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Devaloka Il pianeta degli dèi

Devaloka Il pianeta degli dèi

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Devaloka Il pianeta degli dèi

Lunghezza:
671 pagine
9 ore
Pubblicato:
15 ott 2019
ISBN:
9788825410006
Formato:
Libro

Descrizione

Fantascienza - romanzo (552 pagine) - Vincitore del Premio Odissea 2019. Un romanzo in cui l'avventura e il senso del meraviglioso sono intessuti del fascino della cultura indiana, fino al vero confine tra scienza e misticismo


Il mondo intero resta sconvolto quando un incidente coinvolge la nave colonica destinata a popolare Marte, e il fragile equilibrio planetario è messo ancora di più a dura prova quando si scopre che, per salvare la missione, è stato necessario lasciar andare alla deriva i moduli dell'astronave che ospitavano i coloni indiani.

Ma il destino di quei colori non era la morte. Qualcosa accade, e anni dopo cominciano a circolare strane voci sul comandante di quella missione. Che sarebbe tornato sulla Terra per portare il messaggio degli dèi. Per mostrare una nuova strada, una strada che porta in un luogo oltre ogni immaginazione..


M. Caterina Mortillaro è nata a Milano nel 1972. È insegnante, giornalista, traduttrice e antropologa esperta di cristianesimo. Nel campo della narrativa ha pubblicato alcuni racconti di fantascienza e un romanzo per ragazzi, Gli amici della torre normanna. In Delos Digital, è uscito il romanzo Cicerone – Memorie di un gatto geneticamente potenziato e l'antologia curata insieme a Silvia Treves DiverGender.

Pubblicato:
15 ott 2019
ISBN:
9788825410006
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Categorie correlate

Anteprima del libro

Devaloka Il pianeta degli dèi - M. Caterina Mortillaro

9788825409888

Prologo

Bollettino n. 1791 dell’Agenzia Spaziale Internazionale

Siamo spiacenti di dover comunicare che la nave Enterprise in rotta verso Marte è stata danneggiata gravemente. I dati inviati dal computer di bordo e dal personale fanno supporre che sia stata colpita da un meteorite entrato in collisione con il velivolo spaziale. I danni riportati includono la distruzione di una delle paratie stagne del blocco E-Tiāntán, uno dei vani carburante e il relativo propulsore afferenti al settore F-Rama. La nave ha deviato dalla sua rotta di 2 gradi. Una simile deviazione implica uno spostamento di 900.000 chilometri circa dall’obiettivo.

Inoltre l’impatto le ha impresso una rotazione di un giro ogni 5 secondi. I motori, guidati da una AI molto avanzata, hanno cercato di correggere la rotazione e tutti gli astronauti si stanno impegnando per fare tutto ciò che è in loro potere per limitare i danni.

Purtroppo gli ospiti del settore E–Tiāntán sono morti nell’impatto. Di seguito, in allegato, i nomi dei caduti. L’Agenzia Spaziale Internazionale esprime tutto il suo cordoglio alle famiglie e a tutta la nazione cinese. Dell’equipaggio di nazionalità cinese restano in vita solo il professor Cai Hu e sua moglie Lin che si trovavano nel settore D-Malinowksi, poiché stavano aiutando la squadra australiano-neozelandese in alcune riparazioni del sistema di riciclaggio dell’acqua.

Attendiamo notizie sull’evoluzione della situazione.

Bollettino n. 1792 dell’Agenzia Spaziale Internazionale

Le ultime comunicazioni pervenute mostrano come i nostri scienziati a bordo stiano lavorando alacremente di concerto con i nostri referenti al campo base marziano e la centrale operativa terrestre di Houston per riparare il propulsore del modulo F-Rama in modo da correggere la rotta e l’inclinazione. Purtroppo, lo sfasamento di trenta minuti delle comunicazioni radio con il campo base terrestre rende ardua un’azione opportunamente coordinata.

La perdita di carburante rappresenta un altro gravissimo problema perché, se anche il propulsore venisse aggiustato, sarà necessario servirsene sia per correggere la rotta che per decelerare e consentire l’atterraggio.

In queste ore il propulsore supplementare del modulo F-Rama è stato acceso già tre volte a piena potenza per compensare il suo gemello inutilizzabile, con un ulteriore dispendio di energia.

The New York Times

TERRORE NELLO SPAZIO

Morti trentatré cinesi per l’impatto con un meteorite.

Tutta la Terra sta col fiato sospeso in attesa di notizie dei coloni in viaggio per Marte. Questo terzo viaggio, che segnava il passaggio dalla fase esplorativa del pianeta rosso a quella di colonizzazione, sembra che sia stato segnato dalla sfortuna. È bastato un piccolo meteorite per danneggiare irreparabilmente la paratia del modulo cinese denominato Tiāntán, letteralmente Tempio del Cielo, come il celebre monumento della Cina classica. Stando a notizie trapelate dal web, la Bejing Space Company, che, in collaborazione con la CNSA, l’agenzia spaziale cinese, ha realizzato il modulo, è sotto inchiesta. Le si contesta di non aver rinforzato a dovere le paratie esterne.

Ufficialmente la Cina ha proclamato tre giorni di lutto nazionale e verranno celebrati funerali di stato per le vittime. Il governo s’impegna inoltre a indennizzare le famiglie dei caduti, considerati alla stregua di eroi. Saranno presenti i capi di stato di almeno trenta paesi.

Ma ancora il fiato resta sospeso per gli altri coloni. Le comunicazioni, molto lente per via della distanza, non consentono di seguire la situazione minuto per minuto. L’ultimo bollettino dell’Agenzia Spaziale Internazionale, il 1793, ha confermato che il motore danneggiato non può essere riparato. Il professor Darren, del MIT, sostiene che il modulo indiano, che prende il nome dall’eroe Rama, non potrà raggiungere Marte senza precludere ai restanti moduli la possibilità di farcela.

La pronta risposta del portavoce del governo indiano è che nessuno deve restare indietro.

Comunicazione ufficiale di Al-Bâsit – 14.00 ora della Mecca

Le comunicazioni pervenuteci dal modulo C-Al-Aziza confermano che non è stato possibile riparare il danno subito dal modulo F-Rama. I nostri scienziati stanno discutendo animatamente sul da farsi. Il nostro ingegnere capo, il principe Youssuf Bin-Hamadan, ha inviato una protesta formale per i toni accesi e poco rispettosi della discussione. Ha tenuto a precisare che la squadra di Al-Bâsit si è resa disponibile ad accogliere sul nostro modulo Ahmed Khan e tutti i coloni in stasi di fede musulmana. La mancanza di spazio e di tempo non consentirebbe di accogliere tutti i coloni indiani. Ahmed Khan ha rifiutato di salvare se stesso abbandonando i suoi concittadini mostrando la tempra dell’eroe islamico, ma si è dichiarato disposto a fare qualsiasi cosa per coordinare le operazioni di spostamento delle capsule dei coloni.

