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E la padella disse…

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E la padella disse…

Lunghezza:
311 pagine
4 ore
Pubblicato:
Mar 24, 2020
ISBN:
9788825411768
Formato:
Libro

Descrizione

Fantascienza - romanzo (236 pagine) - I migliori racconti umoristici di Donato Altomare, una raccolta di perle che rinnovano il piacere della lettura del grande Fredric Brown


In un'epoca in cui si rincorrono solo gli eredi di Tolkien o di Harry Potter, noi l'abbiamo messa sul ridere. E per farlo abbiamo deciso di proporre ai lettori un altro degno erede, questa volta non di creatori di storie di magia, bensì del più brillante e divertente scrittore di fantascienza di tutti i tempi: Fredric Brown. Si sentiva la mancanza di sane storie di fantascienza umoristica, di piccoli gioielli ricchi di battute e di trovate capaci di farci saltare sulla sedia al momento del colpo di scena finale. Proprio come i racconti di Brown… E così ripresentiamo l'erede italico di Fredric Brown: Donato Altomare. Viene da Molfetta, scrive da un numero imbarazzante di decenni e con questa raccolta dei suoi migliori racconti non vi farà  rimpiangere il grande scrittore americano.


Donato Altomare nasce a Molfetta nel 1951 e vi risiede. Laureato in Ingegneria Civile esercita la libera professione. Sposato, ha tre figli. Narratore, saggista, poeta, ha vinto due volte il Premio Urania di Mondadori e sette volte il Premio Italia, e una volta il Premio della critica Ernesto Vegetti, oltre a molti altri premi per la narrativa e la poesia. Autore essenzialmente del fantastico. Numerosissime le sue antologie, i suoi romanzi e i suoi racconti editi in Italia e all’estero. Sono state tenute tesi di laurea su di lui. È l’attuale Presidente della World Science Fiction Italia, l’associazione degli operatori della fantascienza e del fantastico.

Pubblicato:
Mar 24, 2020
ISBN:
9788825411768
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Libro

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E la padella disse… - Donato Altomare

9788825409765

Introduzione

Franco Forte

Io e Donato Altomare abbiamo molte cose in comune. Non solo l’amore sviscerato per la fantascienza, che ci ha portato fin da ragazzi a impegnarci a fondo nel fandom, scrivendo articoli e recensioni per la maggior parte delle riviste distribuite tra gli appassionati; non solo la passione per la scrittura, che ci ha visto ospiti con i nostri racconti, per molti anni, sulle riviste amatoriali e professionali del settore (anche se lui ha cominciato a farlo molto prima di me); non solo l’amicizia spirituale che lega gli amanti di un genere letterario come la fantascienza, nonostante le distanze geografiche (io sono di Milano, lui di Molfetta), che ci ha spinto a ritrovarci ogni anno, per un ventennio circa, alle Italcon organizzate in tutta Italia, per chiacchierare sempre delle stesse cose, bere fino a notte fonda, lamentarci della perenne crisi della fantascienza e altre amenità del genere; non solo i contrasti e le diversità di vedute su parecchie cose, che a volte ci hanno portato a duri (ma leali) scontri di opinione con articoli su riviste cartacee oppure online.

Oltre a tutte queste cose, io e Donato Altomare abbiamo un altro punto in comune: la passione per la narrativa umoristica. Io mi diverto un sacco a leggerla, Donato a scriverla. Per questo nel momento in cui sono diventato direttore editoriale di una casa editrice, mi è sembrato del tutto logico pensare di mettere insieme una raccolta dei migliori racconti umoristici di Donato Altomare, che in Italia, in questo campo, ha ben pochi concorrenti.

Così, finalmente, potrò leggerli tutti all’interno di un unico volume, anziché essere costretto ad andare a ripescare le vecchie fanzine e riviste in cui li ha pubblicati nel corso degli anni. E per venirmi incontro in questo mio desiderio, Donato ha fatto molto di più. Non si è limitato a rispolverare, aggiustare e modernizzare (quando necessario), alcuni dei suoi racconti più divertenti, ma ne ha scritti di nuovi, appositamente per questa antologia, che diventa così ancora più preziosa e unica, un volume tutto da gustare per regalarsi indimenticabili momenti di divertimento.

