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Libro dei morti egiziano: Libro per uscire nel giorno

Libro dei morti egiziano: Libro per uscire nel giorno

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Libro dei morti egiziano: Libro per uscire nel giorno

Lunghezza:
909 pagine
6 ore
Pubblicato:
22 mar 2020
ISBN:
9788831427135
Formato:
Libro

Descrizione

Libro dei morti: raccolta di testi funerari di epoche diverse, contenente formule magiche, inni e preghiere che, per gli antichi egizi, guidavano e proteggevano l'anima (Ka) nel suo viaggio attraverso la regione dei morti. Secondo la tradizione, la conoscenza di questi testi permetteva all'anima di scacciare i demoni che le ostacolavano il cammino e di superare le prove poste dai 42 giudici del tribunale di Osiride, dio degli inferi. Questi testi indicavano inoltre che la felicità nell'aldilà dipendeva dal fatto che il defunto avesse o meno condotto una vita virtuosa sulla terra. Il libro dei morti si inserì in una tradizione di testi funerari che include i ben più antichi Testi delle piramidi, tipici dell'Antico regno (XXVII-XXII secolo a.C.) e Testi dei sarcofagi, appartenenti al Medio regno (XXI-XVII secolo a.C.), che erano appunto inscritti su pareti di camere funerarie o su sarcofagi, ma non su papiri.
Pubblicato:
22 mar 2020
ISBN:
9788831427135
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Libro dei morti egiziano - Pietro Testa

PIETRO TESTA

LIBRO DEI MORTI

EGIZIANO

Libro per uscire nel giorno

© Tutti i diritti riservati alla Harmakis Edizioni

Divisione S.E.A. Servizi Editoriali Avanzati,

Sede Legale in Via Volga, 44 - 52025 Montevarchi (AR)

Sede Operativa, la medesima sopra citata.

Direttore Editoriale Paola Agnolucci

www.harmakisedizioni.org

info@harmakisedizioni.org

I fatti e le opinioni riportate in questo libro impegnano esclusivamente l’Autore.

Possono essere pubblicati nell’Opera varie informazioni, comunque di pubblico dominio, salvo dove diversamente specificato.

ISBN: 9788831427135

© 2020

© Impaginazione ed elaborazione grafica: Leonardo Paolo Lovari

Non perseguitare

e non deridere mai un tuo simile per la sua religione.

Rispetta invece ciò in cui lui crede,

se vuoi che lui, in cambio, rispetti te.

Tecumseh (1768-1813. Tribù degli Shawnee

PREFAZIONE

Nell’antico Egitto la scrittura nasce come manifesto statale ¹ di azioni di particolare importanza. I primi manifesti ² sono espressioni dello Stato nascente e possono essere classificati come documenti di ricordo prospettivo nel senso che costituiscono un ricordo che, anche se passato, resta vivo nel presente e nel futuro, divenendo quindi memoria culturale. Abbiamo così l’avvio dell’annalistica, della storiografia e, nello stesso tempo, dell’arte figurativa e architettonica che hanno lo scopo, queste due ultime, di rendere visibili volumi e spazi sacri, espressioni della durata temporale di avvenimenti di fronte alla comunità e al mondo divino. Volumi, spazi, monumenti sono in pietra, sinonimo di garanzia per il tempo dell’eternità.

In questo insieme sboccia la scrittura geroglifica che, per la sua natura, è un’arte figurativa e che, essendo applicata al monumento, diventa sacra. In questo modo la scrittura è eterna ed esprime il binomio Stato e eternità (= immortalità). Lo Stato non assicura solo l’ordine, la giustizia e la tutela del popolo ma gli rende possibile, sua previa autorizzazione, l’immortalità. Se un privato vuole erigere una stele a suo ricordo, se desidera un bel sarcofago per la propria tomba, deve ricorrere agli artigiani. Poiché questi sono monopolio statale, lo Stato concede il loro utilizzo al privato, avendo così una visione dell’identità collettiva e garantendo una memoria sociale del defunto.

In questo modo si apre la possibilità di un collegamento con i posteri attraverso i secoli, collegamento corrispondente all’eternità e quindi alla memoria singola che, moltiplicata per il numero dei costituenti il gruppo sociale, diventa memoria collettiva; non solo, ma anche culturale, poiché è ricordo delle esperienze di ogni individuo che, fissate nella scrittura, restano come segno indelebile nello scorrere del tempo.

Logicamente, la scrittura non resta confinata solo nel campo monumentale, ma si esprime anche nella sfera quotidiana. Qui assume il vero carattere di scrittura nei suoi vari stadi grafici: semplificata, ieratica e demotica.

La differenza tra i due tipi di scritture è che quella monumentale non cambia nel tempo, mentre quella quotidiana, l’abbiamo accennato, varia nelle epoche. Mentre la prima è l’espressione di avvenimenti spesso ripetitivi (data la natura dello Stato) la seconda apre uno spaccato sull’umanità della società dell’antico Egitto che, mutatis mutandis, aveva gli stessi nostri problemi base.

Vi è però una terza sfera della scrittura, ed è quella magico-religiosa del mondo dei vivi e dell’aldilà. La scrittura, sia essa geroglifica semplificata, ieratica o demotica, è usata per comporre libri di carattere religioso e magico. Dai Testi delle Piramidi, incisi sulle pareti degli ambienti interni delle piramidi della fine dell’Antico Regno, ai Testi dei Sarcofagi, scritti sulla superficie lignea delle bare del Medio Regno, al Libro dei Morti, scritto su papiro, ai vari componimenti come il Libro di ciò che è nella Duat, il Libro della Vacca Celeste, e altri che istoriano le pareti delle stanze della tombe reali del Nuovo Regno, ovunque regna la scrittura. Questa è una tastiera magica di figurine che, animate con timbro particolare della voce dell’officiante (lo leggeremo nei capitoli del libro) vivono per l’eternità. Si ha a che fare con un mondo di vibrazioni fonetiche e cromatiche (quando la scrittura è colorata) che vivranno in eterno nel mondo dell’aldilà, sullo stesso piano dell’entità ultraterrena del defunto e degli enti buoni o cattivi che popolano il mondo trascendente.

