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La danza della collana. Romanzo
La danza della collana. Romanzo
La danza della collana. Romanzo
E-book162 pagine2 ore

La danza della collana. Romanzo

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Info su questo ebook

Il romanzo ruota tutto intorno alla collana di perle che il giovane conte Giovanni Delys intende ritrovare per migliorare la propria vita.

Giovanni, dopo la morte della madre, va a casa di Maria Bardi per recuperare la collana che la donna aveva in custodia. In casa della Bardi il conte incontra Maria, nipote della omonima padrona di casa, e tra i due nasce un affetto.

La Deledda in una lettera del 1923 scrive all'amico Marino Moretti: «Ho finito un racconto che, secondo le mie intenzioni, si svolge in una grande città e dimostra il vano affanno delle nostre più forti passioni, l'amore, l'ambizione, l'istinto di apparire più di quel che siamo.»
LinguaItaliano
Data di uscita28 ott 2019
ISBN9788831645867
La danza della collana. Romanzo
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Autore

Grazia Deledda

Grazia Deledda was born into a middle-class family in Nuoro, Sardinia in 1871. Her family disapproved of her desire to be a writer but that didn't stop her submitting stories and poetry to Italian magazines and publishing her first novel in her early twenties. She went on to write well over fifty books and was awarded the Nobel Prize in Literature in 1926. She died in Rome in 1936 at the age of 64. Her birthplace in Sardinia is now a museum in her honour.

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    La danza della collana. Romanzo - Grazia Deledda

    INDICE

    LA DANZA DELLA COLLANA

    Grazia Deledda

    Biografia

    Giovinezza

    Attività letteraria giovanile

    Maturità

    Il premio Nobel

    La morte

    Critica

    Verismo

    Differenze rispetto al Verismo

    Decadentismo

    Deledda e i narratori russi

    Altre voci di critici

    Testimonianze di scrittori stranieri

    Poetica

    I suoi temi principali

    Il fato

    Il peccato e la colpa

    Il bene e il male

    Sentimento religioso

    Personaggi

    Una Sardegna mitica

    Lingua e stile

    Riconoscimenti

    Le autrici della letteratura italiana

    Opere

    Riduzioni cinematografiche e televisive

    Bibliografia

    LA DANZA DELLA COLLANA

    Note

    LA DANZA DELLA COLLANA

    Grazia Deledda

    (1924)

    Il presente ebook è composto di testi di pubblico dominio.

    L’ebook in sé, però, in quanto oggetto digitale specifico,

    dotato di una propria impaginazione, formattazione, copertina

    ed eventuali contenuti aggiuntivi peculiari (come note e testi introduttivi), 

    è soggetto a copyright. 

    Edizione di riferimento: 

    Romanzi e novelle. Vol. 2 / di Grazia Deledda. - Verona: A. Mondadori, 1945. – 8. p. 1106. - (Omnibus) 

    Immagine di copertina:

    https://pixabay.com/it/photos/catena-perline-gioielli-collana-784422/

    Elaborazione grafica: GDM. 

    Grazia Deledda

    Grazia Maria Cosima Damiana Deledda (Nuoro, 27 settembre 1871 – Roma, 15 agosto 1936) è stata una scrittrice italiana, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1926. 

    Biografia

    Giovinezza

    Grazia Deledda nacque a Nuoro il 27 settembre 1871, quinta di sette tra figli e figlie,[2] in una famiglia benestante.[3]

    Il padre, Giovanni Antonio Deledda, aveva studiato legge, ma non esercitava la professione. Era un imprenditore e agiato possidente, si occupava di commercio e agricoltura; si interessava di poesia e lui stesso componeva versi in sardo, aveva fondato una tipografia e stampava una rivista. Fu sindaco di Nuoro nel 1892. La madre era Francesca Cambosu.[4] Dopo aver frequentato le scuole elementari fino alla classe quarta, Grazia Deledda venne seguita privatamente da un professore ospite di una parente della famiglia Deledda che le impartì lezioni di base di italiano, latino e francese (i costumi del tempo non consentivano alle ragazze un’istruzione oltre quella primaria e, in generale, degli studi regolari). Proseguì la sua formazione totalmente da autodidatta.[3] Importante per la formazione letteraria di Grazia Deledda, nei primi anni della sua carriera da scrittrice, fu l’amicizia con lo scrittore, archivista e storico dilettante sassarese Enrico Costa  che per primo ne comprese il talento. La famiglia venne colpita da una serie di disgrazie: il fratello maggiore, Santus, abbandonò gli studi, divenne alcolizzato e affetto da delirium tremens, il più giovane, Andrea, fu arrestato per piccoli furti. Il padre morì per una crisi cardiaca il 5 novembre 1892 e la famiglia dovette affrontare difficoltà economiche. Quattro anni più tardi morì anche la sorella Vincenza.[4]

    Attività letteraria giovanile

    Nel 1888 inviò a Roma alcuni racconti, Sangue sardo e Remigia Helder, che furono pubblicati dall’editore Edoardo Perino sulla rivista L’ultima moda, diretta da Epaminonda Provaglio. Sulla stessa rivista venne pubblicato a puntate il romanzo Memorie di Fernanda.

