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La lunga strada verso te

La lunga strada verso te

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La lunga strada verso te

Lunghezza:
446 pagine
5 ore
Pubblicato:
Jan 7, 2020
ISBN:
9788835354635
Formato:
Libro

Descrizione

Innsbruck, 1938.
Sullo sfondo politico dell’Anschluss, nel cuore di un’Austria destinata ad essere annessa alla Germania nazista le vite di due uomini, Benjamin Rosenthal e Frederik Van Horne, ebreo il primo e dissidente politico il secondo, sono destinate a cambiare per sempre.
La guerra travolgerà entrambi, separandoli crudelmente l’uno dall’altro.
Benjamin sarà infatti catturato dai soldati tedeschi e deportato a Dachau, il primo campo di concentramento progettato e costruito dal regime di Hitler, mentre Frederik dovrà fuggire e lottare coraggiosamente per cambiare le sorti del conflitto più atroce della Storia.
Come finirà?
Cos’avrà in serbo il destino per Benjamin e Frederik?
Riusciranno a sopravvivere e ritrovarsi?
Pubblicato:
Jan 7, 2020
ISBN:
9788835354635
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

La lunga strada verso te - Francesca A. Vanni

FRANCESCA A. VANNI

LA LUNGA STRADA VERSO TE

ROMANZO

PREFAZIONE

Questo romanzo nasce come un’opera di pura fantasia, per quanto sia ispirato a fatti realmente accaduti.

L’intento di questo libro è quello di voler raccontare una storia ambientata negli anni più bui del Novecento: una vicenda piena di dolore e disperazione, ma anche di amore e speranza.

Per non dimenticare che ciò che è stato potrebbe ripetersi, se ne perderemo la memoria.

Questo libro è dedicato ai prigionieri ebrei, omosessuali, disabili, Rom, Testimoni di Geova, dissidenti politici vittime del terribile sterminio perpetrato dai nazisti durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale e a chi con coraggio ha sacrificato la propria vita per cercare di fermare il regime nazifascista.

A chi crede ancora che vale la pena di battersi per il bene dell’umanità.

A te che leggi questo libro, per non dimenticare.

Le dittature sembrano produrre in ogni epoca la stessa gente, gli stessi delatori, gli stessi fiancheggiatori e complici, gli stessi sadici.

(Simon Wiesenthal)

Difficile da riconoscere, ma era qui.

Qui bruciavano la gente.

Molta gente è stata bruciata qui.

Sì, questo è il luogo.

Nessuno ripartiva mai di qui.

I camion a gas arrivavano là...

C’erano due immensi forni...

e dopo, gettavano i corpi in quei forni,

e le fiamme salivano fino al cielo.

Fino al cielo?

Sì.

Era terribile.

Questo non si può raccontare.

Nessuno può

immaginare quello che è successo qui.

Impossibile. E nessuno può capirlo.

E anche io, oggi...

Non posso credere di essere qui.

No, questo non posso crederlo.

Qui era sempre così tranquillo. Sempre.

Quando bruciavano ogni giorno duemila persone, ebrei,

era altrettanto tranquillo.

Nessuno gridava. Ognuno faceva il proprio lavoro.

Era silenzioso. Calmo.

Come ora.

(Tratto da SHOAH di Claude Lanzmann)

ELENCO DEI PERSONAGGI PRINCIPALI

(IN ORDINE ALFABETICO)

-ALAN TURING: matematico, crittografo e logico, considerato uno dei creatori dell’informatica.

-ALBERICH MOSER: (personaggio fittizio) medico nazista.

-ANNE VAN HORNE: (personaggio fittizio) nipote di Frederik Van Horne.

-BENJAMIN ROSENTHAL: (personaggio fittizio) medico.

-ELIAH LEVI: (personaggio fittizio) prigioniero nel campo di concentramento di Dachau.

-EMILY BILLINGS: (personaggio fittizio) moglie del maggiore Nick Billings.

-ENID ALEXANDER: moglie di Hugh Alexander.

-FLORENCE KNIGHTLEY: (personaggio fittizio) spia al servizio del governo britannico.

-FREDERIK VAN HORNE: (personaggio fittizio) fisico e chimico austriaco.

-HELMUT HILDERG: (personaggio fittizio) comandante delle SS e direttore del campo di concentramento di Dachau.

-HUGH ALEXANDER: scacchista e crittografo irlandese, naturalizzato britannico.

