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Diagnosi Funzionale in Psicologia Clinica e Psicopatologia

Diagnosi Funzionale in Psicologia Clinica e Psicopatologia

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Diagnosi Funzionale in Psicologia Clinica e Psicopatologia

Lunghezza:
837 pagine
13 ore
Pubblicato:
Nov 8, 2019
ISBN:
9788835329770
Formato:
Libro

Descrizione

“L’errore nasce sempre dalla tendenza dell’uomo a dedurre la causa dalla conseguenza.” (Arthur Schopenhauer). La diagnosi, è, in generale, il tentativo di identificare la natura, la causa di qualcosa e, con questo significato, è usato in medicina e psicologia. È quindi il tentativo di riconoscere una malattia o una psicopatologia in base a dei sintomi o “segni”. L’insieme di questi, possono ricondurre ad alcune configurazioni, dette patognomoniche, che, più o meno generiche, sono ritenute in grado di caratterizzare il quadro clinico di una malattia o sindrome. Purtroppo, molti segni si sovrappongono anche nelle varie sindromi e malattie in medicina e, per quanto riguarda i disturbi psichici, siamo ancora ben lontani da avere compreso i meccanismi causali alla base della maggior parte dei disturbi. Le scoperte, delle scienze del comportamento e delle neuroscienze hanno fornito dati importantissimi riguardo ai processi, anche biochimici, implicati e ciò ha chiarito alcuni dubbi a livello molecolare ma non ha offerto al momento dati conclusivi sulle cause dei disturbi psicopatologici. Questo è un punto fondamentale: un’alterazione di alcuni importanti neuromediatori, ad esempio, rappresenta un epifenomeno, un difetto funzionale non una causa di per sé, a meno di non considerarla, correttamente, una causa a sua volta conseguenza di un’altra causa. Questo, in medicina, si chiama “processo” e non eziopatogenesi ed ha a che fare con il “come” e non con il “perché”. In ogni caso, i manuali statistico descrittivi dei disturbi mentali come le ultime versioni del DSM e del ICD, dei quali questo testo tiene ovviamente conto, sono indubbiamente una sicura base e anche una fondamentale colonna per la diagnosi clinica in psicopatologia ma il loro utilizzo deve essere considerato utile ma non sufficiente perché la diagnosi clinica, a sua volta, deve produrre una previsione scientificamente valida e verificabile, la prognosi. La diagnosi funzionale quindi, non può che essere considerata una sorta di seconda colonna dell’impianto diagnostico in grado di fornire, con gli strumenti oggi scientificamente disponibili, delle ipotesi affidabili e previsioni accurate così da formare una architrave sulla quale fondare l’intervento terapeutico, sia esso farmacologico, psicologico o integrato. Questo manuale cerca di fornire strumenti e metodi che possono e, in alcuni casi, debbono essere utilizzati nella pratica clinica dallo psicologo e dallo psichiatra. Certamente non sono tutti quelli che potrebbero essere a disposizione dei clinici ma sicuramente quelli qui descritti sono stati ritenuti utili per non incorrere in troppi errori di valutazione, spesso dovuti a due fenomeni altrettanto pericolosi, la sottovalutazione del problema e la sopravvalutazione di sé da parte del clinico. In appendice, sono poi presenti alcuni casi clinici esplicativi di diagnosi funzionali e copie di relazioni peritali, tutte su casi clinici reali.
Pubblicato:
Nov 8, 2019
ISBN:
9788835329770
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Libro

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Diagnosi Funzionale in Psicologia Clinica e Psicopatologia - Carlo Pruneti

Parma

Capitolo 1

LA DIAGNOSI IN PSICHIATRIA E PSICOLOGIA CLINICA

1.1 LA DIAGNOSI

Con il termine diagnosi si fa abitualmente riferimento al processo volto alla rilevazione e alla descrizione di una serie di fenomeni riconosciuti come patologici.

Come suggerito dalla etimologia stessa della parola (dal greco diagnosis, diagnosis, conoscere attraverso), il momento diagnostico dell’esame clinico richiede l’utilizzo di strategie e strumenti finalizzati alla valutazione dello stato di salute o malattia del paziente, al fine di specificare quale combinazione nota di sintomi e segni meglio si adatta al caso in esame. In medicina, la fase diagnostica è classicamente definita come un Processo logico con cui il medico definisce l’esistenza e la natura della malattia e le condizioni del paziente… (Enciclopedia Universale Rizzoli).

Per ciò che concerne in particolare la psichiatria e la psicologia clinica, tale definizione del processo diagnostico rende immediatamente necessaria una serie di considerazioni di carattere sia teorico che metodologico. Per esempio, vi sono dei problemi nell’applicare tout court l’approccio medico classico, pur ricercato e utilizzato da almeno una parte della psichiatria nella rilevazione dei segni obiettivi della patologia psichica. In effetti, il processo diagnostico e l’intervento medico possono spesso avvalersi di sintomi chiari e segni oggettivi di malattia, che consentono la formulazione di specifiche ipotesi diagnostiche ed eziopatogenetiche, a loro volta confutabili o meno tramite l’utilizzo di particolari indagini sperimentali e di laboratorio. Lo sforzo perché questo avvenga anche per le malattie mentali e per i disturbi del comportamento è uno dei propositi più antichi della medicina ed ancora in atto. I risultati però, nonostante diverse importanti scoperte degli ultimi decenni, non hanno portato, nella pratica clinica quotidiana di psichiatri, psicologi clinici e psicoterapeuti, sostanziali modifiche della prassi. Questo, ovviamente, a causa del fatto che in psichiatria, i sintomi e i segni della patologia sono per lo più costituiti da risposte comportamentali, molte delle quali interne, il cui carattere obiettivo è maggiormente sfumato e il cui valore discriminativo risulta più relativo. Infatti, mentre nell’e-same obiettivo medico molti dei segni e sintomi rilevati sul paziente sono indicativi di talune patologie e obiettivamente diversi da ciò che si osserva in un soggetto sano di qualsiasi razza o cultura, molti dei dati raccolti nella diagnosi clinico psicologica, possono acquistare un significato differente a seconda della storia del singolo caso e della combinazione di diversi fattori fisici, culturali, ambientali, legati alle tradizioni, ecc.

Il problema della valutazione si pone perciò in modo più articolato in psichiatria e psicologia clinica rispetto alla medicina e, praticamente da sempre, è risultato di non facile soluzione nonostante il moltiplicarsi degli approcci teorici sia in clinica psichiatrica che in psicoterapia. In particolare, vi è ancora una certa confusione sugli ambiti caratteristici delle due discipline: la psichiatria e la psicologia clinica, che assai spesso vengono visti come sovrapposti, in altri casi, invece, come contrapposti. Può essere almeno in parte d’aiuto in questo caso l’etimologia:

Psicologia, dal greco: psychè (ψυχή) = spirito vitale, anima; logos (λόγος) = discorso, e quindi, discorso e studio dell’anima, dello spirito

Clinica, dal greco: klinikόs (κλινικός), da klìne (κλίνη) = letto, ovvero che si fa presso il letto del malato, della persona sofferente

Psicopatologia, dal greco: psychè (ψυχή) = spirito vitale, anima e pàthos (πάθος) = passione, sofferenza e logos (λόγος) = discorso, studio, e quindi studio del disturbo dell’anima, dello spirito

Psichiatria, dal greco: psychè (ψυχή) = anima e iatreìa (ιατρεία) = medicina, cura diretta delle malattie dell’anima, dello spirito.e

Psicoterapia, dal greco: psychè (ψυχή) = anima e therapeia (therapeia), ovvero terapia nel senso della assistenza e cura, dell’avere cura di una persona, che quindi non è necessariamente malata, da theraps con significato di compagno che assiste e aiuta e dal verbo ther con significato di sostenere, tirar su (anche di morale)

Quindi, una valutazione e assistenza ed un prendersi cura della persona che soffre per una qualsiasi ragione o disturbo per la psicologia clinica, sino al letto del malato o della persona sofferente, un trattamento o cura per le persone con malattie della mente per la psichiatria anche se questa definizione può essere vista in modo ancora più ampio prendendo spunto dall’etimologia.

