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Come Dei in Terra: Rivisitazione del mito di Sibari

Come Dei in Terra: Rivisitazione del mito di Sibari

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Come Dei in Terra: Rivisitazione del mito di Sibari

Lunghezza:
151 pagine
2 ore
Pubblicato:
Nov 29, 2019
ISBN:
9788868228606
Formato:
Libro

Descrizione

Sibari, fondata nell’VIII secolo a.C. sulla costa jonica calabrese da coloni achei, diventa in meno di due secoli una metropoli di oltre 300.000 abitanti. Una città multietnica e multireligiosa, lontana per questo dai concetti di austerità e moralità del mondo greco.
Sibari è sempre apparsa grande perché grande è la sua leggenda.
La città della perdizione, della lussuria e dell’ozio descrittaci dagli storici, ci appare come la nuova Gomorra dell’Occidente. Non più corrotta di molte altre città dell’antichità, miti e leggende sono fiorite su Sibari quasi a demonizzarne il nome ed il ricordo. Infatti, pur non avendo lasciato nomi di prestigio nella storia della letteratura, della filosofia e dell’arte, né monumenti celebri in archeologia, Sibari è riuscita, come nessun’altra città coeva magnogreca, ad imporsi all’attenzione degli storici, dei ricercatori e dei viaggiatori proprio per il suo nome legato al mistero della favola, che più della storia stimola la fantasia avventurosa dell’uomo. A questo punto viene lecito domandarsi quanto di vero ci sia nel mito di Sibari.
Questo saggio vuole leggere nella documentazione letteraria ed archeologica di Sibari e della sibaritide, l’importanza determinante della sua presenza nella storia e nella cultura quale segno più arcaico della civiltà occidentale nei suoi moderni aspetti imprenditoriali di società dominata dall’economia, aperta ai valori dell’emancipazione femminile, dell’accoglienza e dell’integrazione dello straniero.
Per questa sua modernità di pensiero il mondo greco ne decreterà la distruzione ad opera delle milizie di Crotone e ne costruirà il mito.
Pubblicato:
Nov 29, 2019
ISBN:
9788868228606
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Come Dei in Terra - Arnaldo Caruso

storia.

Prefazione

Non credo che esista in alcuna parte del mondo niente di più bello dei campi dove fu Sibari. Lì tutto è riunito contemporaneamente il ridente verde dei dintorni di Napoli, la grandezza dei più maestosi paesaggi alpestri, il sole e il mare della Grecia.

È quasi impossibile parlare di Sibari senza ricordare le parole con cui il Lenormant, uno dei più illustri storici della Magna Grecia esprime ammirazione ed entusiasmo di fronte alla regione in cui fu fondata la famosa città.

In armonia con queste esaltanti espressioni, citate nel libro, è di un fascino mitico il titolo che Arnaldo Caruso ha dato al suo testo di storia sui sibariti: Come dei in Terra.

L’autore quanto mai opportunamente ha voluto mettere in evidenza nella sua narrazione un aspetto spesso ricordato, ma non sempre approfondito nella sua importanza, quello economico proveniente soprattutto dai rapporti con le popolazioni indigene sottomesse o comunque alleate nelle relazioni commerciali fra loro e con l’Oriente.

Se credessimo alla Dea Fortuna potremmo dire, senza essere molto lontani dalla verità, che fra città greche Sibari è quella maggiormente colpita dal destino avverso. Sfortunata perché a circa due secoli dalla sua fondazione da ricca e potente città quale in breve tempo era diventata, fu rasa al suolo, inghiottita dai suoi due fiumi e cancellata per sempre dalla faccia della terra. Sfortunata per la sua fama di Gomorra del mondo greco. Sfortunata, perché anche il genere letterario, la novella che nacque in essa, fu utilizzato per gettare un ingiusto discredito sui suoi abitanti come gente oziosa e depravata. Sfortunata ancora oggi perché anche con l’attività archeologica dei nostri tempi non si è giunti ancora a risultati che possano rendere più ampia e più precisa la conoscenza della sua vita e della sua storia.

L’autore esamina con attenzione tutti gli elementi disponibili, partendo dalle più antiche migrazioni dei greci nell’Italia meridionale e dai motivi economici che le determinarono. Dedica agli Enotri una delle parti del libro più considerevoli, utilizzando le notizie sugli scavi nelle zone calabresi, che ci hanno fornito elementi molto importanti sulla loro vita, sulle loro attività di conseguenza sui rapporti economici e politici coi sibariti, dando fin da principio gli elementi di base per quello che non molti anni dopo diventerà lo splendido Impero della metropoli popolosa e multietnica, con le straordinarie novità di carattere politico e amministrativo, con l’autonomia concessa alle donne che partecipano ai banchetti, amano il lusso e l’eleganza, indossano vesti non proprio castigate, che gli antichi chiamavano vitree ed il poeta latino Marziale nell’epoca imperiale definirà trasparenti, come l’acqua limpida, dedicano una cura scrupolosa al loro corpo, passeggiano per le vie centrali della città coi loro bambini vestiti di porpora e con le chiome inanellate e adorne di gingilli d’oro.