La scrittura geroglifica fissa anche la sfera mitopoietica. Qui entriamo in un dominio delicato che ha qualche punto in comune con il nostro modo di pensare, ma che pure è da esso differente: il pensiero speculativo.

La speculazione è un modo di conoscenza intuitivo che trascende l’esperienza tentando di spiegarla, unificarla e coordinarla, distinguendosi quindi dalla mera speculazione oziosa.

Nell’antico Egitto, e in genere nei popoli dell’antico Medio Oriente, la speculazione trovava illimitate possibilità di sviluppo, non essendo ristretta alla ricerca di una verità di carattere scientifico, e quindi disciplinato. Non esisteva una netta distinzione tra natura ed essere umano. I cosiddetti popoli primitivi e gli antichi consideravano l’essere umano come un tassello facente parte del regno della natura: due mondi non contrapposti e che non richiedevano distinti modi di conoscenza. Se per noi il mondo fenomenico è innanzitutto un che cosa?, per l’antico è un Tu.

Al primitivo il mondo circostante non appare inanimato, ma pieno di vita sprizzante dall’essere umano, dall’animale, dalla pianta, dal tuono, dal sole: in poche parole dai costituenti del regno della natura. Dinanzi a un fenomeno, l’uomo antico non dice cos’è? ma dice Tu: il Tu rivela l’individualità, le qualità e la volontà del fenomeno. In questa prospettiva il fenomeno diventa esperienza di una vita rispetto a un’altra, impegnando le facoltà dell’uomo in un rapporto reciproco.

Avviene che ogni esperienza di un Tu diventa individuale, e tali esperienze sono delle azioni che si configurano in narrazione: questa diventa un mito in luogo di analisi e conclusioni. Il mito non serviva a divertire né a spiegare determinati fenomeni, bensì a esporre certi avvenimenti in cui era impegnata l’esistenza stessa dell’uomo, la sua esperienza diretta di un conflitto di forze ostili e benefiche.

Le immagini del mito non sono metafora ma un velo accuratamente scelto per rivestire un pensiero astratto. Le immagini non sono separate dal pensiero, poiché rappresentano la forma in cui l’esperienza è diventata autocosciente.

Gli antichi, dunque, esprimevano il loro pensiero emotivo in termini di causa ed effetto, spiegando i fenomeni in un ambito temporale, spaziale e numerico. Gli antichi, si badi bene, sapevano ragionare logicamente, altrimenti non avremmo le grandi civiltà che conosciamo: semplicemente spesso un’attitudine puramente intellettuale male si adattava alle esperienze della realtà, senz’altro più significative.

Per l’uomo antico il contrasto tra realtà e apparenza non aveva significato. È il caso dei sogni, tenuti in grande considerazione, e di entità ibride e non, ispirate al dubbio dell’ignoto fisico. Lo stesso avveniva per una mancata distinzione tra mondo dei vivi e dei defunti, visto che i morti entravano nella realtà umana dell’angoscia, della speranza e del risentimento.

Su questa linea, operare è equivalente a essere. Il simbolo è fuso con il significato e un esempio può essere fornito dal nome della persona: il nome è la persona, è la sua carta d’identità, il microcosmo che contiene tutte le sue caratteristiche.

Questa breve esposizione è stata necessaria per comprendere in parte il Libro dei Morti degli antichi Egiziani. ‘In parte’ per due motivi: la nostra mentalità è distante parecchi millenni dal mondo dell’antico Egitto (sarebbe bene abbandonarla nella lettura del libro); alcuni riferimenti mitici contenuti nel documento sono troppo antichi e accennati per essere compresi in pieno. Per questa ragione la lettura del Libro dei Morti non è certo esaltante, ma piuttosto impegnativa, anche se la si può considerare, nella migliore delle ipotesi, sotto una luce di prosa o poesia.

Anche la traduzione di un componimento così vasto comporta non pochi problemi facilmente intuibili. A mio parere l’unica soluzione equa è stata quella di rendere una traduzione il più possibile letterale fornendo, là dove necessario, opportuni chiarimenti, note, excursus, o paralleli con testi anteriori più precisi.

Il papiro di Iuf-ankh non è un modello di correttezza ortografica essendo uno di quei manufatti ‘di serie’ e lo scriba che lo ha redatto o era un po’ ignorante o pensava ad altro o ha creduto di infilare varianti secondo il suo modo di intendere il documento originale da cui ha copiato, imbrogliando spesso i segni geroglifici. Apparentemente il lungo papiro sembra essere un capolavoro di precisione, ma è solo apparenza; di contro, è uno dei più completi.

Le stringhe geroglifiche sono state redatte con il software JSesh posto a disposizione GRATIS in rete da Serge Rosmorduc al quale va un ringraziamento particolare.

Infine il presente lavoro vorrebbe avere lo scopo di portare alla conoscenza dell’eventuale lettore un esempio completo di componimento funerario dell’antico Egitto, cardine fondamentale della sua speranza di continuazione della vita nel mondo da cui nessuno ritorna; in lingua italiana, idioma ancora semiconosciuto nel mondo culturale internazionale, poiché la traduzione dei testi geroglifici nella nostra lingua offre delle sfumature che, naturalmente, non sono apprezzabili in altri idiomi.

