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Passaggi in Grecia: sulle tracce della storia moderna

Passaggi in Grecia: sulle tracce della storia moderna

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Passaggi in Grecia: sulle tracce della storia moderna

Lunghezza:
333 pagine
5 ore
Pubblicato:
14 ott 2019
ISBN:
9788899932657
Formato:
Libro

Descrizione

Un libro di viaggio attraverso la Grecia, in particolare il Peloponneso, con i suoi straordinari siti archeologici, le sue coste ricche di storia e bellezze naturali, la sua gente ospitale. La Grecia vista con gli occhi di Claudia Berton, raffinata cultrice di viaggi e di storia, capace di coniugare sapienza e cultura con la leggerezza di una scrittura che rende felice il lettore nel suo approdo a questo libro, per il quale vale la citazione di Charles Dickens, che la stessa autrice ha posto come epigrafe allo stesso: “Questo libro non vuol essere che una serie di riflessi – vere ombre sull’acqua – di luoghi che hanno, in maggiore o minor grado, un’attrattiva per l’immaginazione di moltissimi; di luoghi fra i quali la mia ha vissuto per anni e anni…”
 
Pubblicato:
14 ott 2019
ISBN:
9788899932657
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Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Passaggi in Grecia - Claudia Berton

COLOPHON

Tutti i diritti riservati

Copyright ©2019 Oltre edizioni

http://www.oltre.it

ISBN 9788899932657

Titolo originale dell’opera:

Passaggi in Grecia

Sulle tracce della storia moderna

di Claudia Berton

Collana * Letture del mondo

CLAUDIA BERTON

Claudia Berton, veneta di origine, dopo aver insegnato per più di vent’anni lingua e letteratura inglese al Liceo, ha deciso di cambiare vita e diventare scrittrice a tempo pieno, realizzando così il suo sogno di sempre. E’ una appassionata viaggiatrice e studiosa di storia e cultura dei paesi mediorientali e di letteratura di viaggio. E’ relatrice di conferenze riguardanti i suoi studi e le sue passioni per varie istituzioni culturali. Ha già pubblicato dieci libri: Sulle vie del Levante: alla ricerca di lady Hester Stanhope (Stampa Alternativa), Frontiere di Sabbia: da Palermo a Samarcanda (CdA & Vivalda), Ponti sull’Egeo: Viaggi e Storie tra Grecia e Turchia (Diabasis), Cavalieri del Deserto: la nipote di Byron dall’Inghilterra vittoriana alle sabbie arabe (Irfan), Gli Spinosi Cactus di Palestina e Israele (Zambon), Nel mondo alla rovescia: appunti da un ambulatorio per immigrati (Zambon), Tra Ares e Afrodite: Viaggi e Storie dal Mediterraneo al Mar Nero (Prospettiva), Terrorismo: come è NATO e chi lo USA (Dissensi), Il viaggiatore insolito (Alpine Studio). A breve uscirà: Viaggi nella Grande Guerra. Da Sarajevo a Gallipoli, dalle Fiandre alla Galizia, dall’Isonzo a Versailles (Unicopli). Ha scritto la biografia di Sarah Belzoni in: Giovanni Belzoni alla ricerca dell’Egitto perduto, di Alberto Siliotti (Geodia). Nella IX edizione del Premio Pietro Conti scrivere le migrazioni, ottobre 2016, il suo racconto Il Kaplani si è piazzato al settimo posto nella sezione narrativa e memorialistica e, segnalato per la pubblicazione come elaborato di particolare pregio, è stato pubblicato nell’aprile 2017 in Racconti dal Mondo, a cura di Alberto Sorbini.