Il termine greco psiché (psiche), infatti, era utilizzato con il significato di anima che respira e spirito (il termine italiano "anima" deriva dal Latino anima, che, a sua volta, proviene dal Greco "ànemos, sempre con significato di vento, soffio"¹. Per estensione, quindi, l’assistenza psicologica può essere stesa a tutto l’"animus ovvero all’individuo, all’essere vivente e quindi chi cura le malattie, comprese quelle della mente, non potrà che tenere conto che il disturbo proviene da un organismo un animus" e non solo come in certi credi religiosi di un soggetto dotato di anima ma di una anima di per sé laicamente identificabile con l’intero individuo e quindi non potrà ne dovrà prescindere da questo.

Non vi è certo la pretesa che questi riferimenti all’origine dei termini risulti esaustivo per una materia così complessa, ma sicuramente offrono un chiaro spunto per chiarire e delimitare i campi di interesse e di intervento che tra psicologia clinica, psichiatria e psicoterapia, possono, almeno in parte, a sovrapporsi. In ogni caso, già prima dell’avvento delle cosiddette terapie integrate (farmacologiche e psicologiche) varie istituzioni scientifiche, cito tra le varie il testo Clinical Evidences che detta le linee guida per le varie terapie scientificamente valide ai medici e la stessa OMS hanno riconosciuto come efficaci alcuni tipi di terapie psicologiche nei disturbi del comportamento, e, sempre più e a ragione si parla di sinergia diagnostico-terapeutica.

La diagnosi nei disturbi del comportamento di qualunque natura e gravità, deve perciò confrontarsi con le difficoltà di verifica delle ipotesi formulate, non avendo a disposizione, nella maggior parte dei casi, metodi di indagine o esami di laboratorio discriminativi delle diverse psicopatologie, così come avviene invece in gran parte delle branche della medicina.

Un altro aspetto da considerare riguarda il fine stesso della diagnosi compiuta in ambito psicologico. Infatti, sebbene in termini generali l’obiettivo della valutazione sia quello di giungere al riconoscimento della specifica categoria diagnostica (intesa come insieme di sintomi e segni) che meglio si adatta al caso in esame, non sempre una semplice diagnosi di tipo categoriale è in grado di cogliere e descrivere adeguatamente l’intero quadro sindromico e i meccanismi implicati nella sua genesi, sviluppo e mantenimento. Inoltre, occorre ricordare che i sistemi internazionali di classificazione e particolarmente quelle dei disturbi mentali come ICD-11² e DSM-5³, propongono criteri che, per quanto ormai validati, non sempre riescono a garantire l’inquadramento diagnostico di assetti psicopatologici più sfumati o sotto soglia, né consentono di cogliere l’estrema variabilità sintomatologica che caratterizza una stessa categoria, presupponendo all’interno di ciascuna delle categorie proposte, una certa uniformità e omogeneità. In effetti, pur essendo di fondamentale importanza l’adozione e l’utilizzo di una classificazione nosografica dei disturbi mentali che garantisca un linguaggio comune ai diversi operatori e ai clinici di vari orientamenti teorici, è auspicabile che la diagnosi di tipo categoriale venga considerata solo uno dei passi della valutazione clinica in psichiatria e che sia abbondantemente arricchita da un approccio multidimensionale e funzionale di analisi del caso. Più nello specifico, ciò si traduce nella necessità di utilizzare diversi strumenti di indagine, qualitativamente differenti e spesso tra loro non interscambiabili per giungere ad una approfondita conoscenza del singolo. La diagnosi, in ogni caso, resta il punto chiave dell’intervento clinico certamente in medicina compresa quindi la psichiatria, ma anche per la psicologia clinica perché da un idoneo inquadramento diagnostico dipenderà, attraverso la formulazione di una prognosi, anch’essa scientificamente valida e quindi verificabile, gran parte dell’efficacia di un qualsiasi trattamento, sia esso medico, psicologico o misto.

La prassi curativa è infatti fortemente legata all’individuazione di una diagnosi, proveniente da dati scaturiti dall’uso corretto di un metodo, quello scientifico.

Figura 1.1.

Figura 1.1: Il modello medico classico della diagnosi.

1.2 IL PROBLEMA DELLA DIAGNOSI IN PSICHIATRIA E PSICOLOGIA CLINICA

Con Beaugrand (1984) è possibile affermare che un comportamento che non possa essere esaminato e misurato rigorosamente non potrà essere studiato scientificamente.

La definizione di comportamento come avvenimento osservabile non deve in ogni caso sottintendere l’esclusione dei processi interni degli individui né quella dei loro stati di coscienza. Questi aspetti sono di estrema importanza, anche se la loro esistenza e consistenza è dedotta a partire dallo studio delle loro manifestazioni osservabili.

Il problema principale è però rappresentato dall’estrema variabilità nel comportamento umano in quanto: "la maggioranza delle persone sono di tinte miste, sfumate e sovrapposte e variano a seconda delle differenti situazioni, come sete cangianti esposte a luci differenti" (Lord Chesterfield, 1752).

Sono quindi da tenere in primaria considerazione alcune questioni, quali ad esempio:

Quali esami, accertamenti diagnostici, strumentali e non, poter effettuare?

Su cosa basare la verifica delle originarie ipotesi?

Su quali dati obiettivi?

Raccolti come?

Per mezzo di…..?

Una prima risposta, in base alle attuali conoscenze, può essere quella che indica come la diagnosi debba fondarsi su una accurata valutazione di almeno le seguenti principali componenti, oltre che, ovviamente, sulle notizie riguardanti la storia attuale e pregressa del soggetto:

Comportamenti, sia interni, cognitivi, che esterni: verbali, motori, di relazione, ecc.;

Abitudini;

Stili di vita,

Tratti stabili, tipologie di personalità;

Sintomi e tratti psicopatologici;

Quadro neuropsicologico e delle funzioni cognitive;

Valutazione psicofisiologica per funzioni mediate dal Sistema Nervoso Centrale e Autonomo;

Quadro del funzionamento generale a livello psiconeuroendocrino.

Anche in psicopatologia, il termine diagnosi conserva, pur con alcune sostanziali eccezioni, gran parte delle valenze e caratteristiche precipue dell’area di sua tipica espressione, quella medica. Si può quindi affermare che, la valutazione clinica, la diagnosi, consiste nell’osservazione, rilevazione, discriminazione, stima ed interpretazione di caratteristiche di un soggetto nel campo proprio della psicologia: il comportamento umano e, per quanto riguarda la psichiatria, dei disturbi, lievi, moderati o gravi.