Vatican Insider

NON PREVALGA L’EGOISMO

Il Papa parla al telefono con i presidenti delle agenzie spaziali e lancia un appello agli astronauti

Oggi Sua Santità ha lanciato un appello ai responsabili delle varie agenzie spaziali e ha preteso che il messaggio venisse inoltrato all’Enterprise che da più di ventiquattr’ore si dibatte nello spazio con a bordo 180 coloni in stasi e 24 astronauti.

"Non permettiamo che questo viaggio, che simboleggia l’aspirazione dell’uomo alle stelle, si concluda con un atto di egoismo. Chiediamo che vengano fatti tutti gli sforzi necessari per salvare le vite dei cittadini indiani e non aggiungerli al computo delle vittime, già troppo numerose, di quest’impresa. Rivolgo questo appello soprattutto a coloro che sono di fede cristiana. Non importa quale sia il credo di quei trentaquattro uomini e donne o se essi siano di una nazionalità differente dalla propria. Siamo tutti fratelli.

La preghiera del Papa è con l’Enterprise. I nostri occhi sono rivolti verso il cielo."

The Hindu

VIGLIACCHI E ASSASSINI!

I nostri eroici astronauti e coloni abbandonati nello spazio

È questo il grido che sale da tutta l’India. L’ultima comunicazione pervenuta all’ISRO, Indian Space Research Organisation, da parte del dottor Ravi Aryan ha riempito d’indignazione tutta la nazione. La mail del nostro valoroso capo missione era chiara: Siamo soli. Che Shiva ci aiuti!

Le versioni ufficiali dell’Agenzia Spaziale Internazionale e dell’Agencia Panamericana concordano tutte nel dichiarare che la decisione è stata presa in modo unanime e pacifico, con il consenso degli scienziati indiani. Solo Al-Bâsit ha parlato di tensioni e discussioni accese. I membri degli altri equipaggi hanno chiarito che non era possibile trasportare i nostri coloni per mancanza di spazio e di tempo, ma che è stata offerta ai nostri scienziati ospitalità sui moduli delle altre agenzie.

Siamo orgogliosi di poter affermare che i nostri connazionali sono stati degni dei Pandava e del divino Rama per il coraggio con cui hanno affrontato la sciagura senza considerare un solo istante l’ipotesi di abbandonare i coloni in animazione sospesa.

In tutta la nazione, dal Rajastan al Tamil Nadu, dal Kerala al Bengala nei templi, nelle chiese e nelle moschee si prega mentre i cittadini indiani stanno protestando in tutto il mondo.

I nostri intellettuali e i nostri politici stanno gridando compatti allo scandalo. Il nostro poeta Rajiv Kumar, insignito del Premio Nobel per la letteratura lo scorso anno, sta gridando all’omicidio di massa, mentre il Primo Ministro ha già rivolto un’interrogazione ufficiale all’ONU.

Abbandonare i nostri connazionali al loro destino, con un motore danneggiato e meno di metà del carburante è stato un gesto di inaudita vigliaccheria ha detto il Primo Ministro. Riterremo gli stati membri delle agenzie spaziali coinvolte responsabili di ogni singola vita. Tutti noi speriamo che i nostri cittadini vivranno, ma se dovesse accadere loro qualcosa non ci saranno risarcimenti o scuse sufficienti.

World Free News

ALLA DERIVA

I trentaquattro indiani della Rama non torneranno più a casa.

Dispersi. Questa è la definizione. Avvolti nello spazio nero e gelido. Soli. Quattro scienziati (Ravi Aryan, Pavani Sekhar, Ahmed Khan e Ashok Matthew) e trenta coloni moriranno lontano da casa. I sei moduli dell’Agenzia Spaziale Internazionale, di Al-Bâsit e dell’Agencia Panamericana si sono staccati da quello indiano due ore fa e si sono diretti verso Marte. Ogni sforzo di correggere la rotta da parte del modulo F-Rama è fallito e anche se fossero riusciti a seguire, a velocità ridotta, gli altri moduli, il carburante non sarebbe bastato per l’atterraggio su Marte.

La missione era rischiosa, lo sapevamo tutti si è difeso il professor Patrick O’Neill, il responsabile dell’Agenzia Spaziale Internazionale, che, lo ricordiamo, riunisce ESA, NASA e Roscosmos e ha accolto ultimamente, per la missione Life on Mars, anche l’Ente Spaziale Oceanico, composto da Australiani e Neozelandesi. Sarebbe stato illogico sacrificare 150 coloni e venti tra piloti e ingegneri per salvare un solo modulo.

Ma la spiegazione non piace agli indiani e non solo a loro. Tutti ricordano con tristezza la cagnetta Laika, mandata a morire sola tra le stelle. E tutti ricordano il dolore provato per lo Space Shuttle Columbia e la missione lunare Selene 3. Ma nulla è paragonabile all’angoscia che ci attanaglia tutti. Se da un lato, infatti, i coloni, essendo in animazione sospesa, non si rendono conto della situazione e scivoleranno dal sonno alla morte quando i supporti vitali cederanno, i quattro scienziati a bordo non avranno sconti. Le razioni dureranno ancora per un mese, poi subentrerà la fame. Le comunicazioni si faranno sempre più diradate e a quel punto oltre alla certezza della fine subentrerà la solitudine e la disperazione.

The Times of India

LUTTO NAZIONALE PER LA RAMA

L’India divisa tra la rabbia e il cordoglio

Oggi è stata scritta una pagina nera per l’India e per l’umanità tutta.

I quattro eroici astronauti della Rama, dopo il distacco dagli altri moduli, hanno comunicato con le famiglie cercando di mostrarsi sereni, ma Ashok Matthew non è riuscito a trattenere le lacrime parlando con il fratello. Ci hanno trattato come un peso morto, una zavorra. Non come esseri umani, come fratelli. Se almeno avessero salvato i coloni, sarei morto più sereno, ma avevano fretta di andarsene.Dopo aver visionato il videomessaggio, Thomas Matthew ha dichiarato: Mio fratello è un martire, come Nostro Signore Gesù ha dato la vita per gli altri. Spero che Dio abbia misericordia di lui e faccia scontare la giusta pena a chi lo ha abbandonato.

Lo zio di Ravi Aryan ha svelato aspetti molto inquietanti della cosiddetta trattativa pacifica che ha preceduto il distacco. Mio nipote si è battuto, anche fisicamente, per impedire la chiusura del portello stagno che avrebbe permesso il distacco. È stata un’infamia. Poi ha aggiunto: Spero che la Rama venga colpita da un altro meteorite. L’idea che mio nipote e gli altri muoiano di fame mi sconvolge. E questa attesa è snervante. È come se mio nipote fosse nel braccio della morte. Mia sorella è distrutta. Per una madre è impossibile accettare un lutto simile. Ha già perso il marito. Ora anche Ravi ci lascerà.

Allah, il misericordioso, ha fatto a mio fratello il dono di una morte gloriosa, ha commentato l’unico parente in vita di Ahmed Khan. Gli unici che hanno mostrato un po’ di misericordia sono stati i fratelli musulmani di Al-Bâsit. I cristiani non hanno fatto nulla, anzi hanno impedito che almeno gli indiani musulmani si salvassero.