    Nel 1890 uscì a puntate sul quotidiano di Cagliari L’avvenire della Sardegna, con lo pseudonimo Ilia de Saint Ismail, il romanzo Stella d’Oriente, e a Milano, presso l’editore Trevisini, Nell’azzurro, un libro di novelle per l’infanzia.

    Deledda incontrò l’approvazione di letterati come Angelo de Gubernatis e Ruggero Bonghi, che nel 1895 accompagnò con una sua prefazione l’uscita del romanzo Anime oneste.[5]

    Collabora con riviste sarde e continentali: La Sardegna, Piccola rivista e Nuova Antologia.

    Fra il 1891 e il 1896 sulla Rivista delle tradizioni popolari italiane, diretta da Angelo de Gubernatis venne pubblicato a puntate il saggio Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna, introdotto da una citazione di Tolstoi, prima espressione documentata dell’interesse della scrittrice per la letteratura russa. Seguirono romanzi e racconti di argomento isolano. Nel 1896 il romanzo La via del male fu recensito in modo favorevole da Luigi Capuana.[5]

    Nel 1897 uscì una raccolta di poesie, Paesaggi sardi edito da Speirani.

    Maturità

    Nell’ottobre del 1899 la scrittrice si trasferì a Roma. Nel 1900, sposò Palmiro Madesani, funzionario del Ministero delle Finanze, conosciuto a Cagliari. A Roma condusse una vita appartata. Ebbe due figli, Franz e Sardus.[3]

    Nel 1903 la pubblicazione di Elias Portolu la confermò come scrittrice e l’avviò ad una fortunata serie di romanzi ed opere teatrali: Cenere (1904), L’edera (1908), Sino al confine (1910), Colombi e sparvieri (1912), Canne al vento (1913), L’incendio nell’oliveto (1918), Il Dio dei venti (1922). Da Cenere fu tratto un film interpretato da Eleonora Duse.

    La sua opera fu apprezzata da Giovanni Verga oltre che da scrittori più giovani come Enrico Thovez, Emilio Cecchi, Pietro Pancrazi, Antonio Baldini.[6] Fu riconosciuta e stimata anche all’estero: D.H. Lawrence scrive la prefazione della traduzione in inglese de La madre. Grazia Deledda fu anche traduttrice, è sua infatti una versione di Eugénie Grandet di Honoré de Balzac.

    Il premio Nobel

    Nel 1926 le venne conferito il premio Nobel per la letteratura.

    La morte

    Un tumore al seno di cui soffriva da tempo la portò alla morte il 15 agosto 1936.[7]

    Le spoglie di Deledda sono custodite in un sarcofago di granito nero levigato nella chiesetta della Madonna della Solitudine, ai piedi del monte Ortobene di Nuoro.

    Lasciò incompiuta la sua ultima opera Cosima, quasi Grazia, autobiografica, che apparirà in settembre di quello stesso anno sulla rivista Nuova Antologia, a cura di Antonio Baldini e poi verrà edita col titolo Cosima.

    La sua casa natale, nel centro storico di Nuoro (Santu Predu), è adibita a museo.[8]

     Critica

    La critica in generale tende a incasellare la sua opera di volta in volta in questo o in quell’-ismo: regionalismo, verismo, decadentismo, oltre che nella letteratura della Sardegna. Altri critici invece preferiscono riconoscerle l’originalità della sua poetica.

    Il primo a dedicare a Grazia Deledda una monografia critica a metà degli anni trenta fu Francesco bruno.[9]   Negli anni quaranta-cinquanta, sessanta, nelle storie e nelle antologie scolastiche della letteratura italiana, la presenza di Deledda ha rilievo critico e numerose pagine antologizzate, specialmente dalle novelle.

    Tuttavia parecchi critici italiani avanzavano riserve sul valore delle sue opere. I primi a non comprendere Deledda furono i suoi stessi conterranei. Gli intellettuali sardi del suo tempo si sentirono traditi e non accettarono la sua operazione letteraria, ad eccezione di alcuni: Costa, Ruju, Biasi. Le sue opere le procurarono le antipatie degli abitanti di Nuoro, in cui le storie erano ambientate. I suoi concittadini erano infatti dell’opinione che descrivesse la Sardegna come terra rude, rustica e quindi arretrata.[10]

    Verismo

    Ai primi lettori dei romanzi di Deledda era naturale inquadrarla nell’ambito della scuola verista.

    Luigi Capuana la esortava a proseguire nell’esplorazione del mondo sardo, una miniera dove aveva …già trovato un elemento di forte originalità.[11]

    Anche Borgese definisce Deledda degna scolara di Giovanni Verga.[12] Lei stessa scrive nel 1891 al direttore della rivista romana La Nuova Antologia, Maggiorino Ferraris: L’indole di questo mio libro mi pare sia tanto drammatica quanto sentimentale e anche un pochino veristica se ‘verismo’ può dirsi il ritrarre la vita e gli uomini come sono, o meglio come li conosco io.