Sommario

Autore

Prologo

Et in Arcadia ego (Viaggi nel Peloponneso)

Il grande kleftis

Scoperte in Arcadia

Ritorno nel Mani

Il re di Asine

Dialoghi a Spetses

Poros e dintorni

La prima capitale

Papaveri rossi a Kalàvryta

L’uomo dal garofano

Filelleni inglesi del XX secolo

Sui sentieri delle Montagne Bianche (Viaggio a Creta)

Salonicco, 8 maggio 1936

Sulle tracce dell’Heraion

La penna di Venizelos e altre storie cretesi

L’occhio di vetro di John Pendlebury e la villa Ariadne

Kapetanioi, commandos e il generale Kreipe

La collina 107

I segreti del Dodecaneso (Viaggi nell’Arcipelago)

Una faccia una razza?

Storie del Dodecaneso

Cem Sultan, i Cavalieri e la Venere marina

Le fiere kanakares di Karpathos

Sui liquidi confini d’Europa (Samos, estate 1915)

Il kaplani, profugo a Samos

La coppa di Pitagora: nulla di troppo

PROLOGO

Questo libro non vuol essere che una serie di leggeri riflessi – vere ombre sull’acqua – di luoghi che hanno, in maggiore o minor grado, un’attrattiva per l’immaginazione di moltissimi; di luoghi fra i quali la mia ha vissuto per anni e anni

(Charles Dickens

¹)

Ah, sì, quante battaglie, eroismi, ambizioni, superbie senza senso, / sacrifici e sconfitte, e altre battaglie, per cose / che ormai erano state decise da altri in nostra assenza. E gli uomini, innocenti, / a infilarsi le forcine negli occhi, a sbattere la testa / contro il muro altissimo, ben sapendo che il muro non cede / né men si fende, per consentirgli di vedere almeno da una fessura / un po’ d’azzurro non offuscato dalla loro ombra e dal tempo. Eppure, chissà, / là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia / la storia umana, come la chiamano, e la bellezza dell’uomo

(Yannis Ritsos

²)

Feci l’alba avendo percorso la storia della morte della Storia o piuttosto la storia della Storia della Morte (e questo non è un gioco di parole)

(O. Elytis

³)

Viaggiando a lungo tra il Mediterraneo e il Mar Nero ho cominciato a sentire intensamente - con l’avanzare della mia età e l’interesse per la Storia - il contrasto tra la bellezza stupefacente dei luoghi e l’incessante storia di guerre, deportazioni, sangue di cui le terre che su questi mari si affacciano sono intrise. Una Storia che non può essere giustificata dall’insensato termine scontro di civiltà e tantomeno esorcizzata dalla dicotomia buoni-cattivi, civiltà-barbarie, ma che testimonia piuttosto la perdurante voragine di oscurità presente nell’animo umano.

Tuttavia, la natura cancella le tracce della distruzione con la sua generosa noncuranza, con il suo incessante, misterioso rigoglio, e in ogni circostanza la sublime virtù dell’uomo che è la capacità di cogliere la bellezza, di creare un sogno, elevandosi al di sopra della contingenza anche nelle circostanze più tragiche e trovando un senso più alto anche nell’avversità e nella disperazione, sono una traccia che spesso - in questi luoghi che amo - ho percepito in modo palpabile: un riflesso cangiante ma persistente, che mi consola mentre seguo il filo rosso registrando lo scoraggiante, continuo ripetersi di conflitti, di aggressioni e prevaricazioni, di morti violente, di tragici sradicamenti. Un riflesso che avvolge e ricrea questi eventi nella trama impalpabile di chi li ha interpretati con il linguaggio dell’arte, additando un disegno trascendente anche nell’oscurità, nella tragedia. Che non siano, l’arte stessa e la cultura che la coltiva, la trascendenza, l’Altrove? Perché la cultura - se è veramente tale - mette al centro l’uomo, e l’arte sublima il dolore e lo trasforma in canto.