La madre di Pavani Sekhar non si capacita che sua figlia non avrà la gioia di sposarsi, di partorire un figlio. Non ero contenta del suo entusiasmo per l’astrofisica. Non mi pareva una cosa da donna. Ma ero orgogliosa di lei, perché era sempre la più intelligente della classe. Ora preferirei mille volte una figlia stupida che sa solo cucinare chapati a una figlia persa lassù.

Anche i familiari dei coloni sono distrutti. Sapevamo che era un viaggio senza ritorno ha detto Sherin Bhan, madre di un giovane agronomo selezionato per fare parte del convoglio e prestare la sua opera per il miglioramento delle colture sul pianeta rosso ma eravamo orgogliosi che Krishnan fosse stato scelto. Noi indiani siamo abituati a emigrare. Non abbiamo paura di conquistarci la nostra strada nel mondo. Vorrei solo potergli parlare un’ultima volta, ma capisco che non possiamo permetterlo. Infliggeremmo un’inutile sofferenza ai nostri cari.

Intanto i restanti moduli si stanno dirigendo tutti verso l’obiettivo e verosimilmente arriveranno sani e salvi su Marte, ma nessuno vuole scommettere sulla sorte dopo quello che è accaduto.

Il Primo Ministro ha deciso di assumere una linea dura. Finché i nostri eroici concittadini avranno anche solo un respiro, li accompagneremo con la preghiera, ma quando dovessero – gli dèi non vogliano – lasciare questo mondo, allora nulla potrà impedirci di prendere provvedimenti nei confronti di chi ci ha abbandonati. L’India non è un paese di serie C. È ora che tutti sappiano che siamo una potenza industriale, tecnologica e soprattutto un Paese con un infinito potenziale umano. Le grida dei nostri amati concittadini non resteranno inascoltate.

Bollettino dell’ISRO – 23 aprile – 18.50 ora di Delhi

Oggi, alle 18.00 ora di Delhi abbiamo ricevuto l’ultimo messaggio molto disturbato dal modulo Rama. Ravi Aryan, l’unico ancora cosciente, ha mandato uno strano messaggio vocale: Stiamo precipitando. Riteniamo sia stata una metafora per dire che ormai stavano morendo tutti. I medici hanno osservato che stando ai pochi dati biometrici pervenuti e a una facile diagnosi, Ravi Aryan era ormai allo stremo, avendo esaurito i viveri da ormai dieci giorni. Dopo questo messaggio, inspiegabilmente, non abbiamo più ricevuto alcun segnale dai computer, come se il sistema fosse stato spento o la radio si fosse guastata. A un mese e venti giorni di distanza dal disastro, possiamo dunque dichiarare che la Rama e il suo equipaggio sono rimasti vittime della sfortuna e del comportamento freddo e inumano dei loro compagni di viaggio.

Come già annunciato l’ISRO non parteciperà più ad alcuna missione congiunta.

Parte prima

Terra

sette anni dopo

Capitolo I

Chiara si avviò con calma lungo la strada che saliva da Oxford al Wolfson College, godendosi la bellezza dei giardini fioriti e curati delle villette in perfetto stile inglese che sorgevano lungo il suo cammino. Era incredibile come quell’angolo di Inghilterra sembrasse intatto, non toccato dai conflitti degli ultimi vent’anni e dalle loro drammatiche conseguenze. C’era da dire che, data la sua posizione e le sue leggi protezioniste, la Gran Bretagna era riuscita a mantenersi isolata da una buona parte del caos che aveva sconvolto soprattutto i paesi del Mediterraneo. La Sicilia si stava riprendendo solo ora, a ben quindici anni di distanza dall’intervento delle forze NATO, che l’avevano posta sotto un Protettorato Internazionale, rispolverando, in una nuova forma, l’antica idea di annetterla agli Stati Uniti.

Immersa in quell’atmosfera idilliaca, Chiara svoltò a destra, dove una scorciatoia si apriva tra le palizzate bianche di due case. Era proprio la calma di Oxford ad averla spinta a scegliere quell’angolo di mondo. Lì ci si poteva rintanare e fingere che tutto andasse per il meglio, che la Terra non fosse avviata verso l’autodistruzione. La città era antica, ma resa vivace dalla presenza di tanti studenti di tutto il mondo. Si aveva la sensazione che fosse ancora possibile collaborare tra studiosi, anche se di nazioni che erano state in conflitto. Le divise dei college, le tradizioni creavano l’illusione che ci fosse ancora un ordine sociale, per quanto discutibile potesse apparire. E la campagna inglese pareva incontaminata, quando ormai l’inquinamento aveva danneggiato la natura anche nei luoghi più remoti. Si potevano ancora ammirare i meravigliosi giardini delle villette o un ampio prato puntellato del bianco delle pecore e delimitato da muretti a secco.

Attraverso la scorciatoia tra le palizzate, arrivò a destinazione in pochi minuti. Il Wolfson College, come tutti gli edifici moderni edificati nel XX secolo, aveva visto una decadenza strutturale che i suoi omologhi risalenti fino al tempo di Enrico VIII non avevano avuto. Una recente opera di ristrutturazione aveva dato una patina di nuovo, ma aveva anche aumentato la straniante sensazione che qualcuno avesse incuneato una base spaziale in un romanzo di Jane Austen. Entrando, superata la portineria dove il signor Brown la salutò con il suo solito sorriso molto british, Chiara si avviò nel blocco dove si trovava la sua stanza e notò con il solito gioioso stupore le tipiche lunghe barche da regata con il fondo piatto che procedevano sul fiume tra ponticelli e aiuole fiorite, spinte dalle pertiche di robusti studenti, esattamente come accadeva centinaia di anni prima.

Qualcuno la riconobbe e le fece un cenno. Lei ricambiò, sentendosi nel posto giusto al momento giusto.

Era appena rientrata in camera e si stava togliendo le scarpe, ancora con il sorriso sulle labbra, quando notò una stranezza, in contrasto con la tecnologizzazione spinta che ormai faceva parte della vita di tutti anche a Oxford. Un biglietto cartaceo stava in bella mostra sul suo letto. Avvertì subito una sensazione di allarme. Il sorriso svanì.

Con prudenza lo prese tra le dita. La carta, di ottima qualità, era leggermente ruvida al tatto ma non spiacevole. La calligrafia con cui avevano scritto il suo nome era allungata, l’inchiostro di un blu cobalto poteva appartenere solo a una vecchia stilografica. Una stilografica che lei conosceva. Esattamente come la calligrafia. Possibile che lui…?

Esitò, timorosa di scoprire che le sue supposizioni erano vere. Che il fantasma del suo passato era tornato. Poi si decise ad aprire la busta e a farla finita.

Il messaggio era breve. – Spero che mi concederai un’ora del tuo tempo. Ti aspetto al ponte sul fiume alle 4 pm. Se avessi problemi e dovessi spostare l’appuntamento, fammi sapere a mezzo cartaceo. Stanza 105 Edificio Ospiti. Con affetto padre James.