E la padella disse: attento a non cadere mentre la brace sogghignava

– Esprimi un desiderio e sarai esaudito.

Stavo osservando una vetrina di palmari nuovi di zecca con la bava alla bocca. Ero letteralmente incantato da quei giocattoli elettronici. Mi girai perplesso. L’uomo pareva sbucato dal nulla alle mie spalle e sorrideva. Continuò: – Quello che vuoi. Ti piace forse una di quelle macchinette? Non devi far altro che chiederla e l’avrai. – Era piuttosto robusto, con un faccione tondo che ispirava una grande simpatia. Emanava uno strano odore. Doveva usare una pessima colonia.

– Cos’è – chiesi, – una scenetta pubblicitaria o un concorso tipo: lei è il milionesimo cliente che si ferma davanti alla nostra vetrina senza entrare e comprare nulla?

Pareva impossibile, ma il suo sorriso si fece ancora più ampio. – No, amico mio, non direi proprio. È solo che io sono il Diavolo e, in cambio della tua anima, sono disposto a esaurire i tuoi desideri.

– Fanculo! – Mi rigirai verso la vetrina. Tutti a me dovevano capitare… però, quell’odore pareva… pareva zolfo.

– No, non prenderla così. Quello che ti ho appena detto è vero. Dammi soltanto la possibilità di dimostrartelo.

Feci per andarmene agitando le mani nel gesto di ‘aria’, ma lui mi afferrò la spalla. Era una presa decisa: – Non ti costa nulla provare, – insisté con voce docile ma ferma. – Chiedi pure senza impegno, mi darai la tua anima soltanto se ti riterrai soddisfatto, sempre che ti vadano bene le condizioni.

– Dove sta nascosto?

– Nascosto? Chi? – Era davvero sorpreso.

– Qualcuno di Scherzi a Parte o delle Iene. Con, da qualche parte, una cinepresa nascosta.

La sua risata suonò sincera: – Non ci avrei mai pensato. In ogni modo, ti assicuro che non c’è alcun trucco. Prova. – Il mio sguardo era tornato sui palmari. Del resto cosa rischiavo? Una figura da imbecille che mi avrebbero pagato per mandarla in onda. Eppure… fosse stato vero…

– Bene – mi decisi, – voglio quel palmare lì. – E puntai l’incide a caso.

Uno schiocco di dita e l’oggetto elettronico comparve nella mia destra. Al suo posto nella vetrina del negozio, soltanto uno spazio vuoto. Sgranai gli occhi: – Che… che trucco è mai questo?

– Amico mio, ti assicuro, non c’è trucco. È stato facile.

– Lo fissai. Soltanto allora mi accorsi di una certa vivacità che emanava dal volto e dai suoi occhi che guizzavano come fiammelle.

– Senti… a proposito, come devo chiamarti?

– Lino.

– Lino? È un nome buffo, se sei veramente il diavolo.

– È un diminutivo. Sai, Diavolo, Diavolino, Lino.

Non riuscii a trattenermi. Scoppiai a ridere divertito mentre lui mi guardava tutto sorrisi. Sembravamo una coppia di amici uno dei quali aveva raccontato all’altro una gustosa barzelletta. Quando riuscii a calmarmi esclamai: – Ascolta, potrei anche crederti, ma ho bisogno di una prova migliore, qualcosa che non possa essere un semplice gioco di prestigio. Sempre senza impegno.

Lui strinse le labbra pensieroso, poi: – E sia. Ma dopo dovrai credermi.

– Certo, se riuscirai a fare quello che ti dirò.

– Sarebbe?

– Seguimi. – Lo condussi velocemente presso la ditta per la quale lavoravo. Si trovava al piano rialzato di un fabbricato di dieci piani al centro della città. Lo feci entrare. – Guarda – e gli indicai una splendida ragazza seduta in un ufficio attiguo al mio. – Si chiama Silvia e non mi ha mai degnato di uno sguardo. Non voglio che si innamori pazzamente di me, ma soltanto che faccia tutto quello che voglio.

Lino sorrise: – Sei un gran birbante, ma ti accontenterò. C’è però una precauzione che devo prendere. Questa ‘disponibilità’ durerà soltanto un giorno. Devo mettermi al sicuro, non vorrei che quella ragazza sia l’unico desiderio della tua vita e io abbia lavorato per nulla.

