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Antichità Giudaiche: Volume 1

Antichità Giudaiche: Volume 1

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Antichità Giudaiche: Volume 1

Lunghezza:
749 pagine
12 ore
Editore:
Pubblicato:
28 ott 2019
ISBN:
9788894965346
Formato:
Libro

Descrizione

Quest'opera racconta la storia del popolo ebraico dalle origini fino all'epoca immediatamente precedente la guerra giudaica del 66-70 (raccontata da Flavio Giuseppe nell'altra sua opera Guerra giudaica). Essa è la principale fonte storica che ci sia pervenuta sulla Palestina del I secolo e contiene, tra l'altro, preziose notizie relative ai movimenti religiosi del giudaismo dell'epoca come gli Esseni, i Farisei, gli Zeloti. L'opera contiene anche riferimenti a Giovanni Battista, a Gesù e ai primi cristiani. Il più celebre di questi passi è il cosiddetto Testimonium Flavianum, che definisce Gesù un "uomo saggio" e un "maestro", affermando che compiva "opere sorprendenti" e che ebbe molti discepoli: Ponzio Pilato lo condannò alla crocifissione, ma i suoi seguaci, "che da lui sono detti Cristiani", continuarono a trasmettere il suo insegnamento. Per la presenza di alcune affermazioni difficili da conciliare con la visione religiosa dell'autore, il Testimonium è da tempo oggetto di discussione tra gli studiosi. Oggi, eliminate le interpolazioni dovute probabilmente all'inserimento nel testo di glosse marginali da parte dei copisti cristiani, si tende a sostenere l'autenticità del passo. Alcuni studiosi lo ritengono comunque interamente apocrifo, e altri integralmente autentico. Gesù è citato anche in un secondo passo, che non presenta particolari criticità, come fratello di Giacomo, condannato a morte dalle autorità religiose del tempo. L'uccisione di Giacomo non compare nel Nuovo Testamento, essendo successiva agli eventi narrati negli Atti degli Apostoli: l'episodio conferma comunque le persecuzioni subite dalla Chiesa primitiva. Il resoconto su Giovanni il Battista ne conferma l'arresto e la condanna a morte ad opera di Erode Antipa, come riferito dai Vangeli (Matteo 14, 1-12; Marco 6, 14-29; Luca. Nel primo volume ci sono i primi dieci libri dell’opera, dalla Genesi  alle profezie di Daniele a Babilonia.
Editore:
Pubblicato:
28 ott 2019
ISBN:
9788894965346
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Antichità Giudaiche - Giuseppe Flavio

GIUSEPPE FLAVIO

ANTICHITA’

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Volume I

Libri I - X

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Direttore Editoriale Paola Agnolucci

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info@digitalsoul.it

I fatti e le opinioni riportate in questo libro impegnano esclusivamente l’Autore.

Possono essere pubblicati nell’Opera varie informazioni, comunque di pubblico dominio,

salvo dove diversamente specificato.

Stampato da: Rotomail Italia Spa

ISBN: 9788894965346

Ottobre 2019

Impaginazione ed elaborazione grafica: Leonardo Paolo Lovari

Libro I

Proemio

Libro I:1 Il movente di quanti si mettono a scrivere storie non è unico, ma molteplice e diverso dall’uno all’altro.

Libro I:2 Alcuni si volgono a questo settore delle lettere per fare mostra dell’arte della loro eloquenza e trarne onore. Altri si sottopongono a queste fatiche, anche se vanno aldilà delle loro forze, per fare cosa gradita a coloro dai quali possono trarre vantaggi.

Libro I:3 Altri perché sentono il bisogno di ordinare in uno scritto eventi nei quali ebbero personalmente una parte, per renderli noti a tutti. La maggior parte, però, è affascinata dalla grandezza di utili imprese rimaste neglette, e da esse traggono il coraggio di metterle in luce a beneficio di tutti.

Libro I:4 Gli ultimi due motivi sono propri anche a me, che per l’esperienza acquisita nella guerra dei Giudei contro i Romani, dai fatti che ebbero luogo e dalla fine alla quale giunsero, mi sentii costretto a esporre tali eventi a motivo di coloro che con i loro scritti sovvertono la verità.

Libro I:5 Alla presente fatica do inizio perché ritengo di esserne debitore a tutti i Greci, perché - così mi pare - comprenderanno la nostra grande antichità e l’ordinamento politico degli Ebrei.

Libro I:6 A dire il vero, già quando scrissi la Guerra pensavo che prima occorreva appalesare chi fossero i Giudei, quali le loro fortune, quale legislatore li avesse formati nella religione e in ogni altro esercizio di virtù, in quali guerre furono per lungo tempo impegnati e, loro malgrado, come si volsero contro i Romani.

Libro I:7 Questa materia era troppo vasta, perciò separai quanto riguardava la Guerra, e ne racconto l’esposizione dagli inizi alla fine. Come suole accadere a colui che vuole accingersi a cose grandi col passare del tempo mi colse amarezza e disgusto di me stesso per l’ardire che provavo di esporre in una lingua a noi peregrina e straniera un argomento tanto grande.

Libro I:8 Ma vi furono alcuni che per la passione della storia spronarono il mio ardire, e mi impegnai. Più di tutti mi spronò Epafrodito, persona amatissima di ogni genere di letteratura e particolarmente interessato alle vicende storiche: pur essendo egli stesso impegnato in grandi imprese e sommerso da svariati impegni e diverse vicende della fortuna, dimostrò una forza meravigliosa di carattere e un tale attaccamento alla virtù che nulla poté farlo deflettere;

Libro I:9 spinto da una persona sempre pronta a favorire colui che è capace di imprese oneste e utili, confesso di essermi dimostrato piuttosto riluttante davanti alla fatica che comportava un lavoro diuturno e oneroso, ma ho iniziato a compierlo prontamente e con lena. Tanto più se si aggiunge che, non invano, da una parte meditavo anche al piacere che avrei fatto ai nostri antenati rendendo gli altri partecipi della loro storia e, d’altra parte, soddisfacendo al desiderio, manifestato da molti Greci, di conoscere quanto ci appartiene.

Libro I:10 Trovai allora che il secondo dei Tolomei era un re sensibile alla cultura e alla collezione di libri e aveva dimostrato ardente desiderio di avere, tradotti in greco, la nostra Legge e la costituzione politica che su di essa si fonda;

Libro I:11 così il nostro sacerdote Eleazaro, che in virtù non è secondo a nessuno dei nostri sacerdoti, non ebbe difficoltà a che il suddetto re godesse di tale favore, mentre glielo avrebbe rifiutato con ogni mezzo, se presso di noi non fosse stata antica la consuetudine di comunicare agli altri ogni cosa giovevole e onesta.

Libro I:12 Anche a me parve necessario imitare in generosità il sommo sacerdote, e pensai che oggi vi sono molti che, al pari del re, hanno il desiderio di sapere. E anch’egli non riuscì a ottenere tutte le nostre memorie: a coloro che erano stati inviati da Alessandria venne consegnata soltanto una parte contenente la Legge per tradurla.

Libro I:13 Eppure innumerevoli sono le cose narrate nella Sacra Scrittura, abbracciando essa la storia di cinquemila anni. Vi sono contenuti eventi diversi, avventure di molte città, nobili gesta di capitani, rivoluzioni di governi.

Libro I:14 In conclusione, chi vorrà scorrere queste storie, da esse potrà dedurre singolarmente che a coloro che si sottomettono ai voleri divini e non osano oltrepassare i giusti limiti delle leggi, ogni cosa torna ben oltre ogni aspettativa e Dio dà in premio la felicità; per coloro, invece, che si allontanano dall’osservanza di quelle, le cose facili diventano difficili, e ogni bene che progettavano di compiere si muterà in sventura insanabile.

Libro I:15 Ora esorto quanti avvicineranno questi libri, ad alzare la mente a Dio e giudicare se, com’è giusto, il nostro legislatore ne ha valutato degnamente la natura, se Gli ha attribuito sempre atti degni della Sua potenza, se ha conservato a Suo riguardo una mentalità pura, aliena da quelle favole indegne trasmesse da altri,

Libro I:16 sebbene la distanza di tempo e l’antichità dell’epoca possano implicare molte licenze e particolari fantasie. Sono ormai passati già duemila anni da che egli nacque, e a un’epoca così remota i poeti non si avventurarono mai di assegnare i natali dei loro dei, tanto meno le gesta o le leggi dei mortali. Come ho promesso, a mano a mano e in modo ordinato, apparirà.

