Goditi milioni di eBook, audiolibri, riviste e tanto altro ancora con una prova gratuita

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

Il Re degli spettri: La leggenda di Drizzt 22
Il Re degli spettri: La leggenda di Drizzt 22
Il Re degli spettri: La leggenda di Drizzt 22
E-book491 pagine6 ore

Il Re degli spettri: La leggenda di Drizzt 22

Valutazione: 0 su 5 stelle

()

Info su questo ebook

Jarlaxle è in balia del Re degli Spettri, una misteriosa entità generata dalla fusione della nuova forma del drago Hephaestus con i resti della Reliquia di Cristallo. L’orrenda creatura lo esorta a trovare Drizzt e a ucciderlo. Il pragmatico drow, a questo punto, passa all’azione e si dirige, con l’amico nano Athrogate, alla volta di Mithral Hall, per poi raggiungere Cadderly e liberarsi dall’influsso della sinistra entità.
Nel frattempo Jarlaxle scopre che Catti-brie è intrappolata tra il mondo reale e quello delle ombre. L’halfling Regis che la sorvegliava è impazzito nel tentativo di salvarla.  
Drizzt, con i suoi alleati, si dispone ad affrontare il Re degli Spettri  e quando pensa di averlo annientato scopre che quest’ultimo si è ritirato nello Shadowfell per recuperare le forze...
LinguaItaliano
EditoreArmenia
Data di uscita16 dic 2019
ISBN9788834436073
Il Re degli spettri: La leggenda di Drizzt 22
Leggi anteprima

Correlato a Il Re degli spettri

Titoli di questa serie (40)

Visualizza altri

Libri correlati

Recensioni su Il Re degli spettri

Valutazione: 0 su 5 stelle
0 valutazioni

0 valutazioni0 recensioni

Cosa ne pensi?

Tocca per valutare

    Anteprima del libro

    Il Re degli spettri - R.A. Salvatore

    dracolich.

    Parte 1

    Il disfacimento

    Dove finisce la ragione e dove comincia la magia? Dove finisce la ragione e dove comincia la fede? Questi sono due degli interrogativi chiave della consapevolezza, o così almeno mi è stato detto da un filosofo amico mio che ha raggiunto la fine dei suoi giorni ed è tornato indietro. È la riflessione suprema, la ricerca suprema, la realtà suprema di chi noi siamo. Vivere è morire, e sapere che moriremo, e porci domande, porci sempre domande.

    Questa verità è il fondamento del Fervente Mistero, una sorta di cattedrale, una biblioteca, un luogo di culto e ragione, di dibattito e filosofia. Le sue pietre furono poste dalla fede e dalla magia, le sue mura costruite dalla meraviglia e dalla speranza, il suo tetto sostenuto dalla ragione. Là, Cadderly Bonaduce scava in profondità e chiede ai suoi numerosi visitatori, devoti e studiosi, di non sottrarsi alle domande più importanti dell’esistenza, di non proteggere se stessi e colpire gli altri con dogmi insensati.

    Un acceso dibattito sta infuriando ora nel mondo là fuori: uno scontro tra la ragione e il dogma. Chissà se siamo solo il capriccio degli dei o il risultato di un processo armonico? Eterni o mortali, e se la prima ipotesi è quella valida, allora qual è il rapporto fra ciò che è destinato a vivere per sempre, cioè l’anima, e ciò che sappiamo farà da nutrimento ai vermi? Qual è lo stadio successivo per la coscienza e lo spirito, la consapevolezza del proprio essere e – o – la perdita dell’individualità nella condizione di comunione con tutto il resto? Qual è il rapporto tra ciò a cui si può rispondere e ciò a cui non si può rispondere, e che cosa succede se il primo cresce a spese dell’altro?

    Ovviamente, il semplice fatto di porre queste domande genera preoccupanti possibilità per molti e atti di perseguibile eresia per altri; e, a dir la verità, persino Cadderly una volta mi confidò che la vita sarebbe più semplice se potessimo limitarci ad accettare ciò che è ed esiste nel presente. L’ironia delle sue parole non mi è sfuggita. Uno dei chierici più famosi di Deneir, il giovane Cadderly, rimase scettico persino riguardo all’esistenza del dio che serviva. Era davvero un chierico agnostico ma dotato di grande potere divino. Se avesse venerato qualunque altra divinità all’infuori di Deneir, i cui stessi fondamenti incoraggiano minuziose indagini, probabilmente il giovane Cadderly non avrebbe mai scoperto nessuno di quei poteri che gli permettevano di guarire o invocare la collera del suo dio.

    Ora lui crede nell’eternità e nella possibilità di un qualche paradiso deneiriano, tuttavia non ha cessato di porsi domande e di cercare. Nella cattedrale del Fervente Mistero, molte verità – leggi del mondo esterno e persino dei cieli lassù – vengono chiarite e spiegate nel corso di studi ed indagini. Con umiltà e coraggio gli studiosi che si recano là numerosi illustrano dettagli dello schema della nostra realtà, discutono gli ordini del multiverso e le regole che lo governano, riorganizzando la nostra stessa comprensione di Toril e del suo rapporto con la luna e le stelle del cielo.