Sollevai le spalle: – Fa’ come vuoi, per me va bene. Mi serve una prova. Se sarò soddisfatto potremo trattare.

– E sia. – Fece udire nuovamente lo schiocco delle dita. Ma non accadde nulla Lo guardai con un’espressione sarcastica. Lui non si scompose: – Puoi andare. Ti aspetta.

Quasi avesse udito, Silvia sollevò il capo e, per la prima volta in due anni di lavoro fianco a fianco, mi sorrise.

– Soddisfatto?

Mi sentivo al settimo cielo: – Eh? Cosa? – sobbalzai. Era apparso alle mie spalle senza che me ne accorgessi.

– Vorrei sapere se è andato tutto bene.

– Magnificamente – sospirai, – sublimamente.

– Bene. Vogliamo allora passare agli affari?

Cercai di schiarirmi le idee e chiesi: – Quali sono le condizioni?

Lino si fece serio: – In cambio dell’anima puoi chiedermi qualunque cosa, tranne ovviamente, la sua restituzione. Non potrai però esprimere più di un desiderio al giorno.

– Altro?

– Nient’altro.

Soltanto allora mi resi conto di quello che stavo per fare. Stavo vendendo l’anima al Diavolo. Peccato non ne avessi due! – Affare fatto. Prendi la mia anima. – Tanto, pensai, troverò il modo di fregarti e farmela restituire, prima o poi. In tutti i film che avevo visto l’eroe ci riusciva sempre. – Un momento! – esclamai folgorato da un pensiero preoccupante, – non è che faciliterai in qualche modo la sua separazione dal corpo?

Nuovo sorriso accattivante: – Devi sapere che il tuo tempo è scritto, e io non posso far nulla per modificarlo. Se potessi, al contrario, lo allungherei. Devi sapere, amico mio, che io sono immortale e mi annoio. L’unico diversivo è quello di soddisfare i desideri di chi mi cede l’anima.

– Ti credo. Tanto a questo punto…

Lino mi strinse la mano felice. Pareva gli avessi fatto un gran regalo. Disse con foga: – Ora puoi chiedermi quello che vuoi.

– Come? Senza un contratto da firmare col sangue?

– No, assolutamente. A me il sangue fa senso – rispose il Diavolo. – Penso però che sia meglio spiegarti una cosa. Vedi, quando… quando abbandonerai questa valle di lacrime, la tua anima potrà andare da Lui – e con l’indice indicò il cielo, – o venire da me. Poiché tu hai accettato il patto l?hai offeso e Lui la rifiuterà. Allora dovrai per forza venire da me.

– Senti senti. Ma non importa. Dunque, voglio diventare ricco, poi voglio conoscere tutto quanto compete alla mia professione, e ancora voglio che quella carogna del mio capo reparto si spezzi almeno una gamba e resti in ospedale…

– Calma, mio focoso amico, calma. Una cosa alla volta. Ti rammento che puoi esprimere un solo desiderio al giorno. Cominciamo dal primo. Vuoi diventare ricco? Bene, va’ in ufficio. Troverai una bella sorpresa.

Ah, dimenticavo, quando hai bisogno di me schiocca le dita. Giungerò immediatamente ovunque sia.

– Ma io… – cercai di dire.

Lui però era già svanito.

Non solo la sorpresa c’era, ma era grande: mi avevano promosso. Sì, lo so, una promozione per quanto ben accetta non è che possa considerarsi un gran colpo di fortuna, specie quando uno se l’è meritata in anni di duro lavoro, ma quella che ricevetti era del tutto particolare. Ero diventato Capo Ufficio Forniture. Questo non soltanto significava un congruo aumento di stipendio, ma mi dava la possibilità di intrallazzare. Era evidente che nessuna ditta fornitrice avrebbe potuto vendere materiale alla mia se non ci fosse stato il mio nulla osta. E questo avrebbe avuto un prezzo.

Tornai al mio appartamento di due stanze, cucinino, bagno e armadio a muro, euforico. Schioccai le dita. Lui apparve in compagnia di una fata.

Certo l’abbinamento Diavolo-Fata non rientra nella logica delle cose, per cui quella donna doveva essere una strega, ma di una bellezza incredibile.