-ISAAC ROSENTHAL: (personaggio fittizio) medico e padre di Benjamin.

-JOSEPH ELI: (personaggio fittizio) spia al servizio del governo britannico e artificiere.

-NICK BILLINGS: (personaggio fittizio) maggiore dell’esercito statunitense.

-NOAH DAVID: (personaggio fittizio) prigioniero nel campo di concentramento di Dachau.

-PETER BOYD: (personaggio fittizio) generale dell’esercito britannico.

-WINSTON CHURCHILL: statista e Primo ministro della Gran Bretagna.

-WENDY ELI: (personaggio fittizio) moglie di Joseph Eli.

LA LUNGA STRADA VERSO TE

PROLOGO

Per ogni persona che sia mai stata in un campo di concentramento, ogni lager che esista in qualche parte della terra è una ferita che brucia: se penso a un uomo che giace sul suo tavolaccio in un lager sovietico, egli è in quel momento mio compagno di prigionia, e tutto quello che gli fanno, lo fanno a me.

(Simon Wiesenthal)

Toronto, 27 gennaio 2020.

Lynn accostò il suv nero al bordo del marciapiede, facendo attenzione a non far slittare le grosse ruote sulla strada ghiacciata.

Quell’inverno, a dispetto delle ottimistiche previsioni meteorologiche, si era rivelato molto più rigido degli inverni precedenti e aveva intrappolato tutta la città in un inferno candido fatto di ghiaccio e neve.

La donna guardò per un momento oltre il vetro del finestrino alla sua sinistra e sospirò.

In quel momento avrebbe preferito trovarsi in un bel paradiso tropicale, sdraiata su una spiaggia candida a prendere il sole a bere un cocktail esotico ammirando l’azzurra distesa infinita dell’oceano.

Invece le toccava affrontare un altro gelido inverno.

-Siamo arrivati, nonno.- disse tornando alla realtà –Non scendere, vengo ad aiutarti.-

Benjamin, seduto sul sedile del passeggero, guardò la nipote come se avesse detto un’enorme sciocchezza.

-Mia cara...- disse con lo stesso tono benevolo che le riservava quando era bambina –anche se cammino con l’ausilio di un bastone, non significa che non sia capace di scendere da un’auto senza il tuo aiuto.-

-Nonno, non cominciare a discutere. Lo sai cos’ha detto il dottore quando ti ha visitato settimana scorsa: un’altra caduta come quella dell’ultima volta e dovrai essere operato all’anca.- replicò la donna –Sei stato fortunato, non sfidare ancora la sorte.-

-I dottori ne dicono così tante, di cose! Anche io ne dicevo tante, ma non per forza tutte erano vere!- esclamò l’anziano uomo divertito –Ma se proprio ti fa piacere, aspetterò pazientemente che tu venga ad aiutare questo vecchietto decrepito.-

Lynn sorrise, scese dall’auto, chiuse la portiera e raggiunse il lato del passeggero.

-Dammi la mano, vecchietto decrepito.- disse dopo aver aperto la portiera.

Benjamin afferrò la mano della giovane donna con una forza sorprendente per la sua età e scese dall’auto, chiudendosi la portiera alle spalle.

-Fa un freddo terribile.- commentò Lynn, bloccando le portiere dell’auto e inserendo l’antifurto con il comando elettronico della chiave.

-Faceva molto più freddo quando ero giovane.- replicò Benjamin.

-A volte dubito che tu sia mai stato giovane.-

-A volte lo dubito anche io, tesoro, eppure lo sono stato una vita fa.-

Lynn sentì gli occhi riempirsi di lacrime e abbracciò l’uomo, incurante degli sguardi incuriositi dei pochi passanti che erano usciti di casa e avevano osato sfidare coraggiosamente quella gelida giornata di gennaio.

Benjamin non parlava spesso del suo passato e, quando lo faceva, il dolore che Lynn avvertiva nella sua voce era talmente forte e vivo che la lasciava sempre scossa per giorni interi.

-Sono qui con te, nonno.- disse –Non me ne vado.-

Benjamin le sorrise, accarezzandole il bel viso.

Lynn non era sua nipote in realtà, perché non aveva mai avuto figli.

Tuttavia Dio gli aveva lo stesso fatto dono di una bellissima famiglia, che amava con tutto se stesso e che aveva visto crescere giorno dopo giorno.

-Lo so, mia cara.- disse sorridendo –Come sto?- chiese poi.