    Per alcuni, questo semplice atto denota eresia, un’esplorazione pericolosa nei regni della conoscenza che dovrebbero rimanere unicamente dominio degli dei, di esseri superiori a noi. Anzi, peggio, questi frenetici profeti di rovina mettono in guardia: quelle riflessioni e inopportune spiegazioni sminuiscono gli stessi dei e allontanano dalla fede coloro che hanno bisogno di ascoltare la parola. Per filosofi come Cadderly, comunque, la più grande tortuosità, la più grande complessità del multiverso non fa altro che migliorare i sentimenti che lui nutre verso il suo dio. L’armonia della natura, egli sostiene, e la bellezza della legge e del processo universale manifestano una genialità e un concetto d’infinito che vanno ben oltre quelli acquisiti nella cecità o nell’ostinata e pavida ignoranza.

    Per la mente inquisitiva di Cadderly, il sistema che sostiene la legge divina supera di gran lunga le superstizioni del Piano Materiale.

    Ciò non toglie che per molti altri, persino per alcuni tra coloro che concordano con la ricerca di Cadderly, ci sia un innegabile senso di disagio.

    Vedo l’opposto in Catti-brie e nel suo continuo avanzamento nella conoscenza della magia. Lei dice di trarre conforto dalla magia perché non può essere spiegata. La sua forza nella fede e nella spiritualità aumenta di pari passo con la sua abilità in questo campo. Avere davanti a sé ciò che semplicemente è, senza spiegazione alcuna, senza falsità né repliche, è l’essenza della fede.

    Non so se Mielikki esiste. Non so se esistono o meno gli dei, e se effettivamente si preoccupano dell’esistenza quotidiana di un elfo scuro ribelle. Gli insegnamenti di Mielikki – la moralità, il senso della comunità e del servizio, e l’apprezzamento della vita – sono concreti per me, sono radicati nel mio cuore. Essi erano là prima che scoprissi Mielikki e attribuissi loro un nome, e là rimarranno anche se mi venissero fornite prove inconfutabili della non esistenza degli dei o della manifestazione fisica di quegli insegnamenti.

    Il nostro comportamento è dettato dal timore della punizione o dalle richieste del nostro cuore? Per me (e mi auguro per tutte le persone adulte) vale la seconda alternativa, sebbene sappia per amara esperienza che spesso non è così. Agire in modo da poter essere catapultati nell’uno o nell’altro paradiso potrebbe sembrare evidente ad un dio, qualunque esso sia, poiché se il cuore di una persona non è in sintonia con il creatore di quel paradiso, allora… qual è lo scopo?

    Perciò io rendo omaggio a Cadderly e a tutti coloro che continuano nella loro ricerca, disdegnando le risposte facili ed eteree, e scalano coraggiosamente il ripido sentiero che porta all’integrità e alla bellezza di un’armonia superiore.

    Ora che i molti abitanti del Faerûn procedono con difficoltà attraverso le loro incombenze quotidiane, marciando verso la fine delle loro rispettive esistenze, ci sarà molta incertezza ad accogliere le parole che sgorgano dal Fervente Mistero, e persino risentimento e tentativi di sabotaggio. Il viaggio personale intrapreso da Cadderly per esplorare il cosmo all’interno dei confini del suo considerevole intelletto alimenterà senza dubbio la paura, in particolare del concetto più basilare e terrificante di tutti, la morte.

    Da parte mia, voglio solo esprimere appoggio incondizionato al mio amico chierico. Ricordo le notti trascorse nella Valle del Vento Gelido, sulla cima della Salita di Bruenor, più lontano dalla tundra sottostante che dalle stelle del cielo, o così almeno sembrava. Le mie riflessioni là erano forse meno eretiche dell’operato del Fervente Mistero? E se la conclusione per Cadderly e tutti gli altri fosse anche lontanamente simile a ciò che avevo compreso su quella solitaria montagna, allora riconosco la robustezza della sua armatura contro le maledizioni degli indifferenti e le grida di eresia da parte di sciocchi meno illuminati e più dogmatici.

    Il mio viaggio verso le stelle, tra le stelle, insieme alle stelle, è stato un momento di assoluta soddisfazione e di gioia incontenibile, uno dei momenti più sereni della mia esistenza.

    E anche il più straordinario perché, in quella condizione di comunione con l’universo circostante, io, Drizzt Do’Urden, mi ergevo simile a un dio.

    Drizzt Do’Urden

    1

    Visitare i sogni di un drow

    Ti troverò, drow.

    Gli occhi dell’elfo scuro si spalancarono di colpo mentre sintonizzava i suoi sensi acuti su quanto gli stava intorno. La voce persistette chiara nella sua mente, invadendo il suo momento di tranquilla reverie.

    Conosceva quella voce, perché ad essa si accompagnava un’immagine di catastrofe persino troppo nitida nei suoi ricordi, risalente a forse una decina d’anni prima.

    Si sistemò la benda sull’occhio e si passò una mano sulla testa rasata, cercando di capire che cosa stava succedendo. Non poteva essere. Il drago era stato annientato, e nulla, nemmeno un potente wyrm rosso come Hephaestus, poteva essere sopravvissuto all’intensità dell’esplosione che si era verificata quando Crenshinibon aveva liberato il suo potere. E anche se la bestia fosse in qualche modo sopravvissuta, perché non si era manifestata allora, quando i suoi nemici sarebbero stati impotenti di fronte a lei?