Fig. 1.2).

Figura 1.2: Il paradigma di Hull Stimolo-Organismo-Risposta (SOR).

Va in ogni caso tenuto ben presente come sarà più dettagliatamente spiegato, che una parte sostanziale della valutazione clinica del comportamento di un individuo, consiste non solo e non tanto nel cercare di capire le situazioni stimolanti e le relative risposte, quanto nel riuscire ad avere un’idea, la più accurata possibile, del funzionamento interno dell’individuo stesso. In un’ottica scientifi ca quindi, la diagnosi può essere defi nita come quel processo orientato verso la raccolta di dati e informazioni con la prospettiva di giustifi care, controllare ed ottimizzare decisioni e provvedimenti… (Jager e Petermann, 1992).

Per porre ancora l’accento ed approfondire il significato del termine scientifico applicato anche al processo della diagnosi, di nuovo citando Beaugrand (1989), si può affermare come tutte le scienze hanno la loro origine nell’esperienza immediata e cosciente dell’osservatore.

Vi è perciò sempre un primo, inevitabile, livello fenomenologico, l’esperienza soggettiva, l’unica base d’informazione che potrà poi divenire scientifica. Ciò avviene quando l’esperienza fenomenologica e gli schemi derivati dall’osservazione saranno condivisi da più osservatori, i quali potranno verificare che il processo osservato e descritto si delinei esattamente nel modo indicato e cioè che l’osservazione sistematica e la descrizione schematica del processo osservato, siano replicabili almeno nelle sue deduzioni principali. L’osservazione, è qui da intendere nel senso dato a questo termine da Claude Bernard (1865), ossia come constatazione di un fatto mediante l’indagine e gli studi appropriati per questa constatazione. L’osservazione costituisce, perciò, una procedura empirica fondamentale di tutte le scienze, che va oltre l’osservazione diretta del comportamento o l’applicazione di tecniche, per quanto particolari e sofisticate. Quello che distingue l’osservazione scientifica dal semplice atto di osservare, ad esempio un bel tramonto, è che le osservazioni ed i relativi schemi, descritti opportunamente, debbono poter essere ripetibili a volontà, in modo da essere ragionevolmente sicuri che le conclusioni tratte siano il più possibile indipendenti dalle idiosincrasie di ciascun osservatore e utilizzazione. È bene qui ricordare un concetto fondamentale, ovvero che per comprendere il diverso da sé, occorre tradurre in comunicazione razionale la comunicazione sensoriale, che, divenuta percezione, ovvero riconoscimento della sensazione stessa, con l’ausilio degli schemi di valutazione cognitiva del soggetto, trasforma lo stimolo in un evento cosciente, presente nell’organizzazione interna dell’individuo.

Quindi, solo se il processo di osservazione, raccolta delle informazioni, organizzazione delle stesse, elaborazione dei risultati, avviene in modo sistematico e controllato da altri, allora l’approccio valutativo della realtà può dirsi diagnosi scientificamente valida (Jager e Petermann, 1992).

Le varie scienze si distinguono perciò, più che per l’oggetto che hanno scelto di osservare e descrivere, per i metodi e tecniche impiegate nello studio della realtà. Tutto il campo di osservazione è, infatti, in qualche modo riconducibile alla base empirica e sensoriale del soggetto che si appresta ad osservare. Lo scienziato ed il ricercatore, in quanto esseri umani, possono solo cercare di fare del loro meglio per essere in grado di utilizzare i loro sensi e le loro capacità psichiche, sia d’intuizione sia razionali. In questo del tutto in accordo con la famosa frase di Popper (1934): la base empirica delle scienze oggettive non ha in sé nulla di assoluto: la scienza non ha le sue fondamenta sulla solida roccia….

Infatti, la conoscenza empirica della realtà può ritenersi oggettiva, in senso scientifico, non perché ha solidi fondamenti nella logica, bensì perché ha trovato e sviluppato sempre più adeguati strumenti di auto correzione, di aggiustamento continuo dei dati osservati.

Sempre con Beaugrand (1989) potremo brevemente descrivere i principali postulati dell’approccio scientifico:

Il determinismo: l’approccio scientifico postula l’esistenza di un ordine logico e di principi organizzatori dell’universo e della realtà.

L’empirismo: la scienza si basa, come già detto, su osservazioni empiriche, è perciò essenziale identificare, nominare, confrontare, descrivere e classificare il prodotto dell’osservazione.

Le teorie: un complesso di regole capaci di garantire la spiegazione di un insieme di osservazioni tra sé correlate. La teoria permette, infatti, di sintetizzare in modo economico varie generalizzazioni empiriche, formulandone le regole. Attraverso questo processo, sarà possibile effettuare predizioni e quindi controllare la corrispondenza dei fatti e verificare le spiegazioni. La teoria è soprattutto un sistema dinamico, la cui principale caratteristica per ritenersi scientifica, è quella di poter essere confutabile. Ne consegue che una teoria che non si presti alla confutazione, non potrà in alcun modo ritenersi scientifica (Popper, 1934).

La dimensione pubblica: è scientifica qualsiasi scoperta o procedimento che autorizzi la sua pubblicazione per permettere ad altri ricercatori di riprodurre le osservazioni, verificare le ipotesi ed analizzare la teoria o i singoli risultati e schemi che ne fanno parte.

A conclusione di questa prima breve e certamente incompleta rassegna si ritiene importante sottolineare come sia comunque da tenere sempre presente che la percezione della realtà, nella vita comune così come nella scienza, non è un attributo della realtà stessa, ma della biologia umana, delle capacità di percezione, riorganizzazione, immagazzinamento ed astrazione degli individui. Quindi, anche l’osservazione, in senso scientifico, non può prescindere da astrazioni, da immagini mentali, unificate e rese oggettive solo dall’accordo di più soggetti su un costrutto (Beaugrand, 1989).

Una teoria scientifica, perciò, riassume ed organizza al meglio (per il suo ideatore) ed in maniera razionale e coerente, varie relazioni messe in evidenza da più osservazioni empiriche. Una teoria è per questo sempre falsa a priori, non essendo che una semplificazione più o meno estrema di una realtà molto più complessa (Bunge, 1967).

1.3 VALUTAZIONE DIAGNOSTICA: PECULIARITÀ IN PSICHIATRIA E PSICOLOGIA CLINICA

Come già detto, una differenza fondamentale tra la diagnosi tipicamente medica e quella clinico psicologica e psichiatrica è essenzialmente rappresentata dalla estrema volatilità dei dati a disposizione. Un banale esempio può essere rappresentato da una serie di sintomi che possono apparire all’e-same medico generale, quali un temperatura corporea anormale, la febbre, accompagnata da conati di vomito e forti dolori al ventre: il medico internista, dopo il colloquio ed una breve anamnesi, provvederà all’esame semeiotico, obiettivo, che porterà ad una ipotesi diagnostica verificabile con esami di laboratorio, i quali potrebbero portare, per esempio, alla conferma della presenza di una sindrome ben precisa, una appendicite acuta. Il procedimento è estremamente corretto, anche se occorre sottolineare che in casi estremi o in emergenze, la valutazione può essere ovviamente anche molto più sbrigativa, per la necessità di un intervento in tempi brevi o brevissimi.

