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Mamma ’ndrangheta 2a edizione riveduta e ampliata: La storia delle cosche cosentine dalla fantomatica Garduña alle stragi moderne

Mamma ’ndrangheta 2a edizione riveduta e ampliata: La storia delle cosche cosentine dalla fantomatica Garduña alle stragi moderne

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Mamma ’ndrangheta 2a edizione riveduta e ampliata: La storia delle cosche cosentine dalla fantomatica Garduña alle stragi moderne

Lunghezza:
1.179 pagine
13 ore
Pubblicato:
5 feb 2020
ISBN:
9788868228873
Formato:
Libro

Descrizione

Un viaggio lungo più di un secolo tra le organizzazioni criminali che hanno infestato l’area settentrionale della Calabria. Un viaggio tra boss e picciotti prima della “picciotteria” e poi della ’ndrangheta compiuto esaminando sentenze, documenti di archivio, pubblicazioni e giornali d’epoca e ricercando, come una volta facevano i grandi giornalisti, le foto più significative di personaggi che hanno dominato città e paesi forti, a volte, di un impressionante consenso sociale.
Il libro di Arcangelo Badolati è l’opera più completa ed esaustiva scritta sulle organizzazioni criminali della provincia di Cosenza. Traccia la mappa delle cosche calabresi e la catena di comando che ne determina strategie e interessi individuando l’esistenza di due “crimini”, uno a Cirò e l’altro a San Luca, così come emerge dalle più recenti indagini condotte dalle procure antimafia di Reggio e Catanzaro.  (dalla Prefazione di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso)
Questa nuova edizione di Mamma ’ndrangheta comprende i risvolti giudiziari di molte operazioni di Polizia cui si faceva riferimento nella prima stesura e aggiunge al testo originario una parte degli studi compiuti per realizzare il volume Santisti e ’ndrine edito nel 2018.
Pubblicato:
5 feb 2020
ISBN:
9788868228873
Formato:
Libro

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Mamma ’ndrangheta 2a edizione riveduta e ampliata - Arcangelo Badolati

collana

Mafie

diretta da Antonio Nicaso

25

ARCANGELO BADOLATI

Mamma

’ndrangheta

La storia delle cosche cosentine

dalla fantomatica Garduña

alle stragi moderne

Prefazione di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso

2a edizione riveduta e ampliata

SOMMARIO

Nota dell’Autore

Prefazionedi Nicola Gratteri e Antonio Nicaso

Capitolo 1

Gli scrittori e la ’ndrangheta

1.0 Letteratura e criminalità

1.1 Il fenomeno ’ndrangheta

Capitolo 2

Il grande sistema

2.0 La sanità

2.1 I manager calibro 9

2.2 Il cambiamento

2.3 L’autorità parallela

2.4 Le cupole, i massoni deviati e i faccendieri

Capitolo 3

Le origini della ’ndrangheta e la Garduña spagnola

3.0 La comune nascita delle mafie

3.1 I viceré

3.2 Uccialì e Campanella

3.3 I fermenti culturali e le corti giudiziarie

3.4 Il mito fondativo inventato da una donna

3.5 Le origini condivise

3.6 Il tema del libro della de Suberwick

3.7 Garduña, camorra e ’Ndrangheta

3.8 Lo statuto

3.9 La storia segreta della setta

3.10 I minori e i maggiori

3.11 La religiosità

3.12 I tatuaggi

Capitolo 4

La picciotteria bruzia e l’inganno storico

4.0 La grande bugia

4.1 Le canzoni

4.2 La rinascita dopo la tempesta giudiziaria

4.3 L’altra consorteria

Capitolo 5

Emigranti di successo

5.1 Frankie Yale from... Longobucco

5.2 Frank Costello from… Lauropoli. Il padrino amico di Kennedy, ricevuto da Mussolini

5.3 Albert Anastasia from… Parghelia

Capitolo 6

Il regno di Pennino

6.0 Cosenza: Luigi Pennino, il boss

6.1 Lo storico incontro

Capitolo 7

I sequestri di persona negli anni Settanta

7.0 Gli ostaggi

Capitolo 8

La guerra di mafia e la trasformazione della mala

8.0 L’isola felice degli anni ’70

8.1 Il locale bastardo

8.2 L’omicidio di Luigi Palermo

8.3 L’agguato di Acquacoperta

8.4 Le fidelizzazioni

8.5 La sentenza sulla ’ndrangheta

8.6 L’organizzazione delle cosche cosentine

8.6.1 Il gruppo Perna

8.6.2 Il gruppo Pino-Sena

8.7 Morti ammazzati: Gildo Perri - Antonio Palermo - Giovanni Drago - Carlo Rotundo

8.8 Il tragico 1982. L’anno del Mundial

8.9 L’assassinio dell’avvocato Silvio Sesti

8.10 Uno scandaloso amore stroncato dalla lupara bianca

8.11 L’imprenditore Mario Dodaro vittima di due rapinatori

8.11.1 La dinamica del crimine

8.11.2 Le rivelazioni di Pagano

8.12 La mattanza continua. I tentativi di avvelenamento in carcere. Mariano Muglia, Maurizio Valder, Alfredo Andretti, Marcello Gigliotti e Francesco Lenti, Francesco Palmieri.

8.13 Sangue in tutta la provincia

8.13.1 La guerra nel Paolano

8.13.2 Il triplice omicidio di via Lunga Dogana

8.13.3 Il mistero della sparizione dell’ex consigliere Dc Pompeo Panaro

8.13.4 L’uccisione di Giannino Losardo

8.14 La guerra nella Sibaritide

8.15 Il delitto Cosmai

8.15.1 Lo scenario di un omicidio eccellente

8.15.2 L’assassinio di un servitore dello Stato

8.15.3 L’assassinio del maresciallo Filippo Salsone

8.16 La pace

8.17 Le cantate di Antonio De Rose

8.18 Fuoco a oltranza a Cassano e Corigliano

8.19 Gli omicidi compiuti dopo la tregua

8.19.1 Carmine Luce e i fratelli Bartolomeo

8.19.2 Due morti in casa Garofalo

8.19.3 L’eliminazione del padrone del bar L’Oasi

Capitolo 9

L’Italia di Mani Pulite e l’era dei pentiti

9.0 Gli anni di mani pulite

9.1 I pentiti cosentini

9.1.1 Il trafficante

9.1.2 Il picciotto

9.1.3 I germani alleati dei corleonesi – I rapporti Cosenza-Palermo

9.1.4 L’azionista

9.1.5 Il camorrista

9.1.6 L’esattore delle cosche

9.1.7 Il gommista

9.1.8 La macchina da guerra

9.1.9 Il capo

9.1.10 L’esperto

9.1.11 La mente del gruppo

9.1.12 Il braccio destro del capo

9.1.13 Il luogotenente

9.1.14 Il boss dagli occhi di ghiaccio

Capitolo 10

Il maxiprocesso Garden

10.0 La sentenza

10.1 Il blitz

10.2 Il dibattimento, i pentimenti e le dissociazioni poi imitate dai siciliani

10.3 Il killer delle carceri

10.4 Le conclusioni di accusa e difesa e i commenti al dispositivo

10.5 L’imprevista appendice del processo

Capitolo 11

Mafia e Appalti

11.0 La eliminazione di Pino e Davide Chiappetta

11.1 Operazione Ciak: la drammatica deposizione di Tallarico

Capitolo 12

La ’ndrangheta del 2000

12.0 Erminiuzzo

12.1 Le rivelazioni sul nuovo clan

12.2 Il pentito cassandra

12.3 La strategia del terrore scatenata dalle cosche

Capitolo 13

I morti della città silente

13.0 L’incubo della violenza

13.1 I silenzi del Palazzo

13.2 La denuncia del vescovo Agostino

13.3 L’uomo di Portapiana

13.4 Bella-Bella

13.5 Il vecchio alleato

13.6 Il re di Serraspiga

13.7 Un delitto di lupara

13.8 Nicola di Casali

13.9 L’ultimo padrino

13.9.1 Un agguato studiato nei minimi particolari

13.10 Il pizzo al Santuario. Gli omicidi Imbroinise, Sicoli e Pepere

Capitolo 14

L’Operazione Squarcio

14.0 Il blitz

14.1 Le accuse mosse dalla Dda

14.2 Il riarmo delle cosche e il ferimento di Vezzone

14.3 Le liti interne

14.4 Il superteste Alfa

14.5 La vita dei mafiosi

14.6 Il trucco dello spray

14.7 L’usura

14.8 Rivelazioni inedite

Capitolo 15

La cattura dei latitanti

15.0 La risposta dello Stato

Capitolo 16

Codici e pseudoritualità

16.1 Le regole da riscrivere

16.2 La filosofia della setta

Capitolo 17

Il terzo millennio

17.0 Il quadro criminale

17.1 Omicidi, usura, calcio e pentiti

17.2 Provincia insanguinata

17.3 I delitti impuniti compiuti in Sila

17.4 L’agguato ai due carabinieri

17.4.1 Si costituiscono gli attentatori

Capitolo 18

La stagione dei maxiprocessi

18.0 I maxi processi: Lupi, Twister, Tamburo, Azymuth e Luce

18.0.1 Il maxiprocesso Lupi

18.0.2 Il maxiprocesso Twister

18.0.3 Il maxiprocesso Azymuth

18.0.4 Il caso della misteriosa scomparsa di Franco De Nino

18.0.5 Il maxiprocesso Tamburo

18.0.6 Il maxiprocesso Luce

18.0.6.1 Da collaboratore a imprenditore

Capitolo 19

Il quadro criminale e le iniziative giudiziarie (2006-2014)

