Goditi milioni di eBook, audiolibri, riviste e tanto altro ancora con una prova gratuita

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

Il Mondo che Verrà - Il Lungo Cammino
Il Mondo che Verrà - Il Lungo Cammino
Il Mondo che Verrà - Il Lungo Cammino
E-book228 pagine3 ore

Il Mondo che Verrà - Il Lungo Cammino

Valutazione: 0 su 5 stelle

()

Leggi anteprima

Info su questo ebook

Il mondo è andato distrutto.

La nube radioattiva occupa una terra concimata dalla carne di miliardi di vite innocenti, ormai popolata da orripilanti creature mutate.

Tutto è andato in malora e si sta lentamente consumando attorno ai pochi esseri viventi che cercano in tutti i modi di sopravvivere, provando a ricostruire una comunità, provando a lottare contro la voracità di un'epoca infame, in cui Dio in persona ha castigato l’umanità ignorando le sue numerose preghiere.

Il compito è di un uomo solo, distrutto e consumato dal rimpianto di una vita amara. Lui tenterà di trovare una cura, una via di salvezza, una soluzione e una speranza per continuare a vivere, percorrendo una strada piena di difficoltà che lo spingerà molto lontano, scoprendo a sue spese il vero volto del mondo nuovo.
LinguaItaliano
Data di uscita19 set 2019
ISBN9788831640558
Il Mondo che Verrà - Il Lungo Cammino
Leggi anteprima

Correlato a Il Mondo che Verrà - Il Lungo Cammino

Ebook correlati

Articoli correlati

Recensioni su Il Mondo che Verrà - Il Lungo Cammino

Valutazione: 0 su 5 stelle
0 valutazioni

0 valutazioni0 recensioni

Cosa ne pensi?

Tocca per valutare

La recensione deve contenere almeno 10 parole

    Anteprima del libro

    Il Mondo che Verrà - Il Lungo Cammino - Nicola Ibba

    Walker

    Prologo

    Quanto tempo ancora... quanto tempo ancora devo resistere all’interno di questa struttura medica in pieno centro città... Mi chiedevo quanto ancora dovevo provarci prima che uno di quegli Individui mi strappasse la carne a morsi.

    Più i giorni passavano e più trovavo difficoltà a entrare in quella stanza, restando ore rinchiusa in bagno a osservarmi allo specchio, intenta come al solito a legarmi i capelli, indossare il camice bianco e gli occhiali, per poi mandare giù due antidepressivi che il mio stomaco si rifiutava di ingerire, ed entrai nella camera bianca avvolta costantemente da strilli angoscianti, fissando lo schermo a diciannove pollici davanti a me.

    «Registro di sviluppo Dottoressa Amanda Nardini, 14 febbraio 2036. Sperimentazione vaccino 6-2-5... soggetto 34, video in streaming...»

    La microcamera sugli occhiali riprendeva tutto, mostrando immagini ripugnanti.

    «Prova siero... il soggetto 34 è maschio, giovane età, sui diciotto anni circa... peso trentasei kg. La mancanza di radiazioni lo spinge a essere più violento, rischiando di strapparsi i polsi dai lacci che lo immobilizzano» parlavo lentamente, osservando disgustata il suo sfigurato volto. «Per quanto tendono a mutare, la loro intelligenza non cala, tutt’altro... aumenta a velocità sorprendente: comunicano tra loro con versi striduli e privi di significato per l’udito umano» sospirai fissando l’elettrocardiogramma, facendo di tutto per non ascoltare il fracasso della camera accanto. «Il battito cardiaco si sta stabilizzando... il soggetto sembra reagire bene al vaccino 6-2-5» sorrisi e mi levai gli occhiali mentre la microcamera continuava a riprendere. «Tieni duro ragazzo... tieni duro. Buon San Valentino...» lentamente mi levai il camice e mi sciolsi i capelli, intenta a cambiarmi d’abito.

    Indossai dei jeans strappati, una vecchia canottiera attillata e una giacca mimetica. Dopodiché presi da sopra il letto uno zaino, il fucile e l’arco.

    Nel mio costante silenzio mi recai verso la sala mensa completamente vuota. Ero pronta a uscire nuovamente in strada, a vagare in una delle città più antiche e famose d’Italia.

    Ero sola, sola da ormai un anno, e avevo a disposizione un’intera capitale da saccheggiare; 2.864.67 abitanti morti, morti dalle radiazioni, dalle scosse sismiche, o morti in senso metaforico, visto che più della metà vagava per le strade.