    No, Jarlaxle era sicuro che Hephaestus fosse stato annientato.

    Ma quell’intrusione nella sua reverie non se l’era sognata. Anche di quello Jarlaxle era sicuro.

    Ti troverò, drow.

    Era Hephaestus: l’interferenza telepatica nella reverie di Jarlaxle aveva evocato chiaramente l’immagine del grande drago. Non poteva essersi sbagliato sul timbro di quella voce. Lo aveva distolto dalla sua meditazione, e lui si era istintivamente ritratto, costringendosi a tornare al presente, a ciò che lo circondava.

    Lo rimpianse quasi immediatamente, però cercò di calmarsi quel tanto che bastava a sentire il russare soddisfatto del nano suo compagno e ad assicurarsi che tutto intorno a lui fosse come doveva essere. Quindi chiuse di nuovo gli occhi e rivolse i suoi pensieri verso l’interno, verso un luogo di meditazione e solitudine.

    Tranne che non era solo.

    Hephaestus era là ad aspettarlo. Si immaginò gli occhi del drago, due fiamme guizzanti e minacciose. Era in grado di percepire la rabbia della bestia, che ribolliva e prometteva vendetta. Un grugnito appagato rumoreggiò attraverso i pensieri di Jarlaxle, il ghigno del predatore quando la preda è a portata di mano. Il drago lo aveva trovato telepaticamente, ma questo voleva dire che sapeva dov’era fisicamente?

    Jarlaxle venne colto da un attimo di panico, un attimo di confusione. Alzò la mano e si toccò la benda sull’occhio, che quel giorno copriva il sinistro. La sua magia avrebbe dovuto fermare l’intrusione di Hephaestus, avrebbe dovuto proteggerlo da qualunque contatto telepatico indesiderato. Ma non se lo stava immaginando. Hephaestus era là con lui.

    Ti troverò, drow, gli assicurò ancora una volta il drago.

    «Ti troverò», perciò non lo aveva ancora trovato…

    Jarlaxle abbandonò le sue difese, rifiutandosi di pensare al luogo in cui si trovava in quel momento, consapevole del motivo per cui Hephaestus continuava a ripetere la sua dichiarazione. Il drago voleva che lui gli trasmettesse telepaticamente informazioni sul suo nascondiglio.

    Si riempì i pensieri con immagini della città di Luskan, di Calimport, del Buio Profondo. Il luogotenente capo della potente banda di mercenari di Jarlaxle era un provetto psionico, e gli aveva insegnato molto in fatto di trucchi e difese mentali, ed egli fece ricorso ad ogni minima parte di quelle conoscenze.

    Il grugnito emesso psionicamente da Hephaestus, mentre passava dalla soddisfazione alla frustrazione, fu accolto da una risata di Jarlaxle.

    Non puoi sfuggirmi, insistette il drago.

    Non sei morto?

    Ti troverò, drow!

    In tal caso ti ucciderò di nuovo.

    La risposta noncurante e prosaica di Jarlaxle provocò un’immensa rabbia nella bestia – proprio come il drow aveva sperato – e insieme a quell’emozione giunse anche una momentanea perdita di controllo da parte del drago, esattamente quello di cui Jarlaxle aveva bisogno.

    Contrappose a quella rabbia una barriera di rifiuto, costringendo Hephaestus ad uscire dai suoi pensieri. Si spostò la benda sull’occhio destro, risvegliandone la magia con il suo tocco e rendendone più efficace l’azione protettiva.

    Ultimamente doveva farlo spesso con quei suoi gingilli magici. Stava accadendo qualcosa nel mondo là fuori, alla Trama di Mystra. Kimmuriel l’aveva messo in guardia dall’usare la magia, visto che le notizie dei risultati disastrosi provocati anche da semplici incantesimi erano ormai all’ordine del giorno.

    La benda sull’occhio fece comunque il suo lavoro e, grazie anche agli astuti trucchi e alle comprovate difese di Jarlaxle, Hephaestus venne cacciato dal subconscio del drow.

    Dopo avere riaperto gli occhi, Jarlaxle si scrutò intorno. Lui ed Athrogate si trovavano a nord di Mirabar. Il sole non era ancora spuntato all’orizzonte, ma il cielo ad oriente stava cominciando a perdere il colore rosso acceso che precedeva l’alba. Quella mattina stessa loro due dovevano incontrarsi, clandestinamente, con il Marchion Elastul di Mirabar per concludere un accordo commerciale tra quel governante, che pensava solo al proprio tornaconto personale, e la città costiera di Luskan. O, per dirla in termini più specifici, tra Elastul e la Bregan D’aerthe, la banda mercenaria di Jarlaxle sempre più dedita ai commerci. La Bregan D’aerthe si serviva della città di Luskan come di una via di comunicazione con il Mondo della Superficie, scambiando merci del Buio Profondo con manufatti dei regni di superficie e trasportando preziosi ninnoli esotici da e verso la città drow di Menzoberranzan.

    Il drow esaminò con attenzione il loro minuscolo accampamento situato in una piccola conca delimitata da tre grosse querce. Riusciva a vedere la strada, tranquilla e vuota. Da uno degli alberi giunse il crescendo lamentoso di una cicala e un uccello gracchiò quasi a volerle rispondere. Un coniglio sfrecciò attraverso la piccola radura erbosa sul lato opposto dell’accampamento, fuggendo a grandi balzi e brusche giravolte come se fosse terrorizzato dal peso dello sguardo di Jarlaxle.