19.1 Il contesto mafioso

19.2 L’offensiva dello Stato

19.3 L’operazione Missing

19.4 Ucciso per errore al posto del fratello

19.5 Il ragazzo scomparso

19.6 Lo scomodo testimone

19.7 La prima sentenza Missing

Capitolo 20

Lo scenario paolano (1979-2013)

20.0 I patti con la camorra, i legami con i reggini, le lupare bianche, le inchieste Nepetia, Tela del ragno e Plinius

20.1 Le lupare bianche

20.2 Gli antichi legami con i campani

20.3 Gli investimenti della camorra

20.4 L’assassinio a Scalea del mammasantissima del rione Santa Caterina

20.5 Amantea e l’inchiesta Nepetia

20.6 La guerra mancata

20.7 I rapporti con la politica

20.8 Paola e l’inchiesta Tela di Ragno

20.9 La controffensiva dei Serpa

20.9.1 L’eliminazione degli scissionisti

20.9.2 La vendetta dei Serpa

20.10 La morte del capostipite

20.11 Il delitto Martello

20.12 I delitti Mannarino e La Rosa

20.13 L’omicidio di Luigi Sicoli

20.14 La prima sentenza Tela del ragno

20.15 Scalea, il Comune in mano a boss e picciotti

Capitolo 21

La Sibaritide

21.0 La Sibaritide

21.1 L’operazione Corinan

21.2 La testimone marocchina

21.3 Il Business dei videopoker

21.4 Le cosche degli albanesi

21.5 Harem

21.6 La testimonianza

21.7 I narcotrafficanti e l’operazione Skhoder

21.8 Le armi

21.9 L’area cassanese

21.9.1 L’ascesa degli zingari e la faida di Cassano

21.10 L’operazione Omnia

21.11 Gli stipendi

21.12 La testimonianza determinante

21.13 Il dominio sulla terra e sulle persone

21.14 Lo sfruttamento degli immigrati

21.15 Le sentenze Omnia

21.16 La conclusione del maxiprocesso Lauro

21.17 L’operazione Timpone Rosso

21.18 I retroscena della scomparsa di Gianfranco Iannuzzi

21.19 La tragica fine di Antonio Acquesta

21.20 L’arresto di Nicola Acri a Bologna

21.21 La sentenza

21.22 L’operazione Ultimo Atto a Cassano all’Ionio

21.22.1 La catena di omicidi

21.22.2 Le sentenze per gli imputati di Ultimo atto

21.23 Il boss canta

21.24 Parla la donna del boss

21.25 Canta pure Il Siciliano

21.26 Il depistaggio del pentito Gaetano Greco

21.27 Il Coriglianese

21.27.1 L’operazione Santa Tecla

21.27.2 Il traffico di droga

21.27.3 L’arresto del pentito Di Dieco

21.27.4 Le condanne di Santa Tecla

21.28 Lo scioglimento del Consiglio Comunale di Corigliano Calabro

21.29 La repubblica della ’ndrangheta di Rossano

21.30 Gli omicidi nella sibaritide 2007-2014

21.30.1 L’omicidio Converso, la supertestimone e il parroco

21.30.2 La duplice esecuzione di Corigliano

21.30.3 L’assassinio di Spezzano Albanese

21.30.4 Ucciso in un parcheggio di Marina di Sibari

21.30.5 L’omicidio di Luigi Aleardi

21.30.6 L’uccisione di Giovanni Battista Falbo

21.30.7 Francesco Ciappetta freddato a Lattughelle

21.30.8 Iannicelli, Cocò e la marocchina uccisi e bruciati su un’auto

21.31 La nuova offensiva criminale

Capitolo 22

L’operazione Ultimo assalto e "il clan degli zingari

22.0 I moderni corsari

22.1 Le cantate di Annatonia

22.2 Le tecniche usate per i colpi

22.3 La guerra tra nomadi e ’ndranghetisti

22.4 La ricostruzione dei pentiti

22.5 La macelleria delle cosche

Capitolo 23

L’offensiva contro i gruppi dominanti nell’area centrale della provincia

23.0 Le operazioni Anaconda, Terminator, Overloading, Telesis, Magnete, Vulpes, Job Center, Apocalisse, Nuova famiglia e Testa di serpente

23.0.1 L’operazione Anaconda e il Clan Cicero

23.0.2 L’operazione Terminator

23.0.3 L’inchiesta Overloading e i clan di Paterno e Cetraro

23.0.4 L’operazione Telesis contro il clan di Michele Bruni

23.0.5 L’offensiva antiracket lanciata nel 2013: le inchieste Magnete e Vulpes

23.1 Operazione Job Center

23.2 Apocalisse e il regno della droga

23.3 La Nuova famiglia Rango-zingari

23.3.1 I processi

23.3.2 Il rito abbreviato

23.4 Testa di serpente: la diabolica alleanza

23.4.1 Tutti i nomi dei fermati

Capitolo 24

I nuovi pentiti

24.0 I nuovi pentiti

24.1 La gola profonda silana

24.2 Il capobastone di Cariati

24.3 L’ex boss morto in aula

24.4 Il killer del cardiologo

24.5 Il pentito per amore

24.6 Il collaboratore e la mancata ritrattazione

24.7 Il killer dell’uomo sbagliato

24.8 Il picciotto che temeva d’essere ucciso

24.9 Il pentito con il vizio della rapina

24.10 Il contabile delle cosche

24.11 Il traditore del cognato

24.12 L’azionista Perciaccante

24.13 Il boss crotonese pentito padrone della Sila

24.14 Il pizzaiolo e i compari siciliani amici di Messina Denaro

Capitolo 25

I suicidi in carcere e la morte di Giampiero Converso

25.0 Il suicidio di Don Carmine Chirillo

25.1 La fine di Cesarino, del coriglianese e di Converso

Capitolo 26

Gli omicidi compiuti tra il 2005 e il 2014

26.0 Gli omicidi compiuti nel cosentino

26.1 La strage compiuta per vendetta

26.1.1 Il racconto del sopravvissuto

Capitolo 27

La lesbica e le ribelli della ’Ndrangheta

27.0 Le femmine nella ’Ndrangheta

27.1 La strage delle donne

27.2 I figli infami

Capitolo 28

La ’ndrangheta dei depressi

28.0 L’epidemia dei Capi

28.1 Il suicidio mai tentato

28.2 I battesimi di ’ndrangheta

Capitolo 29

’Ndrangheta e politica

29.0 I rapporti tra gli uomini di Stato e gli uomini delle Cosche

29.1 L’ex consigliere regionale e il boss pentito

29.2 Franco Il Cattolico, il giudice e il boss

29.2.1 I legami del politico

29.2.2 Don Giulio

29.3 Le informazioni riservate

29.4 I cosentini a Milano

29.5 Don Eugenio Il Millantatore

29.6 Il Comune di Rende e l’incubo della cooperativa

Capitolo 30

I mammasantissima e la massoneria deviata

30.1 La relazione della Commissione antimafia

30.2 La prima inchiesta

30.3 L’eterna ombra del venerabile

30.4 I boss, la massoneria deviata e le stanze dei bottoni

30.5 Don Mommo e la Santa

30.6 La nuova ’Ndrangheta e Mancuso

30.7 I dubbi del picciotto

30.8 Il padrino cavaliere

30.9 La componente riservata

30.10 Le regole della massoneria

30.11 L’ultima operazione contro i Mancuso

Capitolo 31

La ’Ndrangheta stragista

31.1 L’antefatto. Gli attentati contro le caserme, il giudice ucciso, le tombe incendiate

31.2 Gli stragisti siciliani

31.3 I prodromi della trattativa

31.4 I tempi dell’attacco

31.5 I due killer calabresi

31.6 La mamma di Calabrò

31.7 Il tritolo usato in Sicilia e la nave affondata in Calabria

31.8 I due pentiti parlano, dopo più di quattro lustri

Capitolo 32

Padrini, incolpevoli santi e inchini mafiosi

32.1 Il segretario della CEI

Capitolo 33

I boss con la testa… nel pallone

Capitolo 34

La ’Ndrangheta... comunista

Capitolo 35

I rapporti internazionali delle cosche

35.1 I latitanti

35.2 La Germania

35.3 La Slovacchia e il reporter assassinato

35.4 La lenta infiltrazione

35.5 Il business della droga

35.6 I rapporti con gli americani

35.7 L’inchiesta New Bridge e i legami con i Gambino

35.8 L’indagine Columbus

35.9 La Colombia e i narcos

35.10 Le operazioni Buena Ventura e Stammer

35.11 Il super latitante Ruvulcaba e i legami con i messicani

35.12 I rapporti del Cartello con la ’Ndrangheta

Capitolo 36

Il Canada, terra dei grandi laghi e della droga

36.1 La storia dei Rizzuto

Capitolo 37

L’Australia, gli affari e i legami con i ministri

37.1 I rapporti con la politica

Conclusioni

Ringraziamenti

Documenti e bibliografia

Documenti

Testi

ARCHIVIO FOTOGRAFICO

I diritti d’autore di questo volume sono devoluti alla Fondazione Cuore Immacolato di Maria - Rifugio delle Anime di Natuzza Evolo

Fondamentale per la composizione di questo volume è stato l’apporto di Luisa Sampugnaro ed Ercole Palermo.