È bene ricordare, a questo proposito, che l’intervento medico attuale, sempre più specialistico, porta ad una diagnosi sempre più settoriale, pur partendo da ipotesi generali. In altri termini, la diagnosi si sposta frequentemente verso aspetti sempre più molecolari dell’organismo, passando da deficit di struttura e di apparato a quelli più specifici, appunto, di organo o di parti di questo, per poi eventualmente risalire a problemi dell’intero sistema organismo. Compito del clinico sarà proprio quello di mettere insieme in un ordine sensato e logico, i pezzi di questo puzzle in modo da unificare tutti i dati raccolti in una ipotesi diagnostica generale.

In psichiatria il problema è rappresentato dal fatto che, nonostante l’enorme progresso avvenuto negli ultimi decenni nelle scienze neurologiche e del comportamento umano, non si è ancora in grado di fornire prove assolute di verifica scientifica di una data risposta comportamentale (interna o esterna) di un individuo. In altri termini, i pezzi a disposizione per ricostruire un puzzle molto spesso assai grande e complesso, sono davvero assai pochi e riuscire nell’opera di valutazione o di assessment del caso, ovvero ricostruire il quadro della persona che vi è dietro il quadro sindromico è impresa molto spesso assai ardua.

Il dubbio sulle reali possibilità di verifica è d’obbligo, in quanto l’obiettivo finale per la comprensione del caso, del quadro clinico e sindromico, non è in fondo riferibile che a comportamenti espliciti o impliciti.

In particolare, per quanto riguarda l’ambito della psicologia clinica, si possono individuare due modalità di intendere la diagnosi. Se la prima sembra attestarsi squisitamente ad un livello descrittivo, nella seconda il livello coinvolto è più quello esplicativo. La diagnosi psicologica, (cui recentemente si è andata sostituendo la dizione di valutazione psicologica o ‘assessment’), Fig. 1.3).

Figura 1.3: Le linee fondamentali della valutazione in psicologia clinica e psichiatria.

Il momento diagnostico parte quindi non tanto e non solo dal riconoscimento del sintomo, bensì dall’indagine, attraverso ciò che si rileva dall’individuo, della capacità latente o inespressa o comunque indizi di tipo psicologico per arrivare alla valutazione globale o parziale della sua personalità. Sembra quindi ci si limiti alla constatazione e descrizione delle caratteristiche psicologiche e cognitive evidenziate dal soggetto (Turchi e Perno, 2002). Solo a titolo di esempio, è possibile esaminare i criteri diagnostici per la depressione, descritti nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, (DSM-5, American Psychiatric Association, 2013). La presenza, la frequenza, durata e persistenza di sintomi, ovvero comportamenti, sono i criteri per l’inclusione o l’esclusione in un dato raggruppamento diagnostico o per la differenziazione tra più sindromi tra sé connesse.

Non è questa la sede più opportuna per un approfondimento delle tematiche relative alla composizione di una diagnosi psichiatrica, l’esempio vuole solo chiarire come i clinici di varia estrazione siano, e da tempo, impegnati nella ricerca di markers chiari ed inequivocabili che possano corroborare o falsificare ipotesi diagnostiche. Ne sono un chiaro esempio vari test ematochimici come il ben noto test da soppressione da desametazone, ritenuto a suo tempo un buon indicatore per la presenza di depressione, risultato comunque ben poco utile in clinica, non tanto per la sua inefficacia diagnostica in sé, quanto per la sua non specificità. In effetti, un alto numero di soggetti con una generale inibizione delle difese immunitarie o con gravi manifestazioni morbose di tipo fisico, risultano positivi al test, ivi inclusi i pazienti con le sindromi depressive conclamate⁴.

Come sarà possibile osservare più avanti, sono in effetti possibili indagini, anche strumentali o ormonali, per una maggiore caratterizzazione e più specifica descrizione ed analisi dei sintomi principali anche in un’ottica eziopatogenetica e prognostica, ma questi studi ed i relativi incoraggianti risultati, sono ancora lontani da essere entrati nella pratica quotidiana del clinico psicologo e psichiatra, per cui il modello proposto per la medicina interna, ovvero di un rapporto evidenziabile tra cause, processi patogenetici e risposte di malattia, risulta ancora in parte improponibile in clinica psicologica. Nella migliore delle ipotesi si potrà, ancora a livello probabilistico, riuscire a comprendere qualcosa del modo, ovvero di come i vari processi siano coinvolti nel fenomeno morboso, e del peso che i vari fattori possono avere soprattutto nel mantenimento del disturbo e, in base a questo, attivare procedure di terapia farmacologica e psicoterapica volte al ridimensionamento delle componenti che concorrono in vario modo alla manifestazione del disturbo in questione.

Quanto detto non deve certo essere interpretato come un messaggio che tenda a scoraggiare l’utilizzo di procedure di diagnosi anche complesse e sofisticate. Tutt’altro: si prende atto che nella realtà quotidiana i vari clinici non sembrano ancora in grado di esprimere appieno le proprie potenzialità diagnostiche, e spesso si affidano prevalentemente alla loro intuizione, preparazione culturale e professionale (elementi ovviamente ai quali non si può rinunciare) o, nel migliore dei casi, ad un numero di indagini spesso strettamente connesse all’approccio teorico prescelto per l’analisi e trattamento del disturbo.

È questo il caso della maggioranza degli psicoterapeuti ad indirizzo psicanalitico e psicodinamico, seguiti da molti psichiatri e da una larga parte di psicologi clinici.

Stupisce proprio quest’ultimo dato, ovvero che proprio il professionista che ha scelto come attività quella di cercare di comprendere il comportamento umano, sia, in particolare nel nostro Paese, ancora molto resistente allo studio e all’utilizzo di metodologie diagnostiche adeguate, dai test psicologici agli esami più complessi tipici dell’area della psicologia clinica al confine con la medicina, ovvero quella che si occupa dei disturbi fisici stress correlati (Psicosomatica, Psicofisiologia clinica.) o della valutazione del danno psichico conseguente ad un danno organico cerebrale (Neuropsicologica clinica)⁵. Questo nonostante da più parti e da molti anni, anche in Italia, si vadano intensificando gli inviti ad un approccio sempre più multidimensionale prima ancora che interdisciplinare alla valutazione dei disturbi del comportamento umano (Sanavio, 1991).

L’approccio multidimensionale è quindi, da un lato, una realtà e, dall’altra, un obiettivo primario ancora auspicabile per tutti coloro che si occupano dell’uomo dal punto di vista psicologico, nel senso della costruzione ed implementazione della migliore e più vasta possibile rete, a maglie più o meno strette, in grado di cogliere e raccogliere dati importanti per la comprensione di un individuo da parte di un altro individuo della stessa specie. Questo è possibile solo se, oltre alla preparazione ed alla perizia, si ottiene un’adeguata conoscenza degli strumenti scientifici di valutazione precipui della psichiatria, psicologia e delle discipline affini. In particolare, è fondamentale una corretta ed adeguata conoscenza degli strumenti psicologici della loro accuratezza, precisione, validità ed affidabilità. Infatti, è importante che lo strumento tipico dello psicologo, il test, sia da questo ben conosciuto per quanto riguarda la sua potenza, in modo da adoperarlo correttamente ed appropriatamente. Successivamente, con lo studio e l’esperienza, potrà imparare a discriminare quando, come e se impiegare o meno questo ed altri strumenti diagnostici, dal profilo psicofisiologico di stress, ai potenziali evocati, alle batterie di test neuropsicologici, sino alla capacità di valutazione di alcuni indici quali quelli ormonali (nel caso degli ormoni dello stress), o di test fisiologici come il già citato da desametazone.