Pietro Testa

Napoli 2017

CAPITOLO 1

ORIGINI E GENESI

1.1. I Testi delle Piramidi.

I grandi re dell’Antico Regno fecero costruire per il loro riposo eterno le piramidi. Iniziando dalla piramide a gradoni del re Gioser (III dinastia) a Saqqāra e terminando con le piramidi della VI dinastia, questo tipo di tombe costituiva un segno tangibile della presenza terrena del sovrano defunto, un contenitore (virtualmente) sicuro per la conservazione del cadavere, una cristallizzazione di un progetto espresso nella pietra e frutto delle conoscenze tecniche e magiche di architetti e sacerdoti.

Parliamo dei complessi funerari di quell’epoca, poiché legati alla piramide erano il tempio funerario (per il culto), il corridoio ascendente (per il corteo funebre) e il tempio a valle (per la mummificazione). Queste opere, atte a sfidare l’eternità, erano l’espressione di una religione prevalentemente solare che, insieme alle tombe nobiliari (complessi funerari a mastaba) erano destinati ai sovrani e ai nobili dell’entourage reale.³

Formule funerarie incise sui sarcofagi dell’Antico Regno e su pareti delle camere tombali di mastabe già si presentano come retaggio di rituali che affondano le radici nella protostoria. I sarcofagi e le stanze funerarie delle piramidi della IV dinastia però sono privi d’iscrizioni.

Dobbiamo al re Unas (V dinastia) l’introduzione di un insieme di formule incise sulle pareti dell’anticamera e della cripta della piramide, insieme noto con il nome di Testi delle Piramidi. ⁴ A chi ha avuto la ventura di entrare nella piramide del re Unas e di osservare questo tessuto scrittorio, resta un senso di ammirazione e di leggero sgomento al cospetto della perfezione e dell’ampiezza precisa dell’esecuzione (Tavola 1).

corrispondente alla nostra stanza in senso metrico. Appare così la scrittura e la lingua geroglifica austera e asettica dell’Antico Regno, con quei segni decapitati o tagliati, poiché ritenuti nocivi per il defunto.

Sotto una veste apparentemente unitaria, questi Testi hanno un carattere molto vario. La redazione appartiene all’ambiente heliopolitano, dando preminenza alle forme solari Ra e Atum di Heliopolis. Ciò dimostra il percorso della storia egiziana di questo periodo in cui il clero heliopolitano condusse la sua campagna teologica a partire dalla III dinastia fino alle ferme posizioni nella IV e V dinastia.

Bisogna inoltre considerare quale peso abbia avuto l’opera del redattore nella composizione. L’analisi dei Testi ci mostra la loro disomogeneità nel significato rituale e nella data di composizione. Accanto a sezioni che fanno intuire un’origine (orale) predinastica, ve ne sono altre che, ignorando la situazione storica del periodo, alludono a regni separati e centri cultuali che con il tempo persero d’importanza. A fianco a testi indicanti l’ambiente menfita e quello proto dinastico, abbiamo allusioni a divinità che scomparvero in epoca storica.

Se la datazione delle singole stanze può ricondurre a usi rituali datanti il V e IV millennio a.C., è pur vero che si può facilmente osservare la libertà con la quale il redattore ha fuso formule e capitoli di diverso tipo. Inoltre la datazione dei passi è resa difficile dall’esame linguistico: a parte pochi casi, nel complesso la lingua corrisponde a quella usata nelle iscrizioni contemporanee.

Da tali considerazioni deriva che il materiale è stato messo insieme con criterio molto ampio. Ne risulta un complesso rituale funerario formato da testi di carattere privato, regale, di incoronazione, di festività religiose, di formule magiche, di allusioni mitologiche e paragrafi di natura molto complessa. Avviene così che il rito affianca alla parola un’azione spesso difficile da comprendere, ed entrambe hanno allusioni a richiami temporali apparentemente irrazionali. Ciò perché il rito ha valore in se stesso, fruito con immediatezza dai partecipanti e quest’utilizzo è spesso difficile da comprendere.

Come accennato prima, la lingua usata nei Testi è stringata: invocazioni, cadenze, allusioni e una riluttanza a un discorso chiaro rendono molto difficile la nostra comprensione. Spesso un’esposizione è ripetuta due o tre volte, ma in genere è l’ultima a essere relativamente chiara. Questa caratteristica non è una leziosità letteraria: probabilmente fornisce elementi ben precisi in un contesto cosmico o mitico. Non sono vezzi letterari neanche le ripetizioni di inni, di litanie, i giochi di parole, le allitterazioni: queste ultime non hanno nulla a che vedere con pretese poetiche o metriche, avendo lo scopo di penetrare nell’essenza delle cose. Ciò rivela fortemente l’importanza della parola sacra, magica e autonoma, spesso o quasi mai corrispondente a una formulazione verbale razionale.

Il contenuto dei Testi ha come attore principale il re defunto al quale è destinato un futuro ultraterreno diverso da quello dei suoi sudditi. Egli è un sovrano e, come tale, è sottratto a quell’aldilà sotterraneo in cui regna Osiride, patrono dei defunti. Il redattore dei Testi sembra ammettere con una certa riluttanza la presenza di questo dio. ⁵ Osiride è il sovrano defunto, padre di Horus, re dei vivi, per cui nei Testi si può rilevare la presenza di Osiride senza una precisa posizione rispetto alla sua escatologia.

Il re morto, oltre a essere distaccato dal popolo, è generatore di apprensione e di terrore nel cielo e fra le sue divinità. Egli è riverito, omaggiato e, al suo arrivo, alcune volte gli dei fuggono spaventati. Addirittura il sovrano in un caso ⁶ si nutre di essi, forse per assumere e assorbire la loro potenza ed essenza.

L’ingresso al firmamento offre sfumature e varianti: il sovrano vi è portato da taluni dei; è rapito da un turbine; è un fulmine; si assimila a volatili o insetti; appare come fumo o come belva; sale una grande scala protesa verso le stelle. Può diventare scriba del Sole o marinaio nella sua barca celeste, o il suo diritto è ratificato dal verdetto di un tribunale divino, concezione che, in epoche di diverse esigenze morali, troveremo nel capitolo 125 del Libro dei Morti.

