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Nella bolla

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Nella bolla

Lunghezza:
158 pagine
2 ore
Pubblicato:
28 gen 2020
ISBN:
9788825411072
Formato:
Libro

Descrizione

Narrativa - romanzo (122 pagine) - Tre persone senza punti in comune se non il fatto di vivere nella stessa città.
Tre generazioni con i propri problemi legati a vite ed esperienze diverse.
Tre semplici sconosciuti, distanti ma seduti sulla stessa panchina della vita.
Nella Bolla, dove tutto diviene ricordo. E anche il dolore sembra più lieve.


“Ogni attimo di sofferenza assumeva un aspetto diverso e, come i ricordi di tanti anni prima, si trasformava in qualcosa di molto vago, ma decisamente pungente. Col tempo le immagini sbiadivano e i ricordi si annacquavano, ma le emozioni rimanevano, amplificate e chiuse come in una bolla d’aria. E questa bolla cresceva con il passare del tempo, diradando tutto, ma allo stesso tempo inglobandoti in sé. Così l’emozione non te la trovavi più dentro, ma tutt’intorno, ovunque tu guardassi, ovunque andassi.”


Andrea Franco ha pubblicato numerosi romanzi (Mondadori, Delos Digital) e racconti (Mondadori, Hobby & Work). Nel 2013 ha vinto il Premio Tedeschi Mondadori con il romanzo L'odore del peccato. Il seguito, L'odore dell'inganno è uscito nel 2016. Pubblica anche per Segretissimo Mondadori: la serie El Asesino è composta da quattro romanzi (Confine di sangue, Protocollo Pekić, La collina dei trafficanti, Il codice del Führer) e diversi racconti. Nel 2017 i suoi romanzi gialli sono stati pubblicati nuovamente nella prestigiosa collana Oscar Gialli Mondadori (Il peccato e l’inganno) e ora anche in versione audiolibro, per Audible. Ad agosto 2019, sempre per Il Giallo Mondadori, è uscito il romanzo Il sorriso del diavolo (nel volume Lo sguardo del diavolo).

Pubblicato:
28 gen 2020
ISBN:
9788825411072
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Nella bolla - Andrea Franco

9788825410556

Introduzione

Sono passati quasi dodici anni dalla prima pubblicazione di questo romanzo. E quasi quindici da quando venne scritto. Mi fa piacere riproporlo perché molto diverso da quello che scrivo solitamente e perché credo che si possano pescare non poche emozioni, in queste pagine. L’ho riletto, ma ho deciso di non cambiare nulla, nemmeno una virgola, nel bene e nel male, perché questa storia oggi sarebbe diversa se la scrivesse l’Andrea del 2019. E invece voglio che vi arrivi così come nacque. Non rappresenta l’evoluzione di anni di studio e di lavoro, ma quello che ero tanti anni fa, quando iniziavo a impegnarmi fortemente per diventare uno scrittore. Il titolo che avevo pensato all’inizio era un altro (orribile), ma… vi lascio al romanzo. Alla fine, un paio di piccole curiosità. Buona lettura.

Andrea Franco

1

Il cellulare squillò. Alessandro mise il gioco in pausa e allungò una mano per rispondere. Il numero che lo chiamava era protetto e sul display lampeggiava "Numero Privato".

– Pronto?

– Ehi, pivellino!

Alessandro riconobbe subito la voce di Claudio e il volto gli si illuminò. – Claudio – disse.

– Cosa stai facendo? – chiese l’altro. Claudio aveva solo un anno più di lui, ma cercava di parlare come un adulto, soprattutto quando gli altri del gruppo erano con lui.

– Niente di importante – rispose. Non voleva dire che stava giocando al computer. Magari l’altro lo avrebbe trovato un passatempo da bambini e non voleva fargli credere di essere immaturo.

– Non starai mica giocando con quel cazzo di computer, vero?

Alessandro arrossì. Claudio aveva un intuito straordinario per un ragazzo di soli sedici anni. Quella mattina fuori dalla scuola gli aveva detto del regalo per il suo compleanno e già sembrava avere un’etichetta addosso. Il cretino del computer, lo avrebbero apostrofato. Gli altri già pensavano alle sigarette e alle ragazze. Lui non disdegnava una partitina ogni tanto. Allontanò la joy-pad e storse la bocca.

– Ma che dici – lo rassicurò. – Sono in terrazza a fumarmi una sigaretta.

L’altro rimase alcuni secondi in silenzio, quindi disse: – Bene. Visto che non stai facendo niente di importante che ne dici di raggiungerci?

– Ma certo – rispose Alessandro con slancio, pentendosi subito. Non voleva fargli capire che desiderava fare parte del gruppo più di ogni altra cosa.

– Allora alza le chiappe, che non abbiamo tutto il pomeriggio da perdere!

– Faccio una corsa.

– Okay, ti aspettiamo alla sala giochi del Sorcio.