Erano anni che non aveva notizie di padre James. Anni durante i quali aveva fatto di tutto per dimenticarlo. Era una beffa che lui fosse risbucato dal passato con quel suo dannatissimo biglietto quando finalmente lei aveva trovato la serenità. Che cosa voleva? Sperava di riprendere da dove avevano interrotto? Sperava di potersi scusare? O semplicemente si trovava lì per altri motivi e aveva avuto il cattivo gusto di contattarla?

Di lì a pochi giorni si sarebbe tenuta una conferenza internazionale sul dialogo interreligioso in India. Chiara sarebbe stata chair di un panel sulla storia della penetrazione cristiana in India, ma padre James non figurava tra i relatori. Possibile che fosse venuto a Oxford al seguito di padre Gastaldi? Padre Gastaldi era un personaggio di spicco della Commissione per il Dialogo Interreligioso e aveva voluto James al suo fianco nell’ultima fase della stesura del Novissimus Ordo Missae, detto anche Nuovo Rito Unificato.

Sopraffatta, Chiara si sedette sul letto e attese. Non sapeva neppure lei che cosa aspettava. Un segno divino? Aveva smesso di aspettare segni divini da un pezzo. Alla fine concluse che quel tempo le serviva per rallentare il battito furioso del cuore, per fare ordine nelle emozioni, per prendere una decisione. Voleva vederlo? Oppure no?

Erano le quattro meno cinque quando si riscosse da quel torpore. Dopo avere analizzato tutti i pro e i contro e la vasta gamma delle sue reazioni, non aveva trovato una soluzione. Tuttavia, non era una codarda.

Raggiunse il ponte alle quattro e tre minuti. Lui era lì, invecchiato, come era logico, ma con gli stessi occhi scuri puntati sul mondo con l’espressione di chi ne voglia penetrare le profondità. Era ancora bello. La pelle ambrata, frutto dell’incrocio tra il padre indiano del Kerala e la madre tedesca, era appena segnata da rughe di espressione. Il fisico forse era un po’ appesantito, ma ancora imponente. L’abito nero e il clergyman lo rendevano misteriosamente affascinante, per certi versi irraggiungibile. Eppure, constatò Chiara con sollievo, non le dava più lo stesso brivido. Non era più preda di quell’assurda fascinazione che l’aveva fatta finire a letto con lui quando era una ragazza.

Lui si voltò a guardarla. – Buonasera, Chiara – la salutò in italiano.

– Buonasera, monsignore. Qual buon vento la porta? – rispose e non poté fare a meno di parlare con voce gracchiante. Intendeva ferirlo rivolgendosi a lui in modo così formale, rimarcando che da quando si conoscevano aveva fatto carriera proprio come sperava. Un tempo gli aveva sbattuto in faccia il fatto che il suo più grande peccato, di cui avrebbe risposto, era l’ambizione sfrenata.

Tuttavia, lui si mostrò immune alla sua provocazione.

– Buono… cattivo… il vento è solo vento. È un piacere rivederti – rispose dandole del tu. – Vieni, camminiamo. Dobbiamo parlare.

– Di che cosa? – chiese lei sulla difensiva.

– Non ci crederai, ma non sono qui per riaprire vecchie ferite. Devo parlarti di qualcosa di molto più importante, che riguarda il futuro di tutti noi.

Chiara lo scrutò con espressione corrucciata. Oltre che all’ambizione, James era sempre stato legato al dovere in modo quasi maniacale. Anzi, a ben vedere, aveva fatto del dovere il suo alibi, la sua copertura per nascondere quanta ansia rabbiosa avesse di affermarsi nella vita.

Evidentemente era convinto che ci fosse qualche nuova causa fondamentale per il futuro della Chiesa nella quale voleva coinvolgerla. Qualche causa che gli avrebbe dato lustro. Se lo poteva scordare! Non l’avrebbe più manipolata come faceva una volta.

Lui però la stupì con una domanda. – Che cosa sai di Ravi Aryan?

– Quello che sanno tutti. Era il comandante della Rama. Fu lui a mandare l’ultimo messaggio prima che le comunicazioni fossero interrotte e la nave si perdesse oltre i confini del sistema solare, inghiottita per sempre dalla morte.

– Una descrizione poetica.

– I media ci ricamarono su. Sappiamo entrambi che fu questa la causa dei conflitti successivi tra l’India e l’Occidente. Ti ricordo che eravamo a letto insieme quando fu annunciata la sua morte insieme a quella dell’equipaggio e dei coloni.

Lui ebbe la decenza di abbassare lo sguardo. – Non sono venuto a parlare di questo. – Fece una pausa mentre percorrevano il vialetto che partiva dal ponte. C’era una coppietta, nascosta tra il fogliame ed evidentemente James non voleva che sentisse. Al tempo stesso, i corpi allacciati di quei ragazzi evocavano in entrambi ricordi che preferivano dimenticare.

Quando furono lontani, James riprese: – Che cosa diresti se ti dicessi che Ravi Aryan è al centro di un nuovo culto?

– Non mi stupirei affatto. Sai meglio di me che l’induismo fagocita ogni cosa dai campioni di cricket ai politici. Ravi Aryan è un eroe. La sua morte eroica fa risaltare la codardia dell’Occidente. Sappiamo tutti che il gruppo terroristico indiano che ha dilaniato il mondo si fa chiamare La vendetta di Aryan. Per poco non ho perso la pelle in uno dei loro attentati.

Lui annuì. Chiara si trovava in India per i suoi studi di antropologia della religione e collaborava strettamente con la conferenza episcopale quando si era verificata la tragedia della Rama. James era il segretario del vescovo di Bangalore, mons. Ketu Pudota, molto attivo nel campo del dialogo interreligioso. Si erano conosciuti proprio all’NBCLC, National Biblical Cathechetical Liturgical Centre della grande città indiana. Qui erano diventati amici, colleghi e poi amanti. Dopo il disastro della Rama l’atmosfera si era fatta tesa, ma Chiara era rimasta in India per continuare i suoi studi e per coltivare la speranza che tra lei e James potesse nascere qualcosa di duraturo, sebbene lui, al momento di prendere i voti, avesse scelto il celibato. Ormai, infatti, l’obbligo era caduto nella Chiesa Cattolica, ma, come nella Chiesa Ortodossa, era una condizione per accedere alla carriera ecclesiastica.

Quell’indugio le era quasi costato la vita. Una serie di attentati ai danni degli occidentali presenti sul territorio indiano e alle comunità cristiane aveva fatto numerose vittime. Ciò nonostante Chiara era rimasta altri due mesi a Bangalore. Era stato allora che James le aveva detto di non poter sacrificare la sua carriera per aver ceduto alla tentazione della carne. – In questo momento storico – le aveva spiegato – ci vogliono uomini come me, uomini che appartengono a due mondi e si battono per stabilire ponti dove altri scavano baratri.

Belle parole. Peccato che per lei non fosse stato solo sesso.