– Scusa – balbettai, – non pensavo tu fossi occupato.

– Non preoccuparti – rispose ammiccando. – Sono spesso occupato, ma per te sempre a disposizione. C’è qualche problema?

– Possiamo rimanere soli? – col capo accennai alla fata.

– Certo – e la fece sparire.

– Vedi, devo ammettere che la promozione è grandiosa, ma sinceramente, quando ti ho chiesto di diventar ricco intendevo in fretta.

Lino scosse il capo: – Sempre impazienti, voi umani! Vorrei che tu capissi una cosa importante riguardo il mio modo di esaudire i tuoi desideri. Io posso farti ricco, ma non posso creare denaro, né posso farlo sparire da una banca per darlo a te. Non posso insomma alterare l’equilibrio delle cose. A lungo andare si noterebbero queste anomalie legate alla tua persona e il mio compito diverrebbe molto difficile. Del resto, pensa all’inflazione. Se creassi dal nulla il denaro getterei nel panico la Banca D’Italia.

Lo fissai allibito: – Ma che razza di Diavolo sei? Ti preoccupi di quello che potrebbe facilitare la tua messe di anime? Ogni caos andrebbe a tuo vantaggio.

– Sbagli, caro mio inesperto amico. L’unico scopo della mia esistenza è quello di indurre in tentazione. Se tutti si gettassero spontaneamente tra le mie ali non servirei più a nulla. Lui… dovrebbe correre ai ripari e per prima cosa mi metterebbe diciamo… in pensione.

Incredibile ma vero.

– Sarà. Ma ora vorrei una pupa come quella che era con te un attimo fa.

Il suo sguardo si fece triste. Scosse il capo: – Hai forse dimenticato? Un solo desiderio al giorno. È il patto.

Strinsi i denti contrariato.

Per farla breve le cose non divennero splendide come avevo sperato. Oh, non che Lino venisse meno ai patti, anzi eseguiva i miei ordini alla lettera e questo, come mi resi conto in seguito, non era proprio una buona cosa. Una volta gli chiesi una bambola da portare a letto e lui mi accontentò subito. Aveva i boccoli biondi, gli occhi azzurri che si aprivano e si chiudevano e se rovesciata diceva mamma. Un’altra volta avevo il rubinetto guasto. Dopo vari snervanti tentativi per aprire la valvola, spazientito gli ordinai di far uscire l’acqua da quel maledetto. E lui mi accontentò. Poi non ci fu verso di richiuderlo. Per fortuna, dopo tre ore di getto ininterrotto il serbatoio si svuotò. In caso contrario avrei dovuto aspettare un giorno intero per ordinargli d’arrestare il flusso d’acqua.

Lui assisteva mortificato alle mie sfuriate e, con tono assolutamente sincero, si scusava affermando di non far altro che obbedire ai miei ordini. Francamente non c’era proprio nulla di cui accusarlo. Ero diventato ricco, molto ricco, ma lavoravo come un cane e spesso l’unico desiderio che riuscivo a esprimere dopo una durissima giornata di lavoro era quello di essere trasportato istantaneamente a casa, sul mio letto. Senza poi parlare delle donne…

Chi di voi, al mio posto, non avrebbe chiesto di passare una notte con la diva del cuore? Io lo feci. Lui disse che in quel momento era sul set, che non avrebbe esitato a trasportarla nel mio letto, ma sarebbe stato oltremodo inopportuno farla sparire davanti a un centinaio di persone e una dozzina di macchine da presa. Avrei dovuto rimandare tutto di qualche mese. Ma io ero impaziente e dissi: – Avrà una controfigura! Al minimo dovrà rassomigliarle.

Troppo tardi mi resi conto che la diva usava la controfigura soltanto per le scene pericolose. E che questa era un uomo nerboruto con tanto di parrucca e vestito femminile. Il guaio fu che dovetti aspettare il giorno dopo per mandarlo via…

Intanto lui, il Diavolo, pareva si divertisse a farmi andare in bestia presentandosi alle mie chiamate in vestito hawaiano o in sahariana, perennemente accompagnato da splendide ragazze in vesti provocanti. E questo ogni volta che avevo un problema urgente, in modo da farmi bruciare il desiderio giornaliero.