– Arrivo in un attimo – disse, mentre l’altro attaccava.

Spense subito il computer e gettò la joy-pad sul ripiano sotto al televisore, al fianco di una pila di giochi nuovi.

Dopo essere tornato da scuola si era fatto una doccia e adesso indossava una vecchia tuta rattoppata che non era il massimo dell’eleganza. Non poteva certo uscire con quel paio di mutandoni. Indossò i jeans della Guess e la maglia di CK che i cugini gli avevano regalato per il suo quindicesimo compleanno. Rovistò nel cassetto della scrivania e ripescò un vecchio paio di occhiali da sole che aveva utilizzato quell’estate al mare. Non erano proprio fichissimi, ma se li sarebbe fatti andare bene. In bagno si gettò alcune manciate d’acqua trai cappelli e li fissò con una punta di gel. Il risultato che ammirò nello specchio era abbastanza soddisfacente. Si fece l’occhiolino e sorrise.

– Mamma, sto uscendo! – Urlò mentre scendeva al piano di sotto. La madre fece capolino dalla cucina, gli odori della cena già prendevano forma, nonostante avessero da poco finito di pranzare, e lo guardò aggrottando la fronte.

– Ma sei appena rientrato – disse, uno sguardo all’orologio appeso al muro, un vecchio cucù in via di pensionamento. Non erano neanche le quattro.

– Lo so, lo so – la rassicurò con un bacio sulla guancia. – Non torno tardi. I compiti li faccio stasera, tranquilla.

– Cerchiamo di cominciare bene l’anno, eh? – lo rimproverò ancora, ma con poca decisione. Alessandro le sorrise e uscì di casa.

Fuori era una splendida giornata di fine settembre. Il sole torreggiava su una Roma immersa in un silenzio anormale e le strade erano quasi deserte. Tutti i suoi compagni avevano un motorino, ma lui non era ancora riuscito a convincere sua madre. Si riteneva un ragazzo maturo e responsabile, ma la madre trovava sempre un motivo per dire di no: sei troppo piccolo, troppo pericoloso, è degli altri che non mi fido, a fine anno vediamo, adesso devi studiare…

Guardò in fondo alla via per vedere se il 719 stesse arrivando, ma non ce n’era traccia. Non doveva andare molto lontano, ma a piedi ci avrebbe messo almeno una ventina di minuti. E non voleva di certo correre e arrivare sudato e puzzolente come un maiale.

Si incamminò cercando di mantenere un passo sostenuto.

In quella parte di via del Trullo stavano facendo i lavori per i nuovi marciapiedi e dovette quindi camminare in mezzo alla strada. Per tanti anni quella zona era stata abbandonata a sé stessa, mentre ora sembrava che ci fosse il progetto di rivalutare il quartiere. Ad Alessandro la cosa interessava poco o niente. Il centro del suo universo adesso era il gruppo di ragazzi che lo attendeva a poche centinaia di metri, dal Sorcio.

Pensando alla sala giochi portò una mano alla tasca posteriore dei pantaloni. Per fortuna aveva ricordato di prendere il portafogli. Non aveva molti soldi, solo parte della paga settimanale che gli passava la madre, ma se li sarebbe fatti bastare. Nel gruppo c’erano accaniti giocatori, soprattutto di biliardino, e fare parte della comitiva poteva significare giocare l’intero pomeriggio. Alessandro non voleva tirarsi indietro per nessun motivo al mondo. Era anche un buon giocatore: avrebbe fatto una bella figura.

Arrivò all’incrocio con via monte delle capre e svoltò a sinistra, incamminandosi lungo la strada in salita. Non riusciva a frenare i pensieri e nella testa ripeteva le parole della telefonata di Claudio. Non aveva detto niente di particolare, se ne rendeva conto, ma lo aveva trattato quasi come uno del gruppo.

L’anno scorso non lo guardavano nemmeno in faccia. Adesso stava diventando uno di loro. Il gruppo.

– Il gruppo – sussurrò, trattenendo a stento un sorriso. Accelerò il passo e per alcuni secondi quasi corse, poi ritrovò la calma necessaria.

Non farti vedere ansioso, pensò. Sei uno di loro. Niente emozioni stupide e da pivello.

Passò accanto alla piazzetta davanti alla scuola e quando fu abbastanza vicino da distinguere le sagome dei ragazzi rallentò il passo. Cercò di assumere un atteggiamento disinvolto e mise una mano nella tasca dei pantaloni, assumendo quella che pensava potesse essere la postura adatta. Lasciò vagare lo sguardo intorno, per evitare di fissarlo sul gruppo in attesa e quando sentì uno di loro che lo chiamava e lo invitata ad affrettarsi, alzò la testa e fece un cenno con la mano libera.

Sto arrivando, voleva dire. Calma.