-Sei elegante come sempre.- rispose lei, ricambiando il sorriso –Hai forse paura?-

-No.- rispose Benjamin offrendole il braccio e avviandosi verso l’entrata dell’edificio –Mi piace parlare ai giovani, sono loro il futuro del mondo. Come diceva sempre Frederik: se riusciremo a tramandare il ricordo di quello che è stato anche ad uno solo di questi ragazzi, allora avremo tramandato anche la speranza di non ripetere mai più gli stessi errori.-

Lynn aprì il vecchio portone in legno e lasciò passare per primo l’anziano uomo.

-Ancora non ci credo che è già trascorso un anno dalla sua morte.- disse chiudendosi il portone alle spalle.

-È solo il suo corpo che ci ha lasciati, mia cara, ma lui vivrà per sempre dentro tutti noi.- replicò Benjamin –Non dimenticarlo mai.-

La donna gli diede un bacio sulla guancia, prima di farlo accomodare su una delle tante panche che si trovavano nel grande atrio.

-Vado a cercare la Preside. Tu aspettami qui.-

-E dove mai potrei andare?-

-Non si sa mai!- esclamò Lynn sorridendo –Potresti sempre scappare!-

Benjamin sorrise a sua volta, poi si guardò intorno ammirando con curiosità gli affreschi che abbellivano le pareti del grande e luminoso atrio.

Quello non era un giorno qualsiasi, così come l’edificio in cui si erano recati non era una scuola qualsiasi.

Era infatti la famosa scuola primaria Lester Pearson, intitolata al Primo ministro più illuminato del Canada, un uomo che Benjamin aveva conosciuto e che aveva ammirato molto per le sue idee progressiste e il coraggio con cui aveva affrontato la vita.

E lui si trovava lì in occasione del Giorno della Memoria, l’anniversario di quel lontano freddissimo mattino di gennaio durante il quale l’esercito russo aveva scoperto gli orrori di Auschwitz, e che era diventato il simbolo di tutti gli abomini commessi dai nazisti durante la lunga guerra che cambiò per sempre il mondo.

Benjamin sospirò dolorosamente, tornando con la mente a quel giorno: lui non era prigioniero nel campo di concentramento di Auschwitz, ma si trovava in Baviera e...

-Rabbino Rosenthal, che piacere averla qui con noi in questo giorno così importante!- esclamò in quel momento una voce gentile, riportandolo alla realtà.

L’anziano uomo si alzò lentamente, sorreggendosi al robusto bastone, e strinse la mano che la Preside della scuola gli aveva teso.

-Signora Robbins, la ringrazio per la sua disponibilità.- disse.

-Sono io che ringrazio lei per aver accettato il nostro invito.- replicò la donna sorridendo –Se vuole seguirmi, il suo pubblico l’attende con trepidazione.-

Benjamin si incamminò insieme alle due donne attraverso i corridoi silenziosi della scuola.

In quell’edificio si respirava un’aria solenne, non dissimile all’atmosfera che lui aveva respirato da ragazzo tra le mura antiche dell’università di Innsbruck.

-Questa è una bellissima culla del sapere.- commentò compiaciuto.

La signora Robbins annuì orgogliosa.

-Cerchiamo di fare del nostro meglio per trasmettere ai nostri giovani allievi l’amore per la cultura e la vita.- disse.

-Compito non facile, ma niente è facile quando...-

-Nonno, non cominciare.- disse Lynn –Risparmia la voce per il tuo pubblico.-

Benjamin sorrise paternamente:

-Questi giovani, pensano di sapere tutto.- sospirò –Vedrai quando avrai la mia età!-

-Spero tanto di arrivarci alla tua età, arzilla e in buona salute come lo sei tu.-

-Signora Robbins, pensi che due secondi fa per mia nipote ero solo un vecchio decrepito.-

La donna rise, divertita da quel commento.

-Per questi giovani siamo tutti vecchi decrepiti!- esclamò.

-Lei non è vecchia decrepita: ha molto fascino ed è ancora una gran bella signora, se mi permette.- replicò Benjamin con galanteria.

-Lo dica a mio figlio, rabbino, è convinto del contrario.-

La signora Robbins si fermò in quel momento davanti a una grande porta di legno scuro, sulla quale era affissa una targa dorata dove era stata incisa una scritta in latino.

Per aspera sic itur ad astra.

Attraverso le asperità si raggiungono le stelle.

Benjamin scosse la testa in segno di assenso, quel vecchio motto conteneva una grande verità.

