in­for­ma­tis­si­mo e ri­te­ne­vo di aver ac­qui­si­to tut­to quel­lo che c'era da sa­pe­re per ap­pli­ca­re com­piu­ta­men­te il pre­cet­to di Lui­gi Ei­nau­di. Ov­via­men­te in­te­gra­vo tut­to quel­lo che ve­de­vo e sen­ti­vo con i gior­na­li, ma il gros­so del­la mia in­for­ma­zio­ne pro­ve­ni­va dal­la Tv. Poi, man ma­no che pro­ce­de­vo in que­sto per­cor­so, ho co­min­cia­to a ren­der­mi con­to che al­cu­ne co­se non qua­dra­va­no. Ho ini­zia­to a no­ta­re che nei di­bat­ti­ti gli ospi­ti - po­li­ti­ci, gior­na­li­sti, com­men­ta­to­ri - era­no qua­si sem­pre gli stes­si che sal­ta­va­no da un ca­na­le all'al­tro. Che le do­man­de, le ri­spo­ste e gli sche­mi del­le in­ter­vi­ste era­no più o me­no sem­pre quel­li. Che gli ar­go­men­ti ve­ni­va­no ap­proc­cia­ti sem­pre nel­lo stes­so mo­do, e che gli ospi­ti ri­spon­de­va­no al­le stes­se do­man­de sem­pre con gli stes­si slo­gan, con le stes­se fra­si fat­te, e fa­cen­do gli stes­si ge­sti. Per cui do­po an­ni tra­scor­si a nu­trir­mi pre­va­len­te­men­te di que­sto ti­po di in­for­ma­zio­ne, con la cer­tez­za di es­se­re uno tra i cit­ta­di­ni elet­to­ri più in­for­ma­ti d'Ita­lia, ho ini­zia­to a du­bi­ta­re e ad ana­liz­za­re me­glio, cer­can­do ri­scon­tri at­tra­ver­so al­tri ca­na­li in­for­ma­ti­vi, tut­to quel­lo che ap­pren­de­vo. E cam­bian­do me­to­do, ho sco­per­to che so­prat­tut­to la real­tà eco­no­mi­ca, che io da­vo per cer­ta, spes­so era com­ple­ta­men­te di­ver­sa da quel­la che ve­ni­va rac­con­ta­ta. All'ini­zio non riu­sci­vo a cre­de­re che ci po­tes­se es­se­re una di­scre­pan­za co­sì for­te tra quel­lo che ve­ni­va rac­con­ta­to e quel­lo che in ef­fet­ti si ri­ve­la­va es­se­re ma poi, ma­no a ma­no che ap­pro­fon­di­vo le que­stio­ni, le con­fer­me au­men­ta­va­no sem­pre. Per cui, nel mio nuo­vo per­cor­so di ap­pren­di­men­to, ho ini­zia­to non so­lo a in­qua­dra­re con oc­chi di­ver­si la real­tà, ma ho an­che ca­pi­to per­ché, su tan­ti im­por­tan­ti te­mi che ri­guar­da­no noi cit­ta­di­ni e la co­sa pub­bli­ca, esi­ste que­sta enor­me di­scre­pan­za tra quel­lo che ci vie­ne rac­con­ta­to in tv e quel­la che si ri­ve­la es­se­re la real­tà. Ho sco­per­to i li­mi­ti in­trin­se­ci del mez­zo te­le­vi­si­vo nel rac­con­ta­re cer­te co­se; i con­di­zio­na­men­ti ideo­lo­gi­ci e cul­tu­ra­li che ren­do­no in­com­ple­ta e par­zia­le l'in­for­ma­zio­ne me­dia­ti­ca main­stream; il for­mat sba­glia­to di cer­ti talk show, con de­ci­ne di ospi­ti che si ac­ca­val­la­no au­men­tan­do la confu­sio­ne in­ve­ce di chia­ri­fi­ca­re le que­stio­ni; i con­flit­ti di in­te­res­se, la ca­ren­za di for­ma­zio­ne eco­no­mi­ca di cer­ti con­dut­to­ri, e so­prat­tut­to il più gran­de con­di­zio­na­men­to che ren­de l'in­for­ma­zio­ne me­dia­ti­ca main­stream ina­dat­ta a vei­co­la­re, chia­ri­fi­ca­re, appro­fon­di­re a do­ve­re i prin­ci­pa­li te­mi al cen­tro del di­bat­ti­to: la ri­cer­ca dell'au­dien­ce ad ogni co­sto!