1 Charles Dickens: Pictures from Italy.

2 Yannis Ritsos: Elena in Quarta Dimensione.

3 O. Elytis: Giovedì, 16 in Diario di un invisibile Aprile.

Et in Arcadia ego

(Viaggi nel Peloponneso)

E così dev’essere: che un amore ci guidi. Basta che il suo oggetto sia un’idea eterna. Allora anche noi che camminiamo verso di essa, siamo degni. Poiché l’uomo non è altro che il suo scopo

(Costantinos Tsatsos¹)

E quella pianta davanti a te, che divide in maniera diseguale

ma giusta, lo spazio, è l’invisibile geometria che governa l’intero universo

(Odysseas Elytis²)

Il grande kleftis

Theodoros Kolokotronis che brandisce uno yatagan si staglia – su un cavallo rampante – contro un cielo intensamente azzurro dove veleggiano cumuli di grandi nuvole bianche in fuga. Il plinto marmoreo alla base dell’imponente statua – che si trova ad una estremità dell’immensa piazza vuota nel centro di Tripolis, capoluogo dell’Arcadia – porta scritte due date, 1770-1840. Non serve di più per identificare l’uomo che è assurto al rango di eroe della sollevazione del 1821 contro il dominio ottomano. Il plinto, leggo, contiene reliquie di questo eroe, guerrigliero e brigante, che è sepolto al Primo cimitero di Atene in una tomba sovrastata da una sua statua in fustanella. Diffidente delle statue e delle celebrazioni ufficiali, mi chiedo: chi fu in realtà Kolokotronis? Un guerriero acuto nei giudizi, valoroso e di buona indole come sostennero i suoi seguaci, o un uomo crudele, avido e ambizioso come giuravano i detrattori? Probabilmente fu tutto questo, che si può riassumere nell’intraducibile termine greco kleftis in cui i confini fra una definizione e l’altra – compresa quella di eroe – sono assai sfumati³. È certo che non fu un cavaliere senza macchia, anche se le sue macchie sono state cancellate dai greci che, per costruire il loro Stato, avevano bisogno di simboli positivi.

Una definizione delle gesta di Kolokotronis non può dunque che essere ambigua, come ambiguo è l’eroismo nella lotta greca per l’indipendenza e, se è per questo, in ogni lotta per l’indipendenza nazionale, dove le luci vengono necessariamente esaltate e le ombre rimosse per creare una storia romantica, accettabile: un racconto che non è mai la vera storia, o almeno non lo è in toto. A suo tempo, ho inseguito in Grecia le tracce di Byron, il più famoso dei filelleni, fino alle paludi di Messolungi dove morì ingloriosamente di febbri, per essere comunque ricordato in Grecia come eroe morto combattendo per l’indipendenza del paese. Giunto alla fine del 1823, il poeta non aveva impiegato molto tempo per comprendere i motivi che avevano portato ad uno stallo la lotta contro i turchi iniziata nel 1821. Era in corso infatti una vera e propria guerra civile tra la fazione rappresentata dai costituzionalisti occidentalizzati capeggiati dal principe fanariota Mavrokordatos con cui Byron aveva a che fare, e i guerriglieri che spadroneggiavano nella Grecia orientale sotto la guida, appunto, di Kolokotronis e di Androutses, un voltagabbana dalle pistole incrostate di gioielli. Nessuno di loro aveva alcun interesse per l’idea della rigenerazione greca come se la figuravano idealisticamente Byron e i filelleni: quello a cui miravano era sostituirsi ai turchi nella gestione del potere. Venuto per trattare con uomini onesti e non con speculatori e prevaricatori, e per unirsi a una nazione, non a una delle molte fazioni, Byron trovava come unica attenuante all’avidità, all’anarchia e alle zuffe tra clan la considerazione che per districarsi da quattro secoli di schiavitù la Grecia avrebbe impiegato ben più dei tre anni trascorsi dal 1821: infatti i legami fanno ancora strepito e i Saturnali sono troppo recenti perché lo schiavo si sia convertito nel sobrio cittadino⁴.