-Rabbino Rosenthal, questa è l’aula magna.- disse la signora Robbins aprendo la porta.

L’anziano uomo esitò per un attimo, poi varcò la soglia della grande aula.

Il vociare degli studenti riuniti nella sala si smorzò non appena Benjamin fece il suo ingresso, seguito dalla signora Robbins e da Lynn che si accomodò in prima fila al fianco di un bambino di colore di otto anni.

-Ciao, mamma.- disse il bambino sottovoce.

-Ciao, Steve.- sussurrò Lynn –Come vedi, non siamo arrivati in ritardo.-

-Ogni tanto anche tu arrivi in ritardo.-

-Sì, ma non questa volta.-

-Il nonno dov’è?-

-Guarda davanti a te. È lì, sul palco, vicino alla tua Preside.-

Steve annuì sospirando:

-La terribile Robbins, eccola lì.-

-Non è poi così terribile.-

-Perché tu non la conosci bene come la conosciamo noi studenti: sembra gentile, in realtà è una strega travestita da Preside.-

Lynn gli scompigliò i capelli e lo rimproverò sorridendo:

-Smettila di brontolare, mi sembri tua madre Maryanne. E non parlare così della tua Preside.-

In quel momento la signora Robbins richiamò l’attenzione del pubblico, schiarendosi la voce con un colpo di tosse.

-Ragazzi, genitori, insegnanti: grazie a tutti voi per essere qui e per aver aderito con così tanto entusiasmo alla nostra iniziativa. Come sapete, oggi è una data importante per tutto il mondo. È il settantacinquesimo anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, che ha rivelato al mondo intero l’orrore perpetrato dai nazisti diventando così il simbolo della memoria dell’Olocausto. È quindi nostro dovere ricordare ciò che è stato per non ripetere più gli stessi errori e per onorare tutte le vittime innocenti che sono state ingiustamente sterminate durante quegli anni bui. Per questo motivo oggi è venuto a farci visita il rabbino Benjamin Rosenthal, che condividerà con noi la sua storia. Ascoltiamolo in silenzio con la mente attenta e il cuore ben aperto. Se avrete delle domande da fare, potrete porle alla fine di questo incontro.-

Uno scrosciante applauso riecheggiò fra le mura dell’aula e quando scese di nuovo il silenzio, Benjamin sorrise emozionato.

-Non sapete quanto mi rende felice vedere tanti giovani qui, riuniti tutti insieme in questa occasione così importante.- disse –Voi siete il futuro, ragazzi, ed è una cosa meravigliosa che siate qui ad ascoltare questo vecchio. Ditemi, vi piace la cioccolata?-

-Sì!- esclamarono molte voci insieme.

-Non avevo dubbi: la cioccolata è buonissima, a chi non piace? Non ci crederete: piace molto anche a me, eppure c’è stato un tempo in cui ho potuto solo sognarla. È un tempo lontano, ormai, ma non così tanto da poter essere dimenticato. Certo, so che state pensando che ho l’età di un dinosauro e forse avete anche ragione ma dovete sapere che i dinosauri, come gli elefanti, hanno una memoria prodigiosa. Signora Robbins, posso avere una sedia tutta per me?-

Uno dei professori si alzò e andò a prendere una delle sedie addossate alla parete.

-Prego si accomodi, rabbino.- disse.

-Grazie, giovanotto.- rispose Benjamin accomodandosi –Oh, sì, così si parla meglio. Non ho mai capito perché una persona per parlare deve stare in piedi. È scomodo stare in piedi, a me viene mal di schiena.-

-Anche a me.- disse una vocina dalla platea.

Benjamin sorrise:

-Vedo che ci capiamo alla perfezione, miei piccoli amici. Bene, ora voglio raccontarvi una favola vera dove ci sono i buoni e ci sono i cattivi, una storia che inizia tanto tempo fa in una città molto lontana da qui situata alle pendici dei monti Karwendel. Questa città si chiama Innsbruck, il suo nome significa ponte sul fiume Inn, e si trova in Austria. Qualcuno di voi sa dov’è situato questo posto chiamato Austria?-

Una bambina seduta in prima fila alzò prontamente la mano e rispose:

-In Europa!-

-Brava. E ora voglio mostrarvi una cosa che ho portato con me.- Benjamin si voltò verso la Preside e disse con un sorriso –Signora Robbins, qui mi serve il suo aiuto.-

La donna si alzò dalla sedia e si affrettò a prendere il proiettore che uno dei professori aveva già preparato quella mattina, sul quale posò una fotografia che nel frattempo Benjamin aveva preso dal portafoglio che teneva sempre nella tasca interna della giacca.