Libro I:17 l’accuratezza degli eventi narrati dalla nostra Scrittura. In questo compito mi sono proposto di non aggiungere nulla e nulla detrarre.

Libro I:18 Siccome, per noi, quasi tutto dipende dalla saggezza del nostro legislatore Mosè, è necessario che premetta qualcosa di lui perché davanti al nostro discorso qualcuno dei miei lettori potrebbe domandare com’è che una parte così grande del mio lavoro, che ho detto dedicato a leggi ed eventi storici, dà uno spazio alla filosofia della natura.

Libro I:19 Bisogna anzitutto sapere che quell’uomo saggio ritenne che per una retta impostazione della propria vita o per legiferare per gli altri è estremamente necessario, prima di tutto, sforzarsi di considerare la natura di Dio e dopo contemplare le sue opere con l’occhio della ragione, imitando per quanto possibile, il Suo esempio e sforzandosi di seguirlo.

Libro I:20 Lo stesso legislatore, senza questa visione, mai sarebbe giunto a una mentalità corretta e sarebbe riuscito a fare compiere ciò che egli avrebbe scritto, stimolando alla virtù, se prima di ogni altra cosa non avesse imparato che essendo Dio Padre di tutti e sovrano, ha la conoscenza di ogni cosa, e dà una vita felice a quanti gli sono fedeli, e abbandona a gravi sciagure i disertori della virtù.

Libro I:21 Volendo impartire questo ammaestramento ai suoi cittadini e ai popoli, non iniziò le sue leggi con patti e doveri reciproci, ma elevò i loro pensieri a Dio e alla creazione del mondo, li persuase che tra le opere divine che sono sulla terra, le più importanti siamo noi uomini allorché siamo sottomessi alla religione, e facilmente li rese arrendevoli a tutto il resto.

Libro I:22 Gli altri legislatori, infatti, seguendo favole, col loro discorso attribuirono agli dèi manchevolezza umane e fornirono ai malvagi grandi pretesti di iniquità,

Libro I:23 mentre il nostro legislatore, mostrando che Dio è dotato di somma virtù, pensò che gli uomini durante la vita debbono affaticarsi per partecipare ad essa, e punì irrimediabilmente coloro che non hanno questi sentimenti e questa fede.

Libro I:24 Esorto quindi i miei lettori a esaminare il mio lavoro da questo punto di vista. Studiandolo con questo spirito, nulla apparirà di irragionevole, nulla di sconveniente alla maestà di Dio e al suo amore per l’uomo; tutto, invero, è qui disposto in corrispondenza della natura dell’universo: alcune cose il legislatore maschera sagacemente in enigmi, altre le espone con solenne allegoria, ma ovunque era opportuno un discorso piano, il significato è assolutamente chiaro.

Libro I:25 Coloro che volessero conoscere anche le ragioni delle singole cose necessitano di una ricerca profonda e altamente filosofica; per ora questo è un soggetto che rimando ad altro momento: se Dio mi favorirà e me ne darà il tempo, tenterò di scrivere su ciò dopo avere portato a termine la presente opera.

Libro I:26 Ora mi volgo alla narrazione degli eventi iniziando da quanto disse Mosè a proposito della creazione del mondo, come ho trovato scritto nei libri sacri. E’ come segue.

La Creazione

Libro I:27 - I, I - In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra non era visibile, ma nascosta in tenebra profonda, e un vento la sorvolava: allora Dio ordinò che apparisse la luce.

Libro I:28 Fatto questo, considerò tutta la materia, Egli separò la luce dalla tenebra, chiamò questa notte e quella giorno, denominando mattino e sera l’inizio del giorno e la sua fine.

Libro I:29 E questa è la prima giornata, ma Mosè la chiamò una giornata; potrei ora darne il motivo, ma ho promesso di dare ragione di ogni cosa altrove: rimando a suo tempo il motivo di questo, non vedo alcuna ragione di farlo adesso.

Libro I:30 Dopo questo, nel secondo giorno, sovrappose il cielo alle altre cose; quando Egli volle lo divise dal resto assegnandogli un posto a parte legandogli strettamente attorno del ghiaccio dotandolo di umido e di piovosità a favore della terra che trae vantaggio dalle piogge.

Libro I:31 Nel terzo giorno pose all’asciutto la terra circondandola col mare; nello stesso giorno, dalla terra sorsero improvvisamente piante e semi. Nel quarto giorno abbellì il cielo col sole, la luna, gli altri astri, ordinò loro quei movimenti e quei giri che apertamente seguono il volgere delle stagioni.

Libro I:32 Nel quinto giorno fece uscire gli animali: quelli che nuotano e quelli che volano, secondo la loro specie, gli uni nell’acqua, gli altri nell’aria, collegandoli con una associazione e unione reciproca affinché generando, crescessero e moltiplicassero la loro specie. Nel sesto giorno creò i quadrupedi: li fece maschio e femmina.

Libro I:33 In questo giorno formò anche l’uomo. Mosè dice che il mondo e tutte le cose che sono in esso furono fatte in sei intere giornate e che nel settimo giorno (Dio) alzò le Sue mani dall’opera riposandosi; per questo motivo anche noi sospendiamo le nostre fatiche in questo giorno e lo chiamiamo sabato, parola che nella lingua ebraica significa quiete.

Libro I:34 - 2. E qui, dopo il settimo giorno, Mosè incomincia a interessarsi della natura parlando così della costituzione dell’uomo. Dio formò l’uomo prendendo della polvere dalla terra, e immise in essa spirito e psiche. Quest’uomo lo chiamò Adamo che nella lingua ebraica significa rosso - perché venne impastato con terra rossa; tale appunto è la terra vergine e pura.

Libro I:35 Dio poi schierò gli animali davanti a Adamo mostrandoglieli secondo le loro specie, femmine e maschi; ad essi egli impose i nomi con i quali ancora adesso sono chiamati. Dio, vedendo che Adamo non aveva una compagna femmina per generare ed essere consorte (veramente non c’era) e accorgendosi con stupore che le altre creature ce l’avevano, mentre lui dormiva,

Libro I:36 estrasse da lui una costola e con essa formò una donna; quando gli fu presentata, Adamo riconobbe che era stata tratta da sé e la chiamò Essa, che nella lingua ebraica vuol dire donna. Ma il nome della prima donna fu Eva, che significa madre di tutti (i viventi).

Libro I:37 - 3. Mosè inoltre disse che Dio piantò anche un Paradiso ad Oriente fecondo di ogni albero da frutta; e tra questi vi era un albero della vita e un altro della saggezza con la quale si discerneva che cosa era bene e che cosa era male;

Libro I:38 e in questo giardino Egli introdusse Adamo e sua moglie e ordinò loro di fare attenzione agli alberi. Questo giardino era bagnato da un fiume che circondava tutt’intorno la terra e si divideva in quattro parti: una di queste è detta Feison, nome che significa moltitudine, e corre verso l’India e si getta nell’Oceano, e dai Greci è detto Gange;

Libro I:39 l’Eufrate e il Tigri si gettano nel Mar Rosso: l’Eufrate è detto Foras che significa dispersione o fiore, e il Tigri Diglat che significa sia ristrettezza sia rapidità, in fine il Gheón, che scorre attraverso l’Egitto, che significa ciò che spunta per noi dall’altro mondo, e dai Greci è detto Nilo.

La trasgressione nel Giardino

Libro I:40 - 4. Dio, dunque, ordinò ad Adamo e a sua moglie di gustare di tutte le altre piante, ma di astenersi dall’albero della saggezza, ammonendoli che qualora l’avessero toccato sarebbe stata una rovina.

Libro I:41 A quell’epoca tutte le creature comunicavano con lo stesso linguaggio; il serpente vivendo in compagnia di Adamo e di sua moglie, crebbe geloso delle benedizioni che supponeva destinate a essi se obbedivano ai precetti di Dio e, Libro I:42 credendo che la disobbedienza avrebbe portato del disordine su di loro, persuase scaltramente la donna a gustare dell’albero della saggezza, affermando che in esso v’era il discernimento tra il bene e il male, e che se l’avessero conseguito avrebbero potuto condurre una vita per nulla inferiore alla divina.

Libro I:43 In tal modo condusse maliziosamente la donna a trascurare l’ordine di Dio. Ella gustò dell’albero e, tutta lieta del cibo, spinse anche Adamo a fare altrettanto.