È in ogni caso imprescindibile un’elevata conoscenza di base degli strumenti della psicodiagnostica, se non altro per poter con cognizione di causa escludere un esame e preferirne un altro o nessuno, evitando accuratamente, soprattutto nell’interesse dell’utenza, di decidere solo in base ad un credo, una fede o ideologia non scientifica, ovvero non verificabile, sulla salute di un altro.

1.4 IL PROBLEMA DELLA MISURAZIONE NELLE SCIENZE DELL’UOMO

Misurare (da mensura, da mensus, participio passato latino di metiri) ha il significato di valutazione di un fenomeno che si esprime in rapporto ad una grandezza che convenzionalmente ne costituisce la misura campione (Enciclopedia Universale Rizzoli). Questo è il senso del termine anche in tutto il mondo scientifico all’interno del quale molte delle energie dei vari ricercatori sono state nel tempo profuse per trovare delle tecniche di misurazione sempre più adeguate per studiare i vari fenomeni, concordare su indici di misura univoci, dare un senso pratico alle deduzioni scaturite dall’atto del misurare. È bene, infatti, ricordare che la scienza si definisce per antonomasia come il tentativo di misurare, in senso lato, tutto quanto è conoscibile. La questione si pone pressappoco negli stessi termini per le cosiddette scienze applicate e, tra queste, la medicina e la psicologia clinica e, più in generale, tutte le scienze dell’uomo che si occupano della sua salute psicofisica. Le misurazioni sono, infatti, la base di un qualsivoglia intervento sull’individuo o sul gruppo. Una serie di domande meritano comunque un approfondimento e un tentativo di risposta: quanto e che cosa è misurabile nelle scienze dell’uomo? Fino a che punto è eticamente lecito spingersi nel tentativo di misurare? Ovvero, può esserci un senso della misura anche in colui che è preposto alla misura? Ancora, diversi approcci possono portare ad un risultato simile o completamente diverso? Si può accettare un approccio di tipo ideografico in psicologia clinica, psichiatria o in riabilitazione, in sostituzione o integrato all’usuale approccio di tipo nomotetico? Ancora, la sfera emozionale, più intima e privata dell’uomo è suscettibile di misurazione? Fenomeni soggettivi come ansia, depressione ma anche dolore, serenità, gioia, soddisfazione ecc. hanno solo un valore in senso descrittivo o possono risultare degli indici significativi per l’intervento dell’operatore della salute? Infine, i diversi stati emozionali sono solo segnali, sintomi? Oppure sono indici di attività più profonde e significative e quindi suscettibili di essere prese in alta considerazione per poter giungere ad una migliore qualità della vita?

Sono in ogni caso da tenere ben presenti le seguenti condizioni fondamentali:

Ricerca dell’unità di misura più appropriata,

Necessità di conferma da più di una fonte sensoriale dei dati osservati e descritti dallo stesso esaminatore,

Conferma dei risultati e della loro spiegazione da parte di un altro osservatore,

Necessità di non coinvolgimento dell’osservatore nell’osservazione (praticamente impossibile da attuare nella sua globalità per quanto riguarda le discipline e scienze dell’uomo).

1.5 SCIENZA E SCIENZE DELL’UOMO

Riprendendo quanto detto più sopra, si sottolinea come i fondamentali obiettivi della scienza siano:

La descrizione, con la maggiore precisione possibile del fenomeno oggetto di studio. Descrivere un fenomeno consiste nell’identificarne le componenti e, se possibile, i loro rispettivi gradi d’importanza.

La spiegazione dell’apparizione stessa del fenomeno. Implica che sia determinata la/le causa/e della comparsa del fenomeno. È importante conoscere le condizioni necessarie all’apparizione di un fenomeno. Nella maggioranza dei casi, molte cause, spesso simultanee o concomitanti possono essere in grado di spiegare la presenza del fenomeno.

Per cui un quesito emerge in modo preponderante soprattutto nella pratica clinica:

Misurare quanto? Misurare fino a quanto? È, in altri termini, lecito spingere l’osservazione, la discriminazione e l’analisi sino alla ricerca di una assai improbabile verità assoluta? Quali e quanti strumenti e tecniche d’indagine e osservazione sono proficuamente impiegabili ed in quali tempi e modi? Quando fermarsi?.

1.6 L’APPROCCIO MULTIDIMENSIONALE ALLA DIAGNOSI: ASPETTI GENERALI

La diagnosi multidimensionale può essere definita come un processo complesso finalizzato alla valutazione e alla conoscenza del paziente tramite la raccolta e l’analisi di informazioni e indici provenienti da diversi canali, quali, a livello generale, quello verbale, fisiologico e comportamentale.

Occorre sottolineare che il semplice impiego contemporaneo di più fonti di dati durante il processo diagnostico non garantisce di per sé un’adeguata comprensione del quadro clinico, soprattutto se le informazioni raccolte vengono utilizzate all’interno di una concettualizzazione unidimensionale dei costrutti considerati (Sanavio, Cornoldi, 2001). In effetti, risulta ormai evidente come spesso le correlazioni tra gli indici raccolti siano molto basse, suggerendo la necessità di considerare le misure provenienti dai diversi canali come valutazioni di dimensioni tra loro connesse ma relativamente indipendenti. Quindi, se l’utilizzo di un test standardizzato consente al clinico di valutare la dimensione soggettiva di un determinato costrutto, esplorando il paziente lungo uno dei molteplici piani d’analisi (quello dell’autovalutazione), diviene necessario integrare i punteggi ottenuti con altre informazioni qualitativamente differenti e tra loro non interscambiabili nella consapevolezza che non sempre il disagio riferito a livello verbale coincide con quello manifestato a livello fisiologico, neuro-endocrino o comportamentale. L’eventuale non concordanza tra gli indici raccolti fornirà al clinico ulteriori informazioni utili per la piena comprensione del soggetto suggerendo, ad esempio, la possibile presenza di meccanismi di amplificazione del disagio o di negazione dei propri problemi. In effetti, la raccolta di più dati qualitativamente diversi, oltre a consentire una più approfondita conoscenza del quadro clinico, garantisce un’adeguata impostazione del trattamento tramite un intervento integrato, ossia orientato ai vari piani coinvolti nel disturbo.

Capitolo 2

STRUMENTI E METODI PER LA DIAGNOSI CLINICO PSICOLOGICA

2.1 TEST PSICOLOGICI

Test, parola inglese col significato di prova, esame, esperimento, ha assunto in psicologia il significato di strumento di valutazione standard di un comportamento, di un’azione o parte di questi. Un test psicologico consiste perciò essenzialmente in una misurazione obiettiva e standardizzata di un campione di comportamento. La funzione fondamentale dei test psicologici è quella di misurare le differenze tra gli individui, o tra le reazioni di uno stesso individuo in condizioni date o sotto stimolazioni diverse.