In questo distacco del re dal mondo dei vivi, nel quale esercita sempre il suo potere (monumento, culto e memoria storica) s’intravede la religione egiziana più antica.

Gli dei locali e quelli universali sono rappresentati: siano essi in forma vegetale o animale, il carattere rituale dei Testi si avvicina a essi per mostrarne le qualità intrinseche della loro umanità. Rare sono le allusioni ad animali o alberi sacri, il che significa che già prima del periodo storico si era elaborato un pantheon in cui le divinità avevano caratteristiche etiche che le avvicinavano all’umanità assumendone aspetto e modi.

Sfuggono a quest’umanizzazione alcuni oggetti o feticci sacri, come il pilastro jed (Dd), la pietra benben, ecc. mantenendo però qualità divine spesso incomprensibili data la loro origine antichissima.

Le divinità entrano e agiscono nel mondo in base al loro mito: ciò che fecero una volta determina il modo del loro intervento giornaliero. Il mito è legato strettamente all’essenza del dio poiché deve essere compreso da chi lo recita e dal destinatario per il quale si legge. Dei riferimenti mitici presenti nei Testi ben pochi sono comprensibili. Il mito di Osiride, di Horus e Seth sono i più noti (anche per la loro risonanza storica nella religione). Sono assenti aspetti moralistici negli dei: ogni divinità ha diritto al culto e alla venerazione perché è una forza dagli aspetti imprevedibili e quindi è meglio ottenerne il favore.

Nel marasma di entità divine, gli unici dei soggetti a regolarità e universalità sono quelli cosmici: il sole nel suo aspetto trino (Khepri; Ra; Atum); Gheb, dio della terra; Nut, dea del cielo; Iside; Nephtis; Hathor; Nun, oceano primordiale; Shu, dio dell’aria, ecc. Oltre a essere legati fra loro da arcaici episodi mitologici, queste divinità sono raggruppate in genealogie ben definite: Ra (o Atum) è a capo e, attraverso la coppia Shu e Tefnut, i figli Gheb e Nut, i nipoti Osiride, Seth, Iside e Nephtis tende a offrire un modello per altre famiglie divine più complesse.

Si tratta delle Ogdoadi e delle Enneadi che forniscono dei sistemi ben definiti con speculazioni religiose diverse da quelle mitologiche.

L’Enneade (psDt) heliopolitana è preminente nei testi poiché il suo capo è la suprema entità solare, Ra o Atum-Ra. Egli è il dio creatore nella teologia di Heliopolis essendo uscito dal Nun (caos o liquido primordiale) e avendo creato, unendosi a se stesso, o masturbandosi, o espettorando, la prima coppia di dei, Shu (l’aria) e Tefnut (l’umidità). Inoltre nei Testi si rileva l’esistenza del caos personificato, oltre che dal Nun, anche da un’Ogdoade di entità inerti precedenti all’attività di Ra.

Per una relativa comprensione delle formule dei Testi va notato che all’epoca della loro redazione, se non prima, in Egitto vi era il fenomeno del sincretismo. Esso era il frutto dell’unità religiosa, politica e culturale del Paese agli albori della sua storia. Il culto degli dei locali, spesso predinastici, aveva subito un certo logorio a profitto delle grandi divinità cosmiche che poterono aumentare le tradizioni.

Si pensò di fondere le varie personalità divine: in questo modo gli dei più lontani potevano essere manifestazioni comuni della stessa divinità che poteva assumere le loro caratteristiche mitiche presentandosi nelle loro forme. Si perdono così i contorni definiti e distanti dei vari dei in un processo coraggioso e purificatorio di elementi primitivi delle entità più antiche, postulando un’unitarietà del concetto divino. Questo passo è l’anticipazione della nascita di un’esperienza religiosa più profonda che avverrà nel Medio Regno e si affermerà pienamente nel Nuovo Regno.

1.2. I Testi dei Sarcofagi

Abbiamo visto come la teologia heliopolitana fosse alla base delle credenze funerarie dell’Antico Regno e come avesse ispirato la maggior parte dei Testi delle Piramidi. Tuttavia in essi è presente la teologia osiriana.

La leggenda così umana di Osiride doveva prima o poi sovrapporsi alla teoria astratta del clero eliopolitano. Dalla V dinastia si nota sulle pareti delle tombe nobiliari la raffigurazione del pellegrinaggio a Abydos, città santa di Osiride in cui si trovava, secondo la tradizione, la tomba del dio.⁸ Il desiderio di farsi inumare presso Osiride lo troviamo già espresso in qualche caso nella IV dinastia. Se non era possibile essere sepolti in Abydos o avervi un cenotafio, si ebbe l’abitudine di fare erigere una stele nel santuario di Osiride onde porsi a diretto contatto con il patrono dei defunti.

La rivoluzione sociale che scoppiò alla fine dell’Antico Regno produsse in modo impressionante la crescita del culto di Osiride. La concezione antropomorfica della religione funeraria osiriana forniva al comune Egiziano l’ingresso a un aldilà più accessibile del dogmatismo astratto delle varie teologie.

Il trionfo completo di Osiride fu determinato anche dalla conquista del distretto tinita, in cui si trovava Abydos, da parte dei Tebani sotto il regno di Uah-ankh Antef II. Da quel momento la città, il santuario e la tomba del dio divennero un affermato centro di culto, essendovi tra l’altro la necropoli dei re dinastici tiniti.