Libro I:44 E allora si accorsero di essere nudi e si vergognarono di tale esposizione alla luce del giorno, e pensarono di coprirsi; l’albero, infatti, servì a ravvivare il loro discernimento. Si coprirono con foglie di fico, e copertisi, si ritennero più felici per avere trovato ciò di cui prima mancavano.

Libro I:45 Ma mentre prima, all’ingresso di Dio nel giardino, Adamo veniva spontaneamente a parlare con Lui, ora conscio dell’ingiustizia se ne sottraeva; Dio si stupiva del suo comportamento e cercava la causa per cui, mentre prima gioiva della Sua familiarità, ora la sfuggiva e tremava.

Libro I:46 Visto che lui non diceva nulla, perché consapevole di avere violato il divino precetto, Dio disse: "Era mio proposito che voi aveste una vita felice e lontana da qualsiasi male, con l’animo sgombro da ogni preoccupazione, avrei provvisto Io solo senza alcuna vostra cura e preoccupazione a ogni cosa che contribuisce alla vostra felicità e al vostro piacere: benedetta con questi doni, la vecchiaia avrebbe ritardato e la vostra vita sarebbe stata più lunga.

Libro I:47 Ora però tu hai infranto questo mio proposito trasgredendo i miei precetti: il tuo silenzio non è per virtù, ma per cattiva coscienza".

Libro I:48 Adamo incominciò a scusarsi del peccato commesso e pregava Dio di non adirarsi contro di lui, biasimando la donna quale autrice del fatto, e asserendo che era stato il di lei inganno a farlo peccare, ma lei - a sua volta - accusava il serpente.

Libro I:49 Dio penalizzò lui che aveva ceduto alla suggestione della donna, e lo assoggettò a una pena ordinando alla terra di non dare più gratuitamente a loro i suoi frutti, ma darli soltanto a chi lavora, agli sfiancati dalla fatica, di concedere alcuni dei suoi frutti e rifiutarne altri. Punì Eva con i parti e le afflizioni che li accompagnano, poiché aveva illuso Adamo, come il serpente aveva ingannato lei, e così addossò la calamità su di esso.

Libro I:50 Egli perciò adirato per la malvagità dimostrata con Adamo, tolse al serpente la voce e sulla sua lingua iniettò il veleno, lo dichiarò nemico degli uomini, lo sottopose a essere ferito alla testa essendo qui che l’uomo trova il proprio danno ed essendo qui che è più agevole ammazzarlo per colui che se ne vuole vendicare, lo privò dei piedi e dispose che strisciasse avvolgendo sé stesso

per terra.

Libro I:51 Stabilite per loro queste pene, Dio allontanò Adamo ed Eva dal giardino in un altro luogo.

Prima discendenza di Adamo

Libro I:52 - II, I. Nacquero loro due figli maschi. Il primo fu chiamato Caino, nome che significa acquisizione; il secondo fu Abele che significa fragile. Nacquero loro anche delle figlie.

Libro I:53 - I fratelli avevano inclinazioni molto diverse. Abele, il più giovane, teneva in gran conto la giustizia e pensava che in tutte le sue azioni Dio era presente; seguiva la giustizia e conduceva la vita di pastore. Caino era molto cattivo e rivolto soltanto al guadagno; per primo indirizzò il suo pensiero ad arare il suolo, e uccise suo fratello per questo motivo:

Libro I:54 ambedue avevano deciso di offrire a Dio un sacrificio; Caino portò frutti dell’agricoltura e delle piante, Abele latte e primogeniti del gregge; ed è di questo sacrificio che Dio si compiacque di più, essere onorato dalle cose che crescono spontaneamente secondo le leggi naturali, non con prodotti forzati dalla natura per opera dell’astuzia e dell’avidità dell’uomo.

Libro I:55 Irritato dalla preferenza data da Dio ad Abele, Caino uccise il fratello e si illuse di nascondere le sue spoglie. Ma Dio, sapendo quanto era avvenuto, andò da Caino cercando dove fosse suo fratello che da molti giorni non vedeva, mentre nel tempo passato lo aveva visto conversare con lui.

Libro I:56 Caino esitava non avendo parole da rispondere a Dio; sulle prime disse che anch’egli si chiedeva quale fosse il motivo per cui suo fratello non si faceva vedere; Dio, però, insisteva di continuo nelle istanze e ricerche e (Caino), irritato, rispose che egli non era la scorta né il custode di lui e delle sue azioni.

Libro I:57 Ma Dio iniziò subito a sgridare Caino che si era fatto assassino di suo fratello: Mi stupisco, disse, che tu non sappia che cosa è capitato all’uomo che tu stesso hai ucciso.

Libro I:58 Dio, però, gli risparmiò la pena dell’assassinio che aveva meritato; Caino Gli offrì un sacrificio e preghiere affinché nella Sua collera non lo visitasse troppo severamente; tuttavia Egli maledisse lui e la sua discendenza ininterrottamente fino alla settima generazione e lo espulse da quella terra insieme a sua moglie.

Libro I:59 Quanto alla paura di incontrare nel suo vagare bestie selvagge che lo avrebbero ucciso, Dio gli ordinò di scacciare la paura poiché non gli sarebbe successo nulla del genere; nessun danno avrebbe avuto dalle bestie, il suo girare per tutta la terra sarebbe stato sicuro: gli diede un contrassegno affinché fosse riconosciuto ovunque e gli ordinò di partire.

Discendenza di Caino

Libro I:60 - 2. Dopo aver girovagato per un’ampia regione, Caino si fermò con la moglie in un luogo chiamato Naida e quivi fissò la sua abitazione, qui gli nacquero anche dei figli. Ma il castigo non gli giovò per fare senno, bensì l’aumento del male accrebbe ogni libidine nel suo corpo anche se faceva vergogna ai suoi compagni.

Libro I:61 Con rapine e violenze, la sua famiglia saliva a grandi ricchezze, invitava i familiari a sollazzi e ladrocinii e si faceva maestro in cattivi insegnamenti; e la semplicità della vita che godevano prima gli uomini fu bandita dall’insegnamento delle misure e dei pesi volgendo in astuzia l’innocenza di vita e quella grandezza di cuore che nasceva dall’ignoranza di cose di quel genere;

Libro I:62 egli fu il primo che pose i confini, costruì una città e la cinse di mura, e costrinse i suoi familiari a raccogliersi in un solo luogo; dal suo figlio primogenito, Enoc,¹ chiamò questa città Enoc.

Libro I:63 Enoc ebbe un figlio, Jarad, dal quale venne Maruel, il quale generòmMatusala, padre di Lamec che ebbe settantasette figli dalle sue due mogli, Sella emAda.

Libro I:64 Tra questi, Jobel, figlio di Ada, piantò tende e si diede alla pastorizia;Jubal, figlio della stessa madre, coltivò la musica e inventò il salterio e la citara.² Jubel, uno dei figli dell’altra moglie, superava tutti per la forza, si distinse nell’arte della guerra con valore, e da questa traeva quanto soddisfa i piaceri del corpo, e fu il primo che inventò la lavorazione dei metalli.

Libro I:65 Lamec fu il padre di una figlia di nome Noema, e siccome per la sua chiaroveggenza nelle cose divine vedeva di dover sottostare alla pena di Caino per l’omicidio del fratello, lo manifestò alle sue mogli.

Libro I:66 Adamo era ancora vivo, quando la discendenza di Caino divenne pessima: sia per eredità, sia per imitazione, l’uno diventava peggiore dell’altro, correvano incontestabilmente alla guerra ed erano dediti ai latrocini. In breve: se qualcuno era restio alle stragi, era pazzamente rissoso, villano e rapace.

Da Adamo a Seth

Libro I:67 - 3. Adamo, il primo fatto dalla terra - la mia narrazione esige che ritorni a lui -, dopo la morte di Abele e la fuga attuata da Caino dopo l’assassinio, desiderava fortemente avere figli e fu preso da un appassionato desiderio di avere una famiglia; aveva allora l’età di duecentotrenta anni e visse altri settecento anni e poi morì.