Finché, esasperato, gli chiesi una donna qualsiasi che mi facesse compagnia. Potevo provare a conquistarla. Lui mi accontentò. Non era brutta, anzi, sotto il velo doveva essere molto bella. Sì, avete letto bene, ho proprio detto velo: era una suora. Lino, con un’espressione ingenua, mi spiegò che era una donna molto indicata per la compagnia, era brava e paziente; prestava la sua opera in un ospedale psichiatrico.

Digrignai i denti. Lo maledissi, lo coprii di insulti mentre lui, per nulla scosso, mi sorrideva palpando i glutei della fata di turno e mi diceva che, in fondo, la mia anima non è che valesse poi molto…

Fu allora che l’idea mi fulminò. Con un sorriso furbo gli dissi che poteva anche sparire. Doveva soltanto aspettare l’indomani.

Era una bellissima giornata di sole. Contrariamente al solito andai all’ufficio a piedi pregustando la vendetta, Così la mia anima era di seconda classe! Non valeva molto! Salii a tre a tre i gradini che dall’androne portavano al piano rialzato, salutai il portiere con un cenno della mano ed entrai in ditta. Per fortuna nessuno mi importunò, ero troppo concentrato sull’idea, per poter parlare d’affari. Mi rinchiusi nella mia stanza dopo aver ordinato alla segretaria di non far entrare nessuno, pena la morte. Sedetti comodamente sulla mia poltrona e con decisione schioccai le dita. Questa volta apparve in kimono con, a fianco, una giapponesina adorabile. Non mi feci fuorviare: – Dunque – iniziai subito, – mio caro Diavolo, posso chiederti qualsiasi cosa, vero?

– Certo, tranne che la restituzione dell’anima.

– Bene, allora preparati al prossimo desiderio.

– Sono sempre pronto. Ti prego soltanto di fare in fretta. Non immagini quanti giochini conoscono le giapponesi – e guardò la ragazza che aveva sotto braccio, strizzandole l’occhio.

– No, non temere. È una questione di un attimo. Vorrei…

– Vorresti…

– VOGLIO ESSERE IO IL DIAVOLO. Voglio sostituirmi a te.

Per la prima volta non sorrise. Impallidì violentemente. – Tu sei pazzo! Una cosa simile non è possibile.

– Perché? In cambio della mia anima hai promesso di esaudire OGNI mio desiderio. Ora DEVI mantenere la parola.

Pareva imbambolato. Aveva cominciato a sudare e la sua espressione si era fatta stravolta. – Ti rendo l’anima. Riprendila. Annullo il contratto.

Una gioia immensa mi assalì. L’avevo messo alle corde, l’avevo incastrato. Ne ero stato certo sin dall’inizio. – Non so cosa farmene. La mia anima non mi interessa più. VOGLIO DIVENTARE IO IL DIAVOLO.

– Ti prego, non dirlo per la terza volta. Ti supplico…

Agitava convulsamente le mani verso di me. Sapeva di non avere scampo.

– … DEVO… ESSERE… IL… DIAVOLO – urlai scandendo bene le parole.

E tutto accadde in un attimo. Mi sentii molto strano, diverso, incredibilmente forte e… non so… era una sensazione che non saprei definire. Guardai con un sogghigno quello che soltanto pochi attimi prima era stato il Diavolo. Era diventato un misero mortale. Pareva ridicolo in quello stupido kimono.

La giapponesina era immobile. Con un cenno la chiamai a me e lei venne docile. – T’ho fregato! – esclamai con gioia e abbracciai la ragazza. Allora m’accorsi che qualcosa non quadrava. Strinsi a me quel corpo conturbante, ma non provai alcuna sensazione. Rivolsi con lo sguardo una muta domanda a Lino che mi guardava tra il compiaciuto e il mortificato.

– Ora sei tu il Diavolo – disse pacatamente, – e io non posso far altro che ringraziarti.

Mi sentivo svuotato. Né bene né male né stanco né riposato. Il mio corpo pareva non mio, un oggetto fatto di carne, ossa e sangue, assolutamente insensibile. – Cosa mi hai fatto? – chiesi terrorizzato.

– Ho esaudito il tuo desiderio. Sei tu ora il Diavolo.

– … ma… – balbettai.

