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Il sangue della terra

Il sangue della terra

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Il sangue della terra

Lunghezza:
227 pagine
2 ore
Pubblicato:
18 nov 2019
ISBN:
9788833283791
Formato:
Libro

Descrizione

In uno dei periodi più neri della storia, negli anni della famigerata Repubblica di Salò, si snoda la vicenda di Maria Visentini e Rodolfo Benà. Basandosi sugli eventi che porteranno a una efferata strage fascista, Bombonato ci parla del potere salvifico dell’amore e della libertà
di Alberto Bombonato
Rovigo, 1944. Rodolfo Benà e Maria Visentini appartengono a mondi diversi. Lui, medico affermato, è un’insospettabile spia fascista. Lei, una giovane donna cresciuta nelle nebbiose campagne venete. Un bombardamento alla stazione del centro città incrocia però le loro esistenze e li unisce così profondamente da portarli sul terreno pericoloso di un legame impossibile. Per difendere il loro amore Rodolfo tradisce la fiducia del partito e quella del suo migliore amico, Stefano Rainiero, commissario della polizia politica. Carlo Visentini, il padre di Maria, è,a insaputa della figlia,proprio il capo partigiano a cui i due stanno dando la caccia. Nella cattura di Giove – questo è lo pseudonimo usato dal ribelle –vengono coinvolti anche Filippo Gelmini, uno spietato cacciatore del regime, e Romano Sini, capo della Guardia Nazionale Repubblicana. In tutto questo, Giovanni, il fratello di Maria, assume un ruolo fondamentale. In un primo tempo abbraccia le idee fasciste e collabora, ignaro come la sorella della sua segreta appartenenza alle forze di opposizione, alla cattura del padre. Per farlo si arruola nei costituendi reparti delle Brigate nere, salvo poi partecipare al raid architettato da Rodolfo per liberare il genitore dalla prigionia in cui è stato costretto dopo l’arresto. In questa vicenda, due madri condividono lo stesso crudele destino di nascondere un segreto: quella di Rodolfo, Emma, per avergli taciuto il fatto che lui fosse il fratello minore di Carlo Visentini, mentre Claudia, la madre di Giovanni e Maria, quello che il figlio fosse in realtà il frutto della violenza subita da Romano Sini durante la loro gioventù. Giovannisegue lo stesso destino della madre e muore dopo avere riscattato il suo tradimento alla famiglia. Carlo sopravvive e decide di continuare la sua lotta per la libertà anche dopo il termine della guerra, lasciando libera la figlia amata di vivere la propria felicità assieme a Rodolfo.
Pubblicato:
18 nov 2019
ISBN:
9788833283791
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Il sangue della terra - Alberto Bombonato

Meehan)

Febbraio 1944

1.

Il rigore dell’inverno si faceva sentire quell’anno, il quarto trascorso da quando la guerra aveva spento i riflettori sui proclami gloriosi dei Paesi belligeranti e li aveva sostituiti con la silenziosa immobilità di un mondo ridotto in macerie.

Il vento gelido di tramontana spazzava Rovigo, penetrava attraverso i vestiti e arrivava fino alle ossa. La primavera, con le sue giornate tiepide, sembrava un sogno distante, così come la pace.

Maria camminava in viale Guglielmo Marconi, il bavero del cappotto di lana grigia sollevato. La notte prima la neve aveva ammantato con il suo candore le profonde buche del selciato e la ragazza cercava di evitarle seguendo le orme di chi era già passato di lì. I platani tendevano i loro rami spogli verso un cielo ancora carico di nuvole minacciose.

Era quasi mezzogiorno quando giunse, intirizzita, alla vecchia stazione ferroviaria, lascito prezioso dell’ormai defunto regno lombardo veneto.

«Guten Tag, Fraülein.»

Avvolto nel tepore appena percettibile del suo pastrano militare un soldato nazista le rivolse il saluto. I compagni si scambiarono alcune frasi, procurando l’ilarità dell’intera pattuglia.

Maria proseguì a capo chino, intimidita dagli sguardi degli uomini armati. Spinse il pesante portone ed entrò nell’edificio.

Quel posto la affascinava. Le piaceva sedere sulle panche della sala d’attesa a osservare le persone. Alcune vi sostavano e chiacchieravano con discrezione, quasi indifferenti allo scorrere del tempo, altre vi transitavano di fretta, come se temessero, restandovi troppo a lungo, di sprecare parte della loro giornata.

A ventidue anni, il viso di Maria risaltava per la delicatezza dei lineamenti. Aveva gli occhi azzurri, i capelli le arrivavano fin sulle spalle, scuri e leggermente mossi; amava portarli secondo i dettami della moda lanciata da Isa Miranda, la famosa attrice del cinematografo.