Libro I:68 Gli nacquero molti altri figli, e tra essi Seth. Lungo sarebbe parlare degli altri, mi limiterò a parlare delle cose che riguardano i discendenti di Seth. Costui dunque, fu educato e quando giunse all’età del discernimento, coltivò la virtù, divenne un uomo eccellente, e lasciò nei posteri degli imitatori delle sue azioni:

Libro I:69 costoro, tutti virtuosi e di buona natura, abitavano la stessa terra pacificamente, concordi e prosperi e non ebbero malattie fino al giorno della morte; essi scoprirono lo studio dei corpi celesti e la loro ordinata disposizione;

Libro I:70 e affinché non rimanessero agli altri nascoste le cose da loro scoperte e non fossero obliterate prima di venire conosciute - Adamo aveva predetto una doppia futura distruzione dell’universo, una col fuoco, l’altra con l’inondazione di abbondantissime acque - eressero due stele, una di mattoni, l’altra di pietra; su tutte e due scolpirono le loro scoperte,

Libro I:71 affinché, se il diluvio avesse distrutto quella in mattoni, si salvasse l’altra di pietra, per insegnare agli uomini le cose scolpite e indicare che era stata innalzata anche una stele di mattoni. La seconda si conserva ancor oggi nella terra di Seiris.

Libro I:72 - III, I. - E per sette intere generazioni costoro seguitarono a riconoscere in Dio il Signore dell’Universo e a considerare ovunque la virtù come la loro guida. Ma col passare del tempo si discostarono dalle abitudini dei loro padri, non rendevano più a Dio gli onori dovuti, né prestavano attenzione ai doveri verso gli uomini. Anzi, lo zelo che prima dimostravano nell’amore della virtù, lo dimostravano ora due volte maggiore nella propensione verso il male: in tal modo attirarono su sé stessi la collera di Dio.

Libro I:73 Molti angeli di Dio si unirono a donne e generarono figli orgogliosi, disprezzanti ogni virtù, pieni di fiducia nella propria potenza; le stesse cose che i Greci attribuiscono ai giganti sono tramandate a proposito di costoro.

Il diluvio

Libro I:74 Noè era fortemente indignato della loro condotta, non vedeva di buon occhio i loro convegni, li esortava a cambiare i loro ragionamenti e le loro azioni. Ma non l’ascoltavano e, vieppiù, si ostinavano nel compimento delle loro azioni cattive; e per non correre il rischio che uccidessero lui e sua moglie, i loro figli e le loro mogli, si allontanò da quella terra.

Libro I:75 - 2. Dio amava Noè a motivo della sua giustizia e condannò quelli, non solo per la loro malizia, ma anche perché volle perdere tutto il genere umano e iniziarne un altro nuovo, immune da malizia, e accorciare gli anni della vita umana, riducendola dai tanti che vivevano prima, a soli centoventi anni; e così sommerse l’arida terra nel mare.

Libro I:76 E mentre rimasero tutti sommersi, Noè fu il solo ad essere salvato, avendogli Dio suggerito come procacciarsi la salvezza.

Libro I:77 Si fece un’arca di quattro piani, lunga trecento cubiti,³ larga cinquanta, alta trenta, e su di essa si imbarcò con la madre dei figli, con le loro mogli, e vi rinchiuse, non solo il necessario per la vita, ma vi raccolse ogni genere di animali per la conservazione delle loro specie, sia maschi che femmine; di alcuni ne radunò anche sette.

Libro I:78 L’arca era circondata da pareti robuste, aveva le giunture solidamente connesse ed era coperta al di sopra: da nessuna parte poteva affondare, né cedere alla violenza delle acque. Fu così che Noè con i suoi, si salvò.

Libro I:79 Egli era il decimo discendente da Adamo, essendo figlio di Lamec, il cui padre era Matusala, nato da Enoc figlio di Jared, Jared poi fu generato da Malael, nato con molte sorelle da Caina, figlio di Enos, figlio di Seth, figlio di Adamo.

Libro I:80 - 3. Questa sventura ebbe luogo nel seicentesimo anno dell’età di Noè, quello che una volta era il secondo mese che dai Macedoni è detto Diu e Marsuan dagli Ebrei secondo la sistemazione che diedero al calendario in Egitto.

Libro I:81 Mosè, però, volle che per la celebrazione delle feste il primo dei mesi fosse Nisan - cioè Xanthicus - che è il mese nel quale egli trasse gli Ebrei dall’Egitto. Da esso egli calcolò l’inizio dell’anno per tutte le cose sacre, tuttavia per le vendite, le compere e ogni altro affare sociale conservò l’ordine di prima; egli dice che il diluvio iniziò nel giorno ventisettesimo del mese anzidetto.

Libro I:82 Dal tempo nel quale ebbe luogo la creazione del primo uomo Adamo, erano passati duemiladuecentosessantadue anni: la data è ricordata molto accuratamente nei libri sacri. In quel tempo vi era l’abitudine di annotare la data di nascita e di morte degli uomini illustri.

Libro I:83 - 4. Adamo aveva duecentotrenta anni quando nacque suo figlio Seth, e visse (in tutto) novecentocinque anni. All’età di duecentocinque anni Seth generò Enos; e questo, dopo avere vissuto novecentododici anni, affidò la cura dei propri affari al figlio Caina che gli era nato al suo centonovantesimo anno di età; Seth visse in tutto novecentododici anni.

Libro I:84 Caina visse novecentodieci anni, e nel suo centosettantesimo anno ebbe il figlio Malael; questo Malael visse ottocentonovantacinque anni e morì lasciando dopo di sé il figlio Jared, generato all’età di centosessantacinque anni.

Libro I:85 A Jared, vissuto fino novecentosessantanove anni, successe a figlio Enoc, nato nell’anno centosessantadue di suo padre; visse trecentosessantacinque anni e ritornò alla Divinità, perciò della sua fine non si trova scritto nulla.

Libro I:86 Matusala, figlio di Enoc natogli nel centosessantacinquesimo anno di vita, ebbe il figlio Lamec verso l’anno centottantasette di suo padre; a lui affidò il governo di tutto ciò che egli aveva tenuto per novecentosessantanove anni.

Libro I:87 Lamec tenne il governo per settecentosette anni, e prepose agli affari il figlio Noè, nato a Lamec dopo che aveva compiuto centottantotto anni, e tenne le redini degli affari per novecentocinquanta anni.

Libro I:88 Questi anni, messi assieme, dànno il totale sopra menzionato. Il lettore non ha da esaminare l’età che i singoli individui avevano alla morte, poiché il loro periodo di vita si estendeva in quello dei loro figli e nei discendenti dei loro posteri, perciò ponga l’attenzione solo alla data di nascita.

Libro I:89 - 5. A un segno di Dio incominciò a piovere: per quaranta giorni diluviarono le acque tanto da superare tutta la terra di ben quindici cubiti, e questo fu il motivo per cui nulla si salvò, non vi era, infatti, alcun rifugio.

Libro I:90 Cessata, in fine, la pioggia, fu solo dopo centocinquanta giorni che l’acqua cominciò a defluire, e così nel giorno ventiquattresimo del settimo mese, dal settimo giorno, ritirandosi l’acqua a poco a poco, l’arca si fermò in Armenia sulla cima di un monte. Quando Noè se ne avvide, l’aprì e contemplando attorno ad essa un breve spazio di terra prese coraggio per più liete speranze, e tacque.

Libro I:91 Pochi giorni dopo, calando l’acqua sempre più, lasciò andare un corvo perché voleva sapere se qualche altra parte di terra era stata abbandonata dall’acqua rendendogli sicura l’uscita: ma il corvo trovò dappertutto pantano e se ne ritornò da Noè. Dopo sette giorni mandò una colomba per conoscere la condizione della terra:

Libro I:92 essa ritornò sporca di fango, ma anche con un ramoscello d’ulivo in bocca. Compreso che la terra era libera dall’acqua, indugiò ancora altri sette giorni, poi liberò gli animali dall’arca; e anch’egli uscì con la sua famiglia. Offrì un sacrificio a Dio e fece festa con i suoi famigliari. Gli Armeni chiamano questo spazio luogo dell’atterraggio: qui i terrazzani mostrano ancora i resti dell’arca quivi salvatasi.

Libro I:93 - 6. Di questo diluvio e dell’arca fanno menzione tutti coloro che scrissero storie barbariche; tra questi anche Beroso,⁴ il Caldeo, che trattando del diluvio si esprime così: Si dice che qualche parte della barca sia in Armenia sul monte Carduaio, e che alcuni portano in giro di quel bitume e ne fanno uso come un talismano.

Libro I:94 Di queste cose fa ancora menzione Ieronimo, l’Egizio, scrittore di antichità della Fenicia, Mnasea e molti altri; anche Nicola di Damasco nel libro novantesimo sesto della sua storia ne parla così:

Libro I:95 Nell’Armenia, sopra Miniade, c’è un grande monte chiamato Bari ove si dice che al tempo del diluvio si rifugiarono molti e furono salvati, e che un tale, condotto da un’arca, vi approdò sulla cima, e che per lungo tempo si conservarono i resti di quel legno. Forse costui può essere quello stesso di cui scrisse Mosè, il legislatore dei Giudei.