Due giorni dopo, mentre faceva le valigie per andare a casa, un gruppo di terroristi con magliette con sopra il faccione di Ravi Aryan avevano fatto irruzione nell’istituto, gestito da religiose, dove alloggiava Chiara. Due suore erano state brutalmente uccise, tre violentate. Chiara si era salvata da quel tipo di aggressione grazie alla presenza di spirito e alle lezioni ricevute da Antonino, suo zio, eroe della resistenza contro il Fronte Islamico in Sicilia. Aveva tramortito uno degli assalitori con un bastone e poi aveva cercato di scappare. Già, infatti, si sentiva l’odore acre del fumo dell’incendio che era stato appiccato all’edificio.

Ci sarebbe riuscita se non fosse stato per una ragazza che lavorava nelle cucine. Vedendola sola in un corridoio Chiara aveva supposto che fosse in pericolo e l’aveva chiamata. Lei, però, le si era rivoltata contro con una grossa roncola che usava per tagliare le verdure e l’aveva colpita al ventre.

Ne portava ancora la cicatrice, una lunga linea bianca dal fianco all’ombelico. E, pur a distanza di anni, ogni tanto riviveva nei suoi incubi quei momenti drammatici.

Era stato l’autista delle suore a salvarla, uccidendo la ragazza senza pietà.

– Avrei dovuto metterti su un aereo appena erano cominciati i tafferugli – ammise James che evidentemente riviveva come lei quei giorni tragici. L’aveva visitata in ospedale ogni giorno, ma non aveva cambiato idea sulla loro relazione. Alla fine Chiara era rientrata a Palermo, dove era stata alla ribalta per qualche settimana, come ospite fissa di programmi sulla situazione indiana.

Era stato grazie a quella fama che si era conquistata un posto come fellow alla Georgetown University, nel dipartimento di Relazioni Internazionali. Le era stato offerto anche un posto di giornalista in un programma televisivo americano, ma aveva preferito scegliere qualcosa di meno pericoloso.

Da quel momento la sua carriera accademica era decollata e adesso poteva fregiarsi del titolo di Junior Professor niente meno che a Oxford.

– È stata colpa mia. Sono stata così stupida da credere che t’importasse qualcosa.

– M’importava, ma non nel modo che desideravi tu. A ogni modo non sono qui per parlare di questo – ribadì James per la terza volta.

Notando che evitava di guardarla negli occhi, Chiara sentì montare la rabbia e la delusione. – Dai, spara. Così la facciamo finita. Devo prepararmi per il convegno di domani.

Capitolo II

Erano arrivati a uno dei tipici muretti a secco che dividevano i campi. James vi si sedette e Chiara lo imitò. I loro corpi non si sfioravano, ma stare così vicini, guardando nella stessa direzione, aveva qualcosa di intimo.

– Il culto di cui ti parlavo è molto sentito tra gli strati più bassi della popolazione, ma comincia ad avere seguaci anche nella middle class – disse lui con tono fin troppo controllato, spezzando il silenzio. – Stando a quanto riferiscono i nostri preti, al centro c’è la figura di Ravi Signore del Portale. Secondo questo culto, Aryan sarebbe tornato a portare chi ne è degno su Devaloka.

– Il Pianeta degli Dèi, il paradiso di beatitudine dove vivono i deva… Il luogo dove vanno a vivere gli illuminati dopo la morte, una volta liberatisi dal ciclo di rinascite e raggiunta la moksha. Bene, e allora? Siete preoccupati perché in India è sorta l’ennesima versione dell’induismo? O perché questa volta la figura mitica è un tale morto nello spazio?

– Non esattamente. C’è di più.

Chiara non riusciva a capire dove volesse arrivare, ma tacque. Se c’era una cosa che James aveva in comune col suo popolo era l’arte di prendere le cose alla lontana, girandoci intorno un’eternità prima di arrivare al punto. Essere un prete che lavorava nella diplomazia vaticana non aveva certo attenuato questo tratto del suo carattere.

– Circola un’icona tra i fedeli. Una foto, per l’esattezza. Una foto di Ravi Aryan. Solo che non è il Ravi Aryan che ricordiamo. È un Ravi Aryan più vecchio, abbigliato come un sacerdote. Sostengono che la fotografia risale a cinque anni fa, quando Aryan sarebbe tornato sulla Terra dal cielo per compiere la sua missione per conto degli dèi.

– Vuoi dire che hanno manipolato un’immagine di Aryan in modo da farla passare come una foto recente, successiva alla sua morte? Continuo a non trovarci nulla di strano.

– Il fatto è che la foto non sembra affatto il frutto di una manipolazione. L’abbiamo fatta esaminare. È autentica.

Chiara tacque annichilita. – Mio Dio, James, Ravi Aryan non è il Messia e neppure una divinità indù o il nuovo Buddha. Non risuscita. E non guida i suoi fedeli alla liberazione. I tecnici si saranno sbagliati.

– Purtroppo no.

Ci fu un lungo momento di silenzio. Chiara cercava di elaborare la cosa. Alla fine chiese: – Posto che mi rifiuto di credere che Ravi Aryan sia resuscitato, quale spiegazione propongono i tuoi tecnici per la cosa? Un sosia?

– Potrebbe darsi. – James piegò più volte la testa a destra e a sinistra, il gesto indiano per annuire. – Oppure…

– Oppure? – domandò Chiara spazientita. – Spara la tua cazzata così posso tornare ai miei affari.

– Che Ravi Aryan non sia resuscitato, ma abbia trovato il modo di tornare – disse James tutto d’un fiato.

– James, non so quale delle due ipotesi è più assurda. Si sarebbe risaputo se la Rama fosse riuscita a fare dietrofront. Se poi mi stai dicendo che è ciò che questo impostore vuol fare credere, è un altro paio di maniche, ma nessuna persona dotata di buon senso…

– Hai mai sentito parlare di tunnel spaziali? – la interruppe James.

Chiara rise. – Non ti facevo un appassionato di letteratura fantastica. Chiunque abbia visto un episodio di Star Trek o un film di fantascienza sa che cos’è un tunnel spaziale. Per l’appunto, è fantascienza. Nessuno ha mai provato che una cosa del genere abbia senso.

– Abbiamo un nostro uomo alla NASA. Ci sono dei dati. Non sono in grado di spiegarteli. Se vorrai essere parte del progetto, te lo presenterò.

– Che uomo? Quale progetto? – Adesso Chiara era allarmata. James non era mai stato un tipo fantasioso. E adesso aveva nello sguardo quella luce determinata che significava guai.

– Un nostro sacerdote, un gesuita, un grande fisico e astronomo. Sto parlando del progetto che mira ad avere la nostra fetta di Devaloka, a garantire che non sia un pianeta solo per gli indù e a garantire che le masse deportate là non siano trattate come schiavi, lontano dagli occhi di tutti. Ah, e naturalmente vogliamo anche scongiurare una guerra totale.

– James, dimmi che hai cominciato a drogarti. Un pianeta? È vero, loka significa pianeta, ma non si tratta di un vero pianeta, come Marte, per intenderci, benché alcuni indù credano che sia così. Insomma, stai dando per scontato un tunnel spaziale e un pianeta vero, suppongo allo sbocco del tunnel, dove Ravi Aryan avrebbe deportato masse di indiani. Non ti pare di esagerare?