Il clan in cui nacque Theodoros era, nell’Arcadia del Settecento, un potente e rispettato clan il cui orgoglio leggendario e l’insubordinazione ad ogni autorità erano celebrati in canti popolari dell’epoca. Suo padre aveva preso parte alla fallita rivolta suscitata nel Peloponneso dal conte Orlov per ordine di Caterina II di Russia ed era rimasto ucciso in uno scontro con le forze ottomane⁵. La rivolta Orlov fu uno dei tanti tentativi da parte della Russia di indebolire l’Impero ottomano e causò un gran numero di morti, sia in battaglia che in seguito alle successive rappresaglie turche. Theodoros, il vecchio della Morea, aveva ormai cinquant’anni quando nel maggio del 1921 divenne il comandante in capo delle forze greche, cioè dei briganti e contadini che gli si erano riuniti intorno, e aveva accumulato una grande esperienza come guerrigliero, quindi corsaro agli ordini dei russi e ancora come soldato nelle isole Ionie, dove era arrivato quando, dopo la fine del dominio veneziano nel 1797 e un breve passaggio dei francesi, le isole formavano una repubblica nominalmente indipendente sotto la congiunta protezione di ottomani e di russi. Nelle Ionie egli era rimasto anche quando erano diventate possedimento degli inglesi, dai quali aveva appreso le tecniche militari europee, che tuttavia non utilizzò quando ritornò nel Peloponneso. Qui infatti, con i suoi seguaci, usò tattiche e strategie da brigante e guerrigliero, non schierando mai i suoi uomini in campo aperto ma impiegandoli in agguati, attacchi e fughe precipitose che scandalizzavano gli ufficiali europei filelleni che combattevano in Grecia ed erano avvezzi a battaglie all’ultimo sangue e a morti eroiche affrontate secondo i codici dell’onore.

Una davvero eterogenea compagnia erano i filelleni che presero a giungere nel Peloponneso spinti dai più svariati motivi: idealismo, amore per l’avventura, mancanza di prospettive in patria. In tutti i casi, credendo che il genio della classicità greca fosse ancora vivo e sarebbe rifiorito non appena i turchi se ne fossero andati, essi trascurarono di considerare le varie anime della rivolta – i contadini che aspiravano a un’indefinita, anarchica libertà, gli ambiziosi capitani dei kleftes, la potente Chiesa che benediceva la guerra santa contro gli infedeli – attribuendo ai rivoltosi quello che era il loro sogno: far rivivere l’antica, gloriosa Hellas. In questo erano confortati dal patriottismo dei greci stranieri e colti quali erano i fanarioti come il principe Demetrios Ipsilanti⁶, che sfruttarono questo loro unico capitale per ottenere dall’Europa e dall’America il denaro essenziale per portare avanti l’insurrezione. E se questi filelleni – e di conseguenza l’Europa – furono presto delusi da quello che scoprirono sul posto, il seme del loro ideale germogliò poi anche in terra greca.

Sono venuta con mia figlia a Tripolis – Tripolitsa al tempo della turcocrazia – per visitare il luogo dove avvenne uno dei peggiori massacri di turchi compiuto dai greci nell’estate del 1821: una tragedia dimenticata che i turchi vendicarono con il massacro di Chio nel marzo dell’anno successivo, massacro che è invece sempre ricordato anche grazie al quadro dipinto nel 1824 da Delacroix. La cittadina, al nostro arrivo, è sovrastata da un sontuoso arcobaleno nella luce dorata del tardo pomeriggio, in contrasto con le cupe descrizioni di quello che vi accadde all’inizio della guerra di indipendenza greca. La gentile signora di mezza età che, in uno dei due alberghi del luogo, ci accoglie è evidentemente sorpresa della presenza inconsueta di due straniere. Dal mio greco un po’ zoppicante deduce che siamo greche della diaspora: Venite a cercare le vostre radici?, mi chiede, e quando rispondo che vengo dall’Italia aggiunge: Ah, venite da vicino. Siete archeologhe?. Non intendendo sforzarmi a definire i motivi, piuttosto vaghi, che mi hanno portata qui, le dico che da anni vado cercando chiese distrutte in Turchia e moschee in rovina in Grecia. La signora sottolinea con vigore che non ci sono moschee a Tripoli, e la conversazione rimane in sospeso: concludo dicendo che il giorno dopo visiteremo il Museo della guerra e quello archeologico, e sembra finalmente soddisfatta. Intanto, noto con interesse una stampa alla parete: riproduce l’antica moschea di Tripolitsa, un edificio color crema composto di vari corpi e sormontato da un tipico minareto ottomano a matita che deve essere stato distrutto nel corso di quella lontana guerra. Di dove si trovasse sembra non si conservi nemmeno la memoria.