    Man ma­no che leg­ge­re­te que­ste pa­gi­ne vi sve­le­rò quel­lo che ho sco­per­to ap­proc­cian­do di­ver­sa­men­te al­cu­ni im­por­tan­ti te­mi eco­no­mi­ci al cen­tro del di­bat­ti­to pub­bli­co, co­me la spe­sa pub­bli­ca, le tas­se, i pub­bli­ci ser­vi­zi, i di­pen­den­ti pub­bli­ci. Ho scel­to le te­ma­ti­che di fi­nan­za pub­bli­ca mag­gior­men­te al cen­tro del di­bat­ti­to po­li­ti­co-me­dia­ti­co, ma lo stes­so me­to­do può es­se­re ap­pli­ca­to a tut­ti gli al­tri ar­go­men­ti di ca­rat­te­re so­cia­le e po­li­ti­co che so­no al cen­tro del­le que­stio­ni che ci ven­go­no pro­po­ste tut­ti i gior­ni.

    Il per­cor­so co­no­sci­ti­vo che ho in­tra­pre­so, met­ten­do da par­te l'in­for­ma­zio­ne main­stream spe­cie di stam­po te­le­vi­si­vo, è quel­lo di ap­pro­fon­di­re le que­stio­ni sen­za in­ter­me­dia­zio­ni me­dia­ti­che e po­li­ti­che, con­sul­tan­do so­prat­tut­to do­cu­men­ti uf­fi­cia­li, fa­cen­do raf­fron­ti quan­ti­ta­ti­vi per de­dur­ne del­le con­clu­sio­ni lo­gi­che, leg­gen­do li­bri di eco­no­mia, ma­ga­zi­ne, si­ti spe­cia­liz­za­ti su in­ter­net. L'in­ten­to è quel­lo di spro­na­re al­tri a fa­re lo stes­so sui te­mi da me trat­ta­ti e su tut­ti quel­li al cen­tro del di­bat­ti­to po­li­ti­co-me­dia­ti­co. A mio av­vi­so, e la mia espe­rien­za lo com­pro­va, que­sto me­to­do è l'uni­co per cat­tu­ra­re la real­tà fat­tua­le e co­glie­re a fon­do le prin­ci­pa­li que­stio­ni al cen­tro dell'agen­da po­li­ti­ca, rea­liz­zan­do co­sì il pre­cet­to di Lui­gi Ei­nau­di quan­do ope­ria­mo le no­stre scel­te, elet­to­ra­li e non. La real­tà po­li­ti­ca e so­cia­le na­tu­ral­men­te non è una scien­za esat­ta, si può leg­ge­re in va­ri mo­di a se­con­da del­le pro­prie sen­si­bi­li­tà idea­li, pe­rò, an­che in tem­pi di re­la­ti­vi­smo as­so­lu­to, nem­me­no la real­tà po­li­ti­co-so­cia­le (spe­cie quel­la cor­re­la­ta con la scien­za eco­no­mi­ca e sta­ti­sti­ca) sfug­ge al­la co­sid­det­ta ine­men­da­bi­li­tà, os­sia al­la pre­te­sa che noi dob­bia­mo ave­re di co­glier­la nel­la sua og­get­ti­vi­tà. Il mio per­cor­so co­no­sci­ti­vo può es­se­re in­tra­pre­so da chiun­que, non oc­cor­ro­no par­ti­co­la­ri com­pe­ten­ze e qua­li­tà per for­mar­si un'opi­nio­ne ve­ri­tie­ra, avul­sa dal­le par­zia­li­tà e dal­le ine­sat­tez­ze vei­co­la­te dai me­dia main­stream; oc­cor­re pe­rò in­ve­sti­re un po' di tem­po e di im­pe­gno per far­lo, per­ché vi­via­mo in una real­tà sem­pre più com­ples­sa e fram­men­ta­ta, fat­ta di tan­ti pro­ble­mi per ri­sol­ve­re i qua­li non esi­sto­no so­lu­zio­ni fa­ci­li o ba­na­li co­me in tan­ti vor­reb­be­ro far­ci cre­de­re. La po­li­ti­ca cer­ca di da­re del­le ri­spo­ste a tut­ti que­sti pro­ble­mi, ma que­ste ri­spo­ste le sug­ge­ria­mo noi cit­ta­di­ni elet­to­ri sia at­tra­ver­so il vo­to, sia at­tra­ver­so i son­dag­gi di opi­nio­ne che og­gi con­ta­no qua­si quan­to il vo­to ve­ro e pro­prio. Per orien­ta­re cor­ret­ta­men­te le so­lu­zio­ni po­li­ti­che tut­ti noi dob­bia­mo es­se­re più con­sa­pe­vo­li e par­te­ci­pi di quel­lo che ac­ca­de e que­sto, og­gi­gior­no, no­no­stan­te l'ab­bon­dan­za di in­for­ma­zio­ne che ci cir­con­da, è pa­ra­dos­sal­men­te mol­to più dif­fi­ci­le ri­spet­to ai tem­pi in cui di in­for­ma­zio­ne ce n’era di me­no. Per­ché tan­ta in­for­ma­zio­ne in real­tà è vi­zia­ta, è in­com­ple­ta, è so­lo ru­mo­re di fon­do e fra­stuo­no che na­scon­de la ve­ra real­tà del­le co­se. Quin­di, sta a noi di­sve­la­re la real­tà ''ve­ra'' at­tra­ver­so un'at­ti­vi­tà di do­cu­men­ta­zio­ne e di con­sul­ta­zio­ne di­ret­ta del­le fon­ti più af­fi­da­bi­li, co­me i do­cu­men­ti uf­fi­cia­li del­la Con­ta­bi­li­tà pub­bli­ca, l'Istat e l'Eu­ro­stat. In que­sto mo­do-sen­za ma­ni­po­la­zio­ni po­li­ti­che e sen­za le di­stor­sio­ni ge­ne­ra­te dai con­flit­ti di in­te­res­se che im­per­ver­sa­no in tut­to il mon­do dell’in­for­ma­zio­ne-tan­te co­se di­ven­ta­no più chia­re ed evi­den­ti au­men­tan­do la no­stra con­sa­pe­vo­lez­za sul­la real­tà fat­tua­le, con­sen­ten­do di di­fen­der­ci dal­le ma­ni­po­la­zio­ni po­li­ti­co-me­dia­ti­che e per­met­ten­do­ci co­sì di ope­ra­re scel­te mi­glio­ri raf­for­zan­do la qua­li­tà del­la no­stra de­mo­cra­zia.