Si ringraziano per il lavoro di editing Igino Camerota ed Elena Giorgiana Mirabelli.

Il materiale fotografico del volume è stato fornito dal fotoreporter Francesco ‘Ciccio’ Arena.

Prima edizione - giugno 2014

Seconda edizione - gennaio 2020

Proprietà letteraria riservata

© by Pellegrini Editore - Cosenza - Italy

Stampato in Italia nel mese di gennaio 2020 per conto di Pellegrini Editore

Via Camposano, 41 - 87100 Cosenza

Tel. (0984) 795065 - Fax (0984) 792672

Siti internet: www.pellegrinieditore.it

E-mail: info@pellegrinieditore.it

I diritti di traduzione, memorizzazione elettronica, riproduzione e adattamento totale o parziale, con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche) sono riservati per tutti i Paesi.

Ad Alessandro Bozzo

che ha sempre lottato

per la giustizia e la verità

Bruttu, bruttazzu, facci di la terra,

fusti mpastatu di crita e limarra,

undi pratichi tu ’nc è sempri guerra,

centu mali nci ’mbischi a cu ti parra,

tronu dill’aria, lampu mu t’afferra,

scupetta di curtu nommu sgarra.

Brutto, bruttone, faccia di terra,

sei stato impastato di creta e fango,

dove pratichi tu c’è sempre guerra,

cento mali trasmetti a chi ti parla,

tuono del cielo e lampo che ti afferra,

spari un fucile corto e non sbagli.

(Nicola De Meo, La fobia di un ragno, 1972)

Nel testo sono citate persone coinvolte in inchieste recenti e passate. Per tutte coloro che sono citate, tranne che per quelle che sono indicate come condannate in via definitiva, vale la presunzione d’innocenza. Si dovrebbe anteporre al nome di ciascuno il termine «presunto» e coniugare il relativo verbo al condizionale; ma un testo del genere diventerebbe di difficile lettura, ed è solo per questo dato tecnico che è stata fatta la scelta di scrivere in modo diretto usando spesso l’indicativo. Ciò non toglie che il lettore nella sua mente debba anteporre «presunto» a tutti i nomi di persone non condannate in via definitiva, e declinare i verbi al condizionale. Tutti i fatti narrati e i nomi delle persone citate sono tratti da atti giudiziari pubblici o contenuti in rapporti ufficiali delle forze dell’ordine.

Nota dell’Autore

Questa nuova edizione di Mamma ’ndrangheta comprende i risvolti giudiziari di molte operazioni di Polizia cui si faceva riferimento nella prima stesura e aggiunge al testo originario una parte degli studi compiuti per realizzare il volume Santisti e ’ndrine edito nel 2018.

Prefazione

di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso

Un viaggio lungo più di un secolo tra le organizzazioni criminali che hanno infestato l’area settentrionale della Calabria. Un viaggio tra boss e picciotti prima della picciotteria e poi della ’ndrangheta compiuto esaminando sentenze, documenti di archivio, pubblicazioni e giornali d’epoca e ricercando, come una volta facevano i grandi giornalisti, le foto più significative di personaggi che hanno dominato città e paesi forti, a volte, di un impressionante consenso sociale.

Il libro di Arcangelo Badolati è l’opera più completa ed esaustiva scritta sulle organizzazioni criminali della provincia di Cosenza. Un’opera che segue di 13 anni il suo primo volume – I segreti dei boss – che fu, invece, il primo testo dedicato alla mafia bruzia. In questo nuovo lavoro, Badolati traccia la mappa delle cosche calabresi e la catena di comando che ne determina strategie e interessi individuando l’esistenza di due crimini, uno a Cirò e l’altro a San Luca, così come emerge dalle più recenti indagini condotte dalle procure antimafia di Reggio e Catanzaro. L’autore esamina anche la produzione letteraria riguardante il fenomeno della criminalità organizzata in Calabria, soffermandosi in particolare su un autore, Saverio Montalto, colpevolmente sottovalutato e dimenticato, che per primo nel suo più celebre lavoro – La famiglia Montalbano – parlò in anni lontani dell’esistenza di una struttura unitaria di coordinamento della ’ndrangheta in provincia di Reggio Calabria e della divisione di quella zona della regione in tre mandamenti. Una struttura – il crimine – che nulla ha però a che vedere con la cupola siciliana di più moderno interesse. Particolarmente interessante si rivela poi nel lavoro del giornalista e scrittore la parte dedicata alla Garduña spagnola, per lungo tempo ritenuta matrice di riferimento storico della ’ndrangheta e della quale parla per la prima volta una scrittrice francese, la quale scrisse sotto lo pseudonimo spagnolo di Victor de Fereal, nel 1844. Badolati compie un’analisi di comparazione fra la strutturazione interna e le gerarchie della setta iberica fondata – secondo de Fereal – nel 1417 a Toledo e quelle delle mafia calabrese. L’autore, tuttavia, non si lascia convincere del tutto della reale esistenza della Garduña e ne mette in dubbio la reale attività lasciando intendere – in mancanza, lungo i secoli, di qualsivoglia riferimento processuale alla setta in Spagna – che potrebbe trattarsi solo di una invenzione letteraria della scrittrice francese. Appassionante poi il racconto dello sviluppo e della evoluzione tra l’Ottocento e il Novecento della criminalità bruzia. Un racconto che si sviluppa partendo dal primo dibattimento celebrato contro la picciotteria cosentina e si proietta sino ai giorni nostri, passando per le fortune fatte negli Stati Uniti anche da due cosentini – Frank Costello e Jim Colosimo – a New York e Chicago. Badolati testimonia pure della presenza in Calabria di Lucky Luciano, il grande capo di Cosa nostra americana, ricostruendone l’episodio e dimostrandone la veridicità con una foto del boss americano assolutamente introvabile.

Nella sua prima parte, Mamma ’ndrangheta smentisce un assunto per decenni accreditato dalla storiografia di settore circa la mancanza di tradizioni storiche della mafia cosentina dimostrando, al contrario, che essa ebbe un periodo di splendore lungo i primi trent’anni del secolo scorso. In epoca più recente, la criminalità organizzata di Cosenza ha avuto, invece, uno sviluppo moderno passato attraverso l’azione dei suoi uomini più rappresentativi: Luigi Pennino, Luigi Palermo, Franco Pino, Antonio Sena, Santo Carelli, Franco Muto e Franco Perna, dei quali l’autore traccia con documentate ricerche le personalità. Infine, l’oggi. Con inchieste, sentenze e dibattimenti esaminati da Badolati con il piglio dello storico e una documentatissima analisi di fatti e circostanze che offrono un quadro straordinariamente esaustivo. Dalle due ondate di pentiti che affollano le scene giudiziarie ai maxiprocessi che caratterizzano le attività degli organi giudiziari di Cosenza, Paola, Castrovillari, Rossano e Catanzaro, lo scrittore delinea le figure dei collaboratori di giustizia, descrive la dinamica e i moventi dei delitti compiuti dal 1977 al 2019, spiega come le cosche bruzie attuarono la strategia della «dissociazione» durante il dibattimento Garden ottenendo sconti di pena significativi. Una strategia, quella della «dissociazione», inutilmente tentata anche dai boss siciliani all’inizio del Duemila.

Se, dunque, s’intende conoscere e studiare l’evoluzione delle organizzazioni mafiose nell’area settentrionale della Calabria non si può prescindere da questo volume che, oltre a interessanti e indispensabili ricostruzioni mirate di accadimenti, offre spunti di riflessione sulle strade da intraprendere per arginare l’offensiva della ’ndrangheta.

Capitolo 1

Gli scrittori e la ’ndrangheta

1.0 Letteratura e criminalità

Gli scrittori calabresi dell’ultimo secolo hanno provato a comprendere e raccontare le dinamiche e i fenomeni che, nel territorio regionale, hanno determinato la nascita e il prosperare di organizzazioni criminali piccole o grandi, guidate da uomini carismatici e spesso senza scrupoli.

Banditi, briganti e mafiosi hanno animato e condizionato la vita sociale ed economica di contrade, paesi e città in epoca precedente e successiva all’unità d’Italia. Molti intellettuali – a onor del vero con alterne fortune – hanno eseguito studi accurati sul fenomeno passato alla storia con il nome di brigantaggio: alcuni, soprattutto moderni, in chiave revisionistica; altri, in tempi meno recenti, provando a raccontare le varie fasi di un fenomeno cruciale della storia del nostro paese. Tra gli autori del Novecento, il solo Nicola Misasi – scrittore rivoluzionario e di cultura coraggiosa – si è imposto un’analisi oggettiva dei fatti, senza lasciarsi influenzare dalla comoda versione confezionata dai cantori di regime per ammantare di retorico patriottismo il nostro Risorgimento.