Tripolitsa era il quartier generale del governo turco in Morea, mentre altre guarnigioni erano acquartierate nelle varie fortezze costiere⁷. Nessuna di queste però nel 1821 era preparata a resistere ad un assedio: le fortificazioni erano vecchie di secoli e pressoché in rovina, non c’erano provviste di cibo né depositi di armi e i cannoni erano arrugginiti. Le fortezze costiere furono infatti le prime a cadere, una ad una, e vennero messe a sacco – questo era l’interesse principale dei greci assalitori – con tremende carneficine della popolazione musulmana che vi abitava. Le vittime si contarono a migliaia⁸, nonostante le promesse di salvacondotto che Ipsilanti aveva fatto ai turchi delle guarnigioni perché si arrendessero. Ipsilanti, un uomo d’onore e un patriota, intendeva veramente ciò che prometteva, ma si era trovato a malpartito nel paese che considerava la propria patria e in cui però il patriottismo era ancora agli albori. Il principe era un gentiluomo all’europea fra briganti manioti, kleftes e contadini che non riuscivano nemmeno a comprendere bene il greco costantinopolitano che parlava e tanto meno le sue idee progressiste. Tripolitsa, la località più importante e popolosa del Peloponneso turco, con il palazzo del pascià che lo governava e le belle case dei ricchi mercanti turchi ed ebrei, ancora non era stata espugnata. La comunità locale comprendeva anche i rifugiati ottomani – fra cui molti ebrei – che vi erano accorsi allo scoppio della rivolta, in fuga dai massacri compiuti nei distretti meridionali del Peloponneso. Attorno alla cittadina si posizionarono dunque i vari capi della rivolta con le loro bande: innanzitutto Kolokotronis, il potente maniota Petrobey Mavromichalis e la pasionaria Bouboulina, corsara di Spetses, ma anche una dozzina di capo-briganti di minor rango. Giunse anche lo stesso Ipsilanti e si affrettò a convocare il Reggimento che si stava esercitando a Kalamata.

Tra i vari dipartimenti governativi che il principe aveva delineato l’istituzione più importante era il Ministero della Guerra, e prima ancora di arrivare in Grecia egli aveva ingaggiato, perché mettesse insieme e addestrasse un esercito nazionale, un certo Baleste, un colonnello francese che aveva combattuto con Napoleone. A spese di Ipsilanti e dei suoi sostenitori Baleste aveva dunque assoldato in Italia un gruppo di ufficiali italiani e francesi, e acquistato un certo numero di armi e altro materiale bellico, ed era poi sbarcato a Kalamata – che i manioti di Petrobey avevano appena liberato dai turchi – per creare quello che aveva già nominato il Reggimento Baleste. Non appena ebbe uomini sufficienti per formare un plotone, Baleste cominciò ad addestrarli secondo la tecnica napoleonica tra lo stupore dei locali, divertiti ma riluttanti a cambiare il proprio costume nazionale con uniformi europee, per quanto pittoresche. Forse essi non avevano una chiara idea di cosa significasse l’indipendenza per cui era scoppiata la rivolta, ma certo non intendevano sostituire il governo dei turchi con quello dei fanarioti sostenuti da truppe al comando di ufficiali europei.