    CAPITOLO I.

    LA SPESA PUBBLICA È TROPPO ALTA!

    ''Star­ve the bea­st'':af­fa­ma­te la be­stia! Ro­nald Rea­gan 1981

    Quan­te vol­te in tv, al­la ra­dio, par­lan­do e di­scu­ten­do con le per­so­ne del­la no­stra cer­chia so­cia­le di ri­fe­ri­men­to - ami­ci, pa­ren­ti, col­le­ghi, vi­ci­ni, co­no­scen­ti va­ri - ab­bia­mo udi­to que­sta af­fer­ma­zio­ne, che sem­bra es­se­re una ve­ri­tà apo­dit­ti­ca, una evi­den­za scien­ti­fi­ca in­con­tro­ver­ti­bi­le, un da­to che nes­su­no si so­gna di con­te­sta­re. Que­sta af­fer­ma­zio­ne, co­me le tan­te al­tre che pro­vo a smen­ti­re in que­sto li­bro at­tra­ver­so un ap­proc­cio scien­ti­fi­co-quan­ti­ta­ti­vo, è or­mai di­ven­ta­ta una sor­ta di ri­fles­so pa­vlo­via­no! In pra­ti­ca, ogni vol­ta che ven­go­no ci­ta­te la spe­sa pub­bli­ca e le tas­se con ri­fe­ri­men­to al no­stro Pae­se, l'idea pre­va­len­te, vei­co­la­ta da de­ci­ne di in­chie­ste te­le­vi­si­ve in tut­te le sal­se, e da cen­ti­na­ia di ar­ti­co­li che ap­pa­io­no pe­rio­di­ca­men­te sui prin­ci­pa­li quo­ti­dia­ni main­stream - per esem­pio il Cor­se­ra - è che so­no en­tram­be ec­ces­si­ve e che an­dreb­be­ro dra­sti­ca­men­te ri­dot­te per ri­met­te­re a po­sto le fi­nan­ze pub­bli­che e per far ri­par­ti­re la cre­sci­ta eco­no­mi­ca. Que­sti so­no i po­stu­la­ti di ba­se pre­li­mi­na­ri a qual­sia­si al­tro ra­gio­na­men­to sull’eco­no­mia ita­lia­na, e ap­pa­io­no co­sì ov­vi e scon­ta­ti che or­mai so­no di­ven­ta­ti un luo­go co­mu­ne. Il di­bat­ti­to me­dia­ti­co-po­li­ti­co odier­no è pre­va­len­te­men­te in­cen­tra­to sul­lo sto­ry­tel­ling, os­sia sul rac­con­to che cia­scu­na par­te po­li­ti­ca fa del­la real­tà so­cia­le (in­di­pen­den­te­men­te dall’og­get­ti­va cor­ri­spon­den­za tra il rac­con­to e la real­tà), ed è pe­san­te­men­te con­di­zio­na­to dai son­dag­gi e da­gli umo­ri po­po­la­ri, e la tv si guar­da be­ne dal met­te­re in di­scus­sio­ne tut­to ciò che è da­to per scon­ta­to. Co­me di­ce­va il gran­de scien­zia­to Al­bert Ein­stein, è più fa­ci­le fran­tu­ma­re un ato­mo che un luo­go co­mu­ne! In ra­gio­ne di ciò l'in­for­ma­zio­ne po­li­ti­ca in