    Si nascondevano dentro i palazzi distrutti e abbandonati. Credevo che forse ero l’unica rimasta in vita su tutto il pianeta terra.

    Il cibo non mi mancava, avevo fatto scorta di tutto quello che potevo per evitare di stare troppo a lungo fuori. La dispensa del centro medico era piena di alimenti di ogni tipo, indumenti, armi, munizioni, attrezzatura e riviste. Tutto quello che volevo era a portata di mano.

    Ero consapevole che più i giorni passavano, più quelli là fuori aumentavano, diventavano aggressivi e sempre più instabili. Ma io non mi arrendevo, continuavo a creare sieri, acciuffare Individui e sperimentarli su di loro, sperando di trovare al più presto una cura.

    Non devi stare più sola... non sono sola... non lo sono...

    Ogni giorno mi alzavo presto ed esploravo una zona nuova della città, per assicurarmi che fosse sicura. Alcune di esse erano coperte dalle radiazioni.

    Talvolta stavo ferma a pochi passi dal baratro, ad ascoltare quegli striduli versi, pensando che bastava solo un altro passo per respirare quell’aria tossica e diventare una di loro, oppure peggio.

    Non lo facevo mai, non potevo farlo, e continuavo a vagare fino alla sera, per poi salire in cima al Colosseo consumato dalle scosse, incline su una voragine enorme.

    In quei momenti desideravo rivedere un’ultima volta il sole, il tramonto, coperto da nuvole scure che non si diramavano nemmeno col vento.

    Alcune volte trascorrevo le notti lì per non restare rinchiusa dentro quelle mura a sentire le sue continue grida; versi stridenti che mi pugnalavano il cuore.

    E stavo distesa su quei blocchi di pietra in attesa dell’alba, fissando la fotografia consumata dal mio sguardo, rovinata da tutte le lacrime che avevo versato.

    «Vedrai che troverò una cura, fratello mio... ti salverò...» la accarezzavo delicatamente, abbracciando il fucile anestetico e l’arco.

    Con un sospiro levai alto lo sguardo, intravedendo la volta celeste infiammarsi di rosso.

    Un barlume di gioia emerse, credendo che il sole stesse finalmente sorgendo, ma vidi solo una pioggia di detriti precipitare a ovest dalla mia posizione.

    «Mio Dio...»

    Un boato tremendo venne seguito dai frastuoni del cielo, assistendo alla caduta di un aereo da trasporto.

    Parte I

    «Emily, scappa! Emily, va via! Prendi la bambina e fuggite! Presto, fuggite!» Per quanto cercavo di urlare, la mia voce veniva coperta da quelle devastanti esplosioni.

    La casa tremava e tutt’attorno a me cadeva a pezzi. Un bagliore accecante penetrava dalle finestre in frantumi. Riuscivo a malapena a vedere il suo volto in lacrime, sentire le urla di mia figlia.

    Sfondai la porta con un calcio. Davanti a noi i campi di grano erano in fiamme, oltre le colline una nube nera si espandeva ricoprendo la grande città.

    Per un momento, mi fermai; non riuscivo a credere ai miei occhi, non riuscivo a credere che stava accadendo davvero.

    Per un breve istante sentii la voce di mio fratello, vedendolo correre verso di noi.

    «Presto, venite... salite sul pick-up!» Prese per mano Emily, trascinandola verso la vettura.

    Io presi in braccio Caren, notando il suo volto arrossato da un lungo e interminabile pianto di disperazione. Corsi verso il Pick-up e mi voltai di scatto, assistendo alla caduta dell’enorme salice che si sradicò affondando sopra il tetto della casa.

    La terra stava tremando e davanti a noi quella nube nera era sempre più vicina.

    «Fiuto è rimasto dentro! Papà, Fiuto è rimasto dentro» strillava Caren, stringendosi forte a me.

    Io raggiunsi il veicolo e la feci salire nel sedile posteriore accanto alla madre. «Vado a prendere Fiuto... non ci metto molto» dissi, guardando con occhi colmi di lacrime Emily, mentre facevo indossare il berrettino rosa a mia figlia.

    «Non abbiamo tempo!» Emily strillò strozzando l’ultima parola. «Dobbiamo andare via ora.»

    «No! Io non vado via senza Fiuto!» In quell’insieme di urla e frastuoni continuavo a sentire vagamente i piagnucolii di mia figlia, l’insistente voce di mia moglie.

    Rimasi pietrificato a osservarle mentre piangevano, mentre tutto tremava, mentre io cercavo di mantenere la calma.