È importante ricordare che i test psicologici possono offrire solo un ausilio, un complemento ed una chiarificazione di quanto è possibile esaminare in un individuo con altre metodiche, sicuramente meno tecniche e pragmatiche, ma altrettanto imprescindibili visto l’oggetto d’osservazione e studio: l’uomo, un individuo con una storia, un assetto biologico e psicologico unico, con un’esperienza, un’affettività peculiari e irripetibili. Non vi è quindi conoscenza dell’uomo, se non tramite l’osservazione del suo sviluppo, della storia della sua vita, dell’essenza del suo essere, ossia le sue cognizioni e pensieri, emozioni ed affetti. Una adeguata conoscenza dell’individuo non potrà prescindere da una relazione, un rapporto interpersonale tra osservatore ed osservato. Un rapporto interpersonale ottimale può favorire ed amplifi-care la conoscenza del soggetto in esame, al contrario, rapporti troppo freddi e distaccati o troppo coinvolgenti e partecipati possono inficiare e falsificare l’osservazione, producendo dati inconcludenti, superficiali o completamente inesatti, fino a provocare il blocco produttivo nel soggetto con assenza di collaborazione, oppositività, aggressività, negazione.

Metodologie di indagine indispensabili per una corretta diagnosi, ovvero per un corretto ed approfondito esame del caso, sono:

L’osservazione,

L’anamnesi,

Il colloquio,

Somministrazione di test psicodiagnostici (dai questionari ai test di performance, ecc.),

Valutazione dell’assetto psicofisiologico,

Valutazione dell’assetto cognitivo ed eventuali esami neuropsicologici

Integrazione dei dati con eventuali altri esami medici (praticamente indispensabile soprattutto, ma non solo, per una corretta valutazione delle sindromi fisiche stress correlate).

2.2 TEST PSICOLOGICI E LORO VALIDITÀ

Il valore predittivo o diagnostico di un test dipende dal grado di precisione con cui esso riesce ad indicare un’area relativamente ampia e significativa del comportamento umano.

Come sarà successivamente indicato, vi sono una serie molto vasta di strumenti di valutazione psicologica, ma la maggioranza di questi sono riassumibili nel concetto di domanda o richiesta, che suppone una risposta, conseguente ad una percezione e ad una elaborazione dell’informazione. Secondo questo schema, un suggerimento è ormai divenuto universale:

Una risposta vaga, non chiara, non facilmente interpretabile ad una domanda correttamente proposta è sempre da preferire ad una risposta formalmente corretta ad una domanda posta in modo non corretto (Tukey, 1962).

2.3 UTILIZZO DEI TEST PSICOLOGICI

I principali impieghi dei test psicologici riguardano:

L’accertamento, valutazione ed analisi di problemi a livello delle funzioni cerebrali superiori e delle funzioni cognitive più in generale (memoria, attenzione, concentrazione, linguaggio, ecc.);

Impieghi clinici per l’analisi, descrizione e differenziazione tra stati fisiologici e patologici riguardanti l’ampia sfera delle manifestazioni comportamentali, relazionali ed affettive umane;

Valutazione dell’efficienza intellettiva rispetto a canoni valutativi normativi;

Valutazione del possibile deterioramento di talune funzioni cognitive rispetto ad uno standard fisiologico;

Valutazione di reazioni comportamentali più o meno transitorie, ai vari livelli di espressione: verbale, motorio, mimico, gestuale e prossemico, neurovegetativo (pallore, rossore, aumento della sudorazione, ecc.), ovvero valutazione dello stato;

Valutazione di abitudini e stili di vita, ovvero di una serie di comportamenti organizzati, che tendono a riproporsi nel tempo date determinate circostanze;

Valutazione di tratti stabili del comportamento, ovvero determinanti del comportamento più costituzionalmente e biologicamente influenzate; configurazionirelativamente stabili, quali il temperamento e, più in generale, la personalità;

Valutazione delle configurazioni psicofisiologiche, caratteristiche sia dell’espressione di talune emozioni, sia di reazioni ormai stabilizzate o transitorie alle sollecitazioni ambientali;

Orientamento scolastico sia inteso come indirizzo generale agli studi che predittivo di successi o cambiamenti nel curriculum di studi; orientamento e selezione del personale nei vari ambiti occupazionali e lavorativi; ricerca scientifica.

2.4 LE ORIGINI

Già nell’Antica Grecia, i test furono considerati un completamento del processo educativo. Lo stesso Socrate introdusse al tempo un nuovo metodo didattico, basato sulla verifica mediante prove successive dell’avvenuto apprendimento.

La necessità di prove oggettive, perno della psicologia scientifica, fu in ogni caso sentita per la prima volta, dalle due discipline da cui la psicologia sperimentale ha avuto origine: la filosofia e la medicina. Già Comte (1830) affermava:

La sola introspezione non ci dà che un’eco indebolita ed il più delle volte erronea, di quanto è nella nostra coscienza…qualunque stato di coscienza attuale non è che il ricordo di qualcosa che è avvenuto e perciò, in quanto cosa passata, è di per sé suscettibile di essere travisato… la memoria è debole e sottoposta ad ogni genere di mutazioni ed influenze… non ricordiamo tutto ma solo quelle cose che ci hanno impressionato, favorevolmente o favorevolmente, ci convinciamo perciò di avere agito in un modo piuttosto che in un altro soltanto perché la successione logica degli avvenimenti c’induce a ritenere di aver dovuto compiere alcuni atti e non altri.

Ne consegue che l’unica via che può essere percorsa nella conoscenza scientifica dell’uomo sia quella di osservare quanto avviene intorno a sé e negli altri, per quanto riguarda sia le emozioni che i processi intellettivi (Lazzeroni, 1977). Tra i primi, proprio Comte, concepì la psicologia quale indagine sulla vita di relazione e sottolineò la fondamentale importanza per gli studiosi di questa disciplina, del saper cogliere l’interazione tra fenomeni psichici, comportamentali ed emozionali, oltre che la biologia stessa dell’uomo.

Nonostante la conoscenza e l’uso di test, in una forma ingenua, fosse già nota in tempi molto antichi, per individuare le principali linee di sviluppo che hanno condotto ai metodi di studio, analisi e verifica attualmente più noti, è necessario arrivare all’inizio dell’800, quando si iniziò a studiare il problema dell’insufficienza mentale e dei comportamenti a questa collegabili in un’ottica sia di cura sia di riabilitazione. Infatti, proprio a cominciare da allora, si iniziò a pensare a principi universalmente riconosciuti che servissero quali criteri classificatori per una maggiore comprensione, cura, trattamento e riabilitazione sia della demenza che della malattia mentale, anche per l’esigenza di formulare criteri per l’ammissione a nuove strutture di cura specializzate, sorte in quel periodo sia in Europa che in America. La principale distinzione adottata all’epoca differenziava i pazzi (caratterizzati da disturbi emotivi, accompagnati da deterioramento mentale) dai ritardati mentali (con insufficienza mentale sin dalla nascita).

Tra i primi a prendere in considerazione il problema in termini scientifici, fu sicuramente Esquirol (1838), che si occupò in modo accurato del ritardo mentale, sottolineando chiaramente l’importanza del concetto di contiguità della patologia con la normalità. Più specificatamente, egli arrivò ad indicare per la prima volta l’esistenza di molti gradi di ritardo e a descrivere la loro distribuzione lungo un continuum, dalla super normalità al ritardo o sub normalità, considerando il comportamento verbale uno dei criteri chiave per stabilire il livello di efficienza mentale generale.