te­le­vi­sio­ne mi­ra, tran­ne po­che ec­ce­zio­ni, non al­la qua­li­tà e al­la com­ple­tez­za dell’in­for­ma­zio­ne - il che im­pli­che­reb­be un’ana­li­si cri­ti­ca e la mes­sa in di­scus­sio­ne dei luo­ghi co­mu­ni - ma al­lo share e agli ascol­ti, per cui so­ven­te ac­ca­de che gli as­sun­ti di ba­se che si so­no se­di­men­ta­ti pres­so la pub­bli­ca opi­nio­ne, in­ve­ce di es­se­re mes­si sot­to la len­te e chia­ri­fi­ca­ti, ven­ga­no pas­si­va­men­te ali­men­ta­ti. Quin­di, nel mo­men­to in cui, per di­ver­se ra­gio­ni, si so­no for­ma­ti dei luo­ghi co­mu­ni pres­so la pub­bli­ca opi­nio­ne - la spe­sa pub­bli­ca è fuo­ri con­trol­lo, le tas­se so­no al­te, i di­pen­den­ti pub­bli­ci so­no trop­pi e fan­nul­lo­ni - la mag­gior par­te dei for­mat tv si ade­gua ad es­si e li am­pli­fi­ca. Per cui, spe­cial­men­te og­gi­gior­no, in un mon­do in cui il vo­to è mol­to flui­do do­po il crol­lo del­le gran­di ideo­lo­gie di mas­sa, per pau­ra di per­de­re il con­sen­so pra­ti­ca­men­te nes­sun po­li­ti­co di al­cu­no schie­ra­men­to osa met­te­re in di­scus­sio­ne que­sti due as­sun­ti di ba­se che la com­mu­nis opi­nio con­si­de­ra scon­ta­ti: le tas­se e la spe­sa pub­bli­ca in Ita­lia so­no ec­ces­si­ve e van­no ta­glia­te! In ra­gio­ne di ciò pra­ti­ca­men­te tut­ti i par­ti­ti po­li­ti­ci im­per­nia­no le lo­ro agen­de di po­li­ti­ca eco­no­mi­ca sul­la ri­du­zio­ne del­la spe­sa pub­bli­ca e del­le tas­se. Per­si­no i par­ti­ti di si­ni­stra, una vol­ta ten­den­zial­men­te fa­vo­re­vo­li al­la tu­te­la del­la Co­sa Pub­bli­ca, og­gi met­to­no la ri­du­zio­ne del­la spe­sa pub­bli­ca e del­le tas­se al cen­tro del­la lo­ro pro­po­sta po­li­ti­ca. Si ve­da­no, per esem­pio, le ul­ti­me po­li­ti­che adot­ta­te dal cen­tro-si­ni­stra a gui­da ren­zia­na: abo­li­zio­ne del­la tas­sa sul­la ca­sa - per an­ni il ca­val­lo di bat­ta­glia di Ber­lu­sco­ni - e tol­le­ran­za ver­so l'eva­sio­ne fi­sca­le con con­do­ni e in­nal­za­men­to del tet­to per l'uso del con­tan­te. Que­ste scel­te, a mio av­vi­so, so­no una del­le tan­te ra­gio­ni che spie­ga­no, un po' in tut­to il mon­do, il de­cli­no del­la si­ni­stra.