    Il drow si lasciò scivolare giù dalla bassa biforcazione dell’albero che gli era servita da letto. Atterrò silenziosamente sui magici stivali e uscì cautamente dal boschetto per avere una vista migliore dell’area circostante.

    «Almeno mi potresti informare dove hai deciso di sgattaiolare?» gli gridò dietro il nano.

    Jarlaxle si girò a guardare Athrogate, ancora sdraiato sulla schiena e avvolto malamente in un sacco a pelo. Un occhio mezzo aperto lo guardò a sua volta.

    «Mi chiedo spesso che cosa sia più fastidioso, nano, se il tuo russare o il tuo parlare in rima».

    «Anch’io me lo chiedo», rispose Athrogate, «ma siccome non mi sento russare, propendo per la rima».

    Jarlaxle si limitò a scuotere il capo e a girarsi per proseguire nel suo cammino.

    «Sto aspettando la tua risposta, elfo».

    «Ho ritenuto saggio perlustrare il terreno prima dell’arrivo del nostro stimato visitatore», replicò Jarlaxle.

    «Si farà accompagnare da una buona metà dei nani dello Scudo di Mirabar, questo è poco ma sicuro», disse Athrogate.

    Jarlaxle si dichiarò silenziosamente d’accordo con lui. Sentì che Athrogate si trascinava fuori dal sacco a pelo e si metteva in piedi con difficoltà.

    «Prudenza, amico mio», suggerì il drow da sopra la spalla, incamminandosi.

    «No, c’è sotto qualcos’altro», dichiarò Athrogate.

    Jarlaxle non poté fare a meno di mettersi a ridere. Poche persone al mondo lo conoscevano abbastanza bene da riuscire a decifrare le sue affermazioni tattiche, ma durante tutti gli anni in cui Athrogate era stato al suo fianco, lui gli aveva effettivamente permesso di conoscere qualcosa del vero Jarlaxle Baenre. Si voltò e rivolse un sorriso al suo impolverato amico barbuto.

    «Ebbene?» chiese Athrogate. «Le tue parole ho ascoltato, ma cos’è che ti rende agitato?».

    «Agitato?».

    Athrogate fece una scrollata di spalle. «Qualunque cosa sia, dimmelo prima che tu vada via».

    «Basta», lo implorò Jarlaxle, tendendo le mani in segno di resa.

    «O me lo dici o ti butto lì un’altra rima», lo avvertì il nano.

    «Colpiscimi piuttosto con la tua poderosa mazza ferrata, ti prego».

    Athrogate si piazzò le mani sui fianchi e fissò l’elfo scuro dritto negli occhi.

    «Non lo so ancora», ammise Jarlaxle. «C’è qualcosa…». Allungò la mano e recuperò il suo enorme cappello a larga tesa, gli diede qualche colpetto per rimetterlo in forma e se lo lasciò cadere sulla testa con un plop.

    «Qualcosa?».

    «Sì», disse il drow. «Un visitatore, forse nei miei sogni, o forse no».

    «Dimmi che ha i capelli rossi».

    «Direi piuttosto le squame rosse».

    Il viso di Athrogate si increspò per il disgusto. «Devi sognare qualcosa di meglio, caro il mio elfo».

    «Già».

    «Mia figlia sta bene, immagino», disse il Marchion Elastul. Era seduto sulla sua grossa e comoda seggiola davanti al pesante tavolo riccamente decorato che i suoi servitori avevano portato dal palazzo di Mirabar, attorniato da una decina di truci nani dello Scudo di Mirabar. Dall’altra parte del tavolo, su troni più modesti, sedevano Jarlaxle ed Athrogate, quest’ultimo occupato a rimpinzarsi di pane, uova e ogni altro genere di prelibatezze. Anche per quell’incontro silvestre Elastul aveva preteso un apparato confortevole che, con grande gioia del nano, includeva un’ottima colazione.

    «Sì, Arabeth si è adattata bene alla sua nuova vita a Luskan», rispose Jarlaxle. «I rapporti tra lei e Kensidan sono migliorati e il suo rango all’interno della città continua a crescere per importanza e potere».

    «Quel miserabile Corvo», mormorò Elastul con un sospiro, riferendosi al capitano supremo Kensidan, uno dei quattro capitani supremi che governavano la città. Sapeva bene che Kensidan era diventato l’elemento dominante di quel gruppo scelto.

    «Kensidan ha vinto», gli ricordò Jarlaxle. «Ha messo nel sacco Arklem Greeth e la Fratellanza Arcana – impresa non da poco! – e convinto gli altri capitani supremi che la sua linea d’azione era la migliore».

    «Avrei preferito il capitano Deudermont».

    Jarlaxle scrollò le spalle. «Questa soluzione è più vantaggiosa per tutti noi».

    «Se penso che sono seduto qui a negoziare con un elfo drow», recriminò Elastul. «La metà dei nani del mio Scudo preferirebbe che vi uccidessi piuttosto che trattare con voi».

    «Questo non sarebbe saggio».

    «O conveniente?».