Misasi già durante il regno dei Savoia ha, infatti, narrato l’epopea dei briganti operando in controtendenza e, mosso da una passione civile ineguagliabile, ha provato a spiegare le ragioni e le passioni che avevano spinto uomini e donne di Calabria a ribellarsi alle invasioni e alle repressioni. Misasi ha sfidato con i propri scritti regnanti e le caste politico-militari affinché fosse riconosciuto alla sua gente il diritto d’essere ricordata per quello che era: una popolazione annessa e mortificata. L’Unità d’Italia significò, infatti, per i calabresi, coscrizione obbligatoria, nuove tasse e ripetute violenze dei soldati settentrionali: interi paesi incendiati, contadini e preti uccisi, donne violentate.

Lo scrittore, nato a Paterno Calabro in provincia di Cosenza, fu un narratore militante: il primo a raccontare di briganti coraggiosi e romantici come Giosafatte Talarico, il farmacista che lavò col sangue l’infamia subita dalla sorella e si consegnò poi, invitto, alle autorità in piazza Prefettura a Cosenza. Nicola Misasi smentì con fermezza la storiografia savoiarda che dipingeva il ribellismo calabrese come animato da rozzi assassini; senza timori riverenziali, denunciò il fallimento della rivoluzione risorgimentale e il sostanziale inganno che ne era derivato.

Nel suo Il romanzo della rivoluzione scrisse a chiare lettere: «nuovi signori si erano sostituiti ai Borboni portando nel governo stesse arti e stesso metodo». Commentando il libro Senza dimani aggiunse: «questo libro non è un romanzo, è una difesa di un popolo generoso, calunniato dagli storici della rivoluzione. Né più né meno».

Allo Sparviere, personaggio della sua opera Cronache del brigantaggio, affidò invece la descrizione dell’animus dei briganti silani:

Se essi urleranno di dolore sotto il nostro pugnale pensate a quanti gemettero di dolore sotto le loro scudisciate; a quanti dei nostri morirono di fame, di freddo, di febbre nelle capanne, vittime dell’avarizia, dell’ingordigia, della ferocia dei nostri padroni. Eppoi anche noi dobbiamo vivere di un po’ di vita allegra per un anno, per un mese, per un giorno, non importa.

Nicola Misasi morì nel 1923, a 73 anni: Benito Mussolini volle onorarlo con i funerali di stato. Era stato maestro di Michele Bianchi, ministro di regime ai lavori pubblici.

1.1 Il fenomeno ’ndrangheta

Il fenomeno ’ndrangheta, a differenza del brigantaggio, è sempre stato animato dalla volontà dei suoi massimi esponenti di accumulare ricchezza secondo forme illecite. Corrado Alvaro, autore tra i più grandi del Novecento italiano, ne parlò nel suo racconto L’onorata società, pubblicato nel 1955, anno dell’operazione di bonifica della Calabria affidata al questore Carmelo Marzano.

Alvaro sottolineando l’inadeguatezza della classe dirigente nell’offrire occasioni di riscatto alle popolazioni stremate dalla disoccupazione e dall’emigrazione, scriveva:

Quando una società dà poche occasioni di mutare stato, far paura è un mezzo per affiorare.

Dalle pagine del Corriere della Sera, commentò poi l’azione repressiva decisa dallo Stato. Il suo pensiero, dopo quasi sessant’anni, è ancora attuale:

Non è un semplice problema di polizia, né si tratta di mettere sotto accusa o in stato di assedio una intera provincia. La norma per un’azione seria potrebbe dettarla l’esame di come si è comportata la classe dirigente da 50 anni. Questo non è tutto ma potrebbe essere molto utile.

Leonida Repaci, intellettuale originario di Palmi e ideatore del Premio Viareggio affrontò, invece, il tema della malavita in Santazzo il tempesta: splendido racconto in cui è ricostruita la storia di Santo Scidone, primo vero boss della ’ndrangheta calabrese, anch’egli palmese, che verrà assassinato con un colpo di fiocina da un giovane pescatore al quale voleva imporre il pizzo sulla vendita del pescespada. Santazzo è un uomo feroce e generoso che, dopo il terremoto del 1908, impose ai detenuti del carcere in cui era recluso d’intervenire in favore della popolazione. Nello scritto convivono i due volti del mafioso: quello dell’uomo apparentemente capace di provare sentimenti e l’altro, inquietante, del personaggio violento e senza scrupoli.

Saverio Strati invece, nel Selvaggio di Santa Venere, definisce la ’ndrangheta «un’associazione dedita esclusivamente alla consumazione di delitti». Nel Diavolaro racconta di Santo, un malavitoso che entra molto giovane nella «Onorata società» e ne diventa il capobastone usando la violenza e flirtando con il potere. Ma il contributo più significativo offerto dalla letteratura calabrese sul tema della criminalità organizzata viene da Saverio Montalto che, nonostante la ripubblicazione delle sue due opere più importanti (La famiglia Montalbano e Matrimonio clandestino), rimane un intellettuale colpevolmente dimenticato.

Montalto parlerà della criminalità calabrese in La famiglia Montalbano, romanzo scritto nel 1945 ma pubblicato postumo nel 1973, che ebbe una chiara influenza su Leonardo Sciascia rintracciabile ne Il giorno della civetta. I protagonisti dell’opera appartengono a una mafia spietata, potente e impunita. Una mafia tremendamente moderna che coinvolge il sindaco del paese, il parroco, il medico, gli avvocati, i proprietari terrieri. Nelle sue descrizioni tutti sono amici degli amici. Gli uomini della famiglia non hanno onore: trescano, fanno affari, gestiscono il potere e non risparmiano i più deboli.

Lo scrittore rivela nella sua opera l’esistenza dei tre mandamenti della ’ndrangheta: ionico, tirrenico e reggino. Tre aree geografiche riconducibili ad altrettanti penitenziari: Locri, Reggio Calabria e Palmi. Una strutturazione territoriale e governativa che le cosche si sarebbero date e che troverà conferma, 65 anni dopo, nella maxinchiesta Crimine condotta dalla Procura distrettuale di Reggio Calabria.

L’indagine, dando forma giudiziaria alle anticipazioni dell’autore, chiarirà i ruoli delle tante ’ndrine e dei numerosi locali che affollano i litorali e l’Aspromonte, il centro e il nord del Paese, la Germania e la Francia, il Canada e l’Australia. Dai tre mandamenti nasce una direzione strategica – per usare una definizione risalente agli anni di piombo – che diventa, secondo le tesi della magistratura inquirente del terzo millennio, l’unico organismo – il Crimine – in grado di dettare linee d’azione, indicare obiettivi, autorizzare omicidi e interferire negli scontri tra famiglie durante le feroci faide: un comando unificato demandato ad autorizzare la nascita o la chiusura di locali ’ndranghetistici in Italia e nel resto del mondo. Un vertice su cui sarebbe rimasto per qualche tempo assiso con la qualifica di capocrimine Domenico Oppedisano da Rosarno, ottantenne saggio compagno della Piana di Gioia Tauro, nominato custode e sacerdote dell’ortodossia mafiosa: niente a che fare con il capo dei capi siciliano, il corleonese Totò Riina U curtu, famoso per cinismo e spietatezza. Il capocrimine calabrese di moderna definizione non è infatti sovrapponibile al presidente della commissione di Cosa nostra. E il crimine reggino non è assimilabile alla cupola isolana. Ruoli, funzioni e peso appaiono oggettivamente diversi. Da sempre.

L’esistenza del Crimine non è dunque la scoperta investigativa del nuovo secolo. La prova letteraria e non investigativa la offre proprio Saverio Montalto, dandone conto dell’esistenza già negli anni quaranta del secolo scorso. In quelle pagine, scritte in tempi ormai lontani, l’autore nativo di San Nicola di Ardore racconta della riunione convocata dai maggiorenti delle cosche per decidere l’omicidio di un giovane possidente che aveva oltraggiato il boss del paese e insidiato l’amante d’un altro capobastone. Montalto, veterinario di professione, fu autore di un omicidio e di un tentato omicidio. Scrisse il testo durante la detenzione. Così illustrò la riunione tra capi:

Dopo il Crimine di prima istanza veniva il Crimine provinciale o vertice che era a sua volta una specie di corte suprema composta dai tre capi trini che detenevano il comando dei tre circondari della provincia.

L’autore, il cui vero nome era Francesco Barillaro, descrisse dunque con largo anticipo l’esistenza dei tre mandamenti e della commissione provinciale che definisce Crimine, proprio come faranno 65 anni dopo i magistrati antimafia di Reggio Calabria.

L’uomo non era un chiaroveggente ma, per via della sua controversa storia personale, un obbligato frequentatore carcerario di malavitosi: è chiaro, pertanto, che il Crimine e i tre mandamenti sono un patrimonio antico della criminalità organizzata calabrese e non pura finzione letteraria. In tempi più recenti, negli anni novanta, ancora la Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria ha ipotizzato l’esistenza di un organismo unitario delle cosche del Reggino: una struttura verticistica chiamata Cosa nuova costituita dai membri delle famiglie più influenti dei Bellocco, Barbaro, Romeo, Iamonte, Araniti, Cataldo, Alvaro, Piromalli, De Stefano, Papalia, Pelle, Morabito, Serraino, Nirta, Mammoliti, Imerti e Condello.