Ogni anno a Abydos si celebravano grandi feste in onore del patrono: si trattava di veri e propri misteri con soggetto la passione di Osiride, dio assassinato dal fratello Seth, e poi resuscitato in un certo modo. Come per i Musulmani è d’obbligo e dovere almeno una volta nella vita il pellegrinaggio alla Mecca, così per gli antichi Egiziani era dovere fare almeno un viaggio a Abydos. Spesso nelle tombe del Medio Regno sono stati rinvenuti modellini d’imbarcazioni a vela, o rappresentazioni parietali, di questa navigata sul Nilo verso la città santa. Si usò farsi erigere nel santuario del dio una stele contenente una formula descrivente la buona accoglienza che era fatta al defunto nell’aldilà.

Cosa importante era che il trapassato, dopo essere stato giudicato da Osiride, fosse dichiarato giustificato (mAa-xrw, giusto di voce) e quindi ammesso a godere i benefici dell’altro mondo. Tale atto giuridico resta un punto cardine nella storia funeraria egiziana.

Se nell’Antico Regno la formula di offerta suonava "favore che il re concede, e Anubis (o Osiride) concede affinché esca la voce ⁹ per Tizio, ora si dice offerta che il re da a Osiride (o Anubis) affinché egli conceda delle offerte al ka di Tizio". Ciò significa che il re, anziché fare un’offerta al defunto insieme alla divinità, fa delle offerte al dio affinché questi possa detrarne una parte per il defunto: in pratica il sovrano intercede presso la divinità.

Ora, chiunque poteva permettersi un sepolcro decoroso fornito dell’occorrente reale e virtuale per un buon viaggio e permanenza nell’aldilà. Non mancava un bel sarcofago contenente una bara in cui andava la mummia.

È sulle casse lignee di questo periodo (raramente sui sarcofagi) che appare l’insieme non omogeneo di rituali, inni, preghiere, formulari magici compresa qualche figurazione: si tratta dei cosiddetti Testi dei Sarcofagi (Tavola 1). In genere la composizione non è molto dissimile dai Testi delle Piramidi ma, a differenza di questi, ogni formula è introdotta da un titolo. Il contenuto religioso è misto e, anche se è presente quello heliopolitano, il dio locale assume un rilievo particolare.

Una peculiarità è data da desideri e preoccupazioni terreni: il defunto desidera tornare sulla terra, alla famiglia, vuole una casa, un laghetto, un giardino. Fra le varie formule che si fondano sulla magia, sul rito e sull’etica umana, vi è un testo che esprime la concezione democratica sorta dalle ceneri dei valori e dalle tradizioni dell’Antico Regno ¹⁰

Io ho fatto 4 buone azioni nell’interno del portale dell’Orizzonte.

Io ho creato i quattro venti affinché ogni persona possa respirare nei suoi dintorni. È un’azione!

Io ho creato la grande inondazione affinché il povero sia potente come il grande. È un’azione!

Io ho creato ogni essere umano simile al suo secondo e non ho comandato che essi commettessero falsità. Ma è il loro cuore che ha spezzato ciò che io avevo detto! È un’azione!

Io ho fatto che i loro cuori non dimenticassero l’Occidente affinché fossero create le offerte degli dei distrettuali. È un’azione!

Il Creatore afferma l’eguaglianza originaria degli uomini ai quali egli ha concesso eguali possibilità in un mondo creato perfettamente, senza colpa né macchia. Se in esso è sorto il male, la colpa è del genere umano che trasgredì l’ordine divino.

Questo programma di liberté, legalité, fraternité egiziano è proclamato come fondamento di un nuovo ordine fondato su aria, pari opportunità, nutrimento e collegamento con i defunti e gli dei.

1.3. Il Libro dei Morti.

Dai testi di viatico scritti dentro le casse lignee del Medio Regno si passa a un più pratico mezzo di accompagnamento per il defunto nell’aldilà: il papiro. Un rotolo più o meno lungo sul quale, in modo alquanto eterogeneo, sono scritti i vari capitoli in colonne verticali accompagnate da relative vignette. Alcuni di questi manoscritti sono eseguiti in modo talmente attento e delicato da dare dei punti alle pergamene degli amanuensi medioevali.

Il rotolo di papiro era posto nella tomba in un ricettacolo della camera funeraria o ai piedi della bara o addirittura con la mummia. In un modo o nell’altro era un documento di guida e soccorso per il defunto nell’arduo viaggio verso l’aldilà.

I saccheggiatori arabi di tombe lo chiamarono kitāb el-maytīn, libro dei morti, nome convenzionale usato anche dagli egittologi. Il suo titolo originale invece è Formule per uscire di giorno, che suggerisce l’aspirazione del defunto a poter tornare a contemplare la luce diurna poiché, nonostante gli orizzonti dorati e promettenti dell’altro mondo, la luce solare e la vita erano unici in assoluto.

Il discorso sul Libro dei Morti è complesso non meno di quello sui Testi delle Piramidi e dei sarcofagi. La vera apparizione del Libro dei Morti su papiro avviene nel Nuovo Regno in cui si ha una mentalità e una cultura differente dalle epoche precedenti. Anche se i Testi delle Piramidi, dei Sarcofagi e il Libro dei Morti sono apparentati fra loro per medesima base magico-rituale, le tre raccolte non sono identiche, data la diversità di scelta dovuta a esigenze che hanno frammentato o ampliato i testi. Questo fenomeno si nota proprio nel Libro dei Morti: non ci si aspetti di trovare degli esemplari simili fra loro e codificati in un ordine immutabile.

La scelta dei capitoli e l’ordine in cui sono disposte le formule fanno sì che ogni volta si ha una raccolta differente. 165 capitoli sono presenti in un solo papiro di epoca tarda (tema di questo lavoro) ma nessun altro Libro ne contiene un numero completo, vuoi per esigenze delle varie epoche, vuoi per altri motivi di ordine pratico o di volontà della committenza.

