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L'ultimo reduce. Aldo Luciani, memorie di un prigioniero nei Balcani

L'ultimo reduce. Aldo Luciani, memorie di un prigioniero nei Balcani

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L'ultimo reduce. Aldo Luciani, memorie di un prigioniero nei Balcani

Lunghezza:
92 pagine
1 ora
Pubblicato:
21 ott 2019
ISBN:
9788832281064
Formato:
Libro

Descrizione

La prigionia di Aldo Luciani nel campo di concentramento di Bor, una località situata nel sud est della Serbia, fu una autentica tortura; la vita era resa impossibile dalla fame, dalle malattie e dalla crudezza dei metodi di sorveglianza adottati degli uomini delle SS. Dopo un anno di internamento e di sofferenze nel lager serbo, finalmente l'esercito dell'Armata Rossa arrivò a cacciare i tedeschi e a liberare i prigionieri italiani, che non vennero però rimpatriati, ma dovettero sopportare un nuovo periodo di detenzione in un campo di lavoro situato alla periferia della città di Izmail, un grosso centro alle foci del Danubio, tra la Moldavia e la Romania. Dopo numerose peripezie, nell'ottobre del 1945 Aldo Luciani venne finalmente liberato e potè intraprendere il lungo viaggio che lo riportò in Italia. Gli eventi che hanno visto protagonista questo giovane poco più che ventenne, durante due diversi periodi di internamento, permettono di fare un raffronto fra i metodi di privazione della libertà propri dei tedeschi e quelli dei russi, nonché fra la diverse psicologie dei carcerieri.
Pubblicato:
21 ott 2019
ISBN:
9788832281064
Formato:
Libro

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L'ultimo reduce. Aldo Luciani, memorie di un prigioniero nei Balcani - Roberto Andreuccetti

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Prefazione

Gli crollai accanto, il corpo era voltato,

Già rigido, come una corda che si spezza.

Una pallottola nella nuca.

Anche tu finirai così mi sussurrava.

Resta pure disteso, tranquillo.

Ora dalla pazienza fiorisce la morte.

Der springt noch auf suonò sopra di me.

E fango misto a sangue

Si raggrumava nel mio orecchio.

É una poesia di Miklos Rardnòti poeta ungherese di origine ebrea scritta poche ore prima di essere ucciso dai fascisti ungheresi. Quei versi erano contenuti sopra un foglietto nascosto nella tasca del suo impermeabile e ritrovato dopo la riesumazione del cadavere.

Descrivono l‘uccisione di un compagno con un colpo di pistola alla nuca. Anche lui un artista, un virtuoso del violino. Il poeta immagina d’istinto la sua fine dopo quella dell’amico.

Miklos Radnòti prima di essere ricondotto in Ungheria ed essere ucciso era stato rinchiuso nel campo di concentramento di Bor in Serbia dove aveva raccolto una decina di toccanti poesie, il famoso Taccuino di Bor fortunatamente non andato perduto perché consegnato ad un compagno di prigionia che riuscì a sopravvivere allo sterminio degli ebrei.

La donna che ha tradotto le opere di Radnòti, l’ungherese Edith Bruck, anch’essa un’ ebrea sopravvissuta all’epurazione, così ha commentato le opere del poeta: Il suo canto non può essere fatto prigioniero da nessuna lingua, ma è messaggio universale, monito per l’uomo finché il dolce grido non lo assorda e non si riappacifica con sé stesso, invece di continuare con le barbarie che si susseguono da quando uomo è uomo: se questo è un uomo.

Introduzione

Prima della lettura delle memorie di Aldo Luciani, è importante descrivere gli avvenimenti che hanno contraddistinto il contesto storico nel quale è inquadrato il suo racconto.

Nel secondo conflitto mondiale, la campagna dei Balcani fu intrapresa dalle potenze dell’Asse in maniera predominante dalla Germania e dall’Italia e consistette nell’invasione della Jugoslavia e della Grecia ed ebbe inizio nell’ottobre del 1940 per terminare nel maggio del 1941.

Anche se passa un po’ in secondo piano rispetto al conflitto nel cuore dell’Europa, la guerra nei Balcani è stata oltremodo cruenta. Si parla di un numero totale di vittime che supera il milione e mezzo e molto probabilmente queste stime sono in difetto. Numerosissimi sono stati i morti fra i civili per epurazioni o per rappresaglie, così come le vittime fra i partigiani, che dettero un contributo essenziale, assieme alle truppe dell’Unione Sovietica, per la liberazione dell’intero scacchiere dei Balcani.