Sulla bianca parete alle sue spalle prese forma l’immagine in bianco e nero di due giovani uomini, poco più che ventenni, seduti sulla riva di un fiume.

-Quello è il fiume Inn, di cui vi parlavo.- disse Benjamin –Mi sapete dire chi è il signore a sinistra della foto?-

Tre mani si alzarono prima di tutte le altre.

Benjamin indicò con la mano un bambino seduto in seconda fila e continuò:

-Tu sai dirmelo?-

-È Frederik Van Horne, rabbino. C’è una sua foto sul libro di Storia, è stato un personaggio molto importante e ha fatto grandi cose.-

Benjamin annuì, sentendo il cuore gonfiarsi di orgoglio.

Sì, quel bambino aveva ragione: il suo Frederik, durante gli anni della guerra, aveva fatto davvero grandi cose anche se la sua natura umile lo aveva sempre portato a schernirsi dicendo che in realtà non aveva fatto niente di così importante che chiunque, trovandosi al suo posto, avrebbe fatto.

-E il signore che si trova vicino a Frederik sapere dirmi chi è?- domandò poi.

Dopo un lungo momento di silenzio, Steve rispose:

-Sei tu, nonno Ben.-

-Esatto, quel giovanotto dall’aria un po’ arruffata sono proprio io.-

-Davvero?- domandò uno dei bambini meravigliato.

-Sì.-

-Non sembri tu.- commentò con una sincerità disarmante.

-Sono gli scherzi che gioca il tempo: è benevolo fin quando si è giovani, ma crudele quando si diventa anziani. Ora scommetto che siete curiosi di sapere cosa accadde, tanto tempo fa, in quella città lontana chiamata Innsbruck e perché mai io conoscevo Frederik.-

-Sì!- risposero tutti i presenti in coro.

Benjamin si voltò, guardò per un momento l’immagine sulla parete e mentalmente riservò un altro pensiero a Frederik e a quegli anni ormai così distanti ma non sfocati nel suo cuore.

Come vorrei che tu fossi qui con me adesso, pensò prima di correggersi, perdonami, Frederik: sono un vecchio sciocco.

Tu sei qui con me, sei sempre rimasto al mio fianco.

Oggi parlerò anche per te e per tutti quelli che non hanno più una voce.

Sarà doloroso ricordare ma è necessario.

Si riscosse da quel malinconico momento e tornò a rivolgersi al suo numeroso pubblico ansioso di ascoltarlo, poi si schiarì la voce con un colpo di tosse e cominciò a raccontare la sua storia certo del fatto che le sue parole non sarebbero cadute nel vuoto.

PARTE PRIMA

ANSCHLUSS

Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.

(Hannah Arendt)

CAPITOLO UNO

Innsbruck, 1938.

Il fiume si tinse di rosso.

Accadde all’improvviso, come certe catastrofi che avvengono senza annunciarsi.

Le acque dell’Inn assunsero repentinamente il colore cupo del sangue e attorno a Benjamin non c’era più niente di familiare.

Poteva avvertire del filo spinato avvolto attorno al suo corpo, fango umido sotto i suoi piedi nudi e la sola cosa che vedeva era il fiume tinto di rosso che scorreva davanti ai suoi occhi.

Faceva freddo, un freddo mortale.

Sopra la sua testa il cielo aveva assunto lo stesso lattiginoso colore di quando iniziava a nevicare.

Benjamin si accorse con orrore che da quelle nuvole non cadeva neve, bensì cenere.

-Ben...- mormorò in quel momento una voce familiare, riportandolo alla realtà –adesso puoi anche muoverti, Kurt ha finito di scattare la fotografia.-

Benjamin si riscosse da quell’orribile visione, scaturita da chissà quale angolo remoto della sua mente.

Guardò per un momento il giardiniere che aveva scattato la fotografia allontanarsi e poi volse lo sguardo, di un verde screziato d’oro e marrone come il bosco in autunno, verso l’Inn che scorreva lento e placido. Le sue acque non erano più tinte di rosso ma erano del solito meraviglioso colore azzurro cristallino, esattamente come gli occhi di Frederik che lo scrutavano indagatori donando al suo bel viso un’espressione preoccupata.

Benjamin sorrise per rassicurarlo.