Da qualche giorno era ospite di Teresa, cugina della madre, e di suo marito Emilio. La coppia, che abitava nei palazzi costruiti per i dipendenti delle Ferrovie dello Stato, rimpiangeva la sorte avversa che aveva impedito loro di avere figli.

L’uomo aspettava seduto in biglietteria, un angusto stanzino zeppo di incartamenti ricavato a ridosso dei binari. Quando la scorse avvicinarsi, le fece un cenno di saluto da dietro il vetro.

«Finalmente una visita gradita», disse in tono bonario.

«Questo è per te», rispose Maria, mostrando l’involto che teneva tra le mani.

«Entra», indicò la porta e la invitò a fargli compagnia. «Oggi non c’è molto da fare.»

«Alberto è arrivato?» chiese la ragazza, lasciandosi il freddo alle spalle.

Emilio aprì il fagotto di tela che Maria gli aveva consegnato. Conteneva pane e formaggio, il suo pranzo.

Controllò l’orologio affisso alla parete. «Dovrebbe essere già qui», rispose. «Sempre che sia riuscito a trovare il carburante», aggiunse, addentando la pagnotta stantia.

Con un vecchio camion, Alberto faceva da spola tra i paesi limitrofi e trasportava in città persone e generi di sussistenza. L’uomo, ormai anziano, era riuscito a ingraziarsi i tedeschi attraverso continue regalie distribuite con scaltrezza, soprattutto sigarette e vino annacquato, e fino a quel momento i soldati lo avevano sempre lasciato passare ai posti di blocco.

In quel periodo, però, a causa dell’avanzare lungo la penisola delle forze alleate guidate dal generale inglese Alexander, i controlli erano stati intensificati. La reazione dei nazisti aveva avuto come conseguenza immediata un incrudimento dei rapporti con la popolazione civile, ritenuta terreno fertile per il reclutamento di nuovi adepti per le forze partigiane. Non di rado, quindi, parte del carico trasportato da Alberto veniva sequestrato e spartito sotto gli sguardi impotenti degli sventurati occupanti del mezzo.

«Sei congelata», osservò Emilio, distraendosi dal pasto frugale. «Rischi di prenderti un malanno.»

«Non ti preoccupare», rispose Maria, con un’espressione di gratitudine per quella premura. «Vado a vedere il treno prima che parta.»

La passione della ragazza per i treni non conosceva misura. Sin da piccola aveva assistito ad arrivi e partenze con il medesimo interesse, tempestando Emilio di domande sui luoghi delle loro destinazioni. Viaggiare era appannaggio di pochi e città come Milano, Roma, Venezia o Napoli restavano, nell’immaginario collettivo, soltanto soggetti da cartolina. L’uomo, quindi, cercava di soddisfare la curiosità della giovane attraverso i racconti dei colleghi o di qualche passeggero abituale.

La grossa locomotiva fischiò la sua rumorosa impazienza. Il tender era stipato con sei tonnellate di carbone e l’acqua riempiva per intero il serbatoio alloggiato nel muso della potente FS 685 prodotta vent’anni prima nelle officine Breda.

Il macchinista ruotò il comando di apertura delle valvole, ciò consentì al vapore di scaricare parte dell’energia sulle ruote. Una colonna di fumo nero salì fino alla volta della stazione, sostenuta da ventotto pilastri di cemento. La grande struttura di acciaio e vetro forniva un riparo sicuro dai capricci del tempo, ma nulla poteva contro le raffiche gelide che soffiavano impietose sui viaggiatori.

Un drappello di soldati della Wehrmacht si affrettò a salire sul convoglio. Per lo più giovani, in divisa cachi, portavano ancora addosso la gioia della breve licenza trascorsa nelle case di piacere, lontano dagli sguardi severi dei superiori, dove i tratti mediterranei delle donne e le loro attenzioni li avevano addolciti, rendendoli simili a monelli desiderosi soltanto di dar libero sfogo all’esuberanza della loro età.

I commilitoni già nelle carrozze afferravano zaini e fucili dai finestrini, mentre i ritardatari saltavano con agilità sul predellino del vagone in movimento, spronati dai loro incitamenti.

Fu in quel momento che la Blockbuster piovve dal cielo, rilasciando la potenza delle sue quattromila libbre di esplosivo.

La cupola della stazione si disintegrò ancor prima che il boato della deflagrazione sovrastasse il rumore della locomotiva. Le schegge di vetro riempirono l’aria, scintillanti come una pioggia di diamanti.