Dio e l’uomo dopo il diluvio

Libro I:96 - 7. Noè temendo che Dio, avendo condannato l’umanità alla distruzione, potesse annualmente inondare la terra, offrì olocausti e Lo supplicò di mantenere in futuro l’ordine primitivo (della natura) e di non infliggere più una simile calamità da mettere in pericolo tutti gli esseri viventi, ma, avendo ora castigato i malvagi, risparmiasse coloro che in virtù della loro rettitudine erano sopravvissuti ed erano stati giudicati degni di scampare al pericolo;

Libro I:97 sarebbero infatti più infelici degli altri e giudicati meritevoli di peggiori castighi se, dopo essere stati pienamente salvati, venissero riservati per un altro diluvio: dopo avere provato e fatto esperienza del terrore del primo, sarebbero ancora le vittime del secondo.

Libro I:98 Lo supplicava di voler benevolmente gradire il sacrificio e non trattare più la terra con tanta collera, affinché (gli uomini) con la loro assidua devozione, coltivando la terra e fabbricando città, vivessero felicemente e non mancassero di alcuno dei beni che si godevano prima del diluvio e la loro vita si allungasse fino a una tarda vecchiaia.

Libro I:99 - 8. Allorché Noè innalzava queste suppliche, Dio – amando l’uomo per la sua giustizia - accordò fino in fondo il compimento dei suoi desideri, aggiungendo che non era stato Lui a mandare alla perdizione quelli che erano periti, ma essi stessi erano stati portati dai castighi meritati dalla loro malvagità; non li avrebbe messi all’esistenza se avesse avuto l’intenzione di fare scomparire gli uomini.

Libro I:100 Fin da principio, sarebbe stato più saggio, non dare loro la vita in nessun modo, piuttosto che distruggerla una volta data: "ma alla Mia pietà e alla Mia virtù si opposero tanti oltraggi, e questi mi trascinarono a contrapporre loro questo castigo.

Libro I:101 D’ora in poi Mi tratterrò dall’eseguire vendetta con tanta collera per le loro iniquità, tanto più che tu intercedi. Se mai le tempeste sconvolgeranno con furia più del solito, voi non temete la violenza degli uragani: l’orbe terrestre non sarà mai più sommerso dall’acqua.

Libro I:102 Vi avverto però dallo spargere sangue umano, tenetevi puri da omicidi e punite i colpevoli di tali crimini. Valetevi degli altri animali come aggrada al vostro desiderio o al vostro appetito; vi ho fatto padroni di tutti loro, siano essi terrestri, acquatici o abitino, volando, le regioni aeree, ma non del loro sangue: in questo, infatti, c’è l’anima.

Libro I:103 Il Mio arco vi indicherà la mia tregua mostrandovi l’arcobaleno"; riferendosi all’iride, poiché in quei paesi l’iride era considerato l’arco di Dio. Dette queste cose e fatte queste promesse, Dio si ritirò.

Libro I:104 – 9. Dopo il diluvio, Noè visse trecentocinquanta anni: tempo che visse godendo di ogni prosperità, e morì all’età di novecentocinquanta anni.

Libro I:105 Nessuno, paragonando la vita degli antichi alla vita di oggi, e alla brevità degli anni che noi viviamo, ritenga falso quanto si dice di loro; e dal fatto che oggi la vita non duri così tanto tempo, pensi che neppure quelli godevano di tanta longevità.

Libro I:106 Poiché, in primo luogo, essi erano amati da Dio, ed erano creature dello Stesso Dio, anche la loro dieta era più confacente alla vita lunga, ed era naturale che vivessero così a lungo; inoltre è verosimile che grazie alla loro virtù e alle utili scoperte delle quali furono autori nell’astronomia e nella geometria, Dio abbia concesso loro una vita più lunga; d’altronde non avrebbero potuto predire nulla con sicurezza, se non avessero vissuto seicento anni: tanti sono gli anni che si richiedono per il compimento del grande anno.

Libro I:107 Di quanto dico mi sono testimoni tutti coloro che, tra i Greci e tra i Barbari, trattarono di antichità. Manetone, scrittore di cose egizie, e Beroso, collettore di memorie caldaiche, Moco, Estieo, con l’egiziano Ieronimo che trattarono di storie fenicie, concordano con quanto affermo io.

Libro I:108 Esiodo ed Ecateo, Ellanico e Acusilao, con Eforo e Nicola ci fanno sapere che i primi uomini vivevano mille anni. Ma su queste materie ognuno decida secondo il suo gradimento.

Dall’unità alla dispersione

Libro I:109 - IV, I. I figli di Noè erano tre, Sem, Jafeth e Cam, nati cento anni prima del diluvio. Furono i primi a discendere dai monti al piano e stabilirono quivi la loro dimora; gli altri a motivo del diluvio avevano paura, ed erano dispiaciuti nello scendere in pianura, a loro rincresceva discendere dalle abitudini in quel luogo, ma quelli li incoraggiavano a seguire il loro esempio.

Libro I:110 La pianura nella quale inizialmente si insediarono si chiama Senaar. Dio però aveva ordinato che col moltiplicarsi gli uomini occupassero, con colonie, altre regioni affinché tra loro non sorgessero dissidi, ma coltivassero molta terra e godessero dell’abbondanza dei suoi frutti; ma - per ignoranza - non obbedirono a Dio, e colpiti da disavventure si avvidero dei loro peccati.

Libro I:111 Dopo che la popolazione giovane fiorì in grande numero, Dio nuovamente li consigliò di fare delle colonie; ma non credevano che ogni loro bene derivasse dalla benevolenza di Lui: pensavano che la loro felicità derivasse dalla loro propria forza. E non obbedirono;

Libro I:112 anzi, alla violazione della volontà di Dio, aggiunsero il sospetto che fosse per invidia che Dio li incitava a fare delle colonie, affinché, divisi, fosse più agevole assoggettarli.

Libro I:113 - 2. Quello che li indusse a oltraggiare Dio e non curarsene, fu Nebrode, nipote di Cam, figlio di Noè, uomo audace e forte di mano. Egli li persuase a non concedere a Dio di essere autore della loro fortuna, ma crederla derivata dalla propria forza,

Libro I:114 e a poco a poco volse le cose in tirannide, convinto che solo in questo modo avrebbe distolto gli uomini dal timore di Dio, rendendoli fiduciosi nella propria forza, minacciando di volersi vendicare di Dio: qualora volesse allagare di nuovo la terra, egli avrebbe eretto una torre più alta di quanto potessero salire le acque, e vendicherebbe anche la strage fatta dei loro antenati.

Libro I:115 - 3. Una moltitudine era pronta a seguire le proposte di Nebrode, giudicando servile la sottomissione a Dio. E cominciarono a fabbricare la torre con molta diligenza e non risparmiandosi alcuna fatica. E la torre saliva in altezza, più velocemente di quanto si prevedeva, per il grande numero delle mani,

Libro I:116 ed era tanto il suo spessore che, a colui che la guardava, la sua altezza appariva minore del suo spessore. Era formata di mattoni cotti uniti con il bitume affinché l’acqua non si insinuasse tra i mattoni. Vedendoli così stranamente impazziti, Dio pensò bene di non doverli distruggere, visto che dall’eccidio dei primi non avevano ancora imparato a fare senno.

Libro I:117 Gettò in loro la discordia delle lingue, facendoli parlare lingue diverse, e tale varietà li rese l’un l’altro inintelligibili. Il luogo ove fabbricarono la torre, adesso si chiama Babilonia per la confusione sorta nella parlata primitiva allora comprensibile a tutti; gli Ebrei infatti chiamano babel la confusione.

Libro I:118 Di questa torre e della confusione delle lingue degli uomini fa menzione anche la Sibilla in questi termini. Mentre tutti gli uomini erano di una sola lingua, alcuni edificarono una torre altissima, quasi pensando che con essa potessero salire in cielo, ma gli dèi scatenarono i venti contro di essa e spianarono la torre e diedero a ognuno una propria lingua, e avvenne che quella città fu chiamata Babilonia.

Libro I:119 Della pianura detta Senaar nella regione di Babilonia, fa menzione Estieo in questi termini: Quelli tra i sacerdoti che si salvarono, presero gli arredi sacri di Zeus Enialio e andarono a Senaar, in Babilonia.