-Scusami, per un attimo ho avuto l’impressione di trovarmi in un altro tempo e in un altro luogo, chissà per quale strano motivo.- disse –Lascia perdere, in ogni caso non era niente di importante.-

-Sei sicuro?-

-Sì.-

-Vuoi parlarne?-

-No, non preoccuparti. Non è niente di grave, solo una sciocchezza partorita dalla mia mente.-

Frederik gli scompigliò affettuosamente i corti capelli, biondi come il grano maturo.

-A volte pensi troppo, lo sai?- lo rimproverò bonariamente.

-Tu dici?-

-Certo! Siamo qui insieme alle nostre famiglie, a festeggiare...-

-La tua laurea in Fisica e quella in Chimica.- lo anticipò Benjamin prima di aggiungere scherzoso –Se lo ripeti un’altra volta lo sapranno persino i pesci del fiume! Anche se, devo ammetterlo, non è da tutti arrivare a una doppia laurea a soli ventiquattro anni e poter già lavorare come insegnante in una delle università più prestigiose dell’Austria.-

Mentre Frederik replicava qualcosa sul fatto che ci fossero dei fisici e dei chimici più in gamba e geniali di lui, Benjamin lasciò correre lo sguardo verso il grande giardino che univa la proprietà della sua famiglia, i Rosenthal, a quella dei Van Horne.

Era una bella giornata di inizio aprile, insolitamente calda per la stagione, e per quel motivo avevano deciso di fare un bel pic nic all’aria aperta tutti insieme.

I suoi genitori, Isaac e Sarah, sedevano all’ombra del gazebo e stavano conversando con i genitori di Frederik, Klaus e Adelaide.

Vicino a loro tre bambini stavano giocando seduti in mezzo all’erba e ai fiori di campo.

La più piccola era Anne, la nipote di Frederik, un’adorabile frugoletta di due anni dai capelli castani, grandi occhi color nocciola e un sorriso irresistibile.

Gli altri due bambini erano David e Leah, i suoi fratelli arrivati quando ormai sua madre Sarah non sperava più di poter avere altri figli.

Questo spiegava come mai, dall’alto dei suoi ventidue anni, spesso Benjamin si sentiva più un padre che un fratello maggiore.

All’improvviso Frederik gli sfiorò le labbra con un bacio.

-Non mi stai ascoltando.- disse.

-No, effettivamente non ti stavo ascoltando! Perdonami.-

-Ormai dovrei esserci abituato: io parlo e tu con la mente ti perdi in chissà quali mondi!-

In quel momento una folata di vento fresco proveniente dalle alte montagne scompigliò i capelli chiari di Benjamin e quelli corvini di Frederik, donandogli un’aria deliziosamente arruffata.

-Hai freddo?- chiese l’uomo premuroso.

-No, questa folata d’aria fresca era proprio quello che ci voleva in questo fin troppo caldo pomeriggio di primavera.- lo rassicurò Benjamin, prima di riprendere il discorso lasciato in sospeso –È una cosa insolita, in questo periodo dell’anno qui c’è ancora freddo... Frederik, ultimamente ho come l’impressione che tutto stia per cambiare.-

-Certo che tutto sta per cambiare, nostro malgrado.- disse un’altra voce in quel momento –Non potrebbe essere diversamente.-

Frederik e Benjamin alzarono lo sguardo verso il nuovo arrivato, Karl.

Karl era il fratello maggiore di Frederik: era un bell’uomo sulla trentina, docente di Filosofia presso l’università di Innsbruck.

Al suo fianco, come sempre, c’era sua moglie Isolde.

Si sedettero entrambi sulla coperta rossa che Frederik aveva steso sull’erba, poi Karl commentò con un mezzo sorriso:

-Non dirmi che non la pensi come me, fratello.-

-Certo che la penso come te, ma cerco di non fasciarmi la testa prima di aver ricevuto il colpo.- replicò Frederik –Non è sicura la vittoria dei sostenitori dell’Anschluss, mancano ancora sei giorni al voto: abbiamo qualche speranza di non vederci annessi alla Germania.-

-E io per la prima volta non potrò votare.- commentò Benjamin amareggiato.

Frederik gli accarezzò il volto con un gesto affettuoso.

-Questa decisione indigna tutti noi, amore mio.-

-Io non sono indignato, sono furioso.- disse Benjamin –Sono austriaco, anche se ebreo: sono nato e cresciuto qui, è un mio diritto poter votare!-

Isolde annuì con un cenno del capo.