    «E nemmeno salutare».

    Elastul sbuffò, ma sua figlia Arabeth gli aveva raccontato quel che bastava su Jarlaxle da fargli capire che la battuta del drow era solo per metà scherzosa, e che per l’altra metà era una seria e mortale minaccia.

    «Se Kensidan il Corvo e gli altri tre capitani supremi venissero a sapere del nostro piccolo accordo non ne sarebbero per niente contenti», continuò Elastul.

    «La Bregan D’aerthe non deve rendere conto di ciò che fa a Kensidan e agli altri».

    «Ma voi avete formalizzato un accordo con loro per vendere la vostra merce unicamente attraverso i loro mercati».

    «La loro ricchezza aumenta considerevolmente grazie al pacifico scambio di merci con Menzoberranzan», replicò Jarlaxle. «Se decido che sia conveniente concedermi qualche affare al di fuori dei parametri di quell’accordo, be’… sono un mercante, dopo tutto».

    «Un mercante morto, se Kensidan lo viene a sapere».

    A quell’affermazione Jarlaxle scoppiò a ridere. «Un mercante stanco, più presumibilmente, perché cosa posso mai fare con una città di superficie da governare?».

    Ci volle un attimo perché le implicazioni di quella vanteria fossero recepite da Elastul, e quella possibilità non lo divertì per niente, poiché serviva a ricordargli che stava trattando con degli elfi scuri.

    Elfi scuri molto pericolosi.

    «Allora, abbiamo raggiunto un accordo?» chiese Jarlaxle.

    «Aprirò la galleria che porta al magazzino di Barkskin», rispose Elastul, riferendosi a un mercato segreto nella Città Sotterranea di Mirabar, nel settore dei nani. «I carri di Kimmuriel possono arrivarci da soli, e a nessuno sarà consentito il passaggio oltre l’ingresso. E mi aspetto che il prezzo sia esattamente quello che abbiamo pattuito, visto che il costo del dover garantire una costante sorveglianza per individuare l’eventuale presenza di drow non sarà cosa da poco».

    «La presenza di drow? Di certo non penserete che ci degneremo di spingerci all’interno della vostra città, mio buon marchion. Vi posso assicurare che l’attuale accordo ci lascia pienamente soddisfatti».

    «Siete un drow, Jarlaxle. Voi non siete mai pienamente soddisfatti».

    Jarlaxle si limitò a ridere, riluttante e incapace di mettersi a discutere su quel punto. Aveva accettato di fare da intermediario per Kimmuriel, che avrebbe supervisionato i preparativi dell’operazione, dato che a lui era tornata la smania di viaggiare e voleva trascorrere un po’ di tempo lontano da Luskan. Per la verità, Jarlaxle doveva ammettere con se stesso che non sarebbe rimasto per niente sorpreso se, nel tornare al nord dopo alcuni mesi passati sulla strada, avesse trovato Kimmuriel che faceva grandiose scorrerie a Mirabar, diventando addirittura l’eminenza grigia della città dopo essersi servito di Elastul o di qualche altro sciocco per garantirsi un’adeguata copertura.

    A quel punto Jarlaxle si toccò l’ampio cappello in segno di saluto e si alzò per andarsene, facendo cenno ad Athrogate di seguirlo. Ma il nano, sbuffando come un maiale su un tartufo, continuò a rimpinzarsi di cibo mentre la marmellata e il rosso d’uovo gli impiastricciavano l’imponente barba nera.

    «È stato un viaggio lungo e all’insegna della fame», spiegò Jarlaxle ad Elastul.

    Il marchion scrollò il capo con una chiara espressione di disgusto. I nani dello Scudo di Mirabar, tuttavia, stettero a guardare con palese gelosia.

    Jarlaxle ed Athrogate avevano già percorso più di un chilometro prima che il nano facesse una pausa abbastanza lunga tra un rutto e l’altro da consentirgli di chiedere: «Allora, torniamo a Luskan?».

    «No», replicò Jarlaxle. «Ora che ho concluso l’accordo, sarà Kimmuriel ad occuparsi dei dettagli più banali».

    «Un viaggio considerevole per una chiacchierata e una colazione così brevi».

    «Hai mangiato per quasi tutta la mattina».

    Athrogate si massaggiò il ventre prominente ed emise un rutto che spaventò uno stormo di uccelli su un albero vicino, mentre Jarlaxle scuoteva il capo con aria impotente.

    «Mi fa male la pancia», spiegò il nano. Si massaggiò di nuovo e di nuovo ruttò, più volte in rapida successione. «Se non torniamo a Luskan, dove andiamo allora?».

    La domanda fece esitare Jarlaxle. «Non sono sicuro», disse in tutta onestà.

    «Quel posto non mi mancherà», commentò Athrogate. Tese un braccio al di sopra della spalla e diede un colpetto all’impugnatura di una delle poderose mazze ferrate di vetroacciaio che teneva assicurate diagonalmente alla schiena, con l’impugnatura rivolta verso l’alto e le teste chiodate che rimbalzavano a ogni suo passo. «Sono mesi che non le uso».

    Jarlaxle, lo sguardo assente, fisso in lontananza, annuì.