– Sì, è proprio così. Puoi verificarlo facendo qualsiasi prova. Il fatto è che il Diavolo, il primo, sarà esistito migliaia di anni fa quando Lui lo inviò sulla Terra per tentare gli uomini. E per non correre rischi lo rese insensibile alle bellezze umane di qualunque genere. Il primo Diavolo cercò di eseguire bene il suo lavoro, ma, vedendo che pur nella loro breve vita terrena le vittime se la spassavano alle sue spalle, covò una sorta di rancore per la sua insensibilità giungendo alla conclusione che è meglio una breve vita normale che l’eternità vuota e priva di qualsiasi soddisfazione, così la sua mente, ovviamente diabolica, inventò questo stratagemma. Dopo aver corrotto molte anime trovò quella furba che credette di fregarlo orinandogli di cedergli il posto. Lui accolse l’ordine come una liberazione. Praticamente quello che ho fatto io. Da allora molti sono stati i Diavoli.

Ero scioccato: – Allora le tue donne… i divertimenti…

– Una farsa, ma dovevo trovare il modo di farti ripetere tre volte la fatidica frase: voglio essere io il Diavolo. – Chinò il capo e con un fil di voce aggiunse: – È uno scherzo che è stato fatto a me e che tu farai a qualche altro. Sarai costretto a tentare anime e, se sarai fortunato, troverai tra loro quella che farà al caso.

Il mondo mi era crollato addosso.

Concluse: – Finalmente torno a vivere. Senza rancore. – E se ne andò con un pallido sorriso, nel ridicolo kimono.

Mi venne voglia di prendermi a pugni. Con uno schiocco delle dita faci sparire i vestiti alla giapponesina. Nulla. La rimandai a casa. Feci apparire la torta di mele che adoravo, rividi un film che mi era piaciuto tanto. Nulla. Saltai dalle Filippine al Kenya, da Singapore al Polo.

Assolutamente nulla.

Dalla cima di una montagna urlai la mia rabbia. Poi mi ritrovai seduto alla mia poltrona d’ufficio completamente vinto. Mi restava una sola cosa da fare.

Con calma mi alzai, uscii per strada con lo sguardo attento. Dopo poco lo vidi. Un uomo di mezza età che pareva un eterno sconfitto. Era di fronte a una vetrina di articoli nautici e fissava trasognato la foto di una grande barca a vela. Pareva quasi in adorazione.

Mi avvicinai e: – Esprimi un desiderio e sarai esaudito.

Chi l’ha detto che il giorno del giudizio universale gli angeli debbano suonare per forza le trombe!?

Improvvisamente succede qualcosa di incredibile. Un ritmo incontrollabile costringe un prete a sollevare più volte in sincronia un braccio e un ginocchio. I fedeli che lo seguono nella processione sgranano gli occhi… e ripetono il gesto. Poi il braccio si piega, scatta due volte di lato e va giù mentre il bacino ruota dalla parte opposta.

È fantastico.

La processione non si sfalda. Con perfetta simultaneità segue le movenze del prete. Il tutto pare un’assurda e profana carnevalata, con la statua del santo in testa che sorride divertito e quattro chierichetti che sollevano il nero abito talare per muoversi meglio.

Poi è la volta della gente che assiste alla processione.

Il raccolto silenzio si rompe, ma non bruscamente. Come un grosso sospiro, un brusio sommesso si leva dalla folla. Non c’è ansia, paura, dolore, c’è soltanto la voglia di ballare, la gioia di muoversi, di agitare il corpo al ritmo di quella musica che invade l’aria e che non si capisce da dove venga. C’è liberazione da ogni peso e frustrazione umana.

La danza dilaga a macchia d’olio.

L’intero paese balla a ritmo di disco music.

PENTITEVI

Il vice presidente sta per leggere la sua relazione quando un impulso irresistibile lo costringe a tamburellare con la punta delle dita sulla pesante e scura scrivania in noce d’America. Un paio di consiglieri si uniscono a lui quasi subito.

Il presidente e il direttore dell’ufficio vendite si scambiano uno sguardo incredulo. Ritmare musica con la punta delle dita? Perché? Ci sono le penne.

Impugnate le Parker d’oro a mo’ di bacchette i due si uniscono agli altri percuotendo anche le bottiglie di

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