-Ti capisco perfettamente.- mormorò intristita –Nemmeno io potrò votare e non perché sono una donna, ma perché sono di sangue misto. Mia nonna era ebrea, ma non era certo impura, come amano definirci i seguaci di Hitler.-

-Già, adesso ci chiamano impuri...- disse Benjamin –mi chiedo come ci chiameranno se l’Austria sarà annessa alla Germania. Non mi piace quello che sta accadendo, sembra che nessuno riesca a capire quanto quell’Hitler sia pericoloso.-

Karl raccolse dei lunghi fili d’erba e li lasciò volare nel vento, poi disse:

-Nessuno interverrà, fintanto che quel pazzo resterà entro i confini della sua Grande Germania. Né Blum, né Churchill, tanto meno la grande America. A loro non interessa cosa accade qui, in Spagna oppure in Italia. Quello che li spaventa davvero sono solo i comunisti e se gente come Hitler, Mussolini e Franco servono a tenere lontana la minaccia bolscevica, allora il resto è soltanto un accettabile compromesso. Piuttosto, Ben, cos’ha deciso di fare tuo padre? Lascerete l’Austria?-

-Non ce ne andremo, mio padre ha deciso che resteremo qui perché questa è la nostra patria.-

Karl scosse la testa sospirando.

-È troppo pericoloso per voi restare.- replicò seriamente preoccupato.

-Lo so che è pericoloso restare ma andarsene non è possibile: la mia famiglia è troppo in vista e mio padre è conosciuto non soltanto in Austria ma anche al di là dei confini di questo paese. Lo stesso dicasi per tuo padre: non penso che a Berlino apprezzino il fatto che Klaus Van Horne si sia opposto apertamente all’annessione.-

Karl annuì, sapeva bene quanto le parole di Benjamin fossero vere.

Klaus Van Horne era il direttore della facoltà di Fisica applicata dell’università di Innsbruck e Isaac Rosenthal non era solo un famosissimo docente di Chirurgia ma anche il primario della clinica della città.

Questo faceva di loro, e delle rispettive famiglie, delle persone di alto profilo che i nazisti tenevano sempre sotto stretta e continua sorveglianza.

-Hai ragione.- ammise –Questa storia mette tutti noi in pericolo.-

-In ogni caso se anche adesso ce ne andassimo, la cosa apparirebbe sospetta agli occhi del governo austriaco e soprattutto di quello tedesco. Ma poi per quale assurdo motivo dovremo andarcene?- continuò Benjamin –Io e la mia famiglia siamo ebrei ma siamo anche austriaci, come altre migliaia di persone ebree che vivono in questo paese. Qualsiasi cosa accadrà, resteremo qui e aiuteremo la nostra gente.-

Frederik gli rivolse uno sguardo colmo di amore e orgoglio, poi mormorò:

-È questo l’uomo fantastico di cui mi sono innamorato.-

Karl sorrise divertito.

-Ti prego, non fare il melenso!- esclamò.

-Melenso, io?- replicò Frederik fingendosi offeso –Ma se tu dedichi ancora sdolcinate poesie d’amore a tua moglie!-

Bastò una risata e il timore per le conseguenze dell’imminente referendum, che avrebbe deciso le sorti dell’Austria, svanì per lasciare spazio ad una piacevole conversazione che si protrasse per quasi tutto il pomeriggio.

Era ormai il tramonto quando gli altri se ne andarono, ma Benjamin e Frederik decisero di non fare subito ritorno a casa ma di restare ancora in giardino per ammirare lo spettacolo meraviglioso offerto dal cielo tinto di rosso e dal riverbero dei lunghi raggi del sole che brillavano illuminando d’oro le cime innevate delle alte montagne.

Benjamin strinse la mano di Frederik e sospirò malinconico.

-Chissà se un giorno potremo stare così, l’uno accanto all’altro, liberi di amarci anche fuori da questo grande giardino.- mormorò.

Frederik avvicinò la mano del compagno alle labbra e la baciò con devozione.

-Certo che potremo.- disse poi –Sono convinto che fuori da queste mura ci siano anche delle persone illuminate, che non giudicheranno sbagliato il nostro amore. Magari non accadrà qui ma in un altro paese, però so che avverrà. Facciamo una scommessa, Ben: sono sicuro che fra una decina d’anni io e te potremo comminare mano nella mano alla luce del sole e chi ci incontrerà ci saluterà con rispetto.-

-Dieci anni? Tu vedi il mondo attraverso lenti rosa! Forse accadrà fra vent’anni, se non addirittura fra cinquanta... o forse mai.-

Frederik attirò a sé Benjamin e lo baciò: fu un bacio lento, colmo di tutto l’amore profondo e incondizionato che provava per lui.