    «Ebbene, ovunque stiamo per andare, se mai ti è dato di sapere, sarebbe comunque meglio cavalcare anziché continuare a camminare. Uahaha!». Ciò detto, infilò la mano nella sacca che portava assicurata alla cintura, dove teneva la figurina nera di un cinghiale da guerra che poteva richiamare al suo fianco come magica cavalcatura. Fece per estrarla, ma Jarlaxle lo fermò con la mano.

    «Non oggi», spiegò il drow. «Oggi ce ne andremo in giro senza una meta precisa».

    «Ma io voglio ballare un po’ per liberare qualche rutto supplementare».

    «Oggi camminiamo», ripeté Jarlaxle in un tono che non ammetteva repliche.

    Athrogate lo guardò con aria sospettosa. «Perciò ancora dirmi non sai dove dirigerti vorrai».

    Il drow si guardò intorno e si sfregò il mento sottile. «Presto te lo dirò», promise.

    «Bah! Avremmo potuto tornare a Mirabar per mangiare ancora un po’!». Ma mentre finiva di parlare Athrogate sbiancò, cosa che succedeva assai di rado a quel nano coriaceo, perché Jarlaxle lo fulminò con lo sguardo ricordandogli senza mezzi termini chi era il capo e chi l’aiutante.

    «Bella giornata per una passeggiata!» esclamò Athrogate, concludendo con un sonoro rutto.

    Piazzarono l’accampamento a pochi chilometri dalla radura dove si erano incontrati con il Marchion Elastul, su una piccola cresta delimitata da alcuni alberi bassi e scheletrici, molti dei quali morti e altri quasi senza foglie. Sotto di loro a occidente si delineavano i ruderi di una vecchia fattoria, o forse di un piccolo villaggio, al di là di un campo disseminato di pietre piatte, alcune in orizzontale sul terreno ma altre ancora in piedi, il che portò Athrogate a borbottare che probabilmente si trattava di un vecchio cimitero.

    «O quello o una qualche sorta di padiglione», replicò Jarlaxle, senza mostrare grande interesse.

    Selûne era alta nel cielo e danzava dentro e fuori dalle numerose nuvolette che correvano sopra le loro teste. Sotto il suo pallido bagliore, Athrogate cominciò ben presto a russare soddisfatto, ma per Jarlaxle l’idea di concedersi una reverie non era la benvenuta.

    Rimase a guardare, mentre le ombre sotto il pallido bagliore lunare cominciavano a rimpicciolire e a sparire, per poi allungarsi verso est, mentre la luna passava sopra le loro teste e iniziava la sua discesa a occidente. Si sentì invadere dalla stanchezza, ma vi oppose a lungo resistenza.

    Il drow si rimproverò silenziosamente per la sua stupidità. Non poteva restare presente e sveglio in eterno.

    Si appoggiò con la schiena contro il tronco di un albero morto, una sagoma contorta la cui ombra assomigliava allo scheletro di un uomo che tendeva le mani, imploranti, verso gli dei. Jarlaxle non vi si arrampicò sopra – probabilmente il vecchio albero non avrebbe retto il suo peso – ma rimase in piedi, appoggiato alla ruvida corteccia.

    Lasciò che la mente si staccasse da ciò che lo circondava e si concentrasse interiormente. I ricordi si mescolarono alle sensazioni nel dolce vortice della reverie. Sentì il battito del suo cuore, il sangue che gli scorreva nelle vene. Sentì i ritmi del mondo, simili ad un alito gentile sotto i suoi piedi, e accolse la percezione di unità con la terra, come se avesse messo radici nelle profondità della roccia. Al tempo stesso gli parve di essere senza peso, come se stesse fluttuando nell’aria, mentre lo splendido rilassamento della reverie gli invadeva la mente e il corpo.

    Solo là Jarlaxle era libero. La reverie era il suo rifugio.

    Ti troverò, drow.

    Hephaestus era là con lui, ad aspettarlo. Nella sua mente, Jarlaxle rivide gli occhi fiammeggianti della bestia, sentì il suo alito caldo e la sua rabbia ancora più calda.

    Vattene. Non hai motivo di essere in collera con me, rispose in silenzio l’elfo scuro.

    Non ho dimenticato!

    È stato il tuo stesso alito a distruggere la reliquia, ricordò Jarlaxle alla creatura.

    A causa dei tuoi inganni, astuto drow. Non ho dimenticato. Mi hai accecato, mi hai reso debole, mi hai annientato!

    Quell’ultima frase parve strana a Jarlaxle, non solo perché era ovvio che il drago non fosse stato annientato, ma perché aveva ancora la netta sensazione che non fosse Hephaestus quello con cui stava comunicando… anche se in effetti proprio di lui si trattava!

    Un’altra immagine apparve nei pensieri di Jarlaxle, quella di una creatura dalla testa bulbiforme e dalla faccia piena di tentacoli che si agitavano minacciosi.

    Ti conosco. Ti troverò, continuò il drago. Tu, che mi hai privato dei piaceri della vita e della carne. Tu, che mi hai privato del dolce sapore del cibo e del piacere del tatto.

    Quindi il drago è morto, pensò Jarlaxle.

    Non io! Lui! La voce risuonò come se fosse Hephaestus a ruggire nella sua mente. Ero cieco, e dormivo nell’oscurità! Troppo intelligente per la morte! Pensa a tutti i nemici che ti sei fatto, drow! Pensa che un re ti troverà… ti ha trovato!