Quando dunque, alla chiamata di Ipsilanti, il Reggimento giunse a Tripolitsa, non era che l’ombra dell’esercito che il principe e Baleste avevano immaginato. Gli uomini – un centinaio in tutto, con il numero degli ufficiali che superava di gran lunga quello dei soldati – erano laceri e affamati perché il denaro a disposizione era stato speso nell’equipaggiarli e non ne era rimasto per pagare il loro salario, mentre la gente di Kalamata aveva rifiutato di fornire loro le necessarie vettovaglie. La saga del Reggimento ha gli stessi toni di un romanzo picaresco⁹: gli ufficiali di varie nazionalità europee non smettevano di discutere fra loro – vi furono anche duelli e indignate defezioni – e il barile di uno dei due mortai che Ipsilanti aveva fatto trascinare fino a Tripolitsa per abbatterne le vecchie mura esplose alla prima occasione. Risultò così evidente a tutti l’incompetenza dell’italiano sedicente ex-ingegnere capo di Napoleone che, nominato ingegnere capo da Ipsilanti, dovette confessare di essere invece un sellaio di Smirne in bancarotta. L’attacco alla città venne a lungo differito dai vari capitani che intanto facevano ottimi affari in privato con i ricchi turchi assediati – ben sapendo che una volta iniziato il saccheggio le loro truppe avrebbero avuto la maggior parte del bottino – , mentre i greci dei dintorni vendevano a caro prezzo cibo alla guarnigione sotto assedio. Quanto a Bouboulina, la pasionaria entrava e usciva nottetempo dalla città per convincere le signore turche a consegnarle i loro gioielli. A quel punto Ipsilanti e il Reggimento partirono per Patrasso, ed è probabile che, visto cosa era successo nei precedenti assalti ad altre guarnigioni turche, il principe non volesse legare il proprio nome ai crimini prevedibili a Tripolitsa, conscio come era di non avere alcuna autorità per impedirli.

Quando infatti la plebaglia, stanca della doppiezza dei suoi capitani, abbatté una porta nelle mura ed entrò in città, il massacro ebbe inizio. Testimoni europei, sul posto per sostenere i greci, descrissero orripilati la portata degli orrori. Il fatto che nel giro di due giorni diecimila degli abitanti della guarnigione, donne e bambini inclusi, venissero ammazzati¹⁰ – a volte con la benedizione del clero locale – non rende il modo in cui persero la vita, tra torture, decapitazioni, mutilazioni e squartamenti. Le teste decapitate vennero poi debitamente impilate, nello stesso modo che tanto si rimprovera a Tamerlano e ai turchi in genere. Chi non fu ucciso venne venduto come schiavo, ma il numero di persone in vendita era così ingente che i prezzi si abbassarono al punto che era quasi più conveniente ammazzare subito il prigioniero. I cadaveri smembrati non vennero sepolti, i pozzi furono avvelenati dalle membra staccate che vi erano finite dentro e il puzzo della decomposizione ammorbò l’aria per lungo tempo, mentre epidemie si diffusero nel Peloponneso. Gli ufficiali europei del Reggimento che si recarono sul posto furono disgustati e disillusi da ciò che videro, e chi aveva i mezzi per farlo tornò al proprio paese, mentre chi non ne aveva e rifiutava di unirsi ai banditi, vagò per la Morea trascinandosi dietro donne turche e ragazzini comprati per pochi soldi. Intanto, nuovi fiduciosi volontari filelleni continuavano a giungere dall’Occidente in scintillanti uniformi.

Del massacro di Tripolitsa e dei precedenti sulle coste della Morea non si parlò in Europa, ma i consoli presso la Sublime Porta trasmisero in ogni dettaglio le ritorsioni contro i greci di Anatolia ordinate dal sultano e innanzitutto il massacro di Chios. L’Europa sparse fiumi di inchiostro per deprecare i turchi – come aveva fatto in precedenza e avrebbe continuato a fare in seguito – , dimenticando che nel Peloponneso i greci avevano fatto lo stesso e l’avevano fatto per primi. Anche se da un punto di visto giuridico i greci erano sudditi del Sultano che si erano ribellati alla sua autorità, l’opinione pubblica li considerava cristiani che combattevano eroicamente contro le orde musulmane. Ancora una volta è evidente come tutto dipenda dal punto di vista. Del sacco di Tripolitsa Kolokotronis ebbe la parte più ingente – armi, denaro e gioielli del palazzo del pascià – , e il denaro che si affrettò a depositare nelle banche delle isole Ionie gli permise di pagarsi un esercito personale negli anni a venire. Ipsilanti e il suo sedicente governo non ne ricavarono invece nulla se non, per incomprensibili dinamiche, le quaranta signore che formavano l’harem del pascià locale. Si disse che queste donne dovessero la vita a Bouboulina che aveva loro promesso – o venduto – un salvacondotto: dei capobanda dell’assedio fu l’unica a mantenere la parola data. Baleste, prima di lasciare il paese, cercò invano di convincere Ipsilanti che il Reggimento avrebbe dovuto uccidere Kolokotronis e gli altri kleftes e recuperare il bottino per il governo.