-Ascoltami.- disse poi –Dio ha creato l’uomo e la donna a sua immagine e somiglianza, esatto?-

Benjamin annuì.

-Allora nessuno può disapprovare se un uomo ama un altro uomo, o se una donna ama un’altra donna. Siamo figli di Dio anche noi.-

-Il tuo discorso è inconfutabile. E io ti amo.-

-È un sorriso quello che vedo affiorare sulle tue labbra?-

-Può darsi.-

-Ben, noi siamo molto fortunati: le nostre famiglie sono libere da ottusi pregiudizi, non ci stanno ostacolando e sono immensamente felici per noi.-

Benjamin sospirò.

-Non è questo a preoccuparmi, ma tutto quello che sta accadendo intorno a noi.- replicò –Se il popolo austriaco voterà a favore dell’annessione alla Germania la mia vita, quella della mia famiglia e di tantissimi altri ebrei non sarà più la stessa. Saremo costretti a girare con una stella gialla appuntata sui vestiti, saremo considerati degli esseri inferiori persino ai cani!- esclamò indignato –E tu?- aggiunse –Hai pensato che se dovesse scoppiare di nuovo la guerra dovrai servire il paese sotto la bandiera nazista?-

-Mai.- rispose Frederik deciso –Sono austriaco, non sono un nazista.-

-E tu credi che a Hitler e ai suoi uomini importi qualcosa dei tuoi valori? Frederik, ho paura!-

-Lo so.- disse l’uomo abbracciandolo stretto a sé –Ma ti giuro che qualsiasi cosa accadrà noi l’affronteremo insieme e se sarà necessario fuggiremo in Svizzera, o addirittura in America. Ce la caveremo, vedrai. Ti prometto che non accadrà niente di male né a te, né alla tua famiglia.-

Benjamin sospirò, sciogliendosi dall’abbraccio.

-Non fare promesse che sai di non poter mantenere.- mormorò.

Rimasero in silenzio a guardare gli ultimi bagliori dorati del tramonto affievolirsi lentamente per lasciare spazio al crepuscolo che scendeva come un’ombra sinistra e silenziosa sui monti.

Benjamin si chiese se il sole fosse tramontato non solo sull’Austria ma anche su tutta l’Europa e sul mondo così come lo conoscevano.

Chissà cosa sarebbe accaduto, dopo il fatidico voto a cui tutto il paese si stava preparando.

Alla fine decise che qualsiasi cosa il destino avesse in serbo per lui, avrebbe combattuto con le unghie e con i denti per salvare se stesso e le persone che amava, e quel proposito gli donò il sollievo di cui aveva bisogno.

-Ho qualcosa per te.- disse volgendo lo sguardo verso Frederik.

-Un altro regalo?- domandò l’uomo sorpreso.

Benjamin annuì.

Frederik era sempre stato molto riservato, difficilmente lasciava trapelare le proprie emozioni e agli occhi di chi non lo conosceva bene poteva apparire una persona fredda e distaccata.

Ma chi invece lo conosceva sapeva che in realtà era un uomo generoso, altruista, capace di grandi slanci, e Benjamin lo conosceva meglio di chiunque altro.

-Certo.- rispose –Questo è il mio regalo.-

-Non dovevi!-

Benjamin prese dalla tasca del gilet scuro un elegante orologio d’oro da taschino, e glielo porse con un gran sorriso.

-Signor professore, una persona importante come te ha bisogno di un orologio elegante e raffinato come questo che gli consenta di arrivare sempre puntuale ad ogni appuntamento.-

Frederik prese l’orologio in mano e lo guardò con molta attenzione: era bellissimo, non c’era un aggettivo migliore per descriverlo.

La superficie dorata del coperchio era finemente cesellata lungo tutto il bordo e al centro vi erano state incise le sue iniziali.

-Ti sarà costato una fortuna.- commentò sorridendo.

-Sono ebreo, so sempre a chi rivolgermi.- replicò Benjamin divertito –Aprilo, dimmi se ti piace.-

Frederik lo aprì e fu travolto da un’emozione profondissima.

Sul lato interno del coperchio era stata inserita una fotografia che ritraeva lui e

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