*****

Maria aprì a fatica gli occhi su uno scenario del tutto diverso da quello di pochi attimi prima. L’odore del fumo bruciava i polmoni e i rumori le giungevano ovattati. Barcollante, provò a rimettersi in piedi, ma solo la stretta salda di Emilio le impedì di finire di nuovo a terra.

«Grazie al cielo sei viva», disse questi con respiro affannoso. «Sei ferita?»

L’uomo la scrutava temendo di trovare conferma alla domanda. Il suo viso era una maschera annerita, giacca e pantaloni erano ridotti in brandelli.

«Sto bene», rispose la ragazza, ancora stordita. «Cos’è accaduto?»

«Ci hanno bombardato», fece lui. «Non ti muovere, torno a prenderti appena possibile.»

L’uomo sparì tra decine di sagome confuse in un turbinio di urla strazianti.

Il torpore cominciò ben presto a cedere il posto a sprazzi di lucidità e, presa dalla necessità di capire la portata dell’accaduto, la ragazza disattese l’ordine. Iniziò a muoversi con cautela tra detriti di ogni sorta, raggiunse i binari e si affacciò a una realtà peggiore di qualsiasi incubo.

«Mio Dio…» mormorò, travolta dalla devastazione offerta al suo sguardo.

Tutto era in fiamme: archivi, bagagli accatastati sui carrelli dei portantini, carrozze del treno. I cocci di vetro scricchiolavano sotto i suoi passi incerti, mossi attorno alle travi divelte. Le ombre dei soccorritori sembravano fantasmi. Maria si chiese se anche la sua figura apparisse così spettrale.

D’un tratto vide qualcosa muoversi alla sua destra: la carta bruciata affissa a un tabellone lasciava intuire che si trattasse del pannello aggrovigliato delle Partenze, sul quale centinaia di sguardi si erano posati per cercare il loro immediato futuro nella semplicità di un numero, ignari di quanto sarebbe accaduto.

Afflitto da quel peso, un uomo implorava aiuto.

2.

Il martelletto della sveglia ruppe il silenzio che regnava nella stanza. Il dottor Rodolfo Benà si costrinse a tirarsi a sedere, avvolto ancora dal calore accogliente del letto.

Una voce di donna gli risuonò accanto.

«Dove vai?» chiese, il viso nascosto da lunghi capelli biondi.

«Non sono affari che ti riguardano», rispose l’amante.

La ragazza mugugnò risentita, poi si voltò dall’altra parte. Il movimento fece scivolare le lenzuola e lasciò scoperta la pelle invitante della schiena.

«Maledizione», imprecò lui, alzandosi.

Rodolfo rappresentava la terza generazione di medici appartenenti a una ricca famiglia borghese, da sempre una delle più in vista di tutta Rovigo. Il padre era defunto da tempo e la madre, ormai anziana, lo ospitava ancora nella casa affacciata su piazza Garibaldi, vicino a palazzo Ravenna, sede della Guardia Nazionale Repubblicana. Portava in modo splendido i suoi quarant’anni. Gli occhi scuri si sposavano perfettamente alle sopracciglia folte e risaltavano sui tratti regolari del viso. Al festino della sera prima, la consapevolezza di essere appetibile per la metà femminile del creato gli aveva consentito di rimorchiare una delle tante giovani attratte dalle lusinghe di un partito simile.

Erano le quattro del mattino quando uscì dall’ingresso laterale del prestigioso edificio.

*****

L’ispettore capo Stefano Rainiero attendeva nell’ufficio della Guardia Nazionale Repubblicana, le gambe allungate sulla scrivania e l’immancabile Milit infilata tra le labbra.

A giudicare dai mozziconi che Rodolfo notò nel posacenere, il poliziotto era lì già da un po’, ma nulla lasciava trasparire il reale stato di agitazione in cui versava.

«Te la sei presa comoda», lo apostrofò.

«Ho avuto una serata difficile», rispose il medico.

«Come al tuo solito», fece di rimando Rainiero, mentre gli allungava il pacchetto di sigarette.

Rodolfo si sfilò il cappotto, lo appoggiò su una sedia e fece scattare l’accendino, aspirando la prima boccata di fumo col viso illuminato dai bagliori della fiamma; si mise quindi a sedere di fronte all’amico.

«Allora», disse, «com’erano le ragazze, a Milano?»

Il poliziotto, un coetaneo smilzo dalla calvizie incipiente, non era certo conosciuto per l’abbondanza di conquiste femminili. Le donne lo innervosivano e l’altro non perdeva occasione per sottolineare questo aspetto particolare del suo carattere. Il difetto di virilità di Rainiero faceva sì che circolassero voci piuttosto sgradevoli, anche se nessuno si permetteva di scherzarci sopra con la stessa leggerezza concessa a Rodolfo.