    Differenze rispetto al Verismo

    Ruggero Bonghi, manzoniano, per primo si sforza di sottrarre la scrittrice sarda al clima delle poetiche naturalistiche.[13]

    Emilio Cecchi nel 1941 scrive:Ciò che la Deledda poté trarre dalla vita della provincia sarda, non s’improntò in lei di naturalismo e di verismo…Sia i motivi e gli intrecci, sia il materiale linguistico, in lei presero subito di lirico e di fiabesco…[14]

    Natalino Sapegno definisce i motivi che distolgono Deledda dai canoni del Verismo: Ma da un’adesione profonda ai canoni del verismo troppe cose la distolgono, a cominciare dalla natura intimamente lirica e autobiografica dell’ispirazione, per cui le rappresentazioni ambientali diventano trasfigurazioni di un’assorta memoria e le vicende e i personaggi proiezioni di una vita sognata. A dare alle cose e alle persone un risalto fermo e lucido, una illusione perentoria di oggettività, le manca proprio quell’atteggiamento di stacco iniziale che è nel Verga; ma anche nel Capuana e nel De Roberto, nel Pratesi e nello Zena.[15]

    Decadentismo

    Vittorio Spinazzola scrive: Tutta la miglior narrativa deleddiana ha per oggetto la crisi dell’esistenza. Storicamente, tale crisi risulta dalla fine dell’unità culturale ottocentesca, con la sua fiducia nel progresso storico, nelle scienze laiche, nelle garanzie giuridiche poste a difesa delle libertà civili. Per questo aspetto la scrittrice pare pienamente partecipe del clima decadentistico. I suoi personaggi rappresentano lo smarrimento delle coscienze perplesse e ottenebrate, assalite dall’insorgenza di opposti istinti, disponibili a tutte le esperienze di cui la vita offre occasione e stimolo.[16]

    Deledda e i narratori russi

    È noto che la giovanissima Grazia Deledda, quando ancora collaborava alle riviste di moda, si rese conto della distanza che esisteva tra la stucchevole prosa in lingua italiana di quei giornali e la sua esigenza di impiegare una lingua italiana più vicina alla realtà e alla società dalla quale proveniva.

    La Sardegna, tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, tenta come l’Irlanda di Oscar Wilde, di Joyce, di Yeats o la Polonia di Conrad, un dialogo alla pari con le grandi letterature europee e soprattutto con la grande letteratura russa.

    Nicola Tanda nel saggio, La Sardegna di Canne al vento scrive che, in quell’opera di Deledda, le parole evocano memorie tolstojane e dostoevskiane, parole che possono essere estese a tutta l’opera narrativa deleddiana: «L’intero romanzo è una celebrazione del libero arbitrio. Della libertà di compiere il male, ma anche di realizzare il bene, soprattutto quando si ha esperienza della grande capacità che il male ha di comunicare angoscia. Il protagonista che ha commesso il male non consente col male, compie un viaggio, doloroso, mortificante, ma anche pieno di gioia nella speranza di realizzare il bene, che resta la sola ragione in grado di rendere accettabile la vita».

    Negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento, quelli in cui la scrittrice si dedica alla ricerca di un proprio stile, concentra la sua attenzione, sull’opera e sul pensiero di Tolstoj. Ed è questo incontro che sembra aiutarla a precisare sempre meglio le sue predilezioni letterarie. In una lettera in cui comunicava il progetto di pubblicare una raccolta di novelle da dedicare a Tolstoj, Deledda scriveva: «Ai primi del 1899 uscirà La giustizia: e poi ho combinato con la casa Cogliati di Milano per un volume di novelle che dedicherò a Leone Tolstoi: avranno una prefazione scritta in francese da un illustre scrittore russo, che farà un breve studio di comparazione fra i costumi sardi e i costumi russi, così stranamente rassomiglianti». La relazione tra Deledda e i russi è ricca e profonda, e non è legata solo a Tolstoj ma si inoltra nel mondo complesso degli altri contemporanei: Gor’kij, Anton Čechov e quelli del passato più recente, Gogol’, Dostoevskij e Turgenev.

    Altre voci di critici

    Attilio Momigliano in più scritti[17][18] sostiene la tesi che Deledda sia un grande poeta del travaglio morale da paragonare a Dostoevskij.

    Francesco FlorA[19][20] afferma che La vera ispirazione della Deledda è come un fondo di ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, e nella trama di quei ricordi quasi figure che vanno e si mutano sul fermo paesaggio, si compongono i sempre nuovi racconti. Anzi, poiché i primi affetti di lei si formano essenzialmente con la sostanza di quel paesaggio che ella disegnava sulla vita della nativa Sardegna, è lecito dire, anche per questa via, che l’arte della Deledda è essenzialmente un’arte di paesaggio.

    Testimonianze di scrittori stranieri

    Su di lei scrisse prima Maksim Gorkij e più tardi D. H. Lawrence.

    Maksim Gorkij raccomanda la lettura delle opere di Grazia Deledda a L. A. Nikiforova, una scrittrice esordiente. In una lettera del 2 giugno

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