    «Non posso abbandonarlo...» con amarezza pronunciai quelle parole, distanziandomi dal pick-up. «Mettete le cinture.» Chiusi la portiera gettando un rapido sguardo a mio fratello. «Accendi il motore Brad» mi accostai a lui afferrandolo per le spalle.

    «Non... non andare... è una follia...» mormorò a labbra serrate. «Non andare…»

    «Io non abbandono nessuno» lo fissai tristemente scuotendo la testa. «Tra un minuto partiamo, accendi il motore» corsi verso la casa facendomi largo in mezzo ai detriti che cadevano dal soffitto, tra gli intricati rami del salice che lentamente cedevano sempre di più.

    L’ultima cosa che sentii fu il vagito di Fiuto, il suo profondo e disperato ululo, e poi il buio totale.

    Ottobre 2035.

    Mi svegliai di colpo strizzando più volte gli occhi, era quasi l’alba, forse. Il fuoco si era spento diventando un cumulo di cenere, il freddo era sempre più intenso e ormai non riuscivo più a distinguere il giorno dalla notte.

    Mi strinsi a una vecchia coperta umida e unta di fango per avere più caldo, ma non sembrava funzionare.

    Alle mie spalle c’era un vecchio mulino abbandonato da chissà quanti anni. Ormai non sapevo nemmeno più dove stavo andando, cosa stavo facendo. Era da troppo tempo che camminavo in mezzo a quelle campagne deserte senza trovare un briciolo di vita.

    Gli orologi si erano fermati durante l’estate del 2033.

    Era circa un anno che camminavo senza meta, in cerca di un riparo, di cibo, di altri sopravvissuti.

    Credevo fosse autunno, ma non ne avevo certezza. Il tempo era sempre uguale, scuro, freddo, tempestato di nuvole, il clima era sfasato, tutto cadeva a pezzi.

    Il freddo, uno dei principali pericoli che ogni giorno dovevo affrontare, aumentava man mano che il mondo moriva.

    Le strade non erano mai sicure, i profughi ci bazzicavano in cerca di uomini come me da borseggiare, come se avessi qualcosa di prezioso. Non avevo nulla, indossavo solo una maglia, un giubbotto in pelle e dei jeans rovinati, nient’altro.

    Mi trascinavo dietro una sacca che conteneva qualche scarto di cibo, un coltello, delle forcine, delle riviste che raccoglievo lungo il cammino: tanto per leggere qualcosa. Una pietra focaia e dei fogli per me tanto importanti; forse l’unica cosa che mi dava un valido motivo per andare avanti.

    Il fuoco mi aiutava a sopportare il freddo, a trascorrere le notti con più sicurezza, ma soprattutto teneva distante i Tramutati.

    Se stavo per strada rischiavo di venire aggredito da qualche gruppo di uomini. Molto spesso incontravo le Bande, ma cercavo sempre di evitarle. Loro erano armati, mentre io avevo solo un coltello che utilizzavo per scavare nella terra in cerca di qualche insetto da mangiare.

    Dopo quello che persi, dopo tutti gli sforzi che feci per ritrovarle senza nessun risultato, la mia meta divenne il Giappone.

    Sapevo che il disastro avvenuto due anni fa proveniva dalla mega centrale nucleare di Kashiwazaki-kariwa, la più grande al mondo; i dieci reattori esplosero misteriosamente creando un’esplosione a catena che mandò l’intero pianeta nel caos. Le radiazioni si espansero in tutto il mondo nel giro di un anno. Nessuno riuscì a impedire questa catastrofe e morirono migliaia di persone. Non sapevo nemmeno se esistevano ancora delle comunità visto che la maggior parte dei sopravvissuti venne contaminata. Chi non moriva veniva di conseguenza mutata diventando creature deformi chiamati Tramutati.

    Sapevo per certo che dovevo raggiungere il Giappone, dove tutto era iniziato, e che lì esisteva ancora un centro di ricerca attivo per eliminare la grande nube radioattiva che invadeva il pianeta e che stava continuando a distruggere ogni forma di vita.

    Da solo era una meta praticamente irraggiungibile. Dopo un anno non ero ancora riuscito a lasciare l’America.

    Mi ero lasciato alle spalle le grandi vallate del Nebraska. Speravo di trovare qualcosa di utile in Texas, e lì prendere il largo. Credevo che ormai mancasse poco, anche se avevo perso da parecchio la cognizione del tempo. Non distinguevo più il nord dal sud, e non volevo arrivare a New York; preferivo evitare le grandi città proprio per il rischio radiazione.

    Presi dalla sacca una bottiglietta