Quanto ai turchi del Peloponneso, la popolazione di interi villaggi con le sue secolari tradizioni fu spazzata via fin dai primi mesi della rivolta del 1821. Per la maggior parte furono uccisi, o nel migliore dei casi costretti all’esilio dal luogo che per loro era la patria, nel nome di Cristo, del vago concetto di libertà oppure – come sempre accade in questi casi – per derubarli, o vendicare qualche torto subito o qualche invidia personale. E una volta che ebbero iniziato a uccidere non ci fu neanche più bisogno di un pretesto: uccidevano perché una incontrollabile sete di sangue li aveva presi¹¹. Dei musulmani, donne e bambini inclusi, che secondo le stime vivevano e coltivavano i campi nel Peloponneso nel marzo 1821, in aprile, quando fu celebrata la Pasqua, non ne rimaneva più nessuno. Chi non era morto, si era rifugiato nelle poche piazzaforti precariamente fortificate, tra cui quella di Tripolitsa, da cui presto sarebbero stati stanati. Non c’è dunque da stupirsi se assai labili sono nel Peloponneso le tracce di ciò che i turchi costruirono: a Tripolis si riducono al Konak che fu la sede del governo turco – di cui ancora mantiene il nome – ed è ora un ristorante di lusso, e alla foto della moschea nel mio hotel. Della città turca anche la memoria storica è completamente scomparsa¹².

A Koroni la fortezza – che era passata dai bizantini ai franchi, dai veneziani agli ottomani in una storia di grande violenza – è ora occupata in parte dal monastero femminile di San Giovanni Battista, in un idilliaco tripudio di fiori e farfalle. Nelle loro celle candide le suore dalle lunghe trecce che sbucano dalle cuffie azzurro scuro, tessono ancora la seta. La pace di questo luogo è grande e sembra riscattare il cupo passato della fortezza. Ai miei occhi indagatori non sfugge però una cupola ottomana – incoronata dalla croce – su una candida chiesetta bizantina dal cui cortile spuntano antiche colonne tronche: sono gli strati sovrapposti della storia esposti allo sguardo. Di fronte alla chiesa, addossato a un’altra chiesa in un trionfo di gelsomini, distinguo anche la sagoma inconfondibile della base di un minareto, esorcizzata dall’edicola con campana che sorregge. Dentro le mura, sul pianoro coperto dalla pineta, si trova anche una bianca distesa di tombe su cui scorrono le ombre degli alberi: cinguettii chiassosi, profumi, e il mare sullo sfondo, conciliano persino con il pensiero della morte.