    Ma an­dia­mo con or­di­ne e co­min­cia­mo a ve­de­re, par­ten­do dal­la spe­sa pub­bli­ca, co­me stan­no real­men­te le co­se. L'ap­proc­cio che io ho adot­ta­to - che è quel­lo più lo­gi­co trat­tan­do­si di gran­dez­ze di fi­nan­za pub­bli­ca mi­su­ra­bi­li quan­ti­ta­ti­va­men­te - per ve­ri­fi­ca­re la ve­ri­di­ci­tà di que­ste due af­fer­ma­zio­ni è di ti­po quan­ti­ta­ti­vo: se si so­stie­ne che la spe­sa è al­ta, oc­cor­re ana­liz­za­re i da­ti che quan­ti­fi­ca­no la spe­sa; e com­pa­ra­re que­sti da­ti con quel­li de­gli al­tri Pae­si eu­ro­pei per va­lu­ta­re se la no­stra spe­sa pub­bli­ca è in li­nea con es­si, op­pu­re se è ve­ra­men­te so­vrab­bon­dan­te co­me il co­ro una­ni­me so­stie­ne.

    Bre­ve sto­ria del­la Spe­sa Pub­bli­ca

    La spe­sa pub­bli­ca, se­con­do la de­fi­ni­zio­ne di Wi­ki­pe­dia, in­di­ca il com­ples­so di de­na­ro di pro­ve­nien­za pub­bli­ca che vie­ne uti­liz­za­to dal­lo Sta­to in be­ni pub­bli­ci e/o ser­vi­zi pub­bli­ci fi­na­liz­za­ti al per­se­gui­men­to di fi­ni pub­bli­ci, in­di­pen­den­te­men­te dal­la na­tu­ra (pub­bli­ca o pri­va­ta) dell'ob­bli­ga­zio­ne che ne è ti­to­lo. In sol­do­ni, la spe­sa pub­bli­ca rap­pre­sen­ta il com­ples­so del­le usci­te in de­na­ro del­lo Sta­to per man­te­ne­re i be­ni pub­bli­ci ed ero­ga­re i ser­vi­zi pub­bli­ci ai cit­ta­di­ni. In que­sto pa­ra­gra­fo trat­teg­gio una bre­ve sto­ria del­la spe­sa pub­bli­ca in Ita­lia che è uti­le co­no­sce­re per ca­pi­re il per­cor­so che ci ha por­ta­to fi­no ad og­gi e ra­gio­nar­ci so­pra.