Anche per quanto concerne le eliminazioni di massa si può dire che i soldati del terzo Reich hanno compiuto vere e proprie stragi; soprattutto di ebrei, di partigiani e di rom.

Se i tristemente famosi lager di Austria, di Germania e di Polonia, come Mauthausen, Dachau e Auschwitz sono conosciuti da tutti, forse altrettanto non si può dire per i numerosi campi di sterminio disseminati in Croazia e Serbia.

Quei luoghi di sofferenza e di morte saranno argomento di questa breve introduzione.

Per quanto riguarda l’Italia, la campagna della Grecia partita dall’Albania, già terreno di conquista italiana, ebbe inizio il 28 di ottobre del 1940 e fu voluta da Benito Mussolini per non rimanere nell’ombra dei successi di Hitler in Europa. La campagna, nelle intenzione dei comandi, avrebbe dovuto avere un esito veloce, ma le previsioni della vigilia si rivelarono ben presto errate; l’esercito greco si difese strenuamente e gli italiani subirono la penalizzazione di un terreno difficile, la inadeguatezza dell’equipaggiamento, i contrasti nei comandi superiori e infine il pessimo rapporto tra Regio Esercito e Camicie Nere.

La guerra si tramutò da subito in un conflitto di posizione.

A seguito di quello stallo, il 4 dicembre il maresciallo Pietro Badoglio fu sostituito con il generale Ugo Cavallero.

Dopo poche settimane dall’invasione subita dall’esercito italiano, le truppe greche riuscirono a passare al contrattacco riuscendo perfino a respingere gli italiani fino in territorio albanese.

La situazione sul fronte italo greco indusse Hitler ad ordinare e preparare un piano per l’invasione sia della Grecia che della Jugoslavia, che nel frattempo stava vivendo uno stravolgimento politico non gradito ai nazisti. L’attacco ebbe inizio il 6 di aprile del 1941. Dopo 21 giorni di avanzata travolgente le truppe tedesche occuparono Atene e la bandiera del Reich sventolò sull’Acropoli.

Il 4 di maggio Hitler poté annunciare con enfasi la fine delle operazioni militari nell’intera penisola balcanica.

Nella Jugoslavia, spartita fra le potenze dell’Asse, Germania, Italia, Ungheria e Bulgaria, ebbe inizio una forte resistenza che divenne poi guerra di liberazione, da parte dei partigiani comunisti guidati dal comandante Josip Broz Tito, contro le potenze dell’Asse, ma anche contro lo stato indipendente di Croazia, di Ante Pavelic, e i Cetnici di Mihailovi.

L’Asse sferrò una serie di offensive per annientare il movimento partigiano ottenendo soltanto successi parziali come nelle battaglie della Neretva e di Youkioske.

Nonostante gli insuccessi iniziali i partigiani guidati da Tito si rivelarono una forza efficiente, che pur priva, fino alla fine del 1943 di aiuti esterni, seppe tenere viva ed estendere la sua azione.

I partigiani erano rappresentati politicamente dal Consiglio Antifascista di Liberazione Popolare della Jugoslavia dominato dai comunisti ed alla fine del 1943 ottenne il riconoscimento degli alleati ponendo le basi per la costituzione dello stato jugoslavo dopo la guerra.

Grazie all’aiuto degli alleati, ma soprattutto ed in particolare nelle ultime fasi del conflitto, delle truppe dell’Unione Sovietica, a poco a poco i partigiani conquistarono l’intero paese fino al confine di nord ovest con l’Italia e l’Austria.

L’esercito italiano fu impegnato nei Balcani fino alla fatidica data dell’8 settembre del 1943.

Durante l’intero 1942, erano schierate nei Balcani 31 divisioni, ovvero il numero più grande di soldati del Regio Esercito impiegati negli scacchieri di guerra del secondo conflitto mondiale.

Per i comandi italiani le previsioni della vigilia erano improntate a considerare l’occupazione dei Balcani come una specie di conquista coloniale come quella della precedenti campagne in Africa.

La propaganda del regime aveva insistito sulla superiorità tecnologica degli armamenti e sulla migliore efficienza della razza italiana rispetto alle popolazioni slave ritenute semianalfabete e barbare.

Niente di più errato.

I partigiani si rivelarono pericolosi e ben organizzati, capaci di contrapporsi con successo anche a truppe più numerose.

Il morale dei soldati italiani divenne sempre più scosso, soprattutto di fronte alla preparazione ed all’efficacia in combattimento dei reparti tedeschi. Gli italiani avevano un comportamento meno brutale dei loro alleati – ma non mancarono massacri ben documentati di truppe italiane ai danni della popolazione civile - e non riuscivano ad imitare i drastici metodi di repressione di

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