Infatti, se all’inizio il Libro dei Morti era redatto su committenza adattandolo alle esigenze del futuro defunto, con il passare del tempo il manoscritto si ridusse a una produzione di serie in cui era lasciato in bianco lo spazio per il nome del defunto. Divenne un’industria fiorente che si sviluppò intorno ai luoghi sacri di maggior fama dove i pellegrini accorrevano in occasione delle feste religiose cogliendo l’occasione per comprare in quei venerabili luoghi filatteri e amuleti utili nella vita e nella sepoltura. Era una conseguenza inevitabile, mutatis mutandis, uscire dal tempio e infilarsi in qualche bottega o fermarsi a una bancarella. Quest’usanza generò lo scadimento della qualità degli oggetti stessi e della moralità religiosa in generale. Scribi di professione, ma non d’intelletto, copiavano meccanicamente frasi di cui avevano, nella maggior parte dei casi, perso il senso fidando anche nella completa ignoranza delle folle in fatto di conoscenza della sacra lingua.

CAPITOLO 2

IL LIBRO DEI MORTI, LA MAGIA, ELEMENTI DELLA PERSONALITÀ

2.1. I periodi del Libro dei Morti

Il primo sviluppo del Libro dei Morti si può porre agli inizi del Secondo Periodo Intermedio. Un esemplare del Medio Regno fu pubblicato da R. Lepsius ¹¹ riguardante il sarcofago esterno e interno del maggiordomo Mentu-hotep vissuto nell’XI dinastia.

Nella XVIII dinastia s’iniziano a scrivere probabilmente le formule magiche e funerarie su dei rotoli di papiro per mancanza di spazio nelle bare.

La recensione tebana

S’indicano con il termine recensione tebana gli esemplari del Libro dei Morti eseguiti tra la XVIII e la XXV dinastia. Durante questo periodo Tebe era la capitale d’Egitto. La composizione sembra essere una vasta compilazione di formule senza un ordine apparente.

Tuttavia, da questa epoca in poi, gli scribi tentano una logica organizzativa, poiché alcuni papiri della XVIII dinastia mostrano un ordine nel raggruppamento di certe formule. In questarecensione le illustrazioni sono in genere di alta qualità, anche se la copia del testo sovente lascia a desiderare per la negligenza o l’ignoranza degli scribi. Gli esemplari più antichi contengono meno delle 150 formule utilizzate. Ad esempio il papiro di Iuya ne ha 40; quello di Kha (regno di Amenophis III) ne presenta 33. In genere i capitoli 1; 17; 64 sono quelli più utilizzati per il loro carattere generale e introduttivo.

La recensione saita

Questa recensione designa gli esemplari datanti dalla XXVI dinastia fino al periodo romano. In questo lasso di tempo si assiste alla decadenza di Tebe con il sopravvento delle dinastie saite. In questa epoca si codifica l’organizzazione del Libro dei Morti, anche se ogni manoscritto presenta delle differenze rispetto a un altro, a causa di tradizioni locali.

A Menfi l’ordine è quasi regolare e segue la progressione capitoli 1-165. Comunque alcune volte esistono delle omissioni oppure degli spostamenti nell’ordine delle formule, come si nota l’assenza sistematica dei capitoli 163; 164; 165, verso l’inizio del periodo tolemaico.

A Tebe invece l’organizzazione delle formule varia fortemente. Durante il regno degli ultimi re (XXX dinastia) il capitolo 64 si trova tra il 30 e il 31; il 140 tra il 136 e il 137; il 139 è assente e il 162 segue il 165 alla chiusura del Libro. Verso il II secolo a.C. l’organizzazione dei capitoli si avvicina a quello di Menfi.

2.2. Caratteristiche del Libro dei Morti

Il componimento in genere era redatto su papiro, ma vi sono esemplari (anche se abbreviati) scritti su fasce per mummie o sudari funebri, entrambi in lino. Il sudario poteva presentare anche altri testi sacri, come nel caso del lenzuolo che avvolgeva la mummia del re Thuthmose III (XVIII dinastia): la stoffa, lunga 5 metri, contiene una ventina di capitoli del Libro di Morti, le Litanie di Ra e due formule dei Testi delle Piramidi. L’uso di scrivere il testo sulle bende per mummia si affermò nella Bassa Epoca, tra il IV e II secolo a.C.: si tendeva allo stretto contatto del testo sacro con il corpo del defunto.

2.3. Testo e scrittura

I diversi esemplari del Libro sono generalmente scritti in geroglifico lineare (o corsivo). Questa grafia presenta una semplificazione dei geroglifici pur conservandone le caratteristiche grafiche. La scrittura è tracciata con un calamo e con inchiostro nero in colonne verticali divise da linee nere. La grafia è particolarmente precisa nella XIX e XX dinastia. L’inchiostro rosso è usato per i titoli, i passi più importanti e per i nomi degli dei. Dalla XXI dinastia in poi la scrittura più frequente è lo ieratico. Il testo si dispone orizzontalmente e le diverse formule sono separate da doppi tratti. Questa grafia presenta un livello supplementare di semplificazione per rapidità di esecuzione. I caratteri perdono l’origine figurativa e divengono dei segni arbitrari. Durante l’occupazione romana s’incontrano anche degli esemplari redatti in grafia demotica.

2.4. Illustrazioni

Le vignette dei Libri dei Morti sono varie e in genere sono poste sopra le colonne dei testi, alcune volte occupando l’altezza del foglio di papiro. Qualche esemplare è totalmente sprovvisto di testo come, ad esempio, il papiro di Nes-pa-ka-shuty (XXI dinastia) nel Museo del Louvre.¹²

Il periodo più famoso è il Nuovo Regno. Nella XVIII dinastia i disegni sono tracciati con inchiostro nero come per il testo. Tutti i colori appaiono nella XIX dinastia: bianco; rosso; verde; ocra; nero, ecc. Le illustrazioni dei Libri della recensione saita continuano a utilizzare i colori. In genere, però, la maggior parte degli esemplari mostrano dei disegni più semplici e più stilizzati tracciati con inchiostro nero con dei calami a punta molto sottile. Nei papiri di epoca tarda il colore è raro usando il rosso per rappresentare il sole, il cuore e il fuoco.