Nasce il culto della gastronomia e i cuochi raggiungono uno straordinario prestigio in base alla loro bravura. C’è anche un uomo di mondo come Smindiride che precede di molti secoli il giovin signore pariniano ed uno straordinario artista ricamatore, Alcistene.

Con uguale maestria sono raccontate le vicende relative alla tragica fine della città ad opera dei Crotoniati capeggiati politicamente da Pitagora e militarmente da Milone, il famoso atleta, e gli inutili successivi tentativi del sibariti superstiti di farla rinascere.

Come dei in Terra è un libro veramente bello. Le vicende sono narrate con vivacità e piacevolezza invidiabili. E poi è una gran bella cosa anche per i non addetti ai lavori venire a conoscenza che in un’epoca tanto lontana nella nostra regione – la Calabria – fiorì, sia pure per breve tempo una favolosa città. Da quando è scomparsa l’opulenza e lo splendore sono andati via da questa terra per un viaggio senza ritorno. Sibari è la grande, unica testimonianza di un favoloso tempo felice. Un miracolo, un sogno. Anche i miracoli e i sogni dànno un senso alla vita.

Leopoldo Conforti

1. Emozioni

Azzurrità. Come altro definire questo paesaggio maestoso, questo angolo di paradiso in terra. Passeggio in una calda giornata d’estate su di un’ampia spiaggia di sabbia dorata, con di fronte l’azzurro jonio e sopra un cielo limpido ed azzurro ed in lontananza monti, anch’essi azzurri, a racchiudere una pianura fertile, calda, attraversata da fiumi, torrenti, canali che confondono le loro acque con mare e cielo. Terra forte, terra di acqua, dominata dalle chiome argentate di ulivi centenari, dal verde intenso degli agrumeti, dall’oro dei campi di grano e di riso. Ma anche terra di infinita dolcezza, quando la luce abbagliante del giorno, dopo il tramonto dalle tonalità arcobaleno sopra i monti, lascia posto ad uno struggente lilla che unisce e confonde mare e cielo, rotto soltanto dai contorni, ora, viola dei monti. La notte scende e diffonde, sempre più forte, il profumo dei pini di Aleppo che interrompono la spiaggia, riempiono i vasti letti sassosi dei torrenti e si inerpicano su colli dai quali emergono piccoli paesi chiusi in se stessi, testimoni dello scorrere del tempo. E da lassù la vista delle genti della montagna spazia su quella pianura desiderata e temuta al tempo stesso, occupata in un tempo antico da una grande e ricca città, culla di civiltà e progresso.

Su quella pianura, alla confluenza di due fiumi, sorgeva la magnifica e potente Sibari. Una città dove ricchezza, lusso, divertimento e piacere erano manifestazioni della sua splendida quotidianità. Ma che avrà vita breve, distrutta da chi tanto la invidiava ed odiava.

Sibari non ha lasciato tracce della sua grandezza, non si mostra, sepolta sotto metri di terra, è diventata leggenda. Noi la conosciamo ancora oggi solo per il mito, che ce ne racconta la grandezza, la dissolutezza e la fine, decretata non dagli uomini ma dagli dei, offesi per l’arrogante pretesa dei sibariti di vivere una vita splendida come quella di loro immortali.

Mi soffermo a pensare a come potesse apparire al viaggiatore di allora questa città multietnica, emporio del Mediterraneo, impero nel meridione d’Italia ed immagino per un attimo di trovarmi immerso nella dolce vita di Sibari.

Un leggero vento ha iniziato a soffiare, portandomi lontane voci. Sono di bambini che giocano, di gente che parla, ride, si diverte. Sembra che tutti abbiano una grande voglia di vita.