La tesi non ha trovato tuttavia riscontro processuale e non è riuscita a superare lo scoglio delle indagini preliminari. Della struttura di vertice avevano parlato i pentiti Luigi Sparacio e Gaetano Costa di Messina oltre a Filippo Barreca e Giacomo Lauro di Reggio Calabria. La tesi della magistratura inquirente si riferiva però a una struttura provinciale creata, dopo la guerra di Reggio Calabria del 1991, per dirimere le future controversie ed evitare ulteriori spargimenti di sangue. In effetti però il Crimine della ’ndrangheta esisteva già nella prima metà del Novecento; fungeva da camera di controllo e compensazione tra i locali e da tribunale in grado di emettere condanne alla pena capitale. D’altronde nel 1969, durante il famoso summit raccontato da Montalto, il patriarca Giuseppe Zappia di San Martino di Taurianova fu sorpreso dai poliziotti del questore Emilio Santillo proprio mentre spiegava ai boss riuniti tra i boschi aspromontani come la ’ndrangheta non dovesse perdere la sua unitarietà: una prerogativa che si manifestò in occasione della costruzione della Salerno-Reggio Calabria e del porto di Gioia Tauro o quando, a Razzà, i capi si riunirono per decidere la spartizione di mazzette e subappalti legati alla realizzazione della strada che avrebbe dovuto collegare l’area tirrenica a quella ionica. Furono successivamente le guerre scoppiate in riva allo Stretto, nella Locride e nella Piana di Gioia a sottrarre importanza al Crimine e ai mandamenti. Tornata la pace, invece, la vecchia struttura ha ripreso seppur con fatica a funzionare. Con buona pace di quanti, tra investigatori e studiosi, non hanno mai letto Saverio Montalto, scrittore morto in solitudine, ignorato dal mondo letterario nazionale.

Capitolo 2

Il grande sistema

Immensi agrumeti profumavano a quel tempo l’aria già ricca di iodio. Due fiumi, il Petrace e il Mesima, gettavano in mare le acque cristalline delle sorgenti montane suscitando la curiosità dei gabbiani. I greci vi avevano trovato dimora fondando una loro città: la terra era fertile, il clima ideale.

L’antico e suggestivo scenario, sul quale posarono gli occhi romani, arabi, normanni, spagnoli e francesi, è scomparso per sempre nel secolo scorso, quando lo Stato ha finto di voler dare impulso industriale a quella parte di Calabria, immaginando prima un mostro siderurgico, poi un’inquinante centrale a carbone e infine un immenso porto. La centrale non è mai stata realizzata, la struttura portuale invece sì. E siccome nella Piana di Gioia Tauro sviluppano i loro interessi le cosche forse più temute della mafia calabrese, quel porto è diventato cosa loro. Tanto loro da costringere la Medcenter, società chiamata a gestire le banchine dell’infrastruttura, a subire esose richieste.

Domenico Pepè, ambasciatore e plenipotenziario delle ’ndrine, con calma serafica e senza tradire alcuna emozione, si siede davanti alla scrivania di Walter Lugli, alto dirigente della grande azienda. I due si sono appena stretti la mano. Pepè, che ufficialmente fa l’imprenditore, comincia a parlare, ben scandendo verbi, aggettivi e sostantivi.

«Noi siamo a fianco vostro. Per tutti i problemi che avete là possiamo esservi vicini... in qualsiasi genere di problema che si crea o si va creando. Naturalmente, con tutti quegli ettari di terreni tagliati, giardini, mandarini, aranci che ci hanno distrutto... penso che è giusto che qualcosa dobbiamo prendere pure noi. La nostra richiesta non è di assunzioni... Noi chiediamo qualcosa per noi... Noi siamo là, viviamo là, abbiamo il passato, il presente e il futuro! Quindi la nostra richiesta è che per ogni container ci sia qualcosa per noi. Noi lo riteniamo giusto, logico... È lo scambio di un discorso reciproco, corretto e civile. La nostra richiesta è un dollaro e mezzo per ogni container che si scarica. Anche perché là prendete 80, 85, 90 dollari a container. Quelle che chiediamo noi sono solo le briciole...».

Il manager della società internazionale prende tempo, dice d’essere pronto a portare la questione in consiglio di amministrazione e l’uomo delle cosche precisa subito: «Io sono qui per tutti!». E annuncia:

«Siamo in grado di intervenire sugli scioperi e su tutte le cose che potranno dare fastidio al lavoro. Noi possiamo risolvere tutti i problemi. Ve l’ho detto, quando preparano gli scioperi e quelle americanate lì, noi possiamo intervenire... Quello di cui avete bisogno, per quanto riguarda la Calabria, in tutti gli uffici possibili e immaginabili, noi siamo in grado di potervi aiutare, senza problemi. Non ve lo dico per vanto, ma state tranquillo, che in qualsiasi ufficio della Calabria, se per un documento ci vogliono dieci giorni, noi in due giorni lo possiamo prendere... Voi mi avvertite, mi dite siamo fermi per questa situazione... mi date nome di chi è e chi non è... e io mi metto in movimento... Snelliamo le procedure... Su questo potete dormire sonni tranquilli».

È questo il sistema ’Ndrangheta...

La mafia calabrese è una holding criminale che agisce su scala internazionale, condiziona le attività economiche di tre continenti e si muove attraverso consorterie diverse che innervano i territori. Le cosche, basate su rapporti familiari e rafforzate dal continuo incrociarsi di matrimoni tra esponenti di famiglie differenti, fanno capo a una sorta di sacro tempio originario che mantiene saldamente la sua sala d’adunanza e i suoi luoghi di culto in terra calabra. Nel tempio, alla stregua di sommi sacerdoti, degli ’ndranghetisti prescelti custodiscono le regole in nome di un organismo – la Provincia o il Crimine – chiamato a dirimere i conflitti, ordire strategie, aprire e chiudere i locali sparsi per il mondo. Fino all’inizio del terzo millennio, tra il Pollino e l’Aspromonte esisteva un solo Crimine, quello di San Luca, cui si è poi aggiunto – per iniziativa di Nicolino Grande Aracri, padrino di Cutro – quello crotonese, con mansioni di influenza e direzione sulla quasi totalità dell’area centro-settentrionale della Calabria, larga parte dell’Emilia Romagna e le città tedesche di Francoforte e Stoccarda.

Di questa struttura sovraordinata di comando hanno parlato numerosi collaboratori di giustizia, tra i quali Giuseppe Giampà di Lamezia Terme, figlio del celebre boss Francesco Giampà inteso come il professore. Non solo: a riscontro dell’esistenza del secondo Crimine sono arrivate le illuminanti intercettazioni ambientali, eseguite dalle forze dell’ordine in una tavernetta collocata nell’abitazione di residenza di Grande Aracri a Cutro. I colloqui confermano il ruolo svolto dal capobastone, il quale disegna le strategie dei gruppi attivi nel vasto territorio caduto sotto la sua competenza, decide i nomi dei capi da insediare alla guida delle varie ’ndrine e stabilisce la misura dei guadagni che ciascuna cosca debba ricavare da ogni singolo affare. L’ipotesi che la mafia calabrese abbia una direzione strategica unitaria, seppur con compiti meno rigidi e variegati rispetto ad altre mafie italiane, è stata accolta e fatta propria dalla Corte di Cassazione che, con sentenza definitiva del 17 giugno del 2016, ha illuminato l’esistenza di una «struttura unitaria di comando» della ’Ndrangheta, in relazione a quanto era stato contestato dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria alle decine di picciotti e boss imputati nel maxiprocesso Crimine.

Occorre tuttavia precisare che la struttura individuata non può considerarsi sovrapponibile alla celeberrima cupola siciliana, nella quale Totò Riina e i corleonesi esercitavano un potere assoluto su tutte le cellule di Cosa Nostra operanti in Sicilia. Quella calabrese è un’organizzazione di comando meno rigida che modula i propri interventi in relazione al potere che ogni singola ’ndrina esercita da decenni autonomamente sul proprio territorio. Quella svolta dal Crimine o Provincia è una più blanda funzione di coordinamento, se confrontata all’omologo della struttura siciliana; funzione che si esplica nel rispetto di una tradizione che ha visto la ’Ndrangheta svilupparsi da sempre su base orizzontale e non verticistica. Potremmo parlare di un raggiunto e difficile equilibrio tra centralismo delle regole e dei rituali e decentramento delle ordinarie attività illecite.

Ma cosa realmente rappresenti oggi la mafia calabrese nel panorama nazionale e internazionale lo scrive la Commissione bicamerale antimafia nella relazione finale consegnata al Parlamento nel febbraio del 2018. I commissari scrivono che la ’Ndrangheta si conferma come «l’organizzazione criminale più ricca, agguerrita e potente», con solide radici in Calabria, dove «esercita un asfissiante controllo del territorio e delle attività economiche e della pubblica amministrazione», ma con significative ramificazioni «in tutte le regioni del Paese, anche se con gradi di penetrazione differenti» e «un marcato profilo transnazionale».