    La spe­sa pub­bli­ca, il suo li­vel­lo e la sua com­po­si­zio­ne rac­chiu­do­no gli ele­men­ti es­sen­zia­li del­le scel­te ef­fet­tua­te nel­la sto­ria di una na­zio­ne. Il li­vel­lo del­la spe­sa pub­bli­ca ri­flet­te la strut­tu­ra e il mo­del­lo di una co­mu­ni­tà po­li­ti­ca or­ga­niz­za­ta sot­to for­ma di Sta­to. In par­ti­co­la­re, do­po il pe­rio­do de­gli Sta­ti mo­nar­chi­ci as­so­lu­ti del XVI e del XVII se­co­lo, sto­ri­ca­men­te co­min­cia­no a co­sti­tuir­si i mo­der­ni Sta­ti di di­rit­to che si af­fer­ma­no in Eu­ro­pa nel 1800, do­po la Ri­vo­lu­zio­ne Fran­ce­se. Que­sti Sta­ti era­no pre­va­len­te­men­te or­ga­niz­za­ti in­tor­no al mo­del­lo co­sid­det­to li­be­ra­le. Lo Sta­to a ba­se li­be­ra­le è con­si­de­ra­to uno stru­men­to che tu­te­la la li­ber­tà dei di­rit­ti de­gli in­di­vi­dui; inol­tre se l’uni­co sco­po del­lo Sta­to è di ga­ran­ti­re i di­rit­ti al­lo­ra do­vrà es­se­re uno Sta­to li­mi­ta­to, con un pe­ri­me­tro di azio­ne li­mi­ta­to al­le fun­zio­ni mi­ni­me, fon­da­men­ta­li: ga­ran­ti­re una pa­ci­fi­ca e or­di­na­ta con­vi­ven­za nel ri­spet­to del­le leg­gi e un eser­ci­to in ca­so di ag­gres­sio­ne ester­na. In pra­ti­ca, gli Sta­ti li­be­ra­li ot­to­cen­te­schi ga­ran­ti­va­no la pub­bli­ca si­cu­rez­za in­ter­na, la giu­sti­zia e la si­cu­rez­za ester­na. Ol­tre, na­tu­ral­men­te, al­le fun­zio­ni am­mi­ni­stra­ti­ve per la ge­stio­ne e il man­te­ni­men­to del suo ap­pa­ra­to bu­ro­cra­ti­co, e qual­che fun­zio­ne re­la­ti­va al­le ope­re pub­bli­che, ai tra­spor­ti e al­la sa­ni­tà. Nel­lo sta­to li­be­ra­le era­no com­ple­ta­men­te as­sen­ti quel­le fun­zio­ni che so­no poi pro­gres­si­va­men­te - a par­ti­re dal­la fi­ne del 1800 - di­ven­ta­te ap­pan­nag­gio dei mo­der­ni Sta­ti a ba­se so­cia­le: pre­vi­den­za so­cia­le, as­si­sten­za, sa­ni­tà, scuo­la, tra­spor­ti ec­ce­te­ra. La man­can­za, ne­gli Sta­ti a mo­del­lo li­be­ra­le, di tut­te que­ste im­por­tan­ti pre­ro­ga­ti­ve ren­de­va pos­si­bi­le un pre­lie­vo fi­sca­le e un li­vel­lo di spe­sa pub­bli­ca mol­to li­mi­ta­ti; in­fat­ti, co­me si può de­su­me­re dal­le se­rie sto­ri­che pub­bli­ca­te dal­la Ra­gio­ne­ria del­lo Sta­to¹, il li­vel­lo del­la spe­sa pub­bli­ca in Ita­lia dal 1870 al 1913 era in­tor­no al 15% del Pil, idem in qua­si tut­ti gli al­tri Pae­si eu­ro­pei.

    Poi, a par­ti­re dal XX se­co­lo, la spe­sa pub­bli­ca è au­men­ta­ta con­si­de­re­vol­men­te e in ma­nie­ra ge­ne­ra­liz­za­ta in tut­ti i Pae­si eu­ro­pei ed ex­traeu­ro­pei eco­no­mi­ca­men­te ege­mo­ni, in­di­pen­den­te­men­te dal­le dif­fe­ren­ze isti­tu­zio­na­li e di con­te­sto. Que­sto per­ché in quel pe­rio­do, du­ran­te la ri­vo­lu­zio­ne in­du­stria­le, nac­que­ro in Eu­ro­pa (sto­ri­ca­men­te le pri­me for­me di pre­vi­den­za ed as­si­sten­za fu­ro­no in­tro­dot­te dal can­cel­lie­re Ot­to von Bi­smarck nel 1883 in Ger­ma­nia) le pri­me, ru­di­men­ta­li for­me as­si­sten­zia­li e pre­vi­den­zia­li per i la­vo­ra­to­ri. Lo Sta­to co­min­cia­va a far­si ca­ri­co di fun­zio­ni nuo­ve che pri­ma non eser­ci­ta­va, e que­sto de­ter­mi­nò pro­gres­si­va­men­te un au­men­to sia del pre­lie­vo fi­sca­le sia del­la spe­sa pub­bli­ca.