    Quell’ultimo pensiero lo raggiunse con una ferocia tale e con tali terribili implicazioni che Jarlaxle venne bruscamente distolto dalla sua reverie. Si guardò freneticamente intorno, quasi si aspettasse che il drago gli piombasse addosso e liquefacesse il loro accampamento con un’esplosione del suo alito infuocato, o che un illithid si materializzasse e lo investisse con una raffica di energia psionica capace di confondergli per sempre la mente.

    Ma la notte era tranquilla sotto il pallido bagliore della luna.

    Troppo tranquilla, si disse Jarlaxle, come il silenzio che precede l’attacco di un animale da preda. Dov’erano le rane, gli uccelli notturni, gli scarabei?

    Qualcosa si mosse ad ovest, catturando la sua attenzione. Scrutò il campo, in cerca di un animale… qualche roditore, probabilmente.

    Ma non vide nulla, solo l’erba che danzava alla luce della luna nella dolce brezza notturna.

    Qualcosa si mosse di nuovo, e Jarlaxle fece correre lo sguardo sulle pietre abbandonate qua e là sull’erba, alzò la mano e sollevò la benda dall’occhio per poter vedere meglio. Dall’altra parte del campo c’era una figura ricurva e indistinta che si inchinava e agitava le braccia. Il drow pensò che non si trattasse di un essere umano, ma di un wraith, di uno spettro o di un lich.

    Nel campo, una lastra di pietra adagiata in orizzontale si mosse, un’altra in piedi si inclinò in modo evidente.

    Jarlaxle fece un passo verso quegli antichi segnali indicatori.

    La luna scomparve dietro una nuvola nera e l’oscurità si fece più profonda. Ma Jarlaxle era una creatura del Buio Profondo, dotata di una vista in grado di vedere anche con la luce più scarsa. Nelle caverne quasi buie nelle profondità della montagna, anche il più piccolo frammento di lichene luminoso brillava ai suoi occhi come una torcia fiammeggiante. Persino in quel momento in cui la luna era nascosta, lui si accorse che la lastra in verticale si era mossa di nuovo, seppure lievemente, come se qualcosa la stesse raspando alla base, sottoterra.

    «Un cimitero…» mormorò, rendendosi finalmente conto che quelle lastre di pietra piatte erano delle lapidi, come del resto aveva ipotizzato Athrogate. Mentre parlava, la luna ricomparve, rischiarando il campo. Qualcosa fece sollevare la terra accanto alla pietra che si era spostata.

    Una mano… una mano scheletrica.

    Una strana saetta di colore azzurro-verdastro attraversò il campo. In quella luce, Jarlaxle vide muoversi molte altre lapidi, mentre il terreno tutt’intorno sembrava ribollire.

    Ti ho trovato, drow! sussurrò la bestia nei pensieri di Jarlaxle.

    «Athrogate», chiamò piano Jarlaxle. «Svegliati, mio buon nano».

    Il nano continuò a russare, tossì, ruttò e si girò su un fianco dando le spalle al drow.

    Jarlaxle tolse una piccola balestra dalla fondina che portava alla cintura e tirò indietro la corda con mano esperta mentre la impugnava. Si concentrò su un tipo particolare di freccia, spuntata e pesante, e la magica sacca vicino alla fondina gliela fornì non appena tese la mano a prenderla.

    «Svegliati, mio buon nano», ripeté il drow, senza mai distogliere lo sguardo dal campo. Un braccio scheletrico annaspò nel vuoto accanto alla lapide inclinata.

    Nel vedere che Athrogate non rispondeva, Jarlaxle alzò la balestra e fece partire il dardo.

    «Ehi, cosa diamine sta succedendo!» gemette il nano, mentre la freccia dalla punta smussata lo colpiva al sedere. Si girò sottosopra, agitando braccia e gambe come un granchio, ma riuscì a rimettersi rapidamente in piedi. Cominciò a muoversi avanti e indietro saltellando sulle gambe flesse, senza smettere di massaggiarsi la chiappa ferita.

    «Che cosa hai da dire, drow?» chiese alla fine.

    «Che stai gridando abbastanza forte da svegliare i morti», replicò Jarlaxle, indicando il campo disseminato di lapidi alle spalle di Athrogate.

    Questi si voltò di scatto.

    «Vedo… che è buio», disse. Mentre finiva di parlare, non solo la luna fece capolino dalle nuvole, ma un’altra strana saetta si levò ad arco sul campo, come se una rete di energia vi fosse stata gettata sopra. In quell’improvviso bagliore apparvero alla loro vista scheletri interi, che uscivano dalle tombe e si dirigevano con passo strascicato verso la cresta fiancheggiata dagli alberi.

    «Immagino che stiano venendo a prenderci!» gridò Athrogate. «E mi sembrano anche un tantino affamati. Anzi, più di un tantino! Uahaha! Morti di fame, scommetto!».

    «Andiamocene da questo posto, e in fretta», disse Jarlaxle. Mise la mano nella sua sacca ed estrasse la statuetta d’ossidiana di un cavallo scarno, con delle spire simili a fiamme intorno agli zoccoli.

    Athrogate annuì e fece lo stesso, pescando dalla sua sacca la figurina del cinghiale.