Libro I:120 - V, I. Da allora perciò si dispersero, per la diversità della lingua, e fondarono colonie ovunque. Ognuno faceva sua la regione che gli si presentava davanti, alla quale Dio l’indirizzava. Da loro fu popolato ogni continente, sia le parti terrestri sia le parti marittime, mentre alcuni con barche solcarono i mari e si stabilirono nelle isole.

Libro I:121 Alcune di queste genti conservarono i nomi dati dai fondatore, altri li cambiarono, altri ancora li modificarono per renderli più comprensibili ai loro confinanti. I primi responsabili del cambiamento dei nomi furono i Greci; quando, infatti, giunsero ad avere potenza, si appropriarono anche delle glorie del passato e abbellirono le nazioni con nomi a loro comprensibili e imposero a

esse forme di governo, come se fossero derivate da essi.

Da Noè le nuove stirpi

Libro I:122 - VI, I. Noè ebbe dei figli che furono onorati con i nomi delle nazioni delle quali essi furono i primi occupanti nelle varie terre Jafeth, figlio di Noè, ebbe sette figli. Costoro iniziarono ad abitare le montagne del Tauro e dell’Amano, avanzarono nell’Asia verso il fiume Tanai, e in Europa fino a Gadeira occupando il territorio sul quale andavano; e siccome nessuno li aveva preceduti diedero alle regioni i loro propri nomi.

Libro I:123 Quelli che oggi dai Greci sono chiamati Galati, un tempo erano detti Gomariti essendo stati fondati da Gomar. Magog fondò i Magogiani e li chiamò col suo nome, sono costoro che i Greci chiamarono Sciiti.

Libro I:124 Dai due figli di Jafeth, Javan e Mado, ebbero inizio, da Mado, la stirpe dei Madei, che dai Greci sono detti Medi, e dall’altro, Javan, ebbero origine Jonia e tutti i Greci. Teobel fondò i Teobeliani che oggi si chiamano Iberi.

Libro I:125 I Mescheniani fondati da Mesco, oggi si chiamano Cappadoci; ma resta ancora una chiara traccia della loro antica designazione: hanno, infatti, ancora una città di nome Mazaca che, secondo gli esperti, era il nome di tutta la loro stirpe. Teire chiamò i suoi sudditi Teiriani, che i Greci in seguito mutarono in Traci.

Libro I:126 Tante furono le nazioni fondate dai figli di Jafeth. Gomar ebbe tre figli: Aschanax, uno di essi, fondò gli Aschanaxiani, che ora i Greci chiamano Regini; l’altro, Rifate, diede origine ai Rifatei, che sono gli attuali Paflagoni; e Tugrame, il terzo, diede origine ai Tugramei, che i Greci pensarono bene di chiamare Frigi.

Libro I:127 Anche da Javan, figlio di Jafeth sono nati tre figli: Alisa diede il proprio nome ai suoi sudditi, gli Elisei che ora sono gli Aeoli; Tharso, il secondo, diede nome ai Tharsi, regione che una volta si chiamava Cilicia, e se ne ha una traccia nel fatto che la sua città principale e capitale è detta Tarso - la Th fu mutata in T.

Libro I:128 Chetim occupò l’isola di Chetima, l’attuale Cipro: di qui il motivo per cui gli Ebrei chiamarono Chetim quasi tutte le isole e la maggioranza delle località marittime. Di quanto dico mi è testimone una delle città di Cipro che serbò fedelmente la denominazione, poiché anche nella forma ellenizzata, Cition, non è molto lontana da Cetimo. Questi furono i paesi posseduti dai figli e dai nipoti di Jafeth.

Libro I:129 Premetto ora una osservazione che, forse, è ignorata dai Greci; poi ritornerò a quanto ho tralasciato. Il fatto cioè che per eufonia e per fare cosa gradita ai miei lettori, questi nomi sono stati ellenizzati. La forma nella quale qui appaiono non è quella in uso nella nostra regione; presso di noi, infatti, la loro struttura e tipologia resta sempre uguale: così Nochos in ebraico è Noè, e mantiene questa forma in tutti i casi.

Libro I:130 - 2. I figli di Cam occuparono la terra che inizia dalla Siria, dai monti Amano e dal Libano e tutto il distretto che continua in direzione del mare, e si appropriarono di quanto vi è fino all’Oceano. Ma i nomi in parte sono fuori uso o mancano completamente, in parte furono stravolti e strutturati in tutt’altro modo, e mal si conoscono; pochi sono quelli che si sono conservati incorrotti.

Libro I:131 Così dei quattro figli di Cam solo uno, Cuseo, non patì nulla dal tempo: infatti gli Etiopi, suoi sudditi, a tutt’oggi si chiamano Cusei, e così tutti quelli dell’Asia.

Libro I:132 Si tenne ancora salda la memoria dei Mersai, poiché il loro nome è tuttora vivo, e tutti noi in queste parti chiamiamo l’Egitto Merse e gli Egiziani Mersaeni. Put colonizzò la Libia e, dal suo nome, chiamò gli indigeni Putiani.

Libro I:133 Nella Mauritania c’è ancora un fiume che porta questo nome; onde - ed è agevole vederlo - la maggior parte degli storici greci menzionano il fiume e la regione adiacente col nome Fute. Ma questa regione ha cambiato il suo nome in quello che porta adesso, preso da uno dei figli di Merseo, detto Libi. Poco più avanti diremo perché fu anche chiamata Africa.

Libro I:134 Cananeo, quarto figlio di Cam si stabilì nella regione che ora è detta Giudea, e dal proprio nome la chiamò Cananea. I figli avuti da Cam sono, nell’ordine: Saba, dal quale vengono i Sabei; Evila, dal quale vengono gli Evilei, che ora sono detti Getuliani; Sabat, dal quale vengono i Sabateniani, che dai Greci sono detti Astabariani; Sabacta, dal quale vengono i Sabacteniani;

Libro I:135 Ram, dal quale vengono i Rameani; l’ultimo menzionato ebbe due figli: Judada, fondatore dei Judadei - popolo a occidente dell’Etiopia al quale lasciò il proprio nome - e Sabeo il quale aveva la stessa relazione con i Sabei; anche Nebrode, figlio di Cus si fermò in Babilonia e ne mantenne il dominio, come fu detto da me in precedenza.

Libro I:136 Gli otto figli di Merseo occuparono tutta la regione che va da Gaza all’Egitto; ma Filistino è il solo che mantenne il nome del fondatore, perché i Greci chiamarono Palestina la parte toccata a lui.

Libro I:137 Degli altri, cioè Lumeo, Anania, Labimo il solo che si installò nella Libia e chiamò dal suo nome quella regione, Nedemo, Petrosimo, Chesloimo e Ceftomo sappiamo soltanto i nomi e null’altro, poiché la guerra etiopica, della quale parleremo appresso, distrusse dalle fondamenta le loro città.

Libro I:138 Anche da Cananeo nacquero dei figli ai quali Sidonio innalzò una città che porta il suo nome, detta poi Sidone dai Greci; Amath fondò Amatho, che tuttora sopravvive, ed è detta Amathe dagli indigeni, sebbene i Macedoni l’abbiano soprannominata Epifania, da uno dei successori di Alessandro. Arudeo occupò l’isola di Arado; Aruceo, Arce nel Libano.

Libro I:139 Degli altri sette, Evaio, Chetteo, Jebuseo, Amorreo, Gergeseo, Seineo, Samareo non abbiamo nulla nelle Sacre Scritture all’infuori dei nomi, poiché gli Ebrei distrussero le loro città, e per tale motivo furono poi travolti da disavventure.

Noè e i tre figli

Libro I:140 - 3. Allorché la terra ritornò al suo stato naturale, Noè iniziò a coltivarla e su di essa piantò delle vigne. Quando, al suo tempo, il frutto maturò, egli la vendemmiò, e quando il vino fu pronto, offrì un sacrificio e diede un banchetto per la festa;

Libro I:141 ma ubriacatosi fu colto dal sonno e giaceva nudo scompostamente. Il più giovane dei suoi figli lo guardò e, ridendo, lo mostrò ai fratelli: essi però coprirono il loro padre.

Libro I:142 Noè, quando seppe quanto era avvenuto augurò agli altri figli ogni felicità, ma non a Cam: a motivo della consanguineità che a lui lo legava, non maledisse lui, ma i suoi discendenti. Gli altri discendenti scamparono dalla maledizione, mentre la divina vendetta colpì i figli di Canaan. Di questo problema parlerò appresso.