– I nostri parrocchiani in giro per il subcontinente – spiegò lui – ci hanno riferito che da qualche anno a questa parte in India sta succedendo qualcosa di molto strano. Giovani scienziati in ogni ramo hanno lasciato le famiglie per andare a lavorare in ipotetici istituti universitari dove non sono mai arrivati. Inoltre, nelle baraccopoli la Vendetta di Aryan recluta dalit.

– Se gli studiosi sono attivisti per i diritti civili, potrebbe darsi che sia in atto un’epurazione capillare. Quanto alla Vendetta di Aryan, li reclutano per la creazione di un esercito paramilitare di terroristi.

– Gli studiosi erano dei perfetti indù, grandi sostenitori dell’hindutva. Quanto ai dalit, il nostro dubbio è che l’attività terroristica sia solo una copertura. I reclutatori fanno esplicito riferimento al culto di Aryan Signore del Portale. Inoltre, abbiamo la testimonianza di una giovane donna, convertita al cristianesimo in segreto perché facente parte di una famiglia indù molto tradizionale, che si è rifugiata da un vescovo di cui non ti dirò il nome. La poverina sosteneva di essere sfuggita al reclutamento. Ha parlato di un campo in cui lei e la sua famiglia erano stati rinchiusi in attesa di attraversare il Portale verso Devaloka. I reclutatori avevano parlato di un mondo nuovo, ricco di risorse, dove iniziare una vita migliore. Un pianeta dominato da dèi indù. La ragazza era terrorizzata e non voleva assolutamente fare quel viaggio. Inoltre la sua intenzione era venerare Gesù, anche se di nascosto, e temeva che se l’avessero scoperta l’avrebbero uccisa. O costretta a convertirsi. Così è scappata. È sfuggita per miracolo a un manipolo di soldati. Sotto shock e denutrita è stata raccolta da un povero francescano che vive in isolamento nella giungla. Il buon padre l’ha curata e poi l’ha condotta dal vescovo, che conosceva dai tempi del seminario. Qui lei ha riferito di test medici e vaccini che venivano somministrati ai prescelti.

– La ragazza potrebbe essere pazza. Ci sono sempre stati mitomani convinti di essere stati rapiti dagli alieni o di essere vittime di complotti internazionali.

– Sì, è vero. E infatti è stata esaminata da una psichiatra, ma non le è stata diagnosticata alcuna psicosi. La ragazza è ricoverata in una clinica romana dove la stanno rivoltando come un calzino.

– Quindi riassumiamo: Ravi Aryan, giunto ai confini del nostro sistema solare, avrebbe visto una strana luce e sarebbe sprofondato in un tunnel spaziale. Da qui le sue parole stiamo precipitando. Attraverso quel tunnel sarebbe stato depositato con tutta la sua nave su un pianeta ospitale dove avrebbe trovato il modo di attivare un Portale che permette di mettere in comunicazione la Terra con questo nuovo mondo ribattezzato Devaloka. Attraverso il Portale porterebbe masse di indiani dalit e un gruppo di scienziati dall’altra parte per colonizzarlo a uso esclusivo degli indù. Stai cercando di scrivere un bestseller? – chiese ironica.

– Ho sempre saputo che sei molto intelligente – sorrise padre James, ignorando il suo sarcasmo. – E no, non voglio scrivere un bestseller.

Chiara rimase spiazzata da quel sorriso. Le labbra erano morbide e mobili come allora, ma attorno agli occhi ora c’erano un maggior numero di piccole rughe. Eppure, in quel momento, il monsignore di sette anni più vecchio era stato sostituito dal giovane prete innamorato che sapeva farla capitolare con uno sguardo.

Si erano innamorati proprio così, discutendo di religione e politica. Per certi versi erano stati anime affini. Ma non abbastanza, a quanto pareva.

Chiara fece un grosso sforzo di volontà per opporsi al flusso dei ricordi e si concentrò sul problema.

– Ora dimmi, ammesso che tu non abbia davvero cominciato a fare uso di acidi e sia tutto vero, che c’entro io?

– Semplice. Vogliamo che tu faccia parte del gruppo di osservatori che manderemo attraverso il Portale.

– Che cosa? – Lei saltò in piedi. – Qui non sappiamo neppure se è vero e tu già fantastichi di mandare un gruppo di persone… anzi, di mandare me dall’altra parte. Ma poi, perché diavolo l’India dovrebbe accettare? È la vendetta perfetta. Non solo per la Rama. L’India, che ha subito la colonizzazione, che nonostante la sua fiorente economia non è riuscita a imporsi a livello internazionale come desiderava, ora ha le chiavi di un pianeta tutto nuovo, ricco di risorse. Perché dovrebbero permetterci di ficcanasare?

– Grazie alle scoperte della NASA anche gli Americani stanno indagando. E sono giunti alle nostre stesse conclusioni. Quando parlerai con il nostro uomo, ti darà i dettagli e le prove scientifiche della cosa. Certo, gli Americani avrebbero potuto lanciare la bomba e fare conoscere all’opinione pubblica che cosa sta accadendo. Ma immagini le conseguenze?

Chiara prese a contare sulle punte della dita. – Il mondo insorgerebbe contro l’India. L’ONU sarebbe costretta a emettere un verdetto contro l’India e a stabilire sanzioni. Gli altri stati minaccerebbero ritorsioni se non addirittura attacchi militari. Gente inferocita chiederebbe di avere l’opportunità di migrare. Masse premerebbero ai confini.

A ogni sua affermazione, James annuiva. – Il papa è molto preoccupato. La Terra è agli sgoccioli: armi batteriologiche e chimiche hanno già fatto milioni di vittime, per non parlare dell’inquinamento. Una guerra totale significherebbe la morte dell’80% della popolazione mondiale. Mentre gli indiani troverebbero il modo di trasferire i loro cittadini dall’altra parte del Portale, al sicuro.

– Ma non è detto che farebbero in tempo. Rischierebbero comunque la distruzione.

– I nostri analisti ritengono che l’India abbia previsto che la cosa sarebbe trapelata e che abbia lavorato molto in fretta. Tuttavia, come dici tu, non potrebbero garantire l’incolumità per tutti. Per non parlare del fatto che un attacco potrebbe accidentalmente distruggere il Portale. La nostra speranza è che vogliano vendere a caro prezzo la possibilità per i non indiani di accedere al pianeta. E prendere tempo, scongiurando una guerra.

– Mi pare abbastanza plausibile. – Chiara guardò il sole che si abbassava velocemente sull’orizzonte. Da quanto stavano parlando vicino a quel muretto? Chissà com’era il sole su Devaloka. Da qualche parte aveva letto che la vita umana era garantita solo da una stella come Sol. C’erano tramonti, prati, alberi, mare, pecore e cinguettio di uccelli? No, probabilmente no.