Incongrue con le ferali notizie diffuse in Occidente in questi ultimi anni sullo stato miserevole dell’economia greca – devastata da quella che può definirsi una guerra moderna, cioè il terrorismo delle regole finanziarie dell’Unione europea – le sensazioni che provo viaggiando nel Peloponneso in questa primavera del 2013 sono confortanti: la gente passeggia, siede nei bar all’aperto; i negozi traboccano di merce, le pasticcerie sono un trionfo di zuccherosi capolavori. La vita continua, nonostante tutto, quasi che i greci volessero ribadire che altri e più terribili drammi di queste dinamiche virtuali della rapacissima finanza internazionale hanno saputo affrontare nel passato, e che – come una pianta potata germoglia più vigorosamente – le difficoltà generano nuovo vigore e determinazione a vivere comunque. Tripolis, al di fuori dalle consuete rotte turistiche, è una città di grandi giardini: alle spalle del rampante Kolokotronis, la gloria locale, si stende un immenso parco dalle siepi modellate secondo una curatissima ars topiaria che sorprende nel contesto greco-mediterraneo. In un angolo, davanti ad un’aiuola fiorita, siede un gruppo di zingari intenti a chiacchierare in questa elegante cornice. Nella vetrina di una libreria, nella piazza centrale dominata da una grande chiesa, noto la locandina di una conferenza sul tema Dal Ponto alla Russia e all’Unione Sovietica: la sconosciuta odissea dell’Ellenismo in Medio Oriente, e sullo sfondo della stessa si vede una lunga teoria di rifugiati, inconfondibili sotto il peso dei fagotti con i loro pochi beni. Un’altra locandina riporta una citazione da Brecht – La loro guerra uccide ciò che si salvò dalla loro pace – e invita a un pellegrinaggio di pace, nel cinquantesimo anniversario dell’assassinio del pacifista Grigoris Lambrakis che, originario dell’Arcadia come Kolokotronis, è diventato simbolo nazionale della lotta per la pace e contro la repressione politica e le ingerenze straniere¹³.

Al Polemikò Museio, il Museo della Guerra di Tripolis, ovviamente non si fa menzione di Lambrakis, né degli eventi tragici nel paese successivi alla seconda guerra mondiale. Non c’è spazio ancora oggi per episodi controversi. Invece, il busto dell’eroe locale Kolokotronis e la sua maschera funebre sono sovrastati, nelle teche che hanno il posto d’onore nella sala, da ghirlande d’alloro spruzzato con una vernice dorata che richiamano le ghirlande d’oro dei sovrani ellenistici che si ammirano nelle teche dei musei dell’antica ecumene greca, da quello di Verghina nella Macedonia ellenica a quello di Kerch, la Panticapeum del regno greco-scita del Bosforo, nell’odierna Crimea. Due solerti sorveglianti mi fanno notare che non si possono fotografare le immagini esposte, ma quando mi vedono annotarne diligentemente i contenuti sul mio taccuino, appaiono visibilmente a disagio: l’interesse delle due straniere, probabilmente le uniche visitatrici del Museo nella giornata, le incuriosisce, e chiamano il direttore che giunge per farmi dono di un libretto esplicativo del 2010 su quella istituzione: Poi, non abbiamo più avuto fondi per farne altri, si schermisce. Attraverso immagini d’epoca rivivo la storia degli eventi bellici in Grecia a partire dal 1821. Le prime vetrine esibiscono litografie delle vicende che portarono alla fondazione del regno nel 1830 – cui le nazioni europee misero a capo il diciassettenne Otto di Wittelsbach, figlio di Ludwig I di Baviera – e una collezione di armi fabbricate in vari Stati occidentali, a ulteriore testimonianza, se ce ne fosse bisogno, di quanto vivace e lucroso sia sempre stato questo commercio. Dagherrotipi immortalano la guerra greco-turca del 1897 e un gran numero di fotografie di epoca più tarda documentano le sanguinose guerre balcaniche e la prima guerra mondiale. La parte del leone è riservata però alle foto scattate sui fronti della seconda guerra mondiale, a partire dal siluramento dell’incrociatore Ellis nella rada di Tinos il 15 agosto 1940 – giorno in cui nel grande santuario locale si celebra l’Assunzione – da parte di un sommergibile italiano proveniente dal Dodecaneso. Questa operazione segreta e illegale, visto che l’Italia non aveva dichiarato guerra alla Grecia, mirava ad intimorire il governo di Atene inducendolo a lasciar occupare all’esercito italiano posizioni strategiche nel paese a garanzia della propria neutralità.

Quando nell’ottobre 1940 il dittatore Ioannis Metaxas rispose con il celebre no a formali richieste in tal senso

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