La vignetta più celebre e ricorrente resta quella del giudizio del defunto nel tribunale di Osiride (formule 30 e 125).

2.5. Riassunto dell’opera

Nella sua traduzione del 1967 Paul Barguet (professore di epigrafia egiziana alla Scuola del Louvre) eseguì uno studio esegetico dei 192 capitoli della recensione saita del Libro dei Morti ¹³ e tentò di dare un senso alla successione delle diverse formule. A suo parere l’insieme del testo si divide in quattro grandi sezioni cadauna introdotta dalle formule 1, 17, 64 e 130: questa suddivisione ancora oggi è seguita dagli studiosi.

2.5.1. Il viaggio verso la necropoli

La prima sezione raggruppa le formule da 1 a 16. Il corteo funebre cammina verso la necropoli e, dopo i riti dell’Apertura della Bocca, il defunto mummificato giunge all’aldilà. La mummia scende nella tomba e verso la Duat come precisa il titolo della formula 1a/b. Il trapassato desidera sfuggire ai lavori del mondo sotterraneo e incarica gli ushebtyu di eseguirli in sua vece (formule 5 e 6). Egli vuole sfuggire al malefico serpente Apophis, simbolo del caos primitivo (formula 7) e cerca la protezione dell’occhio ujiat (l’occhio di Horus). Desiderando essere libero di muoversi, i cammini gli sono aperti per entrare e uscire dall’Occidente (formule 11-13). La sua fede verso il signore dell’universo si esprime nella formula 15 costituita da inni e lodi a Atum-Ra. Il capitolo 16 è una vignetta senza testo che sintetizza l’insieme teologico delle credenze egiziane sul percorso del sole. Ad esempio, l’illustrazione del papiro di Ani mostra il sole, acclamato dai babbuini, che esce dal mondo sotterraneo di Osiride. Questo dio, posto sotto la protezione di Iside e Nephtis, è rappresentato sotto una forma antropomorfa di combinazione del pilastro jed e del segno ankh. (Tavola 2)

2.5.2.La rinascita

Nella seconda sezione il defunto proclama la sua rinascita, il suo potere sugli elementi dell’universo e sui vari nemici potenziali. La formula 17 introduce questa parte. Il corpo del testo consiste in un’identificazione del defunto con il dio creatore Atum nel momento in cui emerge dal caos primordiale. Il testo è provvisto di un numero di importanti glosse teologiche ricordo delle teologie heraclopolitane e heliopolitane. Le formule 18-20 hanno per tema la nascita del sole e la sua vittoria sulle forze nemiche. Con le formule 21-23 il defunto beneficia dei riti dell’Apertura della Bocca affinché possa di nuovo esprimersi e utilizzare la sua forza magica (formula 24). Il defunto ritrova il nome e dunque la propria personalità, oltre il suo cuore che deve testimoniare a suo favore davanti ai giudici divini (formule 26-30). Si susseguono alcune formule che assicurano al defunto la sua vittoria sui nemici (coccodrilli, insetti e rettili). Invincibile, egli siede sul trono del signore degli dei (formula 47), dispone di abbondanti alimenti, respira la fresca brezza e di diletta all’ombra del sicomoro di Nut (formule 54-63).

2.5.3.L’uscita al giorno

Nella terza sezione l’Uscita al Giorno diventa una realtà. La formula 64, molto difficile da tradurre e da comprendere, presenta la trasfigurazione del defunto. Egli s’identifica in Ra e in Osiride, pur conservando la propria identità. La magia di questa formula permette al ba di uscire nel giorno come le formule 65-66. La porta della tomba si apre (formula 67) e, quale Osiride, il defunto si drizza e si risveglia a nuova vita (formule 68-71). Egli esce dal mondo sotterraneo e si reca a Heliopolis, la città santa di Ra (formule 72-75). Le formule di trasformazione (capitoli 76-88) permettono al trapassato di prendere alcune forme del sole durante il suo percorso celeste. Il defunto, però, non vuole essere separato dal suo ba e dalla sua ombra poiché rischiano di essere massacrate (formule 89-92). In quanto Ra, il defunto si dirige verso ovest (formula 93) sotto la protezione di Thoth (formule 94-96). Il morto, dopo avere provato le sue conoscenze magiche al nocchiere della barca celeste (formule 98-99), sale su di essa (formule 100-102). Al seguito della madre celeste Hathor (formula 103), e in compagnia di altri grandi dei (formula 104), il defunto si ricongiunge al proprio ka (tempo di vita) e gode delle offerte alimentari (formule 105-106). Egli conosce e avvicina le anime divine che risiedono in varie città sante (formule 107-116) e soggiorna nei campi celesti (formule 117-129). S’impegna nel mondo inferiore sulle strade del Ra-seciau (formule 117-129) per apparire dinnanzi al tribunale di Osiride (formula 125) per essere giudicato esente da peccati: riconosciuto pur dai suoi giudici, egli è un giusto di voce.

2.5.4.Il mondo sotterraneo

La quarta parte si può distinguere in due sezioni.

La prima raggruppa le formule 130-140. Le formule 130-136 sono delle varianti di una formula presente nel Libro delle due strade. Il defunto s’identifica con Ra e viaggia nella barca solare. Le formule 137A e B accordano al defunto una protezione mediante quattro torce rappresentanti i quattro figli di Horus. La loro luce è quella dell’occhio di Horus al quale il morto rende grazie (formula 140).