Un altro importante contributo arrivò da Seguin (1869), che sperimentò quello che lui stesso definì il metodo fisiologico di addestramento. L’ipotesi era che, provocando attraverso opportuni esercizi e materiali didattici, l’attivazione dell’apparato muscolare e degli organi di senso, si potesse giungere a risvegliare l’intelligenza e ad esercitare un miglior controllo sul comportamento. Egli, infatti, definì idiozia un deficit del sistema nervoso responsabile della sottrazione di alcuni organi al controllo volontario, andando contro alla comune e assodata convinzione dell’incurabilità del ritardo mentale, sino a fondare la prima scuola destinata all’educazione dei bambini affetti da tale disturbo. Solo dopo mezzo secolo dopo dalle proposte di Equirol e Seguin, lo psicologo francese Binet sollecitò, questa volta con più successo, il ministero dell’istruzione francese affinché i bambini con ritardo mentale non fossero confinati in scuole speciali, spesso più assimilabili a veri e propri ghetti, ma fossero gradualmente reinseriti, dopo periodi di riabilitazione idonea, nelle scuole normali (Anastasi, 1973).

2.5 TEST PSICOLOGICI E PERSONALITÀ

Un importante campo di applicazione dei test psicologici riguarda gli aspetti affettivi ed emozionali del comportamento umano, ivi compresi quelli costituzionali, più stabili e ad influenza genetica, che caratterizzano il temperamento individuale, il carattere, la personalità.

Forse Kraepelin può essere considerato il precursore di questo tipo di valutazione psicodiagnostica, in quanto preparò una lunga serie di prove con lo scopo di misurare quelli che riteneva fossero i fattori essenziali per la caratterizzazione degli individui. Creò ed utilizzò con pazienti psichiatrici un test di libere associazioni, costituito dalla presentazione di parole-stimolo, alle quali il soggetto doveva rispondere con la prima parola che gli veniva in mente. Al pari di Kraepelin, Ferrari, in Italia, tra l’altro fondatore nel 1905 della Rivista Italiana di Psicologia, si interessò della somministrazione di test psicologici per una più accurata valutazione in psicopatologia. Questo avvenne, tra l’altro, dietro la spinta degli studi di Tamburini che rese, nei primissimi anni del ‘900, l’Ospedale Psichiatrico di Reggio Emilia uno dei centri all’avanguardia in Europa per gli studi di psicologia clinica e psichiatria, sottolineando l’importanza di mettere al primo posto la valutazione della sofferenza individuale.

In breve tempo l’ospedale di Reggio Emilia divenne un centro di formazione di medici e ricercatori quali Francesco De Sarlo, che avrebbe poi completato la sua formazione a Firenze giungendo poi alla creazione, proprio in quella città, del primo laboratorio vero e proprio di psicologia italiano nel 1903 dopo altre esperienze del genere ma meno istituzionali all’università di Roma (Lazzeroni, 1977).

I test di personalità divennero successivamente i migliori strumenti per la misurazione e valutazione delle caratteristiche comportamentali più stabili, di reazione emozionale, motivazionali, interpersonali e di atteggiamento di un individuo, ben distinte perciò, anche se da queste comunque influenzate, dalle abilità e capacità intellettive del soggetto.

Le metodiche sono più utilizzate per la misurazione delle caratteristiche più stabili dell’individuo sono:

Questionari di personalità, il cui precursore fu il Personal Data Sheet di Wordwort, risalente alla prima guerra mondiale, e voluto soprattutto per identificare soggetti nevrotici da scartare al reclutamento militare. Sono test cosiddetti carta e matita, nei quali vengono formulate domande o frasi con possibilità di risposta obbligata, del tipo si - no, vero - falso, o in altri casi possono essere valutati l’idea o il concetto di sé, la percezione della realtà e lo stile usuale di vita, particolari tratti stabili e comuni alla maggior parte delle persone, ecc. in questo caso, si parla più propriamente di questionari di autovalutazione, nei quali l’accento è posto in modo particolare allo stile di risposta proprio del soggetto e alla qualificazione, più che una quantificazione, della tipologia di risposta, in ogni caso sempre confrontata con quanto valutato e descritto sulla popolazione generale tipica del contesto socio culturale nel cui l’individuo è calato. Spesso per la validazione e standardizzazione di test psicologici di questo tipo, sono necessari studi a tappeto sulle diverse realtà presenti sul territorio. Un esempio potrebbe essere rappresentato, nel nostro Paese, dalla necessità di valutare le risposte del Centro Nord con quelle del Centro Sud, oltre che a valutare le possibili influenze di altre variabili come educazione e cultura, età, genere, ecc.

Test situazionali o di performance, che riproducono situazioni di vita quotidiana come nel caso di preferenze individuali per certi colori forme, oggetti, foto di persone o delle solo espressioni facciali di queste. In compiti più strettamente di performance, alcune delle caratteristiche della personalità possono venire valutate richiedendo al soggetto di eseguire compiti, anche apparentemente molto lontani dal costrutto da valutare. Le principali aree indagate attraverso queste prove sono per lo più:

Funzioni percettive (riconoscimento ed attribuzione di significato)

Preferenze estetiche

Umorismo

Valutazione di detti comuni popolari o proverbi

Interessi e atteggiamenti (valutazione dello stile personale del soggetto a confronto con quelli stimati e descritti nella popolazione generale).

Tecniche proiettive, ovvero l’utilizzo di materiale stimolo di carattere fortemente ambiguo, come nel caso delle macchie simmetriche di Rorschach, o solo moderatamente ambiguo come nelle immagini del Tematic Apperception Test (TAT), Childre Apperception Test (CAT) ecc. Viene in questo caso richiesto di indicare un percetto o raccontare una breve storia su uno stimolo appena accennato o estremamente ambivalente, in modo da permettere a certi contenuti interni del soggetto di rivestire la forma ambigua e di per sé senza significato, ovvero proiettare su di esso ed evidenziare al clinico, le proprie tendenze di analisi della realtà, tipo ed entità della fantasia, la capacità di organizzare i percetti, ecc.

Aspetti comuni a tutti questi tipi di prove, sono costituiti dal fatto che il soggetto è orientato verso il compito da eseguire e non verso le informazioni da fornire, lo scopo ultimo è perciò dissimulato, l’insieme dei compiti, più o meno strutturato orienta verso l’esecuzione della prova senza che si abbia un’idea di quello che sia in realtà richiesto.

Soprattutto in questo tipo di prove ha un’importanza particolare che l’interpretazione dei dati, delle risposte si effettuava in base ad un criterio empirico. Per interpretazione in base ad un criterio empirico si intende l’elaborazione di una chiave per l’assegnazione del punteggio alle singole prove del test, in funzione di un determinato criterio esterno. Questo metodo comporta la selezione delle prove che devono essere poi utilizzate nella versione finale del test e la ponderazione del punteggio relativo a ciascuna risposta.

2.6 PROBLEMI NELLA VALIDAZIONE DEI QUESTIONARI DI PERSONALITÀ

Il metodo di porre delle domande ad una persona, riguardo a se stesso, alla propria vita, alla propria intimità, non è scevro di complicazioni e problemi che pongono tutta una serie di difficoltà nella validazione di questo di reattivi mentali.

Una persona non è infatti sempre ben disposta nei confronti di un colloquio o a fare rivelazioni riguardo a sé, anche se razionalmente può comprendere che questo potrebbe avvenire a suo esclusivo vantaggio.