    Per cui, nel pe­rio­do tra le due guer­re mon­dia­li e del­la gran­de de­pres­sio­ne, che han­no sti­mo­la­to po­li­ti­che espan­sio­ni­sti­che, è si­gni­fi­ca­ti­vo il pe­so del­la spe­sa pub­bli­ca sul Pil. Ne­gli an­ni Ven­ti fu­ro­no in­tro­dot­ti i pri­mi si­ste­mi di si­cu­rez­za so­cia­le e ne­gli an­ni Tren­ta in al­cu­ni Pae­si - in ri­spo­sta al­la mi­nac­cia del­le po­li­ti­che bel­li­che in Eu­ro­pa poi sfo­cia­te nel­la se­con­da guer­ra mon­dia­le - si e'̀ as­si­sti­to al­la cre­sci­ta del­la spe­sa mi­li­ta­re. Nel 1937 la spe­sa pub­bli­ca in per­cen­tua­le al Pil era del 31,1% per l’Ita­lia, del 23,1% per i Pae­si eu­ro­pei e il 22% per i Pae­si ex­traeu­ro­pei.

    La ter­za, im­por­tan­te fa­se ascen­den­te del­la spe­sa pub­bli­ca ini­zia nel do­po­guer­ra quan­do na­sco­no, un po’ in tut­ta Eu­ro­pa (ma la for­ma di Sta­to si mo­di­fi­ca an­che ne­gli Usa) i mo­der­ni Sta­ti so­cia­li fon­da­ti sul­le Co­sti­tu­zio­ni li­be­ral-de­mo­cra­ti­che che as­su­mo­no pro­gres­si­va­men­te sem­pre nuo­ve fun­zio­ni. Que­sto nuo­vo mo­del­lo di Sta­to co­sid­det­to in­ter­ven­ti­sta ha co­me obiet­ti­vo non so­lo quel­lo di ga­ran­ti­re la tu­te­la del­la pro­prie­tà e del­le li­ber­tà in­di­vi­dua­li, ma an­che e so­prat­tut­to quel­lo di pro­muo­ve­re il be­nes­se­re col­let­ti­vo e in­di­vi­dua­le dei cit­ta­di­ni, e la ri­du­zio­ne/eli­mi­na­zio­ne del­le di­su­gua­glian­ze. Per esem­pio, nel mo­del­lo scan­di­na­vo di Sta­to so­cia­le è no­ta l'espres­sio­ne: dal­la cul­la al­la tom­ba: ciò in­di­ca, con mol­ta en­fa­si, la na­tu­ra om­ni­com­pren­si­va di quel ti­po di Sta­to che, in con­trap­po­si­zio­ne al­lo Sta­to li­be­ra­le mi­ni­mo, si oc­cu­pa di qua­si tut­ti gli aspet­ti del­la vi­ta del cit­ta­di­no. Nel do­po­guer­ra, for­te del suc­ces­so avu­to nel con­tra­sta­re a li­vel­lo mon­dia­le la Gran­de De­pres­sio­ne de­gli an­ni Tren­ta, pren­de il so­prav­ven­to il mo­del­lo eco­no­mi­co key­ne­sia­no che pre­di­ca, in con­trap­po­si­zio­ne al­la scuo­la neo­clas­si­ca e li­be­ri­sta, un ruo­lo at­ti­vo del­lo Sta­to nell'eco­no­mia. Que­sto pa­ra­dig­ma vie­ne ap­pli­ca­to, an­che con mol­te for­za­tu­re, nel­la mag­gior par­te dei Pae­si oc­ci­den­ta­li, per cui il ruo­lo del­lo Sta­to nel­la vi­ta eco­no­mi­ca e so­cia­le si espan­de pro­gres­si­va­men­te. So­no gli an­ni in cui ven­go­no rea­liz­za­te mol­te na­zio­na­liz­za­zio­ni per­ché in­te­ri set­to­ri eco­no­mi­ci ven­go­no pub­bli­ciz­za­ti e pas­sa­no sot­to il con­trol­lo del­lo Sta­to. Per esem­pio il set­to­re ban­ca­rio, quel­lo elet­tri­co - in Ita­lia la na­zio­na­liz­za­zio­ne del­le re­ti

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