– James, il fatto che i membri della missione di cui mi parli abbiano pensato a me è un onore. Vuol dire che mi sopravvalutano. In effetti non ho idea di come potrei essere d’aiuto. Ma non ci sto. Non me la sento. Salverà qualcun altro il pianeta.

– Il Vaticano ha avuto un ruolo importante in questa cosa. Abbiamo avviato una collaborazione con le parti coinvolte per garantire la presenza di persone di cui ci possiamo fidare, credenti di provata fede oltre che acuti scienziati. Il nostro uomo alla NASA è parte del progetto, ma resta un prete. Abbiamo l’impressione che dei laici, il cui curriculum sia conosciuto, ma che non godano di troppa fama, potrebbero essere accettati più facilmente. Stanno avvenendo contrattazioni segrete, in merito. Io ho proposto te perché conosci bene la cultura indiana, ma, come cittadina del Protettorato, sei praticamente americana. Intendiamoci, non è sicuro. Noi proporremo una rosa di nomi, poi non tutti saranno scelti. Già c’è stata una scrematura.

– Un pensiero gentile da parte tua nominarmi prima di chiedermelo. Ti piace giocare con la mia vita, eh? Non lo hai perso il vizio. La mia risposta è no!

Era furiosa. Si avviò verso il college a passo di battaglia, ma lui la raggiunse e le prese le mani costringendola a fermarsi. – Nessuno ti conosce meglio di me, Chiara. Io so che cosa c’è nel tuo cuore.

Lei si divincolò, ma lui non mollò la presa. – Tu al massimo sai che cosa c’è nelle mie mutande, James. E anche su quel punto non hai notizie fresche. Sono cambiata.

– Sono stato il tuo confessore.

– Ti sconsiglierei di dirlo in giro perché c’è la scomunica per i preti che confessano donne con cui sono stati a letto.

– Sai bene che lo ero prima di…

– Resta il fatto che non mi convincerai a ficcarmi in questo casino. Sto bene qui a Oxford: mi pagano discretamente, sto serena… Non m’interessa rischiare la vita su un fantomatico pianeta alieno pieno di fanatici indù. Voglio una famiglia, dei figli.

– Pensa ai tuoi futuri figli, allora. La Terra sta morendo. La gente esasperata preferisce rischiare la vita su Marte che vivere qui. Ma Marte è una trappola. Sappiamo da decenni che non si può terraformare. I coloni vivono in parte sotto le cupole e per il resto come sorci nel sottosuolo. Questo è un pianeta vivo. Devaloka è una Terra Promessa di cui tutti devono godere. Anche i tuoi futuri figli. Credi di poterli proteggere mettendo la testa sotto la sabbia? Quando la situazione precipiterà non ci sarà posto per loro, bianchi, cristiani, occidentali. Credi che non lo sappia? Mi hanno discriminato tutta la vita perché mia madre era europea, perché ero cristiano e perché ero dalit.

Da quello nascevano la sua rabbia e la sua ambizione, Chiara lo sapeva ed ebbe pietà di lui. E dei propri figli non ancora nati. E di tutti i disgraziati che venivano deportati sul pianeta. E degli altri disgraziati che morivano di fame e di malattia su una Terra ormai esausta.

James dovette leggere nei suoi occhi che stava capitolando. – Hai la possibilità di essere un’eroina al servizio dell’umanità. Una specie di Cristoforo Colombo in gonnella.

– Io non voglio essere una stramaledetta eroina. Né tanto meno una versione in gonnella di Cristoforo Colombo. Colombo era un pazzo dalla mente ristretta, pieno di pregiudizi e idee preconcette. Per non parlare della sua attitudine predatoria.

– Non ti piace Colombo? Immagina allora qualche altro grande pioniere, uno di quegli individui che hanno deciso di aprire nuove vie, di sfidare il mondo in nome della conoscenza.

Chiara sbuffò. – Non sono neppure il Capitano Kirk! Lascio ad altri l’onore di andare dove nessuno è mai giunto prima.

– Non dire sciocchezze, ce l’hai nel sangue. Tuo zio Vincenzo ha una statua nell’aeroporto di Palermo per avere dato la vita contro gli invasori del Fronte Islamico e la tua stessa madre nascondeva le opere d’arte per sottrarle alla distruzione.

Chiara sospirò. – James, io ho paura. Forse quel sangue in me è annacquato. Dopotutto non ho mai preso parte a quegli eventi. Studiavo all’estero durante i quattro mesi di occupazione. – Quelle circostanze l’avevano sempre fatta sentire inadeguata e colpevole per non aver potuto dare il suo contributo mentre i suoi cari rischiavano la vita. E James lo sapeva bene. Chiara era consapevole che stava deliberatamente facendo leva su quella sua debolezza, eppure, in quel momento, se lui l’avesse abbracciata l’avrebbe lasciato fare. Perché aveva bisogno di calore umano. Aveva bisogno di lui. Del suo profumo. Delle sue carezze. Ma lui non aveva in mente quel genere di consolazione.

– Dio ci manda delle prove. Forse la mia funzione è di essere il tuo pungolo. Ti ricordi di Giona?

– Vai al diavolo, tu e Giona! – sbottò lei riprendendo a camminare verso il ponte. La coppietta se n’era andata da un pezzo. In effetti cominciava a fare freschetto.

Lui la lasciò in pace finché non furono di nuovo sul ponte. – Ci penserai? Se hai deciso per il sì, mandami un messaggio in cui scrivi semplicemente Dio ti benedica. Io capirò e provvederemo a darti ulteriori istruzioni.

– No, facciamo così. Ti manderò un messaggio in cui ti scriverò: Dio ti stramaledica.

Detto ciò girò sui tacchi, lasciandolo solo sul ponte dove lo aveva trovato. Padre James sorrideva compiaciuto.

Capitolo III

La base di Puerto Leguizimo, Colombia, era praticamente immersa nella vegetazione amazzonica, con tutti i disagi connessi: caldo umido, zanzare e altri insetti grandi come elicotteri, e un vago odore di putrido nell’aria. Chiara aveva viaggiato con un volo militare da Miami quella notte in compagnia del dottor Zheng, un medico cinese sulla sessantina che aveva dormito tutto il tempo, forse affaticato dal fuso orario, il professor Yves Delassieux, un fisico del CERN di Ginevra che aveva alternato riposini a rimostranze, la dottoressa Petra Weimar, una tedesca tutta spigoli decisamente poco loquace, ed Ester Buber, psicologa americana dal chiaro nome ebraico, con la quale aveva subito stabilito un rapporto di simpatia. Tuttavia, il fuso orario aveva finito per fare crollare anche lei e si era svegliata poco prima dell’atterraggio sulla pista della base. Era l’alba e il campo militare era immerso in una strana atmosfera surreale. Alcuni soldati marciavano nell’aria relativamente fresca e alcuni mezzi erano già in movimento. Mentre attraversava uno spiazzo fangoso in compagnia degli altri passeggeri, Chiara si era ritrovata a riflettere sul fatto che le etnografie, in passato, cominciavano spesso con l’arrivo nel luogo da studiare al primo sorgere del giorno. Poi, però, aveva ricordato che non era lì per scrivere una monografia sulla vita dei militari statunitensi e sui loro rapporti con la popolazione locale. Quella era solo una tappa verso qualcosa di ben più difficile da affrontare.