Ogni individuo, infatti, frequentemente incorre in errori di valutazione nella percezione di sé che quindi può manifestarsi diversa da quella che è in realtà, tendendo ad apparire molto meglio anche di quello che pensa di essere, o, al contrario molto peggio, in questo caso, ad esempio, tendendo a esagerare il numero, la frequenza e l’intensità dei sintomi che prova. Fortunatamente sono stati elaborati dei metodi per scoprire se le risposte offerte sono state o meno falsate in modo non solo da poterle individuare ma, in molti casi, anche a provvedere a correggere punteggi risultati non attendibili.

Una difficoltà ancora più seria è rappresentata dal fatto che taluni individui possono avere delle idiosincrasie nei confronti di auto descrizioni, soprattutto per quegli elementi auto descrittivi relativi ad emozioni, sentimenti e affetti. Può in effetti accadere che un individuo, nonostante una buona motivazione a descrivere le proprie caratteristiche emotive, non riesca a farlo.

Il problema più importante è comunque rappresentato dalla carenza di criteri univoci per la valutazione della validità dei questionari di personalità: la cosiddetta validità di criterio, semplicemente perché è assai complesso rilevare misure univoche o di criterio dalla popolazione generale. Per quanto si possa chiedere in modo appropriato a studenti, a lavoratori, agli abitanti di un condominio o ai frequentatori di una palestra o di un club di descrivere accuratamente i membri di queste comunità più conosciuti, non si potranno mai avere descrizioni del tutto univoche, in quanto più osservatori potranno riferire giudizi diversi sulla stessa persona. Inoltre, in questo tipo di valutazioni può facilmente entrare in gioco il cosiddetto effetto alone, per cui un individuo che ottiene un giudizio positivo su un aspetto può facilmente avere giudizi positivi anche su altri campi che posso non avere niente a che vedere con il primo giudizio espresso.

Un altro fattore d’influenza nelle valutazioni di personalità con dei questionari che utilizzano, ad esempio, valori numerici almeno su scala ordinale, è quello che la maggior parte dei soggetti tenderà a valutare utilizzando prevalentemente i punteggi centrali di una distribuzione: ad esempio, su una scala da 1 a 5 vi sarà una distribuzione intorno ai punteggi da 2 a 4, da 3 a 6 in una scala da 1 a 10 e così via (Crombach, 1960).

Per quanto sopra riportato, appare chiaro come si possano suddividere i vari questionari di personalità a seconda di come si cerca di ottemperare a queste difficoltà, ovvero prendendo in considerazione i criteri prevalentemente o unicamente utilizzati per la loro costruzione:

Tipologia del test, nel senso dell’aspetto principale che si pone come obiettivo di valutazione: interessi, attitudini, tratti stabili, tendenze psicopatologiche, ecc.

Portata del test, ovvero se il questionario si occupa della descrizione di una (test unifasici o unidimensionali) o multidimensionali o con più dimensioni e se, in quest’ultimo caso, queste siano o meno tra sé interconnesse (multifasici o multidimensionali), è qui da ricordare come il test multifasico non sia una mera successione di questionari unidimensionali ma come la formulazione e l’ordine delle varie domande o item siano studiati in modo da esaminare lo spettro dei caratteri che si desidera esaminare.

Tipo di validazione, a sua volta rappresentata da diverse tipologie e procedure per queste impiegate:

Validazione a priori, quando l’autore prende spunto direttamente da teorie, concetti, ed espressioni descrittive degli stessi, assolutamente sicuri, fondati, universalmente accettati dalla comunità scientifica (un esempio può essere rappresentato dalla descrizione generale del comportamento depresso).

Validazione empirica, il test è in questo caso valicato con l’impiego di campioni attraverso i quali ci si propone di raccogliere per ciascun soggetto un insieme di dati ed indicazioni relative a condizioni date e dalle relative deviazione da comportamenti osservati come usuali e normativi. Uno degli esempi più noti è rappresentato dal test multifasico per eccellenza, ovvero il Minnesota Multiphasic Personality Inventory (MMPI).

Validazione strutturale, in questo caso i questionari, sempre di tipo multidimensionale, vengono validati in base alla struttura e diffusione di un dato criterio descrittivo, o connotazione, presente nella popolazione generale; l’elaborazione statistica è basata sull’analisi fattoriale. Il test tuttora di larghissima diffusione, nelle sue varie versioni ed aggiornamenti, a rappresentanza di questa categoria di test psicologici è senz’altro il 16 PF.

2.7 L’ATTENDIBILITÀ DEGLI STRUMENTI DI RILEVAZIONE PSICOLOGICA: CENNI DI STATISTICA PSICOMETRICA

L’attendibilità del test, indica la misura in cui le differenze nei punteggi possono essere attribuite ad errori casuali di misurazione o a differenze effettive delle caratteristiche esaminate.

Poiché tutti i tipi di attendibilità indicano la concordanza fra due gruppi di punteggi indipendenti, possono essere espressi in termini di coefficienti di correlazione.

Il coefficiente di correlazione r indica la relazione esistente tra due gruppi di punteggi (diagramma di dispersione o correlazione, distribuzione bivariata; correlazione positiva: perfetta diagonale da sinistra a destra; correlazione negativa: perfetta diagonale da destra a sinistra; correlazione 0: assenza completa). Tale coefficiente, detto anche di correlazione di Pearson o coefficiente prodotto momento per quanto riguarda la statistica parametrica, prende in considerazione la posizione del soggetto nel gruppo e l’ampiezza della sua deviazione (da +1, a –1).

CENNI DI STATISTICA PSICOMETRICA

Il fenomeno statistico matematico che fa capo al concetto di correlazione prende in considerazione la concordanza fra due serie di misurazioni, ed è espresso matematicamente, come già accennato, tramite il coefficiente di correlazione. Si assume che la relazione tra più fenomeni sia prodotta dall’influenza di azioni similari (fattori). Il peso con cui un fattore influisce sull’esito di un test viene definito saturazione di quel test all’interno di quel fattore. In altre parole, la saturazione di una variabile in un fattore è la correlazione tra la variabile e la componente (fattore).

Il quadrato della saturazione, è detto coefficiente di determinazione ed esprime la porzione di varianza che la variabile ed il fattore hanno in comune.

Il prodotto delle saturazioni fattoriali di due test nel fattore comune a entrambi fornisce il valore della loro correlazione. Quanto più sono elevate le rispettive saturazioni nel fattore comune, tanto più sarà alta la correlazione fra le variabili.

Nel caso che su due prove influiscano più fattori, la correlazione totale è data dalla somma dei prodotti delle saturazioni dei due test in ognuno dei fattori presunti.

L’analisi fattoriale, la procedura ovvero come si può costruire un test psicologico scientificamente valido

Tutte le tecniche di analisi fattoriale, iniziano con la preparazione di una matrice di correlazione, completa delle intercorrelazioni tra i vari test di una serie, tra i vari item di un test o tra diverse misure fisiche o fisiologiche in generale. Naturalmente, per procedere con l’analisi fattoriale, è necessario che la matrice sia significativa ovvero che, in effetti risultino delle relazioni significative tra i fenomeni posti sotto osservazione.

A seconda dello scopo del ricercatore (esplorazione o verifica delle ipotesi) si è soliti procedere, rispettivamente, impiegando il metodo dell’analisi delle componenti principali o il metodo dell’analisi fattoriale in fattori comuni.

Grazie al primo metodo si

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