2. La colonizzazione achea

Ci si è chiesto in passato se Sibari fosse mai realmente esistita. Troppo si è scritto sulla sua ricchezza, potenza, bellezza, e niente è rimasto di visibile. Ogni antica città ha lasciato delle testimonianze, più o meno preservate: un tempio, una colonna, un teatro, degli edifici. Basti pensare che Poseidonia, poi denominata Paestum al tempo dei romani, con i suoi meravigliosi templi, le mura di cinta e le torri della fortificazione ancora intatte, non era che una subcolonia fondata dai sibariti nel VII secolo a.C. Ammirando oggi quanto i sibariti avevano realizzato a Poseidonia, loro punto estremo di espansione al nord sul tirreno, possiamo solo immaginare quale dovesse essere la maestosità dei templi, dei teatri, delle piazze, dei monumenti e degli edifici della città madre dei poseidoniati. Delle mura possenti che la circondavano, del porto con i suoi magazzini, dei suoi empori, della prima vera metropoli dell’antichità in Italia abitata da oltre 300.000 abitanti, nulla di tutto ciò si è salvato dal trascorrere dei millenni, ed ancora oggi ci si chiede dove sia la vera Sibari, non le stratificazioni successive che oggi ammiriamo della Thurii greca del 443 a.C. o della Copia romana. E la storia di una meraviglia dell’antichità, in mancanza di evidenze concrete della sua esistenza, si è trasformata in mito. Sibari mitica come Troia e la guerra combattuta sotto le sue mura, ed Omero, che tale guerra ha raccontato, prima che la città venisse riscoperta sulla collina di Hissarlik in Turchia da un archeologo dilettante, un visionario di nome Heinrich Schliemann. Sibari, al contrario di Troia, resta invece ancora nell’oblio, con le sue ricchezze, i suoi monumenti, la sua storia. Una storia portata da altre genti sul suolo calabrese, da un popolo, quello greco che imporrà il dominio, la lingua e la cultura per secoli nell’Italia meridionale, e condizionerà per sempre gli usi ed i costumi dei popoli italici e dei romani, che ne continueranno idealmente i sogni artistici, culturali e di democrazia.

Sibari venne fondata alla fine dell’VIII secolo a.C. da coloni achei e trezeni provenienti dal Peloponneso sotto la guida del loro ecista Hys di Helike (Elice) [1]. Hys sapeva esattamente dove fondare la nuova città a seguito di un preciso mandato di alcune città achee che si affacciavano sulla sponda settentrionale del Peloponneso. La pianura bagnata dal Crati era particolarmente ambita per le potenzialità economiche e la posizione strategica del territorio da colonizzare, crocevia per i commerci via mare e con l’entroterra attraverso le direttrici che attraverso i valichi del massiccio montuoso del Pollino ed il Vallo di Diana, giungevano alle fertili pianure affacciate sul mar Tirreno. Si racconta che Myskellos di Rhype, ecista alla guida degli achei fondatori di Kroton (Crotone), dopo aver interrogato l’oracolo di Apollo a Delfi ed aver avuto la precisa indicazione su dove fondare la nuova città, nel transitare con le sue navi di fronte a Sibari, si chiese se non fosse stato meglio fermarsi in quella città, già florida ed accogliente, anziché affrontare i rischi di fondarne una nuova più a sud. Il dio Apollo adirato gli ordinò di rispettare il responso dell’oracolo, intimandogli di fermarsi e fondare Kroton fra il promontorio Lacinio e la sacra Krimisa (Cirò). Secondo l’oracolo la fama di Crotone nell’antichità sarebbe dipesa non da ricchezze agricole e commerciali ma dalla salubrità del suo clima e dalla prestanza fisica dei suoi uomini. In effetti, i crotoniati saranno i più forti atleti dell’antichità, superando ogni altra città greca nel numero di vincitori nei Giochi Olimpici. Da qui il proverbio «ultimo dei crotoniati primo dei greci».

La conoscenza del territorio calabrese prospiciente il mar Jonio da parte dei colonizzatori achei non deve stupire dal momento che l’Italia meridionale era una terra conosciuta ed esplorata dai greci molto prima della sua stabile colonizzazione. I micenei sin dal XII secolo a.C. avevano intrattenuto rapporti commerciali con le popolazioni della Calabria jonica e calcidesi e corinzi avevano già esplorato durante il IX ed VIII secolo a.C. gran parte dell’Italia meridionale e fondato, all’inizio dell’VIII secolo a.C., le loro prime colonie sul suolo italiano. Pithecusa sull’isola d’Ischia è la prima colonia greca in Italia e, a distanza di pochi anni, verrà fondata Kyme (Cuma) in Campania, seguita dalle colonie di Naxos, Siracusa e Zancle (Messina) in Sicilia. Per casualità, convenienza o per un’attenta pianificazione attuata dalle poleis greche, i primi coloni si diressero verso l’area tirrenica e la Sicilia, lasciando l’area jonica calabrese libera per la colonizzazione di gruppi provenienti da altre aree geografiche della Grecia. La costa jonica dell’Italia meridionale diventerà un’area privilegiata per la colonizzazione di genti achee proveniente dal Peloponneso, ed achee saranno Sibari,

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