Libro I:143 - 4. A Sem, terzo figlio di Noè, nacquero cinque figli che abitarono tutta l’Asia fino all’Oceano Indiano, iniziando dall’Eufrate. Elam ebbe come discendenti gli Elamiti dai quali trassero origine i Persiani; Assira fondò la città di Nino (è la città di Ninive) e diede il proprio nome ai suoi sudditi, gli Assiri, che sorsero a grande prosperità;

Libro I:144 Arfacsad chiamò i suoi sudditi Arfacsadei, quelli che ora sono detti Caldei; Aram governò gli Aramei, che i Greci chiamano Siri; quelli che ora essi chiamano Lidi, un tempo erano Ludi, fondati da Lud.

Libro I:145 Dei quattro figli di Aram: Us fondò la Traconitide e Damasco, che si trova tra la Palestina e la Cele-Siria; Uru fondò l’Armenia; Geter i Bactriani; Mes i Mesenei nella regione detta Spasini Charax.

Libro I:146 Arfacsad fu il padre di Sale e questo di Eber, dal quale vennero i Giudei, in origine detti Ebrei. Eber generò Jucta e Faleg: costui chiamato così perché nato nella divisione dei territori, Faleg.

Libro I:147 è il termine ebraico per divisione. Jucta, figlio di Eber, ebbe i figli: Elmodad, Salef, Azermoth, Ira, Edoram, Uzal, Dacle, Ebal, Abimael, Safa, Ofir, Evil, Iobel. Questi abitano dal fiume dell’India Cofeno alle località adiacenti alla Seria (Cina). Questo è quanto ho da dire sui figli di Sem.

Emigrazione di Abramo

Libro I:148 5. Ed ora parlerò degli Ebrei. Da Faleg, figlio di Eber, nacque un figlio, Reu; da Reu nacque Serug, da Serug Nachor, da Nachor Terah; e questo fu il padre di Abramo che fu il decimo discendente da Noè, nacque appunto novecentonovanta anni dopo il diluvio.

Libro I:149 Terah aveva settanta anni quando generò Abramo, Nachor ne aveva centoventi quando generò Terah, e Serug centotrentadue circa quando nacque Nachor; Rumo aveva centotrenta anni quando generò Serug, e alla stessa età Paleg ebbe Rumo;

Libro I:150 Eber poi generò Paleg all’età di anni centotrentaquattro, nato egli da Sela quando aveva centotrenta anni; e questi nacque da Arfacsad all’età di centotrentacinque anni; Arfacsad era figlio di Sem, natogli dodici anni dopo il diluvio.

Libro I:151 Abramo ebbe i fratelli Nachor e Aran; Aran lasciò dopo di sé il figlio Lot e le figlie Sarra e Melca, e morì tra i Caldei nella città detta Ur dei Caldei, e tuttora è indicato il suo sepolcro; Nachor sposò sua nipote Melca, e Abramo sua nipote Sarra.

Libro I:152 A Terah venne in odio la Caldea a motivo della perdita del rimpianto Aran, e tutti emigrarono a Charran in Mesopotamia, ove morì e fu sepolto anche Terah dopo una vita di duecentocinquanta anni. La durata della vita umana si era già accorciata e continuò ad accorciarsi fino alla nascita di Mosè; dopo di lui, il termine della vita fu stabilito da Dio a centoventi anni, la durata della vita di Mosè.

Libro I:153 Nachor ebbe da Melca otto figli: Ucso, Baucso, Matuel, Cazam, Azau, Iadelfa, ladaf, Batuele, questi furono i figli legittimi di Nachor; gli altri figli di Nachor, Tabai, Gadam, Teau e Maca li aveva avuti dalla concubina Ruma; a Batuele, uno dei figli legittimi, nacque una figlia, Rebecca, e un figlio Labano.

Libro I:154 - VII, I. In mancanza di prole legittima, Abramo adottò Lot figlio di Aran e fratello di sua moglie Sarra; abbandonò la Caldea⁵ all’età di settantacinque anni, avendogli Dio ordinato di portarsi nella Cananea nella quale si stabilì, e lasciò ai suoi posteri. Essendo uomo di pronta intelligenza in ogni cosa, persuasivo con chi lo ascoltava, e non fallace nelle argomentazioni,

Libro I:155 più degli altri uomini incominciò a sentire il valore della virtù e si decise a riformare e cambiare le idee correnti sulla Divinità. Fu il primo ad avere il coraggio di affermare che Dio, creatore dell’universo, è uno solo, e che se vi è qualcosa che contribuisce a una vita felice, tutto avviene per Suo ordine, non per la nostra abilità.

Libro I:156 Queste cose egli le argomentava dai cambiamenti ai quali sono soggetti la terra e il mare, dai fenomeni che osservava sul sole e sulla luna, e da tutti gli altri fenomeni celesti; argomentava che se tutto fosse disposto da una forza presente in essi, forza che provvede alla loro regolarità, (essa dovrebbe apparire), ma siccome dimostrano di essere privi di tale forza, e quando operano per il nostro bene, non lo fanno per virtù propria, ma per la forza di chi a loro presiede, è dunque a Lui che si deve rendere omaggio e riconoscenza.

Libro I:157 Per questo sorsero contro di lui i Caldei e altri popoli della Mesopotamia, ed egli pensò che fosse giusto emigrare secondo il volere e l’aiuto di Dio, e si stabilì nella terra di Canaan. Qui giunto, innalzò un altare e offrì sacrifici a Dio.

Libro I:158 - 2 Beroso fa menzione del nostro padre Abramo, senza nominarlo, in questi termini: Nella decima generazione dopo il diluvio vi fu, tra i Caldei, un uomo giusto e grande, espertissimo nelle cose celesti.

Libro I:159 Ecateo non si accontentò di menzionarlo, ma fece qualcosa di più: lasciò, infatti, un libro scritto su di lui; e Nicola di Damasco nel libro quarto delle sue Storie, dice così: "Abramo regnò (in Damasco); era un invasore giunto con un esercito dalla terra aldilà di Babilonia, detta terra dei Caldei.

Libro I:160 Dopo non molto tempo, emigrò col suo popolo anche da questa regione per la terra allora di Canaan e ora di Giuda, insieme alla numerosa sua discendenza; della cui storia tratterò in un altro libro. Il nome di Abramo ancora oggi è in onore nella regione di Damasco e si addita un borgo che si chiama Dimora di Abramo.

Abramo in Egitto

Libro I:161 VIII, I. In tempi successivi venne una carestia nella terra di Canaan. Saputo che gli Egiziani vivevano bene, Abramo decise di recarsi da loro per partecipare della loro abbondanza e per sentire dai sacerdoti quanto dicevano sugli dèi: per seguirli se insegnavano cose migliori, o per portarli a giudizi migliori con la sua prudenza.

Libro I:162 Conduceva con sé anche la moglie Sarra e temeva che a motivo del pazzo trasporto che gli Egiziani avevano verso le donne, il re lo facesse uccidere a motivo della sua bellezza. Inventò uno stratagemma: finse di essere il fratello di lei, e la preparò a fare questa parte dicendo che era nel loro interesse.

Libro I:163 Giunti in Egitto, accadde ad Abramo ciò che aveva immaginato: in una maniera fantastica si divulgò la notizia dell’avvenenza di sua moglie, e il Faraone, il re degli Egiziani, non soddisfatto di quanto si diceva di lei, si affrettò a vederla tanto da pensare di allungare le mani su di lei.

Libro I:164 Ma all’ingiusta brama, Dio contrappose la peste e pubbliche perturbazioni; e quando (il re) offrì sacrifici per scoprirne i rimedi, i sacerdoti risposero che la calamità aveva origine dalla collera di Dio, per il fatto che egli aveva intenzione di fare oltraggio alla moglie del forestiero.

Libro I:165 Egli allora, intimorito, domandò a Sarra chi ella fosse e chi fosse l’uomo che aveva condotto con sé; e sentita la verità, prese a scusarsi con Abramo, asserendo che la credeva sua sorella, non sua moglie, e che perciò aveva sentito grande attrazione per lei; ed era suo desiderio un contratto matrimoniale, non un oltraggio passionale. Gli diede poi molte ricchezze, gli accordò di ascoltare i più sapienti degli Egiziani; fu così che apparve più chiaramente la sua virtù, e la sua fama si manifestò in modo ancora più eminente.