    Entrambi lasciarono cadere a terra i due rispettivi simboli ed evocarono le loro cavalcature, una giumenta che soffiava fumo e scalpitava su zoccoli fiammeggianti per Jarlaxle, e un diabolico cinghiale che irradiava calore ed eruttava il fuoco dei piani inferiori per Athrogate. Jarlaxle fu il primo a montare in sella e a far girare la sua cavalcatura per allontanarsi a tutta velocità, ma mentre si voltava a guardare Athrogate vide che il nano agguantava le sue mazze ferrate, saltava sul cinghiale e lo spronava in una carica squittente in direzione del campo disseminato di lapidi.

    «Da questa parte si fa prima!» gridò quest’ultimo, facendo roteare le pesanti palle chiodate assicurate alle catene. «Uahaha!».

    «Oh, Lady Lolth», gemette Jarlaxle. «Se mi hai mandato un personaggio del genere solo per tormentarmi, sappi che mi arrendo, perciò riprenditelo subito».

    Athrogate caricò dritto verso il campo in groppa al cinghiale che scalciava e sgroppava. Un altro lampo azzurro-verdastro illuminò il terreno davanti a lui, mostrando decine di morti viventi che uscivano dalla terra protendendo le loro mani scheletriche verso di lui. In apparenza non meno folle del suo barbuto cavaliere, l’animale puntò senza esitare sull’orda di scheletri in marcia, mentre il nano continuava a far mulinare le sue mazze. Le palle chiodate di vetroacciaio si abbatterono su di loro, spezzando dita e braccia, e frantumando costole con i loro poderosi colpi.

    Il cinghiale sotto di lui sferrava calci e musate facendosi strada attraverso la moltitudine di non-morti che li circondavano infuriati. Athrogate affondò con violenza i talloni nei fianchi del cinghiale, il quale spiccò un balzo in aria e richiamò i fuochi dei piani inferiori: un’esplosione di fiamme arancioni che gli eruppero da sotto gli zoccoli mentre toccava di nuovo terra, ribollendo fino a coprire in larghezza un raggio pari a metà altezza del nano, per poi alzarsi a spirale in un’eruzione incandescente. L’erba tutt’intorno ad Athrogate cominciò a fumare e i ciuffi più alti presero fuoco.

    Sebbene le fiamme fossero giunte a lambire gli scheletri più vicini, non servirono tuttavia a dissuadere quelli che seguivano, e le mostruose creature continuarono ad avvicinarsi senza mostrare il minimo segno di timore.

    Un colpo vibrato dall’alto da Athrogate portò una delle mazze ad abbattersi su un teschio, facendolo esplodere in uno sbuffo di polvere bianca. Il nano fece descrivere all’altra mazza un ampio semicerchio da dietro in avanti, agganciando tre braccia scheletriche che si tendevano simultaneamente verso di lui e tranciandole di netto.

    Gli scheletri parvero non accorgersene o non preoccuparsene, e non desistettero dalla loro avanzata. Si stavano facendo sempre più vicini.

    Athrogate ruggì con quanto fiato aveva in gola contro la pressione di quella moltitudine e incrementò la furia dei suoi colpi. Non aveva bisogno di mirare: non avrebbe potuto evitare di fracassare ossa nemmeno se ci avesse provato. Dita ad artiglio si tendevano verso di lui, teschi ghignanti aprivano e chiudevano la bocca di scatto.

    Poi il cinghiale urlò di dolore. Spiccò un balzo e rilasciò un’altra fiammata, ma gli incauti scheletri non prestarono attenzione alle loro gambe annerite. Affondarono gli artigli nel corpo del cinghiale, il quale si dimenò e divincolò, inarcando disperatamente la groppa e disarcionando Athrogate. Il nano fu scaraventato in aria, descrisse una breve traiettoria ad arco e travolse la prima fila di scheletri. Mentre cadeva, tuttavia, molti altri si precipitarono verso di lui.

    Jarlaxle odiava quel genere di combattimento. La maggior parte del suo repertorio di battaglia, sia basato sulla magia che sulla semplice forza fisica, era inteso a fornire indicazioni sbagliate, a confondere e a sbilanciare l’avversario.

    Ma non si poteva confondere uno scheletro senza cervello o uno zombie.

    Con un profondo sospiro, il drow afferrò la voluminosa piuma del suo cappello e la gettò a terra, impartendo ordini in un linguaggio arcano al magico oggetto. Quasi immediatamente, con un grande sbuffo di fumo, la piuma si trasformò in un gigantesco uccello, un dyatrima, alto più di tre metri e con un collo grosso quanto il torace di un uomo robusto.

    Ubbidendo agli ordini telepatici di Jarlaxle, il mostruoso uccello – che però era incapace di volare – si lanciò alla carica, flagellando i non-morti con le sue corte ali e riducendoli in pezzi con il poderoso becco. Il dyatrima si fece strada in mezzo alla calca dei non-morti, scalciando, colpendo e beccando con foga. Ogni suo attacco riduceva uno scheletro in pezzi o un cranio in polvere.

    Ma altri non-morti emergevano dal terreno squarciato, avvicinandosi e agitando gli artigli.

    Dal suo posto d’osservazione sul fianco

    Ti è piaciuta l'anteprima?
    Pagina 1 di 1