La capacità d’infiltrazione viene ancor meglio descritta nel passaggio della relazione nella quale i commissari affermano:

«Il ricorso alla violenza e all’intimidazione tende a smorzarsi per lasciare il passo alla costruzione di legami di cointeressenza che coinvolgono imprese, pubblici funzionari, categorie professionali, politici e altri attori».

E, più avanti:

«Non c’è settore, dalle costruzioni al turismo, dal commercio alla ristorazione, dal gioco d’azzardo legale allo sport, in cui le imprese mafiose non abbiano investito».

I boss calabresi s’interessano pure di interramento di rifiuti tossici, di riciclaggio internazionale, gestione dei Centri per l’accoglienza dei migranti, traffico di droghe pesanti e leggere, sanità pubblica e privata, commercio illegale di reperti archeologici e di opere d’arte, utilizzo di fondi europei, condizionamento di enti pubblici territoriali, oltre a sviluppare il loro nefasto potere anche attraverso le logge massoniche deviate.

Nel 2016, la presidente della Commissione antimafia, Rosy Bindi, ha disposto l’accesso agli elenchi degli iscritti alle quattro maggiori Obbedienze italiane: dall’esame della documentazione è emersa più di una criticità. Gli elenchi ufficiali, secondo la Commissione, sono risultati incompleti e inattendibili e non hanno permesso di identificare un’alta percentuale (circa il 15%) di iscritti rimasti occultati grazie a generalità incomplete, inesistenti o nemmeno riportate. In più, molti fratelli di diverse logge sciolte sono risultati vicini o legati ai clan; si è rilevata infatti una presenza non trascurabile di iscritti alla massoneria all’interno di enti commissariati per mafia, quali comuni e aziende sanitarie locali, nonché di un numero non indifferente d’iscritti coinvolti in vicende processuali, in procedimenti di prevenzione, giudiziari o amministrativi, ivi compresi alcuni condannati in via definitiva per mafia.

Le Massonerie regolari del nostro Paese, a dire il vero, hanno innalzato il grado di controllo esercitato sui loro associati e su quanti chiedono di aderire. È tuttavia particolarmente preoccupante il livello di contatti esistenti tra i malavitosi calabresi e gli esponenti della massoneria deviata. Al riguardo, la relazione della Commissione antimafia stigmatizza la «realizzazione, o il tentativo di realizzazione, dei programmi criminosi in un contesto riservato, chiuso a ogni interferenza statale che non può che agevolare i disegni mafiosi che rimangono sottotraccia».

Quanto invece la ’Ndrangheta abbia condizionato, e condizioni la politica, è un dato che emerge dall’enorme numero di comuni sciolti per infiltrazioni mafiose negli ultimi venti anni in Calabria e non solo. Alle amministrazioni di Leinì, in Piemonte, e di Brescello, in Emilia Romagna (i casi più recenti nel settentrione d’Italia), devono aggiungersi le cinque sciolte, tutte in un solo giorno, tra il Pollino e l’Aspromonte, il 22 novembre del 2017.

In un colpo solo il Consiglio dei ministri, su proposta di Marco Minniti, ha sciolto per mafia Lamezia Terme, Isola Capo Rizzuto, Cassano Jonio, Marina di Gioiosa Jonica e Petronà, che si sono aggiunti agli altri sette comuni già commissariati nel medesimo anno solare. Il 26 aprile del 2018 è toccato invece ai municipi di Limbadi e Platì; l’8 maggio a quelli di San Gregorio d’Ippona e Briatico. Nei complessivi sedici enti pubblici territoriali, secondo il Viminale, sono stati accertati «gravi condizionamenti da parte della criminalità organizzata con pesanti ripercussioni sulle attività espletate». La tesi del Viminale sembra essere confermata anche da numerosi pronunciamenti giudiziari che hanno riguardato altri comuni calabresi: il 5 maggio del 2018, per esempio, è diventata definitiva la condanna a 12 anni di reclusione inflitta all’ex sindaco di Siderno, Alessandro Figliomeni, arrestato nel 2010 perché ritenuto «partecipe attivo» della ’ndrina operante nella cittadina dell’area ionica del Reggino.

2.0 La sanità

La Calabria vanta un altro primato: è la regione con il maggior numero di Asl-Asp sciolte per infiltrazioni mafiose. Le cosche hanno allungato la loro nera mano, sin dalla seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso, anche sulla sanità. I boss hanno infatti intuito quanto importante e redditizio fosse – sia dal punto di vista economico che del consenso sociale – condizionare le attività delle strutture sanitarie pubbliche e private.

Il modello applicativo della strategia di’infiltrazione criminale è stato sperimentato nella Piana di Gioia Tauro, nella Locride, a Reggio Calabria e a Melito Porto Salvo, ove era già forte la capacità delle consorterie di influenzare il ceto politico locale e le scelte delle amministrazioni comunali. Sulle sgangherate USL (Unità Sanitarie Locali), create per garantire ai partiti della Prima Repubblica mangiatoie di sottogoverno, i mammasantissima hanno esercitato un potere quasi assoluto, creato a suon di pistolettate e minacce. Un potere che ha costretto i responsabili di uffici e servizi e i componenti dei comitati di gestione a favorire aziende di riferimento dei padrini, ad accreditare laboratori e cliniche di amici degli amici, a cedere appalti e forniture di mense e pulizie negli ospedali a ditte di compari in cerca d’improbabili fortune imprenditoriali. In taluni casi, come ha avuto poi modo di scoprire la magistratura inquirente, la sede della Usl di Gioia Tauro era addirittura collocata in immobili di proprietà di una delle famiglie, quella dei Piromalli, di antico lignaggio mafioso. Non solo: sempre a Gioia Tauro, gli ’ndranghetisti, contando sull’appoggio di professionisti insospettabili e grazie alla costituzione di società ad hoc, avevano persino aperto studi diagnostici e radiologici convenzionati con la USL. Studi dotati di macchinari modernissimi – acquistati con i lauti proventi di estorsioni e del traffico di stupefacenti – pronti ad accogliere le migliaia di utenti che, stranamente, trovavano invece sempre rotti o malfunzionanti ecografi, tac e macchine radiologiche di cui erano dotati i nosocomi e gli ambulatori pubblici. Tanti sono stati pure i picciotti assunti dalle Usl per ordine dei capibastone perché potessero godere di un posto sicuro da sbandierare a sbirri e magistrati in caso di retate.

Le prime a essere sciolte, nel 1987, sono state le Unità Sanitarie Locali di Taurianova e Locri con un decreto del Presidente della Repubblica su proposta del ministro dell’Interno dell’epoca, Oscar Luigi Scalfaro. Nella relazione ministeriale erano descritti e censurati i desolanti metodi utilizzati per amministrare strutture e ospedali. L’onta dello scioglimento investirà la sanità pubblica locrese ancora un’altra volta, dopo il 1987, quando la commissione d’accesso presieduta dal prefetto Paola Basilone accerterà, venti anni più tardi, situazioni di condizionamento mafioso altrettanto gravi.

Gli accertamenti verranno disposti dopo l’assassinio del vicepresidente del consiglio regionale calabrese Francesco Fortugno, avvenuto nell’ottobre del 2005 davanti al seggio per le primarie dell’Ulivo allestito nel centro di Locri. L’uomo politico, come la moglie Maria Grazia Laganà, poi divenuta parlamentare del Pd, svolgeva le mansioni di medico presso i nosocomi della zona. La Commissione Basilone rileverà – solo per fare un esempio – che la pulizia dei presidi ospedalieri della città di Zaleuco e di Siderno è affidata a una cooperativa che conta tra i suoi dipendenti «23 persone legate da vincolo di parentela diretto, perché figli o addirittura coniugi, con appartenenti di primo piano delle organizzazioni mafiose locali». Insomma, dopo ben quattro lustri, in riva al mar Ionio nulla sembra essere cambiato.

Per infiltrazioni mafiose sono state inoltre sciolte le due Aziende sanitarie provinciali di Reggio e di Vibo Valentia. La prima è stata commissariata nel 2008, la seconda nel 2010. In entrambi i casi sono state rilevate anomalie nell’espletamento delle gare di appalto ed è stata segnalata la presenza di elementi sospetti, sia tra il personale in servizio nelle due strutture che tra i dipendenti di alcune ditte appaltatrici.

2.1 I manager calibro 9

Affari, affari e affari... I boss di oggi sono azzimati, parlano in perfetto italiano, usano l’iPod, comunicano con smartphone di ultima generazione e rivolgono lo sguardo ai mercati mondiali, dopo aver conquistato e saccheggiato l’Italia. Non c’è azienda in Piemonte, Lombardia, Liguria, Umbria, Toscana, Lazio, Emilia Romagna e Veneto, che non abbia sperimentato la diabolica capacità dei boss calabresi di alterare e condizionare il mercato e la libera concorrenza, d’infiltrarsi nella politica, d’impadronirsi di imprese in difficoltà economica con l’ausilio di capitali freschi, così come di scalare perfino i vertici di banche e istituti di credito. Fatto scempio della penisola, le consorterie hanno scatenato la loro campagna di colonizzazione dell’Europa, investendo in immobili e attività commerciali nell’Est europeo, in Olanda, Belgio e Spagna, ripetendo l’offensiva scattata già negli anni ’70 in Germania, Francia del Sud, Australia e Canada.