La seconda tratta della geografia dell’aldilà (formule 141-162). Il defunto conosce i nomi degli dei (formula 141) e in particolare quelli di Osiride. Nella formula 142 egli enumera più di un centinaio di epiteti relativi a questo dio. Poi il defunto passa a dare prova della sua conoscenza dei nomi delle porte, portali e collinette che conducono al regno di Osiride, così come i loro guardiani (formule 144-150). Le formule 151 A e B sono una protezione per la tomba e per la maschera funeraria, mentre le formule 154-162 servono a rinforzare il potere magico dei diversi amuleti deposti nella mummia. Le formule 163-192 sono supplementari e difficili da classificare: servono a rendere omaggio agli dei Ra, Amon e Osiride. La più interessante è la 175 poiché parla della fine del mondo.

2.6. Gli autori

2.6.1. Thoth

Ogni volta che il defunto recita una formula, ne è l’autore teorico poiché la fa rivivere nel momento in cui la pronuncia. Le formule del Libro dei Morti sono state redatte, secondo i sacerdoti egiziani, da una divinità originaria di Hermou polis, quindi quasi sicuramente il dio Thoth. Questa prima paternità raramente è segnalata nei manoscritti, ma esiste nelle rubriche delle formule 30B; 64; 137A e 148. La potenza magica della formula è rinforzata dalla sua antichità e la sua qualità è certificata dal nome del principe Jedef-Hor, un figlio di Kheope, che secondo la tradizione fu un saggio e un letterato (formule 30B; 137A). La certificazione della potenza magica della formula 167, trovata sotto la testa di una mummia in un’antica sepoltura, fu assegnata dagli scribi sotto il patronato di due celebri saggi del Nuovo Regno: Kha-em-uast (un figlio di Ramesse II) primo archeologo della storia egiziana, e Amen-hotep, figlio di Hapu, scriba del tempo di Amenophis III, divinizzato dopo morto e santificato per guarigioni miracolose.

2.6.2. Gli scribi e le varianti del Libro

Le numerose varianti aggiornate dai filologi mostrano che questi testi magici, malgrado la paternità divina, sono stati modificati numerose volte dagli scribi. La reinterpretazione di una formula si può spiegare per varie ragioni.

In alcuni casi, come per le formule 80 e 84 il testo è nebuloso. Dei passaggi sono dunque poco comprensibili e sono possibili differenti letture. Lo scriba incapace di trovare il senso originale, modifica leggermente il testo per renderlo più abbordabile.

Un’altra ragione è che alcune formule, come ad esempio la 77, sono state modificate per abbreviarle.

Ancora avviene che qualche formula è stata ricostruita mescolando più passaggi di origine diversa. È così che in un papiro le formule 83, 124 e 84 sono assemblate in questo modo.

Spesso abbiamo a che fare più con un modo di scrivere che con un tentativo di riflessione da parte dello scriba sullo stato originale della formula. Lo scopo della variante è di affinare il dialogo con le divinità e di rendere la formula più efficace. Comunque alcuni papiri contengono delle formule diventate incomprensibili. Ciononostante anche in questo stato essi continuarono a mantenere la loro forza magica nell’aldilà.

Un buon numero di esemplari del Libro dei Morti presenta errori d’ortografia o di cattiva conoscenza del testo. Quando uno scriba ricopiava un testo, poteva avere sotto gli occhi un modello da scrivere sotto dettatura e quindi sbagliare dei segni. Poteva anche dimenticare un passaggio, o copiarlo una o due volte. Comunque, una volta finito il lavoro, lo scriba lo rileggeva e lo correggeva, secondo la buona o cattiva volontà.

Nel caso della dimenticanza di un segno o parola, lo scriba ne annota l’assenza tra due linee di scrittura. Se il passaggio omesso è troppo lungo, l’omissione è segnalata con un geroglifico particolare e la correzione è scritta nel basso del foglio di papiro. Si possono anche vedere dei passaggi errati sbarrati e sostituiti o meno dalle parole giuste. Le divergenze fra le copie dipendono quindi alla disattenzione, dall’ignoranza degli scribi o dalla loro cattiva interpretazione dei passi.

2.7. La magia

2.7.1. Generalità

La magia è presente in tutti i testi funerari egiziani e questo elemento impregna anche tutte le formule del Libro dei Morti. Nei Testi delle Piramidi il sacerdote ritualista occupa un ruolo importante: attraverso le parole che egli recita, il re dell’Antico Regno può recarsi nell’aldilà.

Nelle formule del Libro dei Morti i ritualisti del mondo dei vivi hanno poco spazio: l’essenzialità dell’azione magica è stata trasferita verso i defunti dell’altro mondo. Le formule del Libro dei Morti sono redatte in modo tale che sembrano essere la creazione del defunto.

Nel Nuovo Regno non sono più i rituali dei sacerdoti che proteggono magicamente il defunto, ma è egli stesso che si protegge con il proprio rituale. Egli è un mago che agisce per se stesso; il suo linguaggio e le sue parole hanno potere di persuasione e di creazione. Nel momento in cui il defunto pronuncia il testo di una formula, egli mette in azione un ampio raggio di analogie i cui elementi si fondano sulla mitologia e la teologia di una o più divinità del pantheon egiziano.

2.7.2. Magia persuasiva

Durante il suo viaggio nel mondo sotterraneo il trapassato incontra una moltitudine di divinità che deve ingraziarsi affinché gli siano favorevoli. Provvisto del suo Libro il defunto sa sempre chi incontra e ciò che deve dire per avere un potere magico su di lui.

2.7.3. Magia creativa

In alcuni capitoli, come ad esempio il 77; 81 A; 83; 85; 87 e 88, il defunto non parla a alcuno. Quest’assenza di uditorio si spiega con il fatto che il morto si trova in un contesto primordiale: egli è come il dio creatore prima del mondo organizzato. Il defunto deve assolutamente dire queste parole poiché in questo

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