Erano stati sistemati in un edificio isolato, spartano ma confortevole, almeno se paragonato a certi alloggi in India, durante il lavoro sul campo. Chiara aveva fatto una doccia, si era riposata alcune ore e poi era scesa nella sala comune dove si era imbattuta in due tizi dall’aria nerd e dal naso sempre chino su laptop di ultima generazione. Come lei, portavano un badge con nome, cognome, specialità e provenienza. La ragazza, completamente vestita di nero e coi capelli fucsia, era niente meno che un’informatica della CIA, May Black; il ragazzo brufoloso e mingherlino era un astronomo, Lionel Page.

Chiara aveva cercato di familiarizzare con quei nuovi ospiti, ma la ragazza era un’asociale e il ragazzo ci aveva provato nel modo più goffo dopo cinque minuti di convenevoli. A quel punto Delassieux si era unito a loro e, confortato dal riposo e dall’aria condizionata, era stato molto più simpatico e meno negativo che sul volo. Sembrava un tipo di mondo, con un’aria da pirata che doveva aver fatto capitolare molte donne. Le disse di essere stato in Sicilia e di averla trovata affascinante. E di avere apprezzato il vino italiano. Chiara rispose con ricordi dei suoi viaggi in Francia e in Svizzera per convegni o per vacanza. Nessuno dei due toccò l’argomento Devaloka.

A quel punto erano sopraggiunti il tenente Thomas Garreth, zoologo di colore, e il capitano Sam Johnson, botanico, il tipico yankee tutto hamburger, uova e pancetta, con l’immancabile mascella squadrata e lo sguardo freddo. Evidentemente erano lì da tempo perché parevano a loro agio e tornavano da un allenamento in mimetica. Chiara chiese se ci fossero altri militari tra i membri della missione, ma le risposero che, per quanto ne sapevano, erano gli unici.

Mentre i due scomparivano nelle loro stanze, Chiara sentì una nuova voce dall’ingresso. L’accento era inequivocabilmente irlandese. – Dovrebbero alzare la temperatura all’interno. Questi sbalzi non fanno bene a nessuno.

Si voltò per vedere a chi appartenesse e si trovò a fissare un uomo alto e imponente, con barba e capelli rossi. Il nuovo arrivato si avvicinò e le tese la mano: – Wade O’Reilly.

Chiara esitò un momento prima di fare scomparire la sua mano in quella grande di lui. Poi rispose e la voce le uscì gracchiante facendola arrossire di più. – Chiara Minniti.

L’uomo indossava un semplice paio di jeans e una maglietta verde della nazionale di rugby irlandese e sul suo badge era scritto Chimico, Trinity College, Dublino, ma Chiara non riusciva a togliersi dalla mente l’immagine di lui armato di spadone o ascia, con addosso brache di pelle e poco altro. Arrossì e il vichingo sollevò impercettibilmente un sopracciglio. – Mi avevano detto che ci sarebbe stata un’antropologa – le disse. – Suppongo che il tuo compito sia guidarci nei meandri della mentalità indiana.

– Meandri è la parola giusta. E mi dispiace, ma temo di essere sprovvista di un adeguato filo di Arianna. – La sua sola vicinanza, la voce, gli occhi d’ambra la facevano sentire a disagio come una quindicenne di fronte a un ragazzo molto carino.

– Prevedi che alla fine del labirinto ci sia un mostruoso Minotauro pronto a sbranarci? – chiese Yves Delaisseux con tono leggero.

– Spero di no, per quanto la letteratura fantascientifica sia piena di mostri.

L’attenzione del vichingo si spostò sul fisico francese, consentendo a Chiara di ricomporsi. Doveva evitare di rendersi ridicola. – Padre Paul Kowalski mi ha parlato di te – disse Wade O’Reilly rivolto all’altro uomo.

– Intendi il professor Kowalski, l’astrofisico della NASA? – chiese Yves.

– Proprio lui – sorrise l’altro e Chiara temette che il suo autocontrollo andasse di nuovo a rotoli. Davvero non aveva previsto che la missione comportasse la presenza di uomini che le facevano sentire le ginocchia molli. Alieni mostruosi, scienziati noiosi e indiani più reticenti del solito sì, ma non vichinghi irlandesi. Un chimico non avrebbe dovuto essere confinato in laboratorio? Come si era procurato quei muscoli? Se, di ritorno dall’India, Chiara si era illusa di scacciare il ricordo di James con qualche aitante accademico che stimolasse la sua mente oltre che il suo corpo, era rimasta delusa. Aveva avuto qualche storia, ma uno dei due aspetti era rimasto immancabilmente insoddisfatto. Ora, però, l’istinto le diceva che Wade O’Reilly non sarebbe stato deludente e questo era un guaio.

Lasciò che i due uomini parlassero alcuni minuti cercando di scacciare immagini di pettorali nudi, brache di pelle e molto altro, quando furono interrotti da un rubizzo colonnello con tanto di mostrine e medaglie, Frank Donnel, in compagnia proprio di padre Paul, il nostro uomo, come l’aveva definito James. Si trattava di un tipo affilato, coi capelli neri e l’espressione un po’ imbronciata.

– Parlavamo di lei, padre – disse Wade con calma. – Stavo dicendo al dottor Delaisseux che presto ci illustrerà le sue interessanti teorie su Devaloka e il modo in cui l’equipaggio della Rama lo ha raggiunto.

– Potremmo ben dire che si parla del diavolo e spuntano le corna – esclamò allegro Yves. – È un immenso piacere conoscere un collega qualificato come lei – aggiunse poi ignorando l’espressione corrucciata del gesuita. – Sono molto curioso di sentire la sua opinione.

– Avremo modo di discutere più tardi – replicò il sacerdote con un tono che sembrava quasi una minaccia. Ciò nonostante aveva una voce gentile e modulata che contrastava parzialmente con il suo aspetto austero. – Vedo che è arrivata senza intoppi, dottoressa Minniti. E che avete familiarizzato tra di voi – aggiunse.

Chiara si sentì soppesare. Padre Paul sapeva perfettamente che lei era stata raccomandata dal Vaticano. Forse aveva letto un fascicolo dettagliato su di lei. Forse sapeva anche di James. Istintivamente, arrossì di nuovo, ma poi, per orgoglio, sollevò il mento e sostenne lo sguardo del gesuita.

L’uomo parve apprezzare perché sorrise a sua volta e il suo viso si addolcì, diventando persino bello. – Sarà un piacere discutere con lei di questioni teologiche.

– Non sono teologa, come sa, ma non mi tiro mai indietro di fronte a una conversazione intelligente.

Yves fece una smorfia e i suoi occhi azzurro ghiaccio brillarono. – Spero che terrete la vostra paccottiglia esoterica per voi. Non arriverò mai a capire come un uomo di scienza come lei possa credere

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