Quella della seconda metà del Novecento fu un’azione espansiva avviata sfruttando in maniera deviata il fenomeno dell’emigrazione, mentre quella dei nostri giorni si compie attraverso gli strumenti della globalizzazione. Basta un clic sulla tastiera di un computer per contattare partner commerciali, avviare collaborazioni, stabilire patti finanziari e investimenti. Operazioni poi perfezionate attraverso società costituite ad hoc nei paradisi fiscali tramite la complicità di manager prezzolati, personaggi pronti a imbarcarsi sul primo aereo per firmare contratti, assegnare quote e valutare dividendi.

Il Vecchio continente s’è accorto dei picciotti partiti dalla Locride o dalla Piana di Gioia Tauro, dal Vibonese o dal Crotonese, dal Cetrarese o dalla Sibaritide, solo dopo la strage di Duisburg, nel 2007, quando i vendicatori di San Luca saldarono i loro conti facendo sei vittime davanti a una pizzeria ch’era appena stata sede di un rito di affiliazione. La parola faida, che richiama gli ancestrali metodi della giustizia privata e un «potere millenario – scriveva l’intellettuale Corrado Alvaro – che irride tutti gli altri poteri» occupò, in quell’occasione, improvvisamente le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. La comunità internazionale inorridì e prese finalmente consapevolezza dell’esistenza di un’entità criminale che opera attraverso cellule diffuse nelle aree più ricche del pianeta. Un’entità forte di peculiarità che perfino gli analisti delle intelligence abituate a combattere il terrorismo islamista non riescono, tutt’oggi, facilmente a decriptare.

La ’Ndrangheta non ha più un profilo unico e riconoscibile: non ci sono malavitosi con la coppola e la lupara, ma mafiosi giovani e rampanti, ben istruiti e ricchi, astuti e imprevedibili che, se al mattino parlano in inglese e francese, alla sera usano il dialetto della terra d’origine mentre pasteggiano con i compari con cui hanno fatto fortuna.

I nuovi boss si richiamano alle simbologie d’una tradizione inventata legata alla Garduna spagnola, un’organizzazione criminale probabilmente mai esistita. Una simbologia utilizzata dalla mafia calabrese per indicare le gerarchie e i ruoli degli appartenenti alle singole cosche, per strumentalizzare la religione cattolica e le manifestazioni di devozione popolare, per infliggere dure punizioni a quanti sbagliano, per costituire la bacinella (cassa comune della consorteria) e uniformare le procedure di arruolamento degli adepti. I padrini moderni esercitano ancora saldamente il controllo del mondo rurale e fondiario, proprio come facevano i loro avi alla fine dell’Ottocento. Allo stesso modo, sono in grado facilmente di cambiare pelle, di organizzare la commercializzazione della cocaina, d’infiltrarsi nei lavori delle grandi opere pubbliche – come, ad esempio, l’ammodernamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, la realizzazione di Expo 2015 a Milano, la ricostruzione de L’Aquila dopo il terremoto, gli interventi di riqualificazione dopo il sisma in Emilia Romagna – di flirtare con la politica, riciclare montagne di denaro, stringere accordi con le mafie sudamericane, russe, balcaniche e orientali: sono insomma mentalità imprenditoriali che operano per creare holding planetarie.

A causa di questo profilo, il governo degli Stati Uniti già dal 2008 ha inserito la ’Ndrangheta nella black list che comprende le organizzazioni più pericolose della Terra impegnate nel narcotraffico. La RMCP canadese, l’FBI e la DEA americane, l’AFP australiana, la Polizia federale colombiana, la Bundeskriminalamt tedesca, la FSB russa, la Guardia civil spagnola ritengono infatti all’unisono la mafia calabrese una silente minaccia. Essa è capace di agire come una credibile multinazionale e, al contempo, è in grado di mettere in campo la potenza militare che è propria delle più agguerrite formazioni terroristiche.

Le indagini degli ultimi anni hanno dimostrato come essa disponga di arsenali dotati di armi anticarro (bazooka e lanciagranate), esplosivo micidiale al plastico e T4, fucili mitragliatori d’ultima generazione, pistole generalmente in dotazione ai servizi di sicurezza dei Paesi più avanzati.

2.2 Il cambiamento

Quando è avvenuta la trasformazione di questa mostruosa

creatura da mafia meridionale in spectre del crimine transnazionale? Mamma ’Ndrangheta cambiò volto nel 1975 quando, a Siderno, venne assassinato Antonio Macrì, il boss dei due mondi. Lui e il compare di malefatte Mico Tripodo – ucciso pochi mesi dopo nel carcere di Poggioreale da due killer di Raffaele Cutolo, capo della Nuova camorra organizzata – bloccavano la modernizzazione di ’ndrine e locali, strutture mafiose responsabili d’un intera porzione di territorio.

Una modernizzazione che reclamavano Paolo De Stefano da Reggio, Antonio Pelle da San Luca, Natale Iamonte da Melito Porto Salvo, Giuseppe Morabito da Africo e Girolamo Piromalli da Gioia Tauro, sin da quando erano arrivati i soldi per la costruzione della autostrada A3, il raddoppio del binario ferroviario tirrenico e poi, con l’approvazione del Pacchetto Colombo, per la realizzazione del quinto centro siderurgico di Gioia Tauro (poi stornati per la strutturazione del porto) e della Liquichimica di Saline Ioniche. I tempi di Domenico Maisano, Angelo Macrì e Giuseppe Barca, azionisti spietati e romantici, autentiche icone della vecchia ’Ndrangheta, apparivano ormai definitivamente tramontati.

Dopo il fallimento del summit di Montalto, presieduto nel 1969 da Peppe Zappia di San Martino di Taurianova, le cosche cominciarono infatti a sperimentare spericolati scenari alleandosi con la destra eversiva in occasione della rivolta di Reggio Calabria e dichiarandosi pronte persino a partecipare (fornendo 1500 uomini) al colpo di stato ideato dal principe Junio Valerio Borghese per sovvertire, nel dicembre del 1970, l’ordine democratico in Italia. Contavano, così, di ottenere dal nuovo regime favori giudiziari e lo spazio per incrementare le proprie possibilità di manovra.

Andato però a monte il golpe e finiti i moti in riva allo Stretto di Messina, i padrini più scaltri decisero di venire a patti con i partiti di governo e con la sola organizzazione capace di fare da filtro e collante tra il potere e le mafie: la massoneria deviata. I capibastone crearono un grado gerarchico – la Santa – che consentiva loro di aderire a una organizzazione (la Massoneria) che non fosse solo la ’Ndrangheta; così presero a maneggiare compassi e cappucci come prima facevano con pistole e fucili. Macrì e Tripodo, che non avrebbero mai avallato la logica della doppia appartenenza, furono pertanto cancellati dalla scena con il piombo. La scalata al potere economico e politico sarà una corsa senza fine in tutto il Paese.

Accumulati capitali con i sequestri di persona (si pensi ai rapimenti di Paul Getty jr., Cesare Casella, Carlo Celadon, Roberta Ghidini) e le estorsioni condotte su larga scala, le cosche investiranno in droga diventando, in pochi anni, le padrone del mercato mondiale della cocaina. Contemporaneamente guadagneranno spazi sempre maggiori nei subappalti delle imponenti opere pubbliche realizzate al Sud come al Nord.

Nel Lazio, a Roma, Latina e Fondi, investiranno molti soldi per acquistare immensi e lussuosi immobili riuscendo persino a impossessarsi di locali importanti, a Roma, come il Caffè de Paris in via Veneto o il Caffè Chigi nel cuore pulsante dell’Italia politica e parlamentare. Lo stile tenuto sarà sempre quello dell’immersione, tanto caro successivamente in Sicilia a Bernardo Provenzano.

In Calabria cadranno solo due magistrati: Francesco Ferlaino, avvocato generale dello Stato di Catanzaro, ammazzato nel luglio del 1975 a Lamezia Terme, e Nino Scopelliti, sostituto procuratore generale in Cassazione, ucciso a pochi passi da Villa San Giovanni nell’agosto del 1991. La loro morte rimarrà impunita.

Un altro magistrato, Bruno Caccia, procuratore di Torino, sarà ammazzato nel giugno del 1983 in Piemonte perché ostacola gli interessi dei mafiosi calabresi. Due, invece, sono i politici particolarmente in vista assassinati in tempi differenti e per ragioni diverse: Vico Ligato, ex potente presidente democristiano delle Ferrovie statali, eliminato a Bocale (Reggio Calabria) nel 1989, e il già citato Francesco Fortugno, vicepresidente in quota Pd del Consiglio regionale calabrese. Ligato pagherà il desiderio di rimettere il naso, dopo l’esperienza romana, negli affari di Reggio; Fortugno, invece, pagherà la colpa di essersi posto come ostacolo alle mire d’una frangia criminale locrese particolarmente interessata a drenare soldi dalle casse regionali.

In questo contesto di famelica e moderna managerialità non mancheranno, tuttavia, tra gli anni ’90 e il terzo millennio, le faide e le stragi: fenomeni fisiologici della ’Ndrangheta che testimoniano l’uso, da parte di boss e picciotti, della violenza belluina per continuare a imporsi nei territori d’origine.