Libro I:166 2. Vedendo che gli Egiziani erano abituati a una varietà di usi e che uno screditava le pratiche degli altri e di conseguenza tra loro vi era inimicizia, Abramo ascoltava i seguaci di ogni corrente, sentiva le argomentazioni che adducevano in favore di ogni corrente, ne dimostrava le insussistenze e la lontananza dal vero.

Libro I:167 Negli incontri con loro si attirava l’ammirazione di uomo sapientissimo, dotato non solo di ingegno acuto, ma anche di forza di persuasione atta a convincere gli ascoltatori; egli li introdusse nell’aritmetica e trasmise loro le leggi dell’astronomia.

Libro I:168 Prima dell’arrivo di Abramo, gli Egiziani erano ignoranti in queste scienze: è infatti dai Caldei che esse passarono in Egitto, e di qui giunsero ai Greci.

Libro I:169 - 3. Ritornato in Canaan divise la terra con Lot, a causa di una lite sorta tra pastori a proposito dei pascoli.

Libro I:170 Egli lasciò a Lot la scelta e le condizioni; prese poi luoghi montagnosi lasciati da lui, e andò ad abitare nella città di Nabro, sette anni più antica della città di Tanis⁶ in Egitto. Lot occupò il distretto in direzione della pianura sita verso il fiume Giordano, non lungi dalla città di Sodoma, che allora era prosperosa, mentre ora, per volere di Dio, è cancellata. In seguito, a suo luogo, ne indicherò la causa.

Abramo contro i quattro re per la difesa di Lot

Libro I:171 - LX, I. In quel tempo gli Assiri erano padroni dell’Asia, e i Sodomiti si trovavano in una situazione molto fiorente, accrescevano le loro ricchezze e avevano una numerosa gioventù. La regione era governata da cinque re: Bala, Balaia, Sinabane, Simmoboro, e il re dei Baleni: ognuno regnava nel suo territorio.

Libro I:172 Gli Assiri marciarono contro questi re. Divisero l’esercito in quattro parti e li strinsero d’assedio: ogni parte era comandata da un generale. Vennero a battaglia e vinsero gli Assiri, e imposero un tributo ai re dei Sodomiti.

Libro I:173 Costoro resistettero per dodici anni servendo e pagando il tributo imposto. Nel tredicesimo anno si ribellarono, e contro di essi marciò l’esercito degli Assiri sotto il comando di Amarapside, Arioc, Codolamor e Tadal.

Libro I:174 Costoro devastarono tutta la Siria, annientarono i discendenti dei giganti e, giunti nella regione di Sodoma, si attendarono presso la valle detta pozzi di bitume, poiché in quel tempo c’erano nel luogo dei pozzi, ora invece, distrutta Sodoma, quella valle è diventata un lago detto Asfaltite.

Libro I:175 Tra poco ritornerò su questo lago. I Sodomiti si confrontarono con gli Assiri in un ostinato combattimento, nel quale in gran parte morirono e i sopravvissuti furono fatti prigionieri: tra costoro c’era anche Lot che era giunto come alleato dei Sodomiti.

Libro I:176 - X, I. Non appena ebbe notizia del disastro, Abramo fu colpito da timore per il congiunto e da compassione per i Sodomiti suoi amici e vicini.

Libro I:177 Decise allora di andare in loro aiuto. Non indugiò, ma si fece premura e nella quinta notte raggiunse gli Assiri nei pressi di Dan, tale è il nome di una delle sorgenti del Giordano, e li sorprese prima che si armassero: alcuni, ignari di quanto accadeva, li uccise nei giacigli, altri quando ancora non avevano preso sonno e si trovavano nell’impossibilità di combattere per l’abbondanza del vino bevuto, altri si diedero alla fuga.

Libro I:178 Abramo inseguì costoro fino a Oba, nella regione di Damasco, dimostrando che la vittoria non dipende dalla moltitudine né dal numero delle mani, ma dalla generosità e dalla volontà dei combattenti che sorpassa ogni numero. Fu così che rimase vincitore di quell’esercito, soltanto con trecentodiciotto suoi servi e tre amici. I fuggitivi si ritirarono ingloriosamente nelle loro terre.

Libro I:179 - 2. Messi in salvo i prigionieri Sodomiti, disgraziatamente catturati dagli Assiri, e anche il suo congiunto Lot, Abramo se ne tornò pacificamente indietro. Gli andò incontro il re dei Sodomiti in una località detta valle del re; Libro I:180 quivi l’accolse pure il re di Solyma, Melchisedec, nome che significa re giusto, e tale era per comune opinione, tanto che appunto per questo era stato fatto sacerdote di Dio. In seguito Solyma fu detta Ierosolima.

Libro I:181 Questo Melchisedec diede ospitalità all’esercito di Abramo e provvide generosamente ogni cosa di cui abbisognava; e nel corso della festa lodò Abramo e benedisse Dio che gli aveva dato in mano i suoi nemici. Abramo gli diede la decima del bottino, ed egli accettò l’offerta.

Libro I:182 Il re dei Sodomiti pregò Abramo di tenersi il bottino e dargli soltanto i suoi sudditi presi dalle mani degli Assiri; ma Abramo non permise che ciò avvenisse: di quel bottino non volle trarre altro vantaggio all’infuori del vitto sufficiente per i suoi; qualche porzione l’offrì ai suoi compagni d’armi che erano andati con lui a combattere; il primo di costoro si chiamava Escon, gli altri Enner e Mambre.

Libro I:183 - 3. Dio lodò la sua virtù: Non mancherai, gli disse, dei premi che ti sono dovuti per le tue buone gesta. E Abramo rispose: In grazia di chi saranno questi premi, visto che non ho un successore?. Era, infatti, ancora senza prole. Allora Dio gli promise la nascita di un figlio e una discendenza così numerosa da uguagliare le stelle del cielo.

Libro I:184 Udite queste parole, Abramo offrì un sacrificio a Dio, conforme al Suo comando. Ecco il rito di questo sacrificio. Prese una vacca di tre anni, una capra di tre anni, un montone della stessa età, una tortora e una colomba: Dio gli ordinò di tagliarli a metà, salvo gli uccelli.

Libro I:185 Prima di erigere l’altare, mentre gli uccelli da preda svolazzavano tutt’intorno attratti dal sangue, si udì una voce divina che annunziava come per quattrocento anni i suoi discendenti avrebbero trovato in Egitto dei cattivi vicini; ma dopo la tristezza dell’oppressione avrebbero superato i nemici, vinto in battaglia i Cananei e occupata la loro terra e le sue città.

Libro I:186 - 4. Abramo abitava presso la quercia detta Ogige, che è un luogo della Cananea, non lungi dalla città di Ebranite, allorché affliggeva la moglie per la sua sterilità e supplicava Dio di volergli concedere un figlio maschio. Abramo e i figli Ismaele e Isacco

Libro I:187 E Dio lo esortava a sperare per tutti gli altri benefici: come era stato tratto dalla Mesopotamia, così avrebbe avuto anche figli. Per ordine di Dio, Sarra gli diede Agar, una sua ancella di origine egiziana, affinché da lei avesse figli.

Libro I:188 L’ancella rimase incinta e si vantava nei confronti di Sarra maltrattandola e signoreggiandola, quasi che il predominio spettasse a colui che avrebbe generato. Così Abramo la lasciò a Sarra per castigarla; e lei, incapace a sopportare umiliazioni, si decise a fuggire, e implorava Dio ad avere pietà di lei.

Libro I:189 Inoltrata ormai nel deserto, le si fece incontro un angelo di Dio e le ordinò di ritornare dai suoi padroni ove avrebbe avuto una sorte migliore, purché si controllasse; lo stato presente era, infatti, dovuto alla sua arroganza e presunzione verso la padrona;

Libro I:190 qualora disobbedisse a Dio e seguitasse su quella strada, sarebbe andata in rovina, se invece fosse tornata a casa, sarebbe stata madre di un fanciullo che, in seguito, avrebbe regnato su quella terra. Obbediente a queste parole, tornò indietro dai suoi padroni, e fu perdonata. Non molto tempo dopo diede alla luce Ismaele, nome che si può tradurre con esaudito da Dio perché Dio esaudì la supplica di lei.

Libro I:191 - 5. Abramo era già nell’anno ottantesimosesto della sua vita quando nacque questo suo figlio. All’inizio dell’anno novantesimonono, Dio gli apparve e gli annunziò che avrebbe avuto un figlio da Sarra, e gli ordinò di chiamarlo Isacco; gli rivelò che molte grandi nazioni sarebbero venute da lui e che, combattendo, avrebbero conquistato tutta la Cananea da Sidone fino all’Egitto.

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