«Non fare lo spiritoso», rispose stizzito, «lo sai che mi manca il tempo per quel genere di affari.»

«Anch’io sono felice di vederti, Stefano. Tutto bene, grazie.»

L’uomo alzò gli occhi dal fascicolo che teneva aperto sulle ginocchia. Si conoscevano fin da ragazzi, ma in tutti quegli anni non era mai riuscito ad abituarsi alle battute dell’amico.

Avevano abbracciato assieme le idee del fascismo, attratti dal potere di una classe dirigente decisa a far interpretare all’Italia il ruolo di protagonista della scena politica europea. Rainiero era entrato nel partito, mentre Benà aveva proseguito gli studi in medicina. Era stato proprio tra scaffali carichi di libri e biblioteche illuminate da accecanti luci al neon che la battaglia di quest’ultimo contro gli oppositori del regime era divenuta tutt’uno con la sua professione, sfruttata sapientemente come copertura.

«C’è poco da scherzare», sentenziò il poliziotto, agitandosi sulla sedia. «Pavolini ci ha messi sotto torchio. Si lamenta di come gli attacchi aerei risultino sempre più precisi a causa delle informazioni fornite dai ribelli; nemmeno dovessimo abbatterli noi, i dannati bombardieri.» Con un gesto nervoso arricchì il posacenere già colmo e aggiunse: «Quell’uomo ha perso di vista la realtà.»

Il segretario del Partito Fascista Repubblicano, Alessandro Pavolini, non era tipo da prendere alla leggera. Il pomeriggio trascorso in sua compagnia nella città lombarda era stato sufficiente al poliziotto per fugare ogni rimasuglio di buonumore.

«Si mormora che dopo l’incontro a Monaco col Führer sia stato proprio lui a convincere Mussolini dell’opportunità di assumere il governo della Repubblica Sociale», disse Rodolfo. «Pavolini conosce bene la posta in gioco e sa che la sua testa sarebbe la prima a cadere, nel caso la situazione volgesse al peggio.»

Il medico appoggiò i gomiti sul legno lucido della scrivania e fissò con attenzione il proprio interlocutore, quindi proseguì: «E il nostro integerrimo comandante Sini? Non lo avrai accompagnato con l’unico scopo di parlare in sua vece, spero!»

Rainiero fece una smorfia di disgusto. «Quell’incapace ha continuato a divagare, preoccupato di rendere conto di una qualsiasi proposta che avessimo avanzato per uscire dall’impasse.»

«Il capo della Gnr locale riesce a dare il meglio di sé quando meno te lo aspetti», osservò Rodolfo, con l’amara consapevolezza dell’incapacità del loro superiore. «Cosa sono riusciti a scucirvi?» chiese, facendo sparire ogni traccia di allegria dalla discussione.

L’ispettore accese l’ennesima sigaretta. «Dobbiamo scovare e arrestare a ogni costo il capo partigiano di Rovigo», rispose, con tutta la freddezza che gli era possibile.

Benà si concesse qualche istante per assimilare la notizia.

«Complimenti», si congratulò infine, «ci avete omaggiato di una bella tanica di liquame.»

«Era l’unico modo per tornare a casa», replicò esplicito l’altro, richiamando alla mente le parole minacciose che gli aveva rivolto con indulgenza il gerarca fascista.

Da lungo tempo quell’obiettivo dominava i loro pensieri. Il ricercato usava lo pseudonimo Giove e guidava i propri uomini con la perizia di un direttore d’orchestra, lasciando agli inseguitori solo il ruolo di spettatori frastornati. Il logorio continuo di fiancheggiatori disposti a morire non sembrava, infatti, aver aperto alcun varco che conducesse al personaggio celato con scaltrezza dietro a quella solida cappa di omertà.

«È questo il motivo che ti ha spinto a convocarmi qui a quest’ora?» domandò Rodolfo. «Avresti potuto rovinarmi la giornata anche dopo colazione.»

«Sai bene quanto tenga alla segretezza dei nostri incontri. Inoltre, sono convinto che le tue preoccupazioni saranno ben altre rispetto alla quiete dei tuoi pasti mattutini.» Rainiero fulminò l’amico con lo sguardo. «Ti voglio a Padova. Domani, nel pomeriggio.»

«Solleverai le proteste dei miei pazienti.»

«Oh, ci sono cose più importanti di cui dovrete occuparvi, dottore», lo schernì Rainiero, sventolando un biglietto ferroviario. «Un angelo è diretto a Sant’Antonio; lo incontrerai nella basilica alla funzione delle diciassette.»

«Figlio di…» imprecò l’altro.

«Non ringraziarmi, Rodolfo», lo interruppe Rainiero. «Il merito non è mio:

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