Tre i fatti di sangue (fatta eccezione per Duisburg) che hanno particolarmente colpito l’opinione pubblica internazionale. Il primo risalente al maggio del 1991 quando, a Taurianova, due commercianti vengono uccisi davanti a un supermercato per vendicare la morte del mammasantissima locale Rocco Zagari. I killer infieriscono sul cadavere di una delle vittime, tagliando la testa, lanciandola in aria e facendo poi un macabro tiro al bersaglio. Il secondo evento si verifica a San Lorenzo del Vallo, nel 2011, quando due donne, madre e figlia, finiscono sotto il tiro dei sicari che irrompono nell’appartamento dove le due vivono e le massacrano a colpi di fucile e mitraglietta. La più giovane delle vittime viene inseguita fin sul balcone dell’abitazione e rimane con mezzo corpo penzolante nel vuoto e lo sguardo sbarrato, sino all’arrivo dei carabinieri. L’unico superstite della mattanza, un giovane appena ventenne ferito dagli attentatori e fintosi morto per sfuggire al colpo di grazia, l’anno dopo deciderà di collaborare con la procura antimafia di Catanzaro riconoscendo e facendo arrestare i presunti assassini della madre e della sorella. I sicari agiscono per vendicare la morte di Domenico Presta, figlio del boss Franco, ucciso un mese prima da un parente delle due donne al termine di un litigio.

Il terzo fatto di sangue è l’omicidio di un bambino di tre anni, Cocò Campolongo, assassinato a Cassano e poi dato alle fiamme insieme al nonno, Giuseppe Iannicelli, e a una donna marocchina amica di quest’ultimo. La vicenda, che risale al 16 gennaio 2014, susciterà la reazione persino di Papa Francesco, che non solo condannerà duramente l’evento brutale la settimana successiva, durante l’Angelus pronunciato in piazza San Pietro, ma deciderà pure di visitare la diocesi di Cassano. Giunto, nel giugno 2014, nella città in cui viveva il bimbo ucciso, il Pontefice, per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica, scomunicherà con veemenza gli ’ndranghetisti. Per effetto della posizione assunta dal Papa e dopo l’inchino fatto dalla statua della Madonna davanti alla casa del boss di Oppido Mamertina Giuseppe Mazzagatti, il vescovo della diocesi di Palmi, Giuseppe Milito, rilevando l’infiltrazione dei mafiosi nelle manifestazioni religiose, vieterà per due anni la celebrazione delle processioni in tutta l’area.

Tutti i vescovi della regione decideranno, infine, di vietare donazioni di denaro in occasione di processioni e feste dedicate ai santi e alla Madonna, imponendo che il trasporto delle statue durante le celebrazioni venga assicurato da persone che non abbiano alcun precedente penale o conti in sospeso con la giustizia.

2.3 L’autorità parallela

La ’Ndrangheta riesce a condensare in sé due identità: è dunque antica e al tempo stesso moderna, capace di fare grandi speculazioni e organizzare immensi traffici pur rimanendo sempre una bestia feroce e spietata. Una bestia assetata di sangue e denaro che viene ormai riconosciuta in tutto il nostro Paese come una autorità parallela allo Stato, in grado di garantire servizi, appoggi istituzionali e fornire capitali, come dimostrano le inchieste condotte negli ultimi anni dalle Direzioni Distrettuali Antimafia di Torino e Milano.

In Piemonte, boss di origini calabresi vengono scoperti in affari con imprenditori e politici, e sorpresi a condizionare pesantemente le elezioni sia locali che nazionali. Uno di loro tenta persino di mettere il becco nelle primarie del centrosinistra che si concluderanno con la designazione e la successiva elezione a sindaco di Torino di Piero Fassino. Altri picciotti, invece, eserciteranno così tanta ingerenza nelle vicende amministrative del comune di Leinì (gestito per lungo tempo dall’ex sindaco di centrodestra Nevio Coral) che questo ne determinerà lo scioglimento per infiltrazioni mafiose. Pochi mesi dopo, stessa sorte toccherà a Rivarolo Canavese, dove il segretario comunale sarà accusato di voto di scambio, in combutta con un imprenditore, per aver promesso 20.000 euro al capo della ’Ndrangheta locale in cambio dell’appoggio elettorale dei calabresi al sindaco di centrodestra della cittadina, in occasione delle elezione Europee del 2009.

In Lombardia sarà ancora peggio. La magistratura scoprirà, infatti, che le cosche della ’Ndrangheta hanno chiesto 200.000 euro a Domenico Zambetti, candidato alle elezioni regionali, in cambio di 4.000 voti. Tutte le fasi della singolare trattativa saranno seguite in diretta dagli investigatori grazie a intercettazioni telefoniche e microspie. Il politico, ottenuta l’elezione, verrà nominato assessore nella giunta guidata da Roberto Formigoni. Zambetti, così come i suoi referenti nella ’Ndrangheta, Eugenio Costantino di Cosenza e Pino D’Agostino di Rende, finiranno in manette e infine condannati. Altre inchieste consentiranno poi di appurare che la mafia calabrese garantisce pure il servizio d’ordine in dieci discoteche del Milanese e assicura a imprenditori che ne fanno richiesta il recupero dei crediti rimasti inevasi.

Un’immagine plastica di quanto ormai accade in tutto il settentrione del Paese ce la restituisce un filmato di enorme interesse storico-investigativo, girato dai carabinieri all’interno di un circolo ricreativo di Paderno Dugnano. Tutti i rappresentanti delle consorterie mafiose operanti in terra lombarda vi sono infatti ripresi intorno a un tavolo mentre si apprestano ad eleggere il loro capo. Sembra la scena d’un film di Francis Ford Coppola o Martin Scorsese ma è la cruda realtà.

Nessuna ’ndrina costituita fuori dalla Calabria gode tuttavia di una sua vera autonomia. È sempre l’organizzazione madre della terra d’origine a sancire la credibilità d’ogni sodalizio creato in zone lontane. Lo spiega Antonio Belnome, boss in ascesa in terra padana e assassino di Carmelo Novella, il padrino che stava creando la Lombardia, un crimine completamente indipendente da San Luca e dagli altri santuari della ’Ndrangheta.

«Pur mantenendo un’autonomia operativa» dice Belnome «ogni Locale è forte se ha le sue radici in Calabria. Chi non ha questo cordone ombelicale... è come una zattera in mezzo all’oceano. I Locali forti sono questi... che sono in simbiosi con la Calabria, e allora se tu tocchi Giussano e tu hai toccato Guardavalle; tu tocchi Cormano e hai toccato Gioiosa o Grotteria. Chi non ha questo alle sue spalle non conta niente. Nei tavoli fa la presenza ma non può dire la sua o, se dice la sua, non ha un peso».

2.4 Le cupole, i massoni deviati e i faccendieri

La procura antimafia di Reggio Calabria ipotizza, tra il 2016 e il 2017, che nella parte meridionale della regione, la ’Ndrangheta goda di enorme potere e notevoli spazi di manovra in campo politico e imprenditoriale grazie a una cupola composta da massoni deviati, uomini politici e professionisti apparentemente insospettabili. Sarebbero loro a condizionare larghi settori della vita pubblica e istituzionale. Questa intuizione del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo troverà conforto nella sentenza emessa il primo marzo del 2018 dal gup di Reggio, Pasquale Laganà, che infliggerà in sede di rito abbreviato pesanti condanne.

Vent’anni di reclusione all’avvocato Giorgio De Stefano, indicato tra i principali componenti della presunta cupola mafiosa cittadina insieme con l’ex parlamentare Paolo Romeo; quindici anni a Dimitri De Stefano, tra i vertici della nuova generazione dell’omonima storica dinastia di ’Ndrangheta leader a Reggio; tre anni e quattro mesi all’ex sindaco di Villa San Giovanni, Antonio Messina, per l’affaire del centro commerciale La Perla dello Stretto di Villa San Giovanni; tredici anni e quattro mesi all’imprenditore Angelo Emilio Frascati coinvolto nella scalata alla catena dei supermercati leader della grande distribuzione. Di una cupola composta da faccendieri, massoni deviati, estremisti politici, professionisti e mafiosi di rango, attiva in riva allo Stretto per gestire ogni genere di affarismo e questione politica aveva parlato per primo, nel lontano 1979, il pentito Filippo Barreca. Corsi e ricorsi storici...

Capitolo 3

Le origini della ’ndrangheta e la Garduña spagnola

3.0 La comune nascita delle mafie

Le mafie calabrese, napoletana e siciliana hanno un’origine comune che affonda le radici nel dominio esercitato in meridione dagli spagnoli. Un dominio cominciato con gli aragonesi e proseguito, seppur in maniera discontinua, sino all’Unità d’Italia. Non è casuale infatti che la leggenda tramandata oralmente per decenni da boss e picciotti della ’ndrangheta faccia risalire la nascita dell’associazione alle vicende biografiche di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, cavalieri iberici originari di Toledo, che fuggirono dalla Spagna dopo aver ucciso l’uomo che aveva disonorato una loro sorella. I tre uomini vissero

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