Ma il cuore gli stava fracassando il petto e le gambe sembravano ricotta fresca. Neanche la volta che aveva spiato la zia dal foro della serratura del bagno era così agitato. Forse perché non era riuscito a vedere niente. O perché era meno importante.

– Ciao ragazzi – disse quando la distanza fu ragionevole a far sembrare il saluto il più spontaneo possibile.

– Ecco Ale! – ringhiò Claudio rivolto agli altri. Per fortuna non lo aveva chiamato di nuovo pivello. Non lo avrebbe messo di certo a proprio agio. Il ragazzo gli andò incontro e allungò la mano verso di lui. – È un’ora che ti aspettiamo.

Alessandro sorrise, ma non disse nulla. Non era importante che avesse fatto tardi. L’importante era esserci.

Alcuni dei ragazzi stavano giocando all’interno della sala, ma gli altri erano usciti a salutarlo. Riconobbe Paolo, lo spilungone del gruppo, e lo salutò con un cenno del capo e Daniele, il palestrato. Gli altri si presentarono dicendo il loro nome. Poi dalla penombra della sala uscì anche Fabiana, l’unica ragazza del gruppo.

– Ciao bello! – lo salutò.

Alessandro ricambiò con un cenno della testa e le fece l’occhiolino. Era una splendida ragazza, ma si conciava da fare schifo. I capelli tagliati cortissimi incorniciavano un volto dai lineamenti felini: occhi lungi sormontati da un filo sottile di sopracciglia; anellino sulla narice destra e uno spuntone che precipitava verso il mento sbucando dal labbro inferiore; sull’orecchio sinistro non c’era più posto neanche per uno spillo.

Nonostante ciò Alessandro rimase con lo sguardo inchiodato sul seno generoso che sovrastava una vita stretta e fianchi sinuosi. Avrebbe potuto essere una Miss Italia, invece assomigliava a una puttana qualunque. I ragazzi del gruppo la preferivano così: decisamente facile.

– Come va quel cazzo di computer? – chiese Claudio. Era più alto di quasi tutti loro, tranne che di Paolo, e aveva spalle larghe e braccia possenti. Portava i capelli rasati e un tatuaggio lo avvolgeva alla base del collo per sparire lungo la schiena. Sembrava un pitone, ma Alessandro non ne era sicuro. Il suo sguardo era deciso e gli occhi scuri, sempre leggermente accigliati, mostravano decisione e forza. Un sorriso a mezza bocca accompagnava ogni sua parola e non era un sorriso di simpatia, ma di sfida, quasi incazzato.

– Bah! – iniziò Alessandro – lo uso talmente poco – mentì. Notò i sorrisi degli altri. Claudio gli si avvicinò e lo cinse alle spalle con un braccio.

– Non ti devi vergognare, sai? Io scherzavo. Questi coglioni ridono perché non hanno un cazzo di niente di meglio da fare.

Qualcuno scoppiò a ridere. Fabiana sembrava indifferente. Lo fissava con la testa leggermente piegata da un lato, un ghigno storto sul volto. Sembrava soddisfatta, ma Alessandro non sapeva dire di cosa.

– Questi neanche sanno come si accende un computer, lo sai? – proseguì il ragazzo.

Alessandro scosse la testa. Ora si sentiva un po’ a disagio e le gambe si erano fatte di nuovo molli.

– La loro è invidia. Te lo dico io, cazzo! Invidia.

– Già – borbottò Fabiana. Il suo volto si accese di un sorriso cordiale. Era tornata Miss Italia, per un breve istante.

– Lo sai cosa ti dico? – chiese Claudio, stringendo un po’ di più il braccio intorno alle spalle di Alessandro, che oramai si sentiva imbarazzato in quella presa.

– Un giorno di questi ce ne andiamo a casa tua, solo noi due, e ci spariamo un pomeriggio intero davanti alla tele. Che ne dici?

– Dico che va bene! – esclamò Alessandro, trovando un po’ di vigore. Si sciolse da quell’abbraccio troppo fraterno e gli fece l’occhiolino. – Magari Fabby viene con noi – aggiunse, facendosi ardito.

Ancora risate.

– Sì – si intromise Daniele, il palestrato – così giocate con lei, altro che computer! – Le risate aumentarono e alcuni da dentro la sala urlarono la loro approvazione.

– Non fare lo stronzo – disse Fabiana. Non sembrava infastidita, ma il sorriso era un’altra volta spento. Stava masticando una gomma a bocca aperta e il piercing che sbucava dal labbro danzava al ritmo delle sue mascelle. Puttana, di nuovo.

– Bene – concluse Claudio, incurante dei battibecchi. Fece l’occhiolino e gli assestò una poderosa pacca sulla spalla. – Allora abbiamo deciso. Ora facciamoci una merdosa partita a biliardino, che voglio rompere le ossa a qualcuno.

Alessandro seguì Claudio dentro la bisca e si fermò a un passo dal vecchio calcio balilla. Altri ragazzi del gruppo stavano terminando

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